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Dedicato a Lydia

Lydia Origlia

Duemilaeundici

L’autunno aveva appena iniziato i suoi ricami color senape. Ero ancora impegnata disperatamente nel riordino della mia vita in frantumi. I miei pochi averi rimasti stipati in sgraziati borsoni di plastica intrecciata; il complicato ritorno in famiglia i cui spazi ormai non erano più i miei; lacrime bollenti e salate che mi bruciavano il volto ogni notte mentre mi giravo e rigiravo in quel materassino viola, diventato il mio letto di fortuna e rifugio dal tormento.

Avevo perso quasi tutto: mi erano rimasti la mia vita, la caparbietà del mio carattere, le inestimabili esperienze vissute tra America e Asia e il fuoco dello spirito giapponese che io mi porto dentro.

Un paio di libri, qualche indumento e qualche oggetto del mio Giappone. Come quel kanzashi del periodo Taishō che appare in foto e che acquistai al mercatino delle pulci nel giardino del santuario di Machida in un giorno in cui la limpidezza di un cielo senza nubi sembrava potesse durare per sempre.

17 settembre 2011

Era un sabato. Goffamente avevo stretto qualche amicizia nell’angosciato tentativo che queste potessero rivelarsi benefici unguenti per la desolazione che mi spingeva giù nei suoi spietati abissi.
Era mattina. Confusa, smarrita ma speranzosa raggiunsi queste persone in stazione dove ci aspettava un treno che ci avrebbe portate ad Albenga, in provincia di Savona.
Mi accolsero freddamente e lì pensai che forse, dopotutto, avrei fatto meglio a rimanere nel mio sonno anestetizzante.
Ingoiai il malessere e sorrisi come faccio ogni volta che provo disagio.

Albenga

Una di queste nuove amiche aveva organizzato una festa nei locali del dopolavoro ferroviario cittadino. Un momento di incontro, di svago, una medicina che desideravo con tutte le forze.
Anelavo a riassaporare la gioia della chiacchiera condita da caffè e una fetta di torta, della risata, del calore umano. Per me che nell’ultimo e devastante anno avevo solo conosciuto la paura, la solitudine, la tenebra, la confusione, lo smarrimento, la sapidità estenuante del pianto, lo stritolante senso di disfatta.

E Albenga con le sue torri e la fragranza del suo mare ci accolse con la genuinità del piccolo comune.

Era la prima volta in ben undici anni che rivedevo il mare italiano.
Alla sua vista, quando la strada improvvisamente lo disvela, piansi segretamente senza mostrare l’emozione alle mie distaccate compagne di viaggio.

La festa

Superato l’imbarazzo iniziale, quella piccola festa si rivelò come avevo sperato: un incontro di persone, una tavola riccamente imbandita, sorrisi, abbracci di benvenuto e addirittura dei regali per noi che eravamo arrivate dall’austera Torino.

Una signora con cui iniziai a scambiare due parole, una volta venuta a conoscenza della mia esperienza asiatica, mi disse un qualcosa di curioso: mi parlò di una sua amica, residente anche lei nella piccola Albenga, che di professione faceva la traduttrice dal giapponese.

Il suo nome non mi diceva granché. Avevo conosciuto la letteratura giapponese tradotta in inglese e non in italiano.
Conoscevo Keene, Seidensticker, Riggs e molti altri. Ma il suo nome mi restituiva solo qualche vaga sensazione di già sentito.

L’amica era Lydia Origlia.

La signora mi sorrise con lo sguardo di chi ha in serbo una sorpresa e in un batter d’occhio afferrò il telefono.

Lydia

Dopo una breve attesa ecco bussare alla porta qualcuno.

Era Lydia.

La ricordo perfettamente. Una donna di media altezza, snella, dal portamento molto raffinato ma non arrogante. Capelli biondi dal riccio ribelle, abiti color pastello. Qualche delicato monile d’oro. Un viso dalla carnagione diafana che una cipria perlescente rendeva quasi etereo. Una voce dal tono gentile incorniciata da occhi che armoniosamente accompagnavano il suo sorriso incoraggiante.

Un istante cristallizzato

Rimanemmo sedute una di fronte all’altra in balìa di quel leggero imbarazzo che permea nuovi incontri. Lydia mi chiese di parlarle della mia esperienza e io del suo lavoro.

Conversammo anche in giapponese e per qualche istante mi sembrò quasi che tutto fosse scomparso: la festa, le mie compagne di viaggio distaccate, la tavola imbandita, le palme ondeggianti che si intravedevano dalle finestre.

C’eravamo solo Lydia ed io.

Ma la mia ignoranza e la sua umiltà non mi permisero di rendermi veramente conto di chi avessi davanti.

Il biglietto del treno e il saluto

E’ sempre così: quando serve un pezzo di carta per appuntare qualcosa ecco che sarà impossibile trovarlo e allora bisognerà ricorrere a soluzioni di fortuna se non addirittura strambe.
Dalla borsa tirai fuori il biglietto del treno e sul retro Lydia mi scrisse il suo nome e il suo indirizzo di posta elettronica.
Il tutto con la promessa di sentirci e tenerci in contatto.

Un abbraccio, un ringraziamento per la sua compagnia e in pochi attimi Lydia svanì dalla mia vista.

Fast forward e il sapore dell’indugio

Lydia era andata via. La festa sarebbe finita di lì a poco. Ci saremmo salutate tutte e noi, cariche di regali e con il cuore addolcito, saremmo ritornate a Torino.

