Skip to Content

Mugicha: un’antica bevanda

Confezione di autentico Mugicha

A Torino è scoppiato il caldo, arrivando con quella repentinità che spesso caratterizza l’emergere delle temperature roventi.
Le ore iniziano a scorrere con burrosa lentezza mentre raggi incandescenti di un sole di metà maggio divorano ogni lembo d’ombra.

Una sorta di rassicurante anteprima del sopravvento della luce sulle tenebre.

Manca ancora circa un mese all’estate eppure potremmo facilmente immaginare di essere già nella stagione che, scalpitante, ci aspetta dietro l’angolo.

Oggi scrivo in compagnia della melodiosa voce di Neffa, straordinario poeta urbano ancor prima che cantante. Inseguendo le struggenti note della sua Giorni d’estate, assaporo già il gusto della stagione che amo di meno.

Dai campi di Saga a Torino

Svariate settimane fa, in tempi climaticamente non sospetti e con addosso ancora un cappottino, in un nuovo Asian market di Torino ho spalancato gli occhi esclamando qualcosa come Veramente?!.
Su uno scaffale ecco delle confezioni di 麦茶 mugicha. Prodotto che, fino a quel momento, era rimasto pressoché introvabile se non a prezzi equiparabili a quelli di un braccialetto di Musy.

Non ci potevo credere. Era proprio lui. L’autentico mugicha che rinfresca le torride ed indimenticabili estati giapponesi.

Dai campi della Prefettura di Saga, nel Kyūshū, fino in un accogliente negozietto asiatico nella sabauda Torino.

Il pensiero che quel sacchetto abbia percorso migliaia di Km per giungere tra le mie mani è una sensazione che mi riempie di gratitudine. Chiudo gli occhi e, per una manciata d’istanti, mi ricongiungo al luogo di origine. E se quel luogo è il Giappone allora avviene quello che – ormai da anni – chiamo il teletrasporto dell’anima.

Mugicha: dal passato a noi

In rete trovate ancora sul blog storico il mio articolo del luglio 2007 dedicato al mugicha, nonché uno dei primissimi articoli sull’argomento in italiano. Potete leggerlo qui.

La parola mugicha significa letteralmente tè d’orzo. È una bevanda che si prepara mettendo in infusione chicchi tostati d’orzo in acqua calda oppure fredda. Quindi non è un tè in senso stretto poiché non contiene nessuna parte della Camellia sinensis, ossia la pianta del tè.

Nel Giappone moderno, il mugicha è una delle bevande estive per eccellenza e lo si consuma rigorosamente freddo.

Illustrazione del classico mugicha estivo

Fra poco vi mostrerò due modi per assaporare il mugicha: il metodo classico e uno un po’ particolare.

Ma prima vorrei raccontarvi alcune curiosità storiche.

Si dice che l’orzo sia presente in Giappone già dalla distantissima epoca Jōmon (10000 – 300 a.C.) ma testimonianze ci raccontano di una curiosa maniera di consumare questo antico cereale, in voga a partire dal periodo Heian (794-1185 d.C.): si macinava l’orzo tostato e se ne ricavava una farina chiamata 麦粉がし mugikogashi. Si stemperava questa farina in acqua calda fino ad ottenere una bevanda che iniziò ad essere molto apprezzata, si dice, soprattutto dai guerrieri dell’epoca Sengoku o degli Stati belligeranti (1467-1603) che, infatti, se la portavano addirittura al fronte.

Il mugicha nel Periodo Edo

Al mio amato Periodo Edo dedico un paragrafo a parte perché è il periodo storico che più mi appassiona, a tutto tondo. In particolar modo, da diversi anni, conduco autonomamente ricerche relative alla cultura alimentare e gastronomica di quel periodo.

Studio su molte fonti, per la maggior parte digitali. Ma sono orgogliosa di avere nella mia libreria due testi che sono per me fondamentali:

Edo no shokutaku e Edo no ryōri to shokuseikatsu.

Il Periodo Edo non fu solo effervescente epoca di generale accessibilità e diffusione della letteratura anche tra la gente del popolo ma fu altresì periodo di entusiasmanti scenari gastronomici.

Tra le classi in cui era divisa la società del tempo, vi era quella dei chōnin composta in prevalenza da mercanti ma anche da artigiani. La loro classe era collocata alla base della gerarchia del tempo ma, nel periodo Edo, trovò un benessere inaspettato che permise a queste persone di scoprire una vita anche di benessere e non solo duro lavoro.

Nonostante questo nuovo benessere, tuttavia alcune cose restavano ancora prerogativa di classi più potenti e agiate. Ad esempio, il sencha ossia il comune tè verde giapponese, a quei tempi aveva costi proibitivi. Così, si diffuse anche tra i chōnin l’abitudine di consumare bevande a base di orzo simili a quelle dei guerrieri del periodo Sengoku. L’orzo era abbondante e costava poco.

Sorsero così innumerevoli sale da tè, soprattutto in prossimità di templi e santuari, chiamate 麦湯店 mugiyu-ten. Queste piccole locande, che spesso potevano anche essere semplici bancarelle ambulanti, offrivano un momento di meritato riposo e ristoro ai pellegrini in visita. Per pochi mon, la moneta del tempo, si poteva ordinare una tazza di mugiyu e riprendere fiato prima di ricominciare il cammino.

Il termine mugiyu è composto da mugi (orzo) e da yu, ovvero acqua calda. La preparazione assomigliava ancora molto a quella dei periodi precedenti e prevedeva appunto la farina tostata di orzo (chiamata anche はったい hattai ) mescolata ad acqua calda.

Potrà sembrare strano che si consumasse una bevanda calda, soprattutto in estate. Tuttavia, non bisogna dimenticare che c’erano antichi saperi cinesi conosciuti anche ai giapponesi come quello dei benefici del bere acqua calda e non fredda. La versione con acqua fredda si è diffusa in tempi decisamente più recenti, forse anche grazie (o per colpa di?) all’influsso occidentale, soprattutto dal periodo Meiji in avanti. Interessante è anche il passaggio dalla farina d’orzo ai chicchi interi.

