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Verasia: la mia esperienza

Una sezione della mia amata libreria giapponese personale.

É da quando ero bambina che i libri sono fonte di una gioia elettrizzante che non accenna ad affievolirsi. Ho conosciuto il piacere della lettura quando ancora stavo apprendendo i rudimenti della sillabazione italiana e già i miei occhi curiosi ispezionavano pagine di riviste e volumi che trovavo in casa.
La sete di sapere mi ha condotta negli anni a divorare un numero incalcolabile di libri. Prima unicamente in italiano. Dopodiché, raggiunta la padronanza dell’inglese, ecco spalancarsi le preziose porte intarsiate del panorama letterario anglosassone. E infine, il giapponese. Gloriosa lingua di cui mi sono innamorata perdutamente dal primo giorno sulle pagine del leggendario Japanese for Busy People, sui banchi della mia università a Camp Zama, in Giappone. Un profondo amore che, tra sorprendenti alti ed abissali bassi, mi avrebbe condotta fino alla corona d’alloro, laureandomi in letteratura giapponese con una tesi dedicata a un magnifico libro: 「陰影礼賛」In’ei raisan (Libro d’ombra) di Jun’ichirō Tanizaki.

Leggere: una rigorosa palestra didattica

Per me leggere è la palestra didattica più rigorosa che ci sia. E l’apprendimento di una lingua deve, a mio modesto parere, presupporre necessariamente che si divorino quanti più libri possibili nell’idioma di proprio interesse. Non per tutti è così, sia chiaro. Ma per me questa è una regola. Ricordo ancora le parole del mio caro professor Simmons, docente d’inglese della mia università in Giappone, quando – davanti ai miei indugi nel consegnare i tanti research paper previsti dal programma – m’incoraggiò dicendo che nel mio inglese scritto aveva colto la qualità che acquisisce chi legge tanto.

Non riporto questo episodio per farne un vanto (anche se, lo ammetto, provo una punta di orgoglio a ripensarci) ma perché in effetti la capacità espressiva in una lingua cresce in maniera direttamente proporzionale al numero di libri letti. Tutto si rafforza e splende, in particolar modo la ricchezza lessicale.

Con l’inglese ho scalato un Everest libresco. Un’entusiasmante ma faticosa arrampicata iniziata ufficialmente col mio primo libro in inglese letto per intero, da sola, nella mia stanza ad Orem, Utah, mentre fuori sventolava una fiera Star-Spangled Banner: The Pink Motel, di Carol Ryrie Brink. Giunta all’ultima pagina, mi sentivo spossata ma al contempo immensamente fiera dell’obiettivo raggiunto. Sarebbero seguiti moltissimi altri libri, di tutti i generi e tutti i livelli di difficoltà.

E col giapponese mi sono ritrovata a scalare un altro Everest, forse, per certi versi, ancora più scosceso e inospitale del precedente.

Ma sono una persona dotata di pertinace perseveranza e non mollo la presa fino al raggiungimento del mio obiettivo. Costi quel che costi.

Dunque, la mia scalata cocciutamente procede.

Dove trovare libri in giapponese?

Riuscire a reperire libri in lingua giapponese in Italia è piuttosto un’impresa. È spesso un percorso un po’ dispendioso, ricco di tortuose gincane e non sempre risolvibile passando dal poco amato Amazon. Quest’ultimo, infatti, nella sua versione italiana, ha poco o nulla. I rimandi portano invariabilmente a rivenditori giapponesi o americani presentando, così, l’inquietante incognita delle imposte doganali.
Sono della vecchia generazione che ha studiato sulla carta e che difficilmente riesce a trarre lo stesso piacere da e-book e simili. La sensazione coi testi digitali è quella di non riuscire ad assorbirne appieno il contenuto come invece succede con il cartaceo.
Infatti, per me ogni volume della mia libreria giapponese rappresenta un’avventura e un ricordo. Ognuno di essi è il frutto di pazienti ricerche, trepidanti cacce al tesoro, attese talvolta lunghissime ed esasperanti, folate di serendipità, clamorosi colpacci di fortuna.
Come quando ritrovai l’agognato magazzino delle rimanenze della mitica libreria Mangetsu di Torino. Ne parlai qui. Oppure come quando entrai in contatto con una signora giapponese di Rimini che, volendosi disfare di alcuni suoi libri, me li regalò chiedendomi solo qualche euro per la spedizione.

Dedicherò altri articoli all’argomento libri nella speranza che possano essere d’aiuto a chi, come me, ha sviluppato una sorta di ossessione da libro giapponese. D’altronde, penso di aver accumulato un discreto numero di dritte e trucchetti che potranno, indubitabilmente, aiutare chi si trovasse a far parte di questa nicchia linguistica.

Un’altra mensola della mia amatissima libreria nipponica.

Dei vari punti miei di riferimento per l’acquisizione di libri giapponesi c’è sicuramente Verasia. Ed è proprio di Verasia che vorrei condividere le mie impressioni e la mia esperienza.

Precisazione: questa è una recensione libera e sganciata da qualsiasi programma di affiliazione o altro. Non collaboro con Verasia e dunque le opinioni qui riportate sono liberamente le mie.

Verasia: chi sono e di cosa si occupano

Nella mia imperterrita e tenace ricerca di libri giapponesi a prezzi accessibili, un giorno ho trovato il sito di Verasia. In rete ci sono pochissime recensioni tanto da farmi un po’ indugiare prima dell’acquisto. Questa mia recensione, dunque, è esattamente ciò che avrei voluto trovare.

Il negozio virtuale è presentato interamente in italiano ma la sede fisica di Verasia è a Madrid, in Spagna. Verasia fa capo ad un gruppo che si chiama Aprende Chino Hoy S.L., un’azienda dedicata alla vendita di materiale didattico per l’apprendimento del giapponese, del coreano e del cinese.

Insomma, una vera Eldorado per qualunque asiatista!

Verasia: Assortimento

Il ricco assortimento di libri mi sorprese dal primo momento. Le categorie sono tante e spaziano dai libri di lettura a quelli di testo per lo studio del giapponese. Quest’ultima categoria, tra l’altro, è particolarmente ricca e comprende di tutto: dai dizionari (di vario tipo) ai libri di testo classici fino ad arrivare, ad esempio, a volumi di approfondimento della comprensione orale o dei kanji.
Non mancano, inoltre, testi di supporto alla preparazione di esami di certificazione come il celebre JLPT, il Kanken o addirittura il NAT-test.
Nel vastissimo assortimento offerto da Verasia, sottolineo anche che è possibile trovare ogni mese la copia aggiornata dello storico mensile bilingue (giapponese-inglese) Hiragana Times!

Alcuni dei numerosi libri che ho acquistato da Verasia

Verasia: le mie scelte libresche

Verasia, oltre ad offrire un’ampia selezione di libri di vario genere a prezzi decisamente onesti, ha sul proprio sito anche una sezione dedicata all’oggettistica: scatole per bentō, furoshiki, calze tabi, tazze, poggia-bacchette, articoli di cancelleria assortiti nonché tutto il materiale per chi pratica calligrafia.

Fino adesso tutte le mie scelte hanno sempre riguardato esclusivamente i libri: ho acquistato libri di studio dedicati al perfezionamento di determinate abilità, come l’ascolto. Ho acquistato, ad esempio, un volume straordinario intitolato 「めしあがれ」Meshiagare che, attraverso meravigliosi brani ben strutturati, ripercorre la storia della cucina giapponese e permette di arricchire la propria conoscenza di microlingua.

Meshiagare è il primo libro a sinistra. Al centro il manuale di Shadowing e infine il bellissimo Yonkoma manga de oboeru nihongo.

Oltre lo straordinario Meshiagare che per meticolosità e ricchezza di contenuti meriterebbe di essere un best-seller incontrastato tra i giapponesisti di ogni dove (soprattutto se, come me, hanno il pallino della cucina!), grazie a Verasia sono riuscita a procurarmi anche un grandioso manuale dedicato alla tecnica dello shadowing.

Conviene ricordare che Verasia, inoltre, sconta molto spesso una selezione di articoli (libri e non) che si possono acquistare fino al 50% in meno! Grazie ad una di queste offerte, infatti, ero riuscita ad aggiudicarmi una copia del simpaticissimo 「4コママンガでおぼえる日本語」Yonkoma manga de oboeru nihongo (v. foto qui sopra): un libro che, attraverso gli yonkoma o strisce di fumetto a quattro vignette e solitamente di taglio umoristico, insegna varie espressioni della lingua. È proprio grazie a questo format che l’apprendimento risulta facilitato e di conseguenza la memorizzazione.

Verasia: narrativa

Ma oltre questi libri più di studio, diciamo, mi sono regalata alcune gemme letterarie.

Splendida narrativa giapponese!
Verasia: la mia esperienza

Piccole grandi meraviglie di narrativa giapponese adornano la mia libreria e allietano le mie ore di nippo-letture. Come ad esempio, 「きまぐれロボット」Kimagure robotto di Shinichi Hoshi. Vi parlai di questo libro proprio qui. Oppure il mio amatissimo 「神様」Kamisama di Kawakami Hiromi a cui ho dedicato un articolo qua.
Non mancano poi l’inquietante ma irresistibile 「ふしぎな図書館」Fushigina toshokan (in italiano tradotto col titolo di ‘La strana biblioteca’) di Murakami Haruki, divorato in poche ore e col fiato sospeso.

E l’ultimo arrivato in casa Biancorosso Giappone: 「旅猫リポート」Tabineko ripōto di Arikawa Hiro. La storia del gatto viaggiatore che ha riscosso talmente tanto successo in Giappone da ispirare la produzione di un film omonimo, del 2018 e noto all’estero col titolo in inglese: The Travelling Cat Chronicles.

Locandina giapponese del film Tabineko ripōto.
Locandina di The Travelling Cat Chronicles.

Scoperta sempre grazie a Verasia, un’altra chicca di narrativa, questa volta però di autori emergenti. Una raccolta di brevi racconti con la cucina come delizioso filo conduttore: 「5分後に美味しいラスト」Gofun go in oishii rasuto.

