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Mizudashi e pura ispirazione notturna

Un malinconico scorcio della mia città, Torino.

Ricordo un periodo in cui si usava inviare cartoline dai luoghi visitati. Ecco, considerate questo struggente scorcio torinese come una cartolina d’antan trasmessa, però, attraverso la rete.

E’ notte fonda in questo preciso istante. Ottobre è giunto a noi con i suoi già gelidi svolazzi e i suoi cinerei cieli che sembrano offrire uno sguardo sull’infinito.

Torino è addormentata, avvolta nella sua caratteristica coltre di inizio autunno adornata dalle prime pennellate color fumo. Nell’aria la fragranza delle prime pioggerelle della stagione ovvero quelle che i giapponesi – nel loro straordinario lessico delle stagioni – chiamano 秋雨 akisame.

E’ notte fonda, dicevo. Pensieri si avvicendano vorticosamente in un convulso valzer che non accenna a finire. E grazie a un’accurata selezione musicale di Red Ronnie, ho riascoltato dopo tanto tempo la grazia acustica di un grande poeta della musica di alcuni decenni fa: Rod Stewart.
Ascolto il lirismo struggente dei suoi versi intessuto con la soavità di quella musica e…i miei occhi iniziano a riempirsi di lacrime. E non riesco a smettere di piangere.

L’inconfondibile voce roca di Rod mi riporta ai miei primi anni statunitensi quando vivevo a Dallas, più precisamente in quel sobborgo isolato e dolorosamente avvilente agli occhi della Marianna diciannovenne che ero: Glenn Heights.

Rod Stewart accompagnava quei giorni lunghissimi in quel luogo in cui, un giorno, promisi a me stessa di non tornare mai più. E sebbene ancora oggi avverta la pugnalata lancinante della nostalgia per la mia America – quell’America che ho chiamato casa per molti anni – non tornerei a Glenn Heights per nulla al mondo.

Scie di poesia urbana in Lungo Po Cadorna, a Torino.

Squarcia lo scorrere di questa giovinezza.

Così scrive un anonimo poeta urbano sulla balaustra di pietra sul Lungo Po Cadorna.

Veritiera e lacerante constatazione.

Quante volte ho percorso il Lungo Po della mia amata città, instancabilmente sia a monte sia a valle, godendo della caratteristica fragranza che l’antico Eridano emana amalgamandosi con l’aria taurinense.

E squarcia davvero lo scorrere della giovinezza. E’ proprio sul Lungo Po Cadorna che io mi rivedo bambina, in una lontanissima e torrida estate di tanti tanti anni fa. Forse l’estate del 1985. Ero con mia mamma, all’epoca giovanissima ragazza madre, lasciata sola a fronteggiare le immani difficoltà dell’essere madre e padre contemporaneamente. Sedute sulle sedie bianche di una chiosco, ricordo la mia vivacità e lo scambio di battute scherzose tra mia mamma e un giovane ragazzo magrebino.

Era sera. I parapetti di pietra erano illuminati dai lampioni del lungofiume, dalle luci bianche del chiosco e dall’illuminazione della vicina Corso San Maurizio. Dallo scuro manto fluviale si innalzava l’afa della giornata accompagnata dall’odore verde e algoso che il buio Eridano ha per sempre impresso nel mio cuore non lasciandolo più.

Ricordo la mia mamma sorridente in un raro momento di spensieratezza di quegli anni per lei così dolorosi. Ricordo quel giovane ragazzo seduto in un tavolo vicino, da solo. Chissà cosa diede vita a quella momentanea simpatia. Un divertente scambio di battute, alcune a voce ma altre scritte su un pezzo di carta in un francese improvvisato e che io da piccola divertita messaggera portavo al ragazzo da parte di mia mamma e viceversa.

Ce ne andammo dopo il gelato. Un saluto e il piacevole scambio finì. E noi tornammo a casa, allontanandoci – ma mai troppo – da Eridano e dalle sue sponde.

E non avrei di certo immaginato che, molti anni e giramondare dopo, sarei venuta ad abitare proprio a pochi passi da quella stessa balaustra e dunque dall’indomito Eridano che non ha mai smesso di aspettarmi.

Congerie di pensieri e…mizudashi

In questa vera congerie notturna di pensieri un po’ alla rinfusa e mescolati al magma sempre incandescente della nostalgia, ripenso a come solo poche settimane fa regnava ancora quell’afa che riesce a far sembrare l’estate un distante ricordo in bilico sul confine del sogno.

In una giornata di quel caldo distante ormai, ho preparato una semplice quanto benefica bevanda giapponese: il tè verde mizudashi.

Il mio tè verde mizudashi…in una calda giornata d’estate.

Il termine 水出し mizudashi si riferisce a un metodo d’infusione a freddo, applicabile al tè come anche al caffè.

Il procedimento è così semplice da non necessitare nemmeno di una spiegazione. Ci tengo però a condividere con voi il segreto per un delizioso tè verde giapponese mizudashi.