Una curiosità di queste sale da tè riguarda il personale: si dice che fossero gestite, in buona parte, da bellissime fanciulle incipriate che naturalmente attiravano l’attenzione sia dei giovani che dei meno giovani. E qualcuno sostiene che fosse proprio la presenza di queste aitanti cameriere imbellettate a contribuire alla popolarità di questi luoghi ma soprattutto di questa bevanda di orzo.

Mugicha moderno e due semplici idee

Al giorno d’oggi, come già sottolineato, la bevanda di orzo si consuma fredda. Esistono vari modi per assaporarla. C’è chi la beve al naturale, chi ci aggiunge del latte oppure chi la dolcifica con il miele. Ad ognuno la scelta.

Confezione di mugicha e una bustina d’esempio
Mugicha: un’antica bevanda

Il mugicha viene venduto generalmente in confezioni contenenti le caratteristiche bustine di carta. La carta di queste bustine ha una leggera tonalità marroncina che, secondo me, vuole richiamare la sfumatura ambrata che prenderà la bevanda.

Vediamo due modi per preparare il mugicha: quello classico e quello, diciamo così, un po’ frizzante!

MUGICHA CLASSICO

Per preparare il mugicha classico freddo occorrono:

500ml d’acqua fredda
1 bustina per mugicha

Acqua fredda e una bustina per mugicha

Tuffare la bustina nell’acqua e lasciare in infusione, preferibilmente in frigorifero, per almeno 10 minuti. Servire come si vuole: con o senza ghiaccio, con miele, latte, ecc.

Trascorsi circa 10 / 15 minuti, il mugicha assume questa splendida tonalità ambrata:

Il mio freschissimo mugicha di oggi!

Io me ne sono semplicemente versata un bicchiere godendomi la bevanda in compagnia della mia lettura preferita del momento (e di cui parlerò prossimamente su questi teleschermi): 東京奇譚集 Tōkyō kitanshū (Storie misteriose di Tokyo), di Murakami Haruki.

Un mugicha freddo e le storie misteriose di Tokyo di Murakami.

MUGICHA FRIZZANTE

Per preparare il mugicha frizzante occorrono:

mezzo bicchiere di mugicha freddo
mezzo bicchiere di una bevanda gassata a scelta, preferibilmente a base di frutta (io ho usato un’acqua tonica al pompelmo)
una fettina di limone

Mescolare le due bevande e aggiungere la fetta di limone. Servire.

L’occorrente per preparare il mugicha frizzante

Anche questa versione è molto gradevole, soprattutto per alleviare l’arsura delle ore più calde della giornata.

Per concludere

Se vi ho incuriositi, provate a cercare il mugicha nei negozi asiatici della vostra città. In alternativa, lo potrete trovare sicuramente su internet.
Concludo, però, precisando che in passato ho tentato di fare il mugicha in casa partendo dai chicchi d’orzo tostati da me ma il risultato è stato piuttosto deludente. In quel momento lo apprezzai perché comunque mi ero in qualche modo avvicinata a quel sapore inconfondibile che ricordavo. Ma non è la stessa cosa. Insomma, le ricette casalinghe che trovate in rete difficilmente saranno soddisfacenti se conoscete il vero gusto del mugicha. È necessaria una tostatura specifica dei chicchi che, una volta torrefatti adeguatamente, produrrà il caratteristico sapore ed eviterà che la bevanda s’intorbidisca. Come invece succede con i tentativi casalinghi.

Buon mugicha a tutti!

Verasia: la mia esperienza

Una sezione della mia amata libreria giapponese personale.

É da quando ero bambina che i libri sono fonte di una gioia elettrizzante che non accenna ad affievolirsi. Ho conosciuto il piacere della lettura quando ancora stavo apprendendo i rudimenti della sillabazione italiana e già i miei occhi curiosi ispezionavano pagine di riviste e volumi che trovavo in casa.
La sete di sapere mi ha condotta negli anni a divorare un numero incalcolabile di libri. Prima unicamente in italiano. Dopodiché, raggiunta la padronanza dell’inglese, ecco spalancarsi le preziose porte intarsiate del panorama letterario anglosassone. E infine, il giapponese. Gloriosa lingua di cui mi sono innamorata perdutamente dal primo giorno sulle pagine del leggendario Japanese for Busy People, sui banchi della mia università a Camp Zama, in Giappone. Un profondo amore che, tra sorprendenti alti ed abissali bassi, mi avrebbe condotta fino alla corona d’alloro, laureandomi in letteratura giapponese con una tesi dedicata a un magnifico libro: 「陰影礼賛」In’ei raisan (Libro d’ombra) di Jun’ichirō Tanizaki.

Leggere: una rigorosa palestra didattica

Per me leggere è la palestra didattica più rigorosa che ci sia. E l’apprendimento di una lingua deve, a mio modesto parere, presupporre necessariamente che si divorino quanti più libri possibili nell’idioma di proprio interesse. Non per tutti è così, sia chiaro. Ma per me questa è una regola. Ricordo ancora le parole del mio caro professor Simmons, docente d’inglese della mia università in Giappone, quando – davanti ai miei indugi nel consegnare i tanti research paper previsti dal programma – m’incoraggiò dicendo che nel mio inglese scritto aveva colto la qualità che acquisisce chi legge tanto.

Non riporto questo episodio per farne un vanto (anche se, lo ammetto, provo una punta di orgoglio a ripensarci) ma perché in effetti la capacità espressiva in una lingua cresce in maniera direttamente proporzionale al numero di libri letti. Tutto si rafforza e splende, in particolar modo la ricchezza lessicale.

