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Sakura e il libro di bento

Luci ad Ebina

Era ormai sera. Il cielo era scuro e nella sua oscurità si erano già dissolte quelle venature violacee e bluastre che non sono nient’altro che strascichi di un giorno in declino.

Le luci della stazione di Ebina facevano da luminosa cornice al concludersi di quel giorno prezioso e che avrei percorso e ripercorso nel tempo con la mente, soprattutto nei momenti bui perché quello era il giorno in cui Sakura ed io ci salutammo prima della mia dolorosa partenza dal Giappone.

Nell’abitacolo della sua utilitaria, quella stessa auto con cui avevamo esplorato in lungo e in largo le strade delle campagne del Kanagawa alla ricerca di bislacche e a volte tetre botteghe di rigattieri, ora era diventato luogo non luogo di un arrivederci. O forse di un addio.

Cercavo, un po’ goffamente, di sorridere perché non trapelassero la pesantezza di un distacco non ancora avvenuto e di una nostalgia per un passato non ancora diventato tale. Ma dentro di me un pianto sconsolato rimbombava per tutto il mio essere rimanendo però muto all’esterno.

Anche Sakura aveva tentato di camuffare quella malinconia che ci stava lentamente divorando. La nascondeva con il sorriso, lo scherzo e con fantasiose bozze di progetti per il futuro. 
Lei dava una pennellata di colore acceso sulla tela di questo futuro immaginato e io proseguivo il disegno. Poi mi fermavo e continuava lei. 
Pennellata dopo pennellata, tratto dopo tratto, ecco affiorare un trionfo brillante e ingarbugliato di piccoli progetti che avrebbero dovuto coinvolgerci direttamente ma soprattutto azzerare quella distanza che di lì a poco si sarebbe materializzata in tutta la sua soffocante desolazione .

Arrivederci, addii e onde marine

Nei giorni precedenti avevo già salutato le persone a me care e che mi erano state amiche e maestre lungo l’arco di quegli anni straordinari. E ad ogni saluto quel pianto interiore, che sarebbe stato inopportuno manifestare, aumentava di volume inglobando tutte le lacrime trattenute. 
Stava diventando una sorta di onda marina che, seguendo la direzione del vento, impetuosamente s’ingrossava assomigliando sempre più ad un cavallone.

Erano stati arrivederci, e in un caso purtroppo un addio permanente, e ogni volta ho provato un intenso dolore che mi lacerava il sorriso. 
Erano persone con cui avevo percorso quell’incredibile esperienza e che, spesso inconsapevolmente, mi avevano non solo aiutata ad ambientarmi e ad abituarmi alla miriade di differenze ma soprattutto a ricercare le somiglianze. O quantomeno ad innamorarmi follemente di quella diversità che, in fondo, non è che l’altra faccia della luna. 

Reminescenze

Era arrivata davvero l’ora di salutarsi e io non sapevo come fare. 
Non ce l’avrei fatta a congedarmi secondo quelle rigide regole di bonton che avevano alimentato l’onda marina. 

Ma poi come avrei potuto limitarmi ad un garbo e contenuto arrivederci, così come se niente fosse, proprio con la mia cara amica Sakura con cui l’amicizia era arrivata improvvisamente senza cerimonie per poi decantare lentamente attraverso il filtro della graduale comprensione linguistica che dava finalmente una tridimensionalità al tutto?  

Con Sakura, o Saku-chan come mi permise di chiamarla non appena iniziò a sgretolarsi il muro linguistico, a cui avevo fatto assaggiare nella mia cucina la pasta al gorgonzola;

Saku-chan che, in un delicato pomeriggio che profumava di bacche di ginepro, mi portò a visitare il giardino silenzioso di un vecchio tempio le cui incisioni sulla grande stele commemorativa di pietra, proprio davanti all’ingresso, mi aiutò a leggere navigando insieme a me in una giungla di caratteri obsoleti;

Saku-chan ed io, passeggiando un pomeriggio soleggiato per la Zama Kamijuku, avevamo abbozzato un progetto a cui avrei ripensato tante, tante volte soprattutto nei miei momenti bui in cui il bagliore di quei miei giorni giapponesi sembrava così dolorosamente lontano;

Saku-chan che fedelmente mi accompagnò a scovare, in un bizzarro negozio di cose vecchie sembravano porte temporali affacciate sul periodo Edo, un intero servizio di scodelle di una particolarissima lacca rossa e che erano appartenute ai monaci di chissà quale tempio;

La partita Danimarca-Giappone dei Mondiali di calcio del 2010 che Saku-chan ed io seguimmo in contemporanea, aggiornandoci sui risultati tramite messenger;

L’assaggio della cucina di Okinawa là, in quella locanda scura che aveva un solo tavolo, assieme a Saku.

