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Mizudashi e pura ispirazione notturna

Un malinconico scorcio della mia città, Torino.

Ricordo un periodo in cui si usava inviare cartoline dai luoghi visitati. Ecco, considerate questo struggente scorcio torinese come una cartolina d’antan trasmessa, però, attraverso la rete.

E’ notte fonda in questo preciso istante. Ottobre è giunto a noi con i suoi già gelidi svolazzi e i suoi cinerei cieli che sembrano offrire uno sguardo sull’infinito.

Torino è addormentata, avvolta nella sua caratteristica coltre di inizio autunno adornata dalle prime pennellate color fumo. Nell’aria la fragranza delle prime pioggerelle della stagione ovvero quelle che i giapponesi – nel loro straordinario lessico delle stagioni – chiamano 秋雨 akisame.

E’ notte fonda, dicevo. Pensieri si avvicendano vorticosamente in un convulso valzer che non accenna a finire. E grazie a un’accurata selezione musicale di Red Ronnie, ho riascoltato dopo tanto tempo la grazia acustica di un grande poeta della musica di alcuni decenni fa: Rod Stewart.
Ascolto il lirismo struggente dei suoi versi intessuto con la soavità di quella musica e…i miei occhi iniziano a riempirsi di lacrime. E non riesco a smettere di piangere.

L’inconfondibile voce roca di Rod mi riporta ai miei primi anni statunitensi quando vivevo a Dallas, più precisamente in quel sobborgo isolato e dolorosamente avvilente agli occhi della Marianna diciannovenne che ero: Glenn Heights.

Rod Stewart accompagnava quei giorni lunghissimi in quel luogo in cui, un giorno, promisi a me stessa di non tornare mai più. E sebbene ancora oggi avverta la pugnalata lancinante della nostalgia per la mia America – quell’America che ho chiamato casa per molti anni – non tornerei a Glenn Heights per nulla al mondo.

Scie di poesia urbana in Lungo Po Cadorna, a Torino.

Squarcia lo scorrere di questa giovinezza.

Così scrive un anonimo poeta urbano sulla balaustra di pietra sul Lungo Po Cadorna.

Veritiera e lacerante constatazione.

Quante volte ho percorso il Lungo Po della mia amata città, instancabilmente sia a monte sia a valle, godendo della caratteristica fragranza che l’antico Eridano emana amalgamandosi con l’aria taurinense.

E squarcia davvero lo scorrere della giovinezza. E’ proprio sul Lungo Po Cadorna che io mi rivedo bambina, in una lontanissima e torrida estate di tanti tanti anni fa. Forse l’estate del 1985. Ero con mia mamma, all’epoca giovanissima ragazza madre, lasciata sola a fronteggiare le immani difficoltà dell’essere madre e padre contemporaneamente. Sedute sulle sedie bianche di una chiosco, ricordo la mia vivacità e lo scambio di battute scherzose tra mia mamma e un giovane ragazzo magrebino.

Era sera. I parapetti di pietra erano illuminati dai lampioni del lungofiume, dalle luci bianche del chiosco e dall’illuminazione della vicina Corso San Maurizio. Dallo scuro manto fluviale si innalzava l’afa della giornata accompagnata dall’odore verde e algoso che il buio Eridano ha per sempre impresso nel mio cuore non lasciandolo più.

Ricordo la mia mamma sorridente in un raro momento di spensieratezza di quegli anni per lei così dolorosi. Ricordo quel giovane ragazzo seduto in un tavolo vicino, da solo. Chissà cosa diede vita a quella momentanea simpatia. Un divertente scambio di battute, alcune a voce ma altre scritte su un pezzo di carta in un francese improvvisato e che io da piccola divertita messaggera portavo al ragazzo da parte di mia mamma e viceversa.

Ce ne andammo dopo il gelato. Un saluto e il piacevole scambio finì. E noi tornammo a casa, allontanandoci – ma mai troppo – da Eridano e dalle sue sponde.

E non avrei di certo immaginato che, molti anni e giramondare dopo, sarei venuta ad abitare proprio a pochi passi da quella stessa balaustra e dunque dall’indomito Eridano che non ha mai smesso di aspettarmi.

Congerie di pensieri e…mizudashi

In questa vera congerie notturna di pensieri un po’ alla rinfusa e mescolati al magma sempre incandescente della nostalgia, ripenso a come solo poche settimane fa regnava ancora quell’afa che riesce a far sembrare l’estate un distante ricordo in bilico sul confine del sogno.

In una giornata di quel caldo distante ormai, ho preparato una semplice quanto benefica bevanda giapponese: il tè verde mizudashi.

Il mio tè verde mizudashi…in una calda giornata d’estate.

Il termine 水出し mizudashi si riferisce a un metodo d’infusione a freddo, applicabile al tè come anche al caffè.

Il procedimento è così semplice da non necessitare nemmeno di una spiegazione. Ci tengo però a condividere con voi il segreto per un delizioso tè verde giapponese mizudashi.

Occorrente:

1 litro d’acqua
10g di tè verde giapponese (consiglio il sencha)
1 bottiglia o contenitore
1 bustina vuota da tè

Dieci grammi di sencha giapponese e una bustina vuota

Naturalmente non sono obbligatorie le bustine. Potete tranquillamente versare le foglie di tè nell’acqua e filtrare la bevanda quando l’infusione sarà pronta.
In un negozio di corso San Martino, a Torino, un giorno ho trovato in maniera del tutto inaspettata proprio una confezione di queste bustine di provenienza giapponese:

Le ocha-pakku trovate inaspettatamente in Corso San Martino, a Torino.

Riempire una bottiglia o una caraffa con un litro d’acqua fresca e tuffarvi dentro i 10g di tè verde giapponese, con o senza bustina. A voi la scelta. Riporre il tutto in frigorifero per almeno un’ora e mezza dopodiché togliere la bustina oppure filtrare il tutto e…gustare!

Il tè verde giapponese preparato con il metodo del mizudashi è una deliziosa alternativa al tè caldo.

E’ ora di riposare

La vena poetico-musicale di questa mia congerie notturna si conclude sulle note commoventi di Paul Simon e la sua struggente American Tune.

Still, tomorrow’s going to be another working day
And I’m trying to get some rest
That’s all I’m trying to get some rest

Banzai. Guida al Giappone e alle sue guerriere

Ero nella mia amata galleria ottocentesca Umberto I a Torino a sorseggiare un matcha latte 抹茶ラテ preparato sorprendentemente ad arte da Avocuddle. Come avevo già fatto migliaia di volte nella mia vita, anche quel giorno i miei occhi si beavano dell’eleganza di quella galleria progettata nel puro stile dei passage parigini.
Ed ecco arrivarmi un inaspettato messaggio che sapeva di Giappone e di guerriere.

Un giapponesissimo matcha latte…nel cuore di Torino!

A scrivermi il messaggio è stata Elisabetta Percivati, in arte Epi, una giovane illustratrice torinese con il talento per il disegno e il racconto. E una passione travolgente per i viaggi.
Tre ingredienti che Epi è riuscita abilmente ad intrecciare fra di loro dando vita ad uno stile narrativo distintivo e riconoscibile.
Devo ammettere che non conoscevo Epi e nemmeno il suo lavoro. Eppure in pochi istanti ho colto la preziosità del suo messaggio.

Dall’Islanda al Giappone

Infatti, Epi inizia a filare il filo della sua magica narrativa visivo-emotiva con Takk. Perdersi in Islanda, un tributo d’amore a una terra dove l’autrice si ritrova per motivi di studio e di cui finisce per innamorarsi. Uno scrigno di ricordi, sensazioni, esperienze e insegnamenti che Epi sapientemente crea con le sue illustrazioni e i suoi racconti.

Ecco come Becco Giallo, il suo editore, presenta Takk. Con queste parole:

Un viaggio in Islanda, un reportage sulla storia e sulla cultura islandese dove convivono antichi elfi e moderni lupi.

Una giovane fumettista italiana finisce per errore in Islanda, e se ne innamora perdutamente. Seguono quattordici anni di vita e ricordi minuziosamente raccolti in questo libro, che parla a tutto tondo di una nazione dagli occhi di ghiaccio e dal cuore di lava.