Verasia: per concludere

Fino adesso tutti miei ordini da Verasia si sono conclusi senza intoppi e con massima soddisfazione da parte mia. La consegna impiega generalmente dai 4 ai 7 giorni circa e avviene tramite corriere. Quasi sempre è DHL ad occuparsene anche se, a volte, capita sia il non amatissimo SDA. Tuttavia, non ho mai avuto alcun problema nel ricevere i miei pacchetti da Verasia.

Altra nota importante è quella relativa ai costi di spedizione che sono decisamente ragionevoli e non scoraggiano: €3.95 indipendentemente dalla somma totale dell’ordine.

Il servizio di assistenza clienti, raggiungibile telefonicamente o via mail sia in italiano sia in inglese (e anche in spagnolo, naturalmente) è eccellente. Su richiesta, procurano anche titoli non presenti in catalogo.

E ad ulteriore dimostrazione della loro professionalità e savoir-faire, in uno dei miei ordini più recenti mi hanno inviato anche un gradito omaggio: un quaderno per esercitarsi coi kanji.

Gradito omaggio da Verasia!

Prossimamente condividerò altri consigli utili a chi legge in giapponese o chi è alla ricerca di letture sul Giappone non reperibili nei consueti circuiti di librerie italiane.

またね。Mata ne!

I piaceri della letteratura giapponese

I piaceri della letteratura giapponese di Donald Keene

Il grande scrittore americano Francis Scott Fitzgerald, uno dei protagonisti della Jazz Age e dei Roaring Twenties nonché autore del romanzo The Great Gatsby, in merito al valore della letteratura scrisse:

That is part of the beauty of all literature. You discover that your longings are universal longings, that you’re not lonely and isolated from anyone. You belong.

Parte della bellezza di tutta la letteratura è scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato da nessuno. Tu appartieni.

In questo breve pensiero di Fitzgerald è racchiuso, a mio parere, il motivo per cui il piacere di produrre e consumare letteratura resiste. Nonostante tutto.
La letteratura è uno specchio in cui ognuno di noi può vedere la propria immagine riflessa e ritrovarvi familiarità, appigli e, di conseguenza, un conforto.
E’ la conferma che tutto il mondo è davvero paese e l’essere umano, in fondo, è sempre lo stesso. Indipendentemente dalle latitudini in cui risiede, dalla sua lingua, dal colore della pelle, dallo stile degli abiti che indossa e da tutte quelle caratteristiche che percepiamo come distintive.

In tanti momenti ho tratto conforto e beneficio dalla letteratura di ogni dove individuando nei libri i miei unici amici.
In molti momenti bui della mia vita sono riuscita a rintracciare rassicuranti giacigli tra vicende frutto dell’immaginazione ma anche di resoconti di realtà. Tutto però avvolto in una coltre di continua consapevolezza in cui, come osserva il sociologo Edgar Morin nei suoi studi applicati all’antropologia del cinema, il senso di realtà non è mai disgiunto dall’illusione di realtà.

Dunque, a mio modesto avviso, anche nel piacere della letteratura si verificano dinamiche simili a quelle che Morin acutamente osserva nel rapporto tra lo spettatore e l’illusione cinematografica.

Una chiave per la conoscenza

La letteratura non è solo conforto e momento di balsamico ristoro ma anche una chiave per la conoscenza.
Una chiave con cui aprire porte che, altrimenti, resterebbero sigillate oppure socchiuse quel tanto da impedire un agile accesso verso ciò che si cela al di là di esse.

Un modo con cui avvicinarsi alla cultura di un popolo che ci affascina è proprio attraverso la sua espressione artistica. Una scoperta che può avvenire tramite la narrativa, la poesia, il teatro, la pittura, la musica, le tradizioni orali di trasmissione di leggende, miti cosmogonici, favole, canti.

I piaceri della letteratura giapponese

Questo il titolo della preziosa raccolta di saggi di Donald Keene, riproposti dalla casa editrice torinese Lindau per la collana i Bambù. Una collana irrinunciabile per qualunque nipponista o semplicemente appassionato di Giappone. Indipendentemente dal proprio livello di preparazione in materia.

La raccolta, uscita nell’ottobre del 2021, contiene cinque saggi basati su conferenze che il professor Keene tenne alla New York Public Library, al Metropolitan Museum of Art e alla UCLA.

Donald Keene è un esperto incontrastato nel campo degli studi giapponesi e una delle voci più autorevoli in materia in tutto l’Occidente. Il compianto professore è stato docente di letteratura giapponese alla prestigiosa Columbia University ed è autore di alcune monografie nonché di un’immensa opera in più volumi che ripercorre la storia della letteratura del Giappone. Un’opera, quest’ultima, straordinaria e monumentale, da cui tutti i nipponisti e aspiranti tali, prima o poi, devono passare se intendono acquisire una comprensione solida dell’argomento.

Per me non è stato molto diverso. Ho preparato tutti i miei esami di letteratura giapponese antica, moderna e contemporanea sul suo mirabile magnum opus nonché tributo d’amore al ricchissimo patrimonio letterario del Giappone.

I piaceri della letteratura giapponese è un’eccellente introduzione all’argomento perché la trattazione è rigorosissima ma avvicinabile anche dai non addetti ai lavori. Questo è il punto di forza dell’opera: un vero e proprio assaggio esaustivo per chi muove i primi passi in questo straordinario campo.

Una parte dei miei libri di letteratura giapponese tradotti in italiano

Struttura dell’opera

Ho apprezzato particolarmente la scelta della copertina che adorna il volume. L’opera riprodotta s’intitola Strumenti per la scrittura di Yashima Gakutei, del 1820 circa.

La raccolta contiene cinque saggi:

L’estetica giapponese
La poesia giapponese

Gli usi della poesia giapponese
La narrativa giapponese
Il teatro giapponese

Ogni saggio fornisce al lettore una panoramica sintetica ma precisa dove la sintesi non pregiudica la completezza del messaggio. Inoltre, in ogni capitolo sono chiari i contesti storico-culturali in cui le varie forme letterarie si sono sviluppate nonché le caratteristiche tecniche della poesia, della narrativa ecc.
Il linguaggio è comprensibile e assai coinvolgente grazie allo stile distintivo del professor Keene che amava profondamente la letteratura giapponese e che di questo amore rendeva partecipi tutti noi.

Il mio preferito

Ho amato tutti e cinque i saggi ma il mio preferito è il primo, quello dedicato alla concezione estetica giapponese. Un magistrale intervento che, in poche pagine, riesce a dipingere un quadro acuto della sensibilità estetica di un popolo che percepisce ed esprime con indiscutibile raffinatezza.
Non poteva che essere il primo saggio a piacermi più di ogni altro. Dopotutto, dedicai la mia tesi di laurea proprio al concetto di estetica come proposto da Jun’ichirō Tanizaki in quel breve ma straordinario saggio che scrisse nel 1933: 陰翳礼讃 In’ei raisan. Un finissimo gioco di luci ed ombre che ci conduce proprio nei meandri di una elevatissima concezione del bello.

La mia copia originale giapponese di 陰翳礼讃 In’ei raisan di Tanizaki, opera che ispirò la mia tesi di laurea
Traduzione italiana del saggio, col titolo di Libro d’ombra, edito da Bompiani.

Tuttavia non è da In’ei raisan che il professor Keene imposta la sua premessa ma da un’opera di molto antecedente nonché uno dei grandi classici della letteratura giapponese medievale: 徒然草 Tsurezuregusa (tradotto in italiano come Ore d’ozio), di Kenkō Hōshi, risalente all’incirca al 1330.
E’ proprio in questa raccolta di prose ispirate da riflessioni, ricordi, pensieri, sensazioni che Keene rintraccia le quattro caratteristiche che spiegano il gusto giapponese. Attraverso questa analisi anche il semplice lettore appassionato acquisirà importantissimi strumenti di indagine e comprensione della sensibilità estetica giapponese.

I quattro aspetti che Keene individua in Tsurezuregusa sono: suggestività, irregolarità, semplicità e deteriorabilità.

Non è un caso che il tema dell’estetica sia primo nell’opera perché la comprensione profonda e attenta dei quattro criteri renderà possibile l’intendimento della poesia, della prosa e del teatro. Il contrario è forse possibile ma certamente più arduo.

Dunque, vi invito alla lettura de I piaceri della letteratura giapponese dell’eminente professor Donald Keene. Esso vi fornirà uno squisito strumento di comprensione utile per qualsiasi aspetto della cultura giapponese vogliate esplorare ed approfondire.

I piaceri della letteratura giapponese

Iroiro

Salsa di soia giapponese…a Torino!

Iroiro 色々 è il titolo che ho scelto per questo mio articolo di fine ottobre: un delicato aggettivo che in giapponese indica un assortimento, una varietà di cose, una specie di zibaldone.
Di natura iroiro, infatti, sarà questo mio scritto poiché conterrà una miscela di pensieri e notizie.

Questo mio iroiro coincide con il sōkō 霜降 che, secondo l’antico calendario solare di origine cinese, è il periodo tra il 23 ottobre e il 6 novembre. Il termine significa, all’incirca, caduta della brina ed è il momento in cui l’autunno comincia ad avvicinarsi alla sua fine per cedere il passo ai rigori dell’inverno.
In effetti, l’arrivo del sōkō è inconfondibile. Lo si percepisce quando primi sbuffi di aria gelida cercano di sfidare le finestre per intrufolarsi in casa di soppiatto.

Evocativa immagine cinese di Jin Ji, dedicata a sōkō. In onore dell’antica origine cinese del calendario agricolo ereditato anche dai giapponesi.

In questi giorni di sōkō, in un vecchio negozio di alimentari di Torino, ho trovato una magnifica sorpresa: una salsa di soia biologica proveniente dal Giappone. La marca è Clearspring, un’azienda londinese specializzata nell’importazione a marchio proprio di prodotti giapponesi di altissima qualità. In precedenza avevo già scritto qualcosa di questa azienda, soprattutto qui quando vi parlai del tofu.

