Skip to Content

Cucina giapponese casalinga: 黒蜜 Kuromitsu

Kuromitsu

Sognando Okinawa

Scrigni di sapori

Kuromitsu 黒蜜 molto letteralmente significa miele nero.

Ma il kuromitsu è stata per me una delle molte deliziose scoperte fatte in Giappone; una di quelle scoperte che ti fa capire, sgombrando il campo da dubbi ed esitazioni, che il mondo contiene innumerevoli scrigni di sapori in attesa di essere apprezzati.

Togliamoci dalla testa, una volta per tutte, che il meglio della cucina risieda solo nella nostra Penisola. E` ora di archiviare per sempre questo italocentrismo gastronomico che però, nonostante tutto, sembra perdurare testardamente.

Da Okinawa un velo di dolce ambra nera

Questo articolo è dedicato a Saku-chan, la mia okinawense preferita!

Negli anni ho scritto tanto sul kuromitsu perche, dopo essermene follemente innamorata, questa dolce ambra nera non ha piu lasciato il mio cuore. Nel 2009 scrissi ad esempio, per Acilia di Insieme a Te, questo articolo.

Ritroviamo le isole di Okinawa nella zona meridionale del Giappone e costituiscono non solo il principale gruppo di isole dell’arcipelago delle Ryukyu, ma forse – anzi togliamo il forse – un mondo a parte. Okinawa è una realtà distaccata dal resto del Giappone e lo è per la sua storia, le sue tradizioni, i suoi costumi, la sua cucina e la sua lingua.

Là dove l’aria è pregna di note pizzicate sul sanshin, in quelle terre bagnate da un mare cobalto e punteggiate da palme, da antichi santuari rossi, da statue di Shisaa, come gemme ricevute in dono ecco piantagioni di fragranti ananas e di uno zucchero molto speciale: il kurozato  黒砂糖 o kokuto 黒糖 ossia zucchero nero. In inglese, infatti, questo pregiato tipo di zucchero di canna è chiamato Black Sugar.

Alla ricerca del misterioso Kokuto

Molti anni fa, in un vecchio libro di cucina terapeutica cinese, trovai una ricetta che prevedeva espressamente l’uso di questo misterioso Black Sugar. All’epoca non sapevo di cosa si trattasse, ma so di alcune persone che girarono in lungo e in largo i quartieri asiatici della propria città alla ricerca del Black Sugar incontrando, invece, sguardi interrogativi e confusi.

Cercavano il Kokuto, quello zucchero che in giapponese è nero ma in cinese diventa rosso prendendo il nome di hong-tang 红糖. L’estenuante ricerca credo si fosse conclusa con un nulla di fatto, ma oggi sono qui per incoraggiarvi e dirvi che non servirà andare fino ad Okinawa (ma vi invito ad andarci comunque!) o esplorare le China Town della città per trovare il Kokuto.

Uno zucchero sano

Il Kokuto di Okinawa è famoso per essere uno zucchero sano, ricchissimo di potassio e calcio e tanti sali minerali. Non a caso, infatti, nella medicina cinese questo zucchero integrale e non raffinato viene impiegato, da secoli, come rimedio per alleviare i dolori mestruali!

Ne potete sciogliere uno o due cucchiaini in acqua calda e sorseggiare lentamente la bevanda così ottenuta per ritrovare sollievo molto rapidamente.

Nei market asiatici, se guardate bene, troverete confezioni di zucchero di canna con o senza l’aggiunta di datteri rossi cinesi (che in realtà, botanicamente, sono bacche di Jujube e non veramente datteri). E quasi sicuramente, su queste confezioni, troverete scritti i caratteri che indicano il ciclo mestruale.

In Giappone il Kokuto, oltre ad essere impiegato in pasticceria come vedremo, è usato anche per farne delle caramelle balsamiche che portano grande sollievo quando si ha mal di gola.

Dove scovare il Kokuto di Okinawa qui?

A questa domanda vi potrei rispondere usando Google, ma probabilmente sarebbero risposte poco utili ai fini pratici della nostra rubrica che, come sapete, cerca di insegnarvi semplici ricette giapponesi senza l’uso di ingredienti o attrezzi costosi o di difficile reperibilità.

Immagino, tuttavia, che riuscire a trovare del vero Kokuto di Okinawa al Pam, al Crai, alla Coop  sia difficile o quantomeno non così immediato. Immagino anche che, qualora lo trovaste, sia un prodotto costoso.

Che fare, quindi?

Dobbiamo usare dei sostituti. Se il Kokuto di Okinawa non è proprio a portata di mano nei supermercati della Penisola, la buona notizia è che esiste un tipo di zucchero dalle stesse proprietà e dal sapore pressoché identico: lo zucchero di canna Muscovado (chiamato a volte anche Mascobado).

Lo zucchero di canna Muscovado è uno zucchero fine, integrale e non raffinato, dalla consistenza quasi umida. Tende, infatti, a compattarsi molto. Il Muscovado ha un sapore che ricorda molto nitidamente la liquirizia e questo è dovuto all’aggiunta di melasse.

Kurozato

Zucchero Muscovado delle Mauritius

Importante: ignorate del tutto quello che io chiamo zuccheretto di canna, ossia quella specie di finto zucchero marroncino debole granulare che rappresenta sempre l’alternativa sana allo zucchero bianco. Non prendetelo neppure in considerazione!

Kurozato o Kokuto

Zucchero di canna integrale, non raffinato, delle Mauritius.

Nella mia esperienza, i migliori zuccheri di canna Muscovado dal sapore che più si avvicini al Kokuto di Okinawa sono quelli provenienti da piantagioni Fair Trade nelle Mauritius oppure nelle Filippine. Trovate questi zuccheri facilmente nella grande distribuzione, come nei supermercati del gruppo Pam dove ho acquistato il Muscovado che vedrete nella ricetta.

Un ottimo Muscovado è quello commercializzato da AltroMercato, proveniente dalle Filippine.

Che cos’è il Kuromitsu?

Il kuromitsu in Giappone si trova già pronto, in pratici flaconi. E` uno sciroppo a base di questo pregiato zucchero e un po’ d’acqua. E’ dunque un caramello, ma dal colore scuro e dal sapore decisamente particolare e marcato, contraddistinto da quella  intensa nota di liquirizia.

Nella cucina giapponese appare in pasticceria dove spesso accompagna certi mochi, come i miei amatissimi Shingen-mochi 信玄餅 della Prefettura di Yamanashi. Ne parlai qui.

E` dunque un compagno gradito in alcuni wagashi, ma lo troviamo anche come deliziosa alternativa allo sciroppo d’acero per pancakes, sulle macedonie, sul gelato, nei budini, ecc. ecc.

Ricetta lampo del Kuromitsu

Aumentate o diminuite le dosi in base alle vostre necessità tenendo presente che il kuromitsu è difficile da abbandonare una volta assaggiato. E non dite che non vi avevo avvisato.

Ingredienti (per circa quattro cucchiai di kuromitsu)

Kuromitsu

Ecco gli ingredienti per fare il Kuromitsu.

4 cucchiai da minestra di Kokuto o zucchero Muscovado (non sostituite con lo zucchero di canna comune)

4 cucchiaini da caffè di acqua fresca

Procedimento

Versare sia lo zucchero che l’acqua in pentolino e far sobbollire, a fiamma molto bassa, per 3 o 4 minuti. Lasciar raffreddare, trasferire in un barattolino e conservare in frigorifero.

Kuromitsu

Zucchero Muscovado e acqua in un pentolino, a fiamma bassa.

Provatelo sulle macedonie, sui mochi, sui pancakes, sul pane, sul gelato, sulle torte, sulle fette biscottate. Sono sicura che quando lo assaggerete sarete inondati dalle idee!

Kuromitsu

Kuromitsu fatto in casa

E ora posso ritornare ad assaporare non solo il mio kuromitsu, ma anche le parole di Miyazato Senri e dei suoi racconti di un`Okinawa del dopoguerra, vista attraverso i suoi occhi di bimbo.

Kuromitsu

Dolci letture

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Cucina giapponese casalinga: ざるうどん Udon freddi

Zaru-udon

Rinfrescanti zaru-udon

Scaccomatto alla natsubate

Soba e udon freddi diventano – con il consueto innalzarsi delle temperature estive – uno degli irrinunciabili rimedi refrigeranti contro la spossatezza da caldo o, come la chiamano i nostri amici giapponesi, la temutissima 夏バテ natsubate.

Siete afflitti da natsubate quando, a causa del caldo spesso amplificato da tassi vertiginosi di umidità (estate giapponese docet), vi sentite pervadere da uno sconfortante senso di stanchezza che con invadenza vi suggerisce di buttarvi sul letto per almeno ventitré ore e mezza.

In un Paese dove lunghe e soffocanti estati culminano in una delirante umidità è normale che gli abitanti, nei secoli, siano diventati esperti lottatori anti-natsubate; nella tradizione culinaria, e non solo, del Giappone abbondano infatti consigli e rimedi per sconfiggere questa spossatezza semi-debilitante.

Uno di questi è proprio il consumo di qualche tipo di 麺類 menrui, cioè di spaghettini, serviti freddi e accompagnati da una salsa (chiamata つゆ tsuyu) in cui li si intingerà un po’ per volta.

Deliziosi dilemmi: soba o udon?

Questo è un dilemma risolvibile interrogando i propri gusti e preferenze. In giapponese usiamo la parola 麺類 menrui, un termine collettivo che in esso raggruppa tutti gli spaghettini della cucina tradizionale nipponica, consumabili sia caldi che freddi.