Uno degli ultimi paradisi perduti, ammirato dal resto del mondo eppure non privo di scheletri sepolti
nell’armadio, di notizie occultate, corruzione e inchieste ambientali internazionali.”

La filatura dell’ammaliante tessuto narrativo prosegue con l’opera per cui Epi mi ha scritto. Un salto geografico che va dall’Islanda al Giappone per giungere al suo incantevole Banzai. Guida al Giappone e alle sue guerriere.

Banzai. Guida al Giappone e alle sue guerriere

Lo splendido viaggio cartaceo di Epi nel Sol Levante

Con questo generoso volume, Epi ci prende delicatamente per mano e ci accompagna nell’esplorazione di questo suo diario di viaggio. Un resoconto appassionato di un suo viaggio in Giappone che però diventa viaggio per chiunque apra la prima pagina.

Un viaggio…di carta!

Devo confessare di non essere un’esperta del fumetto. Da bambina, come penso tanti della mia generazione, ho amato i fumetti della Disney, le avventure di Braccio di Ferro come anche le storie di Cucciolo, Beppe e Tiramolla di Rebuffi. Da adolescente non avrei voltato le spalle a questi classici senza tempo ma avrei allargato i miei orizzonti scoprendo il fascino irresistibile dell’investigatore dell’incubo di Tiziano Sclavi: Dylan Dog.
A quest’ultimo assocerò per sempre il ricordo di una piccolissima e stracolma libreria dell’usato, nel mio quartiere di periferia a Torino, dove compravo i fumetti di seconda mano del tenebroso detective a duemila lire. Una libreria, ormai scomparsa e inghiottita dal tempo, dove i libri avevano piano piano reclamato ogni cm di spazio, un po’ come rigogliosi rovi reclamano un vecchio edificio.

Nei miei anni in America, poi, avrei proseguito nella mia modesta scoperta del fumetto attraverso le nostalgiche storie di Archie, un personaggio a cui sono affezionata ancora adesso.

In Giappone, invece, mi sarei ritrovata circondata da un’infinità di possibilità fumettistiche. Non solo: avrei scoperto quanto più ampio e più variegato fosse (e sia tutt’ora) il pubblico amante di questo genere artistico-narrativo che invece da noi è comunemente associato all’infanzia e all’adolescenza.
Nonostante tutto, avrei sempre mantenuto un distacco dato forse da una sorta di soggezione. Chissà.
Però nei miei lunghi pomeriggi nipponici, specialmente quelli nel mio accogliente e profumato studio al piano di sopra, mi sarei persa nelle avventure senza tempo di Doraemon, Yotsuba-to, Sazae-san e Kobo-chan.

Ma il diario di Epi non si sarebbe rivelato un semplice fumetto qualunque: avrei scoperto in esso ben di più.

Il viaggio di Epi e le sue guerriere

Il programma. Foto volutamente un po’ sfocata perché questo è un viaggio soprattutto dell’anima.

Nello sfogliare curiosamente prima e nel leggere attentamente poi il diario di Epi, ecco accompagnarmi una sensazione: quella del viaggio come esperienza fisica e spirituale. Non una mera avventura vissuta tramite un racconto di altri quindi con frapposta la naturale distanza tra narratore e lettore. Qui si percepisce, invece, l’emozione elettrizzante della scoperta e riscoperta.
Per me, poi, che col Giappone mantengo un legame vivo e sentitissimo, viaggiare con Epi è stato come tornare a casa.

Una pagina d’assaggio

Dalla partenza all’arrivo e poi dall’inizio di tutto all’adesso. E tutto ciò che vi è nel mezzo.

Il viaggio di Epi, e di conseguenza il viaggio di chi legge, segue un preciso tema nonché percorso: le storie di donne giapponesi lontane e vicine che sono riuscite a lasciare un’impronta e un messaggio forte in un Paese tradizionalmente maschilista.

Un filo rosa

Un altro assaggio

Un filo rosa, dunque, tiene uniti i momenti di questo patchwork esplorativo quasi magico alla scoperta di donne coraggiose, intraprendenti, anticonformiste e forse semplicemente depositarie di intriganti intuizioni.
L’esplorazione assieme a Epi è a volte così accurata e realistica da commuovere. Come ad esempio quando ci si trova nei dintorni dell’immensa e trafficatissima stazione ferroviaria di Shinjuku oppure accomodati in un kaiten-zushi. L’accuratezza delle illustrazioni restituisce al lettore un’emozionante sensazione di essere proprio lì. Si sentono i rumori del traffico cittadino, i segnali acustici dei semafori, i concitati richiami registrati dei negozi verso i clienti, gli irasshaimase gridati con vigore. Si percepisce il profumo del pesce fresco mescolato a quello del sencha bollente; la fragranza dolciastra delle caldarroste e dei taiyaki.

Viaggio dell’anima attraverso un sentiero di carta

Epi porta a conoscenza dei suoi lettori nomi delle guerriere che spesso sono sconosciuti a tanti italiani. Ci parla della straordinaria cantante Misora Hibari, della designer Mari Murata, dell’acclamata attrice Sadayakko (a tal proposito vi rimando anche alla biografia che Lesley Downer le dedicò: Madame Sadayakko: The Geisha Who Bewitched the West), della donna samurai Tomoe Gozen e tante altre donne del Giappone antico, moderno e contemporaneo che in qualche modo hanno cambiato il corso della storia.

Un percorso originale, carico di emozioni e da cui traspaiono l’intensa passione che ha animato questo progetto.

Un messaggio di fiducia

Un messaggio di fiducia

Ho accompagnato Epi e ho viaggiato assieme a lei attraverso questa navicella di carta che tutti accoglie e nessuno esclude. In essa ho rintracciato un modo con cui attingere dal coraggio e dalla determinazione di chi ci ha ci preceduto, distante o vicino che sia sulla linea del tempo. Poco importa. E nell’epoca di stravolgimenti e capovolgimenti che stiamo vivendo, qualunque tributo al coraggio è ben accetto.

Tempura Stories: fragranti contemplazioni

Una tenpura ideale.
Immagine di いらすとや

C’è profumo di tempura (o tenpura, per usare la forma traslitterata corretta) nella cucina virtuale di Biancorosso Giappone!


Uno dei libri prediletti della mia libreria giapponese è un prezioso volumetto acquistato qualche anno fa da Tanabata, dedicato alla cultura alimentare nel periodo Edo.
Sono un’appassionata di storia giapponese dell’epoca Edo che durò circa due secoli e mezzo (1603-1868). Caratteristica principale di quell’epoca fu il controllo della potente famiglia Tokugawa su tutto il territorio, tramite l’instaurazione dello shogunato (bakufu 幕府).
Il periodo Edo – o Edo-jidai 江戸時代 in giapponese – è un’epoca che affascina gli storici e gli appassionati di cultura nipponica per le sue peculiarità. Fu, ad esempio, l’epoca della politica di isolamento quasi totale (nota come sakoku 鎖国 ) iniziata a metà del Seicento e terminata nel 1853 con le famigerate navi nere o kurofune 黒船 del Commodoro Perry. Fu l’arrivo di quelle temute navi da guerra statunitensi a sancire di fatto la fine non solo del Giappone feudale ma del Vecchio Giappone. Per sempre.
I due secoli e mezzo di isolamento favorirono la riscoperta e la valorizzazione di saperi indigeni, delle arti e della letteratura. Fiorì l’editoria e la letteratura conobbe una popolarizzazione effervescente e davvero piena di vitalità.

La tavola del periodo Edo

Uno dei miei libri preferiti: 江戸の食卓 Edo no shokutaku. La tavola del periodo Edo.

Un libro di poco più di duecento pagine in cui sono conservate affascinanti notizie di quell’epoca lontana eppure ancora presente. Curiosità e peculiarità delle abitudini alimentari del tempo che riescono a darci strumenti con cui degustare prospetticamente anche la tavola giapponese di adesso.

Nel libro sono contenuti, ad esempio, sfiziosi racconti sulla nascita e l’evoluzione del sushi. Vi sono affascinanti aneddoti che illustrano il rapporto che la cucina giapponese ha con le uova e con la carne di pollo. Ritroviamo appassionati ritratti dedicati al tofu, al miso e alla soba. E inframezzati qua e là, ecco qualche ricetta raccontata con la leggerezza di un’amica che ti spiega il procedimento migliore per realizzare questo o quel manicaretto.
E in mezzo a tutto questo, non mancano i numerosi episodi che ci raccontano di imperatori buongustai e ingordi samurai.