Con l’inglese ho scalato un Everest libresco. Un’entusiasmante ma faticosa arrampicata iniziata ufficialmente col mio primo libro in inglese letto per intero, da sola, nella mia stanza ad Orem, Utah, mentre fuori sventolava una fiera Star-Spangled Banner: The Pink Motel, di Carol Ryrie Brink. Giunta all’ultima pagina, mi sentivo spossata ma al contempo immensamente fiera dell’obiettivo raggiunto. Sarebbero seguiti moltissimi altri libri, di tutti i generi e tutti i livelli di difficoltà.

E col giapponese mi sono ritrovata a scalare un altro Everest, forse, per certi versi, ancora più scosceso e inospitale del precedente.

Ma sono una persona dotata di pertinace perseveranza e non mollo la presa fino al raggiungimento del mio obiettivo. Costi quel che costi.

Dunque, la mia scalata cocciutamente procede.

Dove trovare libri in giapponese?

Riuscire a reperire libri in lingua giapponese in Italia è piuttosto un’impresa. È spesso un percorso un po’ dispendioso, ricco di tortuose gincane e non sempre risolvibile passando dal poco amato Amazon. Quest’ultimo, infatti, nella sua versione italiana, ha poco o nulla. I rimandi portano invariabilmente a rivenditori giapponesi o americani presentando, così, l’inquietante incognita delle imposte doganali.
Sono della vecchia generazione che ha studiato sulla carta e che difficilmente riesce a trarre lo stesso piacere da e-book e simili. La sensazione coi testi digitali è quella di non riuscire ad assorbirne appieno il contenuto come invece succede con il cartaceo.
Infatti, per me ogni volume della mia libreria giapponese rappresenta un’avventura e un ricordo. Ognuno di essi è il frutto di pazienti ricerche, trepidanti cacce al tesoro, attese talvolta lunghissime ed esasperanti, folate di serendipità, clamorosi colpacci di fortuna.
Come quando ritrovai l’agognato magazzino delle rimanenze della mitica libreria Mangetsu di Torino. Ne parlai qui. Oppure come quando entrai in contatto con una signora giapponese di Rimini che, volendosi disfare di alcuni suoi libri, me li regalò chiedendomi solo qualche euro per la spedizione.

Dedicherò altri articoli all’argomento libri nella speranza che possano essere d’aiuto a chi, come me, ha sviluppato una sorta di ossessione da libro giapponese. D’altronde, penso di aver accumulato un discreto numero di dritte e trucchetti che potranno, indubitabilmente, aiutare chi si trovasse a far parte di questa nicchia linguistica.

Un’altra mensola della mia amatissima libreria nipponica.

Dei vari punti miei di riferimento per l’acquisizione di libri giapponesi c’è sicuramente Verasia. Ed è proprio di Verasia che vorrei condividere le mie impressioni e la mia esperienza.

Precisazione: questa è una recensione libera e sganciata da qualsiasi programma di affiliazione o altro. Non collaboro con Verasia e dunque le opinioni qui riportate sono liberamente le mie.

Verasia: chi sono e di cosa si occupano

Nella mia imperterrita e tenace ricerca di libri giapponesi a prezzi accessibili, un giorno ho trovato il sito di Verasia. In rete ci sono pochissime recensioni tanto da farmi un po’ indugiare prima dell’acquisto. Questa mia recensione, dunque, è esattamente ciò che avrei voluto trovare.

Il negozio virtuale è presentato interamente in italiano ma la sede fisica di Verasia è a Madrid, in Spagna. Verasia fa capo ad un gruppo che si chiama Aprende Chino Hoy S.L., un’azienda dedicata alla vendita di materiale didattico per l’apprendimento del giapponese, del coreano e del cinese.

Insomma, una vera Eldorado per qualunque asiatista!

Verasia: Assortimento

Il ricco assortimento di libri mi sorprese dal primo momento. Le categorie sono tante e spaziano dai libri di lettura a quelli di testo per lo studio del giapponese. Quest’ultima categoria, tra l’altro, è particolarmente ricca e comprende di tutto: dai dizionari (di vario tipo) ai libri di testo classici fino ad arrivare, ad esempio, a volumi di approfondimento della comprensione orale o dei kanji.
Non mancano, inoltre, testi di supporto alla preparazione di esami di certificazione come il celebre JLPT, il Kanken o addirittura il NAT-test.
Nel vastissimo assortimento offerto da Verasia, sottolineo anche che è possibile trovare ogni mese la copia aggiornata dello storico mensile bilingue (giapponese-inglese) Hiragana Times!

Alcuni dei numerosi libri che ho acquistato da Verasia

Verasia: le mie scelte libresche

Verasia, oltre ad offrire un’ampia selezione di libri di vario genere a prezzi decisamente onesti, ha sul proprio sito anche una sezione dedicata all’oggettistica: scatole per bentō, furoshiki, calze tabi, tazze, poggia-bacchette, articoli di cancelleria assortiti nonché tutto il materiale per chi pratica calligrafia.

Fino adesso tutte le mie scelte hanno sempre riguardato esclusivamente i libri: ho acquistato libri di studio dedicati al perfezionamento di determinate abilità, come l’ascolto. Ho acquistato, ad esempio, un volume straordinario intitolato 「めしあがれ」Meshiagare che, attraverso meravigliosi brani ben strutturati, ripercorre la storia della cucina giapponese e permette di arricchire la propria conoscenza di microlingua.

Meshiagare è il primo libro a sinistra. Al centro il manuale di Shadowing e infine il bellissimo Yonkoma manga de oboeru nihongo.

Oltre lo straordinario Meshiagare che per meticolosità e ricchezza di contenuti meriterebbe di essere un best-seller incontrastato tra i giapponesisti di ogni dove (soprattutto se, come me, hanno il pallino della cucina!), grazie a Verasia sono riuscita a procurarmi anche un grandioso manuale dedicato alla tecnica dello shadowing.

Conviene ricordare che Verasia, inoltre, sconta molto spesso una selezione di articoli (libri e non) che si possono acquistare fino al 50% in meno! Grazie ad una di queste offerte, infatti, ero riuscita ad aggiudicarmi una copia del simpaticissimo 「4コママンガでおぼえる日本語」Yonkoma manga de oboeru nihongo (v. foto qui sopra): un libro che, attraverso gli yonkoma o strisce di fumetto a quattro vignette e solitamente di taglio umoristico, insegna varie espressioni della lingua. È proprio grazie a questo format che l’apprendimento risulta facilitato e di conseguenza la memorizzazione.

