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Il dolore di scrivere

Scrivere alle volte è un’esperienza dolorosa che ti costringe a prendere in mano un groviglio che invece vorresti solo riporre in uno dei cassettini della memoria, magari con la speranza di non doverlo più riaprire.

Ma può essere anche liberatorio proprio perché ti obbliga ad affrontare, a testa alta e con coraggio, quel groviglio che pian pianino sbroglierai, filo dopo filo, fino a ritrovarti con una matassina liscia e ordinata.

Con la tenace incostanza che mi caratterizza, sono di nuovo qui su questo mio amato blog a scrivere.

Scrivere per preservare e perseverare

Non conosco altro modo che questo per proteggere il ricordo di persone, luoghi e momenti e tutto quell’apparato di conoscenze che da essi ho tratto.
Scrivo per preservare.
Nel 2006, quando iniziai a scrivere raccontando il Giappone, avevo in mente una sorta di diario personale da sfogliare a posteriori, magari nei momenti di nostalgia. Un diario che avrei voluto rileggere per non dimenticare ma che alla fine è stato letto e riletto da migliaia di persone tranne che da me.
E’ una cosa bizzarra: scrivo per preservare ma, contemporaneamente con l’apparire delle lettere sullo schermo, mi accorgo che il ricordo è lì, vivido e brillante. E allora forse scrivo per preservare…per gli altri.
O per me stessa se mai un giorno i colori della mia memoria dovessero sbiadire mesciandosi con le acque dell’incognito.

E allora scrivo anche per perseverare.

Immediatezza e irrigidimenti

L’immediatezza offerta dai social è direttamente proporzionale al complicarsi delle regole che ormai sembrano irrigidire questa immensa rete; una rete che un tempo traeva la propria linfa dalla pionieristica creatività di tanti che costruivano grandi cose, con in mano pochi e rudimentali strumenti.
Una volta bastava un blog attivo su una piattaforma gratuita qualsiasi per creare e condividere. Anche adesso è ancora possibile ma è tutto così stramaledettamente più complesso e appesantito da strategie, hashtag, calendari editoriali, posizionamenti, statistiche, esperti che ti bombardano di consigli su come, cosa e quando pubblicare.

Sì, anche a costo di sembrare un’inguaribile sentimentale ingabbiata in patetici anacronismi, vi dico che prima era più semplice scrivere; era più facile narrare ad altri e lasciarsi trasportare dai racconti di persone sconosciute ma che si affidavano al potere, dinamico e talvolta crudo, della parola scritta.
Adesso dobbiamo pensare alle valanghe di pubblicità e sponsorizzazioni che sono riuscite a corrodere efficacemente la credibilità di un’opinione; adesso dobbiamo pensare alla privacy e ai cookie, ai plug-in, alle indicizzazioni, agli algoritmi e al SEO.

Io mi sento spesso disorientata e anche molto indietro, quasi come se non riuscissi a prendere fiato.

Niki e l’ingegnere di Gurgaon

Con nostalgia ripenso a quanto mi sia dissetata da quella linfa creativa di blogger della metà degli anni Duemila che scrivevano per pura passione e per il desiderio vero di raccontare. Come i racconti rocamboleschi di Niki e del ristorante italiano che gestiva, assieme al suo amato Dario, in Nepal affrontando situazioni politiche tesissime, mentalità incomprensibili e il cronico scarseggiare di acqua potabile e frutta fresca.

O come gli aneddoti che, con esilarante ed effervescente verve, raccontava un ingegnere italiano finito, contro la sua volontà, in trasferta a Gurgaon in India. E allora, per non soccombere all’avvilimento del doversi trovare a vivere in condizioni impensabili dove persino avere una fornitura elettrica diventava fonte di infiniti grattacapi, ecco che l’antidoto stava nel trovare il lato comico e narrarlo.

Dipinti di parole

Leggevo gli scritti profondi e taglienti di Niki che magistralmente dipingeva un mondo a me del tutto inedito e non poi così attraente, di un Nepal dove il male di vivere era all’ordine del giorno. Leggevo dei loro incredibili slalom tra compromessi e sabotaggi per riuscire a importare prodotti per il ristorante. Ricordo quanto soffrisse Niki nel non poter mangiare verdura fresca e della sua incrollabile fede della medicina tibetana, forse unico sollievo in quella terra di limiti. Leggevo tutto questo mentre, dal mio accogliente e moderno salotto di Sagamihara, sapevo di avere a disposizione acqua potabile e i migliori generi alimentari che potessi desiderare.

Con risate soffocanti, mi godevo i racconti umoristici dell’ingegnere di Gurgaon che invece dipingeva un’India lurida, corrotta fino al midollo, imbrigliata in un maleodorante vortice di superstizioni ed ignoranza. Un mondo caotico dove l’unica regola del gioco era sopravvivere in un oceano di esseri umani addossati l’un all’altro. Ogni volta, pur ridendo grazie al suo lodevole espediente anti-avvilimento, emergevano immagini che sembravano così lontane da quelle proposte da e all’immaginario collettivo di un’India spirituale, selvaggia e selvatica, mitica, impregnata dell’energia vitale del mondo, magica e profonda.
Forse erano vere entrambe. Chissà.

Leggevo i suoi scritti di orrori, di grettezze, di carenze mentre mi trovavo in uno dei Paesi più puliti e più imbevuti di un garbo civile dai livelli a volte fiabeschi.

Avrei capito col tempo che gli apparati esperienziali non si escludono a vicenda ma possono essere lati di una stessa medaglia.

Alessandra

Mentre nasceva e cresceva Biancorosso Giappone, io mi nutrivo instancabilmente di questa ricca linfa creativa, viva e scevra di complesse strategie e pianificazioni.
Mi dissetavo con i racconti confortanti e imbevuti di bella italianità che provenivano dalla cucina di Alessandra. Condivideva, con delicatezza e umiltà, le sue ricette riuscendo incredibilmente ad arrivare a me grazie ai profumi della sua tavola.
Le sue parole sapevano medicare le piccole ferite da nostalgia di casa che mi tormentavano a volte quando, in quella mia grande casa di Sagamihara, calava l’oscurità e il silenzio era rotto solo dai rami di gingko che sfregavano i vetri delle mie finestre.

Alessandra scriveva di ricette e di quotidianità e lo faceva con spontaneità, senza tutto quel carrozzone fatto di recensioni fasulle, di Masterchef, di influencer, di set fotografici da rivista patinata.

In quel curioso avvicendarsi di eventi inaspettati che è la vita, i nostri ruoli si sarebbero ribaltati: io sarei ritornata nella mia casa anagrafica che è l’Italia mentre lei si sarebbe trasferita, assieme alla famiglia, dall’altra parte del globo.

Reminiscenze

Riflettevo da tempo sull’evoluzione del mondo dei blog perché in qualche modo devo spiegare questo senso di smarrimento che mi attanaglia quando mi rimetto qui sul blog. Non dovrebbe essere così perché questa è la mia casa su Internet, perché Biancorosso Giappone sono io. Ma è come se non riuscissi a stare dietro alle regole del gioco o addirittura non le capissi appieno.
Però poi le paure svaniscono quando inizio a raccontare. E allora ecco che ignoro gli avvertimenti che in questo momento WordPress mi presenta, invitandomi a modificare questo e quello in funzione del SEO, delle indicizzazioni, dei calcoli e degli algoritmi.

Ma queste reminiscenze mi sono servite anche per prepararmi a raccontarvi un’altra storia. Una storia che ho bisogno di raccontare perché è un tributo, benché doloroso.

Pensieri fluviali: Microcosmi cangianti

pensieri fluviali

Sembra la copertina di un libro che vorrei scrivere.

Pensieri fluviali: questo è, da oggi, il titolo della mia raccolta di riflessioni che pubblicherò periodicamente qui su Biancorosso Giappone.

Sono pensieri che tento di esprimere attraverso la parola scritta poiché sono una terribile oratrice. E sono fluviali semplicemente perché vivo vicino al grande fiume Po le cui acque spesso fanno da sfondo alle mie riflessioni solitarie.

Microcosmi cangianti

riflessioni

Riflessioni sul cambiamento

Ricordate l’incanto delle bolle di sapone? Ricordate quel loro modo pesantemente leggero di volar su? Ricordate i raggi del sole che , incontrando la superficie di queste fragili e fugaci sfere, davano origine a quegli evanescenti giochi cromatici?

Bolle trasparenti ed effimere le cui superfici divenivano inafferrabili tavolozze dove solo le auree setole dei raggi solari potevano tracciare mirabili schizzi.

Ancora adesso, quando osservo le bolle di sapone librarsi su verso il cielo senza sapere che – pur avendo da poco lasciato il soffio del bambino – presto svaniranno in un inesorabile puff, nei miei occhi esse diventano tanti microcosmi cangianti.

Prima e dopo

Le mie riflessioni, soprattutto quelle solitarie che compio quando passeggio per le vie del mio vecchio quartiere oppure quando oziosamente mi appoggio al parapetto in pietra che costeggia le rive del Po, passano inevitabilmente attraverso il setaccio del prima e del dopo.

