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Una zuppa di miso…speciale!

Una zuppa di miso davvero speciale!

Alla zuppa di miso ho dedicato tanti scritti negli anni. E’ uno dei comfort food della cucina giapponese nonché immancabile elemento sulla tavola nipponica. Scegliendo tra i miei scritti più recenti, uno dei primi articoli qui sul blog nuovo fu questo. Tempo dopo scrissi di una zuppa di miso autunnale proprio qui. Per l’azienda Ethnic World scrissi invece questo articolo, sempre dedicato alla gloriosa miso shiru!

Alla zuppa di miso dedicai tempo fa persino un video realizzato in collaborazione con la mia cara amica Laura. Un piccolo e vero classico di Biancorosso Giappone ormai e che ho sempre il piacere di riproporvi:

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Buona visione!

La zuppa di miso è un piatto assai versatile e declinabile in così tanti modi da poter soddisfare qualunque preferenza ed esigenza. La mia amica e mentore Kyoko mi insegnava che nella zuppa di miso bisogna sempre mettere verdure fresche, possibilmente di stagione, e bisognerebbe evitare ortaggi che già compaiono in altri piatti che si serviranno assieme alla zuppa.

Un’idea da Hikari!

Stamattina ho ricevuto dall’azienda giapponese Hikari, produttori di miso di altissima qualità, un’idea che mi è piaciuta così tanto da volerla subito mettere alla prova a pranzo!

Una zuppa di miso con pomodorini e basilico!

Un accostamento a cui non avevo mai pensato ma che, assicuravano gli amici della Hikari, si rivela una delizia del tutto inaspettata.

Mi stuzzicava l’idea di abbinare una base così giapponese (miso e dashi) a due ingredienti che profumano d’Italia, ovvero pomodoro e basilico.

E così, in pochissimi minuti e con pochi ingredienti, ecco pronta questa deliziosa versione di una zuppa di miso giapponese ma con profumi anche italiani.

Avevo dei dolcissimi pomodori datterini e del profumato basilico fresco, entrambi provenienti dalle dolci colline torinesi e più precisamente da una località che si chiama Baldissero.

Un vero abbraccio tra Giappone e addirittura Piemonte!

La ricetta originale in giapponese è qui e di seguito troverete la mia traduzione riadattata per una porzione anziché due.

Ricetta: Zuppa di miso con basilico e pomodorini

Ingredienti per 1 persona:

5 pomodorini
5 foglie di basilico
1 cucchiaio scarso di pasta di miso
200ml di brodo dashi
1 cucchiaino d’olio extra vergine d’oliva

I miei ingredienti pronti

La preparazione è davvero semplice e rapida.

  1. Per prima cosa, lavare i pomodorini, tagliarli a metà e metterli da parte.
Dolci datterini delle colline torinesi

2. In un pentolino mettere a bollire il dashi. Io l’ho preparato unendo 200ml d’acqua ad un cucchiaino scarso di dashi granulare. Per un approfondimento sul dashi vi rimando a questo mio scritto qui.

3. Quando il brodo inizierà a bollire, spegnere il fuoco e stemperarvi il miso dopodiché aggiungere i pomodorini. Riaccendere il fuoco e riportare molto velocemente ad un rapido bollore e spegnere subito la fiamma.

Pasta di miso stile inaka cioè campagnolo.
Tre velocissimi passaggi

4. Servire in una bella scodella, aggiungere il basilico spezzettato con le mani e terminare con un filo d’olio.

Quasi pronta!
Un filo di fragrante olio extra vergine d’oliva ligure

E questa profumata e saporita zuppa di miso, nonché armonioso abbraccio tra Italia e Giappone, è pronta.

Spero la vogliate provare anche voi. Il suo sapore vi stupirà.

Itadakimasu! いただきます!

Kappamaki

Illustrazione di un Kappa かっぱ. Di proprietà di いらすとや

Questo simpatico personaggio verde che vedete nell’illustrazione in alto si chiama Kappa ed è un volto noto della mitologia giapponese, un mondo dell’immaginazione popolato da mostri e creature dalle caratteristiche più disparate.
Il Kappa 河童 (lett. fanciullo del fiume) è una creatura mitologica che, secondo vecchie leggende, vive lungo le sponde di corsi d’acqua.

Sempre secondo questi racconti, il Kappa apparirebbe come un incrocio tra una tartaruga, una scimmia e una rana. Si dice che questi bizzarri fanciulli smeraldini, oltre a portare sul dorso un guscio di tartaruga, emanino un forte odore di pesce!

Il Kappa pare ricavare tutta la sua vitalità dall’acqua, elemento che gli è indispensabile, tanto da portare sempre sul capo un po’ d’acqua appunto.
La mitologia nipponica, a tal proposito, dispensa generosamente consigli su come comportarsi in caso d’incontri ravvicinati con questi curiosi personaggi.
Ad esempio, cosa fare nel caso in cui ci si trovasse davanti ad un Kappa particolarmente polemico? Basterà fargli un rispettoso inchino a cui la verde creatura (pur sempre giapponese!) risponderà a sua volta con un altrettanto inchino. Questo trucchetto servirà a far sì che, inchinandosi ossequiosamente, il Kappa rovesci tutta l’acqua sul capo perdendo così le sue forze e diventando in questo modo innocuo!

Un Kappa con la sua vitale riserva acquatica sul capo! Immagine di Jueshifan.

Carattere dei Kappa

Alcuni studiosi di folklore rintracciano le origini dei Kappa nella mitologia cinese ma altri sostengono siano creature nate dall’immaginazione giapponese.
Sia come sia, chi se ne intende spiega che i Kappa sono contraddistinti da un carattere dispettoso e non sempre così amabile nei confronti degli umani. Possono essere collaborativi ma possono anche trasformarsi in spietate creature molto violente.
Gli studiosi dell’affascinante mondo della mitologia nipponica ci dicono anche che i Kappa sono depositari di un antico sapere medico e sono esageratamente golosi di cetrioli.

Infatti, se guardate meglio la prima illustrazione in alto, vedrete che il nostro caro Kappa ha in mano proprio un profumato cetriolo fresco, pronto da essere divorato!

Kappamaki かっぱ巻き. Illustrazione di いらすとや

Kappamaki

Nella grande famiglia dei sushi troviamo i cosiddetti maki, contraddistinti dalle altre tipologie per l’alga nori che li avvolge. Il termine maki 巻, infatti, deriva dal verbo maku 巻く che significa appunto avvolgere, arrotolare. Dunque, la parola maki indica una sorta di involtino.

Tuttavia, il termine corretto che indica i sushi avvolti nell’alga nori è makizushi (maki + sushi dove quest’ultimo termine subisce una variazione fonetica che trasforma la s in z).

Ebbene, all’interno della famiglia dei makizushi troviamo i kappamaki che, come avrete già intuito, hanno come ripieno cetriolo e non pesce!

I kappamaki sono i makizushi più amati tra i bambini che ancora non hanno sviluppato il gusto per il pesce crudo. Ma sono una deliziosa soluzione anche per chi, per varie ragioni, non consuma pesce.

Vi dirò la verità: non appartengo a nessuna delle due categorie sopracitate eppure amo follemente i kappamaki. Erano uno dei piatti fissi che ordinavo sempre alla locanda Seigetsu, a Zama, nel Kanagawa. A due passi da casa mia.

La mia amata locanda Seigetsu, a Zama, Kanagawa. A due passi da casa mia.

Pochi ingredienti semplici ed economici, un briciolo di pazienza e manualità e il kappamaki è servito!

Lo preparate insieme a me?

Seguitemi. Condividerò con voi una ricetta giapponese molto semplice che ci consentirà di preparare questi prelibati makizushi. La ricetta originale, e che tradurrò per voi, è consultabile qui.

Ricetta dei Kappamaki

Il momento più gratificante: l’assaggio dei miei kappamaki

PREMESSA BREVISSIMA
Per la cottura del riso alla giapponese, con tutto le dosi e il procedimento, vi rimando al mio articolo QUI. Di seguito vi riporto comunque la traduzione della ricetta originale giapponese accompagnata da commenti miei.

Ingredienti per 6 persone:

280g di riso giapponese crudo (comprate quello indicato per sushi)
1 tazza e mezza d’acqua fredda (300ml)
1 pezzo da 5 cm di alga konbu
2 cucchiai e 1/3 di aceto di riso
2 cucchiai di zucchero
1/2 cucchiaio di sale
1 cetriolo
wasabi q.b. (facoltativo)
3 fogli di alga nori
salsa di soia q.b.

Tutti gli ingredienti pronti

Procedimento

Cottura riso
  1. Per prima cosa, lavare il riso sotto acqua corrente. Risciacquarlo tre o quattro volte dopodiché metterlo a scolare per circa una mezz’ora. Trascorsa la mezz’ora, trasferire il riso in pentola per la cottura. Se avete la cuociriso elettrica usatela seguendo le indicazioni previste per la dose d’acqua. Indicativamente, 280g di riso equivalgono a 3 misurini.
    Se invece usate una pentola normale allora seguite le indicazioni che vi ho riportato nel link più su.
    All’acqua di cottura aggiungere subito l’alga konbu che avrete precedentemente sfregato leggermente con un panno pulito (non lavare mai l’alga!).
Ingredienti per il condimento del riso

2. In una scodella unire l’aceto con lo zucchero e il sale. Se volete potete usare lo zucchero di canna, come ho fatto io. Questo darà un leggerissimo colore al riso ma sarà appena percettibile.

Prepariamo il necessario

3. In attesa che si cuocia il riso, preparare il tavolo con tutto l’occorrente: i fogli di alga nori tagliati a metà, la scodella con il condimento per il riso, una stuoietta di bambù, uno shamoji o paletta per il riso (andrà bene un cucchiaio di legno), un ventaglio per raffreddare il riso cotto.
Servirà anche un vassoio o piatto ampio dove poter raffreddare e condire il riso.

Riso cotto e condito

4. Trasferire il riso cotto su un vassoio o piatto ampio e versarvi sopra il condimento per il riso che avete già preparato. Con la paletta o il cucchiaio di legno mescolate bene ma delicatamente il tutto facendo attenzione a non rompere i chicchi. Nel frattempo, raffreddate il riso facendo aria con un ventaglio.

Quasi fatto!

5. Lavare il cetriolo e tagliarlo a strisce per lungo cercando di eliminare il più possibile i semini.
Posizionate l’alga nori (i cui fogli avrete tagliato a metà) sulla stuoietta di bambù e adagiate un po’ di riso. Stendete il riso avendo cura di lasciare vuoto il margine in alto.
Se lo desiderate, sopra il riso mettere un leggero velo di wasabi e poi adagiarvi sopra una striscia di cetriolo.
ATTENZIONE: Non mettere troppo riso altrimenti sarà difficile arrotolare il makizushi.
Arrotolate il kappamaki cominciando dalla parte rivolta verso di voi.

Kappamaki pronti da affettare

6. Otterrete all’incirca 5 o 6 kappamaki. Con un coltello affilato, tagliate i vostri kappamaki in fette non sottili. Tradizionalmente il kappamaki viene servito in pezzi stretti e alti.

Itadakimasu!

Servite i vostri kappamaki con un po’ di buona salsa di soia di qualità. E attenti ad eventuali kappa che potrebbero aggirarsi nei paraggi e che potrebbero divorarsi tutti i vostri cetrioli della ricetta!

Itadakimasu! いただきます。

Giappone, Vietnam e pensieri

Che estate bizzarra.

Le mie finestre sono costantemente spalancate e sembrano bocche assetate in attesa anche solo di una goccia di ristoro.

Le mie tendine bianche ondeggiano pigramente, sospinte da sparuti sbuffi di un’aria che pare fatta di un immaginario piombo invisibile.

Dai ghirigori del mio ornato parapetto di ferro battuto, rivestito da ostinate pennellate di un torinesissimo verde, s’intrufolano raggi di un sole rovente che rimbalzano sul davanzale di marmo.

Torino, nella sua agostana incandescenza, osserva in silenzio tutto quanto sta avvenendo. E lo fa con gli occhi impauriti di chi tutto questo l’ha già visto. Gli occhi delle nostre città sono gli unici rimasti, assieme a quelli di alcuni anziani che ancora ricordano.

Sulla mia scrivania, pagine di appunti inariditi accompagnati da William Somerset Maugham, Kawakami Hiromi, Tomasi di Lampedusa, Ho Chi Minh.