Verasia: narrativa

Ma oltre questi libri più di studio, diciamo, mi sono regalata alcune gemme letterarie.

Splendida narrativa giapponese!
Verasia: la mia esperienza

Piccole grandi meraviglie di narrativa giapponese adornano la mia libreria e allietano le mie ore di nippo-letture. Come ad esempio, 「きまぐれロボット」Kimagure robotto di Shinichi Hoshi. Vi parlai di questo libro proprio qui. Oppure il mio amatissimo 「神様」Kamisama di Kawakami Hiromi a cui ho dedicato un articolo qua.
Non mancano poi l’inquietante ma irresistibile 「ふしぎな図書館」Fushigina toshokan (in italiano tradotto col titolo di ‘La strana biblioteca’) di Murakami Haruki, divorato in poche ore e col fiato sospeso.

E l’ultimo arrivato in casa Biancorosso Giappone: 「旅猫リポート」Tabineko ripōto di Arikawa Hiro. La storia del gatto viaggiatore che ha riscosso talmente tanto successo in Giappone da ispirare la produzione di un film omonimo, del 2018 e noto all’estero col titolo in inglese: The Travelling Cat Chronicles.

Locandina giapponese del film Tabineko ripōto.
Locandina di The Travelling Cat Chronicles.

Scoperta sempre grazie a Verasia, un’altra chicca di narrativa, questa volta però di autori emergenti. Una raccolta di brevi racconti con la cucina come delizioso filo conduttore: 「5分後に美味しいラスト」Gofun go in oishii rasuto.

Verasia: per concludere

Fino adesso tutti miei ordini da Verasia si sono conclusi senza intoppi e con massima soddisfazione da parte mia. La consegna impiega generalmente dai 4 ai 7 giorni circa e avviene tramite corriere. Quasi sempre è DHL ad occuparsene anche se, a volte, capita sia il non amatissimo SDA. Tuttavia, non ho mai avuto alcun problema nel ricevere i miei pacchetti da Verasia.

Altra nota importante è quella relativa ai costi di spedizione che sono decisamente ragionevoli e non scoraggiano: €3.95 indipendentemente dalla somma totale dell’ordine.

Il servizio di assistenza clienti, raggiungibile telefonicamente o via mail sia in italiano sia in inglese (e anche in spagnolo, naturalmente) è eccellente. Su richiesta, procurano anche titoli non presenti in catalogo.

E ad ulteriore dimostrazione della loro professionalità e savoir-faire, in uno dei miei ordini più recenti mi hanno inviato anche un gradito omaggio: un quaderno per esercitarsi coi kanji.

Gradito omaggio da Verasia!

Prossimamente condividerò altri consigli utili a chi legge in giapponese o chi è alla ricerca di letture sul Giappone non reperibili nei consueti circuiti di librerie italiane.

またね。Mata ne!

Tsukimi-udon

La mia versione degli tsukimi-udon

In un giorno di questo febbraio non inaspettatamente freddo ma soleggiato, ho avvertito il desiderio di riassaporare gli udon. Questi spaghettoni spessi di grano tenero tipici della cucina giapponese sono stati per tanto tempo i miei preferiti. Sicuramente lo erano negli anni in cui ho vissuto in California dove, chi ci è stato saprà, la comunità asiatica è molto presente assieme alle proprie tradizioni e cucine. E nel sud della California, soprattutto, è facilissimo avere assaggi di Vietnam, di Cina, di Corea e certamente di Giappone.

Al tempo, ricordo benissimo, avevo appena iniziato a scoprire le gioie del cinema e della letteratura giapponesi. In particolare, ricordo l’incanto di Akira Kurosawa e del suo Dodes’ka-den che vidi per la prima volta mangiando una scodella fumante di udon.

Insomma, per me le atmosfere struggenti e oniriche di Dodes’ka-den saranno sempre e per sempre legate all’effetto rassicurante di udon caldissimi immersi in un fragrante brodo ambrato.

Straordinario film del 1970 di Akira Kurosawa

La ricetta che vi propongo oggi si chiama 月見うどん Tsukimi-udon ed è un tradizionale piatto giapponese della cucina autunnale. Siamo quindi fuori stagione, lo so. La ricetta, come vedrete, è anomala in vari modi poiché non è solo fuori stagione ma qui la ritrovate in una versione mia, leggermente riadattata secondo i miei gusti.

La parola tsukimi significa “ammirare la luna” ed è infatti una delle attività celebrative che in Giappone si osservano fin dai tempi antichissimi. La contemplazione della luna d’autunno avviene non solo attraverso gli occhi ma attraverso anche il palato.

Adattamenti

La ricetta originale degli tsukimi-udon prevede l’aggiunta di un uovo crudo a completamento del piatto. Quest’uovo rappresenta la luminosa luna d’autunno nonché oggetto di millenarie contemplazioni.

Tuttavia, io non amo l’uovo crudo e dunque lo sostituisco con un uovo sodo morbido. Per il resto, questo piatto semplicissimo può accogliere cambiamenti e variazioni che riflettano il vostro gusto personale. Potrete guarnire con del kamaboko (o surimi), dell’alga wakame, dei semi di sesamo, ecc.

Vediamo subito come preparare questi tsukimi-udon alla mia maniera, in poche e rapide mosse.

Tsukimi-udon alla mia maniera

Pochi ingredienti per un piatto squisito!

Ingredienti per 1 persona:
1 mattonella di udon
100ml di mentsuyu*
1 uovo sodo morbido**
cipollotto verde tritato q.b.
200ml d’acqua
1 scodella

*La salsa mentsuyu è facile da preparare in casa e quindi non c’è bisogno di acquistarla. Qui di seguito, la ricetta facilissima per prepararla. La ricetta è della signora Akane da cui l’ho imparata.