Sigillo dell’amicizia

Ci guardammo in silenzio. I nostri occhi avevano assunto quel sottile ma percettibile velo di lacrime che per il momento aderiva ancora a noi…ma avrebbe resistito poco.

Ci abbracciamo forte e un pianto liberatorio ma anche tanto sconfortato ci investì contemporaneamente.

Che andassero a quel paese la compostezza, la calma, il sorriso fintamente rilassato e le frasette di circostanza ricamate da ringraziamenti, promesse più o meno attendibili di futuri incontri e inchini. 

La nostra amicizia aveva ricevuto il suo suggello in quel preciso istante, nell’abitacolo di quell’utilitaria, nel piazzale trafficato della stazione di Ebina, in quella sera di fine luglio.

L’aria estiva satura di umidità e pregna della mia malinconica inquietudine perché il Giappone non lo avrei mai lasciato.

Il dono

Singhiozzando, Sakura spezzò dolcemente l’abbraccio e mi diede dei doni che avrei conservato gelosamente e che mi avrebbero seguita nel buio tunnel che mi aspettava qui in Italia. Lontana da quella luminosità che aveva caratterizzato i miei anni giapponesi.

Tra i regali che Sakura mi diede, e che si erano un po’ inumiditi delle nostre lacrime, un ricettario per preparare gli o-bentō.

Il ricettario di bento di cui mi fece dono Sakura, in quel piazzale di Ebina.

Non era un libro qualsiasi ma un volume che lei stessa acquistò nei suoi primi giorni di matrimonio quando, resasi conto delle sue scarse (a suo dire) doti culinarie in fatto di bento, necessitava di un supporto che la guidasse passo dopo passo nella buona realizzazione di un pasto da portare via. 

Il suo ricettario è ancora qui con me e lo consulto ogni tanto, forse non troppo spesso perché inevitabilmente riaccende una malinconia che non sempre sono pronta ad accogliere, ma è uno dei miei fedeli compagni di libreria.

Gli ultimi istanti

Ci abbracciammo ancora una volta. Nel sacchetto avevo messo tutti i suoi regali compresa una lettera che mi chiese di leggere durante il viaggio e non subito. Una richiesta che rispettai e onorai.

Riuscire a raccogliere tutte le proprie energie in quel momento e poter scendere da quell’auto richiese molta forza di volontà. 
Mi chiusi la portiera alle spalle e rimasi immobile per qualche istante fingendo che quella era una sera qualunque e che avrei rivisto Saku-chan nei giorni successivi e ci saremmo inventate qualche altra avventura.

Quando mi voltai, vidi che Sakura sorrideva ma aveva il volto rigato di lacrime e gli occhi che parevano luccicare. 
Aveva sul volto il sorriso di chi sa che deve sorridere per non soccombere al pianto.

La salutai con la mano, le sorrisi e mi mescolai nella penombra che divideva il piazzale da uno degli ingressi alla stazione. 
Salii le scale grigie e percorsi il corridoio che conduceva alla linea Sagami, quella piccola linea ferroviaria che attraversava il cuore verde delle risaie e mi portava fino a casa… là, in quella mia casa bianca e blu che ancora in un certo senso mi conserva.


Biancorosso Giappone: la residenza dell`anima

Tradizionale cestino giapponese

Tradizionale cestino giapponese intrecciato

Sono appena entrata.

Il tempo di togliermi le scarpe e lasciarle qui nel mio piccolo 玄関 genkan, il tradizionale ingresso giapponese, e sarò subito nel cuore della mia nuova casa.

Delle morbide pantofole grigie attendono di accompagnarmi vellutatamente in giro per questo nuovo luogo ricco di novità, promesse ed eventi non ancora divenuti ricordi.

Gli esseri umani sono spesso strambi: aspettano con trepidazione il futuro, il non ancora avvenuto, ma temono il cambiamento ed edulcorano il disagio intingendolo nell’indugio.

Ci si aggrappa alle cose vecchie, al sentiero già percorso, agli abiti comodi che si lasciano indossare senza sforzo, ai sapori già noti, al ricordo rassicurante, ai luoghi limpidi e senza misteri.

E quanto ho indugiato io!

La mia vecchia casa, il blog dove è nato Biancorosso Giappone, era ormai scura.

Era una casa piena zeppa di ricordi, ma era ormai allo stremo. Era come un bicchiere contenente due o tre dita d’acqua in cui qualcuno si ostinava a voler dissolvere una quantità sempre crescente di zucchero.

Le imposte, corrose dalle intemperie e dall’inclemenza del tempo, sbattevano violentemente e il rumore da esse provocato mi impediva anche solo di riposarmi.

La corrente era stata staccata da tempo e gli ultimi scritti sono avvenuti così, a lume di una metaforica candela il cui tremolante bagliore illuminava il punto esatto dov’ero io creando uno spettrale inseguimento di luci e ombre. Luce qui e tenebre là.

Non era il frutto del sapiente manovrare dell’ombra di cui ci narra Jun’ichirō Tanizaki nel suo In’ei Raisan (titolo italiano: Libro d’ombra), un geniale volumetto dedicato alla vera estetica giapponese dove l’ombra si alterna alla luce in un delicatissimo gioco di spazi, nicchie, paraventi, porte scorrevoli e angoli dimenticati.

Era una piccola isola illuminata fiocamente e circondata da buie acque in cui nuotavano furtivi e minacciosi scuri alligatori.

In quel mare nero, le mie cose. Quello che di esse è rimasto. Cose che aspettavano una nuova dimora.

Testardamente non volevo abbandonare quel luogo credendolo depositario di Biancorosso Giappone, del mio scrivere, della mia arte.

La dispensa ormai non aveva più alcunché da offrire e quel poco rimasto placava solo i morsi della fame più violenti.

I traslocatori mi aspettavano incessantemente. Alcuni si agitavano, sbuffando, imprecando, oppure tamburellando nervosamente con le dita su qualunque superficie fosse disponibile. Altri, invece, mi attendevano seduti – chi per terra e chi su qualche sedia di fortuna – con quella solida e avvolgente pazienza di cui dispongono poche persone nell’arco della propria vita.

Ma una cosa è innegabile: erano e sono una squadra. Chi più indulgente chi meno, non hanno mai smesso di aspettarmi.

E incredibilmente mi hanno attesa fino a stasera.

Fino a quando, con la spossatezza nel fisico e l’estenuazione nella mente, ho aperto la vecchia porta cigolante e con imbarazzo, ma anche il desiderio di voltar pagina, ho lasciato che lentamente il mio sguardo incrociasse il loro e con un mio timido sorriso ho detto loro di essere pronta.

Loro non aspettavano altro.

Ho consegnato alle loro braccia forti ed energiche la mia prima scatola di averi, una scatola a cui ne sono seguite altre.

In cambio, mi hanno consegnato con gentilezza e garbo le chiavi della mia nuova residenza.

Questa.

Ed eccomi, dunque, qua.

Con la vecchia casa ormai alle spalle definitivamente e le scatole da disfare.

Dalle scatole spuntano cose tangibili e non.

Emergono il coraggio. Il cestino intrecciato di Yukiko-san. L’effervescenza della speranza che torna ad ardere. Le caramelle allo zenzero e mango di Ummi.

Caramelle zenzero e mango

Le caramelle allo zenzero e mango, dono di Ummi.

Sì, proprio quelle caramelline che mi fecero sorridere con quell’immagine di una radice di zenzero impegnata in una mossa degna di Bruce Lee. Una mossa decisa, come l’intensità e la tenacia della radice stessa.

Caramelle allo zenzero 1

Un simpatico Bruce Lee gingeresco.

Emerge una forza mai sparita del tutto e che tramuta una giungla di paura in un pacifico boschetto; fameliche tigri in buffi tigrotti di carta pasticciata da un bimbo annoiato; la minaccia di un furioso vento di Maestrale in un innocuo soffio come quelli che estinguono la fragile fiammella di una candela.

E` emerso il mio quaderno rosso sbiadito che mi aveva regalato Annalisa e su cui annoto disordinatamente e incostantemente le mie idee.

Quaderno delle idee e un prezioso libro di letteratura giapponese

Il quaderno delle idee e il libro di Ummi.

E’ emerso, con esso, anche un preziosissimo libro, sempre regalo della generosa Ummi: una dolce e incoraggiante mano che accompagna gli studenti più volenterosi in un viaggio nella letteratura giapponese moderna di Giles Murray.

Il pavimento è di legno profumato. C’è luce. Un’atmosfera accogliente mi annuncia, senza timidezze o cerimonie, che ora questa è la mia casa. Giungono carezzevolmente a me fili di incenso Mainichi-koh e con esso l’effluvio del Giappone che custodisco dentro di me in uno scrigno a cui i malintenzionati non possono accedere.

La nuova casa di Biancorosso Giappone. La residenza dell’anima di una scrittrice.

Rallentare il passo

椿 Tsubaki - camelia

椿 Tsubaki – camelia

Sono seduta e con entrambe le mani tengo stretta una tazza di tè. Una tazza panciuta e bianca abbellita soltanto da alcune foglioline verdi forse un po’ solitarie.

Sulla superficie del tè si riflette traballante l’immagine della mia lampada di carta di riso azzurra.

Quell’immagine riflessa appare e subito dopo scompare, inghiottita dal movimento che – sovrappensiero – provoco facendo oscillare la mia tazza.

Un vortice di pensieri ed emozioni mi ha investita quando, una manciata di ore fa, ho saputo della sua morte.

Sono quelle notizie che arrivano senza essere preannunciate. Giungono e basta.

E quando giungono ne capiamo il senso linguistico, ma qualcosa dentro di noi si rifiuta di assegnare credibilità alla notizia. Le parole hanno senso e ne capiamo il significato, ma la loro vera essenza ci sembra surreale, irreale e quasi onirica. Scacciamo l’idea costringendola nell’angolo delle cose che semplicemente non possono essere.

È mancata così, all’improvviso. Si chiamava Noura ed era una tra le persone più generose, limpide, spontanee e genuine che io avessi mai conosciuto.

Viveva per aiutare il prossimo e lo faceva dedicando tutta se stessa. Era instancabile nel suo fare, nel suo dar voce a chi voce non ne ha più. Le sue azioni e il suo cuore agivano da amplificatore alle richieste d’aiuto di chi realmente è debole, oppresso e schiacciato – oltre ogni nostra immaginazione – dagli orrori di guerre e sanguinarie dittature.

Condividevamo un’amicizia molto semplice, ma che brillava. Risplendeva perché era condivisa con lei che era una persona dal vero animo puro ed altruista. Da lei arrivavano sempre e solo parole cariche di speranza e fede.

Ripenso, con un’incredulità che – proprio adesso mentre scrivo – ancora mi stranisce, alle nostre chiacchiere recenti e ai ti voglio bene che ci siamo scambiate con genuina sincerità.

Mi ascoltava e mi leggeva sempre con pazienza. Delle tante cose che ci siamo dette negli ultimi tempi, ricordo con tenerezza quando espresse curiosità e ammirazione per il 金閣寺 Kinkakuji di Kyoto dopo averlo visto, probabilmente, in qualche foto.

Aveva sempre una buona parola, un incoraggiamento, un pensiero positivo per tutti.

Era una di quelle persone che risplendono di una luce bellissima e che riescono a spargere ovunque.

Faceva il possibile per aiutare sempre tutti, senza distinzioni.

Dedicava molto del suo aiuto e delle sue energie alla OSSMEI www.ossmei.com l’organizzazione siriana dei servizi medici di emergenza in Italia, associazione in cui Noura era parte molto attiva.

Finisco a fatica questo tè perché i miei occhi, ormai velati di lacrime, non vedono più.

Dedico a Noura questo mio pensiero accompagnato dalle camelie dell’autunno, belle, dolci, luminose come lo era lei.

A lei va il mio pensiero, accompagnato da una tristezza che non posso ignorare.

La nostra vita è come una camminata a passo svelto che a volte si tramuta in corsa a perdifiato.

Quando però il nostro percorso incrocia la morte di una persona a noi cara tutto intorno a noi rallenta. I pensieri si aggrovigliano in un vortice impetuoso, ma tutto il resto assume toni e ritmi lenti. Persino le immagini, i suoni e i sapori sembrano venir percepiti in maniera differente.

Rallentare il passo e lo si rallenta perché ci ricordiamo di essere umani, di essere mortali, di avere una vita che è una mera manciata di istanti rispetto all’eternità.

Che Iddio l’Altissimo conceda a Noura il Paradiso e la ricompensi per tutto il bene sincero che ha fatto a così tante persone.

L’amicizia più pura

Scrivo queste parole di getto, dettate da quel compagno di vita che vorremmo non frequentare tanto spesso: il dolore.

E mentre scrivo, proprio in questo istante, dai primi piani del mio palazzo, salgono su lentamente fino qui delle tristi e malinconiche note di un pianoforte che piange insieme a me.

Non so che melodia stiano suonando, ma so solo che lacrima con me.

Oggi è mancata la cagnolina dei miei genitori. Era un Pinscher Nano, anziana e la cui salute cagionevole degli ultimi tempi l’aveva resa ancora più fragile del solito.

