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Ode allo Yokan

Nella densa incandescenza di queste giornate di fine luglio scrivo un’ode allo Yokan.

Uno scritto in onore dello Yokan oppure al sapore di Yokan?

Forse entrambe le cose. Anzi sì, tutte e due.

Uno Yokan a metà tra realtà e immaginazione.

Nel ferreo rigore di questo feroce caldo le ore sembrano veramente scorrere ad una velocità diversa dal solito. Flussi di tempo saturi che fluiscono con fatica mentre con difficoltà cerco di concentrarmi sulle pagine di un libro. Ma quelle pagine sono improvvisamente più spesse, quasi umide. Mi sembra quasi di intravederne i bordi leggermente ondulati, il che provoca in me un fastidio lieve ma pungente.

Cedo alle lusinghe di un breve sonno come onirica tregua alle roventi ore di veglia. Ma poi me ne pento. Quel leggero sonno si trasforma presto in un tormentato girarsi e rigirarsi che mi catapulta in un odioso dormiveglia.

Desidero una folata di brezza anche gelida. Qualsiasi cosa purché porti sollievo.

Mi perdo allora in una fantasia. Insomma, se non posso mandare via il caldo posso però immaginarmi il fresco. Posso rievocarlo con le emozioni.

Penso allora al buio, all’oscurità, a quel territorio dove i nostri occhi s’indeboliscono e devono fidarsi di altri sensi. Quel territorio che sfugge alla luce e ai raggi irosi di questo irremovibile sole.

E penso a Tanizaki.

In’ei raisan e lo Yokan

『陰影礼賛』In’ei raisan di Jun’ichirō Tanizaki. La poca luce della foto è certamente voluta.

In’ei raisan è un saggio che io chiamo casa. Lo conosco davvero come le mie tasche. O come casa mia. È una delle mie opere letterarie preferite in assoluto. Infatti non è un caso che sia stato oggetto d’indagine della mia tesi di laurea. Attraverso l’analisi approfondita di questo libro ho avuto quasi la sensazione di aver conosciuto Tanizaki. E in un certo senso è così.
In’ei raisan è un po’ il manifesto del mio sentire giapponese più profondo.

La traduzione italiana di In’ei raisan: Libro d’ombra. Traduzione di Atsuko Ricca Suga.

In un bislacco intrecciarsi di suggestioni, penso all’esaltazione dell’oscurità di Tanizaki mentre ascolto la voce struggentemente americana di Garth Brooks nella sua The Thunder Rolls.
Giappone e America. I miei due mondi. Le mie due dimensioni dove mi sono trovata intrappolata in un ciclo di fioriture, appassimenti. E poi nuovi sbocciare.

Dalle pagine di In’ei raisan

Nel 1933, anno di pubblicazione di In’ei raisan, Tanizaki così scriveva:

“Si dice spesso che la nostra cucina non bada tanto a deliziare il palato, quanto a lusingare con le seduzioni proprie alle arti decorative. Io penso che le sue composizioni mirino anche più in alto. Si direbbe che intendano sprofondarci in meditazioni silenziose. Nel suo romanzo Il guanciale d’erba, Natsume Sōseki lodò, per il colore, quel dolce di pasta di fagioli e zucchero che chiamiamo yōkan. Che cosa più dello yōkan, e della sua tonalità, possono indurre alle meditazione? Solo a metà trasparente, e come rannuvolata, la pasta somiglia alla giada. Dall’interno si sprigiona un chiarore di sogno, quasi una sorgente di luce solare, che la liscia superficie abbia risucchiata e inabissata nel centro del dessert. Quale, fra i dolci occidentali, potrebbe rivaleggiare con questo impasto, e con il suo sapore così complesso? Non certo la panna montata, infantile, superficiale, esuberante. Nella penombra di una stanza, disponete i blocchi dello yōkan in un recipiente di legno laccato: il suo fascino misterioso aumenterà; il suo colore delicato e indefinibile si sposerà perfettamente con le tonalità della lacca. Sulla punta della lingua, il liscio, il compatto e il freddo dello yōkan si combineranno armoniosamente, come se tutta la tenebra circostante si fosse fusa in un’unica massa.” (tratto da Libro d’ombra, pagine 25 e 26).

Il mio Yokan, assaporato in una semi-penombra. Accompagnato da un matcha nella mia solita tazza da Nodate, coi bordi dipinti di cielo. Ho seguito il consiglio estetico di Tanizaki servendo lo Yokan su un vassoio hangetsu (cioè a forma di mezza luna) di lacca.

Cos’è lo Yokan?

Proprio come ha spiegato Tanizaki, lo Yokan (o yōkan, nella traslitterazione corretta, quindi con l’allungamento vocalico sulla o), è un dolce di pasta di fagioli e zucchero. Si presenta come un blocchetto di consistenza gelatinosa.
È un wagashi ossia uno dei dolci tradizionali della pasticceria giapponese classica. La sua composizione è semplice.
Esistono diverse versioni di questo dolce dove l’elemento differenziante sono le proporzioni degli ingredienti:
練り羊羹 neri-yōkan contiene più gelificante e quindi ha una consistenza più soda;
水羊羹 mizu-yōkan contiene più acqua il che contribuisce a renderlo più fresco e dunque adatto all’estate;
蒸し羊羹 mushi-yōkan preparato senza gelificante. Al suo posto si usano alcuni amidi come quello di arrowroot. Il tutto viene poi cotto al vapore.

Illustrazione di un classico mizu-yōkan estivo.

Quali sono le sue origini?

Lo Yokan è uno dei dolci giapponesi più antichi. Si dice, infatti, sia stato introdotto in Giappone nel periodo Kamakura-Muromachi (1185-1573). Quello fu un periodo caratterizzato da enormi instabilità interne e conflitti. Fu però anche il periodo in cui fiorì la cultura sotto l’influenza del buddismo Zen. Molte delle arti classiche conosciute in tutto il mondo sono nate in questo tumultuoso ed effervescente periodo della storia giapponese. Si pensi al teatro Nō, all’ikebana, alla cerimonia del tè.

In quel periodo i rapporti con la Cina erano all’apice dell’intensità, in un rapporto di massima ammirazione del Giappone verso il millenario Regno di Mezzo. Erano gli anni dei grandi viaggi dal Giappone verso la Cina, alla ricerca del sapere. La grande Cina era modello di civilizzazione e di saperi avanzati in tutti i campi conosciuti dell’epoca.

Studiosi, avventurieri ma soprattutto i monaci erano i protagonisti indiscussi di quei leggendari viaggi. Si sapeva quando si partiva ma non quando si sarebbe potuti ritornare in patria. Alcune volte i viaggiatori ci impiegavano anni a ritornare. Altre volte, invece, il ritorno non sarebbe mai avvenuto.

Fu proprio un monaco di ritorno dalla Cina ad introdurre questa specialità in Giappone.

Ma c’è una curiosità piuttosto affascinante.

Un dolce che non era un dolce

I bellissimi caratteri che compongono il nome Yokan sono questi: 羊羹.

I caratteri non hanno bisogno di essere interrogati. Basta osservarli. Sono loro a raccontarci storie che a volte sembrano dissoltesi via da un sogno verso la dimensione di veglia.

I due caratteri, infatti, ci restituiscono due vocaboli curiosi: pecora e brodo caldo.

Nell’antica Cina si consumavano abitualmente solo due pasti al giorno: uno al mattino e uno alla sera. Però capitava che magari durante il giorno le persone trovassero ristoro in un piccolo spuntino leggero. Questi intermezzi gastronomici si diffusero soprattutto tra i viaggiatori della Via della Seta che, come si può immaginare, avevano bisogno di fermarsi spesso durante il tragitto per rifocillarsi.