**Per l’uovo sodo morbido procedere così: mettere a bollire un po’ d’acqua in un pentolino. Quando inizierà il bollore, tuffarvi dentro un uovo possibilmente freddo di frigo e lasciarlo cuocere per sette minuti. Dopodiché tirarlo fuori, lasciarlo raffreddare e servire.

Mettere a bollire dell’acqua e quando inizia il bollore versare gli udon. Farli cuocere per il tempo riportato sulla confezione (di solito 2 minuti circa). Nel frattempo, in un pentolino mettere a scaldare i 100 di mentsuyu e aggiungervi 200ml d’acqua. Mescolare bene e lasciare in caldo il brodo.

Scolare gli udon e adagiarli in una bella scodella. Guarnire con metà uovo sodo e una manciata di cipollotto verde tritato.

Ora non resta che versare delicatamente il brodo sui nostri udon e gustare.

Con o senza luna, questi udon sapranno portare sulla vostra tavola la fragranza inconfondibile del Giappone.

Anche con o senza Akira Kurosawa.

Nagisa e limpide sorgenti

Tempo fa m’inventai un angolo chiamato Saggezze di un Himekuri. L’ispirazione arrivò da un calendario che mi aveva regalato Akiko e sulle cui pagine sono riportati proverbi e detti giapponesi. Pensai così di sceglierne alcuni, tradurli e riportarli qui assieme, magari, a qualche riflessione.

Lo spazio delle saggezze di un Himekuri ha accolto alcuni di questi detti come ad esempio qui. Oppure qua. Ma anche qui.

Il famoso himekuri, fonte d’ispirazione

Trovo la maniera, in qualche modo, d’intrecciare fili apparentemente scompagnati. Un po’ come i patchwork che vedevo realizzare dalle donne mormone nello Utah, in quel luogo immerso nella consuetudine della fede e circondato da aspre montagne. Ognuno di essi era un insieme di pezzi di tessuto di varia origine e con storie diverse, tutti tenuti insieme da una cucitura armonizzante di un filo solidale.

Limpide sorgenti

Acque eridane come accompagnamento del kotowaza di oggi

Passeggiavo una sera di dicembre lungo il mio amatissimo Po. Era una delle numerose passeggiate che faccio in solitaria, in compagnia solo dei miei pensieri. Ogni tanto mi fermavo ad ammirare un punto della città che mi comunicava qualcosa e mentalmente abbozzavo descrizioni o qualche audace verso poetico.

Mi sono soffermata più volte a rimirare le avvolgenti gradazioni cremisi del fogliame dei salici e degli olmi che adornano le sponde dell’antico fiume trovando in quelle calde sfumature le stesse nuance della lacerante malinconia per il Giappone.

Da uno dei parapetti di pietra luccicante, le acque eridane erano uno specchio blu cobalto che accoglievano i riflessi dei rami spogli degli alberi.

E quelle acque scorrevano, rinnovandosi continuamente in un moto lento ma inarrestabile.

Ho voluto, quindi, abbinare questa immagine ad un kotowaza del calendario:

源清ければ流れ清し
Minamoto kiyokereba nagare kiyoshi

Traduzione libera
Se la sorgente è limpida, anche il ruscello lo sarà.

Solo un cuore e un animo puliti possono dare vita ad azioni altrettanto limpide. E in questi mesi di disincanto educatore, il grado di purezza delle sorgenti è diventato il metro di valutazione di molte cose. Almeno, nella mia vita.

Ma intreccio i fili di questo kotowaza con quelli di Nagisa

I racconti dell’incenso

Ero seduta sul letto, immersa nel buio. Respiravo la fragranza delle quiete notturna che, in certi momenti, pur nel cuore della città sembra sfoggiare un’incorruttibilità fugace.

Nell’aria volteggiava ancora qualche strascico invisibile dei fiocchi di fumo di un classico incenso giapponese: il 毎日香 Mainichikoh, al pino.

Un bastoncino di Mainichikoh al pino brucia lentamente…

L’incenso è un cantore perché racconta, con la propria voce, luoghi e sensazioni. L’incenso va ascoltato perché esso distilla la sua propria visione del mondo e la trasmette tramite i suoi ricami di fumo che si librano nell’aria per poi finire chissà dove.

Questo Mainichikoh racconta di folti pinete e rigogliosi boschetti dove i raggi del sole s’intrecciano con ondeggianti strisce di oscurità lacrimanti di rugiada. Ho chiuso gli occhi e quel racconto fragrante mi ha riportata a passeggiare nel bosco del Meiji-jingu, a due passi dalla vecchia stazione di Harajuku.

Ho riaperto gli occhi e ho cercato qualcosa da leggere o da vedere.

La luce fredda del tablet ha squarciato l’oscurità in cui ero immersa. Una ricerca fatta senza pensarci molto mi ha regalato una perla cinematografica rivelatosi il miglior completamento del momento di contemplazione di allora e di adesso.

Nagisa

NAGISA, cortometraggio del 2019. Immagine di proprietà della Prefettura di Okinawa.

Nagisa è uno straordinario cortometraggio del 2019 del regista Toshiyuki Teruya, interamente girato ad Okinawa, nel villaggio di Onna.

La protagonista, Megumi (che in giapponese significa benedizione), è una donna che, in seguito ad un evento doloroso, scappa dalla città e dal male di vivere e si rifugia nel villaggio di Onna, sull’isola di Okinawa. Megumi approda affranta e stanca sulla spiaggia dell’isola, proiettata verso l’idea del suicidio come soluzione.

Ma dalla struggente bellezza di Okinawa affiora una bambina, Nagisa (che in giapponese significa spiaggia, battigia). Una creatura purissima, col cuore candido e colmo di gioia e gratitudine per tutto: per la sua mamma che le vuole bene e le prepara sempre il suo piatto preferito, l’omuraisu; per i suoi amici sull’isola; per le tante e piccole cose della sua raggiante esistenza.