Della appetitosa famiglia dei menrui ricordiamo tre membri: la soba, gli udon e i somen.

Ognuno di questi presenta caratteristiche diverse: gli udon e i somen sono a base di farina di frumento e sale, mentre la soba viene preparata con una prevalenza di farina di grano saraceno e sale (la percentuale del grano saraceno determina il grado di qualità della soba in questione).

Se li mettessimo in ordine di spessore, dal più spesso al più fine, avremmo: udon, soba e somen. Questi ultimi infatti sono sottilissimi, quasi come i capelli d’angelo nostrani.

Tutti e tre sono deliziosi sia freddi che caldi. In Giappone potete trovarli sia freschi che essiccati, anche se generalmente i somen si trovano perlopiù secchi.

Marianna e gli udon はくばく Hakubaku

Udon

Udon essiccati, senza sale.

Udon

Udon secchi

Per prepararmi ad assestare un bel colpo secco alla natsubate, ho pensato di rivolgermi a questi udon secchi. Questi in particolare, di produzione giapponese dell’azienda Hakubaku, contengono zero sale il che li rende molto salutari ma anche insoliti dal momento che il sale è sempre presente nell’impasto dei menrui.

Quali menrui potete trovare in Italia?

Se abitate in una città abbastanza grande e che sia fornita di almeno un negozio di alimentari orientali allora non avrete, quasi certamente, difficoltà a trovare anche un solo tipo di menrui.

Nei market asiatici generalmente si trovano i seguenti menrui: soba secca (normale oppure a volte anche quella aromatizzata al tè verde), udon freschi oppure essiccati, somen secchi.

In base alla mia esperienza nei market orientali di Torino ho notato che sia la soba che gli udon essiccati tendono ad essere di produzione giapponese, mentre gli udon freschi e i somen secchi di produzione cinese.

Scegliete in base ai vostri gusti tenendo presente che la soba ha un sapore solitamente più marcato dato dalla presenza del grano saraceno.

Con cosa si possono sostituire i menrui?

La mia rubrica, lo sapete, persegue un obiettivo: trasmettere ricette della cucina giapponese autentica, rivedendole pero laddove necessario affinché sia possibile realizzarle anche in Italia, senza bisogno di acquistare ingredienti o attrezzi costosi! Tutte le ricette di Biancorosso Giappone prevedono ingredienti facilmente reperibili o sostituibili.

Se proprio non doveste riuscire a trovare dei menrui, possibilmente di produzione giapponese, provate con delle fettuccine o linguine di grano duro, oppure ancora con dei tagliolini di grano saraceno.

Per questa ricetta sconsiglio gli spaghettini per ramen.

E la salsa tsuyu?

Nessun problema. Vi mostrerò come prepararla in versione addirittura analcolica (senza quindi sake o mirin), adatta quindi a tutti tutti ma proprio tutti.

Tsuyu per soba o udon

Tsuyu artigianale. Bastano pochi ingredienti!

Nessun bisogno, dunque, di acquistare tsuyu già pronte, spesso costose e colme di conservanti.

Tsuyu artigianale – versione analcolica

Prepariamo per prima cosa la tsuyu e che potrete gustare sia con gli udon che con soba oppure somen.

Ingredienti per 1 persona:

Tsuyu

Ingredienti per la salsa tsuyu.

1 cucchiaio e mezzo di salsa di soia di qualità

1 cucchiaino e mezzo di zucchero

un pizzico di sale

50cl di acqua calda

mezzo cucchiaino di dashi granulare*

Procedimento

Nell’acqua calda versare tutti gli altri ingredienti. Mescolare molto bene fino a quando tutti gli ingredienti si saranno dissolti completamente. Tenere da parte fino al momento dell’utilizzo.

Se desiderate, potrete prepararla in maggiori quantità e conservarla in frigorifero dove potrà rimanere per qualche giorno.

*Dovreste riuscire a reperire il dashi granulare (brodo di tonnetto essiccato) in quasi tutti i market asiatici poiché ingrediente essenziale della cucina giapponese. Diversamente, potete provare a sostituirlo con un po` di dado di pesce anche se il sapore cambierà. Se preferite evitare il pesce tout court, allora sostituite con un cucchiaio di brodo di alga konbu (che si ottiene mettendo in infusione una striscia di alga konbu in acqua, senza portarla ad ebollizione).

Ecco a voi un mio approfondimento sul dashi

Prepariamo gli udon!

Ingredienti per una persona:

100g di udon (soba o altro)

alga nori tagliuzzata a strisce o kizami-nori (se non vi piace, saltatela)

del cipollotto verde affettato

una fettina di limone

Procedimento

In un pentolino mettere a bollire dell’acqua senza sale. Al momento dell’ebollizione, tuffarvi dentro gli udon e lasciarli cuocere per il tempo indicato sulla confezione. I miei hanno avuto bisogno di circa 13-14 minuti.

Mescolare spesso gli spaghettini durante la cottura.

Trascorso questo tempo, scolare gli udon e risciacquarli delicatamente sotto un getto d’acqua fredda. Risciacquarli bene e più volte.

Sistemarli con cura sopra un piatto e guarnirli con la kizami-nori e la fettina di limone.

Udon

Deliziosi udon anti-caldo!

Accompagnare gli udon con la salsa tsuyu precedentemente preparata e qualche yakumi (condimento) di propria scelta. Io ho scelto come yakumi il cipollotto verde. Altri yakumi ottimi sono il myoga o zenzero giapponese, il wasabi, ecc.

Tsuyu e cipollotto verde

Tsuyu e Yakumi: sembra il nome di un telefilm poliziesco giapponese anni Settanta!

Come gustare gli udon freddi?

E` semplicissimo: aiutandosi con le bacchette, basta intingere un po’ di spaghettini nella vostra scodella di tsuyu in cui metterete, a piacimento, del cipollotto e … vai di slurp!

Zaru-udon

Come si mangiano gli zaru-udon o udon freddi.

Se anche voi siete riusciti a mettere K.O. la natsubate con l’ausilio di qualche rinfrescante spaghettino della terra del Sol Levante fatemelo sapere!

Torno, per ora, a farmi un po’ d’aria col mio uchiwa bianco e blu.

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Cucina giapponese casalinga: 杏仁豆腐 Annindofu

Annin-dōfu, annin-dofu

Una delizia sino-giapponese.

Il ricordo dell’incessante rapsodia delle cicale è indissolubilmente annodato al sapore delle estati giapponesi.

La lotta era quotidiana. Ogni giorno si sfoderavano nuove armi nel tentativo, spesso insufficiente, di ritrovare del refrigerio.

Dal 麦茶 Mugicha (tè d’orzo) alla soba fredda; dalla 冷やし中華 hiyashi-chuuka a scorpacciate di ガリガリ君 Garigari-kun.

Rievocazione dell’Annindofu

Annindofu

Annindofu: un dolce intermezzo refrigerante.

Ma improvvisamente l’altro giorno mi sono ricordata di una piccola delizia che divoravo molto spesso nei pomeriggi più bollenti: 杏仁豆腐 Annindofu o, a voler essere pignoli nella traslitterazione, Annin-dōfu.

Si tratta di una sorta di budino alla mandorla, di provenienza cinese, ma ampiamente e affettuosamente accolto dai palati nipponici tanto da non lasciarlo più andare.

C’è chi dice sia originario della cucina pechinese, chi di quella cantonese e chi ancora ipotizza sia una specialità che deve i suoi natali alle locande di Hong Kong.

Sia come sia, Annindofu è una rinfrescante nota dolce di sicura provenienza dal Regno di Mezzo, anche se non abbiamo certezze sulla sua esatta località di origine.

In Giappone l`Annindofu viene spesso servito nei ristoranti, soprattutto quelli specializzati in cucina cinese o 中華料理 chuuka-ryoori, mentre nei supermercati questo dessert si trova già pronto oppure in polvere a cui serve aggiungere solo acqua o latte.

Per i più pignoli esiste in commercio la cosiddetta polvere di annin (杏仁 annin significa seme di albicocca, e da qui la somiglianza nel sapore con la mandorla) che richiede una preparazione un po’ più complessa.

Alla ricerca (o forse no) della polvere di annin

Ma la polvere di annin è uno di quei prodotti che penso non troverò mai qui a Torino. O forse sì. Chissà.

Magari un giorno mi attenderà sugli scaffali ingarbugliati dei market asiatici di Porta Palazzo, tra pacchi di fagioli mung e confezioni da un kg di ichimi-togarashi, mentre alle mie spalle si srotolerà il caratteristico walzer linguistico tra cinese, romeno, igbo, spagnolo e arabo che sempre colora quel quartiere.

La golosa missione di questa rubrica

Ma in ogni caso questa polvere non avrebbe posto in questa rubrica che – come sapete ormai – vuole condividere con voi ricette autentiche della tradizione casalinga giapponese, riadattate però per il pubblico italiano.

Attenzione! Non sono ricette italianizzate, ma semplicemente ricette riviste per facilitarne la realizzazione; tengo infatti a mente solo i prodotti comunemente reperibili nei supermercati e negozi di alimentari della nostra Penisola.

Sveliamo l’identità dell’Annindofu

Si tratta dunque di un budino, molto rinfrescante, al delizioso sapore di mandorla! Nel suo nome compare la parola dōfu (variazione fonetica del termine tōfu che non necessita di traduzione) perché, diciamo, che visivamente lo ricorda, specialmente quando si utilizza il latte di soia.

Ne esistono alcune varianti  dell’Annindofu a seconda del latte utilizzato: latte vaccino, latte di soia o latte di mandorla. Vi è chi usa la gelatina animale e chi l’agar-agar.