Ebbene, al tempo del monaco che importò la ricetta in Giappone, i cinesi erano ancora abituati a questi due pasti principali inframezzati ogni tanto da spuntini che chiamavano 点心 tenshin (ovvero quelli che ora conosciamo col vocabolo cantonese Dim Sum). I tenshin erano e sono tradizionalmente accompagnati dal tè. Il nome in cinese indica qualcosa che tocca il cuore, che conforta, che ristora.

Tra i tenshin in voga all’epoca ce n’era uno a base di una leggera gelatina prodotta dalla bollitura di un brodo di montone.

Il monaco portò con sé la ricetta della preparazione di questo particolare tenshin ma, ovviamente, la riadattò perché fosse in linea coi precetti alimentari del buddismo zen che vietavano il consumo di ingredienti di origine animale.

Il riadattamento prevedeva l’uso di fagioli dolci, il che generò proprio lo Yokan come lo conosciamo noi oggi.

La ricetta

La ricetta dello Yokan è sorprendentemente semplice. Si tratta, in fondo, di un composto che viene unito ad un gelificante vegetale.

La difficoltà, tuttavia, sta nella realizzazione della marmellata di azuki che è molto più complessa e insidiosa di quanto non sembri.
E una buona marmellata di azuki realizzata correttamente richiede una certa esperienza ma è un qualcosa che sa regalare ricordi indelebili.

Marmellata di azuki e varie

In Giappone ho mangiato molte marmellate di azuki artigianali e casalinghe. Era un dono piuttosto comune e mi capitava abbastanza spesso di riceverne dei vasetti da amiche e conoscenti.

Erano tutte diverse, ognuna col tocco personale di chi l’aveva preparata. Alcune erano più dolci e spesse mentre altre viravano verso una dolcezza più sobria, più contenuta, quasi educatrice.

La migliore era la marmellata di azuki della signora Fusae. Me ne portava spesso dei piccoli vasetti, a volte come ringraziamento per le nostre indimenticabili lezioni pomeridiane d’italiano. La sua era veramente straordinaria: perfettamente equilibrata nella dolcezza e nella cremosità che a volte tendeva ad una leggera cristallizzazione.

Insomma, ho pensato che la via migliore per invitarvi a preparare il vostro primo Yokan senza impelagarvi nelle insidie della marmellata di azuki artigianale fosse quella di iniziare usando degli azuki bolliti.

Ossia questi:

Yude-azuki o azuki bolliti.

Gli azuki bolliti si trovano molto facilmente nei negozi di alimentari asiatici qui da noi. Li ho visti veramente ovunque, addirittura nel reparto etnico di qualche grande supermercato!

Quasi sicuramente troverete proprio questi della marca Imuraya.

Yude-azuki di Imuraya.

Gli yude-azuki sono azuki già bolliti al punto giusto. Sono già zuccherati e pronti da consumare. Sono la base ideale per preparare una buona marmellata di azuki senza sbagliare.

Della marmellata di azuki esistono due tipi principalmente: la 粒あん tsubuan e la こしあん koshian. La prima è la più rustica e grossolana avendo pezzi visibili di fagioli al suo interno. La koshian, invece, è la versione più raffinata in quanto liscia e priva di bucce. Quest’ultima è molto indicata per farcire dolci oppure per uno Yokan elegante.

Yokan: finalmente la ricetta

Con questa ricetta si realizza un blocchetto di Yokan adatto ad una pausa tè per due o tre persone.

La ricetta si divide in tre fasi: la preparazione della koshian, dello Yokan e dello stampo.

Preparazione della koshian:

Preparazione Koshian

Servirà una lattina di Yude-azuki da 200g (questo è il formato standard che si trova qui da noi). Aprirla e versarne il contenuto nella coppa di un frullatore ad immersione. Frullare fino ad ottenere una crema omogenea. Trasferire la crema in un tegame e far cuocere a fiamma bassa per circa dieci minuti. La crema si asciugherà parecchio. Attenzione a non bruciarla. Otterrete così circa 100g di koshian.

Preparazione dello Yokan:

Servono i seguenti ingredienti:

Ingredienti

100g di koshian
63ml d’acqua
4g di agar-agar in polvere

La procedura è semplice e veloce.

Preparazione Yokan

In un pentolino versare l’acqua e l’agar-agar. Mescolare bene con una frusta. Mettere a cuocere a fiamma media e portare ad ebollizione. Far bollire per due minuti. A questo punto stemperare all’interno la koshian. Mescolare bene e far cuocere per circa un minuto. Il composto ricorderà molto come consistenza la cioccolata calda.

Preparazione dello stampo:

Per lo Yokan servirebbe uno stampo apposito in metallo ma non è obbligatorio. Possiamo fare altrimenti.
È sufficiente un contenitore quadrato o rettangolare di vetro che rivestirete di pellicola per alimenti. È importante che la pellicola aderisca bene alla superficie interna del contenitore. Inumidire l’interno con acqua.

Preparazione stampo

Quando il composto dello Yokan sarà pronto, lasciarlo raffreddare per un paio di minuti dopodiché versarlo nello stampo rivestito di pellicola inumidita. Coprire e riporre in frigorifero per almeno un’ora.

Trascorso questo tempo, lo Yokan si presenterà come un blocchetto sodo. Tagliarlo nella forma che si preferisce e servirlo accompagnato da matcha, sencha o dalla bevanda che preferite.

Il mio Yokan pronto da tagliare.

In conclusione

Il mio Yokan è un mizu-yōkan quindi adatto proprio a queste temperature infuocate di questo periodo. In esso c’è tutta la magia estetica di Tanizaki nonché la struggente malinconia dell’estate giapponese con i suoi matsuri, i canti delle sue cicale, la prepotenza di quell’afa che sembra penetrare fin negli abissi dello spirito. E lo Yokan sembra proprio che risucchi la luce, come scriveva Tanizaki, per custodirla al suo interno.

E allora pare prender forma l’illusione di oscurità, di penombra, di tregua dal caldo. Di ristoro fisico e mentale.

Il mio Yokan casalingo, assaporato nell’illusione della frescura di una penombra piuttosto immaginaria.

Iroiro

Salsa di soia giapponese…a Torino!

Iroiro 色々 è il titolo che ho scelto per questo mio articolo di fine ottobre: un delicato aggettivo che in giapponese indica un assortimento, una varietà di cose, una specie di zibaldone.
Di natura iroiro, infatti, sarà questo mio scritto poiché conterrà una miscela di pensieri e notizie.

Questo mio iroiro coincide con il sōkō 霜降 che, secondo l’antico calendario solare di origine cinese, è il periodo tra il 23 ottobre e il 6 novembre. Il termine significa, all’incirca, caduta della brina ed è il momento in cui l’autunno comincia ad avvicinarsi alla sua fine per cedere il passo ai rigori dell’inverno.
In effetti, l’arrivo del sōkō è inconfondibile. Lo si percepisce quando primi sbuffi di aria gelida cercano di sfidare le finestre per intrufolarsi in casa di soppiatto.

Evocativa immagine cinese di Jin Ji, dedicata a sōkō. In onore dell’antica origine cinese del calendario agricolo ereditato anche dai giapponesi.

In questi giorni di sōkō, in un vecchio negozio di alimentari di Torino, ho trovato una magnifica sorpresa: una salsa di soia biologica proveniente dal Giappone. La marca è Clearspring, un’azienda londinese specializzata nell’importazione a marchio proprio di prodotti giapponesi di altissima qualità. In precedenza avevo già scritto qualcosa di questa azienda, soprattutto qui quando vi parlai del tofu.

Se c’è un ingrediente il cui sapore sa riportare davanti ai miei occhi il mio Giappone è proprio la salsa di soia. Molte delle salse di soia in commercio da noi, pur avendo marchi giapponesi come Kikkoman, sono in realtà prodotte in Olanda. Insomma, riuscire ad avere l’ingrediente originale ogni tanto è un piccolo lusso che ogni tanto cerco di concedermi.