Nagisa, nella sua innocenza cristallina, coglie il malessere di Megumi e cerca di medicare le sue ferite attraverso il potere della gentilezza e della dolcezza. Non sarà semplice perché Megumi ha la mente offuscata dai suoi abissi, dai suoi fantasmi e questo obnubilamento la porta a perdere la gratitudine e la consapevolezza dell’essere adesso.

La bambina è orgogliosa dei suoi amici, tutti anziani dell’isola, di cui lei conosce la vita, abitudini e peculiarità. E la sua spontanea gentilezza è il balsamo medicinale con cui allieta la vecchiaia di queste persone.

Non scriverò altro perché vi invito ad assaporare questa magnifica gemma cinematografica che potrete guardare qui. Saprà trasportarvi in una dimensione quasi onirica, illuminata dapprima dall’abbagliante sole cocente di Okinawa e poi imbevuto delle tenebre della sera e della morte. Il tutto avvolto a tratti nel bagliore delle roventi sabbie bianchissime e del pianto pizzicato del sanshin.

Una storia in cui s’incontrano e s’intrecciano i temi della gratitudine profonda ed incondizionata; della fuga dalla vita verso la morte e il contrario; dell’innocenza…

…quell’innocente limpidezza della fonte che non può che dare origine ad azioni altrettanto trasparenti e di sublime immacolatezza.

Marianna


Datemaki

Due piatti osechi che avevo preparato lo scorso anno: datemaki e kōhaku namasu

C’è una parte della cucina giapponese chiamata おせち料理 osechi-ryōri a proposito di cui ho scritto tanto negli anni. L’osechi-ryōri è il repertorio dei piatti che si preparano per i festeggiamenti del Capodanno. Delizie speciali che si portano in tavola solo in occasione di questa ricorrenza.
Ogni piatto, accuratamente presentato, simboleggia qualcosa che si spera di ottenere nel nuovo anno.

I piatti dell’osechi vengono solitamente presentati in bellissimi contenitori (chiamati 重箱 juubako) laccati a più piani. Ogni piano, tradizionalmente, ospita determinati osechi quindi la disposizione non è casuale.

Un classico osechi presentato nel juubako. Illustrazione di イラストや

Nel Giappone contemporaneo ormai gli osechi non si preparano quasi più in casa, ad eccezione di qualche piatto semplice. E’ consuetudine, ormai, ordinarli da ristoranti, gastronomie o negozi di alimentari. Questo perché la preparazione è piuttosto laboriosa e alcuni ingredienti sono esclusivi dell’osechi quindi richiedono particolare attenzione anche nei tempi.

Quando abitavo in Giappone, però, ho voluto una volta tentare l’impresa di preparare un intero osechi casalingo. Qui potete trovare il mio racconto con le foto.

Un piatto osechi facile

Dopo quell’unica esperienza di osechi casalingo preparato quasi interamente da zero, non mi sono più cimentata in imprese simili. Da quando sono tornata in Italia, poi, mi limito a preparare solo uno o due piatti di osechi. Uno di questi, il datemaki, è facilissimo e anche piuttosto scenografico.
Naturalmente, potete gustare gli osechi quando volete e non solo a Capodanno.
Anche se, quando si parla di osechi, non riesco a non pensare alla mia cara amica Sakura che incredibilmente li detesta tutti e che quindi immagino che faccia farebbe se le proponessi di mangiarli anche in un altro momento dell’anno!

Vediamo insieme il procedimento per preparare uno dei miei piatti osechi preferito: il 伊達巻 datemaki.

Datemaki

Datemaki che ho preparato il 31 dicembre 2021.

Poiché tutti gli osechi rappresentano qualcosa di benaugurante e positivo per l’anno nuovo, anche il datemaki non fa eccezione. La sua forma, infatti, ricorda quella delle pergamene e per associazione di idee dunque dovrebbe rappresentare la conoscenza e l’erudizione. Nei tempi antichi, infatti, i giapponesi importavano abitualmente documenti, poesie, dipinti su pregiate carte arrotolate attraverso cui avveniva la trasmissione d’importanti saperi.
Includere qualche soffice fetta di datemaki nel proprio osechi, quindi, è un modo per sperare in nuovi saperi e in brillanti raggiungimenti accademici nel nuovo anno.

Illustrazione di un datemaki. Immagine di イラストや

Origini del nome

Il nome 伊達巻 datemaki avrebbe più origini, tutte riconducibili a varie teorie : l’aggettivo 伊達 date si riferisce a un qualcosa o qualcuno di elegante e sofisticato ma che potrebbe anche risultare sfacciato se vi è ostentazione. E’ un aggettivo adatto per descrivere qualcosa o qualcuno che salta all’occhio. Ebbene, il datemaki è una specie di omelette che salta all’occhio per il suo colore vivace e per la sua forma curiosa.
Alcuni farebbero risalire l’origine del termine ai 伊達者 datesha ovvero i dandy di un tempo, i giovanotti alla moda che appunto saltavano all’occhio per il proprio modo di abbigliarsi e di atteggiarsi. Ma 伊達巻 datemaki è anche il nome della cintura che si mette sotto l’obi nel kimono! Una cintura che va arrotolata su se stessa proprio come la nostra squisita omelette, insomma.

Il nostro ghiotto Date Masamune. Si narra inoltre che fosse anche un eccentrico rubacuori! Immagine di イラストや

Non poteva però mancare la teoria che profuma del mio amato periodo Edo. Si narra, infatti, di 伊達政宗 Date Masamune, un daimyō (signore feudale) vissuto tra il periodo Azuchi-Momoyama e il primo periodo Edo, durante l’epoca degli Stati belligeranti ossia di tanti piccoli feudi in lotta fra di loro.
Ebbene, pare che Date Masamune fosse molto goloso di un piatto del tempo che si chiamava 平卵焼き Hira-tamagoyaki, una sorta di frittata piatta a base di uova e surimi di cui ci fu poi una versione arrotolata nella stuoietta di bambù e rinominata inizialmente 伊達焼き dateyaki e poi 伊達巻: Date in onore del ghiotto daimyō e maki perché diventata involtino.