Uno shogun goloso

Tokugawa Ieyasu, fondatore nonché primo shogun dello shogunato Tokugawa.

Il libro ci racconta, tra le tante cose, un fatto che sembra però essere sospeso in quello strano mondo tra una realtà distante nel tempo e la leggenda. Insomma, non si sa con certezza se siano andate davvero così le cose.

Comunque sia, secondo questa storia, l’illustre primo shogun Tokugawa Ieyasu pare fosse un golosone con un debole per la tempura.

Bisogna precisare che in Giappone, a differenza di quanto avveniva nella vicina Cina, la frittura non era una tecnica di cottura conosciuta. Storicamente sappiamo che essa fu introdotta dalle numerose delegazioni di missionari gesuiti portoghesi che approdarono in Giappone tra il quindicesimo e la prima metà del sedicesimo secolo.

Croccanti etimologie


Fu comunque in quel periodo, secondo alcune teorie, che il termine tempura entrò nella lingua giapponese. Alcuni sostengono derivi dal portoghese tempero che significa condimento. Altri rintracciano una sorta di legame esoterico con la parola templo.
Una delle teorie più diffuse, tuttavia, vuole che il termine tempura derivi dai giorni delle Tempora, periodo che per i cattolici rappresenterebbe un momento di santificazione del tempo nelle quattro stagioni accompagnato da raccoglimento, preghiera, astinenza dalle carni. Sarebbero stati proprio i giapponesi, molto probabilmente incuriositi da quegli strani costumi, a domandare cosa fossero quei piatti di pesce e verdure fritti che i religiosi consumavano in questo periodo liturgicamente impegnativo. E chissà, forse nei goffi tentativi di comunicazione, il nome della ricorrenza venne frainteso come il nome del piatto.

Un’appetitosa scodella di ebi-tendon: una saporita tempura adagiata su una generosa scodella di riso bianco al vapore.


Tokugawa Ieyasu fondò il suo shogunato nel 1603 e quindi in un periodo quando ormai questa tecnica di cottura era già ampiamente nota da tempo. A quell’epoca, infatti, era diffusissima la cultura degli yatai 屋台 ossia delle bancarelle ambulanti di cibi vari. I giapponesi del tempo erano già grandi estimatori dello street food! E indovinate qual era uno dei cibi più gettonati per le strade di Edo?

La tempura!

Insomma, secondo quella storiella di cui non conosciamo il grado di attendibilità, il nostro shogun era così goloso di tempura da mangiarne a tal punto fino…a morire!

Già. Sembra proprio che la golosità per questo piatto lo abbia addirittura condotto alla fine dei suoi giorni.

Tempura di Akiko-san

Chi segue Biancorosso Giappone da anni ricorderà le ricette con la mia cara amica Akiko. Imparai da lei a preparare una buona tempura anche se, come mi disse, non è certo un piatto che si prepari comunemente nelle cucine domestiche. In effetti, aveva ragione. La tempura infatti, per quanto si possa stare attenti, garantirà fornelli e schizzi d’olio un po’ ovunque. Inoltre, è un piatto semplice solo in apparenza ma che richiede velocità e tempi ben calibrati in ogni fase della preparazione.
Insomma, è una di quelle preparazioni in cui – come le descrive molto prosaicamente mia mamma – uno cucina e gli altri mangiano.

La tempura preparata con Akiko nella mia cucina di Sagamihara.

La nostra fu una tempura classicissima e composta, cioè, dagli ingredienti prediletti per questo piatto: gamberi, zucca, melanzane, funghi e foglie di shiso.
Ovviamente, niente carne! Altrimenti che tempura sarebbe!

Se desiderate fare un tuffo indietro nel tempo e rileggere il mio racconto di allora, assieme alla ricetta di Akiko, ecco QUI.

Che nostalgia. Ricordo come fosse ieri il giorno in cui preparammo insieme questo profumato piatto!

Per l’occasione acquistai addirittura la carta da tempura che si trova comunemente al supermercato (in Giappone, naturalmente!) e serve ad assorbire l’olio in eccesso con garbo ed eleganza. Evitano, così, gli inestetismi della frittura servita su carta da cucina tipo Scottex.

Ecco i fogli di carta apposita per servire la tempura. Si chiamano 天ぷらの敷紙 tenpura no shikigami.

Un samurai imprenditore

Il glorioso tenpura-teishoku che mangiavo da Seigetsu, la locanda a pochi metri da casa, sulla Zama Kamijuku.

Torniamo agli aneddoti del libro.

Quelle spassose pagine propongono una teoria che a me era completamente nuova e che spiegherebbe la vera origine del termine tempura – o tenpura se vogliamo seguire la traslitterazione corretta.

Pare che un tale Risuke – il quale era, a dirla tutta, un ronin 浪人 ossia un guerriero samurai rimasto senza padrone, lasciò Osaka alla volta di Edo nella speranza di trovare lavoro. Giunto nella capitale, Risuke decise di intraprendere un’attività commerciale. Ispirato dal ricordo delle apprezzate bancarelle di pesce fritto di Osaka (chiamato goma-age ごま揚げ perché l’impanatura conteneva anche fragranti semi di sesamo), il nostro ronin imprenditore decise di giocarsi questa carta gastronomica nella grande Edo.

Ma…c’era un ma.

Lustri letterari



L’idea di chiamare la sua frittura “frittura di pesce e sesamo” non lo entusiasmava affatto. C’era bisogno di un nome più accattivante e che attraesse gli esigenti palati degli edokko.

Decise (saggiamente, aggiungo) di rivolgersi a un vero maestro della parola del tempo: nient’altri che all’acclamatissimo Santō Kyōden, famoso poeta e scrittore che visse a Edo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. La geniale penna (anzi, dovrei dire pennello) di Santō Kyōden seppe immortalare con arguzia e ironia la vita quotidiana del tempo, districandosi tra le vicissitudini di mercanti e riportando storie ambientate nel quartiere di piacere di Yoshiwara e per i quali fu colpito dalla severa censura del tempo.

Il brillante Santō Kyōden interpellato dal ronin aspirante imprenditore. Immagine di Hannah.

Il nostro Santō Kyōden non tardò a trovare una soluzione. Guardò con attenzione Risuke dopodiché gli disse che dopotutto era un 天竺浪人 tenjiku-ronin ossia un ronin viandante e che vagava per le strade di Edo senza una meta. Questo vagare senza una destinazione precisa in giapponese si chiama furari ふらり.
E come tanti giapponesi, anche l’astuto Santō Kyōden amava divertirsi con le parole creando giocosi portmanteau.

Ecco che gli propose di prendere il ten di tenjiku-ronin e di unirlo a fura di furari:

ten+fura = che produce, secondo un fenomeno fonetico comune in giapponese quando si uniscono certi suoni, la parola: TENPURA!

Quindi la tempura sarebbe il piatto del ronin vagante!

Un samurai-san. Forse Risuke? Immagine di いらすとや

Chicca linguistica

Chi studia il giapponese conoscerà sicuramente il curioso fenomeno degli ateji cioè dei caratteri che vengono assegnati in maniera arbitraria con l’intento di creare un’etimologia fantasiosa, e immaginaria.

Ebbene, secondo questa storia, lo scrittore diede un’ulteriore pennellata di creatività al nome della neonata attività del ronin viandante scegliendo gli ateji sia per FU sia per RA:

Per FU scelse che è il glutine di grano quindi in riferimento alla farina utilizzata per la pastella;
per RA scelse, invece, che indica un tessuto leggerissimo ossia un chiaro paragone al leggerissimo velo di frittura che avvolge gli ingredienti.

Infine, ci sarebbe ancora un’affascinante chiave di lettura dei kanji scelti: il 天 ten di tenpura non indica solo la natura vagabonda del ronin ma anche (e soprattutto, direi) il cielo! Infatti, una tempura ben riuscita dovrà risultare fragrante, gradevole e leggera come un cielo terso!