Lettere per la pace in Vietnam

Il mio iroiro continua.
Sulle note dell’evocativa San Francisco di Scott McKenzie, ripenso ad una preziosa esperienza che ho fatto quest’estate.
La console onoraria del Vietnam qui a Torino, la professoressa Sandra Scagliotti, a inizi estate mi aveva affidato l’editing di una straordinaria raccolta: Lettere per la pace in Vietnam.

Un vero tributo alla pace!

L’estate torinese quest’anno è stata più rovente del solito. E non solo per il clima, naturalmente. Ho dunque affrontato i lunghi pomeriggi torridi dedicandomi a questa raccolta di appelli accorati che Ho Chi Minh scriveva con una sincerità disarmante a varie figure nel mondo. Parole che ancora adesso riverberano la sua buona fede.
In più occasioni, mi sono ritrovata con occhi pieni di lacrime e un’ammirazione per un uomo che riusciva addirittura a trovare parole di conforto per le madri di quegli stessi soldati francesi che martoriavano la sua gente.
A distanza di più di cinquant’anni dalla sua morte, splende ancora il suo sogno di pace.


Sono quindi molto orgogliosa di poter presentarvi questa raccolta alla cui realizzazione ho contribuito anch’io, seppur solo in fase di editing.

Riporto la descrizione riportata sul retro del volume:

“Il Presidente Ho Chi Minh (19 maggio 1890 – 2 settembre 1969), padre della nazione vietnamita, ha dedicato tutta la sua vita alla causa rivoluzionaria, nella convinzione che la questione della liberazione nazionale non riguardasse solo il Viet Nam, ma l’umanità nel suo complesso. Ho Chi Minh. Lettere per la pace in Vietnam raccoglie le missive che, negli anni 1945-1969, il leader indirizzò a vari capi di Stato, politici, militari, prigionieri, immigrati, giovani, donne (madri e mogli di combattenti); accoglie altresì messaggi e istanze rivolte alle autorità internazionali dell’epoca coinvolte negli Accordi di Ginevra per porre fine alla “sporca guerra” e restituire la pace al Viet Nam.

Potete acquistare il libro cliccando qui.

Un messaggio di pace in un momento buio.

Libri…dal destino!

Ancora adesso, a distanza di anni, avverto la mancanza della più bella libreria asiatica che abbia mai impreziosito la mia Torino: Mangetsu, in Via San Francesco da Paola. Un vero tributo all’Oriente, alla sua storia millenaria, alla sua ricchezza letteraria, al suo magnifico bouquet linguistico. Una vera dichiarazione d’amore a quella parte di mondo verso cui spesso volgiamo occhi sognanti e anche un po’ idealizzanti.

Ricordo ancora il giorno in cui, dopo aver appreso la notizia dell’imminente chiusura, andai un’ultima volta a salutare la libreria. Percorsi e ripercorsi la saletta centrale e mi persi nella montagna di libri ammonticchiati al centro, già etichettati con uno sconto d’addio. Ritornai anche nello stretto corridoio che collegava il locale principale alla stanza dei tantissimi libri in giapponese. Ogni volta che visitavo quello stanzino sognavo di poterci restare per ore, magari comodamente seduta su una poltrona tramite cui rifugiarmi nel mondo dell’immaginazione.

Sarebbero passati anni da quel giorno quando, attraverso imperscrutabili inanellamenti di serendipità, strascichi di quella libreria mi avrebbero raggiunta!

Mi ci vorrebbero pagine per raccontarvi le vicissitudini che mi avrebbero condotta ai tanti agognati libri di Mangetsu che, a mia insaputa, giacevano in un luogo, in mia attesa!

Vi mostro per ora uno dei volumi preziosissimi che, quel pomeriggio di metà settembre, mi aspettavano in un polveroso magazzino di Torino ovest.
Fuori l’aria si tingeva già delle prime gelide pennellate color blu di San Patrizio. Con quegli agognati libri gelosamente contenuti nella mia sporta di tela, assieme agli amici Rita ed Enrico ho poi assaporato un confortante caffè in un bar a poca distanza. Seduti a un tavolino esterno, quasi all’angolo tra due vie, quell’aria ormai fredda sapeva inequivocabilmente di autunno.

詳説日本史 Shousetsu nihonshi. Storia dettagliata del Giappone.

Un libro (nello specifico si tratta di un testo per le scuole superiori) molto dettagliato di storia giapponese che guida il lettore dall’antichità fino ai giorni nostri. Giorni nostri che in realtà corrispondono agli anni Novanta del secolo scorso, periodo di pubblicazione del libro. Edito dalla Yamakawa Shuppansha, con sede ad Uchikanda, Tokyo.

Ritornerò con altre serendipità libresche, con altre saggezze del vecchio himekuri e tutto ciò che l’ispirazione mi detterà.

Iroiro

Banzai. Guida al Giappone e alle sue guerriere

Ero nella mia amata galleria ottocentesca Umberto I a Torino a sorseggiare un matcha latte 抹茶ラテ preparato sorprendentemente ad arte da Avocuddle. Come avevo già fatto migliaia di volte nella mia vita, anche quel giorno i miei occhi si beavano dell’eleganza di quella galleria progettata nel puro stile dei passage parigini.
Ed ecco arrivarmi un inaspettato messaggio che sapeva di Giappone e di guerriere.

Un giapponesissimo matcha latte…nel cuore di Torino!

A scrivermi il messaggio è stata Elisabetta Percivati, in arte Epi, una giovane illustratrice torinese con il talento per il disegno e il racconto. E una passione travolgente per i viaggi.
Tre ingredienti che Epi è riuscita abilmente ad intrecciare fra di loro dando vita ad uno stile narrativo distintivo e riconoscibile.
Devo ammettere che non conoscevo Epi e nemmeno il suo lavoro. Eppure in pochi istanti ho colto la preziosità del suo messaggio.

Dall’Islanda al Giappone

Infatti, Epi inizia a filare il filo della sua magica narrativa visivo-emotiva con Takk. Perdersi in Islanda, un tributo d’amore a una terra dove l’autrice si ritrova per motivi di studio e di cui finisce per innamorarsi. Uno scrigno di ricordi, sensazioni, esperienze e insegnamenti che Epi sapientemente crea con le sue illustrazioni e i suoi racconti.

Ecco come Becco Giallo, il suo editore, presenta Takk. Con queste parole:

Un viaggio in Islanda, un reportage sulla storia e sulla cultura islandese dove convivono antichi elfi e moderni lupi.

Una giovane fumettista italiana finisce per errore in Islanda, e se ne innamora perdutamente. Seguono quattordici anni di vita e ricordi minuziosamente raccolti in questo libro, che parla a tutto tondo di una nazione dagli occhi di ghiaccio e dal cuore di lava.

Uno degli ultimi paradisi perduti, ammirato dal resto del mondo eppure non privo di scheletri sepolti
nell’armadio, di notizie occultate, corruzione e inchieste ambientali internazionali.”

La filatura dell’ammaliante tessuto narrativo prosegue con l’opera per cui Epi mi ha scritto. Un salto geografico che va dall’Islanda al Giappone per giungere al suo incantevole Banzai. Guida al Giappone e alle sue guerriere.

Banzai. Guida al Giappone e alle sue guerriere

Lo splendido viaggio cartaceo di Epi nel Sol Levante

Con questo generoso volume, Epi ci prende delicatamente per mano e ci accompagna nell’esplorazione di questo suo diario di viaggio. Un resoconto appassionato di un suo viaggio in Giappone che però diventa viaggio per chiunque apra la prima pagina.