Generalmente lo si guarnisce con qualche bacca di goji (クコの実 kukonomi in giapponese) ammorbidita in acqua, ma vi è anche chi preferisce optare per delle marmellate, coulisse di frutta oppure frutta fresca.

La ricetta dell’Annindofu (finalmente)

La ricetta dell’Annindofu che vi propongo ha essenzialmente due ingredienti obbligatori e due facoltativi.

Vediamo insieme come procedere.

杏仁豆腐 Annindofu

Ingredienti per 4-5 personeIngredienti annin-dofu

600ml di latte di mandorla*

2-3 g di agar-agar**

Una goccia di essenza di mandorla (facoltativo)

Qualche mandorla, bacca di goji ecc. per guarnire (facoltativo)

*Optando per un latte di mandorla poco dolce sarà necessario aggiungere dello zucchero, motivo per cui ho scelto di usare del latte di mandorla siciliano poiché già sufficientemente dolce.

**L’agar-agar o 寒天 kanten è una gelatina di origine interamente vegetale perché ricavata da un’alga. Al giorno d’oggi la si trova in molti supermercati, nei market asiatici oppure nei negozi di alimentari naturali. Esiste sia in polvere che in barrette. Attenetevi scrupolosamente alle dosi di agar-agar indicate poiché il suo potere gelificante è molto forte e nettamente superiore a quello della gelatina animale.

Procedimento

  1. Versare il latte di mandorla in un pentolino e stemperarvi, a freddo, l’agar-agar. Mescolare molto bene aiutandosi, possibilmente, con una frusta.
  2. Mettere a cuocere, a fuoco medio, continuando a mescolare delicatamente.
  3. Spegnere il fuoco proprio prima che il composto inizi a bollire.
  4. A questo punto, se lo si desidera, è possibile aggiungere una goccia di essenza di mandorla senza però esagerare. Il sapore finale deve ricordare il gusto della mandorla, ma senza eccessi.
  5. Versare il composto in coppette della misura prescelta e lasciare raffreddare a temperatura ambiente e poi riporre in frigorifero.
  6. Se lo si desidera, si potrà decorare l`Annindofu con bacche di goji precedentemente ammorbidite in acqua, con delle mandorle, con frutta, ecc.
  7. Servire.
Annin-dofu

Una pausa refrigerante che ci riporta un po’ in Cina e un po’ in Giappone.

L’invito di Marianna

Lasciandoci ora alle spalle ricordi di rapsodie di cicale, i variopinti scenari dei market orientali di Porta Palazzo, la ricerca non troppo frenetica della polvere di annin andiamo insieme in cucina.

E` lì che con pochi ingredienti della vostra dispensa potremo ricreare alcuni sapori giapponesi della quotidianità.

E’ la mia maniera per tener viva un’esperienza che ha restituito una Marianna diversa. Ed è la vostra maniera per far parte, qualora lo desideriate, di ciò che sono.

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Cucina giapponese casalinga: 塩コショウ Shio-koshoo

Shio-koshoo

Shio-koshoo artigianale. In pochi attimi.

Shio-koshoo vuol dire sale e pepe. Semplice, no?

Eppure, a quanto pare, sembra esservi una sorta di tocco magico al mix, un nonsoché inesistente se ci si limita solo al pizzico di sale ricamato da un altro pizzico di pepe.

Lo shio-koshoo è uno di quei condimenti cosi deliziosamente saporiti da non poterne fare a meno sui gyoza (di cui troverete la ricetta molto presto anche qui su Biancorosso Giappone!), sul chahan o riso cantonese…alla giapponese, sulle kokokke, sull’omuraisu e tanto altro.

In Giappone, infatti, lo shio-koshoo è comunemente reperibile già miscelato, in barattoli come questo:

Shio-koshoo

Una tipica confezione di shio-koshoo già miscelato.

Trovai questo flacone di shio-koshoo autentico giapponese della S&B Foods, del tutto inaspettatamente, in uno di quei miei giorni di incursioni solitarie nel grande Mercato di Porta Palazzo e soprattutto nella malconcia Chinatown che, ad intermittenza frastagliata, ne caratterizza una parte del perimetro.

Come spesso accade con i prodotti giapponesi reperiti casualmente nella malridotta Chinatown torinese, anche col shio-koshoo non mi è stato più possibile ritrovarlo. Sono prodotti a sorpresa che trovi una volta e poi mai più.

La spesa, per quelle contrade, è simile ad una caccia al tesoro senza indizi.

Arrivati alla fine del barattolo mi resi conto che qui non aveva senso inseguire salate e pepate chimere, ma che era sufficiente trovare il modo – ma soprattutto le giuste proporzioni – per miscelare uno shio-koshoo artigianale di tutto rispetto.

E con buona pace della S&B Foods, dei capricci degli importatori cinesi di Peschiera Borromeo o degli stravaganti criteri di scelta dei singoli negozianti dell’acciaccato quartiere asiatico.

Servono quattro ingredienti. Quattro. E sono tutti ingredienti che, ne sono praticamente certa, avete già in dispensa.

Pochi minuti e avrete anche voi uno shio-koshoo artigianale delizioso e senza conservanti, MSG e varie. Una saporita delizia da spargere, con moderazione ovviamente, non solo su piatti giapponesi ma anche su manicaretti italici o di altri lidi. Perché no?

塩コショウ Shio-koshoo

Ingredienti:

Ingredienti shio-koshoo

Quattro ingredienti in tre scodelle.

150g di sale marino fino

1 cucchiaio scarso di riso crudo

1 cucchiaio e mezzo di pepe bianco macinato

1 cucchiaio di pepe nero macinato

La preparazione, i cui passaggi vedete riepilogati nella sequenza fotografica, vi porteranno via pochi minuti soltanto.

Preparazione shio-koshoo.

Pochi passaggi per uno shio-koshoo artigianale!

  1. In una padella antiaderente, a secco, mettere a tostare a fiamma bassa il riso crudo. Aspettare fino a quando i chicchi non avranno assunto un leggero colorito dorato.
  2. Aggiungere il sale, alzare un pochino la fiamma e girando spesso far riscaldare il tutto per circa cinque minuti. Con la punta di un saibashi ho scritto il carattere 塩 shio…sullo shio, cioè il sale! Vi è chi scrive t’amo sulla sabbia ma io preferisco tracciare shio sul shio.
  3. Spegnere la fiamma e aggiungere il pepe bianco e quello nero. Mescolare bene e lasciar raffreddare il tutto.
  4. Trasferire lo shio-koshoo in un contenitore e conservare in un luogo secco e asciutto. La presenza del riso impedirà al vostro condimento di indurirsi.

Il vostro shio-koshoo artigianale è pronto.

Un po’ di questo delizioso condimento servito sopra un piattino d’eccezione ovvero una creazione di un’artista torinese di spiccatissimo talento: Studio Delta Ceramica Contemporanea.

Shio-koshoo e Studio Delta

Sapori gustativi e tattili.

Shio-koshoo artigianale.

Shio-koshoo artigianale.

E ora sbizzarritevi a dare un tocco di squisita giapponesità ai vostri ramen, gyoza, omuraisu, chahan, yakitori e tutto quello che secondo voi potrebbe beneficiare di un potenziamento di sapidità da shio-koshoo.

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Cucchiaini vietnamiti

I miei cucchiaini misurini, dal Vietnam.

Cucina giapponese casalinga: ハヤシライス Hayashi-raisu

Hayashi-raisu

Sapori di un passato non lontano eppure già sbiadito.

Hayashi-raisu e Marianna.

Nei sapori casalinghi giapponesi della mia piccola cucina torinese, a due passi dal Po, io ritrovo la sorpresa e l’entusiasmo dei miei primi incontri con questi piatti. E le lacrime iniziano a scorrere copiosamente rigando le mie guance rosse per poi cadere, a stille calde e salate, sul mio grembiule.

Forse è l’inevitabile intrecciarsi dei ricordi col sentimento e la storia.

E’ l’emozione di saper di aver ricreato un piatto che, solo a percepirne le note, mi sa riportare in un punto esatto nel tempo: nella mia cucina, della casa bianca e blu, a Sagamihara. Laggiù, in un pomeriggio dove di ritorno dalle mie lezioni a Camp Zama mi fermavo per la mia consueta spesa alla Seims di quartiere e rimanevo incantata, ogni volta come se fosse la prima, ad ammirare prodotti che sembravano custodire saporiti segreti.

Ero quasi sempre l’unica gaikokujin 外国人, straniera, ad aggirarsi curiosa per le corsie.

Invariabilmente finivano nel mio cestino un panetto di tofu fresco; lo yogurt bianco dolce il cui sapore è rimasto là assieme a tante altre cose; i mikan; il sencha in bottiglia.

E un giorno nel mio cestino verde finì una confezione di roux per fare Hayashi-raisu.

Era la prima volta che assaggiavo questo piatto e mai avrei dimenticato quel matto incontro di sapori.

Hayashi-raisu, un piatto poco conosciuto al di fuori del Giappone e certamente uno di quei piatti a cui quasi nessuno pensa quando si parla di tavola nipponica.

Eppure, eppure, se sapeste.

In esso, nel suo abbraccio tra il candido riso al vapore e quello stufato di manzo e funghi dal rassicurante sapore di cose buone, c’è la semplicità del quotidiano, dei giorni che in successione passano allontanandoti da tutti i problemi, anche quelli più imponenti e spaventosi.