Alcuni miei libri nonché fedeli amici

Un’estate bizzarra, dicevo.

Gli ingredienti della solita estate ci sono tutti, che sia mare o città poco importa: il sole iroso, il gelato, l’anguria, docce gelide, un affaticato ventilatore in azione h 24, spossatezza da calore (la 夏バテ natsubate di cui parlano i nostri amici giapponesi), sonnolenza, vecchie commedie all’italiana, insalata di riso, soba, l’odore penetrante del Po che lentamente lambisce la sua sponda infuocata.

Quelle commedie che mi facevano ridere e adesso invece risvegliano una lancinante nostalgia per giorni andati catapultandomi in un personalissimo Posto delle fragole (lo Smultronstället di bergmaniana memoria).

Ma questa di estate è diversa. Pesa di più.

Non è solo il mio essere figlia dell’inverno a farmela mal sopportare ma è piuttosto tutto questo clima di palpabile tensione in cui ormai viviamo.

Scrivo liberamente qui perché è casa mia. Almeno fintantoché mi sarà possibile esprimermi in assoluta libertà, valore quest’ultimo che non ci è garantito.

Vivo con grande dolore questo momento storico e di questo non riesco e non voglio fare mistero. Potrete essere d’accordo con me o meno ma questo non cambia alcunché poiché il cammino a passo svelto verso una terrificante deriva è già abbondantemente in atto.

L’estate bizzarra, dicevo, è condita dai pianti singhiozzanti che mi colgono nella notte quando il sonno sfugge via sgattaiolando dalle mia tendine bianche e perdendosi nelle strade silenziose di questa Torino che osserva.

Nella mia vita ho vissuto momenti di paura stritolante. Pochi ma ci sono stati. E rieccoci.

Comunicazioni terrorizzanti giornaliere, odore pungente di costrizioni, divieti che si moltiplicano, discriminazione.

Siamo davanti ad una gigantesca rappresentazione de I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen. Una verità evidente, dolorosamente evidente, che però non si può dire. Si tace. E a forza di tacere sembra quasi come se questa verità non sia più lì.

Ma la verità è lì.

L’incantesimo si frantumerà e sempre più occhi vedranno i veri vestiti dell’imperatore.

Intanto però si continua a vivere perché, come dice la mia cara e coraggiosa amica Rita: “Ci vuole più coraggio a vivere che a morire“. E dichiariamo il nostro coraggio di vivere anche attraverso atti di semplice contemplazione della bellezza che ci circonda e che è accessibile a chiunque. Senza distinzioni.

Lungo Po, Torino

Pensieri d’Asia

Il Giappone è parte del mio percorso di vita da tanti anni ormai. Personalmente, accademicamente e professionalmente. Un legame nato da un’esperienza cadutami dal cielo anni fa e che avrebbe costituito una delle fondamentali trasformazioni della mia vita. Il Giappone e l’affetto che provo per quella terra sono la ragione per cui esiste Biancorosso Giappone.

Il Giappone è per me l’espressione del mio inspiegabile attaccamento all’Asia nato intorno a quando avevo nove anni e sbocciato tra i racconti di mio nonno in Cina alla fine degli anni Ottanta proprio nel cuore di quel periodo di riforme e aperture lanciate da Deng Xiaoping. Un affetto che avrei alimentato anche nei miei anni adolescenziali cercando, a mio modo, l’Asia dell’immaginazione tra le botteghe della già allora malconcia Chinatown torinese.

Nello scrigno dei miei ricordi sono impresse con vividezza memorie delle chiacchierate (che in realtà erano mini lectiones magistrales, solo che non me ne rendevo conto) del prezioso dott. Lee, tra le pareti della storica Cineseria Ming in Galleria Umberto I, a Torino. Il flusso inarrestabile delle mie domande veniva accolto con pazienza e sicurezza dal dott. Lee. E mentre a volte i miei occhi vagavano posandosi sugli antichi vasi e sulle intricate giade, ecco che quel caro Maestro tracciava caratteri tradizionali e me li mostrava.

Porto il Giappone dentro di me ed è un qualcosa che nessuno potrà portarmi via. Qualcuno ci ha provato ma non ci è riuscito.

Chi vi scrive è a Torino fisicamente ma da Sagamihara non si è mai mossa.