Sono qui a scrivere perchè mi sento sopraffare dal dolore. Mi sento quasi come se fosse così grande da non poterlo accogliere.

Sono qui a scrivere perché forse, inconsciamente, mi rendo conto del potere terapeutico delle parole e del riuscire a tradurre, in spazi e simboli, quello che sento dentro di me e che ora sembra voler più spazio.

Nella mia mente si accavallano ricordi e riflessioni, pensieri e sensazioni, mentre dai miei occhi sgorgano lacrime calde che si fanno più copiose a tratti, intervallate da un singhiozzare che talvolta non si arresta.

Vedo l’amicizia fra uomini e animali come un privilegio, a prescindere dalla durata di quest’amicizia.

Se avete avuto un animale nella vostra vita, o se l’avete ora, siete certamente dei privilegiati perché il vostro cammino qui sulla Terra è stato intrecciato a quello di cane, un gatto, un canarino o un altro animale.

E l’animale è un essere dal cuore puro. Un bambino ed un animale hanno lo stesso livello di purezza. Il bambino però cresce e si conforma alle cose del mondo, imparando forse a mentire, a sorriderti quando invece vorrebbe sputarti in faccia, ad abbracciarti quando invece preferirebbe non vederti.

L’animale invece resta uguale: le cose del mondo non lo tangono. Trascorre la sua vita senza mai proferire una parola perché non ne ha bisogno.

Noi anneghiamo in mari di parole, ma ad un animale basta uno sguardo; basta toccarti dolcemente con una zampina; basta agitare un po’ la coda. Alle volte un abbaio o un miagolio, ma è la purezza inalterabile del suo cuore a comunicare sempre e comunque.

L’animale entra nella tua vita portando dietro sé un forziere di tesori da regalarti: sorrisi, allegria, dolcezza, divertimento, amore, tenerezza, commozione. Nello stesso forziere, vi sono però responsabilità, preoccupazioni, paure, e ansie.

Il tesoro sta proprio in questo. L’animale ci regala un cerchio perfetto di emozioni, una vita a trecentosessanta gradi, uno yin e yang reale.

L’animale però ci regala ogni cosa solo in purezza. È come se appoggiasse ogni suo dono sul petalo vellutato di un loto rosa prima di darcelo.

Mai una bugia. Mai un falso complimento. Mai una critica ingiusta e cattiva fatta alle tue spalle. Mai un sorriso dietro cui si cela un odio putrescente. Mai un bacio che però nasconde un pugnale affilato.
Mai un atto di apparente generosità fatta solo per riscuotere consensi. Mai un favore elargito con un salato tornaconto.

La voglio ricordare felice quando correva spensierata abbaiando, con spavalderia, ai cani più grandi di lei.

La voglio ricordare quando abbaiava alle mosche e seguiva il loro volteggiare con aria di buffa sfida.

La voglio ricordare quando, con elettrizzante energia, amava inseguire una macchinina viola.

La voglio ricordare quando rincorreva le palline da tennis.

La voglio ricordare quando era lei a decidere quando darti confidenza e farsi accarezzare da te e mai il contrario.

La voglio ricordare quando correva a perdifiato giù per la discesa che porta al garage, per poi aspettarti a metà strada con negli occhi una punta di preoccupazione non vedendoti.

La voglio ricordare quando le facevamo gli scherzi nascondendoci dietro un muretto.

La voglio ricordare quando, generosamente ed incondizionatamente, mi diede conforto e compagnia dopo che dei ladri – un maledetto giorno – s’intrufolarono a casa mia per rubarmi quello che avevo.

Nei giorni seguenti avevo così tanta paura a stare sola che al pensiero di andare a dormire trasalivo. Ma la sua presenza, fedele e attenta, mi permise di riposare sapendo di avere vicino a me una compagna guardinga.

La voglio ricordare in tutte le migliaia di situazioni in cui seppe farci ridere regalandoci una comicità senza pari.

La voglio ricordare per tutti i nomignoli comici che le davamo e per i tanti giochi, sempre nuovi, che inventavamo e di cui lei era sempre un’entusiasta partecipante.

Da credente e con tanta fede in Dio, sento nel cuore – assieme al dolore quasi incontenibile – la gratitudine per aver potuto conoscere questa cagnolina che tanto mi ha insegnato.

Gratitudine per aver potuto vivere un’amicizia così pura. L’amicizia più pura.

fiore di loto

Dedicato a te, piccolina, che sei davvero un loto.

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