Tutto per me acquisisce una collocazione sensata in base a questi termini.

Appoggiata a quel parapetto di pietra calda e che leggermente mi punge la pelle osservo lo scorrere del vecchio fiume, respirandone il profumo muschiato che istantaneamente mi trascina con dolce veemenza alle mie lunghe estati torinesi, povere ma ricche, degli anni Ottanta.

1999: la lira cristallizzata nella mia mente

Era l’estate del 1999 quando, nel pieno fermento dei miei diciannove anni, me ne andai da Torino, dal’Italia. Decisioni poco soppesate, la voglia di scappare, di esplorare il mondo, di respirare un’aria che non sapesse di questa città.

Ero una ragazzina timida, molto affezionata alla mia casa e soprattutto alla mia mamma e alle mie sorelline. Ma quasi improvvisamente me ne andai: un aereo, il primo della mia vita, mi portò prima nel Colorado così caro a John Denver, e poi a Dallas nel Texas.

Sì, lei: la Dallas di J.R., dei ricchi petrolieri con il cappello da cowboy, la camicia inamidata e il sigaro.

Ma anche la Dallas delle estati asfissianti, degli sconfinati campi di mais, dei malconci convenience stores seminati in mezzo al nulla dove forse Stephen King e i suoi personaggi dell’incubo potrebbero aggirarsi. La terra della Bible Belt, dello everything is bigger in Texas, degli immensi quanto insapori hamburger di Whataburger, dei messicani sprezzantemente chiamati wetbacks e dove ai bianchi essi riservano il termine gringos.

Ritornerò nei miei pensieri fluviali ai miei anni statunitensi, ma non ora.

Me ne andai quando ancora qui c’era la lira, la moneta del prima, la moneta in cui ancora oggi eseguo mentalmente i calcoli relativi alle spese.

2005: un assaggio del dopo

Con una toccata e fuga sarei ritornata in Italia, e precisamente a Torino che è la mia città di nascita, solo nel 2005. E avrei trovato qualche brandello di ciò che ricordavo, avviluppato in una mescolanza di microcosmi cangianti a me sconosciuti.

Era tutto cambiato. I pochi volti ancora a me familiari erano visibilmente invecchiati, alcuni dolorosamente abbruttiti da difficoltà del vivere quotidiano italico che io ancora non conoscevo.

Ho visto strade rattoppate. Ho visto quartieri nuovi di zecca dove la memoria non trovava appigli. Ho sentito tante lingue che percepivo come un unico magma incandescente ed aggrovigliato.

Oggettivamente erano passati pochi anni, ma lo stravolgimento che mi attendeva mi travolse in tutta la sua imponderabilità.

L’italiano come l’ambra

Persino la lingua che parlavo da quando ero piccola, l’italiano, sembrava non essere più lo stesso. In fondo, nei miei anni statunitensi (soprattutto) e poi quelli giapponesi avrei mantenuto un italiano che in fondo conservava cristallizzato al suo interno un microcosmo cangiante svanito per sempre. Proprio come fa l’ambra.

Una bolla di sapone scoppiata in quella confusa estate, al decollo di quell’aeroplano che mi avrebbe condotta nella terra a stelle e strisce dove avrei trovato gioia e terrore, respiro e soffocamento, convivialità e solitudine.

Il mio Giappone dell’anima

Poi il Giappone e il mio totale innamoramento di quella terra, la sua lingua, il suo profumo, il verde puro del suo sencha, le nuvole d’incenso, i sentieri solitari che portavano su a Zama Jinja, la metropolitana col suo odore e quel suo nonsoché di potenzialmente distopico, il suo infinito labirinto di strade, l’aria salmastra di Yokosuka, il sapore quasi californiano di Shonan Beach, le capesante alla griglia su su ad Enoshima.

Lacrime scorrono giù copiosamente.

Al mio ritorno definitivo, nel 2010, dovetti farmene una ragione: parlavo un italiano incerto e dal sapore retrospettivo.

Avevo superato la barriera linguistica per sempre, azzerando i tempi di traduzione mentali da lingua A a lingua B, giungendo però paradossalmente all’autonomia comunicativa e al rattrappimento inverso a casa mia.

L’esule in patria, mi chiamò qualcuno.

Qualcuno un giorno mi affibbiò, forse scherzosamente o forse no, questo soprannome. Il mio continuo senso di smarrimento in questa Italia fatta di microcosmi cangianti che non sento miei perdura e lo avverto anche ora mentre scrivo.

L’incapacità comunicativa, prevalentemente se in forma orale, mi rende forse poco chiacchierina e mi fa apparire più riflessiva di quanto non lo sia in realtà.

Sono anche quel che è stato

Benché nessuno forse si accorga del mio smarrimento, della mia permanente condizione dell’esule in patria, del mio raccapriccio davanti all’abbruttimento di luoghi che – chissà – magari sono sempre e solo stati belli nel mio ricordo, non posso lasciare che il cambiamento mi destabilizzi e mi butti giù a terra con prepotenza.

Cercavo il caffè Ciao Türin ma ora vi è solo una grigia saracinesca abbassata per sempre. Cercavo la vecchia giostra nel giardinetto intitolato a Peppino Impastato ma ora al suo posto c’è uno spazio vuoto di cemento.

Tante cose sono sparite, scoppiando in quel puff inesorabile che è parte integrante del cambiamento.

Per me restano il prima e il dopo, i conti della spesa in lire, sparute vestigia di quei microcosmi cangianti che ricordo, nuove ma poche persone preziose che hanno incrociato il mio cammino da quando sono tornata. Resta il mio essermi rimessa in piedi, grazie a Dio.

In fondo sono anche quel che è stato, ma al contempo in trepidante attesa di ciò che sarà.

teiera e tè

Un tè in solitaria con la mia teiera di Yixing.

Marianna

Cucina giapponese casalinga: ハヤシライス Hayashi-raisu

Hayashi-raisu

Sapori di un passato non lontano eppure già sbiadito.

Hayashi-raisu e Marianna.

Nei sapori casalinghi giapponesi della mia piccola cucina torinese, a due passi dal Po, io ritrovo la sorpresa e l’entusiasmo dei miei primi incontri con questi piatti. E le lacrime iniziano a scorrere copiosamente rigando le mie guance rosse per poi cadere, a stille calde e salate, sul mio grembiule.

Forse è l’inevitabile intrecciarsi dei ricordi col sentimento e la storia.

E’ l’emozione di saper di aver ricreato un piatto che, solo a percepirne le note, mi sa riportare in un punto esatto nel tempo: nella mia cucina, della casa bianca e blu, a Sagamihara. Laggiù, in un pomeriggio dove di ritorno dalle mie lezioni a Camp Zama mi fermavo per la mia consueta spesa alla Seims di quartiere e rimanevo incantata, ogni volta come se fosse la prima, ad ammirare prodotti che sembravano custodire saporiti segreti.

Ero quasi sempre l’unica gaikokujin 外国人, straniera, ad aggirarsi curiosa per le corsie.

Invariabilmente finivano nel mio cestino un panetto di tofu fresco; lo yogurt bianco dolce il cui sapore è rimasto là assieme a tante altre cose; i mikan; il sencha in bottiglia.

E un giorno nel mio cestino verde finì una confezione di roux per fare Hayashi-raisu.

Era la prima volta che assaggiavo questo piatto e mai avrei dimenticato quel matto incontro di sapori.

Hayashi-raisu, un piatto poco conosciuto al di fuori del Giappone e certamente uno di quei piatti a cui quasi nessuno pensa quando si parla di tavola nipponica.

Eppure, eppure, se sapeste.

In esso, nel suo abbraccio tra il candido riso al vapore e quello stufato di manzo e funghi dal rassicurante sapore di cose buone, c’è la semplicità del quotidiano, dei giorni che in successione passano allontanandoti da tutti i problemi, anche quelli più imponenti e spaventosi.

E’ il sapore di una nazione che stava cambiando, lasciandosi irrimediabilmente e per sempre alle spalle un mondo antico che per noi esiste solo nelle pagine dei libri, nelle poche foto sbiadite e nelle parole dell’Imperatore Showa, nel 1945, alla Resa del Giappone, catturate da un fonografo che fu testimone di un evento unico.

Non si sarebbe più tornati indietro. E forse non avrebbe neppure avuto senso farlo.

Si cammina guardando avanti e non voltandosi.

Però siamo anche il frutto del cammino percorso.

Hayashi-raisu è parte di quel repertorio della cucina giapponese chiamato yoshoku 洋食 che comprende piatti di foggia occidentale. Non significa che siano per forza fedeli riproduzioni di questa o quella specialità delle cucine di occidente perché anzi, spesso e volentieri, non lo sono. Sono reinterpretazioni o semplicemente sono piatti che di occidentale hanno solo gli ingredienti che li compongono.

Qui sulla rubrica trovate altri esempi di yoshoku: il riso al curry o l’insalata di patate.

I piatti yoshoku spesso hanno una storia che si intreccia con quella dei contatti più recenti con l’occidente. Chissà, a volte sono semplicemente dei sogni: un idealizzare qualcosa ricorrendo a quegli ingredienti che ci sembrano meglio esprimere la nostra idea di una cultura.

E spesso quella storia non è nemmeno cosi chiara o certa. Solo voci di corridoio, notizie sospese a meta tra la verità e la leggenda, o forse solo tra la verità e la zuccherina benevolenza del ricordo.

E’ tutto davvero un mistero. Vi è chi dice che la parola hayashi (normalmente un comune cognome giapponese) sia una storpiatura dell’inglese hashed cioè sminuzzato. Altri ancora sostengono strenuamente che, no, il piatto sia da attribuire ad un tale cuoco di nome Hayashi che lo avrebbe inventato proponendolo per la prima volta come makanai-ryoori 賄い料理 cioè quei piatti che, nelle cucine dei ristoranti, si preparano solo per il personale di brigata.

Altri ancora dicono sia una deliziosa invenzione di tale Hayashi-san, presidente del colosso alimentare Maruzen.

Sia come sia, è un piatto delizioso.

A me sa tanto di una creativa rivisitazione poetica avvenuta sullo sfondo di quel Giappone che si trasformava e che per sempre si sarebbe arreso al cambiamento.

Hayashi-raisu

Intreccio di storia e sapori.

Per questo ho scelto, nelle foto, di affiancarlo a quella magnifica rivista femminile che vedete e che arriva a noi dal ventitreesimo anno Showa ossia 1948.

Si era in piena occupazione statunitense e il discussissimo Generale Douglas MacArthur era capo delle Forze Alleate.

Il Giappone, uscito perdente dalla seconda guerra mondiale, fu messo spietatamente in ginocchio dopo le bombe atomiche americane su Hiroshima e Nagasaki. Era a terra, con la devastazione e miseria che regnavano incontrastate per le sue strade.

E forse chissà, il nome di hayashi-raisu appariva ancora sulle pagine di qualche menù di locande distrutte o in vecchi ricettari inghiottiti dalle macerie di una distruzione la cui malignità sarebbe rimasta impressa nella memoria collettiva di molti.

Generalmente, proprio come per il karee-raisu (o riso al curry di cui trovate la ricetta qui) anche per hayashi-raisu si ricorre di solito ai blocchetti di roux pronto, ma la ricetta che troverete qui oggi invece vi insegnerà a preparare questo piatto da zero, senza scorciatoie.

E’ una ricetta frutto di un adattamento dovuto a preferenze mie personali e alla disponibilità degli ingredienti qui in Italia perché, come sapete, lo scopo di questa mia rubrica è quello di fornirvi ricette giapponesi casalinghe autentiche ma realizzabili facilmente anche da noi usando ingredienti comuni.

Vediamo insieme la ricetta.

ハヤシライス Hayashi-raisu

Ingredienti per 3 persone oppure 2 affamate.

Ingredienti dello Hayashi-raisu

Cosa occorre per preparare Hayashi-raisu

150g di manzo a striscioline

mezzo cucchiaio di fecola di patate

un pizzico di sale e pepe nero

una cipolla piccola

4/5 funghi champignon lavati e tagliati a fettine

20g di burro

1 cucchiaio e mezzo di farina

2 cucchiaini di zucchero

5 cucchiai di salsa yakiniku* (trovate la rapida ricetta per farla proprio qui)

5 cucchiai di ketchup

150ml di acqua

prezzemolo fresco q.b.

Riso al vapore

Procedimento

Qui di seguito la sequenza fotografica della preparazione:

Hayashi-raisu

Ecco come preparare un hayashi-raisu artigianale.

*Se non avete tempo di preparare la salsa yakiniku con la ricetta indicata, la nostra Obaachan consiglia di sostituirla, nella stessa quantità, con della salsa Worcestershire.

  1. Tagliare il manzo a striscioline.
  2. Mischiare la carne alla fecola di patate, sale e pepe.
  3. Tagliare a fettine la cipolla e i funghi e farli rosolare in padella col burro.
  4. Aggiungere la carne e far cuocere fino a quando questa sarà completamente cotta.
  5. Versar sopra al tutto la farina. Mescolare molto bene.
  6. Aggiungere ora la salsa yakiniku e il ketchup. Mettere anche lo zucchero. Mescolare.
  7. Per ultimo, versare l’acqua e lasciar sobbollire il tutto a fiamma dolce per alcuni minuti o fino a quando tutti gli ingredienti saranno ben cotti.
  8. Servire accompagnato da riso al vapore (trovate la ricetta qui).
  9. Guarnire con prezzemolo fresco.

E mi raccomando, anche hayashi-raisu si mangia con il cucchiaio.

Hayashi-raisu

Hayashi-raisu

 

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Cucina giapponese casalinga: Kabochakin かぼちゃきん

Dolcetto di zucca

Una delizia autunnale: i kabochakin

L’estate è ufficialmente un ricordo. Lo era già qualche settimana fa, ma da oggi credo che quell’alone di memoria distante e un po’ sbiadita si acuirà.

La mia rubrica sulle ricette giapponesi casalinghe, ma facilmente realizzabili in Italia, oggi si arricchisce di una ricetta molto speciale: i kabochakin かぼちゃきん.

Perché sia speciale, lo capirete strada leggendo.

Pubblicai per la prima volta la ricetta dei kabochakin nel febbraio del 2009, proprio qui.

La parola kabochakin, inserita su Google, vi porta in automatico a me.

A seguito di quella mia gettonata e apprezzata ricetta, i kabochakin furono replicati da tantissimi lettori.

A distanza, dunque, di anni ho pensato di rispolverare questa amata ricetta in quanto è perfettamente compatibile con la filosofia della rubrica:

a. è autentica giapponese;

b. è facilissima da realizzare anche in Italia;

c. non richiede attrezzature o abilità particolari;

E in più, cosa non trascurabile, si adatta amorevolmente bene alla stagione poiché il suo ingrediente principale è l’autunnale zucca.

Di tutto il repertorio dei wagashi 和菓子, o dolci tradizionali giapponesi, forse i kabochakin sono i più facili da realizzare in assoluto e quindi ideali per tutti!

I kabochakin sono inoltre un delizioso elemento da inserire nei bento, sia dei grandi che dei piccoli, ma naturalmente sono molto buoni anche serviti da soli, accompagnati da una delicata tazza di tè.

Sono doverose due precisazioni, prima di iniziare:

Prima precisazione: la ricetta originale prevede l’uso della kabocha かぼちゃ (nome scientifico: Cucurbita Maxima) che è una varietà tipica asiatica della zucca. E’ caratterizzata da una buccia dura verde e da una polpa molto dolce, soda e asciutta. Se riuscite a trovarla anche voi allora preferitela certamente, altrimenti potete serenamente utilizzare la comunissima zucca nostrana. Quella che ho usato io era una normale zucca a pezzi, acquistata alla Coop.

Seconda precisazione: la kabocha, avendo una polpa molto soda e asciutta, permette di ottenere un composto altrettanto asciutto e modellabile. Le nostre zucche tendono ad essere meno asciutte, anche se questo dipende dalla varietà scelta e dal metodo di cottura. Tuttavia, tenete bene a mente questo fatto per evitare che il composto risulti troppo umido. Comunque sia, nella ricetta vi indicherò anche una sorta di procedura d’emergenza per correggere il composto qualora risultasse non adeguatamente asciutto e modellabile.

La seguente ricetta permette di preparare 3/4 kabochakin, ma il numero può variare in base alla quantità di impasto che deciderete di modellare di volta in volta.

Kabochakin かぼちゃきん. Ingredienti.

zucca sbucciata a pezzi 200g

acqua 4- 5 cucchiai al massimo (oppure un cucchiaino e mezzo se la cuocete al microonde)

zucchero 1 pizzico

sale 1 pizzico

burro 1/2 cucchiaino scarso (facoltativo. Potete anche saltarlo)

zucchero a velo q.b.

farina q.b. (è necessaria solo per asciugare il composto, nel caso ne aveste bisogno)

Ingredienti necessari

Tutto l’occorrente per i kabochakin.

Procedimento

Come vedrete, la realizzazione è molto semplice.

Decidete subito se cuocere la zucca al microonde, nella pentola a pressione, nella vaporiera oppure – come ho fatto io – semplicemente in un pentolino con poca acqua. Questo passaggio è importante perché determinerà la compattezza del composto!

Regolatevi in base al vostro microonde, pentola a pressione o vaporiera. Saprete voi quanta acqua serve per stufare la zucca senza inumidirla troppo.

Io non ho un microonde, ma in Giappone sì ed era lì che cuocevo la zucca per i kabochakin usando un cucchiaino e mezzo d’acqua che aggiungevo direttamente sulla zucca, in una scodella.

Qui ho messo semplicemente la zucca a pezzi in un pentolino antiaderente. Descriverò quindi il procedimento che ho usato io.

  1. In un pentolino antiaderente mettere la zucca a pezzi e – per cominciare – 2 cucchiai d’acqua. Siate molto parchi con l’acqua, aggiungendola gradatamente. Fate cuocere, con coperchio, a fiamma bassissima.
  2. Ogni tanto, controllate con una forchetta per verificare il grado di cottura della zucca. Si deve poter schiacciare facilmente, proprio come se dovessimo fare un purè. Nel pentolino, a fiamma bassa, ci vorranno all’incirca 15 minuti.
  3. Evitate di aggiungere acqua, se possibile. Mettetene solo se assolutamente necessario. Non appena la zucca sarà completamente cotta, spegnere il fuoco.
  4. Scolare la zucca e metterla in una scodella, con zucchero, sale e il burro se lo usate.
    Zucca bollita

    Prepariamo il composto dei kabochakin!

    5. Siate molto avari col burro, se decidete di usarlo. Non solo per una questione calorica, ma anche perché apporta una componente liquida ad un composto che deve rimanere asciutto. Mezzo cucchiaino scarso e non di più. Potete anche saltare il burro a piè pari, ma aggiungendolo il composto assumerà una nota molto delicata e che sarà gradita soprattutto se i vostri kabochakin sono destinati a dei bimbi.

6. Mescolare tutto molto molto bene.

Purea di zucca.

Il composto dei kabochakin.

7. Se il composto dovesse risultare troppo umido, seguite una o entrambe le procedure d’emergenza che ora vi indico:

a. Mettete il composto in un pentolino antiaderente pulito e ripassatelo a fiamma molto bassa fino a quando l’umidità si sarà asciugata. Fate attenzione a non bruciare il composto!

b. Aggiungete, un po’ per volta e senza esagerare, qualche pizzico di farina di riso oppure di grano.

8. Una volta che il composto si presenterà adeguatamente modellabile, prendete un pezzo di pellicola per alimenti e spargete sulla superficie un po’ di zucchero a velo. Andate ad occhio, ma non mettetene tanto.

9. Mettete ora al centro della pellicola una cucchiaiata di composto, piegate la pellicola a mo’ di fagotto e chiudete bene attorcigliando le estremità della carta.

Per modellare i kabochakin

Come modellare i kabochakin

10. Aprite la pellicola e delicatamente prelevate il kabochakin che dovrebbe venir via abbastanza facilmente. Non preoccupatevi assolutamente se non sarà perfetto. Anzi, sarà proprio il suo aspetto imperfetto a dargli quel rassicurante tocco casalingo che distingue la katei-ryoori 家庭料理 dalla cucina, diciamo così, ufficiale. Questo metodo permette, inoltre, di modellare il dolcino in modo tale da farlo quasi assomigliare a una piccola zucca! Non credete?

11. Adagiate i kabochakin sopra un piattino o un vassoio. Inventatevi un modo creativo per presentarli. Se lo gradite, potete guarnire i vostri dolcini con una spolverata leggera di zucchero a velo, zucchero granulato, semi di sesamo, gocce di cioccolato, ecc.

Dolcetto di zucca.

Un kabochakin.

Kabochakin o dolcetti giapponesi

Kabochakin e maneki-neko!

12. Servire da soli, con del buon tè (con del sencha creereste una deliziosa merenda giapponese) o del caffè. A voi la scelta.

Kabochakin

Kabochakin: dolcini autunnali.

Scegliete dei bei piattini oppure un vassoio su cui presentare i vostri kabochakin.

Io ho scelto queste lacche.

Ma sono lacche un po’ particolari, debbo dirlo.

Non solo per il fatto di essere lacche artigianali e pregiate, ma perché sono ritornate a me attraversando molto dolore.

Sono lacche di dolore. Tanto.

Forse, anzi no, è per questo che erano rimaste chiuse in un cassetto per tanto tempo. Sono ritornate alla luce oggi, grazie a questi kabochakin.

Queste lacche, seppur ritornate a me attraverso il dolore, rivelano grande bellezza e decori di struggente nipponicità.

E ne rivelo un po’ anche a voi. Ma solo un po’.

Lacca giapponese

Una mia lacca giapponese.

Lacca giapponese

Una mia lacca.

I nostri kabochakin sono pronti e non ci resta che assaporarli, godendo della dolcezza della zucca e dei suoi colori così rassicuranti.

Kabochakin

Kabochakin

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Confidenze da dietro un uchiwa

Un uchiwa o ventaglio tradizionale giapponese

Il mio fedele uchiwa che profuma ancora di Kanagawa

Settembre ha un che di militaresco. Richiama tutti, o quasi, all’ordine forzando l’attenzione sugli aspetti del quotidiano ritenuti inevitabili.

E` il mese della sfumata transizione tra gli arroventati toni dell’estate e quelli gradatamente più compassati dell’autunno.

E` la prima tappa verso la mia stagione preferita. E` un po’ come Nihonbashi che era il punto di partenza per chi, da Edo (questo l’antico nome di Tokyo), voleva percorrere il lungo Tokaido e raggiungere Kyoto.

Sono ancora circondata dalle scatole. Alcune grandi, alcune piccole. Ci sono anche sacchetti sempre troppo pieni.

Avverto la fragranza del ricordo sui miei vestiti e le mie cose perché è il profumo del vecchio blog, ovvero la mia vecchia residenza.

Ma qui tutto sa di nuovo. Le luci sembrano anche più brillanti e allegre.

Da dietro una pila di abiti è spuntato il mio うちわ uchiwa. Oh. Pochi istanti senza respiro.

Il mio uchiwa o ventaglio tradizionale.

L`uchiwa che profuma ancora di Giappone.

Questo tradizionale ventaglio era rimasto fino ad oggi avvolto in un foglio trasparente di cellophane.

Perché lo avevo scelto con così tanta cura. Nella vita ho sempre cercato di scegliere le mie cose con amore non distratto, ma quel giorno credo di aver accarezzato questo uchiwa con un lembo del mio essere.

Ricordo perfettamente quando e dove lo acquistai.

Erano gli ultimi e laceranti giorni nel mio Kanagawa. Le cicale avevano appena iniziato il loro struggente canto di vita e di morte; l’aria stava acquisendo l’effluvio dei matsuri e tutti i colori intorno a me sembravano intensificarsi in brillantezza.

I miei occhi, in quei giorni, vestivano un velo sottile di lacrime che solo Saku percepiva. Lo stesso che avvolgeva il mio cuore.

Combattevo contro quel nodo in gola che a tratti mi strangolava con la sua violenza.

E quell’uchiwa aveva qualcosa. Forse io, inconsciamente (o consciamente, chissà) presagivo il ciclone che avrebbe sconvolto la mia esistenza fino al midollo e ho voluto preservare il ricordo di quegli anni giapponesi luccicanti attraverso un semplice involucro in cellophane.

Da dietro di esso, oggi, vi parlo. Perché sì, io vi scrivo, ma in realtà voi che leggete “udite” la mia voce.

Ho liberato l’uchiwa da quella gabbia trasparente che non serve più.

In questi ultimi giorni d’estate e in queste ultime scie di calore io mi faccio aria con la sua aggraziata ala tenendolo delicatamente per il suo pregiato manico di legno laccato.

E da dietro i suoi favoleggianti arabeschi inconfondibilmente nipponici io vi parlo.

Uchiwa o ventaglio tradizionale.

Il ventaglio del ricordo e della confidenza.

Oggi pomeriggio ero su un autobus diretta verso il mio quartiere di nascita e che si chiama Barriera di Milano.

Barriera è un quartiere operaio, uno dei più popolati e popolari di Torino.

Come mio solito, seduta sull’autobus, la mia mente componeva e scriveva parole invisibili che probabilmente mai troveranno la propria forma in inchiostro o in pixel.

E pensavo a come ogni persona sia, in fondo, depositaria di storie che aspettano di essere raccontate.

Ricordi di Giappone.

Ricordi di Yokohama e China Pete`s.

Come i tesori negli scrigni, anche le storie nelle persone possono essere difficili o impossibili da raggiungere.

A volte gli scrigni sono in luoghi remoti e altre volte sono intrappolati negli abissi, forse fusi in un quasi eterno abbraccio con soffocanti alghe o pesanti catenacci di una vecchia nave affondata chissà quanto tempo fa.

E talvolta le storie nelle persone, proprio come quegli scrigni inaccessibili, possono essere intrappolate dal soffocante abbraccio di un orgoglio o frantumati da una quotidianità che si ripete eliminando il desiderio di condivisione.

Il pensiero poi si è arrestato. Dovevo scendere e i miei occhi sono stati attratti dal rigoglioso fogliame dei tanti alberi che caratterizzano quella zona.

Alcune ore dopo ero nuovamente nei pressi della fermata dov’ero scesa. A pochi metri da lì, uno degli ospedali più importanti della mia amorevole città: l`ospedale Giovanni Bosco, inaugurato nel 1961 dall’allora Capo di Stato Giovanni Gronchi. Pensate.

Era già buio. Appese alle mie spalle, due pesanti sporte della spesa. Il peso mi disturbava relativamente perché, come solito, la mia mente era svagata e persa in invisibili componimenti.

Sono svagata sì, ma non totalmente. Con la coda dell’occhio avevo notato, nella penombra, una donna seduta sulla panchina di metallo della fermata dell’autobus.

Gli anni di Giappone mi hanno insegnato, talvolta con le cattive maniere, a non incrociare lo sguardo degli altri ma a guardare sempre un pochino altrove. Anche e soprattutto in conversazione.

E quell’abitudine mi è rimasta, mettendomi a volte in situazioni imbarazzanti perché evitare lo sguardo qui è sempre percepito come un atteggiamento sfuggente di chi nasconde qualcosa.

Quindi ho evitato di incrociare il suo sguardo. Ma la vedevo. Perifericamente, ma la vedevo.

Era silente, ma sembrava scossa da qualcosa.

Sempre nei miei pensieri, io vagavo lasciandomi avvolgere dal profumo della sera, di quei lussureggianti alberi di Barriera e dalla fragranza di carne alla brace che arrivava a me seguendo chissà quale irrintracciabile dedalo di vie.

La donna della penombra, dopo essere rimasta immobile per tutta la durata della mia riflessione in piedi e con le pesanti sporte alle spalle, si è alzata lentamente e mi si è avvicinata e, cercando il mio sguardo, mi ha chiesto notizie dell’autobus ritardatario.

Sorridendo – perché io sorrido davvero sempre – le ho dato gli orari che GTT mi aveva inviato via SMS.

Questa donna, vedendola meglio ora che si era allontanata dalla penombra, aveva un che di spontaneamente signorile. Piccoli gioielli indossati con garbo, morbidi capelli raccolti in un semplice chignon impreziosito da un piccolissimo fermaglio di perle.

E quegli occhi. Azzurri. Un azzurro limpido come il mare di Sardegna.

Ma erano occhi tristi e che avevano chiaramente pianto.

La signora mi parlò del disagio degli autobus ritardatari. Del fastidio provato nell’attendere alla fermata di sera. Delle giornate che si accorciano. Dell’afa che si trascina testardamente.

E poi – come settembre che come un ponte collega l’estate alla stagione fredda – la sua conversazione si appigliò a un gancio che compresi all’istante.

Mi disse che l’afa dell’ospedale era insopportabile, acuita forse dall’evidente sofferenza che per definizione popola quel luogo.

E lì compresi che mi trovavo davanti un essere umano nel bisogno.

Nel bisogno di raccontare una storia.

Di dire qualcosa. Di avere qualcuno disposto ad ascoltare non solo meccanicamente, ma pronto ad accogliere quelle parole, quel racconto.

Dei tesori che, attraverso un inspiegabile intreccio di coincidenze, erano riusciti a liberarsi dalla morsa di possessive alghe che li tenevano imprigionati nell’abisso dell’anima.

Questa donna, per me senza nome e senza storia, aveva scelto Marianna a cui raccontare la sua storia e davanti cui scartare delicatamente il suo dolore.

L’innata raffinatezza dei suoi modi di fare, del suo Italiano, del suo tono di voce mi hanno fatto immaginare la sua estrazione sociale, probabilmente elevata.

In un’anonima sera di settembre, nella periferia torinese, mio luogo di nascita, ero li` con due pesanti borse della spesa e con davanti a me una donna che sanguinava di dolore, con un disperato bisogno di parlare.

La lasciai parlare, ascoltandola con calore umano. La sua sofferenza era reale. Avevo compreso il suo bisogno.

Parole di solitudine, le sue. Di preoccupazione per una figlia giovane e ricoverata, quel giorno, in psichiatria, dopo aver iniziato a rifiutare categoricamente di cibarsi.

Parole amare di un marito inflessibile come un generale e assente, ma solo affezionato al lavoro. Di amiche che prendono e non danno. Dell’affetto che lei, nella sua solitudine, rivolge ad una tartaruga.

Non c’erano superficialità, snobismo, finta frustrazione di chi si lamenta per noia.

In quegli occhi, in quelle parole disperate ho colto i frammenti di un dolore umano.

Lei ogni tanto mi ringraziava perché l`ascoltavo. Mi diceva che il mio volto le aveva fatto capire che ero una persona buona e con cui avrebbe potuto parlare. Poco importava se eravamo due perfette sconosciute. In certi casi la solidarietà umana non ha bisogno di formalità, bon ton o etichette.

Intanto l’autobus era arrivato e vi siamo salite insieme. Più mi parlava e più vedevo dipingersi sul suo dignitoso viso un sorriso lieve.

Iniziò a ringraziarmi profusamente per averle permesso di parlare, di dire, di raccontare, di rinfrancarsi un po’ lo spirito e ritrovare di nuovo il sorriso.

 “Hai anche un bel nome, Marianna. Sei forse un angelo”.

Mi ha detto scendendo dall’autobus.

Ma io non sono un angelo. Sono solo una persona che ha compreso.

Ci siamo strette la mano, abbracciate e poi lei è sparita nel buio, salutandomi ancora una volta e dicendomi della sua speranza di incontrarmi di nuovo un giorno.

Angela, il suo nome.

 

Biancorosso Giappone: la residenza dell`anima

Tradizionale cestino giapponese

Tradizionale cestino giapponese intrecciato

Sono appena entrata.

Il tempo di togliermi le scarpe e lasciarle qui nel mio piccolo 玄関 genkan, il tradizionale ingresso giapponese, e sarò subito nel cuore della mia nuova casa.

Delle morbide pantofole grigie attendono di accompagnarmi vellutatamente in giro per questo nuovo luogo ricco di novità, promesse ed eventi non ancora divenuti ricordi.

Gli esseri umani sono spesso strambi: aspettano con trepidazione il futuro, il non ancora avvenuto, ma temono il cambiamento ed edulcorano il disagio intingendolo nell’indugio.

Ci si aggrappa alle cose vecchie, al sentiero già percorso, agli abiti comodi che si lasciano indossare senza sforzo, ai sapori già noti, al ricordo rassicurante, ai luoghi limpidi e senza misteri.

E quanto ho indugiato io!

La mia vecchia casa, il blog dove è nato Biancorosso Giappone, era ormai scura.

Era una casa piena zeppa di ricordi, ma era ormai allo stremo. Era come un bicchiere contenente due o tre dita d’acqua in cui qualcuno si ostinava a voler dissolvere una quantità sempre crescente di zucchero.

Le imposte, corrose dalle intemperie e dall’inclemenza del tempo, sbattevano violentemente e il rumore da esse provocato mi impediva anche solo di riposarmi.

La corrente era stata staccata da tempo e gli ultimi scritti sono avvenuti così, a lume di una metaforica candela il cui tremolante bagliore illuminava il punto esatto dov’ero io creando uno spettrale inseguimento di luci e ombre. Luce qui e tenebre là.

Non era il frutto del sapiente manovrare dell’ombra di cui ci narra Jun’ichirō Tanizaki nel suo In’ei Raisan (titolo italiano: Libro d’ombra), un geniale volumetto dedicato alla vera estetica giapponese dove l’ombra si alterna alla luce in un delicatissimo gioco di spazi, nicchie, paraventi, porte scorrevoli e angoli dimenticati.

Era una piccola isola illuminata fiocamente e circondata da buie acque in cui nuotavano furtivi e minacciosi scuri alligatori.

In quel mare nero, le mie cose. Quello che di esse è rimasto. Cose che aspettavano una nuova dimora.

Testardamente non volevo abbandonare quel luogo credendolo depositario di Biancorosso Giappone, del mio scrivere, della mia arte.

La dispensa ormai non aveva più alcunché da offrire e quel poco rimasto placava solo i morsi della fame più violenti.

I traslocatori mi aspettavano incessantemente. Alcuni si agitavano, sbuffando, imprecando, oppure tamburellando nervosamente con le dita su qualunque superficie fosse disponibile. Altri, invece, mi attendevano seduti – chi per terra e chi su qualche sedia di fortuna – con quella solida e avvolgente pazienza di cui dispongono poche persone nell’arco della propria vita.

Ma una cosa è innegabile: erano e sono una squadra. Chi più indulgente chi meno, non hanno mai smesso di aspettarmi.

E incredibilmente mi hanno attesa fino a stasera.

Fino a quando, con la spossatezza nel fisico e l’estenuazione nella mente, ho aperto la vecchia porta cigolante e con imbarazzo, ma anche il desiderio di voltar pagina, ho lasciato che lentamente il mio sguardo incrociasse il loro e con un mio timido sorriso ho detto loro di essere pronta.

Loro non aspettavano altro.

Ho consegnato alle loro braccia forti ed energiche la mia prima scatola di averi, una scatola a cui ne sono seguite altre.

In cambio, mi hanno consegnato con gentilezza e garbo le chiavi della mia nuova residenza.

Questa.