Un viaggio…di carta!

Devo confessare di non essere un’esperta del fumetto. Da bambina, come penso tanti della mia generazione, ho amato i fumetti della Disney, le avventure di Braccio di Ferro come anche le storie di Cucciolo, Beppe e Tiramolla di Rebuffi. Da adolescente non avrei voltato le spalle a questi classici senza tempo ma avrei allargato i miei orizzonti scoprendo il fascino irresistibile dell’investigatore dell’incubo di Tiziano Sclavi: Dylan Dog.
A quest’ultimo assocerò per sempre il ricordo di una piccolissima e stracolma libreria dell’usato, nel mio quartiere di periferia a Torino, dove compravo i fumetti di seconda mano del tenebroso detective a duemila lire. Una libreria, ormai scomparsa e inghiottita dal tempo, dove i libri avevano piano piano reclamato ogni cm di spazio, un po’ come rigogliosi rovi reclamano un vecchio edificio.

Nei miei anni in America, poi, avrei proseguito nella mia modesta scoperta del fumetto attraverso le nostalgiche storie di Archie, un personaggio a cui sono affezionata ancora adesso.

In Giappone, invece, mi sarei ritrovata circondata da un’infinità di possibilità fumettistiche. Non solo: avrei scoperto quanto più ampio e più variegato fosse (e sia tutt’ora) il pubblico amante di questo genere artistico-narrativo che invece da noi è comunemente associato all’infanzia e all’adolescenza.
Nonostante tutto, avrei sempre mantenuto un distacco dato forse da una sorta di soggezione. Chissà.
Però nei miei lunghi pomeriggi nipponici, specialmente quelli nel mio accogliente e profumato studio al piano di sopra, mi sarei persa nelle avventure senza tempo di Doraemon, Yotsuba-to, Sazae-san e Kobo-chan.

Ma il diario di Epi non si sarebbe rivelato un semplice fumetto qualunque: avrei scoperto in esso ben di più.

Il viaggio di Epi e le sue guerriere

Il programma. Foto volutamente un po’ sfocata perché questo è un viaggio soprattutto dell’anima.

Nello sfogliare curiosamente prima e nel leggere attentamente poi il diario di Epi, ecco accompagnarmi una sensazione: quella del viaggio come esperienza fisica e spirituale. Non una mera avventura vissuta tramite un racconto di altri quindi con frapposta la naturale distanza tra narratore e lettore. Qui si percepisce, invece, l’emozione elettrizzante della scoperta e riscoperta.
Per me, poi, che col Giappone mantengo un legame vivo e sentitissimo, viaggiare con Epi è stato come tornare a casa.

Una pagina d’assaggio

Dalla partenza all’arrivo e poi dall’inizio di tutto all’adesso. E tutto ciò che vi è nel mezzo.

Il viaggio di Epi, e di conseguenza il viaggio di chi legge, segue un preciso tema nonché percorso: le storie di donne giapponesi lontane e vicine che sono riuscite a lasciare un’impronta e un messaggio forte in un Paese tradizionalmente maschilista.

Un filo rosa

Un altro assaggio

Un filo rosa, dunque, tiene uniti i momenti di questo patchwork esplorativo quasi magico alla scoperta di donne coraggiose, intraprendenti, anticonformiste e forse semplicemente depositarie di intriganti intuizioni.
L’esplorazione assieme a Epi è a volte così accurata e realistica da commuovere. Come ad esempio quando ci si trova nei dintorni dell’immensa e trafficatissima stazione ferroviaria di Shinjuku oppure accomodati in un kaiten-zushi. L’accuratezza delle illustrazioni restituisce al lettore un’emozionante sensazione di essere proprio lì. Si sentono i rumori del traffico cittadino, i segnali acustici dei semafori, i concitati richiami registrati dei negozi verso i clienti, gli irasshaimase gridati con vigore. Si percepisce il profumo del pesce fresco mescolato a quello del sencha bollente; la fragranza dolciastra delle caldarroste e dei taiyaki.

Viaggio dell’anima attraverso un sentiero di carta

Epi porta a conoscenza dei suoi lettori nomi delle guerriere che spesso sono sconosciuti a tanti italiani. Ci parla della straordinaria cantante Misora Hibari, della designer Mari Murata, dell’acclamata attrice Sadayakko (a tal proposito vi rimando anche alla biografia che Lesley Downer le dedicò: Madame Sadayakko: The Geisha Who Bewitched the West), della donna samurai Tomoe Gozen e tante altre donne del Giappone antico, moderno e contemporaneo che in qualche modo hanno cambiato il corso della storia.

Un percorso originale, carico di emozioni e da cui traspaiono l’intensa passione che ha animato questo progetto.

Un messaggio di fiducia

Un messaggio di fiducia

Ho accompagnato Epi e ho viaggiato assieme a lei attraverso questa navicella di carta che tutti accoglie e nessuno esclude. In essa ho rintracciato un modo con cui attingere dal coraggio e dalla determinazione di chi ci ha ci preceduto, distante o vicino che sia sulla linea del tempo. Poco importa. E nell’epoca di stravolgimenti e capovolgimenti che stiamo vivendo, qualunque tributo al coraggio è ben accetto.

Banzai. Guida al Giappone e alle sue guerriere

Acque profonde

Quando lo sguardo si posa con dolce riverenza sullo scorrere lento di un corso d’acqua ecco che questi colgono un invisibile sollievo.

E’ la virtù balsamica che fluisce copiosamente da ogni angolo del creato. E’ la fonte rinvigorente per occhi e spiriti stanchi.

Sto piano piano riavvicinandomi a questo mio blog perché è un’amata tavolozza su cui tracciare liberamente schizzi di parole a cui affidare, almeno in parte, il mio malessere. In parte perché a volte il vortice di emozioni sembra sottrarsi a qualunque tentativo di cattura. Come una bolla di sapone che sfugge e poi svanisce nell’aria.
Quanta incertezza e quante fratture. Quanta paura e confusione.

Acque profonde

Questo spazio dedicato alle saggezze di un vecchio Himekuri sta diventando un piccolo momento di sollievo e contemplazione. Uno spazio senza pretese che però mi sta traghettando risolutamente via dal vorace mulinello dei social.

Su ogni pagina di questo vecchio calendario himekuri intonso ecco proverbi, modi di dire, frammenti di saggezze passate ma inalterate.

La saggezza di oggi è un proverbio trovato sulla pagina di sabato, 1 agosto 2015.

深い川は静かに流れる
Fukai kawa wa shizukani nagareru

Traduzione
Il fiume profondo scorre quietamente.

Sono parole che, a pennellate di agili flutti, dipingono una persona che esteriormente è calma e pacifica ma che al suo interno custodisce (o nasconde?) una profondità di emozioni e pensieri. E’ qualcuno talmente immerso in una propria e continua contemplazione da apparire quieto, pacato e silenzioso.
Questo ritratto inevitabilmente mi fa pensare alla proverbiale acqua cheta che rovina i ponti e che riesce a sorprendere proprio per la sua inaspettata reazione ed esplosione.
Ma mi fa anche pensare alla profondità e carattere di chi parla poco e che è in netta contrapposizione alla petulante garrulità di chi ciancia soltanto.

Acque basse come tratto distintivo degli eccessivamente loquaci.

E in questo momento così dolorosamente destabilizzante ecco che il pensiero ritorna alla maestosità delle profonde acque zaffiro e alla ricchezza di pensiero che queste suggeriscono all’animo scosso.

Marianna

Fiorire, nonostante tutto

Le pagine di questo mio vecchio himekuri ancora intonso profumano di carta vergine, di polvere e di tempo. Aiutandomi col pollice faccio scorrere velocemente queste pagine e quel ritmo rapido sembra divorare tutto, parole e illustrazioni.