E’ il sapore di una nazione che stava cambiando, lasciandosi irrimediabilmente e per sempre alle spalle un mondo antico che per noi esiste solo nelle pagine dei libri, nelle poche foto sbiadite e nelle parole dell’Imperatore Showa, nel 1945, alla Resa del Giappone, catturate da un fonografo che fu testimone di un evento unico.

Non si sarebbe più tornati indietro. E forse non avrebbe neppure avuto senso farlo.

Si cammina guardando avanti e non voltandosi.

Però siamo anche il frutto del cammino percorso.

Hayashi-raisu è parte di quel repertorio della cucina giapponese chiamato yoshoku 洋食 che comprende piatti di foggia occidentale. Non significa che siano per forza fedeli riproduzioni di questa o quella specialità delle cucine di occidente perché anzi, spesso e volentieri, non lo sono. Sono reinterpretazioni o semplicemente sono piatti che di occidentale hanno solo gli ingredienti che li compongono.

Qui sulla rubrica trovate altri esempi di yoshoku: il riso al curry o l’insalata di patate.

I piatti yoshoku spesso hanno una storia che si intreccia con quella dei contatti più recenti con l’occidente. Chissà, a volte sono semplicemente dei sogni: un idealizzare qualcosa ricorrendo a quegli ingredienti che ci sembrano meglio esprimere la nostra idea di una cultura.

E spesso quella storia non è nemmeno cosi chiara o certa. Solo voci di corridoio, notizie sospese a meta tra la verità e la leggenda, o forse solo tra la verità e la zuccherina benevolenza del ricordo.

E’ tutto davvero un mistero. Vi è chi dice che la parola hayashi (normalmente un comune cognome giapponese) sia una storpiatura dell’inglese hashed cioè sminuzzato. Altri ancora sostengono strenuamente che, no, il piatto sia da attribuire ad un tale cuoco di nome Hayashi che lo avrebbe inventato proponendolo per la prima volta come makanai-ryoori 賄い料理 cioè quei piatti che, nelle cucine dei ristoranti, si preparano solo per il personale di brigata.

Altri ancora dicono sia una deliziosa invenzione di tale Hayashi-san, presidente del colosso alimentare Maruzen.

Sia come sia, è un piatto delizioso.

A me sa tanto di una creativa rivisitazione poetica avvenuta sullo sfondo di quel Giappone che si trasformava e che per sempre si sarebbe arreso al cambiamento.

Hayashi-raisu

Intreccio di storia e sapori.

Per questo ho scelto, nelle foto, di affiancarlo a quella magnifica rivista femminile che vedete e che arriva a noi dal ventitreesimo anno Showa ossia 1948.

Si era in piena occupazione statunitense e il discussissimo Generale Douglas MacArthur era capo delle Forze Alleate.

Il Giappone, uscito perdente dalla seconda guerra mondiale, fu messo spietatamente in ginocchio dopo le bombe atomiche americane su Hiroshima e Nagasaki. Era a terra, con la devastazione e miseria che regnavano incontrastate per le sue strade.

E forse chissà, il nome di hayashi-raisu appariva ancora sulle pagine di qualche menù di locande distrutte o in vecchi ricettari inghiottiti dalle macerie di una distruzione la cui malignità sarebbe rimasta impressa nella memoria collettiva di molti.

Generalmente, proprio come per il karee-raisu (o riso al curry di cui trovate la ricetta qui) anche per hayashi-raisu si ricorre di solito ai blocchetti di roux pronto, ma la ricetta che troverete qui oggi invece vi insegnerà a preparare questo piatto da zero, senza scorciatoie.

E’ una ricetta frutto di un adattamento dovuto a preferenze mie personali e alla disponibilità degli ingredienti qui in Italia perché, come sapete, lo scopo di questa mia rubrica è quello di fornirvi ricette giapponesi casalinghe autentiche ma realizzabili facilmente anche da noi usando ingredienti comuni.

Vediamo insieme la ricetta.

ハヤシライス Hayashi-raisu

Ingredienti per 3 persone oppure 2 affamate.

Ingredienti dello Hayashi-raisu

Cosa occorre per preparare Hayashi-raisu

150g di manzo a striscioline

mezzo cucchiaio di fecola di patate

un pizzico di sale e pepe nero

una cipolla piccola

4/5 funghi champignon lavati e tagliati a fettine

20g di burro

1 cucchiaio e mezzo di farina

2 cucchiaini di zucchero

5 cucchiai di salsa yakiniku* (trovate la rapida ricetta per farla proprio qui)

5 cucchiai di ketchup

150ml di acqua

prezzemolo fresco q.b.

Riso al vapore

Procedimento

Qui di seguito la sequenza fotografica della preparazione:

Hayashi-raisu

Ecco come preparare un hayashi-raisu artigianale.

*Se non avete tempo di preparare la salsa yakiniku con la ricetta indicata, la nostra Obaachan consiglia di sostituirla, nella stessa quantità, con della salsa Worcestershire.

  1. Tagliare il manzo a striscioline.
  2. Mischiare la carne alla fecola di patate, sale e pepe.
  3. Tagliare a fettine la cipolla e i funghi e farli rosolare in padella col burro.
  4. Aggiungere la carne e far cuocere fino a quando questa sarà completamente cotta.
  5. Versar sopra al tutto la farina. Mescolare molto bene.
  6. Aggiungere ora la salsa yakiniku e il ketchup. Mettere anche lo zucchero. Mescolare.
  7. Per ultimo, versare l’acqua e lasciar sobbollire il tutto a fiamma dolce per alcuni minuti o fino a quando tutti gli ingredienti saranno ben cotti.
  8. Servire accompagnato da riso al vapore (trovate la ricetta qui).
  9. Guarnire con prezzemolo fresco.

E mi raccomando, anche hayashi-raisu si mangia con il cucchiaio.

Hayashi-raisu

Hayashi-raisu

 

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Cucina giapponese casalinga: 焼肉のタレ Salsa per yakiniku

Salsa per yakiniku

Una deliziosa salsa per yakiniku, in poche semplici mosse!

La parola yakiniku 焼肉 si riferisce ad un metodo giapponese, di provenienza coreana, di cottura della carne attraverso l’uso di una griglia. Non si tratta solo di carne alla griglia, ma di tutto un insieme di accompagnamenti e deliziosi condimenti ove non manca naturalmente il riso al vaporeE’ sufficiente pronunciare questa parola per provocare un’incontrollabile salivazione al solo ricordo della fragranza emanata da questa cottura che non prevede solo carne, ma anche verdure e frutti di mare.

In Giappone esistono innumerevoli ristoranti specializzati unicamente in questo tipo di grigliata che avviene direttamente al tavolo dei commensali attraverso piccole griglie installate proprio al centro del tavolo stesso. Ma, a suo tempo, scrissi in abbondanza sull’argomento yakiniku, non mancando di dedicare spazio a quello che era il mio ristorante di yakiniku preferito, ovvero Gyu-Kaku. Vi propongo una selezione rimandandovi qui.

La ricetta di oggi vorrebbe insegnarvi a preparare la tipica salsina che spesso accompagna la carne preparata in questo modo. E’ una salsa che ben si accompagna però anche a carne cotta in padella, sul BBQ, su una piastra elettrica, ecc.

Insomma, se avete voglia di servire della carne alla griglia alla maniera giapponese, in particolare la carne rossa che ben si accompagna a questa salsa, allora prendete nota della preparazione della 焼肉のタレ Yakiniku no tare, cioè salsa per yakiniku. Consiglio questa salsa anche per dare un tocco di sapore ad una semplice bistecca o dei petti di pollo ai ferri. Provatela!

E’ una ricetta che ben si allinea con la filosofia della mia rubrica che, come già sapete, si propone di trasmettervi semplici ricette della cucina casalinga giapponese facilmente realizzabili anche in Italia, con ingredienti comuni, reperibili in tutti i supermercati / negozi di alimentari della nostra penisola. Con questa ricetta, quindi, potrete preparare in pochi minuti la vostra salsa yakiniku senza spendere soldi per comprarne di importate.

La ricetta permette di preparare un barattolo di salsa che potrete poi conservare in frigorifero.

Ingredienti:

Ingredienti per la salsa yakiniku

Cosa occorre per preparare la yakiniku no tare.

7 cucchiai di salsa di soia

4 cucchiai di zucchero (io ho usato lo zucchero muscovado delle Filippine perché a me ricorda tanto il kuro-zato 黒砂糖 di Okinawa)

1 cucchiaino di olio di sesamo

1 spicchio d’aglio grattugiato

1 pezzetto di zenzero grattugiato

1 cucchiaio di semi di sesamo tostati

l’unione dei seguenti: 1/2 cucchiaino di miso + 1/4 di cucchiaino di salsa di soia + 1/2 cucchiaino di peperoncino tritato

Procedimento

In una scodella versare prima il composto miso + salsa di soia + peperoncino tritato e poi i sette cucchiai di salsa di soia. Mescolare bene e aggiungere il resto.

Trasferire il tutto in un barattolo che conserverete in frigorifero.

Yakiniku no tare

Salsa per yakiniku

La salsa yakiniku, come già precisato, si presta magnificamente ad accompagnare carne alla griglia, ma anche verdure, pesce e frutti di mare, conferendo a questi cibi un inconfondibile sapore giapponese.

Vi ho presentato questa salsa anche perché sarà l’ingrediente speciale della prossima ricetta.

Salsa per yakiniku

Yakiniku no tare

Per ora non vi svelo alcunché. Rimanete sintonizzati sul canale di Biancorosso Giappone.

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Cucina giapponese casalinga: カレーライス karee-raisu

Karee-raisu

Riso al curry alla giapponese

Curry nel Sol Levante?