Ed eccomi, dunque, qua.

Con la vecchia casa ormai alle spalle definitivamente e le scatole da disfare.

Dalle scatole spuntano cose tangibili e non.

Emergono il coraggio. Il cestino intrecciato di Yukiko-san. L’effervescenza della speranza che torna ad ardere. Le caramelle allo zenzero e mango di Ummi.

Caramelle zenzero e mango

Le caramelle allo zenzero e mango, dono di Ummi.

Sì, proprio quelle caramelline che mi fecero sorridere con quell’immagine di una radice di zenzero impegnata in una mossa degna di Bruce Lee. Una mossa decisa, come l’intensità e la tenacia della radice stessa.

Caramelle allo zenzero 1

Un simpatico Bruce Lee gingeresco.

Emerge una forza mai sparita del tutto e che tramuta una giungla di paura in un pacifico boschetto; fameliche tigri in buffi tigrotti di carta pasticciata da un bimbo annoiato; la minaccia di un furioso vento di Maestrale in un innocuo soffio come quelli che estinguono la fragile fiammella di una candela.

E` emerso il mio quaderno rosso sbiadito che mi aveva regalato Annalisa e su cui annoto disordinatamente e incostantemente le mie idee.

Quaderno delle idee e un prezioso libro di letteratura giapponese

Il quaderno delle idee e il libro di Ummi.

E’ emerso, con esso, anche un preziosissimo libro, sempre regalo della generosa Ummi: una dolce e incoraggiante mano che accompagna gli studenti più volenterosi in un viaggio nella letteratura giapponese moderna di Giles Murray.

Il pavimento è di legno profumato. C’è luce. Un’atmosfera accogliente mi annuncia, senza timidezze o cerimonie, che ora questa è la mia casa. Giungono carezzevolmente a me fili di incenso Mainichi-koh e con esso l’effluvio del Giappone che custodisco dentro di me in uno scrigno a cui i malintenzionati non possono accedere.

La nuova casa di Biancorosso Giappone. La residenza dell’anima di una scrittrice.

Doni di gennaio

Mogu-Mogu

Mogu-Mogu – bevanda thailandese

Gennaio è quel mese a cui piace trattenersi a lungo.

Se ne arriva avvolto in abiti pesanti, con in testa un berrettone bianco e ai piedi degli stivali imbottiti e abbelliti da bambineschi pom-pom dello stesso colore del suo berretto.

Si accomoda davanti al caminetto, possibilmente spaparanzandosi su una poltrona accogliente, e inizia a intessere racconti di storiche nevicate, di rocambolesche avventure in gelide bufere, di desolanti paesaggi cristallizzati in glaciali cornici.

Il tutto agitando le mani, come faccio sempre io senza quasi mai accorgermene. O meglio, me ne accorgo nel momento in cui noto come lo sguardo dei miei interlocutori inizi a seguire le rotazioni e i volteggi delle mie mani.

Nell’interminabilità che è tipica di gennaio, ho vissuto con serenità le settimane dal mio ultimo post.

A parte qualche singhiozzo qua e là, un forte raffreddore da cui solo ora mi sto riprendendo, per il resto tutto è stato dolcemente tranquillo e piacevole.

Ho ricevuto, ad esempio, l’ennesima conferma di come sia sempre il Giappone a seguirmi ovunque io vada, spesso senza che vi sia da parte mia la volontà di essere seguita.

In che modo?

Attraverso questa scatola di cioccolatini ricevuta in regalo dalla mia cara amica Dea.

scatola cioccolatini

scatola di cioccolatini

Sono i cioccolatini della Morozoff, uno storico marchio giapponese fondato da un cioccolataio russo nei primi del secolo scorso.

Dea, la mia cara e buona amica, ad una cena in Francia ha incontrato delle persone che erano da poco ritornate dal Giappone. Il periodo di festa li aveva spinti a portare pensieri gentili da portare ai loro amici e conoscenti.

E tra i pensieri c’erano appunto le scatole di metallo rosa della Morozoff, con all’interno questa cioccolatosa meraviglia:

Dettaglio cioccolatini

dettaglio cioccolatini

Vedendo l’etichetta sul retro, scritta naturalmente in giapponese, Dea ha pensato che avrebbe dovuto portare una di queste bellissime scatoline rosa di Morozoff anche a me!

Assieme ai cioccolatini giapponesi, Dea – che come già ho raccontato in precedenza – è pittrice e scultrice (qui il suo sito), mi ha anche fatto un dono speciale e assolutamente prezioso.

Se avete mai ricevuto in dono qualcosa da un artista, allora saprete cosa intendo.

Un artista esprime se stesso attraverso le proprie opere ed ognuna di esse contiene qualche fibra del suo essere.

Ricevere, dunque, in regalo un’opera significa effettivamente entrare in possesso di una parte di quella persona.

Le foto che ho non possono minimamente mostrare la bellezza strabiliante del dipinto ad olio raffigurante una giovane geisha-san che Dea ha deciso di donarmi.

Proverò a scattare foto migliori, cercando di sfruttare angolazioni più clementi che riescano a mostrare la bellezza di questo suo dipinto.

Una delle gioie che questo blog mi ha portato negli anni è stata la possibilità di poter conoscere persone a me affini.

In particolar modo, da quando sono ritornata in Italia e ho ripreso a scrivere, mi è capitato diverse volte di ricevere inviti per un caffè e due chiacchiere da parte di affezionati lettori e lettrici di Biancorosso Giappone.

Inviti che arrivano da chi abita a Torino oppure da chi a Torino ci arriva per curiosità o per affari.

È un qualcosa che, onestamente, mi stupisce sempre.

Mi sorprende il fatto che ci siano persone davvero interessate a conoscermi ed emozionate all’idea di parlarmi!

Mi sorprende, tutto questo, perché in fondo sono solo io.

E proprio giovedì scorso ho avuto il grande onore di conoscere una dolcissima persona che mi legge penso da molto tempo.

Venendo a Torino per turismo, ha subito pensato a me e mi ha chiesto – attraverso un messaggio che lasciava trasparire una certa emozione – se mi avesse fatto piacere incontrarla.

Ho accettato con gratitudine!

E così ho potuto conoscere questa cara ragazza di nome Cristiana che un treno, da Venezia, ha portato fin qui nella mia dolce e malinconica Torino dove un freddo e timido sole l’ha accolta facendo brillare il pallido color vaniglia degli edifici di Piazza Vittorio Veneto.

Abbiamo trascorso insieme alcune ore mentre io, col mio solito passo a metà tra lo svelto e l’esitante, l’ho portata a curiosare tra i quartieri a me più cari della città, passando per storici negozi colmi di delizie piemontesi fino ad arrivare alle botteghe di prodotti orientali.

Ed è proprio nel frigorifero di una di queste botteghe (la mia prediletta, per chiunque passasse da lì: Tan Than di Via delle Orfane 29) che la mia attenzione è stata catturata dalle bottiglie di Mogu Mogu, una bevanda tailandese al gusto cola e contenente cubetti dinata de coco.

Insomma, una bevanda che si beve e si mangia. Da questo, penso, derivi il nome giapponese もぐもぐ mogu-mogu, una parola onomatopeica che indica proprio il rumore che si fa quando si mastica del cibo. Tipo il nostro ciomp-ciomp, ecco.

Mogu-Mogu

Mogu-Mogu – bevanda thailandese

Mogu-Mogu

Mogu-Mogu – bevanda thailandese

E come tutte le persone che questo blog mi ha permesso di conoscere, anche Cristiana è stata così generosa da portarmi dei doni davvero molto speciali, così tanto da chiedermi se veramente io meriti queste gocce di cuore.

Come questi biscotti che mi ha spiegato si chiamano essi, per via della loro forma.

Emanano la fragranza scalda-cuore delle cose buone, fatte in casa, da una persona limpida.

biscotti

biscotti “essi” – dono di Cristiana

Sanno proprio di buono, di semplicità, di una cucina dove riflette un sole pulito che tiene per mano un cuore cristallino e generoso.

Tra i doni di Cristiana, ecco un oggetto che ho amato follemente al primo sguardo:

coppa

coppa in vetro di Murano

Un’incantevole coppa in vetro di Murano, prodotta nella sua azienda di famiglia il cui sito vi invito a visitare: Ars Cenedese.

Striscioline rosa che, come le dolci venature di un lecca-lecca, s’intrecciano fra di loro fondendosi in un cremoso abbraccio col vetro trasparente.

coppa dettaglio

dettaglio della coppa e della trama

Porto nel cuore ora il ricordo di questa ragazza di nome Cristiana, dagli occhi bellissimi, dalla voce allegra e impreziosita dal suo melodioso accento veneto.

E gennaio, nella sua interminabilità, mi ha portato anche due nuove amicizie!

Per caso, spinta dalla mia solita e mariannesca curiosità, ho scoperto un giorno che nel mio quartiere era stato aperto un negozio di biocosmesi.

Ero alla ricerca molto intestardita di prodotti realmente naturali, senza ingredienti di origine animale e che fossero realmente adatti alla mia pelle.