Allora rallento e piano piano mi fermo casualmente su una pagina.

Martedì, 3 febbraio 2015.

Vediamo insieme la saggezza di quel giorno e che, come da nuova consuetudine di questo neonato spazio, vi consegno nella sua elegante forma originale accompagnata da una mia traduzione e riflessione.

Fiorire, nonostante tutto

Ci accompagna nuovamente l’aggraziata calligrafia del Maestro Nagayama Norio che indubitabilmente abbellisce ancora di più questo splendido 諺 kotowaza o proverbio del 3 febbraio 2015.

E questa volta, come sfondo, una vecchia fotografia che scattai nella mia casa di Sagamihara, in Giappone. E quello che vedete appoggiato alla parete è proprio lui, il volto storico e ufficiale di Biancorosso Giappone. La mia amata maschera Ko-omote diventata simbolo e volto narrativo della mia voce.

踏まれた草にも花が咲く
Fumareta kusa nimo hana ga saku

Traduzione
Fiori sbocciano anche nell’erba calpestata

Quanta tenacia in queste parole! Esse catturano tutta quella forza che scorre con impeto soprattutto nei momenti più tetri dell’esistenza. Quel vigore cieco che nasce dalla disperazione, dall’angoscia nell’assistere al livello dell’acqua che sale sempre più su. Quella determinazione radicale che trae carburante dall’umano desiderio di sopravvivenza.

Credo che ognuno di noi abbia da raccontare almeno una storia di fioritura avvenuta contro ogni previsione.

Dal Giappone a qui sono dovuta rifiorire molto molto lentamente, più volte. Sbocciature sorprendenti, a posteriori soprattutto, perché avvenute in terreni che affogavano sotto il peso di acque stagnanti o sotto la soffocante malevolenza di rovi.

Eppure sì, sono rifiorita. Nonostante tutto.

Marianna

Oggi e domani

Ha ufficialmente inizio questo nuovo spazio intitolato Saggezze di un Himekuri, annunciato la volta scorsa qui.

Questo spazio vuole essere una pausa di respiro in questo momento di eccezionali stravolgimenti dove, ne sono certa, in tanti abbiamo avuto un assaggio di una paura che non conoscevamo. Un sorso denso di ombre che non credevamo neppure esistessero.

Vuole anche essere però un invito alla riscoperta dei blog, del piacere sublime di raccontare e farsi raccontare. Una maniera calma e posata con cui divincolarsi, almeno in parte se non del tutto, dalla forza livellante ed esasperante dei social.

Come già anticipato, vi presenterò periodicamente alcune saggezze scelte a caso da un vecchio himekuri. Ognuna sarà tradotta e accompagnata da un mio commento e riflessioni.
Vi consegnerò ognuna di queste saggezze assieme alla speranza che partecipiate con i vostri pensieri.

Oggi e domani

Nello scegliere a caso una pagina dello himekuri, ecco a noi un 諺 kotowaza, ossia proverbio o modo di dire, che ci regala il giorno 19 aprile 2015 (domenica), vergato negli eleganti tratti del calligrafo Nagayama Norio e che ringrazio per il font:

今日考えて明日語れ
Kyou kangaete asu katare

Traduzione
Rifletti oggi e parla domani

Un invito cristallino e piacevolmente diretto (il verbo kataru espresso nella sua forma imperativa katare pone l’accento proprio su questa franchezza) alla riflessione prima di qualunque cosa.
E’ un detto che ricorda quel modo di dire nostrano che ci esorta ad azionare il cervello prima di mettere in moto la lingua.

Un ammonimento gentile che sembra particolarmente rilevante ora più che mai, in quest’epoca dove le voci più prepotenti, seppur spesso solo roboanti ma prive di contenuti, hanno il sopravvento sul resto. Soprattutto ora dove in tanti sembrano solo parlare senza ascoltare e dove di frequente il dialogo è ennesimo esempio di comunicazione a senso unico.

Riprendiamoci con fermezza il lusso di riflettere e ponderare, senza cedere all’invitante tentazione della parola istantanea che deruba il pensiero della sua profondità e lo relega in un angolo di volgare banalità.

Marianna

Saggezze di un Himekuri

Accompagnata dalla riflessione sonora di Paul Simon nella sua straordinaria e rilevante Peace Like a River, riprendo in mano questo mio amato blog. Ma questa volta con una grinta diversa, rinnovata e arricchita di un’effervescenza che può solo nascere dal fermento.

Si deve ritornare a scrivere. Per davvero. Liberamente. Senza tutte quelle imbrigliature che hanno complicato la comunicazione degli ultimi dieci anni, suppergiù. Via dalle miliardi di regole che ingabbiano il narrare spontaneo per poterlo confezionare e renderlo commercialmente appetibile.

Ma soprattutto, lontani dai social che ci hanno famelicamente inghiottiti.

E non ce ne siamo neppure accorti.

Si sono cibati di noi, delle nostre energie, dei nostri pensieri, delle nostre forze, dei nostri occhi, persino del nostro sonno. E in cambio ci hanno restituito complessi, apatie, malsani desideri di competizione, invidie, litigi, ripicche, censure. Generosamente ci hanno ricoperti di insicurezze, insoddisfazioni, deboli concentrazioni.

Qualche beneficio sì ma a caro prezzo.

Ho assistito casualmente a lezioni di fotografia per Instagram dove era tutto finto e dove, al termine degli scatti vincenti, il cibo e le bevande venivano impietosamente gettati nella spazzatura poiché meri arredi scenici.

Vaneggi sugli algoritmi delle piattaforme in grado di sancire o meno sodalizi. Numeri apparentemente in lievitante crescita di esperti di social che sembrano disporre di una riserva infinita di strategie su come e cosa dire. E a che ora.

Una insidiosa trappola fatta di facile condivisione e di rapido ed ipnotico scorrimento di migliaia di quelle che gli anglosassoni etichettano come eye candy.

I social vanno dosati se non li si può eliminare tout court.

E’ ora di ritornare a scrivere. A narrare veramente. Qui. A casa mia.

Antidoti

In questo anno e mezzo di epocali sconvolgimenti, confusione, paure palpabili e in grado di depredarci addirittura del desiderio di vivere, cosa si può fare?

Pensare con la propria testa. Dobbiamo riprendere possesso delle nostre capacità di analisi e critica. Ho la nausea di VIP, influencer, dei personaggi più disparati e che a vario titolo dispensano dall’alto lezioni di qualunque cosa.

Chi di voi è attento capirà perfettamente a cosa mi stia riferendo. Non ho bisogno di insozzare le pagine di questo mio prediletto blog per spiegare, condividere (magari nella speranza di appoggio) le mie posizioni su quanto sta avvenendo. Non mi interessa farlo.

Le saggezze di un Himekuri sono un mio antidoto a questo tsunami che ha micro e macro-travolto le nostre vite.

Saggezze di un Himekuri

Lo 日めくり himekuri è un calendario composto da un foglio per ogni giorno dell’anno. Al termine della giornata si strappa il foglio e si lascia spazio alla nuova pagina.

Anni fa Akiko mi regalò un himekuri per l’anno 2015 ovvero il ventisettesimo anno dell’ormai passata era Heisei. Anno anche di rinascita di Biancorosso Giappone in questa nuova veste.

Mi dispiaceva però l’idea di usarlo strappandone le pagine e decisi così di conservarlo. Sulle sue pagine sono riportati dei proverbi, modi di dire, consigli di una saggezza che sarebbe ora riscoprissimo. Sono inviti alla riflessione e all’apprezzamento delle piccole cose. Sono incoraggiamenti, piccole pacche sulla spalla, veloci pennellate d’ironia.