Il カレーライス karee-raisu (dall’inglese curry rice) o riso al curry forse non è ciò che viene in mente ai più se si inizia a parlare di cucina giapponese. La presenza del curry poi, con questa parola tamil dall’origine etimologica ricca e complessa quanto i fragranti intrecci di spezie che la definiscono, trasporta l’immaginazione di chi ascolta in una qualche latitudine del subcontinente indiano.

Ma di certo, forse, non in Giappone.

Eppure, eppure, questo profumato piatto occupa da quasi centocinquant’anni una posizione di affettuoso rilievo nel repertorio gastronomico nipponico.

Sapore di cambiamento

Karee-raisu è e sarà per sempre ed indissolubilmente legato alla modernizzazione del Giappone, quel periodo iniziato storicamente nel 1868 e che avrebbe permesso a questa antica terra di emergere e affacciarsi con grinta sul XX secolo. Un capitolo stravolgente, rivoluzionario e affrontato con coraggio, emozione, speranza, ottimismo ma anche diffidenza, paura, repulsione, nostalgia, rabbia.

La profondità e la portata del cambiamento che investirono il Giappone in quegli anni sono complesse da comprendere, ma basti sapere che molte delle sue strutture sociali e politiche vennero completamente ribaltate e rimesse a nuovo, con l’Occidente come incontestabile paradigma di ispirazione.

Origini marinaresche

Ma il karee-raisu è anche un piatto che sarà per sempre legato al mondo militare, in particolare ai membri della Marina, prima quella imperiale britannica e successivamente, e soprattutto, quella nipponica.

Bandiera della Marina Imperiale Giapponese

Bandiera della Marina Imperiale Giapponese.
Immagine di proprietà di Wikipedia.

In quei primi anni di brillanti inizi dove tutto era nuovo e dove l’occidentalità sembrava essere meritevole di tutta l’ammirazione dei giapponesi, la Marina Imperiale Britannica ricevette l’incarico di aiutare il Giappone a gettare le fondamenta del nuovo sviluppo militare verso la formazione di un esercito e di una flotta di prima classe.

Questo si tradusse, naturalmente, nella necessità di reclutare tantissimi soldati, molti dei quali – come fu presto evidente – erano affetti da carenze alimentari che a loro volta causavano disturbi neurologici. Il beriberi era endemico dato il consumo, quasi esclusivo, di riso.

Karee-raisu

Illustrazione del karee-raisu. Immagine di proprietà di Irasutoya イラスト屋.

Contributi gastronomici…inglesi!

Per una serie di motivi prevalentemente culturali, non fu semplice trovare una soluzione, ma essa non tardò ad arrivare; senza nemmeno forse farlo apposta, ancor prima di essere modello ideale in campo strategico e tattico, gli inglesi furono esempio (chi l’avrebbe mai detto!) gastronomico! Le truppe inglesi, infatti, erano solite consumare il curry, specialità a cui i palati britannici erano già ampiamente abituati data la loro nota presenza colonialista nel subcontinente indiano.

La Marina giapponese si ispirò alla ricetta del curry inglese, la riadattò un pochino per renderla adeguata come rimedio alle carenze alimentari delle nuove reclute e scelse l’immancabile riso bianco al vapore come fedele e saporito compagno.

Era nato così il binomio karee-raisu, due elementi che non si sarebbero più lasciati.

Karee-raisu

Karee-raisu

Il karee-raisu oggi

Il karee-raisu riscosse grande consenso fra la popolazione, soprattutto forse per l’aria esotica e straniera che deve aver indubbiamente emanato al tempo, diventando sempre più accessibile fino ad entrare nelle case della gente comune nel periodo del boom economico . La sua diffusione capillare non conobbe limiti dopo l’introduzione, sul mercato, dei blocchetti di roux pronto che permettono di preparare questo piatto in tempi brevissimi.

I blocchetti di roux pronto sono ancora uno dei prodotti più consumati in Giappone e se ne trovano davvero di tanti tipi, differenziati specialmente in base al grado di intensità del piccante. In poco tempo permettono di portare in tavola un piatto economico, sostanzioso, gustoso e ideale da preparare anche con un certo anticipo.

Curry Roux

Un`illustrazione dei blocchetti di curry roux .
Immagine di proprietà del sito Irasuto-ya イラスト屋.

Vi rimando, per ulteriori approfondimenti sul karee-raisu, ad alcuni miei vecchi articoli qui e qui.

Un roux coi fiocchi

Ma la diffusione a macchia d’olio di questi blocchetti pronti ha relegato la preparazione artigianale del karee-raisu alle cosiddette curry house (come la famosissima Coco’s) o ristoranti specializzati in questo piatto, e a pochi intenditori ed entusiasti del fai-da-te gastronomico.

E` possibile trovare queste tavolette di roux pronto anche da noi in Italia, specialmente nei market di alimentari orientali o di importazione. Tuttavia, oltre a non essere sempre così economiche come lo sono in origine, spesso contengono molti conservanti, coloranti e tanto altro di molto pasticciato.

La golosa missione di questa rubrica

Ed è per questo che vorrei insegnarvi a preparare un autentico karee-raisu giapponese secondo il principio fondante di questa rubrica, ossia il riuscire a ricreare piatti della tradizione nipponica attraverso l’uso di ingredienti economici e comunemente reperibili in tutti i supermercati della nostra Penisola.

Un piatto amico

Il karee-raisu è un piatto flessibile in quanto può essere preparato con carne, pesce o solo verdure. L’importante è che non manchi la triade irrinunciabile degli ortaggi: patate, carote e cipolle. Per il resto poi la fantasia è l’unico limite.

La ricetta che vi propongo è una versione possibile, ma esistono tante varianti che potrete scoprire da soli con qualche esperimento.

Ospiti inattesi ma benvenuti: mela e cacao

Stupirà tra gli ingredienti la presenza della mela e del cacao. La mela serve solo ad addolcire e ad arrotondare il sapore complessivo del piatto (non la sentirete affatto alla fine) e il cacao a dare un po’ di colore. Ricordate che il curry giapponese è molto diverso dal curry attualmente consumato dai britannici e certamente molto distante da quello indiano. La note dolce, in particolare, è uno dei segni distintivi. Molti, al posto della mela, addolciscono il karee ricorrendo al miele.

Come vedrete, la ricetta richiede un po’ di impegno ma è economica, deliziosa e soprattutto autentica!

Ricordo navale nipponico

Ma prima di passare alla ricetta, rispolvero volentieri un ricordo.

Dovete sapere, infatti, che all’epoca della nascita del karee-raisu in ambito militare, la Marina Imperiale giapponese scelse il venerdì come giorno in cui servire questo piatto nelle mense. E ancora oggi, sebbene tanto sia cambiato dopo la seconda guerra mondiale nella struttura delle forze armate nipponiche, il venerdì resta per tradizione il giorno in cui nelle mense dei militari si respira la fragranza del karee-raisu.

Tra le tante incredibili esperienze che ho avuto il privilegio di vivere nei miei anni di permanenza nel Sol Levante vi è stata anche la visita alla base aeronautica del 海上自衛隊 Kaijoo Jieitai, le forze di autodifesa marittima giapponese, nella città di Atsugi, nel Kanagawa. Del mio prolungato contatto con l’ambiente militare in Giappone probabilmente parlerò, un po’ per volta, ma vi basterà sapere che quel giorno capitai nel piccolo dedalo di mense del Kaijoo Jieitai proprio di venerdì. E la fragranza, intensissima e dolce del karee-raisu riempie nitidamente ancora la mia memoria come quel giorno riempiva i corridoi assolati di quell’edificio all’ora di pranzo dove, da dietro un noren rosso, una signora col capo avvolto in un tenugui, serviva rapidamente porzioni fumanti di karee-raisu a decine e decine di marinai in uniforme e ad un’italiana intrusa.

La parola alla ricetta

カレーライス Karee-raisu

Ingredienti per 4 persone affamate.

Ingredienti del karee-raisu

Ingredienti del karee-raisu

400g di pollo

2 cipolle medie, affettate finemente

2 carote (o 4 piccole) a tocchetti

2 patate a tocchetti

2 spicchi d’aglio grattugiati

1 pezzo di zenzero grattugiato

1 cucchiaino di cacao amaro

1 foglia di lauro

1 cucchiaino di sale

1/4 di cucchiaino di pepe

2 chiodi di garofano

2 cucchiai di olio vegetale

2 cucchiai di curry in polvere

peperoncino macinato q.b.

una mela

1 cucchiaio di concentrato di pomodoro

1 cucchiaio scarso di salsa di soia

700ml di brodo di pollo o vegetale (va bene anche di dado)

Per il roux:

1 cucchiaio di burro

1 cucchiaio di farina

Per il riso al vapore:

Seguire la ricetta indicata qui.

Procedimento

Preparazione karee-raisu.

Sequenza delle fasi della preparazione del karee-raisu.

  1. Salare e pepare il pollo in maniera uniforme.
  2. In un tegame, mettere a scaldare l’olio vegetale e far rosolare il pollo per alcuni minuti, per lato. Trasferirlo in un piatto a parte.
  3. Nello stesso olio di rosolatura del pollo, mettere a soffriggere l’aglio e lo zenzero grattugiati. Quando avranno preso colore, versare nel tegame la cipolla affettata finemente.
Cottura della cipolla.

Cottura della cipolla: un passaggio importante!

4. Far cuocere a fuoco lento, e col coperchio, la cipolla. Lasciarla cuocere lentamente fino a quando si sarà ammorbidita.

5. Togliere il coperchio, alzare un pochino la fiamma e con pazienza caramellare le cipolle, girando di tanto in tanto. E’ importante non saltare questo passaggio! Le cipolle devono necessariamente caramellare per risultare saporitissime, dolci e non indigeste!

6. La quantità di cipolla dovrà arrivare a circa un terzo di quella iniziale.

Preparazione karee-raisu.

Le ultime fasi della preparazione del karee-raisu.

7. Alle cipolle caramellate aggiungere ora il curry in polvere e mescolare bene fino ad ottenere un composto marrone omogeneo.

8. Aggiungere ora le patate, le carote, il pollo precedentemente rosolato, il brodo, la foglia di lauro, il cacao, la salsa di soia, i chiodi di garofano, il concentrato di pomodoro, il peperoncino e la mela grattugiata (non serve sbucciarla).

9. Mescolare bene e se necessario regolare di sale.

10. Lasciare sobbollire a fiamma dolce fino a quando le patate non saranno tenere.

11. Nel frattempo si può far cuocere il riso col metodo indicato. La cottura del riso, tuttavia, può benissimo avvenire molto dopo se si prepara il karee-raisu in anticipo.

12. In un pentolino sciogliere il burro e mischiarlo alla farina. Mescolare bene il composto ottenuto e versarlo nella pentola assieme al resto degli ingredienti. Il roux permetterà al karee di addensarsi delicatamente.

13. Servire, in un piatto, un po’ di riso al vapore caldo accompagnato dal karee. Guarnire, a piacimento, con ortaggi di vostra scelta (cetrioli, peperoni, insalata ecc.), un uovo sodo se lo gradite.

Karee-raisu

A tavola!

Karee-raisu

Preparate i cucchiai! Il karee-raisu vi aspetta!

E col karee-raisu niente bacchette! Si consuma sempre e solo con un normalissimo cucchiaio.

Karee-raisu

Un autentico karee-raisu giapponese, nella mia cucina a Torino.

E se avanza del karee? Sarà delizioso anche il giorno dopo!

Parola di marinaio giapponese! Anzi no! Parola di Marianna! Dei marinai non ci si può fidare!

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Il 升 Masu: un contenitore del passato

Masu

L`antico misurino per il riso: il masu 升.

Il caso del masu 升 è l’ennesima  prova di una giapponesità che ritrovo e che mi insegue.

Premettendo che questo non è un post sponsorizzato o incoraggiato da alcuno se non da me stessa, vi chiedo: sapete cos’è un masu 升? E conoscete il Negozio Leggero?

Partiamo dalla seconda domanda per poi arrivare alla prima, seguendo insomma un po’ il percorso che caratterizza da sempre la mia vita: cominciare dalla fine per arrivare all’inizio, arrivare ad un’estremità opposta per ricongiungerla all’altra chiudendo quindi il cerchio.

Il Negozio Leggero è un marchio di negozi specializzati nella vendita di alimentari, cosmetici, prodotti per la casa, il tutto però sfuso, quindi senza imballaggio. E’ il frutto di una crescente consapevolezza nei confronti della salvaguardia dell’ambiente che si può esprimere anche attraverso misure di riduzione degli imballaggi nonché grandi contributori dell’inquinamento.

Il loro motto è “la spesa alla spina” che in effetti racchiude proprio il loro pensiero fondante: fare la spesa acquistando i beni sfusi, senza buste, pacchetti, contenitori ecc. Si scelgono quali prodotti acquistare e i commessi, con precisione, misurano il prodotto desiderato seguendo la quantità richiesta dal cliente.

Questi prodotti vengono imbustati in sacchetti di carta riciclata oppure, nel caso ad esempio di saponette, avvolte in fogli sempre di carta ecologica. Sui prodotti come ad esempio shampoo, balsami, profumi per l’ambiente, detersivi, ecc. vi è il vuoto a rendere sui contenitori di vetro oppure uno sconto sui flaconi di plastica che, se non ricordo male, si possono riportare in negozio affinché vengano riempiti nuovamente.

Hanno punti vendita presenti un po’ su tutta la Penisola, anche se per adesso la concentrazione maggiore sembra interessare il Piemonte (solo a Torino i punti vendita sono tantissimi!), Milano e provincia, Roma, Palermo e Lugano.

Alcuni giorni fa, mentre pigramente e forse un po’ roboticamente, scorrevo le notizie sul famoso social con la F, mi sono risvegliata improvvisamente dal torpore caratteristico di quella modalità automatica e quasi passiva che mi sorprendo ad assumere nel far scorrere col dito la valanga di informazioni proposte, a fiumi; la pagina ufficiale del Negozio Leggero mi informava che erano in vendita i masu giapponesi.

Ho spalancato gli occhi, scrollandomi di dosso in un sol colpo così tutti i batuffoli di stanchezza e svogliatezza che mi facevano compagnia, mio malgrado.

Credevo di aver letto male, ma avevo invece inteso benissimo.

Un punto vendita del Negozio Leggero è a pochi passi da casa mia.

Sorpresa all’idea di un masu ad una strada di distanza dal mio portone, non ho perso tempo.

Cappotto, guanti, berretto caldo, scarponcini e via. Giù in strada a percorrere quei metri anonimi ma familiari verso un luogo che, chissà poi perché, custodiva una traccia di Giappone.

E il masu era lì ad aspettarmi.

Masu

Masu: il misurino di riso, del Vecchio Giappone.

Il masu 升 è il tradizionale dosatore di riso comunemente utilizzato nel Giappone feudale, nel Periodo Edo (1600-1868).

Tutto in Giappone è riconducibile, chicco dopo chicco, al riso. Lo sono la storia del Paese, la sua economia, le sue battaglie, le sue credenze religiose indigene, i suoi miti, la sua letteratura, i suoi rituali.

Le prime coltivazioni di questo amatissimo e fondamentale cereale risalgono a circa due millenni fa ed è da allora che il riso forgia instancabilmente tanto della cultura di questo Paese insulare (lo shimaguni 島国 come piace spesso precisare ai giapponesi, usando il pretesto a volte per giustificare differenze non sempre ben accette).

Nel Periodo Edo, dunque, il riso aveva il ruolo del denaro: lo si usava come stipendio per i samurai a servizio dei daimyo o semplicemente per misurare il grado di ricchezza di qualcuno e, di conseguenza, il suo prestigio. L’unità di misura del tempo per questi scopi era il koku 石 che equivaleva a circa 180 litri di riso non mondo.

Ma i commercianti, per le vendite al dettaglio, utilizzavano dosatori naturalmente più piccoli. Uno di questi era appunto il masu che esisteva in diverse taglie.

Il masu non serviva solo per misurare il riso, ma anche altri ingredienti essenziali della vita quotidiana del tempo (ma anche in quella attuale), come l’aceto di riso, il sakè, la salsa di soia, vari cereali.

Dosatore giapponese

Ichigoomasu. 一合升

La misura più conosciuta, arrivata anche ai giorni nostri sebbene ora con uno scopo diverso, è quella dell’ichigoomasu 一合升 che equivale a circa 180ml di riso (o altro) vale a dire la porzione ideale per due persone.

Nel Giappone contemporaneo i masu ora sono oggetto della tradizione che rievoca quella nostalgia avvertita a livello collettivo di tutto ciò che era un tempo, in un passato non sempre così vicino e non sempre vissuto in prima persona; i masu al giorno d’oggi vengono utilizzati spesso come contenitore per chi vuole degustare del sake, una sorta di grappa ricavata dalla distillazione del riso.

E come ogni cosa che riguarda la cultura indigena del Giappone, anche per i masu esiste una tradizione di artigianato antica e di tutto rispetto. Il miglior legno per la produzione di questi masu è, senza dubbio, quello di cipresso giapponese, ossia l’aromatico ed elegante hinoki ヒノキ.

Masu

Il dosatore di riso della tradizione giapponese.

Dal Vecchio Giappone un oggetto elegante nella sua semplicità, di buona manifattura e che si sposa armoniosamente bene con la consapevolezza accresciuta del rispetto per l’ambiente.

I commercianti del Periodo Edo, i chonin 町人, non avrebbero mai immaginato che uno dei loro comunissimi dosatori usati per misurare e vendere i propri prodotti sarebbe, molti secoli dopo, arrivato in Italia, a Torino, a pochi passi dal fiume Po a stupire chi questo oggetto non l’ha mai visto e a rallegrare una giapponese nel cuore come me. Marianna.

Cucina giapponese casalinga: 湯豆腐 Yudofu o tofu bollito

Tofu sbollentato

Un saporitissimo yudofu, un confortevole piatto con cui riscaldarsi durante i mesi freddi.

Tofu. Basta nominarlo per assistere a reazioni assai divergenti: per alcuni è una gradevole presenza nel panorama gastronomico occidentale moderno mentre per altri è solo sinonimo di insipidezza e di triste sostituto di qualcosa.

Facciamo chiarezza.

Il tofu 豆腐, o cagliata di soia proprio perché ricavato dal latte di soia coagulato, non è certo un alimento nuovo, frutto di qualche moda passeggera riproposta con ossessione fino allo sfinimento. Può sembrare uno di quei cibi alternativi capaci, chissà poi perché, di conferire una sorta di aura semi-snob gastronomica a chi lo consuma. Questo  fenomeno credo sia dovuto al contesto di cui questo alimento si è sempre ritrovato a far parte, ovvero la scena salutistica e quella esotico / etnica.