Il mio percorso interiore e spirituale mi ha portata ad eliminare consapevolmente molto superfluo estetico: i troppi gingilli da mettersi addosso, i troppi belletti con cui impastricciarsi, il troppo di tutto che appesantisce e nasconde chi sono per davvero.

Sono ritornata.
E sono ritornata alle cose di base, alle radici, alla semplicità e ne sono immensamente felice.

Ed esplorando questo negozio di biocosmetica, ho scoperto che era stato aperto da pochissimo.

Le due ragazze proprietarie sono due persone con cui si è instaurata una simpatia istantanea. Le ammiro per la loro tenacia, il loro coraggio, la loro voglia di mettersi in gioco e di non farsi intimidire da chi cerca di sminuire il tuo sogno.

Le ammiro per la loro grinta, il loro sapere, i loro sorrisi, la loro gentilezza genuina, la loro umiltà.

Il loro incantevole negozio si chiama La Dama Verde ed è realmente il posto giusto per chi cerca prodotti scelti con buonsenso, con cuore, con criterio, con lungimiranza e saggezza.

E tra i piccoli tesori che sono riuscita a concedermi tra i prodotti in vendita alla Dama Verde, ecco queste due delizie per il palato:

prodotti naturali

prodotti de La Dama Verde

Un tè e una tisana della Pukka, un‘azienda inglese specializzata appunto in tè e tisane provenienti da agricoltura biologica ed equo-solidale.

La scatola grigia contiene un Earl Grey dalle spiccate, ma delicate, note di lavanda e l’altra confezione una tisana fiabesca che profuma di mela, cannella e zenzero.

Due esplosioni di mirabili effluvi che riflettono, per come interpreto io sempre le cose, questa nuova amicizia nata con due ragazze che ammiro e che mi fanno sempre sentire ben accolta e stimata.

Se siete a Torino o da qui passate, andate alla Dama Verde. Sarà uno dei posti dove percepirete la purezza della passione per un progetto, per un’idea, per un sogno. Lì percepirete l’armonia del credere in qualcosa e portarlo avanti con fierezza.

Evoluzioni a Capodanno

syougatsu

syougatsu

Potrei mettermi qui a raccontare, per filo e per segno con precisione, in cosa consistono i preparativi nipponici per il nuovo anno. Potrei raccontarvi cosa si fa, cosa si dice, cosa si mangia, dove si va.

Ma sono argomenti di cui ho già parlato ampiamente qui su Biancorosso Giappone in passato, raccontandovi le cose vissute in prima persona. Troverete, infatti, resoconti dei miei o-shoogatsu (Capodanno) trascorsi in Giappone, con riflessioni e pensieri su おせち料理 osechi-ryoori (con tanto di esperimento mio!). Guardate qui! E anche qua!

Vi posso però certamente dire che, pur a migliaia di chilometri di distanza, percepisco con chiarezza l’effervescenza di questo periodo e di tutti i preparativi.

Nella mie mente si susseguono immagini di attraenti riproduzioni in plastica di おせち料理 in esposizione nei centri commerciali; di cataloghi, altrettanto invitanti, colmi di pagine lucide dove con mille e ricche descrizioni si invitano potenziali clienti ad effettuare un ordine che assicuri un pasto elegante – e nel pieno rispetto delle tradizioni – pronto sulla tavola in festa per l’ultimo dell’anno.

Immagino il trambusto nei grandi magazzini, come anche nei modesti supermercati di quartiere dove innumerevoli cartelloni pubblicitari gareggiano l’uno contro l’altro nel conquistarsi l’attenzione dei clienti offrendo loro prodotti a prezzi sempre più irresistibili.

Immagino i templi addobbati per l’occasione e con bancarelle pronte a distribuire mazzetti d’incensi, bevande calde e お守り omamori.

Mi sembra di sentir l’odore del falò che veniva sempre preparato davanti al tempio Soochuji, vicino casa mia. Ardevano quelle fiamme propagando calore, luce e una fragranza che sapeva d’inverno, di speranza, di buoni propositi, ma anche di misteri.

Sono ricordi, questi, che ripercorro nella mente con una certa malinconia, ma anche con un certo conforto nel realizzare quanto la mia vita sia cambiata.

In meglio.

È inevitabile: ci si trova, sempre in questo periodo, a tirare le somme, ad abbozzare bilanci più o meno obiettivi dell’anno passato.

Nel Periodo Edo, e per molti secoli prima, i giapponesi misuravano il tempo in maniera molto diversa da quella che impieghiamo noi. Suddividevano sia il giorno che la notte in sei ore ciascuno, assegnando ad ogni ora il nome di uno degli animali dello zodiaco giapponese.

Si aveva, ad esempio, l’Ora del Drago che era poco dopo l’alba e l’Ora della Tigre che avveniva nel cuore della notte.

Suddivisioni del tempo create dall’uomo e che scandivano e scandiscono il ritmo della nostra esistenza.

Immagino che i giapponesi dell’antichità iniziassero a tirare le somme dell’anno vecchio all’avvicinarsi dell’Ora del Ratto…

…e allora si ripensava a quello che era stato e si era fatto fino a quel momento.

Per me questo duemilaquattordici è stato un anno positivo. Questo non significa che sia stato privo di difficoltà e di dolori, ma nel complesso è stato un anno rincuorante e colmo di gioie.

Ha rappresentato il culmine dopo il percorso di enorme sofferenza che ho vissuto a partire dal duemiladieci, l’anno in cui ho lasciato il Giappone e sono poi ritornata in Italia. L’anno decisamente più duro e più buio che la mia mente ricordi.

Il duemilaquattordici è stato l’anno in cui ho ritrovato la mia dimensione religiosa e spirituale grazie a cui ho imparato ad apprezzare, ancora più di prima, la gioia delle piccole cose, la preziosità del tempo, la purezza dell’intenzione.

Ho imparato a non avere più voglia né desiderio di conformarmi a tante cose solo perché si fa così e si usa cosà. Non mi interessa più.

Un esempio fra tanti è il Natale, ricorrenza che non festeggio più e di cui conservo solo il calore famigliare che tipicamente si avverte in quel periodo dell’anno.

È stato l’anno in cui sono riuscita a lasciarmi alle spalle una situazione lavorativa stagnante che risucchiava ogni mia energia senza premiarmi in alcun modo.

È stato anche l’anno di una colossale delusione d’amicizia. Una delusione che però, a posteriori, mi ha aiutata ad affinare l’occhio e il fiuto riuscendo in poco tempo a setacciare le già sparute amicizie che orbitavano nella mia vita e di cui un ancor più esiguo numero ha dimostrato di meritare il titolo di amica.

Questo duemilaquattordici si conclude con la speranza viva e vera del decollo reale di Dadakko-Ya per il 2015, meta verso cui sto lavorando con entusiasmo e un briciolino di sano timore.

Non ho voglia di dilungarmi in auguri che tanto non serviranno veramente a niente.

La mia speranza per tutti voi che mi leggete è che troviate ciò che vi rende sereni, ora più che mai in questi tempi di reale difficoltà.

Perle di nobile zucchero e dorayaki artigianali

干菓子 Higashi di Saku-chan

干菓子 Higashi di Saku-chan

Più spesso di quanto vorrei la mia mente realizza la distanza geografica che mi separa dal Giappone.Rendersene conto fa un pò male ogni volta.Il Giappone, è inutile stare a girarci tanto intorno, è realmente una parte di me.

Anche quando qui in Italia mi aspettavano tempi bui, dolorosamente strazianti, scoranti fino all’inverosimile – momenti in cui mi allontanai dal blog e da tutto ciò che era giapponese per non infierire ulteriormente sul mio delicato stato d’animo di allora – anche in quei frangenti il Giappone non riusciva ad allontanarsi da me.

Lo ritrovavo continuamente: nelle domande delle persone, da qualche parte in giro per la città, sulle bancarelle di un mercatino delle pulci, oppure nella buca delle lettere.

Il Giappone che trovavo nella cassetta della posta erano le lettere e i pacchetti di Saku-chan che ogni volta mi facevano sanguinare il cuore al solo pensiero di vederne il contenuto, ma al contempo mi facevano provare una confortante felicità nella consapevolezza di essere ancora legata a quella terra e a quelle persone a me così care.

A Saku-chan raccontai tutto quello che successe gradatamente. Sapevo che se le avessi detto tutto quando ancora brancolavo senza appigli e senza meta lei si sarebbe preoccupata molto e questa volevo evitarlo.

Sapevo che da parte sua avrei avuto un instancabile appoggio. E così fu.

L’otto dicembre, quindi molto recentemente, ho scoperto che era arrivato un pacchetto per me pochi giorni prima ma, non essendo a casa al momento della consegna, era stato ritirato gentilmente dai miei vicini.

Il pacchetto, una vera ed inaspettata sorpresa, arrivava da Saku-chan.