Santō Kyōden scrisse egli stesso i caratteri sull’insegna della nuova attività di Risuke:

天麩羅

Nel giapponese contemporaneo, tuttavia, la parola tempura ha mantenuto solo il ten del cielo e del ronin viandante mentre il resto della parola viene scritto con i caratteri fonetici dello hiragana.

Una locanda di tempura! Immagine di いらすとや

La magia di Kawakami Hiromi

Kawakami Hiromi. Foto di proprietà di The Reading Life.

Ci sono parole ed eventi che, chissà perché, restano impressi indelebilmente nei ricordi. E’ successo, ad esempio, con una riflessione di Michael Emmerich, straordinario traduttore e professore di letteratura giapponese presso il dipartimento di Asian Studies della prestigiosa UCLA. In uno dei suoi volumi, principalmente rivolti a studiosi di lingua e letteratura giapponese, Emmerich paragonò un racconto di Kawakami Hiromi a un dolce. Una ricca torta al cioccolato, se non ricordo male.

Una sequenza di racconti che il professore equiparò a un abbondante banchetto la cui degustazione avviene al contrario cioè partendo da un sontuoso dolce. E quindi dal mondo incantato di Kawakami Hiromi.

Dolce accoglienza a settembre

Fichi maturati sotto i raggi di un sole di fine estate. La parola sulla foto è il nome giapponese del frutto ossia ichijiku.

Avevo iniziato a scrivere questo articolo il primo di settembre ma poi è rimasto in quel cantiere dove ultimamente sempre più cose tendono a stazionare. Voglio lo stesso dare il benvenuto a questo mese perché è l’aggraziata volta d’ingresso verso l’autunno. E il mio benvenuto avviene così, con uno scatto a questi dolcissimi fichi delle colline piemontesi.

Ed è la dolcezza di questo nobile frutto che si presta da gancio naturale all’amabile candore della penna di Kawakami.

Perché è proprio a questa scrittrice che oggi dedico queste mie parole. In questo inizio di settembre di quest’altro anno così turbolento ecco che mi ritaglio un momento di vitale spensieratezza e ricerca di uno spazio di pace. E cascate copiose di bellezza. Salvifica bellezza ovunque, tra le pennellate di artisti di strada e dal cuore libero oppure tra le pagine della più bella letteratura di sempre.

Kamisama

La mia amata copia di Kamisama di Kawakami Hiromi.

Sarà stata l’autorevolezza di Emmerich che traspare dai suoi appassionati ma severi scritti a mettermi un po’ in soggezione. O forse era solo la mia immaginazione. Sia come sia, complici queste impressioni e quelle riflessioni pasticcere del professore, per diverso tempo ho creduto di non essere pronta per avvicinarmi alla scrittura di Kawakami.
Immaginavo la sua penna immersa in uno sfuggente microcosmo fatto d’introspezione, di drammi esistenziali e qualche scintilla di mistero.
Credo ci sia un tempo per ogni cosa ed evidentemente il mio tempo per Kawakami è ora.

Kamisama 神様 è il titolo del primo racconto di questa scrittrice, pubblicato nel 1994. Ma è anche il titolo di una raccolta di brevi racconti (v. foto).
Kamisama significa Dio. La parola viene usata anche per indicare in senso generale le divinità, soprattutto quelle del pantheon shintoista.

Sfogliando Kamisama…qui uno stupendo racconto dedicato ai Kappa. Vi parlai qui di queste creature mitologiche.

Non sapevo bene cosa aspettarmi. Avevo questo distante ricordo delle parole di Emmerich il quale, è bene precisarlo, ha tradotto in inglese moltissimo di questa scrittrice diventando a mio avviso un esperto del suo stile e del suo messaggio.

Ho iniziato dalla prima storia ovvero da Kamisama, appunto.

Ed è stato come entrare in punta di piedi in un giardino fatato, un po’ come quelli che inaspettatamente punteggiano segretamente Torino. Oppure come il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett.

Basta leggere la prima frase del celebre racconto per trovarsi catapultato istantaneamente in un mondo impregnato di quel magico realismo che contraddistingue la penna di Kawakami.

Incontri inaspettati

La prima straordinaria pagina di questo indimenticabile racconto

くまにさそわれて散歩に出る。
(Kuma ni sasowarete sanpo ni deru).

L’orso mi invitò a fare una passeggiata.

Inizia così questo incredibile racconto che profuma di realtà e di sogno. Un piccolo e prezioso ritratto in cui le pennellate di parole donano al lettore una scena di aliena familiarità, bizzarro tepore, confortante stravaganza ed innocente bislaccheria.

D’altra parte, raccontare una storia è fare un regalo.

E questa è la storia di una neonata amicizia tra il narratore – un essere umano – e il suo nuovo vicino di casa, un orso. Questa curiosa amicizia muove i primi passi dalla primissima riga quando appunto veniamo a conoscenza di questo invito, da parte dell’orso, a fare una passeggiata. Una passeggiata con annesso un intrigante picnic, sulle rive di un fiume. Per l’orso, una pagnotta alla francese tagliuzzata un po’ qui e un po’ lì e farcita di patè e ravanello. Per il narratore, un confortante omusubi (altresì noto come onigiri) con umeboshi.

Kawakami sembra prendere per mano il lettore e condurlo in questo suo personalissimo giardino segreto per raccontargli di un orso, curiosamente attento al galateo, che si trova a vivere tra gli umani e che si impegna dunque per iniziare nel migliore dei modi il suo rapporto con loro.

Nel leggere questa strana storia sono passata attraverso curiosità e gioia per poi ritrovarmi delicatamente in uno sbalordimento malinconico miscelato ad una punta di terrore. Un ventaglio di sensazioni inaspettato.

Anche se il racconto è scritto, sembra quasi di venir cullati da un dolce yomikikase ovvero le letture ad alta voce generalmente destinate ai bambini. Magari con l’incanto degli Yin Yin in sottofondo.

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The Rabbit That Hunts Tigers

In un pigro pomeriggio qualunque, ecco srotolarsi davanti ai nostri occhi un’amicizia straordinaria che riesce addirittura ad oltrepassare la barriera di confine tra il regno umano e quello degli animali selvatici. Un orso che si avvicina all’uomo cercando di rispettarne le regole ma al tempo stesso preservando la sua orsitudine. Innegabile e inoccultabile.

Ho immaginato l’uomo e l’animale i quali, giunti al cospetto della grande vetrata che separa i loro regni, si ritrovano intenti ad osservarsi vicendevolmente con coinvolgimento, diffidenza ma anche speranza. E ho immaginato anche il punto di quasi contatto tra mano e zampa in cui la barriera si assottiglia fino a sparire del tutto. Anche se solo per pochi istanti, anche se solo per un unico e spensierato pomeriggio.

Purtroppo sia Kamisama il racconto sia il resto delle storie contenute nel volume non sono ancora stati tradotti ufficialmente in italiano. Per chi legge l’inglese, tuttavia, ci sono buone notizie: in seguito al disastro nucleare del 2011 di Fukushima, l’autrice riscrisse il racconto Kamisama apportando alcune modifiche che lo rendessero rilevante alla luce dei tragici fatti appena avvenuti. Lo trovate qui.

Kamisama

Una zuppa di miso…speciale!

Una zuppa di miso davvero speciale!

Alla zuppa di miso ho dedicato tanti scritti negli anni. E’ uno dei comfort food della cucina giapponese nonché immancabile elemento sulla tavola nipponica. Scegliendo tra i miei scritti più recenti, uno dei primi articoli qui sul blog nuovo fu questo. Tempo dopo scrissi di una zuppa di miso autunnale proprio qui. Per l’azienda Ethnic World scrissi invece questo articolo, sempre dedicato alla gloriosa miso shiru!

Alla zuppa di miso dedicai tempo fa persino un video realizzato in collaborazione con la mia cara amica Laura. Un piccolo e vero classico di Biancorosso Giappone ormai e che ho sempre il piacere di riproporvi:

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Buona visione!

La zuppa di miso è un piatto assai versatile e declinabile in così tanti modi da poter soddisfare qualunque preferenza ed esigenza. La mia amica e mentore Kyoko mi insegnava che nella zuppa di miso bisogna sempre mettere verdure fresche, possibilmente di stagione, e bisognerebbe evitare ortaggi che già compaiono in altri piatti che si serviranno assieme alla zuppa.