Pennellate vietnamite

Dedico queste righe alla preziosa professoressa Sandra Scagliotti, console onoraria del Consolato della Repubblica Socialista del Vietnam di Torino e di cui sono orgoglioso membro.

Quando vivevo nel Texas, ma soprattutto poi quando andai ad abitare nel sud della California ebbi la possibilità di conoscere la cultura vietnamita un po’ più da vicino grazie alla massiccia presenza della diaspora.
Nella rovente Dallas, mi piaceva fare la spesa all’Hong Kong Market sulla Pioneer Parkway di Grand Prairie o al Cho Saigon sulla Collins St. ad Arlington.

Di quei luoghi ricordo il profumo inebriante e zuccherino della frutta tropicale. Ricordo le varietà a perdita d’occhio di pesce e frutti di mare. Ricordo l’emozione palpitante che provavo nel percorrere le corsie delle spezie, dello scatolame e dei tè.

Nell’afa soffocante di quell’angolo di Texas rurale dove mi sono ritrovata a vivere, conobbi Tran e il suo sfortunato figlio Lance.
Tran era nata in Vietnam ma viveva lì, in quell’angolo desolato di Texas dove spadroneggiano i campi di mais e un sole infernale, e sulle spalle portava dolore. I suoi occhi lo rispecchiavano. Capelli neri dritti e lunghissimi, occhi malinconici, carattere taciturno. Chiedeva sempre di essere chiamata Lyn, forse per desiderio di appartenenza o forse perché era stufa di sentire il suo bel nome vietnamita venir mal pronunciato. Chissà.

Tra noi non ci fu simpatia. Sono cose che succedono tra esseri umani. Eppure, nonostante la sua ritrosia, m’incuriosiva.

Abbassò leggermente la guardia un giorno portandomi un durian. Ed ecco ritornare quelle note ammalianti di frutta tropicale, di posti lontani, umidi e roventi. Non disse molto se non che si trattava appunto di un frutto molto amato dalle sue parti ma che gli stranieri accoglievano spesso con disgusto. Non è un frutto semplice, in effetti. Un po’ come Tran.
Una buccia dura e ricoperta di spine appuntite rende difficile maneggiare il frutto ed aprirlo. Ma esso al suo interno contiene una polpa dall’odore pungente e poco invitante che però, assaggiata, sorprenderà con la sua inaspettata dolcezza.

A San Diego avrei ritrovato il Vietnam attraverso la sua diaspora californiana, attraverso scodelle fumanti di Phở, fragranti Bánh mì acquistati sulla Convoy St. e la Miramesa Boulevard. E poi quel caffè straordinario che i vietnamiti della diaspora preparano con il Café du Monde a base di cicoria tostata e caffè.

Sapori e suggestioni vietnamite che avrei ritrovato qui nella mia cara Torino, al mio amato Consolato vietnamita dove in estate è possibile avere un assaggio di quella straordinaria cultura attraverso libri, giornali e ottime bevande tradizionali.

Video girato da me, al caffè all’aperto, del Consolato. In preparazione, un tradizionale Cà phe den caldo. Il tutto condito dall’edificante lettura delle straordinarie pagine della rivista Mekong.

Sono fiera di dirvi che la professoressa Scagliotti mi ha affidato il compito della correzione bozze di una sua opera che verrà pubblicata a breve: una raccolta delle lettere di pace di Ho Chi Minh.

E mentre mi immergo nella lettura degli accorati appelli alla pace, all’armonia, alla collaborazione, alla solidarietà di uno dei più sinceri sostenitori della libertà, fuori il sole infuocato di agosto risucchia con ira ogni goccia d’acqua e ogni pennellata d’ombra.

Parte della mia personale collezione di riviste Mekong e altri libri sul Vietnam. Tutte magnifiche pubblicazioni che potete acquistare direttamente al Consolato.

Leggere quegli appelli angosciati misti però ad un’incrollabile visione di pace e cooperazione tra i popoli mi ha commossa più volte. Una commozione amplificata da quanto stiamo vivendo, periodo in cui le leali sollecitazioni e inviti alla pace del grande rivoluzionario e patriota vietnamita ritrovano ulteriore profondità e rilevanza.

Nel prossimo articolo vi riporto i sapori del mio amatissimo Giappone.

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