Datemaki o tamagoyaki?

A prima vista il datemaki potrebbe assomigliare al tamagoyaki, la famosa frittata giapponese avvolta, di cui trovate la ricetta QUI. Ma la somiglianza è solo apparente.

Il segreto sta naturalmente negli ingredienti. Tradizionalmente, il datemaki si prepara mescolando uova sbattute ad un ingrediente che si chiama はんぺん hanpen, una sorta di tortino bianco di pesce assimilabile alla famiglia del surimi. E’ questo abbinamento a creare la consistenza soffice caratteristica del delizioso datemaki.

Tuttavia, non riuscendo a trovare con facilità i panetti di hanpen, ho scoperto che esiste la possibilità di sostituirlo con del tofu! E il risultato è sorprendente.

Vediamo la ricetta e la preparazione.

Ricetta

Ingredienti per un datemaki

200g di tofu sgocciolato
2 uova
zucchero 30g (aumentate o diminuite in base ai vostri gusti. Il datemaki è piuttosto dolce!)
1 pizzico di sale
2 o 3 gocce di salsa di soia

Gli ingredienti per un buon datemaki
  1. Sgocciolare bene il tofu. Consiglio di avvolgerlo in un foglio di carta da cucina e di metterlo a scolare posizionandovi sopra un peso. In questo modo perderà molto del suo liquido. Sarà sufficiente aspettare un quarto d’ora, venti minuti.
  2. Nella coppa di un frullatore o di un mixer ad immersione versare il tofu sgocciolato a pezzi, le uova, il sale, lo zucchero e la salsa di soia. Mescolare il tutto fino ad ottenere un composto omogeneo, cremoso e soffice.
Passaggi per la preparazione del datemaki

3. Ungere una padella. Io ne ho usata una rettangolare da tamagoyaki ma non è indispensabile. Potete usare una padella qualunque purché antiaderente.
4. Versarvi il composto cercando di livellarlo in superficie. Coprire la padella con un foglio di carta alluminio e lasciar cuocere a fuoco medio-basso per circa un quarto d’ora.

Passaggi finali nella preparazione del datemaki.

5. Trascorso il quarto d’ora, alzando il foglio di carta alluminio noterete che il soffice composto sarà quasi cotto. Con molta attenzione, aiutandovi con una paletta, giratelo dall’altra parte e lasciatelo cuocere per altri 5 o 6 minuti, sempre coperto.
6. Trasferite la vostra omelette sopra una stuoietta di bambù (rivestita di un pezzo di pellicola per alimenti) e delicatamente iniziate ad arrotolarla senza usare forza eccessiva. Dovrete, però, al contempo cercare di arrotolare per bene affinché il datemaki aderisca su se stesso.
7. Chiudere la stuoietta fissandola con un elastico. Lasciare a riposo per un quarto d’ora o venti minuti dopodiché scartare e affettare delicatamente il datemaki.

Un gustoso datemaki pronto da affettare!
Dedicato a Date Masamune!

Alla prossima ricetta. いただきます。Itadakimasu.

Datemaki

L’innocente malinconia di Kaneko Misuzu

La poetessa Kaneko Misuzu

In questo primo mio scritto del 2022, vorrei dedicare un pensiero ad una preziosa figura del panorama letterario femminile giapponese: 金子みすゞ Kaneko Misuzu. Di lei vi diedi un accenno qualche anno fa, proprio QUI.

Sono molto legata a questa poetessa perché una delle sue raccolte di poesie mi ha accompagnata in alcuni dei momenti più bui della mia vita. Fu la mia cara amica Akiko a regalarmi questo libro senza sapere che sarebbe stato per me àncora e conforto. E lo è ancora. Anzi, forse ora più che mai.

Kaneko Misuzu (nome d’arte di Kaneko Teru) nacque nel 1903 nella Prefettura di Yamaguchi, regione nella zona sud-est del Giappone. Nacque in un paesino di pescatori di sardine che, non è un caso, avrebbe ispirato molti suoi componimenti poetici.

Vita breve e dolorosa

La vita della poetessa fu breve e traboccante di dolore. Costretta ad un matrimonio combinato dallo zio con un collaboratore nell’attività di famiglia, Misuzu iniziò la sua vita coniugale all’insegna dell’infelicità. Dal matrimonio nacque una bambina di nome Fusae (proprio come la cara signora Fusae che porto sempre nel cuore!). Tuttavia, poco tempo dopo Misuzu scoprì di aver contratto una malattia venerea trasmessale dal marito, assiduo frequentatore dei cosiddetti quartieri del piacere. Il grande patimento fisico si sommò all’insostenibile e tesissimo rapporto col marito e il tutto sfociò in un’agguerrita battaglia legale per la custodia della bambina. La legge giapponese del tempo, infatti, in caso di divorzio garantiva l’affidamento dei figli ai padri.

Per Misuzu tutto questo era semplicemente inaccettabile oltre che indescrivibilmente straziante.

Non potendo sopportare l’idea di questa ingiusta decisione, la giovane poetessa decise di togliersi la vita. Si cita spesso il triste epilogo che così si svolse: il giorno prima dell’affido ufficiale della bambina al padre, Misuzu fece un bagno alla piccola Fusae dopodiché insieme mangiarono un 桜もち sakuramochi. I sakuramochi sono tradizionali dolci morbidi di primavera avvolti in foglie di ciliegio in salamoia.
Qui ne vedete alcuni in una mia foto scattata nella mia cucina di Sagamihara:

I sakuramochi che avevo ricevuto in dono da Ishii-san

Dopo questo struggente e ultimo momento insieme alla sua bambina amata, Misuzu scrisse una lettera al marito chiedendogli di affidare la piccola alle cure della nonna materna poiché non poteva accettare che fosse lui a crescerla.

L’ex marito rispettò le sue volontà e acconsentì affinché l’affido passasse a sua suocera.