Un’idea da Hikari!

Stamattina ho ricevuto dall’azienda giapponese Hikari, produttori di miso di altissima qualità, un’idea che mi è piaciuta così tanto da volerla subito mettere alla prova a pranzo!

Una zuppa di miso con pomodorini e basilico!

Un accostamento a cui non avevo mai pensato ma che, assicuravano gli amici della Hikari, si rivela una delizia del tutto inaspettata.

Mi stuzzicava l’idea di abbinare una base così giapponese (miso e dashi) a due ingredienti che profumano d’Italia, ovvero pomodoro e basilico.

E così, in pochissimi minuti e con pochi ingredienti, ecco pronta questa deliziosa versione di una zuppa di miso giapponese ma con profumi anche italiani.

Avevo dei dolcissimi pomodori datterini e del profumato basilico fresco, entrambi provenienti dalle dolci colline torinesi e più precisamente da una località che si chiama Baldissero.

Un vero abbraccio tra Giappone e addirittura Piemonte!

La ricetta originale in giapponese è qui e di seguito troverete la mia traduzione riadattata per una porzione anziché due.

Ricetta: Zuppa di miso con basilico e pomodorini

Ingredienti per 1 persona:

5 pomodorini
5 foglie di basilico
1 cucchiaio scarso di pasta di miso
200ml di brodo dashi
1 cucchiaino d’olio extra vergine d’oliva

I miei ingredienti pronti

La preparazione è davvero semplice e rapida.

  1. Per prima cosa, lavare i pomodorini, tagliarli a metà e metterli da parte.
Dolci datterini delle colline torinesi

2. In un pentolino mettere a bollire il dashi. Io l’ho preparato unendo 200ml d’acqua ad un cucchiaino scarso di dashi granulare. Per un approfondimento sul dashi vi rimando a questo mio scritto qui.

3. Quando il brodo inizierà a bollire, spegnere il fuoco e stemperarvi il miso dopodiché aggiungere i pomodorini. Riaccendere il fuoco e riportare molto velocemente ad un rapido bollore e spegnere subito la fiamma.

Pasta di miso stile inaka cioè campagnolo.
Tre velocissimi passaggi

4. Servire in una bella scodella, aggiungere il basilico spezzettato con le mani e terminare con un filo d’olio.

Quasi pronta!
Un filo di fragrante olio extra vergine d’oliva ligure

E questa profumata e saporita zuppa di miso, nonché armonioso abbraccio tra Italia e Giappone, è pronta.

Spero la vogliate provare anche voi. Il suo sapore vi stupirà.

Itadakimasu! いただきます!

Kappamaki

Illustrazione di un Kappa かっぱ. Di proprietà di いらすとや

Questo simpatico personaggio verde che vedete nell’illustrazione in alto si chiama Kappa ed è un volto noto della mitologia giapponese, un mondo dell’immaginazione popolato da mostri e creature dalle caratteristiche più disparate.
Il Kappa 河童 (lett. fanciullo del fiume) è una creatura mitologica che, secondo vecchie leggende, vive lungo le sponde di corsi d’acqua.

Sempre secondo questi racconti, il Kappa apparirebbe come un incrocio tra una tartaruga, una scimmia e una rana. Si dice che questi bizzarri fanciulli smeraldini, oltre a portare sul dorso un guscio di tartaruga, emanino un forte odore di pesce!

Il Kappa pare ricavare tutta la sua vitalità dall’acqua, elemento che gli è indispensabile, tanto da portare sempre sul capo un po’ d’acqua appunto.
La mitologia nipponica, a tal proposito, dispensa generosamente consigli su come comportarsi in caso d’incontri ravvicinati con questi curiosi personaggi.
Ad esempio, cosa fare nel caso in cui ci si trovasse davanti ad un Kappa particolarmente polemico? Basterà fargli un rispettoso inchino a cui la verde creatura (pur sempre giapponese!) risponderà a sua volta con un altrettanto inchino. Questo trucchetto servirà a far sì che, inchinandosi ossequiosamente, il Kappa rovesci tutta l’acqua sul capo perdendo così le sue forze e diventando in questo modo innocuo!

Un Kappa con la sua vitale riserva acquatica sul capo! Immagine di Jueshifan.

Carattere dei Kappa

Alcuni studiosi di folklore rintracciano le origini dei Kappa nella mitologia cinese ma altri sostengono siano creature nate dall’immaginazione giapponese.
Sia come sia, chi se ne intende spiega che i Kappa sono contraddistinti da un carattere dispettoso e non sempre così amabile nei confronti degli umani. Possono essere collaborativi ma possono anche trasformarsi in spietate creature molto violente.
Gli studiosi dell’affascinante mondo della mitologia nipponica ci dicono anche che i Kappa sono depositari di un antico sapere medico e sono esageratamente golosi di cetrioli.

Infatti, se guardate meglio la prima illustrazione in alto, vedrete che il nostro caro Kappa ha in mano proprio un profumato cetriolo fresco, pronto da essere divorato!

Kappamaki かっぱ巻き. Illustrazione di いらすとや

Kappamaki

Nella grande famiglia dei sushi troviamo i cosiddetti maki, contraddistinti dalle altre tipologie per l’alga nori che li avvolge. Il termine maki 巻, infatti, deriva dal verbo maku 巻く che significa appunto avvolgere, arrotolare. Dunque, la parola maki indica una sorta di involtino.

Tuttavia, il termine corretto che indica i sushi avvolti nell’alga nori è makizushi (maki + sushi dove quest’ultimo termine subisce una variazione fonetica che trasforma la s in z).

Ebbene, all’interno della famiglia dei makizushi troviamo i kappamaki che, come avrete già intuito, hanno come ripieno cetriolo e non pesce!

I kappamaki sono i makizushi più amati tra i bambini che ancora non hanno sviluppato il gusto per il pesce crudo. Ma sono una deliziosa soluzione anche per chi, per varie ragioni, non consuma pesce.

Vi dirò la verità: non appartengo a nessuna delle due categorie sopracitate eppure amo follemente i kappamaki. Erano uno dei piatti fissi che ordinavo sempre alla locanda Seigetsu, a Zama, nel Kanagawa. A due passi da casa mia.

La mia amata locanda Seigetsu, a Zama, Kanagawa. A due passi da casa mia.

Pochi ingredienti semplici ed economici, un briciolo di pazienza e manualità e il kappamaki è servito!

Lo preparate insieme a me?

Seguitemi. Condividerò con voi una ricetta giapponese molto semplice che ci consentirà di preparare questi prelibati makizushi. La ricetta originale, e che tradurrò per voi, è consultabile qui.

Ricetta dei Kappamaki

Il momento più gratificante: l’assaggio dei miei kappamaki

PREMESSA BREVISSIMA
Per la cottura del riso alla giapponese, con tutto le dosi e il procedimento, vi rimando al mio articolo QUI. Di seguito vi riporto comunque la traduzione della ricetta originale giapponese accompagnata da commenti miei.

Ingredienti per 6 persone:

280g di riso giapponese crudo (comprate quello indicato per sushi)
1 tazza e mezza d’acqua fredda (300ml)
1 pezzo da 5 cm di alga konbu
2 cucchiai e 1/3 di aceto di riso
2 cucchiai di zucchero
1/2 cucchiaio di sale
1 cetriolo
wasabi q.b. (facoltativo)
3 fogli di alga nori
salsa di soia q.b.

Tutti gli ingredienti pronti

Procedimento

Cottura riso
  1. Per prima cosa, lavare il riso sotto acqua corrente. Risciacquarlo tre o quattro volte dopodiché metterlo a scolare per circa una mezz’ora. Trascorsa la mezz’ora, trasferire il riso in pentola per la cottura. Se avete la cuociriso elettrica usatela seguendo le indicazioni previste per la dose d’acqua. Indicativamente, 280g di riso equivalgono a 3 misurini.
    Se invece usate una pentola normale allora seguite le indicazioni che vi ho riportato nel link più su.
    All’acqua di cottura aggiungere subito l’alga konbu che avrete precedentemente sfregato leggermente con un panno pulito (non lavare mai l’alga!).
Ingredienti per il condimento del riso

2. In una scodella unire l’aceto con lo zucchero e il sale. Se volete potete usare lo zucchero di canna, come ho fatto io. Questo darà un leggerissimo colore al riso ma sarà appena percettibile.