E così Biancorosso Giappone riprende a respirare con le Saggezze di un Himekuri e che pubblicherò soltanto qui sul blog. Ci saranno ogni tanto dei promemoria su Instagram e Facebook ma i contenuti saranno qui e qui dovranno essere assaporati.

Sceglierò a caso dallo himekuri il proverbio da proporre, lo tradurrò, lo commenterò e lascerò a voi lo spazio per riflettere e – se lo desidererete – esternare le vostre sensazioni in merito.

Marianna

Il dolore di scrivere

Scrivere alle volte è un’esperienza dolorosa che ti costringe a prendere in mano un groviglio che invece vorresti solo riporre in uno dei cassettini della memoria, magari con la speranza di non doverlo più riaprire.

Ma può essere anche liberatorio proprio perché ti obbliga ad affrontare, a testa alta e con coraggio, quel groviglio che pian pianino sbroglierai, filo dopo filo, fino a ritrovarti con una matassina liscia e ordinata.

Con la tenace incostanza che mi caratterizza, sono di nuovo qui su questo mio amato blog a scrivere.

Scrivere per preservare e perseverare

Non conosco altro modo che questo per proteggere il ricordo di persone, luoghi e momenti e tutto quell’apparato di conoscenze che da essi ho tratto.
Scrivo per preservare.
Nel 2006, quando iniziai a scrivere raccontando il Giappone, avevo in mente una sorta di diario personale da sfogliare a posteriori, magari nei momenti di nostalgia. Un diario che avrei voluto rileggere per non dimenticare ma che alla fine è stato letto e riletto da migliaia di persone tranne che da me.
E’ una cosa bizzarra: scrivo per preservare ma, contemporaneamente con l’apparire delle lettere sullo schermo, mi accorgo che il ricordo è lì, vivido e brillante. E allora forse scrivo per preservare…per gli altri.
O per me stessa se mai un giorno i colori della mia memoria dovessero sbiadire mesciandosi con le acque dell’incognito.

E allora scrivo anche per perseverare.

Immediatezza e irrigidimenti

L’immediatezza offerta dai social è direttamente proporzionale al complicarsi delle regole che ormai sembrano irrigidire questa immensa rete; una rete che un tempo traeva la propria linfa dalla pionieristica creatività di tanti che costruivano grandi cose, con in mano pochi e rudimentali strumenti.
Una volta bastava un blog attivo su una piattaforma gratuita qualsiasi per creare e condividere. Anche adesso è ancora possibile ma è tutto così stramaledettamente più complesso e appesantito da strategie, hashtag, calendari editoriali, posizionamenti, statistiche, esperti che ti bombardano di consigli su come, cosa e quando pubblicare.

Sì, anche a costo di sembrare un’inguaribile sentimentale ingabbiata in patetici anacronismi, vi dico che prima era più semplice scrivere; era più facile narrare ad altri e lasciarsi trasportare dai racconti di persone sconosciute ma che si affidavano al potere, dinamico e talvolta crudo, della parola scritta.
Adesso dobbiamo pensare alle valanghe di pubblicità e sponsorizzazioni che sono riuscite a corrodere efficacemente la credibilità di un’opinione; adesso dobbiamo pensare alla privacy e ai cookie, ai plug-in, alle indicizzazioni, agli algoritmi e al SEO.

Io mi sento spesso disorientata e anche molto indietro, quasi come se non riuscissi a prendere fiato.

Niki e l’ingegnere di Gurgaon

Con nostalgia ripenso a quanto mi sia dissetata da quella linfa creativa di blogger della metà degli anni Duemila che scrivevano per pura passione e per il desiderio vero di raccontare. Come i racconti rocamboleschi di Niki e del ristorante italiano che gestiva, assieme al suo amato Dario, in Nepal affrontando situazioni politiche tesissime, mentalità incomprensibili e il cronico scarseggiare di acqua potabile e frutta fresca.

O come gli aneddoti che, con esilarante ed effervescente verve, raccontava un ingegnere italiano finito, contro la sua volontà, in trasferta a Gurgaon in India. E allora, per non soccombere all’avvilimento del doversi trovare a vivere in condizioni impensabili dove persino avere una fornitura elettrica diventava fonte di infiniti grattacapi, ecco che l’antidoto stava nel trovare il lato comico e narrarlo.

Dipinti di parole

Leggevo gli scritti profondi e taglienti di Niki che magistralmente dipingeva un mondo a me del tutto inedito e non poi così attraente, di un Nepal dove il male di vivere era all’ordine del giorno. Leggevo dei loro incredibili slalom tra compromessi e sabotaggi per riuscire a importare prodotti per il ristorante. Ricordo quanto soffrisse Niki nel non poter mangiare verdura fresca e della sua incrollabile fede della medicina tibetana, forse unico sollievo in quella terra di limiti. Leggevo tutto questo mentre, dal mio accogliente e moderno salotto di Sagamihara, sapevo di avere a disposizione acqua potabile e i migliori generi alimentari che potessi desiderare.

Con risate soffocanti, mi godevo i racconti umoristici dell’ingegnere di Gurgaon che invece dipingeva un’India lurida, corrotta fino al midollo, imbrigliata in un maleodorante vortice di superstizioni ed ignoranza. Un mondo caotico dove l’unica regola del gioco era sopravvivere in un oceano di esseri umani addossati l’un all’altro. Ogni volta, pur ridendo grazie al suo lodevole espediente anti-avvilimento, emergevano immagini che sembravano così lontane da quelle proposte da e all’immaginario collettivo di un’India spirituale, selvaggia e selvatica, mitica, impregnata dell’energia vitale del mondo, magica e profonda.
Forse erano vere entrambe. Chissà.

Leggevo i suoi scritti di orrori, di grettezze, di carenze mentre mi trovavo in uno dei Paesi più puliti e più imbevuti di un garbo civile dai livelli a volte fiabeschi.

Avrei capito col tempo che gli apparati esperienziali non si escludono a vicenda ma possono essere lati di una stessa medaglia.

Alessandra

Mentre nasceva e cresceva Biancorosso Giappone, io mi nutrivo instancabilmente di questa ricca linfa creativa, viva e scevra di complesse strategie e pianificazioni.
Mi dissetavo con i racconti confortanti e imbevuti di bella italianità che provenivano dalla cucina di Alessandra. Condivideva, con delicatezza e umiltà, le sue ricette riuscendo incredibilmente ad arrivare a me grazie ai profumi della sua tavola.
Le sue parole sapevano medicare le piccole ferite da nostalgia di casa che mi tormentavano a volte quando, in quella mia grande casa di Sagamihara, calava l’oscurità e il silenzio era rotto solo dai rami di gingko che sfregavano i vetri delle mie finestre.

Alessandra scriveva di ricette e di quotidianità e lo faceva con spontaneità, senza tutto quel carrozzone fatto di recensioni fasulle, di Masterchef, di influencer, di set fotografici da rivista patinata.

In quel curioso avvicendarsi di eventi inaspettati che è la vita, i nostri ruoli si sarebbero ribaltati: io sarei ritornata nella mia casa anagrafica che è l’Italia mentre lei si sarebbe trasferita, assieme alla famiglia, dall’altra parte del globo.

Reminiscenze

Riflettevo da tempo sull’evoluzione del mondo dei blog perché in qualche modo devo spiegare questo senso di smarrimento che mi attanaglia quando mi rimetto qui sul blog. Non dovrebbe essere così perché questa è la mia casa su Internet, perché Biancorosso Giappone sono io. Ma è come se non riuscissi a stare dietro alle regole del gioco o addirittura non le capissi appieno.
Però poi le paure svaniscono quando inizio a raccontare. E allora ecco che ignoro gli avvertimenti che in questo momento WordPress mi presenta, invitandomi a modificare questo e quello in funzione del SEO, delle indicizzazioni, dei calcoli e degli algoritmi.

Ma queste reminiscenze mi sono servite anche per prepararmi a raccontarvi un’altra storia. Una storia che ho bisogno di raccontare perché è un tributo, benché doloroso.

Pensieri fluviali: Microcosmi cangianti

pensieri fluviali

Sembra la copertina di un libro che vorrei scrivere.

Pensieri fluviali: questo è, da oggi, il titolo della mia raccolta di riflessioni che pubblicherò periodicamente qui su Biancorosso Giappone.

Sono pensieri che tento di esprimere attraverso la parola scritta poiché sono una terribile oratrice. E sono fluviali semplicemente perché vivo vicino al grande fiume Po le cui acque spesso fanno da sfondo alle mie riflessioni solitarie.

Microcosmi cangianti

riflessioni

Riflessioni sul cambiamento

Ricordate l’incanto delle bolle di sapone? Ricordate quel loro modo pesantemente leggero di volar su? Ricordate i raggi del sole che , incontrando la superficie di queste fragili e fugaci sfere, davano origine a quegli evanescenti giochi cromatici?

Bolle trasparenti ed effimere le cui superfici divenivano inafferrabili tavolozze dove solo le auree setole dei raggi solari potevano tracciare mirabili schizzi.

Ancora adesso, quando osservo le bolle di sapone librarsi su verso il cielo senza sapere che – pur avendo da poco lasciato il soffio del bambino – presto svaniranno in un inesorabile puff, nei miei occhi esse diventano tanti microcosmi cangianti.

Prima e dopo

Le mie riflessioni, soprattutto quelle solitarie che compio quando passeggio per le vie del mio vecchio quartiere oppure quando oziosamente mi appoggio al parapetto in pietra che costeggia le rive del Po, passano inevitabilmente attraverso il setaccio del prima e del dopo.

Tutto per me acquisisce una collocazione sensata in base a questi termini.

Appoggiata a quel parapetto di pietra calda e che leggermente mi punge la pelle osservo lo scorrere del vecchio fiume, respirandone il profumo muschiato che istantaneamente mi trascina con dolce veemenza alle mie lunghe estati torinesi, povere ma ricche, degli anni Ottanta.

1999: la lira cristallizzata nella mia mente

Era l’estate del 1999 quando, nel pieno fermento dei miei diciannove anni, me ne andai da Torino, dal’Italia. Decisioni poco soppesate, la voglia di scappare, di esplorare il mondo, di respirare un’aria che non sapesse di questa città.

Ero una ragazzina timida, molto affezionata alla mia casa e soprattutto alla mia mamma e alle mie sorelline. Ma quasi improvvisamente me ne andai: un aereo, il primo della mia vita, mi portò prima nel Colorado così caro a John Denver, e poi a Dallas nel Texas.

Sì, lei: la Dallas di J.R., dei ricchi petrolieri con il cappello da cowboy, la camicia inamidata e il sigaro.

Ma anche la Dallas delle estati asfissianti, degli sconfinati campi di mais, dei malconci convenience stores seminati in mezzo al nulla dove forse Stephen King e i suoi personaggi dell’incubo potrebbero aggirarsi. La terra della Bible Belt, dello everything is bigger in Texas, degli immensi quanto insapori hamburger di Whataburger, dei messicani sprezzantemente chiamati wetbacks e dove ai bianchi essi riservano il termine gringos.

Ritornerò nei miei pensieri fluviali ai miei anni statunitensi, ma non ora.

Me ne andai quando ancora qui c’era la lira, la moneta del prima, la moneta in cui ancora oggi eseguo mentalmente i calcoli relativi alle spese.

2005: un assaggio del dopo

Con una toccata e fuga sarei ritornata in Italia, e precisamente a Torino che è la mia città di nascita, solo nel 2005. E avrei trovato qualche brandello di ciò che ricordavo, avviluppato in una mescolanza di microcosmi cangianti a me sconosciuti.

Era tutto cambiato. I pochi volti ancora a me familiari erano visibilmente invecchiati, alcuni dolorosamente abbruttiti da difficoltà del vivere quotidiano italico che io ancora non conoscevo.

Ho visto strade rattoppate. Ho visto quartieri nuovi di zecca dove la memoria non trovava appigli. Ho sentito tante lingue che percepivo come un unico magma incandescente ed aggrovigliato.

Oggettivamente erano passati pochi anni, ma lo stravolgimento che mi attendeva mi travolse in tutta la sua imponderabilità.

L’italiano come l’ambra

Persino la lingua che parlavo da quando ero piccola, l’italiano, sembrava non essere più lo stesso. In fondo, nei miei anni statunitensi (soprattutto) e poi quelli giapponesi avrei mantenuto un italiano che in fondo conservava cristallizzato al suo interno un microcosmo cangiante svanito per sempre. Proprio come fa l’ambra.

Una bolla di sapone scoppiata in quella confusa estate, al decollo di quell’aeroplano che mi avrebbe condotta nella terra a stelle e strisce dove avrei trovato gioia e terrore, respiro e soffocamento, convivialità e solitudine.

Il mio Giappone dell’anima

Poi il Giappone e il mio totale innamoramento di quella terra, la sua lingua, il suo profumo, il verde puro del suo sencha, le nuvole d’incenso, i sentieri solitari che portavano su a Zama Jinja, la metropolitana col suo odore e quel suo nonsoché di potenzialmente distopico, il suo infinito labirinto di strade, l’aria salmastra di Yokosuka, il sapore quasi californiano di Shonan Beach, le capesante alla griglia su su ad Enoshima.

Lacrime scorrono giù copiosamente.

Al mio ritorno definitivo, nel 2010, dovetti farmene una ragione: parlavo un italiano incerto e dal sapore retrospettivo.

Avevo superato la barriera linguistica per sempre, azzerando i tempi di traduzione mentali da lingua A a lingua B, giungendo però paradossalmente all’autonomia comunicativa e al rattrappimento inverso a casa mia.

L’esule in patria, mi chiamò qualcuno.

Qualcuno un giorno mi affibbiò, forse scherzosamente o forse no, questo soprannome. Il mio continuo senso di smarrimento in questa Italia fatta di microcosmi cangianti che non sento miei perdura e lo avverto anche ora mentre scrivo.

L’incapacità comunicativa, prevalentemente se in forma orale, mi rende forse poco chiacchierina e mi fa apparire più riflessiva di quanto non lo sia in realtà.

Sono anche quel che è stato

Benché nessuno forse si accorga del mio smarrimento, della mia permanente condizione dell’esule in patria, del mio raccapriccio davanti all’abbruttimento di luoghi che – chissà – magari sono sempre e solo stati belli nel mio ricordo, non posso lasciare che il cambiamento mi destabilizzi e mi butti giù a terra con prepotenza.

Cercavo il caffè Ciao Türin ma ora vi è solo una grigia saracinesca abbassata per sempre. Cercavo la vecchia giostra nel giardinetto intitolato a Peppino Impastato ma ora al suo posto c’è uno spazio vuoto di cemento.

Tante cose sono sparite, scoppiando in quel puff inesorabile che è parte integrante del cambiamento.

Per me restano il prima e il dopo, i conti della spesa in lire, sparute vestigia di quei microcosmi cangianti che ricordo, nuove ma poche persone preziose che hanno incrociato il mio cammino da quando sono tornata. Resta il mio essermi rimessa in piedi, grazie a Dio.

In fondo sono anche quel che è stato, ma al contempo in trepidante attesa di ciò che sarà.

teiera e tè

Un tè in solitaria con la mia teiera di Yixing.

Marianna

Cucina giapponese casalinga: ハヤシライス Hayashi-raisu

Hayashi-raisu

Sapori di un passato non lontano eppure già sbiadito.

Hayashi-raisu e Marianna.