Passarono circa cinque anni e nel frattempo pensai moltissime volte a Lydia.
E man mano mi rendevo sempre più conto dell’importanza e del prestigio legati a Lydia Origlia e del suo contributo inestimabile alla divulgazione della letteratura giapponese nella nostra lingua, traducendo capolavori della letteratura antica e moderna di autori del calibro di Sei Shonagon, Ihara Saikaku, Natsume Soseki, Ryunosuke Akutagawa, Yukio Mishima, Fumiko Enchi, Junichiro Tanizaki, Natsuo Kirino e tanti altri.

Indugi e ancora indugi

Nel pensarla ho più volte desiderato scriverle ma il timore di disturbarla mi frenava.
Fino a quando, un giorno, stanca di autosabotarmi, tirai fuori quel vecchio biglietto del treno su cui Lydia aveva appuntato il suo contatto prima di salutarmi lì, nella sala del dopolavoro ferroviario investita dai raggi di un sole ingauno.

Un messaggio pensato, curato e scritto con sincerità. Il cuore mi batteva forte ma, con coraggio, lo inviai.

Ma quel mio messaggio, partito infuso delle mie speranze, ritornò bruscamente indietro.

Un altro tentativo. Ancora un altro. Un altro ancora. Ma i miei messaggi ritornavano sempre a me.

Lo stupore e il sapore del rimpianto

Decisi di andare sul sicuro e di chiedere aiuto ad una delle figure più autorevoli nel campo della traduzione letteraria dal giapponese all’italiano: il professor Gianluca Coci, docente di letteratura giapponese all’Università di Torino.

Andai a parlargli un pomeriggio tardi, al termine di una delle sue appassionate e appassionanti lezioni di letteratura antica.
Gli raccontai del mio incontro con Lydia e delle mail che tornavano indietro. E gli chiesi aiuto perché, pensai, sicuramente avrebbe saputo come fare a recapitarle il mio messaggio.

Ma la reazione del professore mi lasciò senza parole.

Rimase incredibilmente stupito quando raccontai del mio incontro con Lydia dicendomi che è una persona così misteriosa da aver indotto moltissimi del campo, lui stesso compreso, a credere che non esistesse!

Una donna in effetti molto molto riservata e indubbiamente gelosa della propria privacy. E’ sufficiente cercare il suo nome su Google per avere dimostrazione di questa sua incredibile riservatezza: non troverete infatti nemmeno una sua foto né video né interviste. Troverete solo tutte le opere che lei sapientemente ha tradotto più qualche informazione relativa ad un ricettario che lei stessa scrisse, dedicato all’utilizzo dei fiori in cucina.

Il professore, ancora stupito, mi disse dunque di non potermi essere in alcun modo d’aiuto.

Cercando Lydia…

Uscendo dall’aula magna dell’università, dopo questo scambio col professor Coci, provai un misto di emozioni contrastanti. Avvertivo un senso di evidente privilegio per aver potuto fare questo incontro sempre più straordinario; al contempo, però, avvisavo le note di un presentimento.
Camminavo per le vie già scure della Torino d’autunno e in bocca sentivo già il gusto acidulo del rimpianto.

Non so perché non ci pensai subito ma ricorsi alla soluzione più evidente e cioè contattai quest’amica che mi aveva invitata alla festa.

Le scrissi. Mi disse che mi avrebbe fatto sapere. Mi rispose di nuovo dicendomi che purtroppo Lydia era mancata.

Non rimandare

Se puoi fare una cosa adesso, falla. Non temere di disturbare o di essere inopportuno. Tieni i contatto con le persone fintantoché ci sono perché arriva un giorno in cui questo non sarà più possibile.

Tornai dal professore e gli diedi la triste notizia. Nel giro di pochi giorni venne a sapere che questa abilissima traduttrice era esistita davvero e che ora non c’era più.

Resta nel cuore la gratitudine per quella giornata, per quel viaggio fuori Torino, per aver potuto allontanarmi temporaneamente dalle mie tenebre, per aver rivisto il mare, per Albenga e la sua accoglienza limpida, per la festa, per le delizie gustate quel giorno, per i doni e per la possibilità del tutto inaspettata e assolutamente straordinaria che ho avuto di incontrare Lydia Origlia.

Questo scritto è a lei dedicato.

Il dolore di scrivere

Scrivere alle volte è un’esperienza dolorosa che ti costringe a prendere in mano un groviglio che invece vorresti solo riporre in uno dei cassettini della memoria, magari con la speranza di non doverlo più riaprire.

Ma può essere anche liberatorio proprio perché ti obbliga ad affrontare, a testa alta e con coraggio, quel groviglio che pian pianino sbroglierai, filo dopo filo, fino a ritrovarti con una matassina liscia e ordinata.

Con la tenace incostanza che mi caratterizza, sono di nuovo qui su questo mio amato blog a scrivere.

Scrivere per preservare e perseverare

Non conosco altro modo che questo per proteggere il ricordo di persone, luoghi e momenti e tutto quell’apparato di conoscenze che da essi ho tratto.
Scrivo per preservare.
Nel 2006, quando iniziai a scrivere raccontando il Giappone, avevo in mente una sorta di diario personale da sfogliare a posteriori, magari nei momenti di nostalgia. Un diario che avrei voluto rileggere per non dimenticare ma che alla fine è stato letto e riletto da migliaia di persone tranne che da me.
E’ una cosa bizzarra: scrivo per preservare ma, contemporaneamente con l’apparire delle lettere sullo schermo, mi accorgo che il ricordo è lì, vivido e brillante. E allora forse scrivo per preservare…per gli altri.
O per me stessa se mai un giorno i colori della mia memoria dovessero sbiadire mesciandosi con le acque dell’incognito.

E allora scrivo anche per perseverare.