Se c’è un ingrediente il cui sapore sa riportare davanti ai miei occhi il mio Giappone è proprio la salsa di soia. Molte delle salse di soia in commercio da noi, pur avendo marchi giapponesi come Kikkoman, sono in realtà prodotte in Olanda. Insomma, riuscire ad avere l’ingrediente originale ogni tanto è un piccolo lusso che ogni tanto cerco di concedermi.

Lettere per la pace in Vietnam

Il mio iroiro continua.
Sulle note dell’evocativa San Francisco di Scott McKenzie, ripenso ad una preziosa esperienza che ho fatto quest’estate.
La console onoraria del Vietnam qui a Torino, la professoressa Sandra Scagliotti, a inizi estate mi aveva affidato l’editing di una straordinaria raccolta: Lettere per la pace in Vietnam.

Un vero tributo alla pace!

L’estate torinese quest’anno è stata più rovente del solito. E non solo per il clima, naturalmente. Ho dunque affrontato i lunghi pomeriggi torridi dedicandomi a questa raccolta di appelli accorati che Ho Chi Minh scriveva con una sincerità disarmante a varie figure nel mondo. Parole che ancora adesso riverberano la sua buona fede.
In più occasioni, mi sono ritrovata con occhi pieni di lacrime e un’ammirazione per un uomo che riusciva addirittura a trovare parole di conforto per le madri di quegli stessi soldati francesi che martoriavano la sua gente.
A distanza di più di cinquant’anni dalla sua morte, splende ancora il suo sogno di pace.


Sono quindi molto orgogliosa di poter presentarvi questa raccolta alla cui realizzazione ho contribuito anch’io, seppur solo in fase di editing.

Riporto la descrizione riportata sul retro del volume:

“Il Presidente Ho Chi Minh (19 maggio 1890 – 2 settembre 1969), padre della nazione vietnamita, ha dedicato tutta la sua vita alla causa rivoluzionaria, nella convinzione che la questione della liberazione nazionale non riguardasse solo il Viet Nam, ma l’umanità nel suo complesso. Ho Chi Minh. Lettere per la pace in Vietnam raccoglie le missive che, negli anni 1945-1969, il leader indirizzò a vari capi di Stato, politici, militari, prigionieri, immigrati, giovani, donne (madri e mogli di combattenti); accoglie altresì messaggi e istanze rivolte alle autorità internazionali dell’epoca coinvolte negli Accordi di Ginevra per porre fine alla “sporca guerra” e restituire la pace al Viet Nam.

Potete acquistare il libro cliccando qui.

Un messaggio di pace in un momento buio.

Libri…dal destino!

Ancora adesso, a distanza di anni, avverto la mancanza della più bella libreria asiatica che abbia mai impreziosito la mia Torino: Mangetsu, in Via San Francesco da Paola. Un vero tributo all’Oriente, alla sua storia millenaria, alla sua ricchezza letteraria, al suo magnifico bouquet linguistico. Una vera dichiarazione d’amore a quella parte di mondo verso cui spesso volgiamo occhi sognanti e anche un po’ idealizzanti.

Ricordo ancora il giorno in cui, dopo aver appreso la notizia dell’imminente chiusura, andai un’ultima volta a salutare la libreria. Percorsi e ripercorsi la saletta centrale e mi persi nella montagna di libri ammonticchiati al centro, già etichettati con uno sconto d’addio. Ritornai anche nello stretto corridoio che collegava il locale principale alla stanza dei tantissimi libri in giapponese. Ogni volta che visitavo quello stanzino sognavo di poterci restare per ore, magari comodamente seduta su una poltrona tramite cui rifugiarmi nel mondo dell’immaginazione.

Sarebbero passati anni da quel giorno quando, attraverso imperscrutabili inanellamenti di serendipità, strascichi di quella libreria mi avrebbero raggiunta!

Mi ci vorrebbero pagine per raccontarvi le vicissitudini che mi avrebbero condotta ai tanti agognati libri di Mangetsu che, a mia insaputa, giacevano in un luogo, in mia attesa!

Vi mostro per ora uno dei volumi preziosissimi che, quel pomeriggio di metà settembre, mi aspettavano in un polveroso magazzino di Torino ovest.
Fuori l’aria si tingeva già delle prime gelide pennellate color blu di San Patrizio. Con quegli agognati libri gelosamente contenuti nella mia sporta di tela, assieme agli amici Rita ed Enrico ho poi assaporato un confortante caffè in un bar a poca distanza. Seduti a un tavolino esterno, quasi all’angolo tra due vie, quell’aria ormai fredda sapeva inequivocabilmente di autunno.

詳説日本史 Shousetsu nihonshi. Storia dettagliata del Giappone.

Un libro (nello specifico si tratta di un testo per le scuole superiori) molto dettagliato di storia giapponese che guida il lettore dall’antichità fino ai giorni nostri. Giorni nostri che in realtà corrispondono agli anni Novanta del secolo scorso, periodo di pubblicazione del libro. Edito dalla Yamakawa Shuppansha, con sede ad Uchikanda, Tokyo.

Ritornerò con altre serendipità libresche, con altre saggezze del vecchio himekuri e tutto ciò che l’ispirazione mi detterà.

Iroiro

Banzai. Guida al Giappone e alle sue guerriere

Ero nella mia amata galleria ottocentesca Umberto I a Torino a sorseggiare un matcha latte 抹茶ラテ preparato sorprendentemente ad arte da Avocuddle. Come avevo già fatto migliaia di volte nella mia vita, anche quel giorno i miei occhi si beavano dell’eleganza di quella galleria progettata nel puro stile dei passage parigini.
Ed ecco arrivarmi un inaspettato messaggio che sapeva di Giappone e di guerriere.

Un giapponesissimo matcha latte…nel cuore di Torino!

A scrivermi il messaggio è stata Elisabetta Percivati, in arte Epi, una giovane illustratrice torinese con il talento per il disegno e il racconto. E una passione travolgente per i viaggi.
Tre ingredienti che Epi è riuscita abilmente ad intrecciare fra di loro dando vita ad uno stile narrativo distintivo e riconoscibile.
Devo ammettere che non conoscevo Epi e nemmeno il suo lavoro. Eppure in pochi istanti ho colto la preziosità del suo messaggio.

Dall’Islanda al Giappone

Infatti, Epi inizia a filare il filo della sua magica narrativa visivo-emotiva con Takk. Perdersi in Islanda, un tributo d’amore a una terra dove l’autrice si ritrova per motivi di studio e di cui finisce per innamorarsi. Uno scrigno di ricordi, sensazioni, esperienze e insegnamenti che Epi sapientemente crea con le sue illustrazioni e i suoi racconti.

Ecco come Becco Giallo, il suo editore, presenta Takk. Con queste parole:

Un viaggio in Islanda, un reportage sulla storia e sulla cultura islandese dove convivono antichi elfi e moderni lupi.

Una giovane fumettista italiana finisce per errore in Islanda, e se ne innamora perdutamente. Seguono quattordici anni di vita e ricordi minuziosamente raccolti in questo libro, che parla a tutto tondo di una nazione dagli occhi di ghiaccio e dal cuore di lava.

Uno degli ultimi paradisi perduti, ammirato dal resto del mondo eppure non privo di scheletri sepolti
nell’armadio, di notizie occultate, corruzione e inchieste ambientali internazionali.”

La filatura dell’ammaliante tessuto narrativo prosegue con l’opera per cui Epi mi ha scritto. Un salto geografico che va dall’Islanda al Giappone per giungere al suo incantevole Banzai. Guida al Giappone e alle sue guerriere.

Banzai. Guida al Giappone e alle sue guerriere

Lo splendido viaggio cartaceo di Epi nel Sol Levante

Con questo generoso volume, Epi ci prende delicatamente per mano e ci accompagna nell’esplorazione di questo suo diario di viaggio. Un resoconto appassionato di un suo viaggio in Giappone che però diventa viaggio per chiunque apra la prima pagina.

Un viaggio…di carta!

Devo confessare di non essere un’esperta del fumetto. Da bambina, come penso tanti della mia generazione, ho amato i fumetti della Disney, le avventure di Braccio di Ferro come anche le storie di Cucciolo, Beppe e Tiramolla di Rebuffi. Da adolescente non avrei voltato le spalle a questi classici senza tempo ma avrei allargato i miei orizzonti scoprendo il fascino irresistibile dell’investigatore dell’incubo di Tiziano Sclavi: Dylan Dog.
A quest’ultimo assocerò per sempre il ricordo di una piccolissima e stracolma libreria dell’usato, nel mio quartiere di periferia a Torino, dove compravo i fumetti di seconda mano del tenebroso detective a duemila lire. Una libreria, ormai scomparsa e inghiottita dal tempo, dove i libri avevano piano piano reclamato ogni cm di spazio, un po’ come rigogliosi rovi reclamano un vecchio edificio.

Nei miei anni in America, poi, avrei proseguito nella mia modesta scoperta del fumetto attraverso le nostalgiche storie di Archie, un personaggio a cui sono affezionata ancora adesso.

In Giappone, invece, mi sarei ritrovata circondata da un’infinità di possibilità fumettistiche. Non solo: avrei scoperto quanto più ampio e più variegato fosse (e sia tutt’ora) il pubblico amante di questo genere artistico-narrativo che invece da noi è comunemente associato all’infanzia e all’adolescenza.
Nonostante tutto, avrei sempre mantenuto un distacco dato forse da una sorta di soggezione. Chissà.
Però nei miei lunghi pomeriggi nipponici, specialmente quelli nel mio accogliente e profumato studio al piano di sopra, mi sarei persa nelle avventure senza tempo di Doraemon, Yotsuba-to, Sazae-san e Kobo-chan.

Ma il diario di Epi non si sarebbe rivelato un semplice fumetto qualunque: avrei scoperto in esso ben di più.