Prepariamo il necessario

3. In attesa che si cuocia il riso, preparare il tavolo con tutto l’occorrente: i fogli di alga nori tagliati a metà, la scodella con il condimento per il riso, una stuoietta di bambù, uno shamoji o paletta per il riso (andrà bene un cucchiaio di legno), un ventaglio per raffreddare il riso cotto.
Servirà anche un vassoio o piatto ampio dove poter raffreddare e condire il riso.

Riso cotto e condito

4. Trasferire il riso cotto su un vassoio o piatto ampio e versarvi sopra il condimento per il riso che avete già preparato. Con la paletta o il cucchiaio di legno mescolate bene ma delicatamente il tutto facendo attenzione a non rompere i chicchi. Nel frattempo, raffreddate il riso facendo aria con un ventaglio.

Quasi fatto!

5. Lavare il cetriolo e tagliarlo a strisce per lungo cercando di eliminare il più possibile i semini.
Posizionate l’alga nori (i cui fogli avrete tagliato a metà) sulla stuoietta di bambù e adagiate un po’ di riso. Stendete il riso avendo cura di lasciare vuoto il margine in alto.
Se lo desiderate, sopra il riso mettere un leggero velo di wasabi e poi adagiarvi sopra una striscia di cetriolo.
ATTENZIONE: Non mettere troppo riso altrimenti sarà difficile arrotolare il makizushi.
Arrotolate il kappamaki cominciando dalla parte rivolta verso di voi.

Kappamaki pronti da affettare

6. Otterrete all’incirca 5 o 6 kappamaki. Con un coltello affilato, tagliate i vostri kappamaki in fette non sottili. Tradizionalmente il kappamaki viene servito in pezzi stretti e alti.

Itadakimasu!

Servite i vostri kappamaki con un po’ di buona salsa di soia di qualità. E attenti ad eventuali kappa che potrebbero aggirarsi nei paraggi e che potrebbero divorarsi tutti i vostri cetrioli della ricetta!

Itadakimasu! いただきます。

Giappone, Vietnam e pensieri

Che estate bizzarra.

Le mie finestre sono costantemente spalancate e sembrano bocche assetate in attesa anche solo di una goccia di ristoro.

Le mie tendine bianche ondeggiano pigramente, sospinte da sparuti sbuffi di un’aria che pare fatta di un immaginario piombo invisibile.

Dai ghirigori del mio ornato parapetto di ferro battuto, rivestito da ostinate pennellate di un torinesissimo verde, s’intrufolano raggi di un sole rovente che rimbalzano sul davanzale di marmo.

Torino, nella sua agostana incandescenza, osserva in silenzio tutto quanto sta avvenendo. E lo fa con gli occhi impauriti di chi tutto questo l’ha già visto. Gli occhi delle nostre città sono gli unici rimasti, assieme a quelli di alcuni anziani che ancora ricordano.

Sulla mia scrivania, pagine di appunti inariditi accompagnati da William Somerset Maugham, Kawakami Hiromi, Tomasi di Lampedusa, Ho Chi Minh.

Alcuni miei libri nonché fedeli amici

Un’estate bizzarra, dicevo.

Gli ingredienti della solita estate ci sono tutti, che sia mare o città poco importa: il sole iroso, il gelato, l’anguria, docce gelide, un affaticato ventilatore in azione h 24, spossatezza da calore (la 夏バテ natsubate di cui parlano i nostri amici giapponesi), sonnolenza, vecchie commedie all’italiana, insalata di riso, soba, l’odore penetrante del Po che lentamente lambisce la sua sponda infuocata.

Quelle commedie che mi facevano ridere e adesso invece risvegliano una lancinante nostalgia per giorni andati catapultandomi in un personalissimo Posto delle fragole (lo Smultronstället di bergmaniana memoria).

Ma questa di estate è diversa. Pesa di più.

Non è solo il mio essere figlia dell’inverno a farmela mal sopportare ma è piuttosto tutto questo clima di palpabile tensione in cui ormai viviamo.

Scrivo liberamente qui perché è casa mia. Almeno fintantoché mi sarà possibile esprimermi in assoluta libertà, valore quest’ultimo che non ci è garantito.

Vivo con grande dolore questo momento storico e di questo non riesco e non voglio fare mistero. Potrete essere d’accordo con me o meno ma questo non cambia alcunché poiché il cammino a passo svelto verso una terrificante deriva è già abbondantemente in atto.

L’estate bizzarra, dicevo, è condita dai pianti singhiozzanti che mi colgono nella notte quando il sonno sfugge via sgattaiolando dalle mia tendine bianche e perdendosi nelle strade silenziose di questa Torino che osserva.

Nella mia vita ho vissuto momenti di paura stritolante. Pochi ma ci sono stati. E rieccoci.

Comunicazioni terrorizzanti giornaliere, odore pungente di costrizioni, divieti che si moltiplicano, discriminazione.

Siamo davanti ad una gigantesca rappresentazione de I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen. Una verità evidente, dolorosamente evidente, che però non si può dire. Si tace. E a forza di tacere sembra quasi come se questa verità non sia più lì.

Ma la verità è lì.

L’incantesimo si frantumerà e sempre più occhi vedranno i veri vestiti dell’imperatore.

Intanto però si continua a vivere perché, come dice la mia cara e coraggiosa amica Rita: “Ci vuole più coraggio a vivere che a morire“. E dichiariamo il nostro coraggio di vivere anche attraverso atti di semplice contemplazione della bellezza che ci circonda e che è accessibile a chiunque. Senza distinzioni.

Lungo Po, Torino

Pensieri d’Asia

Il Giappone è parte del mio percorso di vita da tanti anni ormai. Personalmente, accademicamente e professionalmente. Un legame nato da un’esperienza cadutami dal cielo anni fa e che avrebbe costituito una delle fondamentali trasformazioni della mia vita. Il Giappone e l’affetto che provo per quella terra sono la ragione per cui esiste Biancorosso Giappone.

Il Giappone è per me l’espressione del mio inspiegabile attaccamento all’Asia nato intorno a quando avevo nove anni e sbocciato tra i racconti di mio nonno in Cina alla fine degli anni Ottanta proprio nel cuore di quel periodo di riforme e aperture lanciate da Deng Xiaoping. Un affetto che avrei alimentato anche nei miei anni adolescenziali cercando, a mio modo, l’Asia dell’immaginazione tra le botteghe della già allora malconcia Chinatown torinese.

Nello scrigno dei miei ricordi sono impresse con vividezza memorie delle chiacchierate (che in realtà erano mini lectiones magistrales, solo che non me ne rendevo conto) del prezioso dott. Lee, tra le pareti della storica Cineseria Ming in Galleria Umberto I, a Torino. Il flusso inarrestabile delle mie domande veniva accolto con pazienza e sicurezza dal dott. Lee. E mentre a volte i miei occhi vagavano posandosi sugli antichi vasi e sulle intricate giade, ecco che quel caro Maestro tracciava caratteri tradizionali e me li mostrava.

Porto il Giappone dentro di me ed è un qualcosa che nessuno potrà portarmi via. Qualcuno ci ha provato ma non ci è riuscito.

Chi vi scrive è a Torino fisicamente ma da Sagamihara non si è mai mossa.

Pennellate vietnamite

Dedico queste righe alla preziosa professoressa Sandra Scagliotti, console onoraria del Consolato della Repubblica Socialista del Vietnam di Torino e di cui sono orgoglioso membro.

Quando vivevo nel Texas, ma soprattutto poi quando andai ad abitare nel sud della California ebbi la possibilità di conoscere la cultura vietnamita un po’ più da vicino grazie alla massiccia presenza della diaspora.
Nella rovente Dallas, mi piaceva fare la spesa all’Hong Kong Market sulla Pioneer Parkway di Grand Prairie o al Cho Saigon sulla Collins St. ad Arlington.

Di quei luoghi ricordo il profumo inebriante e zuccherino della frutta tropicale. Ricordo le varietà a perdita d’occhio di pesce e frutti di mare. Ricordo l’emozione palpitante che provavo nel percorrere le corsie delle spezie, dello scatolame e dei tè.