Il delicato incarto con due bamboline e i 紋 mon di una pasticceria di Sagamihara

Il delicato incarto con due bamboline e i 紋 mon di una pasticceria di Sagamihara

Saku mi ha inviato una confezione di 干菓子 higashi. Gli higashi fanno parte della grande famiglia dei wagashi, ma si distinguono dagli altri dolci essendo secchi. Il primo kanji 干 significa proprio secco.

Gli higashi sono a base generalmente di un ingrediente tanto particolare quanto tradizionale: il 和三盆 wasanbon.

Il wasanbon è uno zucchero indigeno che ha la consistenza pressappoco dello zucchero a velo. Viene prodotto, dal Periodo Edo, esclusivamente con le canne da zucchero coltivate nelle prefetture di Tokushima e Kagawa.

Pur avendo una somiglianza con l’occidentale zucchero a velo, il wasanbon possiede però un sapore particolare che lo distingue nettamente dal suo parente. Delicate note di burro e miele lo rendono davvero una prelibatezza.

Il wasanbon viene utilizzato principalmente nella pasticceria tradizionale, soprattutto in prodotti di qualita’ particolarmente elevata, e anche nelle preparazioni dolciarie domestiche ogniqualvolta si desidera conferire un tocco di nipponica eleganza ai propri dolci.

Gli higashi sono uno dei prodotti piu’ conosciuti a base appunto diwasanbon.

Questi sono i dolci che generalmente presenziano durante la cerimonia del tè proprio grazie alla loro bellezza, alle loro forme e colori che rispecchiano sempre le stagioni oppure determinate ricorrenze.

L’incantevole confezione che racchiude gli higashi di Saku-chan. Dietro la sua lettera con in alto il mio nome.

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Il nome di questa composizione di higashi è particolarmente evocativo: 松籟 shoorai, ossia il suono, il sussurro, il bisbiglio del vento che soffia tra i pini.

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Ammirate insieme a me la delicatezza di questi dolcini:

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Ci sono uno ひょうたん hyootan e due 波nami (onde)

Ci sono uno ひょうたん hyootan e due 波nami (onde)

La spontaneità e sincerità di Saku la rendono una delle persone più limpide che io abbia mai incontrato.

E senza nemmeno farlo apposta, rimaniamo in tema di wagashi con alcuni どら焼き dorayaki che ho preparato e confezionato con pochi e semplici ingredienti.

Ho parlato tante volte di questi dolcini qui su Biancorosso Giappone, presentandone anche una ricetta attraverso la rubrica che curavo sul sito Insieme a Tè. Ricordate?

Era da tanto che non li preparavo.

Ho iniziato con una scorciatoia. Questi ゆであずき yude-azuki, azuki bolliti in latta, della 井村屋 Imuraya, un`azienda nella Prefettura di Mie.

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La striscia gialla sulla confezione ci indica che sono stati usati solo fagioli azuki provenienti da Hokkaido, da cui arriva una delle varietà più pregiate.

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Ho preparato le frittelle dei dorayaki con un semplice impasto a base di farina 00, zucchero, miele, lievito chimico, uova e acqua.

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Come mi piace sempre fare quando preparo i dorayaki, ho aromatizzato una parte dell’impasto con del buon 抹茶 matcha che conferisce al dolce un gradevole color verde brillante unitamente ad un delicato sapore inconfondibilmente giapponese.
Preparate le frittelle, le ho farcite con gli azuki bolliti i quali e` stato sufficiente utilizzarli così com’erano direttamente dalla latta.
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Ed ecco i どら焼き pronti, confezionati in semplice carta trasparente per alimenti.
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Acquose pennellate di un chiaroscuro dell’anima

Piccole cose belle

Piccole cose belle

Ricordo, con singolare nitidezza, la sensazione che mi accolse e mi accompagnò, in un soleggiato pomeriggio d’autunno, durante una mia passeggiata pigra e rilassante nei giardini del 明治神宮 Meiji-jinguu, a Tokyo. Inutile soffermarsi sui mille dettagli che attirarono la mia attenzione per la loro squisitezza: odori, sensazioni, forme e suoni.

Tutto intorno a me attraversava i filtri delle mie percezioni lasciando sempre un senso di malinconica felicità.

Un punto del vasto giardino che circonda l’antico edificio mi colpì.

Non vi era nulla in quel punto, se non un’aggraziata recinzione di legno e dell’erbetta curata.

Rimasi però affascinata da quell’angolo dove giocavano i raggi di un sole del tardo pomeriggio con i primi segni delle tenebre del tramonto. Era il contrasto fra luce e ombra, in quell’angolo solitario che mi dava l’impressione di essere triste e al contempo serena.

Da qualche parte, nella vasta scia punteggiata dalla miriade di cose perse, lasciate volutamente, sottrattemi oppure semplicemente dimenticate distrattamente chissà dove, vi sono alcune foto che scattai nel goffo e maldestro tentativo di catturare la sensazione provata.

Ma penso sia meglio non ritrovarle perché, le ricordo bene, non mostravano nulla se non un solitario appezzamento di terra in un pomeriggio qualunque.

La macchina fotografica, specie se usata da mani inesperte come le mie, non agirà mai da specchio alle sensazioni ricevute dal cuore. Anzi. Farà da secchio colmo d’acqua gelida che, versato su quelle emozioni non facilmente articolabili, ne spazzerà via ogni traccia.

E in una tranquilla e semplice sera d’autunno torinese, in una biblioteca di periferia circondata dall’oscurità di un muro fatto di alberi e case forse anonime, ho trovato sugli scaffali ben ordinati la versione italiana di 陰影礼賛 In-ei raisan, letteralmente sarebbe “L’elogio dell’ombra” di Tanizaki Jun’ichiroo.

Non amo particolarmente Tanizaki per vari motivi. La sua è una scrittura che porta il lettore ad esplorare confini della mente e dell’etica che io non voglio esplorare e che preferisco evitare. La sua scrittura mi trasmette angoscia e malessere.

Ma In-ei raisan è in una categoria a sè. Nelle sue pagine c’è poco o nulla del malessere che Tanizaki mi trasmette con le parole.

Leggendo In-ei raisan, a dire il vero, dimentico chi sia l’autore. L’autore diventa una voce senza volto e senza nome i cui pensieri, però, per la maggior parte si trovano allineati con tutto ciò che sento io e che tuttavia era relegato nell’angolo delle sensazioni non articolabili.

Non mi dilungherò sul libro e sul suo contenuto. A questo ci pensano già i vari siti di recensioni, di critica letteraria e via discorrendo.

Va precisato però che In-ei raisan è un tributo all’estetica giapponese e ai suoi canoni apparentemente piu’ volatili agli occhi occidentali.

È l’esaltazione della penombra rispetto alla luce abbagliante che sfalsa, acceca, involgarisce e sottrae, a chi osserva, ogni forma di contemplazione.

Tanizaki ci spiega come le lacche giapponesi, ad esempio, siano state create per luoghi dalla luce fioca perchè solo lì riescono a sfoderare il loro ventaglio di contrasti ebano, vermigli e dorati.

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Agli occhi occidentali una stanza tradizionale giapponese, una 和室 washitsu, appare spoglia e triste, ma in realtà e` tutto fuorchè spoglia.

Sono gli spazi vuoti dove la penombra gioca con sprazzi di luce delicata e scivolata attraverso i pannelli di carta delle porte 障子 shooji a possedere l`aggraziata bellezza che non possiamo – e non potremo – replicare addobbando ad nauseam una stanza con decorazioni e suppellettili cariche di colori e luci.

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Pur risultando a tratti schizzinosamente nazionalista, Tanizaki ci spiega ad esempio l’ineguagliata bellezza della carta giapponese che assorbe lentamente i raggi di luce anzichè respingerli come farebbe quella occidentale.

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L’autore dipinge un’immagine della donna giapponese dei tempi che furono e di come essa condusse sempre una vita riservata dove veniva protetta dagli sguardi estranei. La sua esistenza si srotolava essenzialmente fra le mura di casa, una casa ricca di stanze scure e di giochi tra luce e penombra.
E in quella penombra risaltava il candore della sua pelle, messa ancor più in evidenza dall’antica pratica dell’ o-haguro お歯黒 ossia dell’annerimento voluto dei denti attraverso una soluzione a base di ferro e aceto.
Certo, se cercate immagini di donne con o-haguro vi appariranno strane, strambe, addirittura inquietanti.

Nella cultura occidentale, in generale, il nero non viene associato a qualcosa di positivo. Nero spesso significa sporco, poco chiaro, non comprensibile.

Ma bisogna immergersi, anche se solo per un attimo, nella visione nipponica dell’epoca che vedeva la bellezza nelle lacche scure e in tutto ciò che aveva una laccatura nera.

E i denti, anch’essi laccati di nero, assumevano un grado di fascino e bellezza particolari.

E Tanizaki, a tal proposito, fa una riflessione che colpisce:

“forse erano quelle stesse donne (…) a secernere, dalle dentature annerite e dalle punte dei capelli corvini, le tenebre in cui vivevano.”

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