Il viaggio di Epi e le sue guerriere

Il programma. Foto volutamente un po’ sfocata perché questo è un viaggio soprattutto dell’anima.

Nello sfogliare curiosamente prima e nel leggere attentamente poi il diario di Epi, ecco accompagnarmi una sensazione: quella del viaggio come esperienza fisica e spirituale. Non una mera avventura vissuta tramite un racconto di altri quindi con frapposta la naturale distanza tra narratore e lettore. Qui si percepisce, invece, l’emozione elettrizzante della scoperta e riscoperta.
Per me, poi, che col Giappone mantengo un legame vivo e sentitissimo, viaggiare con Epi è stato come tornare a casa.

Una pagina d’assaggio

Dalla partenza all’arrivo e poi dall’inizio di tutto all’adesso. E tutto ciò che vi è nel mezzo.

Il viaggio di Epi, e di conseguenza il viaggio di chi legge, segue un preciso tema nonché percorso: le storie di donne giapponesi lontane e vicine che sono riuscite a lasciare un’impronta e un messaggio forte in un Paese tradizionalmente maschilista.

Un filo rosa

Un altro assaggio

Un filo rosa, dunque, tiene uniti i momenti di questo patchwork esplorativo quasi magico alla scoperta di donne coraggiose, intraprendenti, anticonformiste e forse semplicemente depositarie di intriganti intuizioni.
L’esplorazione assieme a Epi è a volte così accurata e realistica da commuovere. Come ad esempio quando ci si trova nei dintorni dell’immensa e trafficatissima stazione ferroviaria di Shinjuku oppure accomodati in un kaiten-zushi. L’accuratezza delle illustrazioni restituisce al lettore un’emozionante sensazione di essere proprio lì. Si sentono i rumori del traffico cittadino, i segnali acustici dei semafori, i concitati richiami registrati dei negozi verso i clienti, gli irasshaimase gridati con vigore. Si percepisce il profumo del pesce fresco mescolato a quello del sencha bollente; la fragranza dolciastra delle caldarroste e dei taiyaki.

Viaggio dell’anima attraverso un sentiero di carta

Epi porta a conoscenza dei suoi lettori nomi delle guerriere che spesso sono sconosciuti a tanti italiani. Ci parla della straordinaria cantante Misora Hibari, della designer Mari Murata, dell’acclamata attrice Sadayakko (a tal proposito vi rimando anche alla biografia che Lesley Downer le dedicò: Madame Sadayakko: The Geisha Who Bewitched the West), della donna samurai Tomoe Gozen e tante altre donne del Giappone antico, moderno e contemporaneo che in qualche modo hanno cambiato il corso della storia.

Un percorso originale, carico di emozioni e da cui traspaiono l’intensa passione che ha animato questo progetto.

Un messaggio di fiducia

Un messaggio di fiducia

Ho accompagnato Epi e ho viaggiato assieme a lei attraverso questa navicella di carta che tutti accoglie e nessuno esclude. In essa ho rintracciato un modo con cui attingere dal coraggio e dalla determinazione di chi ci ha ci preceduto, distante o vicino che sia sulla linea del tempo. Poco importa. E nell’epoca di stravolgimenti e capovolgimenti che stiamo vivendo, qualunque tributo al coraggio è ben accetto.

Banzai. Guida al Giappone e alle sue guerriere

Watoji: rilegatura giapponese a Torino

Ai tanti sprazzi di giapponesità che costellano veramente la mia quotidianità, spesso in maniera inaspettata e sorprendente, si è aggiunta qualche giorno fa un’incantevole opportunità: un corso di 和綴じ watoji, ossia la rilegatura giapponese.

Watoji

Quaderno giapponese realizzato da me al corso.

L’evento mi era stato segnalato dalla mia cara amica Laura di WEeKanDesign.it la quale – e lo annuncio ufficialmente e con un certo orgoglio – si occupa ora tra le tante cose anche della comunicazione per Biancorosso Giappone.

Grazie a Laura, dunque, sono venuta a conoscenza di un’interessante associazione a Torino che si chiama Sulla Parola, in Via Cibrario 28. Potete visitare il loro sito proprio qui.

In questo brillante luogo di condivisione della conoscenza, tutto però proposto in un’atmosfera avvicinabile e non d’élite, l’offerta dei corsi è molto attraente. Tra i corsi che Sulla Parola propone periodicamente ci sono dei laboratori di watoji, o rilegatura giapponese, come quello a cui ho avuto il privilegio di partecipare il 14 aprile su gradito invito della gentile signora Sabrina Bartolone che gestisce l’associazione.

Rilegatura giapponese

Locandina dell’evento sulla rilegatura giapponese.

Nonostante la mia solita e ormai prevedibile timidezza, ho voluto partecipare sapendo che avrei acquisito, da persone competenti e appassionate, una conoscenza preziosa.

Ed è stato proprio così.

Il corso

rilegatura giapponese

Il mio piano di lavoro

Il corso, condotto dalla preparatissima e paziente Inés Sánchez, aveva come obiettivo quello di trasmettere alcune nozioni generali sull’arte della legatoria del Sol Levante permettendo al contempo ad ogni partecipante di realizzare – con le proprie mani – un quaderno tradizionale giapponese.

In questo ambiente luminoso, rilassato, tranquillo e con i raggi di sole di un sabato torinese che illuminavano tutta la via, abbiamo ascoltato l’appassionante spiegazione di Inés che ci ha condotte attraverso varie epoche storiche dell’Asia e aspetti intriganti dei materiali protagonisti.

Profumi di storia

Siamo passate dall’invenzione della carta in Cina nel remotissimo secondo secolo a.C. (ben mille anni prima della sua introduzione in Europa!) ad un rapido excursus sui materiali. E nel frattempo la mia mente ripensava ai vari stadi evolutivi che la legatoria ha attraversato in Giappone arrivando poi a conoscere stili e forme più standard nel mio amato Periodo Edo (1603-1868).

Washi

Un testo in spagnolo dedicato alla 和紙 washi, la carta giapponese.

Proprio nel Periodo Edo, infatti, la stampa e l’industria editoriale sbocciarono in seguito alla pace finalmente ritrovata attraverso la riunificazione politica e quindi all’emergere di una nuova classe, quella dei 町人 chonin ossia dei mercanti. Questa ritrovata – e sudata – stabilità sociale ed economica portarono ad un innalzamento dei tassi di alfabetizzazione e di conseguenza al fiorire di un interesse letterario che non fosse solo appannaggio esclusivo delle classi nobili. E’ in questo periodo che la letteratura giapponese conobbe il suo avvio alla diffusione popolare.

Conoscenze preziose per tutti

Uno degli aspetti più intriganti di questo corso è la sua avvicinabilità, ovvero il suo essere alla portata veramente di chiunque. Non sono richieste doti manuali particolari e nemmeno competenze specifiche e di nicchia. Chiunque può imparare la tecnica della rilegatura giapponese semplice utilizzando materiali comuni e che – volendo – possono tranquillamente essere di recupero.

Essenzialmente ciò che serve sono carta (non necessariamente giapponese ma andrà bene anche della carta da regalo ad esempio), cartoncino, ago e filo, forbici, fogli bianchi, un piccolo trapano per il fai-da-te oppure degli spilloni resistenti per fare i fori sul dorso.

L’ardua scelta della carta giapponese

Ci è stato chiesto di scegliere tra due decori di carta giapponese e che avrebbero costituito la copertina del nostro quaderno artigianale.

carta giapponese

Magnifici fogli di carta giapponese

Non è mai facile scegliere, a mio avviso, la carta giapponese perché è sempre così evocativa e ricca di dettagli da avvertire ora una sintonia con uno e ora con un altro.

Tra le due scelte proposte, tuttavia, mi sono orientata verso la carta con pennellate turchesi da cui spiccavano i ciliegi in fiore e alcuni elementi che mi hanno ricordato l’arrivo imminente dell’estate.

Passo dopo passo, tra una pennellata di colla e una misurata coi righelli, era giunto il momento di avvicinarci alla parte forse più impegnativa ma anche quella più emozionante di tutto il progetto: la cucitura.

La cucitura

Per l’occasione la maestra Inés aveva portato delle spolette di bellissimo filo colorato. Era nostro il compito di selezionare, in base alla propria sensibilità estetica e gusto, il colore che meglio si abbinasse al decoro della carta prescelto.

Io ho virato verso il rosso, la versione tangibile di quel fil rouge che continua a tenermi legata – attraverso mille insospettabili sorprese – al mio caro Giappone.

Cucitura watoji

Cucitura sul dorso del quaderno.

Nella rilegatura giapponese esistono vari stili di cucitura del dorso, alcuni dei quali erano visibili grazie a dei campioni che Inés ha realizzato a scopo dimostrativo.

cuciture

Campioni dimostrativi di cuciture per rilegatura giapponese

Lo stile di cucitura che abbiamo appreso e utilizzato quel giorno è quello chiamato  麻の葉綴じAsanoha-toji che significa rilegatura a foglia di canapa perché il motivo geometrico che si ottiene dovrebbe ricordare le foglie di questa pianta. Tra l’altro l’asanoha è uno dei decori più famosi dell’artigianato tessile giapponese tradizionale.

Cucitura watoji

Particolare della cucitura Asanoha-toji

Punto dopo punto, con le pazienti indicazioni di Inés e col mio filo rosso che scorreva deciso su e giù per i fori, siamo riuscite a terminare i nostri quaderni.

Che gioia soprattutto perché temevo non sarei mai riuscita ad ottenere un buon risultato.

watoji

Elegante particolare dei nostri quaderni giapponesi

Quaderno giapponese

Quaderno giapponese in esposizione al corso

Quaderno

Quaderno giapponese in esposizione al corso

Il valore della conoscenza trasmessa

Non è certamente un caso fortuito che ci si trovi a proprio agio e in armonia con le persone che, come noi, apprezzano il valore della conoscenza perché ne riconoscono il senso e il sacrificio compiuto per ottenerla.

Per me questa è stata un’esperienza molto arricchente che mi ha permesso di conoscere un luogo sano di aggregazione e di prendere parte alla ricerca di un sapere prezioso.

Un sapere, quello della rilegatura, intrecciato a un’arte che – come mi diceva con voce comprensibilmente malinconica Inés – sta lentamente svanendo inghiottito dalla corsa al tutto e subito e a poco prezzo.

Il valore del poter acquisire qualche frammento di un sapere antico in grado forse di farci rallentare, di farci riprendere fiato e di tornare ad apprezzare le piccole cose, è inestimabile.

Fosse anche solo il passare le dita delicatamente sopra un filo rosso pazientemente intrecciato mentre dalla finestra filtra un raggio di sole pomeridiano.

Ringrazio di cuore Sabrina Bartolone dell’Associazione Sulla Parola e la maestra Inés per questo inestimabile regalo.

Biancorosso Giappone: la residenza dell`anima

Tradizionale cestino giapponese

Tradizionale cestino giapponese intrecciato

Sono appena entrata.

Il tempo di togliermi le scarpe e lasciarle qui nel mio piccolo 玄関 genkan, il tradizionale ingresso giapponese, e sarò subito nel cuore della mia nuova casa.

Delle morbide pantofole grigie attendono di accompagnarmi vellutatamente in giro per questo nuovo luogo ricco di novità, promesse ed eventi non ancora divenuti ricordi.

Gli esseri umani sono spesso strambi: aspettano con trepidazione il futuro, il non ancora avvenuto, ma temono il cambiamento ed edulcorano il disagio intingendolo nell’indugio.

Ci si aggrappa alle cose vecchie, al sentiero già percorso, agli abiti comodi che si lasciano indossare senza sforzo, ai sapori già noti, al ricordo rassicurante, ai luoghi limpidi e senza misteri.

E quanto ho indugiato io!

La mia vecchia casa, il blog dove è nato Biancorosso Giappone, era ormai scura.

Era una casa piena zeppa di ricordi, ma era ormai allo stremo. Era come un bicchiere contenente due o tre dita d’acqua in cui qualcuno si ostinava a voler dissolvere una quantità sempre crescente di zucchero.

Le imposte, corrose dalle intemperie e dall’inclemenza del tempo, sbattevano violentemente e il rumore da esse provocato mi impediva anche solo di riposarmi.

La corrente era stata staccata da tempo e gli ultimi scritti sono avvenuti così, a lume di una metaforica candela il cui tremolante bagliore illuminava il punto esatto dov’ero io creando uno spettrale inseguimento di luci e ombre. Luce qui e tenebre là.

Non era il frutto del sapiente manovrare dell’ombra di cui ci narra Jun’ichirō Tanizaki nel suo In’ei Raisan (titolo italiano: Libro d’ombra), un geniale volumetto dedicato alla vera estetica giapponese dove l’ombra si alterna alla luce in un delicatissimo gioco di spazi, nicchie, paraventi, porte scorrevoli e angoli dimenticati.

Era una piccola isola illuminata fiocamente e circondata da buie acque in cui nuotavano furtivi e minacciosi scuri alligatori.

In quel mare nero, le mie cose. Quello che di esse è rimasto. Cose che aspettavano una nuova dimora.

Testardamente non volevo abbandonare quel luogo credendolo depositario di Biancorosso Giappone, del mio scrivere, della mia arte.

La dispensa ormai non aveva più alcunché da offrire e quel poco rimasto placava solo i morsi della fame più violenti.

I traslocatori mi aspettavano incessantemente. Alcuni si agitavano, sbuffando, imprecando, oppure tamburellando nervosamente con le dita su qualunque superficie fosse disponibile. Altri, invece, mi attendevano seduti – chi per terra e chi su qualche sedia di fortuna – con quella solida e avvolgente pazienza di cui dispongono poche persone nell’arco della propria vita.

Ma una cosa è innegabile: erano e sono una squadra. Chi più indulgente chi meno, non hanno mai smesso di aspettarmi.

E incredibilmente mi hanno attesa fino a stasera.

Fino a quando, con la spossatezza nel fisico e l’estenuazione nella mente, ho aperto la vecchia porta cigolante e con imbarazzo, ma anche il desiderio di voltar pagina, ho lasciato che lentamente il mio sguardo incrociasse il loro e con un mio timido sorriso ho detto loro di essere pronta.

Loro non aspettavano altro.

Ho consegnato alle loro braccia forti ed energiche la mia prima scatola di averi, una scatola a cui ne sono seguite altre.

In cambio, mi hanno consegnato con gentilezza e garbo le chiavi della mia nuova residenza.

Questa.

Ed eccomi, dunque, qua.

Con la vecchia casa ormai alle spalle definitivamente e le scatole da disfare.

Dalle scatole spuntano cose tangibili e non.

Emergono il coraggio. Il cestino intrecciato di Yukiko-san. L’effervescenza della speranza che torna ad ardere. Le caramelle allo zenzero e mango di Ummi.

Caramelle zenzero e mango

Le caramelle allo zenzero e mango, dono di Ummi.

Sì, proprio quelle caramelline che mi fecero sorridere con quell’immagine di una radice di zenzero impegnata in una mossa degna di Bruce Lee. Una mossa decisa, come l’intensità e la tenacia della radice stessa.

Caramelle allo zenzero 1

Un simpatico Bruce Lee gingeresco.

Emerge una forza mai sparita del tutto e che tramuta una giungla di paura in un pacifico boschetto; fameliche tigri in buffi tigrotti di carta pasticciata da un bimbo annoiato; la minaccia di un furioso vento di Maestrale in un innocuo soffio come quelli che estinguono la fragile fiammella di una candela.

E` emerso il mio quaderno rosso sbiadito che mi aveva regalato Annalisa e su cui annoto disordinatamente e incostantemente le mie idee.

Quaderno delle idee e un prezioso libro di letteratura giapponese

Il quaderno delle idee e il libro di Ummi.

E’ emerso, con esso, anche un preziosissimo libro, sempre regalo della generosa Ummi: una dolce e incoraggiante mano che accompagna gli studenti più volenterosi in un viaggio nella letteratura giapponese moderna di Giles Murray.

Il pavimento è di legno profumato. C’è luce. Un’atmosfera accogliente mi annuncia, senza timidezze o cerimonie, che ora questa è la mia casa. Giungono carezzevolmente a me fili di incenso Mainichi-koh e con esso l’effluvio del Giappone che custodisco dentro di me in uno scrigno a cui i malintenzionati non possono accedere.

La nuova casa di Biancorosso Giappone. La residenza dell’anima di una scrittrice.

Acquose pennellate di un chiaroscuro dell’anima

Piccole cose belle

Piccole cose belle

Ricordo, con singolare nitidezza, la sensazione che mi accolse e mi accompagnò, in un soleggiato pomeriggio d’autunno, durante una mia passeggiata pigra e rilassante nei giardini del 明治神宮 Meiji-jinguu, a Tokyo. Inutile soffermarsi sui mille dettagli che attirarono la mia attenzione per la loro squisitezza: odori, sensazioni, forme e suoni.

Tutto intorno a me attraversava i filtri delle mie percezioni lasciando sempre un senso di malinconica felicità.

Un punto del vasto giardino che circonda l’antico edificio mi colpì.

Non vi era nulla in quel punto, se non un’aggraziata recinzione di legno e dell’erbetta curata.

Rimasi però affascinata da quell’angolo dove giocavano i raggi di un sole del tardo pomeriggio con i primi segni delle tenebre del tramonto. Era il contrasto fra luce e ombra, in quell’angolo solitario che mi dava l’impressione di essere triste e al contempo serena.

Da qualche parte, nella vasta scia punteggiata dalla miriade di cose perse, lasciate volutamente, sottrattemi oppure semplicemente dimenticate distrattamente chissà dove, vi sono alcune foto che scattai nel goffo e maldestro tentativo di catturare la sensazione provata.

Ma penso sia meglio non ritrovarle perché, le ricordo bene, non mostravano nulla se non un solitario appezzamento di terra in un pomeriggio qualunque.

La macchina fotografica, specie se usata da mani inesperte come le mie, non agirà mai da specchio alle sensazioni ricevute dal cuore. Anzi. Farà da secchio colmo d’acqua gelida che, versato su quelle emozioni non facilmente articolabili, ne spazzerà via ogni traccia.

E in una tranquilla e semplice sera d’autunno torinese, in una biblioteca di periferia circondata dall’oscurità di un muro fatto di alberi e case forse anonime, ho trovato sugli scaffali ben ordinati la versione italiana di 陰影礼賛 In-ei raisan, letteralmente sarebbe “L’elogio dell’ombra” di Tanizaki Jun’ichiroo.

Non amo particolarmente Tanizaki per vari motivi. La sua è una scrittura che porta il lettore ad esplorare confini della mente e dell’etica che io non voglio esplorare e che preferisco evitare. La sua scrittura mi trasmette angoscia e malessere.

Ma In-ei raisan è in una categoria a sè. Nelle sue pagine c’è poco o nulla del malessere che Tanizaki mi trasmette con le parole.

Leggendo In-ei raisan, a dire il vero, dimentico chi sia l’autore. L’autore diventa una voce senza volto e senza nome i cui pensieri, però, per la maggior parte si trovano allineati con tutto ciò che sento io e che tuttavia era relegato nell’angolo delle sensazioni non articolabili.

Non mi dilungherò sul libro e sul suo contenuto. A questo ci pensano già i vari siti di recensioni, di critica letteraria e via discorrendo.

Va precisato però che In-ei raisan è un tributo all’estetica giapponese e ai suoi canoni apparentemente piu’ volatili agli occhi occidentali.

È l’esaltazione della penombra rispetto alla luce abbagliante che sfalsa, acceca, involgarisce e sottrae, a chi osserva, ogni forma di contemplazione.

Tanizaki ci spiega come le lacche giapponesi, ad esempio, siano state create per luoghi dalla luce fioca perchè solo lì riescono a sfoderare il loro ventaglio di contrasti ebano, vermigli e dorati.

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Agli occhi occidentali una stanza tradizionale giapponese, una 和室 washitsu, appare spoglia e triste, ma in realtà e` tutto fuorchè spoglia.

Sono gli spazi vuoti dove la penombra gioca con sprazzi di luce delicata e scivolata attraverso i pannelli di carta delle porte 障子 shooji a possedere l`aggraziata bellezza che non possiamo – e non potremo – replicare addobbando ad nauseam una stanza con decorazioni e suppellettili cariche di colori e luci.

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Pur risultando a tratti schizzinosamente nazionalista, Tanizaki ci spiega ad esempio l’ineguagliata bellezza della carta giapponese che assorbe lentamente i raggi di luce anzichè respingerli come farebbe quella occidentale.

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L’autore dipinge un’immagine della donna giapponese dei tempi che furono e di come essa condusse sempre una vita riservata dove veniva protetta dagli sguardi estranei. La sua esistenza si srotolava essenzialmente fra le mura di casa, una casa ricca di stanze scure e di giochi tra luce e penombra.
E in quella penombra risaltava il candore della sua pelle, messa ancor più in evidenza dall’antica pratica dell’ o-haguro お歯黒 ossia dell’annerimento voluto dei denti attraverso una soluzione a base di ferro e aceto.
Certo, se cercate immagini di donne con o-haguro vi appariranno strane, strambe, addirittura inquietanti.

Nella cultura occidentale, in generale, il nero non viene associato a qualcosa di positivo. Nero spesso significa sporco, poco chiaro, non comprensibile.

Ma bisogna immergersi, anche se solo per un attimo, nella visione nipponica dell’epoca che vedeva la bellezza nelle lacche scure e in tutto ciò che aveva una laccatura nera.

E i denti, anch’essi laccati di nero, assumevano un grado di fascino e bellezza particolari.

E Tanizaki, a tal proposito, fa una riflessione che colpisce:

“forse erano quelle stesse donne (…) a secernere, dalle dentature annerite e dalle punte dei capelli corvini, le tenebre in cui vivevano.”

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Piccole cose belle

Limpidi mondi di un tempo che fu

Limpidi mondi di un tempo che fu

Mi è capitato, tra ieri ed oggi, d’immergermi in piccoli e limpidi mondi fatti di immagini semplici; di parole un po’ antiquate ma dolci come la carezza dalle mani di una mamma; di descrizioni composte e pulite, ma non per questo inamidate.

Mi è capitato, tra ieri ed oggi, di riscoprire un’infinitesima parte di quella letteratura per ragazzi che, forse e con sommo rammarico, sta scivolando suo malgrado in un oblio dove vengono relegate tutte quelle cose considerate ormai superate, démodé, meritevoli di un armadio e qualche bella pallina di naftalina.

Ad allietarmi e ad immalinconirmi anche un po’, il celebre Giornalino di Gian Burrasca di Vamba e un’opera decisamente più oscura della prima, ma non per questo minore in bellezza: Tre Monelli e un Teatrino di Manlio Mora.

Il motore di ricerca più famoso al mondo mi restituisce poche e scarne notizie su questo Mora.

Pare fosse originario di Parma, un poeta e addirittura un generale del Regio Esercito durante la seconda guerra mondiale.

Esistono ancora alcune copie dei suoi vecchi libri, soprattutto in sale di consultazione oppure attraverso antiquari o semplici rigattieri.

Senza farlo minimamente apposta, i due libri – venuti in mio possesso in due momenti temporalmente ed emotivamente lontani fra loro – raccontano entrambi, seppur con impostazioni differenti, le avventure di bimbi monelli e delle loro innumerevoli marachelle.

Vamba ci narra le rocambolesche avventure di Giannino Stoppana, detto Gian Burrasca, un bimbo dei primi nel Novecento che, combinandone davvero di tutti i colori, ci regala uno scorcio unico di vita in una famiglia toscana nobile di quegli anni.

Mora, invece, ci racconta le avventure di due piccoli monelli, due fratelli di nome Mario ed Enzo e della loro sorellina Dirce, appartenenti ad una povera famiglia dove i lussi erano ben pochi e dove bastava un’umile crosta di formaggio a far venire l’acquolina in bocca a questi umili bimbi.

A coloro che hanno la pazienza di rispolverare le letture dei ragazzi di un tempo, la ricompensa che trovano è quella di un linguaggio garbato, pulito, d’altri tempi ma non per questo noioso.

Vi sembrerà di affondare leggermente la testa in un mondo scomparso, dove ci si dava normalmente del Voi e dove – complice forse l’innegabile fascino di tutte le cose che sono state e non sono più – tutto sembrava infinitamente più genuino, sincero, cristallino e umano.

Le marachelle di Gian Burrasca nascono quasi sempre, infatti, dal desiderio in realtà di fare un favore, di facilitare qualcosa a qualcuno. Come quando, all’arrivo improvviso e inaspettato in casa Stoppani della vecchia zia Bettina, le sorelle del monello Giannino si sentirono enormemente infastidite perché sapevano che questa visita non attesa (e non gradita) avrebbe messo a rischio la riuscita della loro festa.
Gian Burrasca, allora, con cuore innocente decide di riportare all’anziana zia i commenti poco lusinghieri che le sue nipoti le hanno rivolto a sua insaputa. Così facendo, il monellino pensa ingenuamente di risolvere la situazione salvando capra e cavoli, ignaro ovviamente delle mille e disastrose conseguenze.

Un’indole decisamente più birichina anima invece le birbanterie di Mario ed Enzo che spesso si divertono a combinarle grosse semplicemente per il gusto di farsi un gran bella risata. Un pò come quando, nella bottega di Mastro Cesare, il loro padre falegname, decisero di versare della colla sopra una sedia su cui si stava per accomodare un uomo anziano e cliente del papà.

Vi lascio immaginare il resto della scena.

Curiosando nei mercati di cose vecchie, come può essere il nostro celebre Balon qui a Torino, oppure negli oramai numerosi negozi dell’usato che popolano le nostre città, vi può capitare facilmente di trovare molte opere risalenti ai primi anni del Novecento. Libri spesso di autori oscuri oppure eclissatisi dopo forse un breve periodo di gloria a noi troppo distante per poter rievocare un ricordo.

Ma sta proprio in questo il fascino. Il numero di autori viventi o defunti che abbiano pubblicato anche solo una parola è talmente grande da non poter forse essere quantificato. E quindi perché mai dovremmo soffermarci testardamente sui pochi e blasonati nomi riveriti da questa o quella persona? Chi ci dice che nei tanti libri di scrittori meno conosciuti o addirittura anonimi non possano celarsi delle piccole meraviglie, dei piccoli mondi vellutati, delle piccole cose belle?

Testimonianze autentiche di un passato, spesso ammonticchiate in polverose casse dove per ogni pezzo bastano pochi spiccioli.

Sempre dalla mia cara amica Dea, ho ricevuto il dono di parole sentite e bellissime.

Da lei ho ricevuto questa collezione di sue poesie che hanno la delicatezza di un giglio e la bellezza di un velo di seta sospinto da uno sbuffo di vento.

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In passato mi sono stati regalati libri di poesie, in varie occasioni, ma poche volte ho provato la sensazione sentita nel ricevere e poi nel leggere le parole di questi componimenti.
Sono stata trasportata, con forza, in una dimensione però delicata fatta solo di sentimenti che dall’anima vengono convogliati attraverso una penna ed il suo inchiostro.

Sono emozioni che prendono la forma di stille d’inchiostro su fogli di carta leggermente ruvidi.

Chiederò a Dea il permesso di riportare alcune delle sue poesie che ho apprezzato particolarmente affinché possiate leggerle anche voi.

Le piccole cose belle continuano nonostante tutto. Certo, perché noi non cessiamo di esistere anche quando si fa buio e a volte si ha paura.

Negli ultimi mesi la mia vita si è arricchita spiritualmente in maniera molto speciale e preziosa. Un giorno, forse, ve ne parlerò. Ma non ora.
E la mia vita adesso, ricca ora anche sentimentalmente, è rifiorita… come un campo che, inaridito da un caparbio sole, riceve acqua che lo rigenera reidratando le sue vene e il suo essere.

Negli ultimi due mesi o tre, però, la mia vita è stata un po’ come una mongolfiera che salendo sempre più su ha dovuto, a un certo punto, liberarsi di pesi, di zavorre. In realtà, a volte le zavorre si liberano da sole senza che sia tu a volerlo.

Ed è esattamente ciò che mi è successo.

Avevo un’amica a cui volevo molto bene. La stimavo particolarmente. Era una persona che ritenevo, senza ipocrisie, una delle migliori che avessero mai incrociato il mio scombussolato cammino di vita.
Era davvero un piccolo diamante. O così sembrava.

Ho il difetto, il grande, enorme difetto di sopravvalutare sempre le persone anche quando l’istinto mi dice che in realtà vi è qualcosa di bizzarro, di strano, di non del tutto chiaro.
Testardamente ignoro i campanellini d’avvertimento, considerandoli meri pregiudizi sciocchi.

Quei campanellini mi avevano avvisata in più occasioni, ma io ho sempre scelto di non prestar loro alcuna attenzione reputandoli fasulli o fuorvianti.

Ma le cose hanno un perché e anche le sensazioni.

Questa persona non mi era amica. Non lo era affatto.

Ma pazienza. Ha scelto di eliminarmi dalla sua vita come si fa con un vestito smesso, sparendo veramente dall’oggi al domani e negandomi addirittura la basilare ed elementare possibilità di un confronto dove, le persone mature di solito, si dicono sul muso quello che hanno in petto anziché scivolar via vigliaccamente nei meandri del quotidiano e del tempo che scorre.

Di vigliaccherie ve ne sono state già a sufficienza nella mia vita negli ultimi anni e quindi riceverne di nuove, soprattutto da chi si professava molto corretta e capace nella gestione del tempo e mille altre cose, lascia amareggiati e un po’ (tanto) sfiduciati.