Nei sapori casalinghi giapponesi della mia piccola cucina torinese, a due passi dal Po, io ritrovo la sorpresa e l’entusiasmo dei miei primi incontri con questi piatti. E le lacrime iniziano a scorrere copiosamente rigando le mie guance rosse per poi cadere, a stille calde e salate, sul mio grembiule.

Forse è l’inevitabile intrecciarsi dei ricordi col sentimento e la storia.

E’ l’emozione di saper di aver ricreato un piatto che, solo a percepirne le note, mi sa riportare in un punto esatto nel tempo: nella mia cucina, della casa bianca e blu, a Sagamihara. Laggiù, in un pomeriggio dove di ritorno dalle mie lezioni a Camp Zama mi fermavo per la mia consueta spesa alla Seims di quartiere e rimanevo incantata, ogni volta come se fosse la prima, ad ammirare prodotti che sembravano custodire saporiti segreti.

Ero quasi sempre l’unica gaikokujin 外国人, straniera, ad aggirarsi curiosa per le corsie.

Invariabilmente finivano nel mio cestino un panetto di tofu fresco; lo yogurt bianco dolce il cui sapore è rimasto là assieme a tante altre cose; i mikan; il sencha in bottiglia.

E un giorno nel mio cestino verde finì una confezione di roux per fare Hayashi-raisu.

Era la prima volta che assaggiavo questo piatto e mai avrei dimenticato quel matto incontro di sapori.

Hayashi-raisu, un piatto poco conosciuto al di fuori del Giappone e certamente uno di quei piatti a cui quasi nessuno pensa quando si parla di tavola nipponica.

Eppure, eppure, se sapeste.

In esso, nel suo abbraccio tra il candido riso al vapore e quello stufato di manzo e funghi dal rassicurante sapore di cose buone, c’è la semplicità del quotidiano, dei giorni che in successione passano allontanandoti da tutti i problemi, anche quelli più imponenti e spaventosi.

E’ il sapore di una nazione che stava cambiando, lasciandosi irrimediabilmente e per sempre alle spalle un mondo antico che per noi esiste solo nelle pagine dei libri, nelle poche foto sbiadite e nelle parole dell’Imperatore Showa, nel 1945, alla Resa del Giappone, catturate da un fonografo che fu testimone di un evento unico.

Non si sarebbe più tornati indietro. E forse non avrebbe neppure avuto senso farlo.

Si cammina guardando avanti e non voltandosi.

Però siamo anche il frutto del cammino percorso.

Hayashi-raisu è parte di quel repertorio della cucina giapponese chiamato yoshoku 洋食 che comprende piatti di foggia occidentale. Non significa che siano per forza fedeli riproduzioni di questa o quella specialità delle cucine di occidente perché anzi, spesso e volentieri, non lo sono. Sono reinterpretazioni o semplicemente sono piatti che di occidentale hanno solo gli ingredienti che li compongono.

Qui sulla rubrica trovate altri esempi di yoshoku: il riso al curry o l’insalata di patate.

I piatti yoshoku spesso hanno una storia che si intreccia con quella dei contatti più recenti con l’occidente. Chissà, a volte sono semplicemente dei sogni: un idealizzare qualcosa ricorrendo a quegli ingredienti che ci sembrano meglio esprimere la nostra idea di una cultura.

E spesso quella storia non è nemmeno cosi chiara o certa. Solo voci di corridoio, notizie sospese a meta tra la verità e la leggenda, o forse solo tra la verità e la zuccherina benevolenza del ricordo.

E’ tutto davvero un mistero. Vi è chi dice che la parola hayashi (normalmente un comune cognome giapponese) sia una storpiatura dell’inglese hashed cioè sminuzzato. Altri ancora sostengono strenuamente che, no, il piatto sia da attribuire ad un tale cuoco di nome Hayashi che lo avrebbe inventato proponendolo per la prima volta come makanai-ryoori 賄い料理 cioè quei piatti che, nelle cucine dei ristoranti, si preparano solo per il personale di brigata.

Altri ancora dicono sia una deliziosa invenzione di tale Hayashi-san, presidente del colosso alimentare Maruzen.

Sia come sia, è un piatto delizioso.

A me sa tanto di una creativa rivisitazione poetica avvenuta sullo sfondo di quel Giappone che si trasformava e che per sempre si sarebbe arreso al cambiamento.

Hayashi-raisu

Intreccio di storia e sapori.

Per questo ho scelto, nelle foto, di affiancarlo a quella magnifica rivista femminile che vedete e che arriva a noi dal ventitreesimo anno Showa ossia 1948.

Si era in piena occupazione statunitense e il discussissimo Generale Douglas MacArthur era capo delle Forze Alleate.

Il Giappone, uscito perdente dalla seconda guerra mondiale, fu messo spietatamente in ginocchio dopo le bombe atomiche americane su Hiroshima e Nagasaki. Era a terra, con la devastazione e miseria che regnavano incontrastate per le sue strade.

E forse chissà, il nome di hayashi-raisu appariva ancora sulle pagine di qualche menù di locande distrutte o in vecchi ricettari inghiottiti dalle macerie di una distruzione la cui malignità sarebbe rimasta impressa nella memoria collettiva di molti.

Generalmente, proprio come per il karee-raisu (o riso al curry di cui trovate la ricetta qui) anche per hayashi-raisu si ricorre di solito ai blocchetti di roux pronto, ma la ricetta che troverete qui oggi invece vi insegnerà a preparare questo piatto da zero, senza scorciatoie.

E’ una ricetta frutto di un adattamento dovuto a preferenze mie personali e alla disponibilità degli ingredienti qui in Italia perché, come sapete, lo scopo di questa mia rubrica è quello di fornirvi ricette giapponesi casalinghe autentiche ma realizzabili facilmente anche da noi usando ingredienti comuni.

Vediamo insieme la ricetta.

ハヤシライス Hayashi-raisu

Ingredienti per 3 persone oppure 2 affamate.

Ingredienti dello Hayashi-raisu

Cosa occorre per preparare Hayashi-raisu

150g di manzo a striscioline

mezzo cucchiaio di fecola di patate

un pizzico di sale e pepe nero

una cipolla piccola

4/5 funghi champignon lavati e tagliati a fettine

20g di burro

1 cucchiaio e mezzo di farina

2 cucchiaini di zucchero

5 cucchiai di salsa yakiniku* (trovate la rapida ricetta per farla proprio qui)

5 cucchiai di ketchup

150ml di acqua

prezzemolo fresco q.b.

Riso al vapore

Procedimento

Qui di seguito la sequenza fotografica della preparazione:

Hayashi-raisu

Ecco come preparare un hayashi-raisu artigianale.

*Se non avete tempo di preparare la salsa yakiniku con la ricetta indicata, la nostra Obaachan consiglia di sostituirla, nella stessa quantità, con della salsa Worcestershire.

  1. Tagliare il manzo a striscioline.
  2. Mischiare la carne alla fecola di patate, sale e pepe.
  3. Tagliare a fettine la cipolla e i funghi e farli rosolare in padella col burro.
  4. Aggiungere la carne e far cuocere fino a quando questa sarà completamente cotta.
  5. Versar sopra al tutto la farina. Mescolare molto bene.
  6. Aggiungere ora la salsa yakiniku e il ketchup. Mettere anche lo zucchero. Mescolare.
  7. Per ultimo, versare l’acqua e lasciar sobbollire il tutto a fiamma dolce per alcuni minuti o fino a quando tutti gli ingredienti saranno ben cotti.
  8. Servire accompagnato da riso al vapore (trovate la ricetta qui).
  9. Guarnire con prezzemolo fresco.

E mi raccomando, anche hayashi-raisu si mangia con il cucchiaio.

Hayashi-raisu

Hayashi-raisu

 

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

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