Occorrente:

1 litro d’acqua
10g di tè verde giapponese (consiglio il sencha)
1 bottiglia o contenitore
1 bustina vuota da tè

Dieci grammi di sencha giapponese e una bustina vuota

Naturalmente non sono obbligatorie le bustine. Potete tranquillamente versare le foglie di tè nell’acqua e filtrare la bevanda quando l’infusione sarà pronta.
In un negozio di corso San Martino, a Torino, un giorno ho trovato in maniera del tutto inaspettata proprio una confezione di queste bustine di provenienza giapponese:

Le ocha-pakku trovate inaspettatamente in Corso San Martino, a Torino.

Riempire una bottiglia o una caraffa con un litro d’acqua fresca e tuffarvi dentro i 10g di tè verde giapponese, con o senza bustina. A voi la scelta. Riporre il tutto in frigorifero per almeno un’ora e mezza dopodiché togliere la bustina oppure filtrare il tutto e…gustare!

Il tè verde giapponese preparato con il metodo del mizudashi è una deliziosa alternativa al tè caldo.

E’ ora di riposare

La vena poetico-musicale di questa mia congerie notturna si conclude sulle note commoventi di Paul Simon e la sua struggente American Tune.

Still, tomorrow’s going to be another working day
And I’m trying to get some rest
That’s all I’m trying to get some rest

Pensieri fluviali: L`imperturbabile scorrere del fiume

Akemashite

あけましておめでとうございます。
Scritto da me.

Il fiume scorre imperturbabilmente.

Ad esso non importano i gozzovigli, le corse esasperate ad improbabili acquisti, le tavolate del tanto e troppo, i regali forzati,  le immancabili liste dei buoni propositi che si dissolvono nell’interminabile gennaio.

Esso scorre e basta.

E ti mostra, per l’ennesima volta, che allo stesso modo scivola via il tempo.

Sono quattro anni ormai che ho scelto volontariamente di non festeggiare più.

Questo mi porta inevitabilmente ad una solitudine che, vi confesso, mi piace.

E` un po’ come sedersi comodamente in poltrona e osservare, da dietro una pulitissima vetrata, il mondo là fuori mentre si cruccia per non essere riuscito ancora a trovare il regalo per la collega; per non aver ancora comprato i piatti nuovi col vischio dipinto sul bordino; per non aver ancora messo dovutamente a soqquadro la sala in vista del cenone; per non aver provveduto a rimpinzare a sufficienza la dispensa già straripante; per aver dimenticato di prenotare il vassoione di agnolotti del plin; per non aver ancora attaccato quelle lucine là che avevamo preso da Tiger, ricordi?

Ognuno sceglie come vivere e io ho scelto di estraniarmi da tutto questo bailamme perché a un certo punto io non ci ho più trovato un senso.

Questo periodo dell’anno diventa, per me, periodo di silenzio in cui ogni giro per la città si trasforma in questa osservazione ovattata da dietro l’immaginaria, ma percepita, vetrata.

E quest’anno, ad acuire il senso di silenzio e inusuale contemplazione, ha contribuito la malattia che ha bersagliato me, la mia dolce metà e certamente tantissime altre persone. Nulla di grave, se non un semplice malanno stagionale che però ha ulteriormente rallentato i già calmi ritmi.

Mentre il 31 dicembre volgeva alla fine e fuori il frastuono celebrativo raggiungeva i suoi culmini sonori, in casa mia il silenzio, la malattia scandita da colpi di tosse, ma al tempo stesso anche un senso composto di pace.

Ho preso in mano un pezzo di carta e con una 筆ペン fudepen giapponese Sakura (un apprezzatissimo regalo autunnale ricevuto da mia sorella e mio cognato) ho tracciato alcuni semplici hiragana scrivendo l`Akemashite omedetou gozaimasu con cui i giapponesi accolgono il nuovo anno.

A riscaldarci il cuore e lo stomaco, rinfrancanti scodelle fumanti di zuppa di miso che ogni giorno sono ospiti nella mia cucina e sulla nostra tavola.

Scodella di zuppa di miso

Quella irrinunciabile eleganza.

Ho riscoperto così una coppia di preziose scodelle laccate per zuppa di miso, dono della mia cara Akiko.

Sono un tributo alla bellezza di un travolgente fiore invernale a cui non si può non associare il fascino dell’antico Giappone: 椿 tsubaki ovvero la camelia.

Shiromiso fresco e stemperato dolcemente in un brodo dashi ove al suo interno danzavano, al ritmo di un effervescente sobbollimento, patate e cavolo nero.

Shiromiso fresco e stemperato dolcemente in un brodo dashi ove al suo interno danzavano, al ritmo di un effervescente sobbollimento, patate e cavolo nero.

Zuppa di miso

Zuppa di miso: uno scrigno di benessere.

Qualche cubetto di tofu fresco e i sapori veri del Giappone si materializzano in un istante.

Zuppa di miso

O-misoshiru.

L’inverno è la mia stagione perché io sono nata in inverno. Non posso certamente ricordare il giorno della mia nascita (forse ci riusciva Kochan di Mishima o Mishima stesso, chissà) ma ricordo le nevicate a cui assistevo da bambina e come quella neve si trasformasse in un materiale da gioco dalle mille possibilità.

Assaporo il silenzio nel frastuono preparandomi una tazza di buon tè nero di Ceylon e permettendo alle mie dita, molto lentamente, di sfogliare nuovamente le pagine di un libro che non è solo un libro, ma il vero fil rouge – sottilissimo eppur robusto – che mi ha tenuta saldamente legata al Giappone anche nei momenti più tetri: le poesie di Kaneko Misuzu.

Conoscete questa poetessa?

Riflessioni con Kaneko Misuzu

Un tè nero di Ceylon e le innocenti parole di Kaneko Misuzu.

Date un’occhiata qui.

Mi sono aggrappata tante, tante, tante, tante volte alle sue parole e ai suoi kana scelti con meticolosa cura e sincerità. Ad essi mi aggrappavo nei momenti più bui della mia vita quando ho vissuto sulla mia pelle l’acredine dell’abbandono e la desolazione della solitudine non cercata.

Senza saperlo, forse, mi aggrappavo alle sue parole come lei stessa si aggrappava ai suoi propri pensieri poetici nel tentativo di trovare conforto. Un conforto, però, svanito purtroppo per sempre in preda alla disperazione che l’ha condotta a porre fine alla sua vita dopo aver fatto un bagno alla sua bambina e aver con lei assaporato un ultimo sakuramochi.

Ma dalla disperazione mia di allora sono rinata e l’acqua del fiume di allora non esiste più.

Mi rattristo per Misuzu e per la distanza geografica e temporale che non ha reso possibile un nostro incontro.

Solo attraverso le sue parole e i miei occhi che le leggevano con lealtà è avvenuta una sorta di rassicurante convergenza.

Nuova acqua scorre imperturbabilmente e con essa il tempo ma anche la rinvigorente forza di andare avanti perché grazie a Dio sono ancora qui. E anche voi.

Semplicità pomeridiane

Un sole pomeridiano magnifico illumina Torino da ore. Un bouquet radioso di raggi caldi impregnati del profumo della vita, del respiro, del battito di un cuore, di un sorriso sincero, di due occhi che – non potendo mentire – lasciano trasparire l’essenza dell’anima.

È rincuorante assistere all’allungarsi delle giornate e alla gioia di un sole che ti accompagna fino alle ore inoltrate del pomeriggio.

Un venticello tiepido e leggermente sfrontato giocherella con le tende verdi dei balconi; con la biancheria stesa che – divertita – sventola come bandiere; con i rami di alberi ormai adornati di stupendi fiori.

Vado fuori, chiudo gli occhi e respiro… e respirando catturo la fragranza della città al pomeriggio.

Tutto profuma di linfa che pulsa, di sangue che scorre nelle vene, di idee che si mescolano e si rimescolano, di nuove energie e propositi.

Se da una parte la routine quotidiana porta conforto, dall’altra ti sottrae la voglia di inventare facendo qualche strappo alla regola che scandisce le nostre giornate.

Si perde la mano nelle cose a cui si ripensa, di tanto in tanto, con una certa nostalgia.

Era da tempo che desideravo rispolverare il mio rito pomeridiano del 抹茶 matcha e quale momento migliore se non questo sereno e profumatissimo pomeriggio quasi primaverile torinese?

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Ho tirato fuori, dunque, la mia tazza da 野立て nodate, il mio 茶筅chasen, il mio 茶杓 chashaku, un どら焼き dorayaki come dolcino e – naturalmente – il mio 抹茶 matcha.

Chissà se ricordate questo mio post qui?

Per una persona, bastano un chashaku e mezzo di tè matcha versato direttamente nella tazza.

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Si mette a bollire l’acqua e quando è pronta la si versa in un’altra tazza (per smorzarne un po’ il calore che potrebbe essere eccessivo), dopodiché la si può versare nella tazza da matcha.

Fatto questo, si inumidisce con acqua tiepida il chasen e si è pronti per mescolare accuratamente avendo l’accortezza di eseguire un movimento a forma di M e concludere con un movimento come se si dovesse tracciare, con le setole del chasen, l’hiragana の.

Mi sono accorta di aver perso un pochino la mano, ma la riacquisterò. Basterà solo non far passare altro tempo.

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Il matcha ha il sapore della natura, del fogliame, del fresco e del vero. Dona energia come il caffè, ma senza la tremarella da caffeina.

Ho ritrovato molta serenità in questa semplice preparazione e nel privilegio di poter sorseggiare questo buon tè dalla mia amata tazza coi bordi dipinti di cielo.

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