Misuzu morì a poca distanza dal suo ventisettesimo compleanno.

Il mio amatissimo みすゞさんぽ Misuzu-sanpo

Le passeggiate di Misuzu

Il giorno prima di lasciare il Giappone, incontrai Akiko in una caffetteria rumorosa e dove le luci sembravano troppo invadenti. O forse erano i miei occhi che, affaticati dalle lacrime già versate, non tolleravano più alcun affronto.

Fu quel giorno che Akiko mi portò questo libro in dono: みすゞさんぽ Misuzu-sanpo (Le passeggiate di Misuzu), una delle raccolte di poesie di Kaneko Misuzu.

Non conoscevo ancora questa straordinaria poetessa né il suo messaggio. Mi stupirono le illustrazioni che accompagnano ogni singola poesia: animali e semplici oggetti di vita quotidiana, tutti realizzati in plastilina. Tutti elementi che erano parte della quotidianità di Misuzu e che di conseguenza popolavano le sue poesie. Gatti, lombrichi, passerotti, gabbiani, sardine, sgabelli, rose, sapone da bucato, castagne, palline di seta e altri piccoli giochini.
Qualcosa di quelle immagini e di quei componimenti puliti mi trasmetteva un senso di innocente malinconia. E senza saperlo, avrei poi scoperto che è proprio quella l’essenza della poetica di Misuzu.

Un animo innocente che nella sua breve vita colma di dolore seppe aggrapparsi alle piccole cose intorno a sé per ritrovare in esse conforto e ristoro.

Kaneko Misuzu e le sue opere finirono in un dimenticatoio letterario dove vi rimasero per lunghissimo tempo. Fino al 1982, per l’esattezza, quando riaffiorò una sua poesia diventata poi famosissima: 私と小鳥と鈴と (watashi to kotori to suzu to – Io, gli uccellini e le campane). La poesia è a pagina 70 di Misuzu-sanpo.

Lo studioso Luca Cenisi riporta sul suo sito tutta la poesia nella versione originale giapponese di cui fornisce una traslitterazione in caratteri latini più una bellissima traduzione in italiano. Ecco QUI.

La mia passeggiata con Misuzu

L’ultimo giorno di questo travagliato e sconvolgente 2021 sono andata a fare una passeggiata in solitaria lungo il Po. Ho camminato lentamente assaporando ogni istante. Mi sono lasciata cullare dal suono delle mie scarpe che calpestavano spessi strati di foglie secche. Con lo sguardo ho accarezzato la superficie iridescente del fiume su cui si specchiava un sole paglierino. Mi sono fermata ad osservare la fauna che popola le rive del vecchio fiume e mi è sembrato d’intravedere un’armonia tra gli animali che vorrei ci fosse anche tra gli esseri umani.

Sono passata vicino ad una storica colonia felina che da decenni è presente ai bordi del fiume. E ho aspettato, anche questa volta, di vedere uno dei gatti che lì abitano. E ne ho visto uno: un grosso gatto nero che, seduto, sembrava contemplare il moto calmo di quelle acque.

Intorno a me tante persone a spasso, ognuna immersa in un’imperscrutabile bolla di pensieri. Pensieri in movimento e tutti inanellati in forme complesse come le linee iridate sulla superficie cangiante di una bolla di sapone.

Nel mio cappotto blu con in testa il mio sgualcito ma amato berretto nero, passeggiavo respirando quell’aria fluviale che mi accompagna dal giorno in cui venni al mondo qui nella mia straordinaria Torino. E tra le mani, la raccolta di poesie di Kaneko Misuzu. Volevo che le sue parole mi facessero compagnia in quella mia solitaria passeggiata tra gli spogli alberi di ginkgo e le mie lacrime di malinconia e stanchezza.

マリさんぽ Mari-sanpo. La mia passeggiata.

Arrivata alla Passerella Chiaves, un piccolo ponte pedonale che collega la “mia” riva a quella già ai piedi della signorile precollina, mi sono fermata ad osservare il dipinto vero davanti ai miei occhi: il lungo e antico Po dolcemente indorato da quei raggi deboli ma caparbi e sullo sfondo i primi accenni di collina ammantata nei suoi colori distintamente torinesi.

Quante volte sono passata lì fermandomi sempre ad ammirare quel delicato scorcio di città. Ho percorso quel piccolo ponte con tante gradazioni di sentimento nel cuore: dalla felicità esultante alla tristezza più amara. Ma ogni volta l’effetto quasi ipnotico del Po che imperturbabilmente lambisce le sue rive catturava i miei occhi.

Dalla Passerella ho scattato una foto guardando il cielo e pensando a Misuzu. E su quella foto ho copiato una sua poesia di cui vi riporto la versione traslitterata in caratteri latini e la mia traduzione in italiano.

Il colore del cielo

Poesia di Kaneko Misuzu con il Po e la precollina torinese sullo sfondo.

Sora no iro

Umi wa, umi wa, naze aoi

sore wa osora ga utsuru kara

sora no kumotteiru toki wa

umi mo kumottemieru mono

yuuyake, yuuyake, naze akai

sore wa yuuhi ga akai kara

dakedo ohiru no ohisama wa,

aokanai noni, naze aoi

sora wa, sora wa, naze aoi.

(traduzione mia)

Il colore del cielo

Il mare, il mare, perché è blu?

Perché il cielo vi si specchia

Quando il cielo è nuvoloso

anche il mare lo è

il tramonto, il tramonto, perché è rosso?

Perché lo è il sole del crepuscolo

Ma il sole del mezzodì

non è blu

Perché è blu?

Il cielo, il cielo, perché è blu?

Non cessate mai di farvi domande perché è in esse il propulsore alla vita, il combustibile che saprà far ardere la fiammella della curiosità e del sapere. E tutte le domande sono lecite. Ora più che mai.

L’innocente malinconia di Kaneko Misuzu

Ciao! Anche Biancorosso Giappone usa i cookie! Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni?

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi