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Datemaki

Due piatti osechi che avevo preparato lo scorso anno: datemaki e kōhaku namasu

C’è una parte della cucina giapponese chiamata おせち料理 osechi-ryōri a proposito di cui ho scritto tanto negli anni. L’osechi-ryōri è il repertorio dei piatti che si preparano per i festeggiamenti del Capodanno. Delizie speciali che si portano in tavola solo in occasione di questa ricorrenza.
Ogni piatto, accuratamente presentato, simboleggia qualcosa che si spera di ottenere nel nuovo anno.

I piatti dell’osechi vengono solitamente presentati in bellissimi contenitori (chiamati 重箱 juubako) laccati a più piani. Ogni piano, tradizionalmente, ospita determinati osechi quindi la disposizione non è casuale.

Un classico osechi presentato nel juubako. Illustrazione di イラストや

Nel Giappone contemporaneo ormai gli osechi non si preparano quasi più in casa, ad eccezione di qualche piatto semplice. E’ consuetudine, ormai, ordinarli da ristoranti, gastronomie o negozi di alimentari. Questo perché la preparazione è piuttosto laboriosa e alcuni ingredienti sono esclusivi dell’osechi quindi richiedono particolare attenzione anche nei tempi.

Quando abitavo in Giappone, però, ho voluto una volta tentare l’impresa di preparare un intero osechi casalingo. Qui potete trovare il mio racconto con le foto.

Un piatto osechi facile

Dopo quell’unica esperienza di osechi casalingo preparato quasi interamente da zero, non mi sono più cimentata in imprese simili. Da quando sono tornata in Italia, poi, mi limito a preparare solo uno o due piatti di osechi. Uno di questi, il datemaki, è facilissimo e anche piuttosto scenografico.
Naturalmente, potete gustare gli osechi quando volete e non solo a Capodanno.
Anche se, quando si parla di osechi, non riesco a non pensare alla mia cara amica Sakura che incredibilmente li detesta tutti e che quindi immagino che faccia farebbe se le proponessi di mangiarli anche in un altro momento dell’anno!

Vediamo insieme il procedimento per preparare uno dei miei piatti osechi preferito: il 伊達巻 datemaki.

Datemaki

Datemaki che ho preparato il 31 dicembre 2021.

Poiché tutti gli osechi rappresentano qualcosa di benaugurante e positivo per l’anno nuovo, anche il datemaki non fa eccezione. La sua forma, infatti, ricorda quella delle pergamene e per associazione di idee dunque dovrebbe rappresentare la conoscenza e l’erudizione. Nei tempi antichi, infatti, i giapponesi importavano abitualmente documenti, poesie, dipinti su pregiate carte arrotolate attraverso cui avveniva la trasmissione d’importanti saperi.
Includere qualche soffice fetta di datemaki nel proprio osechi, quindi, è un modo per sperare in nuovi saperi e in brillanti raggiungimenti accademici nel nuovo anno.

Illustrazione di un datemaki. Immagine di イラストや

Origini del nome

Il nome 伊達巻 datemaki avrebbe più origini, tutte riconducibili a varie teorie : l’aggettivo 伊達 date si riferisce a un qualcosa o qualcuno di elegante e sofisticato ma che potrebbe anche risultare sfacciato se vi è ostentazione. E’ un aggettivo adatto per descrivere qualcosa o qualcuno che salta all’occhio. Ebbene, il datemaki è una specie di omelette che salta all’occhio per il suo colore vivace e per la sua forma curiosa.
Alcuni farebbero risalire l’origine del termine ai 伊達者 datesha ovvero i dandy di un tempo, i giovanotti alla moda che appunto saltavano all’occhio per il proprio modo di abbigliarsi e di atteggiarsi. Ma 伊達巻 datemaki è anche il nome della cintura che si mette sotto l’obi nel kimono! Una cintura che va arrotolata su se stessa proprio come la nostra squisita omelette, insomma.

Il nostro ghiotto Date Masamune. Si narra inoltre che fosse anche un eccentrico rubacuori! Immagine di イラストや

Non poteva però mancare la teoria che profuma del mio amato periodo Edo. Si narra, infatti, di 伊達政宗 Date Masamune, un daimyō (signore feudale) vissuto tra il periodo Azuchi-Momoyama e il primo periodo Edo, durante l’epoca degli Stati belligeranti ossia di tanti piccoli feudi in lotta fra di loro.
Ebbene, pare che Date Masamune fosse molto goloso di un piatto del tempo che si chiamava 平卵焼き Hira-tamagoyaki, una sorta di frittata piatta a base di uova e surimi di cui ci fu poi una versione arrotolata nella stuoietta di bambù e rinominata inizialmente 伊達焼き dateyaki e poi 伊達巻: Date in onore del ghiotto daimyō e maki perché diventata involtino.

Datemaki o tamagoyaki?

A prima vista il datemaki potrebbe assomigliare al tamagoyaki, la famosa frittata giapponese avvolta, di cui trovate la ricetta QUI. Ma la somiglianza è solo apparente.

Il segreto sta naturalmente negli ingredienti. Tradizionalmente, il datemaki si prepara mescolando uova sbattute ad un ingrediente che si chiama はんぺん hanpen, una sorta di tortino bianco di pesce assimilabile alla famiglia del surimi. E’ questo abbinamento a creare la consistenza soffice caratteristica del delizioso datemaki.

Tuttavia, non riuscendo a trovare con facilità i panetti di hanpen, ho scoperto che esiste la possibilità di sostituirlo con del tofu! E il risultato è sorprendente.

Vediamo la ricetta e la preparazione.

Ricetta

Ingredienti per un datemaki

200g di tofu sgocciolato
2 uova
zucchero 30g (aumentate o diminuite in base ai vostri gusti. Il datemaki è piuttosto dolce!)
1 pizzico di sale
2 o 3 gocce di salsa di soia

Gli ingredienti per un buon datemaki
  1. Sgocciolare bene il tofu. Consiglio di avvolgerlo in un foglio di carta da cucina e di metterlo a scolare posizionandovi sopra un peso. In questo modo perderà molto del suo liquido. Sarà sufficiente aspettare un quarto d’ora, venti minuti.
  2. Nella coppa di un frullatore o di un mixer ad immersione versare il tofu sgocciolato a pezzi, le uova, il sale, lo zucchero e la salsa di soia. Mescolare il tutto fino ad ottenere un composto omogeneo, cremoso e soffice.
Passaggi per la preparazione del datemaki

3. Ungere una padella. Io ne ho usata una rettangolare da tamagoyaki ma non è indispensabile. Potete usare una padella qualunque purché antiaderente.
4. Versarvi il composto cercando di livellarlo in superficie. Coprire la padella con un foglio di carta alluminio e lasciar cuocere a fuoco medio-basso per circa un quarto d’ora.

Passaggi finali nella preparazione del datemaki.

5. Trascorso il quarto d’ora, alzando il foglio di carta alluminio noterete che il soffice composto sarà quasi cotto. Con molta attenzione, aiutandovi con una paletta, giratelo dall’altra parte e lasciatelo cuocere per altri 5 o 6 minuti, sempre coperto.
6. Trasferite la vostra omelette sopra una stuoietta di bambù (rivestita di un pezzo di pellicola per alimenti) e delicatamente iniziate ad arrotolarla senza usare forza eccessiva. Dovrete, però, al contempo cercare di arrotolare per bene affinché il datemaki aderisca su se stesso.
7. Chiudere la stuoietta fissandola con un elastico. Lasciare a riposo per un quarto d’ora o venti minuti dopodiché scartare e affettare delicatamente il datemaki.

Un gustoso datemaki pronto da affettare!
Dedicato a Date Masamune!

Alla prossima ricetta. いただきます。Itadakimasu.

L’innocente malinconia di Kaneko Misuzu

La poetessa Kaneko Misuzu

In questo primo mio scritto del 2022, vorrei dedicare un pensiero ad una preziosa figura del panorama letterario femminile giapponese: 金子みすゞ Kaneko Misuzu. Di lei vi diedi un accenno qualche anno fa, proprio QUI.

Sono molto legata a questa poetessa perché una delle sue raccolte di poesie mi ha accompagnata in alcuni dei momenti più bui della mia vita. Fu la mia cara amica Akiko a regalarmi questo libro senza sapere che sarebbe stato per me àncora e conforto. E lo è ancora. Anzi, forse ora più che mai.

Kaneko Misuzu (nome d’arte di Kaneko Teru) nacque nel 1903 nella Prefettura di Yamaguchi, regione nella zona sud-est del Giappone. Nacque in un paesino di pescatori di sardine che, non è un caso, avrebbe ispirato molti suoi componimenti poetici.

Vita breve e dolorosa

La vita della poetessa fu breve e traboccante di dolore. Costretta ad un matrimonio combinato dallo zio con un collaboratore nell’attività di famiglia, Misuzu iniziò la sua vita coniugale all’insegna dell’infelicità. Dal matrimonio nacque una bambina di nome Fusae (proprio come la cara signora Fusae che porto sempre nel cuore!). Tuttavia, poco tempo dopo Misuzu scoprì di aver contratto una malattia venerea trasmessale dal marito, assiduo frequentatore dei cosiddetti quartieri del piacere. Il grande patimento fisico si sommò all’insostenibile e tesissimo rapporto col marito e il tutto sfociò in un’agguerrita battaglia legale per la custodia della bambina. La legge giapponese del tempo, infatti, in caso di divorzio garantiva l’affidamento dei figli ai padri.

Per Misuzu tutto questo era semplicemente inaccettabile oltre che indescrivibilmente straziante.

Non potendo sopportare l’idea di questa ingiusta decisione, la giovane poetessa decise di togliersi la vita. Si cita spesso il triste epilogo che così si svolse: il giorno prima dell’affido ufficiale della bambina al padre, Misuzu fece un bagno alla piccola Fusae dopodiché insieme mangiarono un 桜もち sakuramochi. I sakuramochi sono tradizionali dolci morbidi di primavera avvolti in foglie di ciliegio in salamoia.
Qui ne vedete alcuni in una mia foto scattata nella mia cucina di Sagamihara:

I sakuramochi che avevo ricevuto in dono da Ishii-san

Dopo questo struggente e ultimo momento insieme alla sua bambina amata, Misuzu scrisse una lettera al marito chiedendogli di affidare la piccola alle cure della nonna materna poiché non poteva accettare che fosse lui a crescerla.

L’ex marito rispettò le sue volontà e acconsentì affinché l’affido passasse a sua suocera.

Misuzu morì a poca distanza dal suo ventisettesimo compleanno.

Il mio amatissimo みすゞさんぽ Misuzu-sanpo

Le passeggiate di Misuzu

Il giorno prima di lasciare il Giappone, incontrai Akiko in una caffetteria rumorosa e dove le luci sembravano troppo invadenti. O forse erano i miei occhi che, affaticati dalle lacrime già versate, non tolleravano più alcun affronto.

Fu quel giorno che Akiko mi portò questo libro in dono: みすゞさんぽ Misuzu-sanpo (Le passeggiate di Misuzu), una delle raccolte di poesie di Kaneko Misuzu.

Non conoscevo ancora questa straordinaria poetessa né il suo messaggio. Mi stupirono le illustrazioni che accompagnano ogni singola poesia: animali e semplici oggetti di vita quotidiana, tutti realizzati in plastilina. Tutti elementi che erano parte della quotidianità di Misuzu e che di conseguenza popolavano le sue poesie. Gatti, lombrichi, passerotti, gabbiani, sardine, sgabelli, rose, sapone da bucato, castagne, palline di seta e altri piccoli giochini.
Qualcosa di quelle immagini e di quei componimenti puliti mi trasmetteva un senso di innocente malinconia. E senza saperlo, avrei poi scoperto che è proprio quella l’essenza della poetica di Misuzu.

Un animo innocente che nella sua breve vita colma di dolore seppe aggrapparsi alle piccole cose intorno a sé per ritrovare in esse conforto e ristoro.

Kaneko Misuzu e le sue opere finirono in un dimenticatoio letterario dove vi rimasero per lunghissimo tempo. Fino al 1982, per l’esattezza, quando riaffiorò una sua poesia diventata poi famosissima: 私と小鳥と鈴と (watashi to kotori to suzu to – Io, gli uccellini e le campane). La poesia è a pagina 70 di Misuzu-sanpo.

Lo studioso Luca Cenisi riporta sul suo sito tutta la poesia nella versione originale giapponese di cui fornisce una traslitterazione in caratteri latini più una bellissima traduzione in italiano. Ecco QUI.

La mia passeggiata con Misuzu

L’ultimo giorno di questo travagliato e sconvolgente 2021 sono andata a fare una passeggiata in solitaria lungo il Po. Ho camminato lentamente assaporando ogni istante. Mi sono lasciata cullare dal suono delle mie scarpe che calpestavano spessi strati di foglie secche. Con lo sguardo ho accarezzato la superficie iridescente del fiume su cui si specchiava un sole paglierino. Mi sono fermata ad osservare la fauna che popola le rive del vecchio fiume e mi è sembrato d’intravedere un’armonia tra gli animali che vorrei ci fosse anche tra gli esseri umani.

Sono passata vicino ad una storica colonia felina che da decenni è presente ai bordi del fiume. E ho aspettato, anche questa volta, di vedere uno dei gatti che lì abitano. E ne ho visto uno: un grosso gatto nero che, seduto, sembrava contemplare il moto calmo di quelle acque.

Intorno a me tante persone a spasso, ognuna immersa in un’imperscrutabile bolla di pensieri. Pensieri in movimento e tutti inanellati in forme complesse come le linee iridate sulla superficie cangiante di una bolla di sapone.

Nel mio cappotto blu con in testa il mio sgualcito ma amato berretto nero, passeggiavo respirando quell’aria fluviale che mi accompagna dal giorno in cui venni al mondo qui nella mia straordinaria Torino. E tra le mani, la raccolta di poesie di Kaneko Misuzu. Volevo che le sue parole mi facessero compagnia in quella mia solitaria passeggiata tra gli spogli alberi di ginkgo e le mie lacrime di malinconia e stanchezza.

マリさんぽ Mari-sanpo. La mia passeggiata.

Arrivata alla Passerella Chiaves, un piccolo ponte pedonale che collega la “mia” riva a quella già ai piedi della signorile precollina, mi sono fermata ad osservare il dipinto vero davanti ai miei occhi: il lungo e antico Po dolcemente indorato da quei raggi deboli ma caparbi e sullo sfondo i primi accenni di collina ammantata nei suoi colori distintamente torinesi.

Quante volte sono passata lì fermandomi sempre ad ammirare quel delicato scorcio di città. Ho percorso quel piccolo ponte con tante gradazioni di sentimento nel cuore: dalla felicità esultante alla tristezza più amara. Ma ogni volta l’effetto quasi ipnotico del Po che imperturbabilmente lambisce le sue rive catturava i miei occhi.

Dalla Passerella ho scattato una foto guardando il cielo e pensando a Misuzu. E su quella foto ho copiato una sua poesia di cui vi riporto la versione traslitterata in caratteri latini e la mia traduzione in italiano.

Il colore del cielo

Poesia di Kaneko Misuzu con il Po e la precollina torinese sullo sfondo.

Sora no iro

Umi wa, umi wa, naze aoi

sore wa osora ga utsuru kara

sora no kumotteiru toki wa

umi mo kumottemieru mono

yuuyake, yuuyake, naze akai

sore wa yuuhi ga akai kara

dakedo ohiru no ohisama wa,

aokanai noni, naze aoi

sora wa, sora wa, naze aoi.

(traduzione mia)

Il colore del cielo

Il mare, il mare, perché è blu?

Perché il cielo vi si specchia

Quando il cielo è nuvoloso

anche il mare lo è

il tramonto, il tramonto, perché è rosso?

Perché lo è il sole del crepuscolo

Ma il sole del mezzodì

non è blu

Perché è blu?

Il cielo, il cielo, perché è blu?

Non cessate mai di farvi domande perché è in esse il propulsore alla vita, il combustibile che saprà far ardere la fiammella della curiosità e del sapere. E tutte le domande sono lecite. Ora più che mai.

Profumi di Edo

Fragrante colpo di fulmine

Un inaspettato invito a 江戸 Edo – la Vecchia Tokyo – mi attendeva in una via del centro di Torino. Un minuscolo varco temporale che i miei occhi, spalancandosi per lo stupore, hanno incrociato con emozione.
A passeggio per una trafficata via del centro cittadino di certo non mi aspettavo un richiamo a quel mondo antico sempre nei miei affetti. Eppure era lì.

Nella vetrina di una minuta bottega di oggetti provenienti da varie parti dell’immensa Asia, in un angolino quasi come se non osasse apparire, un biglietto: profumi di Edo, l’antica Tokyo.

Un’invisibile freccia m’indicava la direzione.

Un tuffo al cuore. Era un messaggio per me. L’invito era rivolto a me, ne ero certa!

Un’elegante confezione – che vedevo per la prima volta – ha saputo immediatamente mettere in moto la mia immaginazione.

Il pensiero di quella scatolina di quel viola chiamato – non a caso – 江戸紫 edo-murasaki – ha afferrato la mia mente e l’ha stretta in un tenace abbraccio .

Dovevo andare perché un’altra destinazione – questa volta nel presente – mi attendeva.

Ma sarei ritornata nell’arco di una manciata di ore.

江戸紫 edo-murasaki, il viola molto amato dai cittadini di Edo.

Fragranti fantasticherie

Nippon Kodo, lo storico produttore giapponese di incensi in attività da quattro secoli e mezzo, ha realizzato una linea di miscele preziosissime e con un obiettivo: regalare un viaggio olfattivo indietro nel tempo e ritornare così nel lontano periodo Edo.

Quali erano gli odori dell’epoca?

Con un semplice schiocco delle dita, se solo si potesse, tornerei indietro nel tempo e sceglierei le strade di Edo per curiosare tra le botteghe dei chōnin. Magari, chissà, riuscirei ad assaggiare uno dei piatti tipici dell’epoca, come il ねぎま鍋 negima-nabe (stufato di tonno e cipollotto cotto nelle pentole di coccio). Oppure del sashimi servito con l’aceto, secondo la moda del tempo, e non con la salsa di soia.
Mi perderei ad ammirare le botteghe di pregiati tessuti e di fermacapelli in 江戸鼈甲 edo-bekko, realizzati con carapaci di tartaruga. Sicuramente andrei ad osservare l’incanto degli oggetti di 江戸切子 edo-kiriko, creati in finissimo vetro magistralmente intagliato.
Udirei in lontananza le voci concitate dei cantastorie che, attraverso i burattini abilmente manovrati del Jōruri, narrano di antichissime leggende già remote ai cittadini di Edo.
Da qualche tempio giungerebbero alle mie narici fili d’incenso quali emissari di speranze. Dallo Yoshiwara, invece, risate, canti e forse roventi alterchi.
Dalla dimensione domestica probabilmente arriverebbero i cicalecci delle massaie impegnate nel faticoso lavaggio a mano dei panni da strofinare sulle 洗濯板 sentakuita, le assi di legno per il bucato. Dalle loro case emergerebbe il profumo del riso cotto al vapore nella 竃 kamado, la tradizionale stufa a legna; da quelle stesse abitazioni sgattaiolerebbe anche la fragranza delle melanzane alla griglia col miso e delle vongole stufate nel brodo.

In tutti questi luoghi percepirei la fragranza della quotidianità, dei giorni che si rincorrono uno dietro l’altro, del presente nella sua rasserenante inesorabilità.

Aloeswood

Viaggio nel tempo

L’aloeswood è la preziosa resina protagonista di questo straordinario incenso. Questa pregiata resina viene ricavata dagli alberi di Aquilaria del sudest asiatico e ha un ruolo centrale in moltissime miscele d’incenso giapponese.

Nippon Kodo spiega come la cultura di Edo fosse giocosa ed elegante e fosse il frutto dell’unione tra il raffinato e il comune, tra il grossolano e il signorile. La gente di Edo amava le quattro stagioni, la socialità e viveva con gioia la vita.
Questa serie di incensi è stata realizzata da artigiani esperti a Tokyo con l’obiettivo di ricreare e trasmettere l’atmosfera fragrante di Edo.

Un fine filo di fumo saprà trasportare chi lo percepisce nel mondo raffinato della vecchia Tokyo.

Invito a tornare a Edo

Un’elegantissima scatola di legno di paulownia custodisce sessanta bastoncini di puro incenso di aloeswood, colorati con colori naturali. Al suo interno anche un piccolo porta incenso di metallo la cui forma ci farà pensare alle mattonelle di pietra delle strade di Edo.

La confezione viola, che con garbo avvolge tutta la scatolina di legno, è adornata da un drago in rilievo, dagli eleganti caratteri bianchi 伽羅姫 kyara-hime che ci indicano la presenza della preziosissima resina, uno stemma e parole in oro.

La tonalità tenebrosa del drago sul viola già scuro e le parole in oro mi fanno immediatamente ripensare alle parole di Tanizaki nel suo In’ei raisan quando spiega come la lacca giapponese riveli la propria bellezza solo in una penombra lambita dal chiarore di una candela. Una luce diretta, o peggio ancora se artificiale, involgarirà il tutto facendo svanire il gioco di luci e ombre così vitale perché emerga l’essenza dell’oggetto.

Così ho acceso una candela e ho ammirato questi incensi, nonché porta d’ingresso verso Edo.

La strada verso Edo

Un austero drago sembra fare da guardiano immaginario alla porta del tempo

Il profumo dell’aloeswood si sprigiona immediatamente non appena apro la scatolina. Il suo aroma, inconfondibile, ha la capacità di riportarmi prima nella mia casa nel Kanagawa vicino al mobile dei miei incensi e poi di nuovo sulla strada per Edo…

Candela con fragranza di hinoki

Prelevo molto delicatamente uno dei bastoncini viola e lo avvicino alla fiamma che mi ha permesso di far affiorare la il drago scuro e le parole dorate.

Immediatamente ha inizio il sottile filo di fumo profumato che mi fa quasi vedere un’ornata sala da tè dove alcune donne giocano a 聞香 monkoo, l’antico gioco con cui si ascolta l’incenso per percepirne le caratteristiche più sfuggenti.

Il fragrante filo di fumo

Sono a Edo, nella sua penombra squarciata dal bagliore di una lanterna o dal suono malinconico di un koto.

Sbirciando all’interno della confezione in cartoncino…una sorpresa!

Mi avvicino ad una casetta e vedo due dame impegnate in una danza. Ma poi svaniscono nel buio di quella stanza che divora quell’illusione.

Vorrei che arrivasse a voi da questo schermo un po’ di questo magico profumo

Non serve schioccare le dita. E’ sufficiente chiudere gli occhi bruciando questo incenso per tornare a Edo.

E poi riaprirli per ritrovarsi di nuovo qui, in questi giorni di fine dicembre, in una Torino avvolta nel manto glaciale invernale.

Ooedokoh


Negi-nuta

「日本の美しい季節の言葉」Nihon no utsukushii kisetsu no kotoba. Uno dei volumi prediletti della mia biblioteca personale. Una raccolta delle parole stagionali di cui il giapponese è straordinariamente ricco. Una collezione di magnifici vocaboli riccamente evocativi che colgono alla perfezione quasi ogni piccola variazione della natura, di stagione in stagione. Dalle varietà di piogge alle caratteristiche dei venti.

Secondo l’antico calendario solare cinese, il giorno 7 dicembre segna l’inizio di una fase chiamata 大雪 e che in giapponese si legge taisetsu. Il significato dei caratteri è grande nevicata. E il giorno dopo mi sono svegliata in una Torino completamente ricoperta dalla candida coltre di taisetsu.
Ho aperto la finestra e ho lasciato che l’aria tagliente sfiorasse il mio viso con una carezza dolce ma decisa.

E così ho consultato il mio amato Nihon no utsukushii kisetsu no kotoba.

Ed ecco il mio prezioso libro delle parole stagionali giapponesi, aperto a pagina 189, con una Torino innevata sullo sfondo. Taisetsu è il momento in cui il freddo inizia a farsi sempre più rigoroso e le previsioni del tempo annunciavano l’arrivo del Generale Inverno (冬将軍 Fuyu Shoogun).

Negi-nuta: sapori di dicembre

L’arrivo di Fuyu Shōgun col suo manto candido mi ha fatto pensare ai raccolti delle cipolle invernali nella città di Fukaya, nella bellissima Prefettura di Saitama. La cittadina, posizionata in una zona assai fertile, è privilegiata da molta esposizione al sole e dalla presenza dei freddi venti di Akagi. Elementi che creano la condizione perfetta per la coltivazione di queste deliziose cipolle verdi spesso presenti nella cucina locale.

Tra i piatti della cucina di Saitama ce n’è uno: il ネギぬた negi-nuta, di cui vorrei parlarvi oggi. Un piatto che possiamo facilmente riprodurre anche nelle nostre cucine italiche, pur a migliaia di km di distanza dall’accogliente Prefettura di Saitama. Un piccolo e gustoso tributo alla città di Fukaya.

La parola ネギ negi significa cipollotto mentre il termine ぬた nuta fa riferimento a cibi conditi con miso e aceto.

Per realizzare il negi-nuta servono pochi ingredienti e una manciata di minuti. E’ davvero velocissimo. Questo piatto viene spesso servito come accompagnamento al resto del pasto oppure come おつまみ otsumami cioè come spuntino.
E come piatto della cucina locale, spesso viene proposto anche nei menù scolastici dove – tuttavia – non è sempre ben accolto dai bambini per la presenza dell’aceto.

negi-nuta
Negi-nuta: sapori di Saitama a Torino.

Negi-nuta: ricetta

Vediamo subito come realizzare insieme questo gustoso piatto della cucina di Saitama. Gli ingredienti necessari sono i seguenti:

INGREDIENTI

2 cipollotti verdi
1 cucchiaio di sesamo nero
1 cucchiaino abbondante di pasta di miso
2 cucchiaini di zucchero
1 cucchiaio d’aceto di riso o mele
1 cucchiaino e mezzo di salsa di soia

Gli ingredienti necessari per realizzare un delizioso negi-nuta!

Per prima cosa bisogna macinare il sesamo nero. Potete usare un macinino, un mortaio classico oppure – come ho fatto io – un suribachi giapponese.

La lenta e quasi meditativa macinazione del sesamo nero nel suribachi.

A questo punto aggiungiamo, direttamente nel suribachi, gli altri ingredienti necessari per il condimento: zucchero, aceto, salsa di soia e miso.

Le semplici fasi della preparazione del negi-nuta.


La sequenza degli ingredienti con cui si aggiungono in ricetta seguono il sistema さしすせそ SA SHI SU SE SO cioè l’ordine delle sillabe dello hiragana (uno dei sillabari della lingua giapponese).

料理の基本 Le basi della cucina: la fondamentale regola del SA SHI SU SE SO. Immagine di AC Illust.
SA – satou = zucchero
SHI – shio = sale
SU – su = aceto
SE – seuyu (versione desueta di shouyu) = salsa di soia
SO – miSO = miso

Nel frattempo, scaldare dell’acqua in un pentolino e quando inizierà a bollire allora tuffarci dentro i cipollotti che avrete precedentemente tagliato diagonalmente a pezzi. Lasciarli sbollentare per una trentina di secondi, scolarli bene e versarli nel suribachi assieme al condimento di sesamo.

Quasi pronto! Veloce e profumatissimo.

A questo punto, manca uno dei passaggi più importanti: il 盛り付け moritsuke ossia l’impiattamento. Scegliete un bel piattino e disponete con cura i cipollotti ricoprendoli, infine, col condimento residuo.

Un gustoso negi-nuta di Saitama preparato, però, amorevolmente a Torino.

Un assaggio di cucina invernale di Saitama che arriva a voi attraverso Biancorosso Giappone.

I piaceri della letteratura giapponese

I piaceri della letteratura giapponese di Donald Keene

Il grande scrittore americano Francis Scott Fitzgerald, uno dei protagonisti della Jazz Age e dei Roaring Twenties nonché autore del romanzo The Great Gatsby, in merito al valore della letteratura scrisse:

That is part of the beauty of all literature. You discover that your longings are universal longings, that you’re not lonely and isolated from anyone. You belong.

Parte della bellezza di tutta la letteratura è scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato da nessuno. Tu appartieni.

In questo breve pensiero di Fitzgerald è racchiuso, a mio parere, il motivo per cui il piacere di produrre e consumare letteratura resiste. Nonostante tutto.
La letteratura è uno specchio in cui ognuno di noi può vedere la propria immagine riflessa e ritrovarvi familiarità, appigli e, di conseguenza, un conforto.
E’ la conferma che tutto il mondo è davvero paese e l’essere umano, in fondo, è sempre lo stesso. Indipendentemente dalle latitudini in cui risiede, dalla sua lingua, dal colore della pelle, dallo stile degli abiti che indossa e da tutte quelle caratteristiche che percepiamo come distintive.

In tanti momenti ho tratto conforto e beneficio dalla letteratura di ogni dove individuando nei libri i miei unici amici.
In molti momenti bui della mia vita sono riuscita a rintracciare rassicuranti giacigli tra vicende frutto dell’immaginazione ma anche di resoconti di realtà. Tutto però avvolto in una coltre di continua consapevolezza in cui, come osserva il sociologo Edgar Morin nei suoi studi applicati all’antropologia del cinema, il senso di realtà non è mai disgiunto dall’illusione di realtà.

Dunque, a mio modesto avviso, anche nel piacere della letteratura si verificano dinamiche simili a quelle che Morin acutamente osserva nel rapporto tra lo spettatore e l’illusione cinematografica.

Una chiave per la conoscenza

La letteratura non è solo conforto e momento di balsamico ristoro ma anche una chiave per la conoscenza.
Una chiave con cui aprire porte che, altrimenti, resterebbero sigillate oppure socchiuse quel tanto da impedire un agile accesso verso ciò che si cela al di là di esse.

Un modo con cui avvicinarsi alla cultura di un popolo che ci affascina è proprio attraverso la sua espressione artistica. Una scoperta che può avvenire tramite la narrativa, la poesia, il teatro, la pittura, la musica, le tradizioni orali di trasmissione di leggende, miti cosmogonici, favole, canti.

I piaceri della letteratura giapponese

Questo il titolo della preziosa raccolta di saggi di Donald Keene, riproposti dalla casa editrice torinese Lindau per la collana i Bambù. Una collana irrinunciabile per qualunque nipponista o semplicemente appassionato di Giappone. Indipendentemente dal proprio livello di preparazione in materia.

La raccolta, uscita nell’ottobre del 2021, contiene cinque saggi basati su conferenze che il professor Keene tenne alla New York Public Library, al Metropolitan Museum of Art e alla UCLA.

Donald Keene è un esperto incontrastato nel campo degli studi giapponesi e una delle voci più autorevoli in materia in tutto l’Occidente. Il compianto professore è stato docente di letteratura giapponese alla prestigiosa Columbia University ed è autore di alcune monografie nonché di un’immensa opera in più volumi che ripercorre la storia della letteratura del Giappone. Un’opera, quest’ultima, straordinaria e monumentale, da cui tutti i nipponisti e aspiranti tali, prima o poi, devono passare se intendono acquisire una comprensione solida dell’argomento.

Per me non è stato molto diverso. Ho preparato tutti i miei esami di letteratura giapponese antica, moderna e contemporanea sul suo mirabile magnum opus nonché tributo d’amore al ricchissimo patrimonio letterario del Giappone.

I piaceri della letteratura giapponese è un’eccellente introduzione all’argomento perché la trattazione è rigorosissima ma avvicinabile anche dai non addetti ai lavori. Questo è il punto di forza dell’opera: un vero e proprio assaggio esaustivo per chi muove i primi passi in questo straordinario campo.

Una parte dei miei libri di letteratura giapponese tradotti in italiano

Struttura dell’opera

Ho apprezzato particolarmente la scelta della copertina che adorna il volume. L’opera riprodotta s’intitola Strumenti per la scrittura di Yashima Gakutei, del 1820 circa.

La raccolta contiene cinque saggi:

L’estetica giapponese
La poesia giapponese

Gli usi della poesia giapponese
La narrativa giapponese
Il teatro giapponese

Ogni saggio fornisce al lettore una panoramica sintetica ma precisa dove la sintesi non pregiudica la completezza del messaggio. Inoltre, in ogni capitolo sono chiari i contesti storico-culturali in cui le varie forme letterarie si sono sviluppate nonché le caratteristiche tecniche della poesia, della narrativa ecc.
Il linguaggio è comprensibile e assai coinvolgente grazie allo stile distintivo del professor Keene che amava profondamente la letteratura giapponese e che di questo amore rendeva partecipi tutti noi.

Il mio preferito

Ho amato tutti e cinque i saggi ma il mio preferito è il primo, quello dedicato alla concezione estetica giapponese. Un magistrale intervento che, in poche pagine, riesce a dipingere un quadro acuto della sensibilità estetica di un popolo che percepisce ed esprime con indiscutibile raffinatezza.
Non poteva che essere il primo saggio a piacermi più di ogni altro. Dopotutto, dedicai la mia tesi di laurea proprio al concetto di estetica come proposto da Jun’ichirō Tanizaki in quel breve ma straordinario saggio che scrisse nel 1933: 陰翳礼讃 In’ei raisan. Un finissimo gioco di luci ed ombre che ci conduce proprio nei meandri di una elevatissima concezione del bello.

La mia copia originale giapponese di 陰翳礼讃 In’ei raisan di Tanizaki, opera che ispirò la mia tesi di laurea
Traduzione italiana del saggio, col titolo di Libro d’ombra, edito da Bompiani.

Tuttavia non è da In’ei raisan che il professor Keene imposta la sua premessa ma da un’opera di molto antecedente nonché uno dei grandi classici della letteratura giapponese medievale: 徒然草 Tsurezuregusa (tradotto in italiano come Ore d’ozio), di Kenkō Hōshi, risalente all’incirca al 1330.
E’ proprio in questa raccolta di prose ispirate da riflessioni, ricordi, pensieri, sensazioni che Keene rintraccia le quattro caratteristiche che spiegano il gusto giapponese. Attraverso questa analisi anche il semplice lettore appassionato acquisirà importantissimi strumenti di indagine e comprensione della sensibilità estetica giapponese.

I quattro aspetti che Keene individua in Tsurezuregusa sono: suggestività, irregolarità, semplicità e deteriorabilità.

Non è un caso che il tema dell’estetica sia primo nell’opera perché la comprensione profonda e attenta dei quattro criteri renderà possibile l’intendimento della poesia, della prosa e del teatro. Il contrario è forse possibile ma certamente più arduo.

Dunque, vi invito alla lettura de I piaceri della letteratura giapponese dell’eminente professor Donald Keene. Esso vi fornirà uno squisito strumento di comprensione utile per qualsiasi aspetto della cultura giapponese vogliate esplorare ed approfondire.

I piaceri della letteratura giapponese

Ramen-biyori

Ramen-biyori ラーメン日和: giorno ideale da ramen.

Questo il titolo del mio scritto di oggi.

E quando penso alla parola biyori il mio pensiero vola sempre alla mia cara amica Sakura che me la insegnò. In uno dei nostri tanti pomeriggi insieme in cui ci scoprimmo legate da una sorellanza tanto inaspettata quanto fortissima.

Per noi ogni giorno insieme era un biyori per fare qualcosa: andare a caccia di cose antiche ai mercatini dei santuari, assaggiare una nuova soba da qualche parte, perdersi per le strade verdi che costeggiano il fiume Sagami.

Mi manca. Mi manca da morire.

Novembre

Per me novembre è una porta d’ingresso smaltata di un colore sospeso tra il grigio della foschia torinese e il blu d’oltremare di un mare che sogniamo segretamente.
E’ il varco verso i rigori dell’inverno e la severità dei suoi colori.

E in un giorno freddo di novembre ho sentito che era un giorno ideale – un biyori appunto – per un cibo dell’anima: il ramen.

Adattamenti

Nei miei anni di Giappone ho assaggiato tutto l’assaggiabile e i ramen costituivano un mio appuntamento fisso settimanale. Avevo, naturalmente, i miei ramen-ya favoriti: con nostalgia penso allo Yokohama-ya di Sagamihara, all’amato Tategami-ya, nel mio quartiere, con il jazz in sottofondo e le scodelle laccate nere e rosse. Il mio amatissimo Seigetsu, a due passi da casa. E tanti altri. Alcuni scoperti per caso, girovagando tra il Kanagawa, Tokyo e Saitama.

Tra gli innumerevoli ramen-ya che costellano tutto il Giappone, a tutte le latitudini, ne ricordo uno gestito da due fratelli, nei pressi della grande stazione ferroviaria di Sagami-Ono.

La sua specialità era il ramen di manzo: una vera presa di posizione gastronomica importante poiché il ramen, tradizionalmente, è a base di carne di maiale.

Mi sono voluta, dunque, ispirare a quell’esperienza per varie ragioni: non sono vegetariana ma mangio pochissima carne ormai e da anni solo ed esclusivamente manzo, pollo, tacchino. Inoltre, credo di essere riuscita a ricreare un ramen molto buono con ingredienti ed un procedimento semplici.

Vediamo insieme come preparare una scodella fumante di ramen che, concedetemi di peccare un po’ di presunzione, è piuttosto eccellente!

Ricetta e note varie

Ci servono ingredienti per il brodo che, come sapete, è l’anima del ramen. Inoltre, abbiamo bisogno delle ajitsuke-tamago 味付けたまご ossia le uova marinate. Sono facoltative e potete sostituirle con altre gustose guarnizioni ma, a mio parere, concorrono al risultato finale che è semplicemente sorprendente.
Ovviamente servono anche degli spaghettini ramen. Prendeteli da un negozio di alimentari asiatici. Io ho optato per due varietà diverse sperimentandole entrambe:

Spaghettini stile cinese, all’uovo

Ingredienti per il brodo

Pezzo di carne di manzo (tipo scamone) 600g
4 spicchi d’aglio
4 cipollotti verdi
3 cm di zenzero, affettato finemente
1 cucchiaino di peperoncino piccante macinato
3 chiodi di garofano
qualche grano di pepe nero
qualche grano di pepe di Jamaica (facoltativo)
60ml di salsa di soia
un fungo shiitake
1 cucchiaio di zucchero
1 cucchiaio di dado in polvere (vegetale o di manzo)
olio vegetale q.b.
sale e pepe q.b.
2 litri d’acqua

Per le spezie e gli aromi del brodo: sbucciare gli spicchi d’aglio, affettare lo zenzero finemente. Per il cipollotto, separare la parte bianca da quella verde e tritare un po’ di quest’ultima da usare come guarnizione.

In una pentola a pressione versare un cucchiaio d’olio vegetale e mettere a rosolare la carne assicurandosi che prenda colore su tutti i lati. Dopodiché aggiungere i due litri d’acqua e tutti gli ingredienti elencati in ricetta: salsa di soia, aglio, cipollotto (parte bianca), zenzero, peperoncino, pepe nero, pepe di Jamaica, chiodi di garofano, fungo shiitake, zucchero, dado vegetale o di manzo.

Chiudere il coperchio, lasciare cuocere a fiamma alta e portare il tutto in pressione. Quando inizia il sibilo, abbassare la fiamma al minimo e lasciar cuocere per circa un’ora.

Ajitsuke-tamago o uova marinate

La preparazione delle ajitsuke-tamago è molto semplice, più di quanto immaginiate. Esistono molte versioni ma quella che vi propongo io è gradevole e ha un sapore indiscutibilmente giapponese grazie alla presenza del mentsuyu. Il mentsuyu è un condimento che potete preparare in pochi istanti. Ecco qui come:

Per le ajitsuke-tamago servono:
4 uova
100ml di mentsuyu (v. ricetta sopra)
50ml d’acqua

Preparazione delle uova marinate

Far bollire dell’acqua in un pentolino dopodiché immergervi delicatamente le uova, una alla volta. Far cuocere per 7 minuti esatti d’orologio. A questo punto, trasferire le uova in un contenitore d’acqua fredda e lasciarle raffreddare. Se necessario, cambiare l’acqua due o tre volte fino a quando le uova non si saranno completamente raffreddare.
Con attenzione, sbucciarle e metterle in un sacchetto in cui verserete i 100ml di mentsuyu e 50ml d’acqua.
Chiudere il sacchetto e lasciar riposare per almeno un’oretta e mezza.

Le ajitsuke-tamago a riposo
Irresistibili ajitsuke-tamago

Tocchi finali

Quando il brodo e la carne saranno quasi pronti, far bollire gli spaghettini facendo riferimento alla confezione per i tempi di cottura.
Nel frattempo, filtrare il brodo e affettare la carne a fette non troppo sottili. Tagliare le uova a metà.
Scolare gli spaghettini e porzionarli nelle scodelle da ramen. Versarci sopra il brodo, guarnire con carne, ajitsuke-tamago, cipollotto. Più qualsiasi altra cosa vi suggerisca la fantasia.

I miei ramen fumanti…in un ramen-biyori!

Ed ecco qui la versione preparata con gli spaghettini da yakisoba che, a mio avviso, si sono rivelati molto azzeccati. Qui ho aggiunto anche un foglietto di alga nori.

E sulle note della struggente Maki Asakawa nella sua 「それはスポットライトではない」(Sore wa supotto-raito dewanai), torno tra le mie scartoffie a scrivere. Fantastico di un incontro immaginario di carattere letterario e di cui, forse, vi parlerò la prossima volta.

Omuraisu facilissimo

A tavola! E’ pronto!

Il periodo Meiji 明治時代, epoca ponte tra fine Ottocento e inizi Novecento, fu per il Giappone momento di indescrivibili stravolgimenti sociali e culturali. Cambiamento monumentali e che ebbero inizio con l’arrivo del Commodoro Perry e delle sue famigerate navi nere kurofune 黒船 a Kurihama, nel 1853. Un arrivo che avrebbe per sempre violato il Giappone.

L’entrata in contatto con la cucina occidentale e i suoi ingredienti percepiti come esotici (si pensi al ruolo che ebbe le carne di manzo in quel periodo con un dibattito ripreso anche e soprattutto dalla letteratura del periodo) divenne fonte infinita d’ispirazione gastronomica. E’ proprio al periodo Meiji che si fa risalire l’origine di molti piatti della cosiddetta cucina yōshoku 洋食 ossia quell’insieme di preparazioni d’ispirazione, appunto, occidentale.
Mi sono occupata molte volte di questa particolare branca della cucina giapponese proponendovi grandissimi suoi classici come ad esempio lo Hayashi-raisu oppure il cliccatissimo Karee-raisu.

La cucina yōshoku non deve scandalizzare nessuno per il suo utilizzo libero di ingredienti a noi familiari. Non si tratta, infatti, di un mero e goffo tentativo d’imitazione dei piatti delle nostre tradizioni ma di un’entità gastronomica a sé stante e figlia del suo tempo e frutto dell’incontro tra Occidente e l’Oriente giapponese. Un Giappone che era conflittualmente diviso tra una crescente curiosità e un pervicace attaccamento alle origini.

E questa cucina assorbiva a modo proprio gli incredibili stravolgimenti del tempo giocando con ingredienti che ai palati giapponesi devono essere parsi come stranissimi ma irresistibili al contempo: il formaggio, la carne rossa, i pomodori, la pasta, ecc.

Omuraisu

Tra i piatti yōshoku più famosi c’è l’omuraisu. La parola è una trascrizione in giapponese di un termine portmanteau: omu sta per omelette e raisu per rice, ovvero riso in inglese. Perché l’omuraisu è, dopotutto, un’omelette ripiena di riso.
E’ un piatto che in Giappone è molto amato dai bambini tanto da essere un elemento fisso sugli okosama-ranchi お子様ランチ ovvero i menù bimbi dei ristoranti.

Realizzare un omuraisu non è difficile e servono pochi ingredienti e che nella versione più comune sono: uova, riso cotto, ketchup, pollo, sale e pepe.

Nei ristoranti in Giappone l’omuraisu viene modellato usando uno stampo particolare, dalla forma ovoidale. Ecco qui il mio:

Infatti solitamente questa deliziosa omelette ha appunto questa forma ovoidale come vedete in questa foto di un mio omuraisu realizzato qualche tempo fa:

Un delizioso omuraisu casalingo!

La versione che vi propongo è un po’ più semplice e non richiede né utensili né ingredienti inconsueti. La ricetta è ovviamente personalizzabile e potrete adattarla in base alle vostre necessità e preferenze.

Un omuraisu semplicissimo!

Ingredienti per un omuraisu:

2 uova
un quarto di cipolla tritata
1 fetta di prosciutto o mortadella (io ho usato un salume di pollo)
1 scodella circa di riso avanzato, possibilmente al pomodoro oppure bianco. Io ho usato un avanzo di risotto al pomodoro*
sale e pepe q.b.

*Questa ricetta è ottima per riutilizzare avanzi di risotto o riso alla giapponese (di cui trovate la mia ricetta QUI). Tuttavia potete certamente preparare del riso appositamente per la ricetta. Se avete del riso bianco allora conditelo con del sugo di pomodoro oppure, se volete avvicinarvi alla ricetta originale, del ketchup.

Iniziamo!
  1. In una padella versare un goccino d’olio e far soffriggere la cipolla con il prosciutto.
  2. Aggiungere il riso e farlo saltare per alcuni minuti.

3. Quando il riso si sarà scaldato bene, rimuoverlo dal fuoco e trasferirlo in una ciotola leggermente inumidita che poi capovolgerete su un piatto. Questo servirà a formare la cupoletta di riso.

4. Sbattere le uova, salare e pepare a piacere.
5. Nello stesso padellino di prima versare le uova sbattute e far cuocere a fiamma dolce l’omelette. Cercate di non bruciarla e di non romperla. Consiglio di non girarla se non siete più che svelti e abili nel fare questa manovra.


6. A cottura ultimata, adagiare delicatamente la frittata sopra la cupola di riso. Guarnire a piacere.

Tradizionalmente si usa il ketchup per guarnire l’omuraisu. Potete divertirvi a fare qualche faccina, perché no?

Il cucchiaio è la posata che solitamente si usa per gustare l’omuraisu ma potete ovviamente usare anche una forchetta! Dopotutto è un piatto d’ispirazione occidentale, no?

Potete insaporire il riso con pezzi di pollo, verdure o tutto ciò che vi suggerisce la fantasia.

E con questo piatto yōshoku molto probabilmente di epoca Meiji, vi do appuntamento al prossimo articolo!

Iroiro

Salsa di soia giapponese…a Torino!

Iroiro 色々 è il titolo che ho scelto per questo mio articolo di fine ottobre: un delicato aggettivo che in giapponese indica un assortimento, una varietà di cose, una specie di zibaldone.
Di natura iroiro, infatti, sarà questo mio scritto poiché conterrà una miscela di pensieri e notizie.

Questo mio iroiro coincide con il sōkō 霜降 che, secondo l’antico calendario solare di origine cinese, è il periodo tra il 23 ottobre e il 6 novembre. Il termine significa, all’incirca, caduta della brina ed è il momento in cui l’autunno comincia ad avvicinarsi alla sua fine per cedere il passo ai rigori dell’inverno.
In effetti, l’arrivo del sōkō è inconfondibile. Lo si percepisce quando primi sbuffi di aria gelida cercano di sfidare le finestre per intrufolarsi in casa di soppiatto.

Evocativa immagine cinese di Jin Ji, dedicata a sōkō. In onore dell’antica origine cinese del calendario agricolo ereditato anche dai giapponesi.

In questi giorni di sōkō, in un vecchio negozio di alimentari di Torino, ho trovato una magnifica sorpresa: una salsa di soia biologica proveniente dal Giappone. La marca è Clearspring, un’azienda londinese specializzata nell’importazione a marchio proprio di prodotti giapponesi di altissima qualità. In precedenza avevo già scritto qualcosa di questa azienda, soprattutto qui quando vi parlai del tofu.

Se c’è un ingrediente il cui sapore sa riportare davanti ai miei occhi il mio Giappone è proprio la salsa di soia. Molte delle salse di soia in commercio da noi, pur avendo marchi giapponesi come Kikkoman, sono in realtà prodotte in Olanda. Insomma, riuscire ad avere l’ingrediente originale ogni tanto è un piccolo lusso che ogni tanto cerco di concedermi.

Lettere per la pace in Vietnam

Il mio iroiro continua.
Sulle note dell’evocativa San Francisco di Scott McKenzie, ripenso ad una preziosa esperienza che ho fatto quest’estate.
La console onoraria del Vietnam qui a Torino, la professoressa Sandra Scagliotti, a inizi estate mi aveva affidato l’editing di una straordinaria raccolta: Lettere per la pace in Vietnam.

Un vero tributo alla pace!

L’estate torinese quest’anno è stata più rovente del solito. E non solo per il clima, naturalmente. Ho dunque affrontato i lunghi pomeriggi torridi dedicandomi a questa raccolta di appelli accorati che Ho Chi Minh scriveva con una sincerità disarmante a varie figure nel mondo. Parole che ancora adesso riverberano la sua buona fede.
In più occasioni, mi sono ritrovata con occhi pieni di lacrime e un’ammirazione per un uomo che riusciva addirittura a trovare parole di conforto per le madri di quegli stessi soldati francesi che martoriavano la sua gente.
A distanza di più di cinquant’anni dalla sua morte, splende ancora il suo sogno di pace.


Sono quindi molto orgogliosa di poter presentarvi questa raccolta alla cui realizzazione ho contribuito anch’io, seppur solo in fase di editing.

Riporto la descrizione riportata sul retro del volume:

“Il Presidente Ho Chi Minh (19 maggio 1890 – 2 settembre 1969), padre della nazione vietnamita, ha dedicato tutta la sua vita alla causa rivoluzionaria, nella convinzione che la questione della liberazione nazionale non riguardasse solo il Viet Nam, ma l’umanità nel suo complesso. Ho Chi Minh. Lettere per la pace in Vietnam raccoglie le missive che, negli anni 1945-1969, il leader indirizzò a vari capi di Stato, politici, militari, prigionieri, immigrati, giovani, donne (madri e mogli di combattenti); accoglie altresì messaggi e istanze rivolte alle autorità internazionali dell’epoca coinvolte negli Accordi di Ginevra per porre fine alla “sporca guerra” e restituire la pace al Viet Nam.

Potete acquistare il libro cliccando qui.

Un messaggio di pace in un momento buio.

Libri…dal destino!

Ancora adesso, a distanza di anni, avverto la mancanza della più bella libreria asiatica che abbia mai impreziosito la mia Torino: Mangetsu, in Via San Francesco da Paola. Un vero tributo all’Oriente, alla sua storia millenaria, alla sua ricchezza letteraria, al suo magnifico bouquet linguistico. Una vera dichiarazione d’amore a quella parte di mondo verso cui spesso volgiamo occhi sognanti e anche un po’ idealizzanti.

Ricordo ancora il giorno in cui, dopo aver appreso la notizia dell’imminente chiusura, andai un’ultima volta a salutare la libreria. Percorsi e ripercorsi la saletta centrale e mi persi nella montagna di libri ammonticchiati al centro, già etichettati con uno sconto d’addio. Ritornai anche nello stretto corridoio che collegava il locale principale alla stanza dei tantissimi libri in giapponese. Ogni volta che visitavo quello stanzino sognavo di poterci restare per ore, magari comodamente seduta su una poltrona tramite cui rifugiarmi nel mondo dell’immaginazione.

Sarebbero passati anni da quel giorno quando, attraverso imperscrutabili inanellamenti di serendipità, strascichi di quella libreria mi avrebbero raggiunta!

Mi ci vorrebbero pagine per raccontarvi le vicissitudini che mi avrebbero condotta ai tanti agognati libri di Mangetsu che, a mia insaputa, giacevano in un luogo, in mia attesa!

Vi mostro per ora uno dei volumi preziosissimi che, quel pomeriggio di metà settembre, mi aspettavano in un polveroso magazzino di Torino ovest.
Fuori l’aria si tingeva già delle prime gelide pennellate color blu di San Patrizio. Con quegli agognati libri gelosamente contenuti nella mia sporta di tela, assieme agli amici Rita ed Enrico ho poi assaporato un confortante caffè in un bar a poca distanza. Seduti a un tavolino esterno, quasi all’angolo tra due vie, quell’aria ormai fredda sapeva inequivocabilmente di autunno.

詳説日本史 Shousetsu nihonshi. Storia dettagliata del Giappone.

Un libro (nello specifico si tratta di un testo per le scuole superiori) molto dettagliato di storia giapponese che guida il lettore dall’antichità fino ai giorni nostri. Giorni nostri che in realtà corrispondono agli anni Novanta del secolo scorso, periodo di pubblicazione del libro. Edito dalla Yamakawa Shuppansha, con sede ad Uchikanda, Tokyo.

Ritornerò con altre serendipità libresche, con altre saggezze del vecchio himekuri e tutto ciò che l’ispirazione mi detterà.

Shoyu

Mizudashi e pura ispirazione notturna

Un malinconico scorcio della mia città, Torino.

Ricordo un periodo in cui si usava inviare cartoline dai luoghi visitati. Ecco, considerate questo struggente scorcio torinese come una cartolina d’antan trasmessa, però, attraverso la rete.

E’ notte fonda in questo preciso istante. Ottobre è giunto a noi con i suoi già gelidi svolazzi e i suoi cinerei cieli che sembrano offrire uno sguardo sull’infinito.

Torino è addormentata, avvolta nella sua caratteristica coltre di inizio autunno adornata dalle prime pennellate color fumo. Nell’aria la fragranza delle prime pioggerelle della stagione ovvero quelle che i giapponesi – nel loro straordinario lessico delle stagioni – chiamano 秋雨 akisame.

E’ notte fonda, dicevo. Pensieri si avvicendano vorticosamente in un convulso valzer che non accenna a finire. E grazie a un’accurata selezione musicale di Red Ronnie, ho riascoltato dopo tanto tempo la grazia acustica di un grande poeta della musica di alcuni decenni fa: Rod Stewart.
Ascolto il lirismo struggente dei suoi versi intessuto con la soavità di quella musica e…i miei occhi iniziano a riempirsi di lacrime. E non riesco a smettere di piangere.

L’inconfondibile voce roca di Rod mi riporta ai miei primi anni statunitensi quando vivevo a Dallas, più precisamente in quel sobborgo isolato e dolorosamente avvilente agli occhi della Marianna diciannovenne che ero: Glenn Heights.

Rod Stewart accompagnava quei giorni lunghissimi in quel luogo in cui, un giorno, promisi a me stessa di non tornare mai più. E sebbene ancora oggi avverta la pugnalata lancinante della nostalgia per la mia America – quell’America che ho chiamato casa per molti anni – non tornerei a Glenn Heights per nulla al mondo.

Scie di poesia urbana in Lungo Po Cadorna, a Torino.

Squarcia lo scorrere di questa giovinezza.

Così scrive un anonimo poeta urbano sulla balaustra di pietra sul Lungo Po Cadorna.

Veritiera e lacerante constatazione.

Quante volte ho percorso il Lungo Po della mia amata città, instancabilmente sia a monte sia a valle, godendo della caratteristica fragranza che l’antico Eridano emana amalgamandosi con l’aria taurinense.

E squarcia davvero lo scorrere della giovinezza. E’ proprio sul Lungo Po Cadorna che io mi rivedo bambina, in una lontanissima e torrida estate di tanti tanti anni fa. Forse l’estate del 1985. Ero con mia mamma, all’epoca giovanissima ragazza madre, lasciata sola a fronteggiare le immani difficoltà dell’essere madre e padre contemporaneamente. Sedute sulle sedie bianche di una chiosco, ricordo la mia vivacità e lo scambio di battute scherzose tra mia mamma e un giovane ragazzo magrebino.

Era sera. I parapetti di pietra erano illuminati dai lampioni del lungofiume, dalle luci bianche del chiosco e dall’illuminazione della vicina Corso San Maurizio. Dallo scuro manto fluviale si innalzava l’afa della giornata accompagnata dall’odore verde e algoso che il buio Eridano ha per sempre impresso nel mio cuore non lasciandolo più.

Ricordo la mia mamma sorridente in un raro momento di spensieratezza di quegli anni per lei così dolorosi. Ricordo quel giovane ragazzo seduto in un tavolo vicino, da solo. Chissà cosa diede vita a quella momentanea simpatia. Un divertente scambio di battute, alcune a voce ma altre scritte su un pezzo di carta in un francese improvvisato e che io da piccola divertita messaggera portavo al ragazzo da parte di mia mamma e viceversa.

Ce ne andammo dopo il gelato. Un saluto e il piacevole scambio finì. E noi tornammo a casa, allontanandoci – ma mai troppo – da Eridano e dalle sue sponde.

E non avrei di certo immaginato che, molti anni e giramondare dopo, sarei venuta ad abitare proprio a pochi passi da quella stessa balaustra e dunque dall’indomito Eridano che non ha mai smesso di aspettarmi.

Congerie di pensieri e…mizudashi

In questa vera congerie notturna di pensieri un po’ alla rinfusa e mescolati al magma sempre incandescente della nostalgia, ripenso a come solo poche settimane fa regnava ancora quell’afa che riesce a far sembrare l’estate un distante ricordo in bilico sul confine del sogno.

In una giornata di quel caldo distante ormai, ho preparato una semplice quanto benefica bevanda giapponese: il tè verde mizudashi.

Il mio tè verde mizudashi…in una calda giornata d’estate.

Il termine 水出し mizudashi si riferisce a un metodo d’infusione a freddo, applicabile al tè come anche al caffè.

Il procedimento è così semplice da non necessitare nemmeno di una spiegazione. Ci tengo però a condividere con voi il segreto per un delizioso tè verde giapponese mizudashi.

Occorrente:

1 litro d’acqua
10g di tè verde giapponese (consiglio il sencha)
1 bottiglia o contenitore
1 bustina vuota da tè

Dieci grammi di sencha giapponese e una bustina vuota

Naturalmente non sono obbligatorie le bustine. Potete tranquillamente versare le foglie di tè nell’acqua e filtrare la bevanda quando l’infusione sarà pronta.
In un negozio di corso San Martino, a Torino, un giorno ho trovato in maniera del tutto inaspettata proprio una confezione di queste bustine di provenienza giapponese:

Le ocha-pakku trovate inaspettatamente in Corso San Martino, a Torino.