Immediatezza e irrigidimenti

L’immediatezza offerta dai social è direttamente proporzionale al complicarsi delle regole che ormai sembrano irrigidire questa immensa rete; una rete che un tempo traeva la propria linfa dalla pionieristica creatività di tanti che costruivano grandi cose, con in mano pochi e rudimentali strumenti.
Una volta bastava un blog attivo su una piattaforma gratuita qualsiasi per creare e condividere. Anche adesso è ancora possibile ma è tutto così stramaledettamente più complesso e appesantito da strategie, hashtag, calendari editoriali, posizionamenti, statistiche, esperti che ti bombardano di consigli su come, cosa e quando pubblicare.

Sì, anche a costo di sembrare un’inguaribile sentimentale ingabbiata in patetici anacronismi, vi dico che prima era più semplice scrivere; era più facile narrare ad altri e lasciarsi trasportare dai racconti di persone sconosciute ma che si affidavano al potere, dinamico e talvolta crudo, della parola scritta.
Adesso dobbiamo pensare alle valanghe di pubblicità e sponsorizzazioni che sono riuscite a corrodere efficacemente la credibilità di un’opinione; adesso dobbiamo pensare alla privacy e ai cookie, ai plug-in, alle indicizzazioni, agli algoritmi e al SEO.

Io mi sento spesso disorientata e anche molto indietro, quasi come se non riuscissi a prendere fiato.

Niki e l’ingegnere di Gurgaon

Con nostalgia ripenso a quanto mi sia dissetata da quella linfa creativa di blogger della metà degli anni Duemila che scrivevano per pura passione e per il desiderio vero di raccontare. Come i racconti rocamboleschi di Niki e del ristorante italiano che gestiva, assieme al suo amato Dario, in Nepal affrontando situazioni politiche tesissime, mentalità incomprensibili e il cronico scarseggiare di acqua potabile e frutta fresca.

O come gli aneddoti che, con esilarante ed effervescente verve, raccontava un ingegnere italiano finito, contro la sua volontà, in trasferta a Gurgaon in India. E allora, per non soccombere all’avvilimento del doversi trovare a vivere in condizioni impensabili dove persino avere una fornitura elettrica diventava fonte di infiniti grattacapi, ecco che l’antidoto stava nel trovare il lato comico e narrarlo.

Dipinti di parole

Leggevo gli scritti profondi e taglienti di Niki che magistralmente dipingeva un mondo a me del tutto inedito e non poi così attraente, di un Nepal dove il male di vivere era all’ordine del giorno. Leggevo dei loro incredibili slalom tra compromessi e sabotaggi per riuscire a importare prodotti per il ristorante. Ricordo quanto soffrisse Niki nel non poter mangiare verdura fresca e della sua incrollabile fede della medicina tibetana, forse unico sollievo in quella terra di limiti. Leggevo tutto questo mentre, dal mio accogliente e moderno salotto di Sagamihara, sapevo di avere a disposizione acqua potabile e i migliori generi alimentari che potessi desiderare.

Con risate soffocanti, mi godevo i racconti umoristici dell’ingegnere di Gurgaon che invece dipingeva un’India lurida, corrotta fino al midollo, imbrigliata in un maleodorante vortice di superstizioni ed ignoranza. Un mondo caotico dove l’unica regola del gioco era sopravvivere in un oceano di esseri umani addossati l’un all’altro. Ogni volta, pur ridendo grazie al suo lodevole espediente anti-avvilimento, emergevano immagini che sembravano così lontane da quelle proposte da e all’immaginario collettivo di un’India spirituale, selvaggia e selvatica, mitica, impregnata dell’energia vitale del mondo, magica e profonda.
Forse erano vere entrambe. Chissà.

Leggevo i suoi scritti di orrori, di grettezze, di carenze mentre mi trovavo in uno dei Paesi più puliti e più imbevuti di un garbo civile dai livelli a volte fiabeschi.

Avrei capito col tempo che gli apparati esperienziali non si escludono a vicenda ma possono essere lati di una stessa medaglia.

Alessandra

Mentre nasceva e cresceva Biancorosso Giappone, io mi nutrivo instancabilmente di questa ricca linfa creativa, viva e scevra di complesse strategie e pianificazioni.
Mi dissetavo con i racconti confortanti e imbevuti di bella italianità che provenivano dalla cucina di Alessandra. Condivideva, con delicatezza e umiltà, le sue ricette riuscendo incredibilmente ad arrivare a me grazie ai profumi della sua tavola.
Le sue parole sapevano medicare le piccole ferite da nostalgia di casa che mi tormentavano a volte quando, in quella mia grande casa di Sagamihara, calava l’oscurità e il silenzio era rotto solo dai rami di gingko che sfregavano i vetri delle mie finestre.

Alessandra scriveva di ricette e di quotidianità e lo faceva con spontaneità, senza tutto quel carrozzone fatto di recensioni fasulle, di Masterchef, di influencer, di set fotografici da rivista patinata.

In quel curioso avvicendarsi di eventi inaspettati che è la vita, i nostri ruoli si sarebbero ribaltati: io sarei ritornata nella mia casa anagrafica che è l’Italia mentre lei si sarebbe trasferita, assieme alla famiglia, dall’altra parte del globo.

Reminiscenze

Riflettevo da tempo sull’evoluzione del mondo dei blog perché in qualche modo devo spiegare questo senso di smarrimento che mi attanaglia quando mi rimetto qui sul blog. Non dovrebbe essere così perché questa è la mia casa su Internet, perché Biancorosso Giappone sono io. Ma è come se non riuscissi a stare dietro alle regole del gioco o addirittura non le capissi appieno.
Però poi le paure svaniscono quando inizio a raccontare. E allora ecco che ignoro gli avvertimenti che in questo momento WordPress mi presenta, invitandomi a modificare questo e quello in funzione del SEO, delle indicizzazioni, dei calcoli e degli algoritmi.