La prima è forse quella capeggiata inizialmente dai primi passi pionieristici in Italia della macrobiotica. Il tofu, nella scena salutistica, è visto come alimento sano e come fonte di proteine, ferro, sali minerali e tanto altro. Negli ultimi anni, inoltre, la presenza sempre più intensa e capillare di chi osserva un regime alimentare vegetariano oppure vegano ha riportato l’attenzione del pubblico e delle aziende produttrici su questi alimenti alternativi, avvolti ancora da quel nonsoché che fa di questi cibi, agli occhi di molti, scialbe pappe da fricchettoni.

Il grande guaio, in questo primo contesto, è che frequentemente il tofu diventa sostituto di qualcosa e perennemente pacioccato e mascherato in mille modi. Lo si fa diventare finte uova strapazzate, una sorta di budino, delle polpette. Vi è addirittura chi lo usa per preparare i frappè o per sostituire il formaggio nel pesto alla genovese!  Insomma, sembra quasi che in pochi siano disposti a farvi amicizia e ad apprezzarne il suo naturale sapore perché un tofu di qualità ha un sapore, per quanto delicato e non invadente!

La scena esotico / etnica, invece, ha introdotto ingredienti quali appunto il tofu agli italiani inizialmente attraverso il comparire dei primissimi ristoranti cinesi nel nostro Paese, probabilmente a partire dagli anni Ottanta in avanti.

Se da una parte vi è chi coglie benefici dalle culture dell’Oriente e dalle sue declinazioni culinarie, a volte esagerandone leggermente le caratteristiche con fare fantasioso e irrealistico, dall’altra vi è chi è pronto a denigrare tutto ciò che non sia cucina italiana (e di cui non sarebbe contento in ogni caso perché, pur restringendo il campo alla sola cucina della Penisola, si adopererebbe subito a far emergere le stupide e mai risolte rivalità tra nord e sud, tra regione e regione, tra città e città, tra paesello di dieci abitanti e un altro paesello di altri dieci abitanti).

Eppure, come sempre, è sufficiente scostare un po la tendina glitterata della tendenza del momento per scoprire inaspettate profondità.

Documenti storici ci confermano che il tofu ha origini antichissime, con radici rintracciabili nella vecchia Cina durante il regno della Dinastia Sui, tra il VI e il VII secolo d.C.

Ma, come spesso accade con storie che si perdono nella notte dei tempi fondendosi in un abbraccio tra realtà e leggenda, anche per il tofu abbiamo vari racconti che ci narrano di un antico Imperatore, sovrano della Provincia di Anhui, che inventò il tofu; altri ci parlano di scoperte accidentali e di come qualcuno, da qualche parte nel Nord della Cina, un giorno – volendo insaporire la propria crema di fagioli di soia – decise di aggiungervi qualche pizzico di sale marino grezzo che, essendo appunto ancora grezzo, conteneva al suo interno tracce di cloruro di magnesio (ovvero il nigari にがり, l’agente cagliante tradizionalmente impiegato nella produzione del tofu); esistono anche racconti di monaci buddisti indiani i quali, ispirandosi alle tecniche casearie delle popolazioni mongole con cui vennero a contatto, decisero di applicarle al latte di soia da cui poter ricavare, così, una sorta di formaggio vegetale e compatibile quindi con la rigorosa dieta vegetariana prevista per chi segue la dottrina buddista.

Il tofu giunse in Giappone dalla Cina allo stesso modo con cui giunsero la lingua scritta e quindi i migliaia di logogrammi, ispirazioni artistiche, urbane, politiche ed amministrative, i precetti del buddismo e tanto altro. E` il cosiddetto Periodo Nara (710-794 d.C.) il momento di intenso apprendimento e ammirazione da parte del Giappone verso tutto ciò che era cinese. Le varie delegazioni inviate nel Regno di Mezzo ritornavano in Patria non solo  arricchiti di tanta nuova conoscenza e carichi di manoscritti religiosi, rotoli di preziosa carta, incensi, statue e quant’altro, ma anche di qualche delizia gastronomica come il tofu, ritenuto non solo una prelibatezza ma anche un’indispensabile fonte proteica per i monaci, rigorosi vegetariani.

Monaci a tavola.

Monaci a tavola. Immagine proprietà del sito 旭松 Asahimatsu.

È da lì in poi il tofu, in Giappone, conobbe solo apprezzamenti.

Ne esistono tante varietà, più di quanto si pensi. Un po’ come per i formaggi di latte animale, anche per il tofu esistono rinomate zone di produzione, come la Prefettura di Kyoto ad esempio.

E quasi d’obbligo che io vi rimandi a un paio tra i tanti articoli che scrissi, in Giappone, sul tofu: leggete qui e qui. E anche qua.

Il vero tofu di qualità è talmente delizioso da non aver bisogno di maschere o camuffamenti. Lo si può tranquillamente gustare al naturale, senza interferenze di alcun tipo.

Ricordo, ancora con lacerante nostalgia, vaschette di tofu freschissimo che acquistavo al supermercato di zona. Quel tofu era cosi puro e cremoso da poter essere gustato con un semplice cucchiaino, quasi come se fosse un dolce.

Ma arriviamo finalmente, e dopo questo necessario prologo storico / mitologico, alla nostra ricetta di oggi.

Dobbiamo precisare, pur semplificando di molto, che nella cucina giapponese le varieta di tofu più comunemente usate sono due: momen-dofu 木綿豆腐 e kinugoshi-dofu 絹ごし豆腐.

Il primo è tofu avvolto in una mussola di cotone e pressato. La parola momen 木綿 infatti significa cotone. Questo tofu è sodo ed è il più facile da maneggiare con le bacchette, sia in cottura che durante il pasto. Incidentalmente, la maggior parte dei tofu attualmente in commercio in Italia attraverso la grande distribuzione è momen.

Il kinugoshi, invece, è il tofu vellutato o cremoso. Si presenta sempre come un blocchetto, ma ha una consistenza molto morbida, come quella di un budino. Questo è il tofu utilizzato normalmente a cubetti nella zuppa di miso e a tal proposito vi rimanderei qui. Il kinugoshi è reperibile in Italia, ma va cercato un po’ più attentamente rispetto al parente momen.

La ricetta di oggi è una variante semplice e molto saporita dello Yudofu 湯豆腐 o tofu bollito, piatto ideale per la stagione fredda.

Vediamo come procedere.

Yudofu 湯豆腐

Ingredienti per 4 persone circa

Ingredienti Yudofu.

Ingredienti per lo Yudofu.

1 pacchetto di kinugoshi-dofu o tofu vellutato

3 cucchiai di salsa di soia

1 cucchiaino di ichimi-togarashi o peperoncino in polvere

1 cucchiaino di olio di sesamo

1 cucchiaino di semi di sesamo tostati

1 cucchiaio di cipollotto verde tritato

Ho trovato del buon tofu vellutato presso il mio negozio di alimentari orientali di fiducia qui a Torino: Tan Thanh, Via delle Orfane 29. Un blocchetto di tofu fresco da circa 250g a soli 80 centesimi.

Prepariamo subito il condimento mischiando tutti gli ingredienti ossia la salsa di soia, il peperoncino in polvere, l’olio di sesamo, i semi di sesamo tostati, il cipollotto verde tritato. Mescolare bene. Otterrete un condimento profumatissimo!

Condimento per lo yudofu.

Il profumatissimo condimento con cui insaporire lo yudofu.

Riempite un pentolino d’acqua e portatela ad ebollizione, dopodiché abbassate la fiamma. Lavate bene il pacchetto di tofu e senza aprirlo immergetelo nell’acqua calda, tenendo la fiamma molto bassa.

Lasciate sobbollire per una decina di minuti.

Bollitura del tofu.

Bollitura del tofu.

Spegnere la fiamma e facendo molta attenzione a non bruciarsi, rimuovere il pacchetto di tofu dalla pentola. Con particolare cautela, aprire delicatamente la vaschetta e scolare il liquido di governo che vi è all’interno, ricordandosi che è caldissimo.

Trasferire il blocchetto di tofu sopra un piatto e tagliarlo in quattro o sei cubetti, a seconda delle vostre preferenze.

Mettere ogni cubetto in una scodellina o un piattino e guarnire generosamente con un po’ del condimento preparato.

Servire.

Yudofu o tofu bollito.

Delizioso yudofu!

Tra gli ingredienti avete visto che compare un botticino dal tappo rosso. Questo:

Peperoncino giapponese.

Peperoncino macinato giapponese.

E` lo ichimi-togarashi ossia del peperoncino giapponese macinato. Per questa ricetta, e tante altre, potete sostituirlo con del peperoncino tritato di vostra scelta.

Sempre della stessa linea, girovagando per la piccola e malconcia Chinatown di Torino (zona Porta Palazzo / Corso Regina Margherita) sono riuscita a trovare, con mia grande gioia anche due altre deliziose spezie tipiche della cucina giapponese.

Lo 柚子こしょう yuzukoshoo, una miscela di pepe e profumatissime scorze di yuzu, un aromatico agrume indigeno del Giappone.

Yuzukoshoo

Pepe e scorza di yuzu.

E il Sansho 山椒  , il pepe verde giapponese che pur chiamandosi “pepe”, da un punto di vista strettamente botanico non lo è. Ingrediente assolutamente essenziale per insaporire le anguille alla griglia, ma ottimo secondo me sul pesce in generale. Ha un sapore agrumato che ricorda il limone, ma con una punta decisamente aromatica.

Pepe verde giapponese

Pepe verde giapponese:.

Se capitate dunque in zona Porta Palazzo, a Torino, fate un giro nella nostra ancora ridottissima Chinatown, ma soprattutto da Tan Thanh che rimane, a mio avviso, il negozio migliore in quanto a serietà, professionalità, qualità dei prodotti e competenza.