Riempire una bottiglia o una caraffa con un litro d’acqua fresca e tuffarvi dentro i 10g di tè verde giapponese, con o senza bustina. A voi la scelta. Riporre il tutto in frigorifero per almeno un’ora e mezza dopodiché togliere la bustina oppure filtrare il tutto e…gustare!

Il tè verde giapponese preparato con il metodo del mizudashi è una deliziosa alternativa al tè caldo.

E’ ora di riposare

La vena poetico-musicale di questa mia congerie notturna si conclude sulle note commoventi di Paul Simon e la sua struggente American Tune.

Still, tomorrow’s going to be another working day
And I’m trying to get some rest
That’s all I’m trying to get some rest

Banzai. Guida al Giappone e alle sue guerriere

Ero nella mia amata galleria ottocentesca Umberto I a Torino a sorseggiare un matcha latte 抹茶ラテ preparato sorprendentemente ad arte da Avocuddle. Come avevo già fatto migliaia di volte nella mia vita, anche quel giorno i miei occhi si beavano dell’eleganza di quella galleria progettata nel puro stile dei passage parigini.
Ed ecco arrivarmi un inaspettato messaggio che sapeva di Giappone e di guerriere.

Un giapponesissimo matcha latte…nel cuore di Torino!

A scrivermi il messaggio è stata Elisabetta Percivati, in arte Epi, una giovane illustratrice torinese con il talento per il disegno e il racconto. E una passione travolgente per i viaggi.
Tre ingredienti che Epi è riuscita abilmente ad intrecciare fra di loro dando vita ad uno stile narrativo distintivo e riconoscibile.
Devo ammettere che non conoscevo Epi e nemmeno il suo lavoro. Eppure in pochi istanti ho colto la preziosità del suo messaggio.

Dall’Islanda al Giappone

Infatti, Epi inizia a filare il filo della sua magica narrativa visivo-emotiva con Takk. Perdersi in Islanda, un tributo d’amore a una terra dove l’autrice si ritrova per motivi di studio e di cui finisce per innamorarsi. Uno scrigno di ricordi, sensazioni, esperienze e insegnamenti che Epi sapientemente crea con le sue illustrazioni e i suoi racconti.

Ecco come Becco Giallo, il suo editore, presenta Takk. Con queste parole:

Un viaggio in Islanda, un reportage sulla storia e sulla cultura islandese dove convivono antichi elfi e moderni lupi.

Una giovane fumettista italiana finisce per errore in Islanda, e se ne innamora perdutamente. Seguono quattordici anni di vita e ricordi minuziosamente raccolti in questo libro, che parla a tutto tondo di una nazione dagli occhi di ghiaccio e dal cuore di lava.

Uno degli ultimi paradisi perduti, ammirato dal resto del mondo eppure non privo di scheletri sepolti
nell’armadio, di notizie occultate, corruzione e inchieste ambientali internazionali.”

La filatura dell’ammaliante tessuto narrativo prosegue con l’opera per cui Epi mi ha scritto. Un salto geografico che va dall’Islanda al Giappone per giungere al suo incantevole Banzai. Guida al Giappone e alle sue guerriere.

Banzai. Guida al Giappone e alle sue guerriere

Lo splendido viaggio cartaceo di Epi nel Sol Levante

Con questo generoso volume, Epi ci prende delicatamente per mano e ci accompagna nell’esplorazione di questo suo diario di viaggio. Un resoconto appassionato di un suo viaggio in Giappone che però diventa viaggio per chiunque apra la prima pagina.

Un viaggio…di carta!

Devo confessare di non essere un’esperta del fumetto. Da bambina, come penso tanti della mia generazione, ho amato i fumetti della Disney, le avventure di Braccio di Ferro come anche le storie di Cucciolo, Beppe e Tiramolla di Rebuffi. Da adolescente non avrei voltato le spalle a questi classici senza tempo ma avrei allargato i miei orizzonti scoprendo il fascino irresistibile dell’investigatore dell’incubo di Tiziano Sclavi: Dylan Dog.
A quest’ultimo assocerò per sempre il ricordo di una piccolissima e stracolma libreria dell’usato, nel mio quartiere di periferia a Torino, dove compravo i fumetti di seconda mano del tenebroso detective a duemila lire. Una libreria, ormai scomparsa e inghiottita dal tempo, dove i libri avevano piano piano reclamato ogni cm di spazio, un po’ come rigogliosi rovi reclamano un vecchio edificio.

Nei miei anni in America, poi, avrei proseguito nella mia modesta scoperta del fumetto attraverso le nostalgiche storie di Archie, un personaggio a cui sono affezionata ancora adesso.

In Giappone, invece, mi sarei ritrovata circondata da un’infinità di possibilità fumettistiche. Non solo: avrei scoperto quanto più ampio e più variegato fosse (e sia tutt’ora) il pubblico amante di questo genere artistico-narrativo che invece da noi è comunemente associato all’infanzia e all’adolescenza.
Nonostante tutto, avrei sempre mantenuto un distacco dato forse da una sorta di soggezione. Chissà.
Però nei miei lunghi pomeriggi nipponici, specialmente quelli nel mio accogliente e profumato studio al piano di sopra, mi sarei persa nelle avventure senza tempo di Doraemon, Yotsuba-to, Sazae-san e Kobo-chan.

Ma il diario di Epi non si sarebbe rivelato un semplice fumetto qualunque: avrei scoperto in esso ben di più.

Il viaggio di Epi e le sue guerriere

Il programma. Foto volutamente un po’ sfocata perché questo è un viaggio soprattutto dell’anima.

Nello sfogliare curiosamente prima e nel leggere attentamente poi il diario di Epi, ecco accompagnarmi una sensazione: quella del viaggio come esperienza fisica e spirituale. Non una mera avventura vissuta tramite un racconto di altri quindi con frapposta la naturale distanza tra narratore e lettore. Qui si percepisce, invece, l’emozione elettrizzante della scoperta e riscoperta.
Per me, poi, che col Giappone mantengo un legame vivo e sentitissimo, viaggiare con Epi è stato come tornare a casa.

Una pagina d’assaggio

Dalla partenza all’arrivo e poi dall’inizio di tutto all’adesso. E tutto ciò che vi è nel mezzo.

Il viaggio di Epi, e di conseguenza il viaggio di chi legge, segue un preciso tema nonché percorso: le storie di donne giapponesi lontane e vicine che sono riuscite a lasciare un’impronta e un messaggio forte in un Paese tradizionalmente maschilista.

Un filo rosa

Un altro assaggio

Un filo rosa, dunque, tiene uniti i momenti di questo patchwork esplorativo quasi magico alla scoperta di donne coraggiose, intraprendenti, anticonformiste e forse semplicemente depositarie di intriganti intuizioni.
L’esplorazione assieme a Epi è a volte così accurata e realistica da commuovere. Come ad esempio quando ci si trova nei dintorni dell’immensa e trafficatissima stazione ferroviaria di Shinjuku oppure accomodati in un kaiten-zushi. L’accuratezza delle illustrazioni restituisce al lettore un’emozionante sensazione di essere proprio lì. Si sentono i rumori del traffico cittadino, i segnali acustici dei semafori, i concitati richiami registrati dei negozi verso i clienti, gli irasshaimase gridati con vigore. Si percepisce il profumo del pesce fresco mescolato a quello del sencha bollente; la fragranza dolciastra delle caldarroste e dei taiyaki.

Viaggio dell’anima attraverso un sentiero di carta

Epi porta a conoscenza dei suoi lettori nomi delle guerriere che spesso sono sconosciuti a tanti italiani. Ci parla della straordinaria cantante Misora Hibari, della designer Mari Murata, dell’acclamata attrice Sadayakko (a tal proposito vi rimando anche alla biografia che Lesley Downer le dedicò: Madame Sadayakko: The Geisha Who Bewitched the West), della donna samurai Tomoe Gozen e tante altre donne del Giappone antico, moderno e contemporaneo che in qualche modo hanno cambiato il corso della storia.

Un percorso originale, carico di emozioni e da cui traspaiono l’intensa passione che ha animato questo progetto.

Un messaggio di fiducia

Un messaggio di fiducia

Ho accompagnato Epi e ho viaggiato assieme a lei attraverso questa navicella di carta che tutti accoglie e nessuno esclude. In essa ho rintracciato un modo con cui attingere dal coraggio e dalla determinazione di chi ci ha ci preceduto, distante o vicino che sia sulla linea del tempo. Poco importa. E nell’epoca di stravolgimenti e capovolgimenti che stiamo vivendo, qualunque tributo al coraggio è ben accetto.

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