Nell’afa soffocante di quell’angolo di Texas rurale dove mi sono ritrovata a vivere, conobbi Tran e il suo sfortunato figlio Lance.
Tran era nata in Vietnam ma viveva lì, in quell’angolo desolato di Texas dove spadroneggiano i campi di mais e un sole infernale, e sulle spalle portava dolore. I suoi occhi lo rispecchiavano. Capelli neri dritti e lunghissimi, occhi malinconici, carattere taciturno. Chiedeva sempre di essere chiamata Lyn, forse per desiderio di appartenenza o forse perché era stufa di sentire il suo bel nome vietnamita venir mal pronunciato. Chissà.

Tra noi non ci fu simpatia. Sono cose che succedono tra esseri umani. Eppure, nonostante la sua ritrosia, m’incuriosiva.

Abbassò leggermente la guardia un giorno portandomi un durian. Ed ecco ritornare quelle note ammalianti di frutta tropicale, di posti lontani, umidi e roventi. Non disse molto se non che si trattava appunto di un frutto molto amato dalle sue parti ma che gli stranieri accoglievano spesso con disgusto. Non è un frutto semplice, in effetti. Un po’ come Tran.
Una buccia dura e ricoperta di spine appuntite rende difficile maneggiare il frutto ed aprirlo. Ma esso al suo interno contiene una polpa dall’odore pungente e poco invitante che però, assaggiata, sorprenderà con la sua inaspettata dolcezza.

A San Diego avrei ritrovato il Vietnam attraverso la sua diaspora californiana, attraverso scodelle fumanti di Phở, fragranti Bánh mì acquistati sulla Convoy St. e la Miramesa Boulevard. E poi quel caffè straordinario che i vietnamiti della diaspora preparano con il Café du Monde a base di cicoria tostata e caffè.

Sapori e suggestioni vietnamite che avrei ritrovato qui nella mia cara Torino, al mio amato Consolato vietnamita dove in estate è possibile avere un assaggio di quella straordinaria cultura attraverso libri, giornali e ottime bevande tradizionali.

Video girato da me, al caffè all’aperto, del Consolato. In preparazione, un tradizionale Cà phe den caldo. Il tutto condito dall’edificante lettura delle straordinarie pagine della rivista Mekong.

Sono fiera di dirvi che la professoressa Scagliotti mi ha affidato il compito della correzione bozze di una sua opera che verrà pubblicata a breve: una raccolta delle lettere di pace di Ho Chi Minh.

E mentre mi immergo nella lettura degli accorati appelli alla pace, all’armonia, alla collaborazione, alla solidarietà di uno dei più sinceri sostenitori della libertà, fuori il sole infuocato di agosto risucchia con ira ogni goccia d’acqua e ogni pennellata d’ombra.

Parte della mia personale collezione di riviste Mekong e altri libri sul Vietnam. Tutte magnifiche pubblicazioni che potete acquistare direttamente al Consolato.

Leggere quegli appelli angosciati misti però ad un’incrollabile visione di pace e cooperazione tra i popoli mi ha commossa più volte. Una commozione amplificata da quanto stiamo vivendo, periodo in cui le leali sollecitazioni e inviti alla pace del grande rivoluzionario e patriota vietnamita ritrovano ulteriore profondità e rilevanza.

Nel prossimo articolo vi riporto i sapori del mio amatissimo Giappone.

Nebulosi vortici e tregue

Scrivo liberamente senza badare troppo alle imposizioni SEO, ai criteri di leggibilità, agli avvertimenti di WordPress e tutta quella paccottiglia di cui ormai siamo vittime, forse ancora inconsapevolmente. Catene invisibili che hanno, piano piano, ingabbiato inesorabilmente la comunicazione e il piacere di raccontare per farlo diventare solo un ennesimo prodotto da vendere. Una subdola trappola che si è presentata a noi fingendo di essere un miglioramento, un passo avanti, un progresso.

Sinceramente non so chi mi legga ancora. Biancorosso Giappone è un blog dalla storia rocambolesca e travagliata ma che, nonostante tutto, ha ancora la sua voce da ben quindici anni. Quindici. Solo a scrivere questo numero composto da otto lettere avverto una fitta che è un incrocio tra l’incredulità e l’orgoglio.
Un blog nato un po’ per gioco, laggiù, tra le mura confortanti della mia cucina a Sagamihara. Col mio vecchio e amato MacBook bianco appoggiato su quel grande tavolo di legno scuro.
Un blog nato in un tempo che ora sembra quasi appartenere alla dimensione del sogno. Adesso più che mai.

Nebulosi vortici

Il mio scrivere però continua. Fintantoché mi è possibile, ovviamente. Continuo a scrivere e a raccontare sperando che questa mia voce riesca a fendere anche i nebulosi vortici in cui ci troviamo in questo periodo storico senza precedenti. O meglio, parzialmente senza precedenti.
In questo clima esasperato di polarizzazione e divisione e di veleno che scorre copiosamente sui fili dei social, ho scelto di allontanarmi da queste piattaforme che hanno perso la loro presunta missione socializzante per trasformarsi in mastodontici contenitori da cui fuoriescono ormai soltanto tossiche esalazioni.

Tregue

In rigeneranti tazze di sencha ritrovo ristoro. Il miglior sencha che mi senta di consigliarvi è quello di Sumie ed è quello che vedete nella foto in alto, preparato nella mia teiera tokoname. Lo trovate QUI. Potete usare il mio codice sconto sulla sua selezione di tè rigorosamente giapponesi: Marianna15

Tregue anche nel potere balsamico della lettura. In questi mesi ho scoperto e riscoperto vari autori tra cui il geniale Bill Bryson il cui The Lost Continent è riuscito ad evocare pianto e ilarità, pagina dopo pagina.

Il robot capriccioso

Ma ho anche scoperto, per la prima volta, una piccola perla della letteratura fantascientifica giapponese: lo scrittore 新一星 Shinichi Hoshi.
Non ho mai nutrito particolare curiosità verso questo genere letterario, nemmeno nella sua declinazione cinematografica. L’unica eccezione è stato un polveroso libro di Isaac Asimov intitolato Il club dei vedovi neri, pubblicato per la prima volta nel 1980, che trovai casualmente anni fa e che divorai in un afoso pomeriggio di disperazione. Un pomeriggio in cui l’azione medicinale della letteratura mi fu quasi salvifica.

Shinichi Hoshi è un autore che ho voluto scoprire piano piano partendo da una sua opera del 1966 intitolata きまぐれロボット (Kimagure Robotto) ovvero il robot capriccioso. L’opera è stata tradotta in inglese nel 1986 tuttavia, che io sappia, non è ancora presente una versione italiana. Ecco qui l’opera in lingua originale in una recente edizione della Kadokawa Bunko, accompagnato dal mio fedelissimo uchiwa di Asakusa con cui trovare refrigerio in queste calde e pesanti giornate di luglio:

Prolifico scrittore nato a Tokyo nel 1926, quindi epoca Taisho, divenuto famoso in Giappone per la sua straordinaria capacità nel comporre racconti brevissimi, di carattere fantascientifico e sempre con una rinfrescante nota ironica. Sono proprio i racconti brevi a costituire una buona parte della sua intera produzione letteraria rendendolo, di fatto, un esperto del genere.
In questa raccolta che sto leggendo i racconti sono, infatti, di una lunghezza che non supera le 4 o 5 pagine. Ogni storia ha come protagonista un Professor Qualcosa e di cui l’autore ci fornisce solo l’iniziale del nome. Oggetto di ogni racconto è una qualche invenzione che inevitabilmente avrà effetti sulle persone, nel bene e nel male. Il tutto raccontato in uno stile scorrevole che coniuga la nota misteriosa della narrazione fantascientifica alla leggerezza di un’innegabile impronta umoristica. Il tutto avvolto in un’irresistibile aura quasi fanciullesca.

Ritorni

Per ritornare in un posto bisogna prima lasciarlo quindi, forse, il titolo di questo paragrafo non è così adatto. In fondo io da questo blog non vado via. Vi sono affettuosamente aggrappata dal lontano 2006 quando ancora era in una veste diversa.
Ma è qui il posto in cui ancora desidero scrivere e forse l’unico rimasto dove mi senta ancora a casa. Nonostante tutto.
Riprenderò lo spazio dedicato ai detti del vecchio himekuri (l’ultimo articolo è qui) e imbastirò alcune idee che mi frullano nella testa da un po’.

Sono una persona esageratamente cocciuta quando ci si mette. Non sempre è un bene ma questa volta credo lo sia.

Luna, neve e fiori

Sarà il tempo che passa e con esso il desiderio di ricongiungersi all’essenza delle cose ma ritrovo nella contemplazione della natura molto sollievo. Una luna brillante che spicca nel manto blu di Prussia di un cielo notturno. L’inconfondibile fragranza delle ginestre che volteggia libera nell’aria e si insinua in ogni angolo della città. Ondeggianti glicini profumati che come avvolgenti gioielli adornano un rigoglioso pergolato.

La consapevolezza del tempo che passa – soprattutto del proprio – porta con sé un certo dolore ma anche un inaspettato distacco da tutto ciò una volta creava malessere. Ci si percepisce più leggeri, più preparati, più sicuri. Ma ecco che il tempo acquisisce una valenza diversa: è ogni giorno più prezioso. Questo spiega la selettività che inevitabilmente si adotta, in qualsiasi campo della propria vita.

Higashi e un ricordo

Con un pizzico di spensieratezza gioco con dei dolcini speciali, proprio poco prima di gustarmeli a merenda. Sono dei piccoli capolavori dolci della pasticceria giapponese e si chiamano 干菓子 higashi. Si tratta di dolcetti secchi, modellati con forme che richiamano vari elementi della natura, dai fiori di susino alle onde del mare. Minuscoli assaggi contemplativi che rimandano a una dimensione pulita ed essenziale. Sono ideali accompagnamenti ad una tazza di tè verde.
Per me gli higashi sono e saranno per sempre intrecciati al ricordo della dolce signora Fusae e che mi manca tremendamente. Non riesco a trattenere le lacrime ogniqualvolta il mio pensiero va a lei. Le sue visite pomeridiane, le nostre chiacchierate lunghissime che oltrepassavano il tramonto, i suoi dipinti, i suoi regali, i cestini di frutta che mi portava dal suo giardino. Io l’avevo adottata come la mia nonna giapponese. Per me lei era la mia cara nonna Teresa, in Giappone.

Gli higashi di Fusae

Amava portarmi dolci tradizionali e me ne donava di vari tipi. In più occasioni mi portò higashi di cui conservo affettuosamente non solo il ricordo nella mente ma anche nelle tre foto che seguono.

Coloratissimi e leggiadri doni che addolcivano i nostri pomeriggi. Quei pomeriggi ingentiliti dai caldi raggi di un sole quasi rosso e che piano piano sparivano dietro il tavolo della cucina. Eppure le nostre chiacchierate continuavano. Fusae amava Kyoto con tutto il cuore. Amava anche raccontarmi le storie dei kanji, dei proverbi, dei suoi ricordi di quando era piccola e Shinjuku era aperta campagna.

E così, con gli occhi velati di lacrime e la nostalgia che mi saliva su per la gola, ho cercato di sorridere ripensando a lei, a quei nostri pomeriggi chiacchierini e ai suoi doni, ogni volta diversi. E nel mentre ho cercato di catturare la bellezza di questi higashi che per sempre racchiuderanno tra le proprie pareti zuccherine il ricordo di Fusae.

I miei giochi di higashi

Delle volte, anzi no, tante volte mi volto indietro e mi sembra tutto un sogno. Un lungo e irripetibile sogno dal cui risveglio sono ancora frastornata.

Fiori e templi di zucchero finissimo – il pregiato 和三盆糖 wasanbontou – diventano come i dolciumi che Alice trovava disseminati un po’ qui e un po’ lì in quel bizzarro mondo onirico in cui cadde. Assaporandoli non rimpicciolisco né divento gigante ma mi sembra di rivivere nitidamente il mio amatissimo Giappone e tutto ciò che quell’esperienza contiene. A ben pensarci, è stato un po’ come ingigantire così tanto da riuscire a riaffacciarmi sul passato e rivedermi.

Luna, neve e fiori

Prosegue la scoperta dei detti e proverbi del mio vecchio Himekuri iniziata qualche tempo fa. Qui l’inizio e qua il detto precedente a questo.

Sulla pagina del giorno mercoledì 30 settembre 2015 ecco cosa leggiamo:

月雪花は一度に眺められず。
Tsuki yuki hana wa ichidoni nagamerarezu

Traduzione
La luna, la neve, i fiori non possono essere visti contemporaneamente.

Un’ammaliante luna piena che splende nella notte. Una coltre soffice e quasi impalpabile di neve candida. Fiori e ancora fiori di ogni colore e forma. Sono tre esempi che il detto ci propone come un assaggio, un campione di ciò che di straordinariamente bello ci circonda nella natura.

Ma cosa significa il non poterli ammirare contemporaneamente?

Secondo alcune interpretazioni il detto farebbe riferimento alla caratteristica che hanno le cose belle di non arrivare insieme. Generalmente quello è un privilegio che sembra spettare alle disgrazie.
Altri invece spiegano questo proverbio ricordandoci che non si possono ammirare veramente e con attenzione più cose simultaneamente, siano esse paesaggi o fiori, ma che la concentrazione reale può essere dedicata solo ad un qualcosa per volta.
Altri ancora vedono nel proverbio un’esortazione ad apprezzare ciò che si ha, senza aspettare sempre altro.
In fondo, non vi è neve in una notte di plenilunio come i fiori restano nascosti quando nevica.

Mi piace soffermarmi su un’interpretazione che viaggia sul binario centrale: è un invito e un monito a cogliere ciò che di bello vi è nella propria vita, per quanto semplice e raro o distaccato da tutto il resto. Persino in un’esistenza complicata e appesantita dai vari mali di vivere ecco che qualcosa – anche solo una – può e deve essere fonte di quel sollievo e sostentamento dell’anima. Fosse anche solo un fiorellino in un bicchiere o il sole del mattino che si intrufola dalla finestra.

Marianna

Acque profonde

Quando lo sguardo si posa con dolce riverenza sullo scorrere lento di un corso d’acqua ecco che questi colgono un invisibile sollievo.

E’ la virtù balsamica che fluisce copiosamente da ogni angolo del creato. E’ la fonte rinvigorente per occhi e spiriti stanchi.

Sto piano piano riavvicinandomi a questo mio blog perché è un’amata tavolozza su cui tracciare liberamente schizzi di parole a cui affidare, almeno in parte, il mio malessere. In parte perché a volte il vortice di emozioni sembra sottrarsi a qualunque tentativo di cattura. Come una bolla di sapone che sfugge e poi svanisce nell’aria.
Quanta incertezza e quante fratture. Quanta paura e confusione.

Acque profonde

Questo spazio dedicato alle saggezze di un vecchio Himekuri sta diventando un piccolo momento di sollievo e contemplazione. Uno spazio senza pretese che però mi sta traghettando risolutamente via dal vorace mulinello dei social.

Su ogni pagina di questo vecchio calendario himekuri intonso ecco proverbi, modi di dire, frammenti di saggezze passate ma inalterate.

La saggezza di oggi è un proverbio trovato sulla pagina di sabato, 1 agosto 2015.

深い川は静かに流れる
Fukai kawa wa shizukani nagareru

Traduzione
Il fiume profondo scorre quietamente.

Sono parole che, a pennellate di agili flutti, dipingono una persona che esteriormente è calma e pacifica ma che al suo interno custodisce (o nasconde?) una profondità di emozioni e pensieri. E’ qualcuno talmente immerso in una propria e continua contemplazione da apparire quieto, pacato e silenzioso.
Questo ritratto inevitabilmente mi fa pensare alla proverbiale acqua cheta che rovina i ponti e che riesce a sorprendere proprio per la sua inaspettata reazione ed esplosione.
Ma mi fa anche pensare alla profondità e carattere di chi parla poco e che è in netta contrapposizione alla petulante garrulità di chi ciancia soltanto.

Acque basse come tratto distintivo degli eccessivamente loquaci.

E in questo momento così dolorosamente destabilizzante ecco che il pensiero ritorna alla maestosità delle profonde acque zaffiro e alla ricchezza di pensiero che queste suggeriscono all’animo scosso.

Marianna

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