Spezie giapponesi

Spezie giapponesi

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Cucina giapponese casalinga: 抹茶ぐるぐるクッキー Biscotti al matcha

Biscotti al matcha.

Biscottini guruguru al matcha.

Da dietro le quinte di questo palcoscenico dei sapori entra in scena, con un passo vellutato e regale, il 抹茶 matcha.

Si dice che il tè, ingrediente antico e imbevuto del profumo della tradizione, abbia fatto il suo ingresso ufficiale in Giappone verso la fine del dodicesimo secolo giungendo nel Sol Levante grazie ad un monaco zen di nome Eisai, il quale fu il primo importatore dei semi di questa pianta.
A quei tempi la Cina, agli occhi del Giappone, era ammirevole e lodevole modello di civiltà. Il Giappone, già da alcuni secoli precedenti ai viaggi di Eisai, inviava regolarmente delegazioni di studiosi affinché attingessero dal ricco serbatoio di conoscenze della grande e antica Cina. Questi studiosi, dunque, venivano esortati ad imparare il più possibile, dalla politica all’architettura, dalla scienza alla letteratura, dalla filosofia alla religione.

Il monaco Eisai fu una di queste persone. Proveniente da una famiglia di sacerdoti shintoisti, il giovane studiò i precetti del buddismo e presto avvertì la necessità, per vari motivi, di recarsi in Cina per poter fruire meglio degli insegnamenti buddisti traendoli direttamente “dalla fonte”. Riportò in patria molte testimonianze tangibili del suo soggiorno cinese tra cui numerosi manoscritti e i semi della pianta del tè.

Una lattina di matcha

Lattina di buon matcha

Il monaco piantò questi semi nel giardino di un tempio a Kyoto e, avvezzo ormai all’usanza cinese del tempo, cominciò a polverizzare le delicate e brillanti foglioline di questa pianta fino ad ottenerne una polvere finissima che mescolava con garbo ad acqua calda. A quel tempo in Cina si usava il tè in polvere, ma questa abitudine presto s’indebolì nel Regno di Mezzo fino a scomparire del tutto. Nella Cina contemporanea, infatti, di questa usanza restano solo tracce in documenti storici e stampe.
In Giappone, invece, la preparazione del tè in polvere, ossia del matcha 抹茶, e viva più che mai e indissolubilmente legata alla figura di Eisai e allo zen, disciplina introdotta in Giappone per primo proprio dal monaco.

La famosa cerimonia del tè, chadoo o sadoo 茶道, è un momento meditativo proveniente proprio dai tempi di Eisai, volto ad aiutare chi ne prende parte a soffermarsi sulla bellezza custodita nella semplicità.

La produzione di questo tè, tuttavia, al tempo richiedeva una lavorazione molto complessa  rendendo quindi il prodotto finito appannaggio per pochi, come i membri della nobiltà, dell’ aristocrazia e del clero i quali, essendo molto spesso amanti della bellezza, ricercavano nella ritualizzazione del matcha quella raffinata semplicità a cui anelavano quotidianamente.

Solo verso la fine del Settecento, attraverso brillanti idee ed avvincenti innovazioni, si inizierà ad accorciare le distanze tra l’elitario e regale matcha e la gente comune, arrivando pian piano fino ai giorni nostri dove il matcha – pur rimanendo un prodotto di eccellenza e quindi con un prezzo ancora alquanto elevato soprattutto in base alla varietà – ha smesso di rimanere isolato in templi ed esclusive sale da tè per entrare anche nelle pasticcerie, nei ristoranti, nell’industria alimentare e dolciaria e addirittura nelle case.

Da anni ormai in Giappone il matcha gode di stima e affetto nei repertori di cucina casalinga poiché, secondo me, rappresenta un morbido nastro che congiunge delicatamente la tradizione con la modernità, il passato con il presente, l’Oriente con l’Occidente.

E’ il rivedere e rivivere un passato lontano, regale e fiero, in un soffio di profumato tè verde in polvere.

La ricetta di oggi della nostra rubrica è quindi un tributo a questo speciale e prezioso ingrediente che amo sempre chiamare col suo nome anziché optare per il generico “tè verde” in quanto a quest’ultimo, spesso, si associa il sapore occidentalizzato del tè verde cinese che ritroviamo nei gelati e dolcini orientaleggianti.

Il sapore non è quello del matcha.

Il matcha ha un sapore vivo, fresco, di natura, di acqua, di verde, di fogliame, di terreno, di pioggia, di cicli della natura che instancabilmente si alternano.

La ricetta di oggi è un classico ormai amato da tanti in Giappone e frequentemente replicato in milioni di case da mamme e casalinghe sempre più creative:

I biscotti guruguru (questa espressione onomatopeica si riferisce al motivetto a spirale che abbellisce questi dolcini) di pasta frolla al matcha.

Un vero abbraccio tra Oriente e Occidente.

抹茶ぐるぐるクッキー Matcha guruguru kukkii 

Ingredienti:

Ingredienti per i kukiii.

Tutto quello che occorre per preparare i matcha guruguru kukii.

IMPASTO VERDE CHIARO

50g di burro a temperatura ambiente

3 cucchiai di zucchero a velo

60g di farina

1 bustina di vanillina (facoltativa)

1/2 cucchiaino di matcha

un pizzico di lievito per dolci

un pizzico di sale

IMPASTO VERDE SCURO

Replicate gli stessi ingredienti, nelle stesse quantità, elencati per l’impasto verde chiaro usando però questa volta 2 cucchiaini di matcha.

Procedimento

  1. Preparare il primo impasto, ossia quello verde chiaro: con una frusta lavorare il burro con lo zucchero a velo.
  2. A parte, unire la farina al matcha, il sale, il lievito di dolci e la vanillina se la si usa.
  3. Gradatamente, aggiungere il mix dato da questi ultimi ingredienti al burro lavorato con lo zucchero. Impastare bene fino ad ottenere una pasta omogenea.
  4. Avvolgerla in un pezzo di pellicola trasparente e metterla a riposare in frigo per una mezzora circa.
  5. Preparare l’impasto verde scuro ripetendo esattamente gli stessi passaggi appena visti, con l’unica differenza che questa volta la quantità di matcha passa a due cucchiaini.
  6. Avvolgere anche il secondo impasto in un pezzo di pellicola per alimenti e lasciar riposare in frigo.
  7. Tirare fuori entrambi gli impasti e stenderli tra due fogli di carta da forno per evitare che si appiccichino. Cercare di ottenere, suppergiù, due rettangoli di pasta della stessa misura.
  8. Sovrapporre delicatamente un rettangolo sull’altro (a voi la scelta; potete anche lavorare in due tempi invertendo i colori) e, facendo molta attenzione, iniziare ad arrotolare i due impasti su se stessi.
  9. Avvolgere i rotoli in pellicola per alimenti e riporre in frigorifero per un’ora circa.
  10. Riscaldare il forno a 180 gradi centigradi e rivestire una leccarda di carta da forno.
  11. Tirare fuori i rotoli di impasto e con un coltello affilato tagliateli a rondelle di circa mezzo cm.
  12. Disporli con attenzione sulla carta da forno e metterli a cuocere a forno caldo per 10 minuti, non di più. Non aspettate che prendano colorito. Devono mantenere la propria brillantezza del verde.
  13. Lasciarli raffreddare e servire.

E qui di seguito, parte della procedura riportata in una sequenza fotografica:

Preparazione kukkii.

Sequenza fotografica della preparazione dei kukkii.

Modellare il rotolo usando, se lo si desidera, un makisu o stuoietta di bambu.

Modellare il rotolo usando, se lo si desidera, un makisu o stuoietta di bambù.

Non sono biscotti forse molto leggeri dato il contenuto di burro non trascurabile, tuttavia soddisfano appieno il palato. Ne bastano due o tre per accompagnare, con la raffinatezza che distingue il matcha sin dai tempi antichi, un buon caffè oppure del tè nero.

Biscotti al matcha.

Biscotti al matcha.

Mi sono divertita, in questa ricetta, ad utilizzare due varietà di matcha: una è quella raffigurata in una foto un po più in alto, in una lattina di metallo e l’altro invece e un matcha proveniente dalla provincia di Shizuoka, terra ingioiellata dalle smeraldine piantagioni di tè:

Matcha

Matcha di Shizuoka

Per la preparazione dei biscotti al matcha non è certamente necessario scomodare gli utensili tradizionali generalmente riservati alla corretta esecuzione di questa deliziosa bevanda. Tuttavia, la fragranza unica di questo pregiato tè mi ha invogliata a riscoprire il mio chasen 茶筅, ossia il tradizionalissimo frullino di bambù che si usa per mescolare il te con l’acqua e creare la caratteristica schiuma.

Frullino di bambu.

Chasen o frullino di bambù.

Chasen

Frullino di bambù.

Acquistai questo chasen nella Prefettura di Chiba, a Funabashi, per la precisione.

Frullino di bambu.

Chasen di Funabashi.

Concludo avvisandovi che al momento ho alcune difficoltà con il form dei contatti che non mi permette di ricevere i vostri messaggi. Vi chiedo gentilmente, qualora vogliate comunicare con me, di lasciare un commento qui sul blog oppure di scrivermi direttamente a questo indirizzo: biancorossogiappone @ yahoo . it

Lascio volutamente gli spazi per evitare lo spam.

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Ciao! Anche Biancorosso Giappone usa i cookie! Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "OK!" permetti al loro utilizzo.

Chiudi