Incassato il colpo ed ingoiatane l’amarezza, mi sono rialzata – anche se con meno fiducia nei confronti dell’amicizia – riprendendo il mio cammino.

Vi è sempre qualcosa di più bello dopo.

Leggete cosa scrisse Mora negli anni Trenta, nel libro Tre Monelli e un Teatrino:

(…)Non bisogna dimenticare, del resto, che l’idea informativa del bello e del brutto, nelle cose di questo mondo, il più delle volte non è che una manifestazione di soggettività determinata dalle condizioni di spirito colle quali le cose stesse vengono, ad un dato momento, osservate o sentite. La naturale, istintiva filosofia dei piccoli, aveva portato Mario – ad esempio – a tale grado di sensibilità, da non sentirsi veramente felice se non quando suo padre era in collera con lui, perchè – l’esperienza glielo aveva insegnato – sapeva che così non poteva durare molto a lungo: il maltempo, presto o tardi, la cede al suo rovescio: il sereno.

In questa foto, invece, si riassumono tre concetti:

  • Il desiderio, realizzabile chissà quando, di scrivere un libro. Motivo per cui acquistai quel quadernetto dalla copertina decorata in omaggio di antiche lacche giapponesi che ornavano vecchi 重箱 juubako di un tempo…con la speranza di riempirne le pagine con idee.
  • La signora di Malacca, di Francis de Croisset: un romanzo acquistato in un negozio di libri usati. Mi attirava il suo titolo attorno cui, nella mia testa, iniziai a costruire mille storie.
  • Un vecchissimo libro di cultura giapponese, in giapponese, regalatomi dalla mia amica Monica di ritorno da un suo viaggio nel Sol Levante.

Tre piccole cose belle.

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Tante piccole cose belle.

Come questo testo raro dedicato alle prime generazioni di sino-americani e scovato, una sera per caso, da Mercurio in Via Po.

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Oppure queste riviste giapponesi, di decenni fa, dedicate all’origami e trovate sulla caotica bancarella di alcuni signori, al Balon di Torino.

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Piccole cose belle come questo ストラップ sutorappu (pendaglio giapponese per cellulari o borse) ricevuto dalla mia amata amica Saku e su cui compaiono gli hiragana del mio nome:

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Le perdite non sono mai vane. Tutto ha sempre – sempre – un suo perché anche se a volte non lo si comprende subito.

Ma ad ogni perdita segue un una gioia sempre più grande del dolore che l’ha preceduta.

Cerchi di esistenza

bivio

Voglio scrivere di un pomeriggio, un pomeriggio che in realtà era come tutti quelli che lo hanno preceduto e quelli che lo hanno seguito.

Anche quella volta il giorno diede il cambio all’oscurità, il sole alla luna, le strade vive di vita alle strade solitarie della notte.

Il quotidiano faceva il suo dovere e ogni cosa, nel bene e nel male, era al suo posto.

Ma credo che dentro di me quel giorno ci fosse una desolazione simile a quella del deserto del Nevada che, per migliaia di miglia, accompagna il viaggiatore inizialmente ammaliato ma poi inesorabilmente tediato dal susseguirsi senza fine di sterpaglia.

Credo che quel giorno le mie gambe si muovessero per abitudine e non tanto perchè ci fosse bisogno di muoversi.

Non penso che quel pomeriggio rappresenti l’apice del mio dolore, ma certamente potrebbe pretendere il secondo posto sul podio.

Era il periodo in cui pensavo di aver perso tutto. Penso che se mi fossi vista dall’esterno avrei probabilmente gridato dallo sgomento nel realizzare che quel guscio con occhi, bocca, gambe, braccia aveva solo una mia parvenza ma non ero io di certo.

Ero sola in una casa che scelgo di non ricordare. Ero circondata a trecentosessanta gradi da un odore fastidioso di cose vecchie e maltrattate, di un fumo che non mi apparteneva, di stantio, di oggetti pregni di pianto, di ricordi pesanti, di parole malvagie.

Ero in una casa che, per alcuni bui e tetri istanti, ho quasi sperato diventasse la mia tomba.

Era stato teatro del mio baratro, del mio smarrimento fisico e mentale, di una mia tentata capitolazione che però non è avvenuta perché il desiderio di vita – la sopravvivenza a ogni costo – riesce ad avere la meglio anche quando l’abisso ha perso le sue tonalità verdi-blu per vestirsi di viola-nero.

Il dolore dentro di me viaggiava sulle ali di quello stesso vento che soffia sulla sterpaglia dell’interminabile Interstate 15 che unisce in un lungo abbraccio di cemento la California e il Nevada, fermandosi solo in presenza di qualche forma di vita.

Ma il dolore più era intenso e più ardui e patetici diventavano tutti i tentativi di vocalizzazione.

Avevo male e non sapevo dove trovare conforto. Mi sono sentita così sola e così sconfitta che qualunque direzione sarebbe andata bene. Era come trovarsi a un bivio su cui svetta un palo con appiccicati centomila cartelli con frecce che indicano un’infinità di destinazioni.

Ma io non sapevo dove andare e nemmeno m’importava, a dirla tutta.

Ancora non cercavo Dio, anche se come tutti gli esseri umani quando si trovano ad attraversare la strada del dolore, anch’io Lo avevo implorato affinchè ponesse fine a quel tormento.

Fu così che – non so nemmeno io nè perchè nè come – decisi di lavarmi la faccia, raccogliere i miei capelli disordinati in una coda frettolosa ma severa ed educatrice, mettermi le scarpe, infilarmi una giacca e uscire da quella casa che penso gioisse nel vedermi affondare.

Con quella porta scura e ammaccata chiusa alle spalle, mi sembrava di potercela di nuovo fare.

Iniziai a camminare, senza avere una meta. Credo di aver vagato per un lasso di tempo non facilmente quantificabile, ma poco importava.

Ero in un quartiere realmente anonimo, privo delle gradevolezze visive e delle coccole artistiche che adornano in genere i centri storici italiani. I miei occhi non sapevano a cosa appigliarsi, se non alle facciate scialbe di edifici incolori e malinconiche insegne al neon che sembrano comici intenti a intrattenere un pubblico inesistente.

Forse inconsciamente o forse no, arrivai ad una libreria di cui conoscevo l’esistenza ma che – fino a quel pomeriggio uguale a tanti altri – non avevo mai visitato.

Era la libreria Mondadori di Via Digione 23, a Torino.

Vi entrai trafelata e disorientata.

Iniziai a osservare famelica i titoli esposti, senza sapere cosa stessi cercando perchè non cercavo nulla in particolare.

Ero lì perchè soffrivo e in quel momento quella libreria mi sembrò un’oasi, un punto di ristoro spirituale, una sorgente dissetante e terapeutica.

Ho un ricordo sfocato del tempo trascorso dentro la libreria, ma ricordo chiaramente invece di esserne uscita con in mano un libricino intitolato “Lo zen del gatto” di Ludovica Scarpa. Lo vedete in un paio di foto qui, in questo mio articoletto dell’anno scorso.

Quel libricino, con le sue delicate parole e dolci illustrazioni, fu come un abbraccio in un pomeriggio in cui dentro di me sanguinavo a profusione mentre, tutto intorno, il mondo procedeva coi suoi soliti e inesorabili passi.

Sapete, Torino era un tempo la città italiana che vantava il maggior numero di case editrici e di librerie. Adesso le cose sono un pò cambiate (in peggio), ma gli angoli di carta sono ancora molti.

Tanti. Tantissimi.

Eppure, eppure…quando una coincidenza deve accadere lo fa senza tanti scrupoli e nemmeno tante moine.

Quando ho scoperto, infatti, che la presentazione del libro Tokyo Orizzontale di Laura Imai Messina  sarebbe stata tenuta proprio lì io, beh, ho sentito una stretta stritolante al cuore.

La presentazione era oggi.

E io, in quella libreria, non ci ero più tornata da quel lontano e normalissimo pomeriggio.

Ma non potevo mancare.

Del lavoro e una pioggia testarda mi hanno portata all’evento quando questo ormai era finito, ma sono riuscita ad andare a conoscere Laura, scambiare con lei due parole, acquistare il suo libro su cui mi ha lasciato una dedica non casuale e che poi forse vi riporterò.

Mi sentivo disorientata, ma con nel cuore una fiammella confortante.

Le parole di Laura sono state benefiche, dolci e non scelte a caso. Erano lì per me.

Quando poi ha consigliato ai presenti il mio blog dicendo che sono una persona molto giapponese, avevo il cuore che batteva forte ma al contempo mi sentivo serena.

Un paio di foto, un saluto di congedo che avrei voluto rimandare, e via di nuovo per le strade scure di quell’anonimo quartiere torinese, bagnato da una pioggia capricciosa e inconcludente.

Ma prima di andarmene, mi sono guardata intorno e ho immaginato di rivedere la Marianna di quel pomeriggio qualunque mentre, con la sterpaglia desolante nel cuore, cerca conforto in un mondo di carta e parole.

Oggi, in quella libreria, ho chiuso un mio cerchio.

Nipponiche scie d’affetto

blog4Gennaio è un mese strano: ha trentuno giorni eppure è come se ne avesse il doppio.

Davvero, sembra non finire mai.

D’altra parte non è certo l’unico mese del calendario ad avere trentuno giorni, ma lui è particolare. È come se le sue mezzore durassero un’ora e le sue giornate equivalessero a due.
Sarà forse perché, in questo mese, inevitabilmente mi ricordo che anagraficamente invecchio di un anno? Chissà. È probabile che sia questo inesorabile campanello che trilla ad ogni inizio anno a rallentare il ritmo di tutto il mese. O magari dovrebbe fare l’esatto contrario. Non so spiegarmi questo improvviso rallentamento temporale che però, varcata la soglia del palazzo del Principe Febbraio, sparisce all’istante.

Nonostante i tanti e spesso tragicomici incidenti con le Poste Italiane e lo spaventoso corriere SDA di cui basta nominare il nome per sentirsi pervadere da brividi di terrore, nella mia casetta sono arrivate preziosissime scie nipponiche d’affetto.

Regali speciali che racchiudono l’affetto ed il pensiero di chi li ha scelti, incartati amorevolmente e spediti al mio indirizzo.

Uno dei doni più recenti è stato quello da parte di Saku-chan e suo papè, Ishii-san. Un pacco gigantesco contenente tante di quelle meraviglie che penso ve le mostrerò a più riprese.

Il tema predominante di questo pacco erano gli 縁起物 engimono, ossia delicate statuine raffiguranti gli animali dello zodiaco cinese. Ogni anno corrisponde ad un animale. Il 2014 èl’anno del cavallo o 馬uma in giapponese.

Gli engimono equini regnavano sovrani nel pacco, tutti accompagnati dal loro personalissimo sfondo dorato, piedistallo o cuscinetto rosso e placchetta di legno.

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A me che non piacciono molto le statuine in generale, questi cavallini mi sono stati simpatici da subito.

Sugli sfondi pieghevoli dorati che accompagnano ogni cavallino, ecco brillare il kanji 寿 kotobuki, un ideogramma imbevuto di positività ed ottimismo. E’ il kanji di longevità, ma anche di festeggiamenti, congratulazioni, momento di festa e gioia.

Tra l’altro, è uno dei kanji che compone la parola sushi: 寿司 sebbene entrambi gli ideogrammi siano stati scelti per una questione principalmente fonetica…anche se, noto io, il sushi è un piatto che in Giappone spesso (non sempre) si consuma proprio in occasione di qualche evento positivo e che si desidera festeggiare!

Ecco 寿 kotobuki:

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Particolare molto grazioso della sella di uno dei miei nuovi amici equini:

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Ci sono le つる tsuru, ossia le gru di origami!

Siamo a gennaio, questo primo mese che apre le danze del nuovo anno e – per poter stare dietro a tutti gli impegni o date importanti che ci accompagneranno durante i trecentosessantaepassa giorni che ci aspettano, normalmente si ricorre ad un calendario.

I tempi moderni quasi ci spingono ad usarne la versione digitale, ma io continuo a preferire il calendario cartaceo, quello con le pagine che vanno girate ogni mese e su cui compaiono paesaggi o soggetti sempre diversi.

Ecco il magnifico calendario che ho ricevuto da Saku-chan:

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Con un calendario elegante così, sarà quasi un dolore annotarvi sopra qualsivoglia appunto!

Guardate che incantevole vista viene dedicata a gennaio! Lo riconoscete, vero?

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Continuo delicatamente ad ammirare tutti i doni in quella scatola, ma sono davvero tanti! Il cuore mi batte a mille e mi sembra di essere in un sogno.

Scorgo, ad un tratto, una busta…mi basta guardarla per lanciare involontariamente un gridolino di gioia ed incredulità!

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Capisco subito di che si tratta e quasi non riesco a crederci!

Capisco che Saku, co-fondatrice di Dadakko-ya, ha fatto fare su misura due timbri con il nome del nostro negozietto!!!

Guardate che meraviglia. Uno in verticale e l’altro in orizzontale:

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Nel pacco, vi erano altri timbri che Saku ha pensato potessero servirmi per il negozietto, ma ve li mostrerò un’altra volta.

In un’altra busta, però, ecco una preziosa scatola di 朱肉 shuniku, ossia di inchiostro giapponese color vermiglio usato proprio per i timbri, soprattutto quelli ufficiali per la firma (v. ハンコ hanko).

Ecco la scatoletta di 朱肉 shuniku accompagnata da un messaggio di Saku nella sua dolce calligrafia:

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Ecco il colore dello shuniku:

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Nel post-it verde, Saku mi ricorda che – essendo i miei timbri dei timbri giapponesi – è giusto che io utilizzi l’inchiostro giapponese.

Avevo una scatoletta di shuniku ancora inutilizzata, ma anche avevo acquistato in Giappone per il mio hanko.

Vi ricordate quando vi parlai del mio timbro? Proprio qui.

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Ed ecco di nuovo il mio fedele hanko che è ancora con me e con cui firmo tutto quello che ricevete da me, che siano lettere, biglietti, origami, ecc.

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Finirò di parlarvi dei doni di Sakura in un altro momento perchè ci metterei davvero tanto ad illustrarveli tutti.

Vediamo ora alcune scie nipponiche d`affetto da parte di Akiko-chan, la quale mi ha inviato tante piccole gemme e di cui vi mostro una parte:

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Questi sono お祝箸 o-iwaibashi, ossia bacchette per mangiare ma riservati alle feste e ricorrenze speciali.
Come vedete, eccoli adornati da 寿 kotobuki!

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Ecco una bustina di ゆかり Yukari, un tipo di furikake molto conosciuto in Giappone e a base di しそ shiso tritato.

 

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Ed un suo bento-ricettario…e che mi è bastato vedere per sentirmi stringere il cuore dall’emozione!

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Il libro è intitolato 粗食のすすめお弁当レシピ Soshoku no susume obentoo reshipi, ossia ricettario per bento a base di ingredienti semplici (e forse anche poveri, inteso come materie prime non troppo lavorate o pasticciate industrialmente. Sono ricette, queste, per creare dei bento sani e gustosi).

Vi parlerò del resto in un prossimo post, ma intanto ci tenevo a condividere la gioia nell`aver ricevuto queste meravigliose scie nipponiche d`affetto da parte di persone a me infinitamente care. Persone che non hanno mai smesso di volermi bene e che non hanno di certo lasciato che la distanza fisica intaccasse la nostra forte amicizia. Sono persone che, pur avendo di mezzo migliaia di kilometri, non hanno mai per un attimo cessato di starmi vicine e darmi sostegno soprattutto durante i momenti più dolorosi vissuti da quando sono ritornata in Italia.

Ogni loro dono, ogni loro gesto d`affetto, ha per me un valore incommensurabile e che forse non potrò nemmeno mai descrivervi.

Prima di concludere, però, vorrei scrivere ancora.

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Vorrei scrivere del grande Emilio Salgari, il famoso scrittore italiano divenuto celebre soprattutto per i suoi romanzi d`avventura come I misteri della jungla nera, Sandokan, I pirati della Malesia, ecc.

Fa un certo effetto scoprire che l`ultima dimora di Salgari è stata a poca distanza da casa mia. Fa effetto perché riscoprendolo mi sono sentita quasi come se lo conoscessi, come se avessimo fatto tante chiacchierate su mille viaggi e mille esplorazioni.

In uno di quei mucchi di libri a poco prezzo che ogni tanto s`incontrano nei supermercati, tempo fa scovai proprio L`eroina di Port-Arthur, una piccola perla di letteratura salgariana imbevuta ed ammantata di quel fascino mitizzato che il Lontano Oriente esercitava sugli Europei in un`epoca in cui ancora i viaggi oceanici non erano alla portata di tutti e approdare a terre così esotiche poteva essere solo un sogno o un raro privilegio concesso a pochi.

In questo breve ma prezioso romanzo, Salgari ci racconta una storia di tradimento, aspettative dolorosamente infrante, cuori spezzati irrimediabilmente, coraggio e orgoglio, tutto ambientato durante il conflitto russo-giapponese all`ombra del Monte Fuji o – come lo chiamava l`autore usando un vetusto nipponismo “Fusi-yama”.
Il racconto, che non rovinerò facendone un piatto riassunto, narra la storia della bellissima Shima, figlia di un potente daimyoo e del suo amore per Boris, un giovante tenente della marina militare russa.

Questo romanzo è puro incanto.

Aprendolo ed iniziando a leggerlo, mi è sembrato di ritrovarmi fra le mani uno di quei libri da bambini con paesaggi e castelli di cartone e che fuoriescono dalle pagine, con l`unica differenza che qui al posto di palazzi e boschi tridimensionali, vi sono le magiche parole di Salgari infuse di una bellezza narrativa strabiliante.

Ogni parola profuma di antico e sembra sfoggiare preziosi ricami di tempi che furono.

Ogni parola racchiude con forza il fascino che il Sol Levante aveva sugli Occidentali, in epoche dove la maggior parte delle persone non poteva che fantasticare su ciò che ci poteva essere o non essere in quelle terre lontane e ricche di misteri!

Quei pochi elementi che arrivavano dal Giappone venivano prontamente rielaborati e idealizzati, fino a stuzzicare l`appetito di poeti, scrittori, artisti che – con qualche descrizione frammentaria di una geisha-san oppure di un tatami – ecco che si riusciva a scrivere sognando.

Si dice che Salgari non riuscì mai a visitare i luoghi esotici da lui così amorevolmente descritti nei suoi romanzi e questo ogni volta non smette di infondermi un po’ di malinconia.

Dal suo appartamento qui di Torino, lo scrittore era solito prendere un tram che lo conduceva alla Biblioteca Civica Centrale dove poteva procurarsi tutte le mappe ed atlanti del mondo, sue preziose fonti d`informazione e spunti per la creazione dei suoi memorabili romanzi.

Leggete L`Eroina di Port-Arthur e verrete stregati dalla prosa di Salgari, delicata ma al tempo stesso ornata come piatti di Imari.

Vi sembrerà di vedere l`incantevole Shima mentre sconsolata appoggia il mento sulle mani pigramente aggrappate alla ringhiera del suo principesco balcone.

Vi sembrerà di vedere i vasi di pregio e le stoffe ricamate che abbelliscono la sua casa.

Vi sembrerà quasi di scorgere il volto severo e orgoglioso del Daimyoo, mentre ordina ai fedeli samurai di affilare le katana.

Appena cesserà questa pioggia ostinata e poco simpatica, andrò a fare due passi con l`intenzione di passare sotto casa di Salgari. Spero di trovare un piccolo bar dove potrò ordinare un buon caffè e berlo alla sua memoria.

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