Ma queste reminiscenze mi sono servite anche per prepararmi a raccontarvi un’altra storia. Una storia che ho bisogno di raccontare perché è un tributo, benché doloroso.

Sakura e il libro di bento

Luci ad Ebina

Era ormai sera. Il cielo era scuro e nella sua oscurità si erano già dissolte quelle venature violacee e bluastre che non sono nient’altro che strascichi di un giorno in declino.

Le luci della stazione di Ebina facevano da luminosa cornice al concludersi di quel giorno prezioso e che avrei percorso e ripercorso nel tempo con la mente, soprattutto nei momenti bui perché quello era il giorno in cui Sakura ed io ci salutammo prima della mia dolorosa partenza dal Giappone.

Nell’abitacolo della sua utilitaria, quella stessa auto con cui avevamo esplorato in lungo e in largo le strade delle campagne del Kanagawa alla ricerca di bislacche e a volte tetre botteghe di rigattieri, ora era diventato luogo non luogo di un arrivederci. O forse di un addio.

Cercavo, un po’ goffamente, di sorridere perché non trapelassero la pesantezza di un distacco non ancora avvenuto e di una nostalgia per un passato non ancora diventato tale. Ma dentro di me un pianto sconsolato rimbombava per tutto il mio essere rimanendo però muto all’esterno.

Anche Sakura aveva tentato di camuffare quella malinconia che ci stava lentamente divorando. La nascondeva con il sorriso, lo scherzo e con fantasiose bozze di progetti per il futuro. 
Lei dava una pennellata di colore acceso sulla tela di questo futuro immaginato e io proseguivo il disegno. Poi mi fermavo e continuava lei. 
Pennellata dopo pennellata, tratto dopo tratto, ecco affiorare un trionfo brillante e ingarbugliato di piccoli progetti che avrebbero dovuto coinvolgerci direttamente ma soprattutto azzerare quella distanza che di lì a poco si sarebbe materializzata in tutta la sua soffocante desolazione .

Arrivederci, addii e onde marine

Nei giorni precedenti avevo già salutato le persone a me care e che mi erano state amiche e maestre lungo l’arco di quegli anni straordinari. E ad ogni saluto quel pianto interiore, che sarebbe stato inopportuno manifestare, aumentava di volume inglobando tutte le lacrime trattenute. 
Stava diventando una sorta di onda marina che, seguendo la direzione del vento, impetuosamente s’ingrossava assomigliando sempre più ad un cavallone.

Erano stati arrivederci, e in un caso purtroppo un addio permanente, e ogni volta ho provato un intenso dolore che mi lacerava il sorriso. 
Erano persone con cui avevo percorso quell’incredibile esperienza e che, spesso inconsapevolmente, mi avevano non solo aiutata ad ambientarmi e ad abituarmi alla miriade di differenze ma soprattutto a ricercare le somiglianze. O quantomeno ad innamorarmi follemente di quella diversità che, in fondo, non è che l’altra faccia della luna. 

Reminescenze

Era arrivata davvero l’ora di salutarsi e io non sapevo come fare. 
Non ce l’avrei fatta a congedarmi secondo quelle rigide regole di bonton che avevano alimentato l’onda marina. 

Ma poi come avrei potuto limitarmi ad un garbo e contenuto arrivederci, così come se niente fosse, proprio con la mia cara amica Sakura con cui l’amicizia era arrivata improvvisamente senza cerimonie per poi decantare lentamente attraverso il filtro della graduale comprensione linguistica che dava finalmente una tridimensionalità al tutto?  

Con Sakura, o Saku-chan come mi permise di chiamarla non appena iniziò a sgretolarsi il muro linguistico, a cui avevo fatto assaggiare nella mia cucina la pasta al gorgonzola;

Saku-chan che, in un delicato pomeriggio che profumava di bacche di ginepro, mi portò a visitare il giardino silenzioso di un vecchio tempio le cui incisioni sulla grande stele commemorativa di pietra, proprio davanti all’ingresso, mi aiutò a leggere navigando insieme a me in una giungla di caratteri obsoleti;

Saku-chan ed io, passeggiando un pomeriggio soleggiato per la Zama Kamijuku, avevamo abbozzato un progetto a cui avrei ripensato tante, tante volte soprattutto nei miei momenti bui in cui il bagliore di quei miei giorni giapponesi sembrava così dolorosamente lontano;

Saku-chan che fedelmente mi accompagnò a scovare, in un bizzarro negozio di cose vecchie sembravano porte temporali affacciate sul periodo Edo, un intero servizio di scodelle di una particolarissima lacca rossa e che erano appartenute ai monaci di chissà quale tempio;

La partita Danimarca-Giappone dei Mondiali di calcio del 2010 che Saku-chan ed io seguimmo in contemporanea, aggiornandoci sui risultati tramite messenger;

L’assaggio della cucina di Okinawa là, in quella locanda scura che aveva un solo tavolo, assieme a Saku.

Sigillo dell’amicizia

Ci guardammo in silenzio. I nostri occhi avevano assunto quel sottile ma percettibile velo di lacrime che per il momento aderiva ancora a noi…ma avrebbe resistito poco.

Ci abbracciamo forte e un pianto liberatorio ma anche tanto sconfortato ci investì contemporaneamente.

Che andassero a quel paese la compostezza, la calma, il sorriso fintamente rilassato e le frasette di circostanza ricamate da ringraziamenti, promesse più o meno attendibili di futuri incontri e inchini. 

La nostra amicizia aveva ricevuto il suo suggello in quel preciso istante, nell’abitacolo di quell’utilitaria, nel piazzale trafficato della stazione di Ebina, in quella sera di fine luglio.

L’aria estiva satura di umidità e pregna della mia malinconica inquietudine perché il Giappone non lo avrei mai lasciato.

Il dono

Singhiozzando, Sakura spezzò dolcemente l’abbraccio e mi diede dei doni che avrei conservato gelosamente e che mi avrebbero seguita nel buio tunnel che mi aspettava qui in Italia. Lontana da quella luminosità che aveva caratterizzato i miei anni giapponesi.

Tra i regali che Sakura mi diede, e che si erano un po’ inumiditi delle nostre lacrime, un ricettario per preparare gli o-bentō.

Il ricettario di bento di cui mi fece dono Sakura, in quel piazzale di Ebina.

Non era un libro qualsiasi ma un volume che lei stessa acquistò nei suoi primi giorni di matrimonio quando, resasi conto delle sue scarse (a suo dire) doti culinarie in fatto di bento, necessitava di un supporto che la guidasse passo dopo passo nella buona realizzazione di un pasto da portare via. 

Il suo ricettario è ancora qui con me e lo consulto ogni tanto, forse non troppo spesso perché inevitabilmente riaccende una malinconia che non sempre sono pronta ad accogliere, ma è uno dei miei fedeli compagni di libreria.

Gli ultimi istanti

Ci abbracciammo ancora una volta. Nel sacchetto avevo messo tutti i suoi regali compresa una lettera che mi chiese di leggere durante il viaggio e non subito. Una richiesta che rispettai e onorai.

Riuscire a raccogliere tutte le proprie energie in quel momento e poter scendere da quell’auto richiese molta forza di volontà. 
Mi chiusi la portiera alle spalle e rimasi immobile per qualche istante fingendo che quella era una sera qualunque e che avrei rivisto Saku-chan nei giorni successivi e ci saremmo inventate qualche altra avventura.

Quando mi voltai, vidi che Sakura sorrideva ma aveva il volto rigato di lacrime e gli occhi che parevano luccicare. 
Aveva sul volto il sorriso di chi sa che deve sorridere per non soccombere al pianto.

La salutai con la mano, le sorrisi e mi mescolai nella penombra che divideva il piazzale da uno degli ingressi alla stazione. 
Salii le scale grigie e percorsi il corridoio che conduceva alla linea Sagami, quella piccola linea ferroviaria che attraversava il cuore verde delle risaie e mi portava fino a casa… là, in quella mia casa bianca e blu che ancora in un certo senso mi conserva.


Furoshiki per Biancorosso Giappone

La richiesta di Kyoko

“Marianna, quando torni in Italia dovrai fare da ambasciatrice del furoshiki!” – mi disse Kyoko col suo abituale tono autoritario, incorniciato dai suoi drittissimi capelli color mogano e da quei severi occhiali stretti da vista.
Eravamo appena ritornate da un corso di tecniche di annodamento dei furoshiki, tenutosi in una lunga e stretta bottega ad essi dedicata, in un assolato vicolo a Tokyo. Un posto, quello, dove forse non riuscirei più a far ritorno.

Kyoko riusciva sempre a farmi provare un misto tra soggezione, ammirazione e timore. Sapeva impartire ordini con la risolutezza di un generale ma lo faceva con quegli occhi che tradivano una traccia di sorriso. E questo acuiva la confusione.
Se alle volte mi appigliavo a quella scia di sorriso nei suoi occhi cercando di percorrere un’ipotetica linea scherzosa ecco che lei, molto rapidamente, mi richiamava all’ordine.

Se invece, al contrario, ignoravo quella venatura di buonumore e rimanevo saldamente ferma su una linea più seria ecco che lei si ammorbidiva e mi invitava a fare altrettanto.

Insomma, frastornamento a parte, secondo lei avrei dovuto calarmi nei panni dell’ambasciatrice dei furoshiki in suolo italico. Una proposta / ordine, per la verità, che in quel momento non presi seriamente perché già sapevo che avrei dovuto lasciare il mio amato Giappone e solo all’idea mi sentivo pervadere da malessere e nausea.

Furoshiki
Furoshiki frutto della collaborazione tra Biancorosso Giappone e Hug Me Mama

Cosa sono i furoshiki?

I furoshiki sono un elemento distintivo della cultura giapponese. Ne ho scritto tanto negli anni.
In poche parole si tratta di panni di stoffa (cotone, seta, tessuti sintetici ecc.), generalmente quadrati, utilizzati per avvolgere regali oppure tutto ciò che andrà trasportato come ad esempio il pranzo da portare al lavoro o a scuola, libri, bottiglie e molto altro.
I furoshiki sono però anche uno strumento di grande ingegno che nei secoli ha saputo coniugare semplicità, praticità ed eleganza. Infatti, non svolgono solo la funzione di involucro ma anche di contenitore: i furoshiki sanno diventare, all’occorrenza, sporte della spesa, coprispalle, copricapo, borsette da passeggio e tanto altro a cui l’unico limite è dato dalla fantasia.
Saranno le varie tecniche di annodatura a conferire al furoshiki, di volta in volta, un ruolo nuovo.

Furoshiki
Alcuni furoshiki della mia collezione personale

Alcuni miei bento settimanali, i Mariben, che ho avvolto in furoshiki. Qui il panno non serve solo a facilitare il trasporto del pranzo ma ha anche funzione di elegante tovaglietta.

Invenzione ecologica recente?

Niente affatto. E forse sta proprio questo suo filo diretto con l’antichità a renderlo irresistibilmente affascinante. E’ stato un vero apripista, un anticipatore delle proposte dei movimenti ambientalisti che sarebbero sorti parecchi secoli dopo il suo ingresso.
Pare che le sue origini siano da far risalire al Periodo Nara (710-794) quando un predecessore del furoshiki veniva utilizzato per proteggere e trasportare in tutta sicurezza oggetti preziosi, soprattutto appartenenti a templi e santuari.

Circa seicento anni dopo, invece, uno shogun di nome Yoshimitsu Ashikaga – nonché privilegiato residente presso l’acclamatissimo Kinkakuji di Kyoto – fece costruire un complesso termale nell’antica capitale dove furono invitati molti signori feudali provenienti da varie regioni del Giappone. Per evitare che i loro indumenti ed effetti personali si mescolassero, iniziò a diffondersi fra essi l’abitudine di usare dei panni di stoffa con cui trasportare abiti puliti da indossare dopo il bagno. La poliedricità del furoshiki era cosa evidente della prima ora e infatti non si prestava solo come sacca porta-indumenti ed effetti personali ma anche come tappetino su cui poggiarsi durante il cambio.
Il nome stesso furoshiki 風呂敷 è composto da 風呂 furo che significa bagno e da 敷 shiki che indica lo stendere qualcosa, tipo un panno, per terra.

Un precursore…riscoperto.

Come spesso accade a tutti gli antesignani di qualcosa, anche il furoshiki fu riscoperto e rivalutato a più riprese nel tempo ritrovando nuova lucentezza nella primavera del 2006 – l’anno in cui me ne andai in Giappone, guarda caso – grazie alla campagna di sensibilizzazione ambientale promossa dall’allora Ministro dell’Ambiente, Yuriko Koike.
La campagna della signora Koike intendeva sensibilizzare il pubblico ad una riduzione dei rifiuti e a tal scopo lanciò un’innovativa linea di furoshiki realizzati con tessuti ricavati dalla lavorazione delle bottiglie in PET.
La linea di questi furoshiki doppiamente ecologici aveva come nome una dolce parola giapponese – もったいない mottainai – che indica il rammarico o il dispiacere per un qualcosa che viene buttato via senza che prima ne siano state sfruttate tutte le potenzialità.

Furoshiki e libri
Uso spesso i miei furoshiki per avvolgervi libri.

Libro e furoshiki
Un mio libro avvolto nel furoshiki

Il furoshiki di Biancorosso Giappone

Sognavo da veramente molto tempo di poter proporre un furoshiki che fosse in qualche modo collegato al mio blog e a me. Non dimenticate, d’altra parte, che sono l’ambasciatrice dei furoshiki, con la nomina ricevuta direttamente da Kyoko-san!
Certamente scherzo sul mio ruolo di ambasciatrice ma non scherzo sulla volontà presente da tanto tempo di rendere accessibile a tutti questo panno ispirato alla tradizione del Vecchio Giappone e che, menomale per noi, è ancora viva.

Furoshiki
Ecco il furoshiki creato da Francesca di Hug Me Mama per Biancorosso Giappone.
Sullo sfondo, una kokeshi dipinta dalla mia amica Dea.

Nasce così la collaborazione con Francesca, di Hug Me Mama.
Francesca è una sarta autodidatta che ha conquistato la mia simpatia per la sua onestà e la sua voglia di imparare e creare ma sempre nel rispetto della propria arte.
Ma di lei mi ha colpita specialmente la sua spiccata capacità estetica nel saper scegliere tessuti con forti richiami al Sol Levante.

Insomma, mi piaceva l’idea di proporre questo elemento culturale giapponese a me caro, prodotto però con orgoglio in Italia da una giovane sarta volenterosa.

Questo furoshiki che Francesca ha creato appositamente per Biancorosso Giappone è, non a caso, bianco e rosso e riprende un motivo che gioca molto sul richiamo dell’origami.

Caratteristiche

Furoshiki

Furoshiki di Francesca per Biancorosso Giappone

Il furoshiki che ha Francesca ha realizzato per Biancorosso Giappone ha la misura standard di 50cm x 50cm ed è in morbidissimo cotone biologico.
Francesca utilizza solo stoffe a tessitura diagonale. La scelta, così apparentemente insolita, è dovuta alla capacità che queste stoffe hanno di sorreggere e sostenere in maniera confortevole un neonato, accompagnandone la forma del corpo e senza dunque interferire con la sua fisiologia.
Questo perché Francesca coltiva un profondo interesse verso questi marsupi adatti a mamme con bambini molto piccoli.

Furoshiki e bento
Il furoshiki di Francesca utilizzato per avvolgere un bento blu.

Potete contattare Francesca tramite i suoi canali social su Facebook e Instagram per ordinare non solo il furoshiki bianco e rosso di Biancorosso Giappone ma anche altri panni realizzati con stoffe sempre di ispirazione giapponese.
Su richiesta realizza, se lo si desidera, furoshiki abbinato ad una pochette.

Hug Me Mama
Hug Me Mama e Biancorosso Giappone

Salsa giapponese al sesamo


Salsa giapponese al sesamo

La salsa giapponese al sesamo, chiamata ごまドレッシング goma-doresshingu, è uno di quei condimenti che una volta assaggiati difficilmente si dimentica. Se si ama il sapore del sesamo, poi, l’amore a primo assaggio è pressoché assicurato.

Si tratta di un condimento cremoso, mediamente denso a seconda delle proporzioni, a base essenzialmente di sesamo tritato, maionese e aceto di riso.

Un sapore casalingo

ごま Goma è la parola che in giapponese indica il sesamo mentre il termine ドレッシイング doresshingu è una trascrizione del termine inglese dressing che indica un condimento, generalmente per insalate, già miscelato.
Le due parole quindi sono un’unione tra un ingrediente antico presente nella cucina del Giappone da secoli e un concetto occidentale – quello di condimento per insalata – espresso appunto mediante la trascrizione in sillabario katakana.

Si tratta, in fondo, di un condimento non appartenente alla tradizione ma introdotto in seguito all’incontro tra la cucina autoctona e quelle occidentali. La presenza della maionese ne è una lampante dimostrazione.

La salsa al sesamo gode di grande diffusione e popolarità nella cucina giapponese casalinga contemporanea; in Giappone infatti è un prodotto comune sugli scaffali del supermercato e generalmente la si trova confezionata in bottiglie di vetro oppure di plastica di varie dimensioni.

Utilizzi

La salsa al sesamo giapponese è naturalmente deliziosa per condire una semplice insalata ma potete certamente servirla come saporito accompagnamento a della carne, pesce o delicate verdure cotte al vapore.
E’ una delle salse che in Giappone solitamente accompagnano l’insalata di cavolo crudo, fedele contorno nei piatti di tonkatsu e simili preparazioni di carne impanata nel パン粉 panko e fritta.

Realizzazione casalinga

Preparare la salsa giapponese al sesamo in casa è semplice. Vi serviranno pochi ingredienti che dovrete solamente unire e mescolare.
Ovviamente non esiste – o forse non esiste più – un’unica ricetta ma numerose versioni che giocano sulle proporzioni ora di un ingrediente e ora dell’altro in base al risultato che si intende ottenere.

La versione che vi propongo io è quella che preferisco perché facile da realizzare, composta da ingredienti comuni ed economici e adatta a tutti (salvo in casi di allergie o intolleranze).

ごまドレッシング Salsa giapponese al sesamo

INGREDIENTI

5 cucchiai di maionese (anche vegetale va bene)
1 cucchiaio e mezzo di aceto di riso
2 cucchiaini di salsa di soia di qualità
2 cucchiaini di zucchero
mezzo cucchiaino di sale fino
2 cucchiai abbondanti di sesamo tritato
2 cucchiaini di olio di sesamo

  1. Tritare il sesamo in un すり鉢 suribachi cioè il mortaio giapponese oppure in un mixer.

2. In una scodella versare il sesamo tritato e aggiungervi tutti gli altri ingredienti elencati nella ricetta. Mescolare bene.

salsa al sesamo
Goma-doresshingu o salsa al sesamo

3. La salsa al sesamo è pronta per essere servita subito. Si conserva, in un contenitore ben chiuso e riposto in frigorifero, per un paio di giorni. Ma vi assicuro che non durerà!

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Cucina giapponese casalinga: Okonomiyaki お好み焼き

Okonomiyaki casalingo

Sempre qui

Istanti, ore, giorni, mesi e poi stagioni scivolano via a quella velocità che sembra accelerare di pari passo con l’aumentare dei propri anni.

Il tempo come propulsore di se stesso.

Mi sembrano passate solo poche settimane da quei pomeriggi torridi trascorsi qui in città nel tentativo – spesso invano – di trovare refrigerio in clementi sbuffi di pigra brezza oppure in una coppa di sorbetto.
E invece eccoci qua a febbraio con pesanti fiocchi di neve che impreziosivano Torino solo ieri mentre percorrevo in solitaria la regale Via Po.
Ed io, avvolta in una pesante giacca ed una spessa coltre di pensieri, mi sono rifugiata nei corridoi profumati e vellutati della Luxembourg, l’antica libreria inglese di Torino. Dalle sue vetrate ingioiellate dai volumi di Dickens, di Jane Austen, delle mia amatissime Lyrical Ballads di Wordsworth e Coleridge ammiravo quei grossi fiocchi cadere giù sullo sfondo maestoso di Palazzo Carignano.
Avrei voluto piangere dall’emozione che nasce dalla purezza di un istante.

Il conforto dei sapori del Giappone

I sapori giapponesi sono ciò a cui faccio ritorno non solo per ritrovare confortanti piaceri del palato ma per regalarmi il prezioso e privatissimo lusso del potermi isolare nella mia piccola cucina e ritrovare in un fragrante abbraccio il mio Giappone dell’anima.
E questa volta ho voluto percorrere questa strada olfattiva del cuore preparando un piatto che per me rimarrà per sempre ed indissolubilmente legato al mio girovagare da spensierata flâneuse a Osaka.

C'è scritto okonomiyaki.

お好み焼き Okonomiyaki

L’okonomiyaki è stato il piatto che ho scelto per questo mio ripercorrere del sentimento e del ricordo.
Si tratta, in parole povere, di una sorta di pancake salato composto principalmente da cavolo, carne o pesce, qualche altra verdura, il tutto tenuto insieme da una pastella a base di farina, uova e acqua.
Il suo stesso nome è un invito alla versatilità: esso, infatti, può essere tradotto pressappoco con “ciò che preferisci, alla griglia”. Perché in effetti è di questo che si tratta cioè di una sorta di gustosa parentesi dedicata a ciò che si predilige, il tutto cotto sulla caratteristica piastra di ferro.

In Giappone l’okonomiyaki è una specialità che si può gustare in ristoranti ad esso dedicati ma è comunque un piatto presente su tanti menù proprio perché amatissimo da tutti.


Stile Kansai e Hiroshima

Illustrazioni okonomiyaki
Dall’alto a sinistra, in senso orario: okonomiyaki stile Kansai, stile Hiroshima, salsa per okonomiyaki e monjayaki di Tokyo. Illustrazioni di イラスト屋

Come spesso accade coi piatti celebri, non esiste una sola versione unica e immutata ma più interpretazioni che variano da zona a zona.
Nel caso dell’okonomiyaki la grande distinzione che generalmente si fa è tra lo stile tipico del Kansai – cioè nel Giappone occidentale – e Hiroshima: nel Kansai solitamente si mischiano gli ingredienti alla pastella formando un composto unico mentre a Hiroshima si preferisce ricavare dalla pastella delle crepe che verranno poi successivamente farcite con gli ingredienti scelti.
Anche Tokyo vanta una propria versione dell’okonomiyaki, decisamente meno diffusa delle altre due, e che si chiama もんじゃ焼き Monjayaki.
Il monjayaki è più simile all’okonomiyaki del Kansai ma con una consistenza assai più liquida per la presenza di dashi nel composto.
Ai monjayaki Tokyo riserva un’intera strada costellata di tanti ristoranti specializzati in questa versione del gustoso pancake: Tsukishima 月島.

Bisogna inoltre menzionare i モダン焼き Modanyaki, la versione di okonomiyaki che prevede l’aggiunta di spaghetti 焼きそば yakisoba al composto rendendo il piatto molto sostanzioso e decisamente adatto al periodo invernale.

Origini

Come buona parte dei piatti giapponesi anche l’okonomiyaki vanta una sua storia avvolta però nelle nubi del tempo che si confondono con quelle della leggenda. C’è chi lo fa risalire ad alcune preparazioni a base di una pastella di farina che accompagnavano le cerimonie del tè nel corso del XVI secolo; altri collocano gli avi di questo delizioso pancake nel Periodo Edo individuandone dei precursori.
Altri ancora, invece, ritrovano le sue origini in una storia assai più recente e a noi più vicina ossia il periodo della Seconda Guerra Mondiale. Tutti i popoli del mondo generalmente nei periodi di guerra e carestie, spinti dal senso di sopravvivenza, riescono a scoprire un’inventiva ed una creatività strabilianti nel riciclare tutto il riciclabile e creare da esso qualcosa di nuovo.
E i giapponesi non sono certamente diversi in questo. Secondo alcune teorie, infatti, l’okonomiyaki nacque proprio in periodi di scarsità principalmente di riso perché permetteva con poco o nulla di preparare un pasto gustoso in grado di placare il senso di fame.
Bastano poche manciate di verdure, un po’ di farina, dell’acqua, un uovo e in men che non si dica un pasto sostanzioso è pronto da servire.

L’okonomiyaki preparato in casa

okonomiyaki
Okonomiyaki casalingo

Per preparare un buon okonomiyaki in casa servono pochissimi ingredienti – tutti di facile reperibilità (incluse le salse) proprio per rimanere fedeli al principio fondante di questa rubrica.
Non vi serve nemmeno munirvi dell’apposita piastra o della spatolina specifica; basteranno infatti una padella antiaderente ed una paletta per alimenti qualunque.

Passiamo dunque alla ricetta.

お好み焼き Okonomiyaki (stile Kansai)

Ingredienti
Ingredienti per un buon okonomiyaki casalingo.

Ingredienti per un okonomiyaki per due persone molto affamate:

4 calamari puliti e tagliati a pezzetti*
200g di cavolo tagliato a striscioline
1uovo
100g di farina
100ml d’acqua
Sale e pepe q.b.
1 cucchiaino di salsa di soia
Olio vegetale per la cottura in padella

*Potete sostituire con carne di vostra scelta, gamberi, pesce azzurro o solo verdure.

Per le salse**:
2 cucchiai di salsa Rubra o ketchup
1 cucchiaio di salsa di soia
1 pizzico di cannella in polvere
Maionese per i ghirigori

**La tipica salsa da okonomiyaki è marroncina e molto aromatica. La più famosa in commercio è quella della marca Otafuku. Esistono molte ricette per realizzarne versioni casalinghe ma io ho optato per questa variante semplicissima e senza pretese.

  1. In una scodella sbattere l’uovo, aggiungere l’acqua, il sale, il pepe e la salsa di soia.
  2. Aggiungere la farina un po’ per volta e mescolare bene. Otterrete così la pastella.
  3. Versare il cavolo e la seppia (o l’ingrediente di vostra scelta) alla pastella e amalgamare bene il tutto.
  4. Scaldare una padella antiaderente e capiente (io ne ho usata una del diametro di circa 30cm) e ungerne l’interno uniformemente con poco olio.
  5. Versare tutto il composto e, aiutandosi con una padella, appiattirlo fino ad ottenere uno spessore di circa 2cm. Sistemare i bordi in modo che siano regolari.
  6. Lasciare cuocere a fiamma medio bassa per circa 8-9 minuti dopodiché aiutandosi con un piatto o con un coperchio capovolgere l’okonomiyaki e farlo cuocere dall’altra parte per altri 8-9 minuti.
  7. Per la salsa mescolare la Rubra con la salsa di soia e il pizzico di cannella.
  8. Trasferire l’okonomiyaki sopra un piatto e spennellarne la superficie con la salsa appena preparata. Decorate, se lo desiderate, con dei ghirigori di maionese. Volendo potete anche guarnire con una generosa manciata di 鰹節 katsuobushi o tonnetto essiccato in scaglie.
  9. Servire. Potete servire il vostro okonomiyaki con zuppa di miso e riso al vapore.
Okonomiyaki teishoku
お好み焼き定食

Per la zuppa di miso potete seguire le mie istruzioni video qui. Per il riso invece vi invito a leggere questo mio scritto qui.

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

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