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Mugicha: un’antica bevanda

Confezione di autentico Mugicha

A Torino è scoppiato il caldo, arrivando con quella repentinità che spesso caratterizza l’emergere delle temperature roventi.
Le ore iniziano a scorrere con burrosa lentezza mentre raggi incandescenti di un sole di metà maggio divorano ogni lembo d’ombra.

Una sorta di rassicurante anteprima del sopravvento della luce sulle tenebre.

Manca ancora circa un mese all’estate eppure potremmo facilmente immaginare di essere già nella stagione che, scalpitante, ci aspetta dietro l’angolo.

Oggi scrivo in compagnia della melodiosa voce di Neffa, straordinario poeta urbano ancor prima che cantante. Inseguendo le struggenti note della sua Giorni d’estate, assaporo già il gusto della stagione che amo di meno.

Dai campi di Saga a Torino

Svariate settimane fa, in tempi climaticamente non sospetti e con addosso ancora un cappottino, in un nuovo Asian market di Torino ho spalancato gli occhi esclamando qualcosa come Veramente?!.
Su uno scaffale ecco delle confezioni di 麦茶 mugicha. Prodotto che, fino a quel momento, era rimasto pressoché introvabile se non a prezzi equiparabili a quelli di un braccialetto di Musy.

Non ci potevo credere. Era proprio lui. L’autentico mugicha che rinfresca le torride ed indimenticabili estati giapponesi.

Dai campi della Prefettura di Saga, nel Kyūshū, fino in un accogliente negozietto asiatico nella sabauda Torino.

Il pensiero che quel sacchetto abbia percorso migliaia di Km per giungere tra le mie mani è una sensazione che mi riempie di gratitudine. Chiudo gli occhi e, per una manciata d’istanti, mi ricongiungo al luogo di origine. E se quel luogo è il Giappone allora avviene quello che – ormai da anni – chiamo il teletrasporto dell’anima.

Mugicha: dal passato a noi

In rete trovate ancora sul blog storico il mio articolo del luglio 2007 dedicato al mugicha, nonché uno dei primissimi articoli sull’argomento in italiano. Potete leggerlo qui.

La parola mugicha significa letteralmente tè d’orzo. È una bevanda che si prepara mettendo in infusione chicchi tostati d’orzo in acqua calda oppure fredda. Quindi non è un tè in senso stretto poiché non contiene nessuna parte della Camellia sinensis, ossia la pianta del tè.

Nel Giappone moderno, il mugicha è una delle bevande estive per eccellenza e lo si consuma rigorosamente freddo.

Illustrazione del classico mugicha estivo

Fra poco vi mostrerò due modi per assaporare il mugicha: il metodo classico e uno un po’ particolare.

Ma prima vorrei raccontarvi alcune curiosità storiche.

Si dice che l’orzo sia presente in Giappone già dalla distantissima epoca Jōmon (10000 – 300 a.C.) ma testimonianze ci raccontano di una curiosa maniera di consumare questo antico cereale, in voga a partire dal periodo Heian (794-1185 d.C.): si macinava l’orzo tostato e se ne ricavava una farina chiamata 麦粉がし mugikogashi. Si stemperava questa farina in acqua calda fino ad ottenere una bevanda che iniziò ad essere molto apprezzata, si dice, soprattutto dai guerrieri dell’epoca Sengoku o degli Stati belligeranti (1467-1603) che, infatti, se la portavano addirittura al fronte.

Il mugicha nel Periodo Edo

Al mio amato Periodo Edo dedico un paragrafo a parte perché è il periodo storico che più mi appassiona, a tutto tondo. In particolar modo, da diversi anni, conduco autonomamente ricerche relative alla cultura alimentare e gastronomica di quel periodo.

Studio su molte fonti, per la maggior parte digitali. Ma sono orgogliosa di avere nella mia libreria due testi che sono per me fondamentali:

Edo no shokutaku e Edo no ryōri to shokuseikatsu.

Il Periodo Edo non fu solo effervescente epoca di generale accessibilità e diffusione della letteratura anche tra la gente del popolo ma fu altresì periodo di entusiasmanti scenari gastronomici.

Tra le classi in cui era divisa la società del tempo, vi era quella dei chōnin composta in prevalenza da mercanti ma anche da artigiani. La loro classe era collocata alla base della gerarchia del tempo ma, nel periodo Edo, trovò un benessere inaspettato che permise a queste persone di scoprire una vita anche di benessere e non solo duro lavoro.

Nonostante questo nuovo benessere, tuttavia alcune cose restavano ancora prerogativa di classi più potenti e agiate. Ad esempio, il sencha ossia il comune tè verde giapponese, a quei tempi aveva costi proibitivi. Così, si diffuse anche tra i chōnin l’abitudine di consumare bevande a base di orzo simili a quelle dei guerrieri del periodo Sengoku. L’orzo era abbondante e costava poco.

Sorsero così innumerevoli sale da tè, soprattutto in prossimità di templi e santuari, chiamate 麦湯店 mugiyu-ten. Queste piccole locande, che spesso potevano anche essere semplici bancarelle ambulanti, offrivano un momento di meritato riposo e ristoro ai pellegrini in visita. Per pochi mon, la moneta del tempo, si poteva ordinare una tazza di mugiyu e riprendere fiato prima di ricominciare il cammino.

Il termine mugiyu è composto da mugi (orzo) e da yu, ovvero acqua calda. La preparazione assomigliava ancora molto a quella dei periodi precedenti e prevedeva appunto la farina tostata di orzo (chiamata anche はったい hattai ) mescolata ad acqua calda.

Potrà sembrare strano che si consumasse una bevanda calda, soprattutto in estate. Tuttavia, non bisogna dimenticare che c’erano antichi saperi cinesi conosciuti anche ai giapponesi come quello dei benefici del bere acqua calda e non fredda. La versione con acqua fredda si è diffusa in tempi decisamente più recenti, forse anche grazie (o per colpa di?) all’influsso occidentale, soprattutto dal periodo Meiji in avanti. Interessante è anche il passaggio dalla farina d’orzo ai chicchi interi.

Una curiosità di queste sale da tè riguarda il personale: si dice che fossero gestite, in buona parte, da bellissime fanciulle incipriate che naturalmente attiravano l’attenzione sia dei giovani che dei meno giovani. E qualcuno sostiene che fosse proprio la presenza di queste aitanti cameriere imbellettate a contribuire alla popolarità di questi luoghi ma soprattutto di questa bevanda di orzo.

Mugicha moderno e due semplici idee

Al giorno d’oggi, come già sottolineato, la bevanda di orzo si consuma fredda. Esistono vari modi per assaporarla. C’è chi la beve al naturale, chi ci aggiunge del latte oppure chi la dolcifica con il miele. Ad ognuno la scelta.

Confezione di mugicha e una bustina d’esempio
Mugicha: un’antica bevanda

Il mugicha viene venduto generalmente in confezioni contenenti le caratteristiche bustine di carta. La carta di queste bustine ha una leggera tonalità marroncina che, secondo me, vuole richiamare la sfumatura ambrata che prenderà la bevanda.

Vediamo due modi per preparare il mugicha: quello classico e quello, diciamo così, un po’ frizzante!

MUGICHA CLASSICO

Per preparare il mugicha classico freddo occorrono:

500ml d’acqua fredda
1 bustina per mugicha

Acqua fredda e una bustina per mugicha

Tuffare la bustina nell’acqua e lasciare in infusione, preferibilmente in frigorifero, per almeno 10 minuti. Servire come si vuole: con o senza ghiaccio, con miele, latte, ecc.

Trascorsi circa 10 / 15 minuti, il mugicha assume questa splendida tonalità ambrata:

Il mio freschissimo mugicha di oggi!

Io me ne sono semplicemente versata un bicchiere godendomi la bevanda in compagnia della mia lettura preferita del momento (e di cui parlerò prossimamente su questi teleschermi): 東京奇譚集 Tōkyō kitanshū (Storie misteriose di Tokyo), di Murakami Haruki.

Un mugicha freddo e le storie misteriose di Tokyo di Murakami.

MUGICHA FRIZZANTE

Per preparare il mugicha frizzante occorrono:

mezzo bicchiere di mugicha freddo
mezzo bicchiere di una bevanda gassata a scelta, preferibilmente a base di frutta (io ho usato un’acqua tonica al pompelmo)
una fettina di limone

Mescolare le due bevande e aggiungere la fetta di limone. Servire.

L’occorrente per preparare il mugicha frizzante

Anche questa versione è molto gradevole, soprattutto per alleviare l’arsura delle ore più calde della giornata.

Per concludere

Se vi ho incuriositi, provate a cercare il mugicha nei negozi asiatici della vostra città. In alternativa, lo potrete trovare sicuramente su internet.
Concludo, però, precisando che in passato ho tentato di fare il mugicha in casa partendo dai chicchi d’orzo tostati da me ma il risultato è stato piuttosto deludente. In quel momento lo apprezzai perché comunque mi ero in qualche modo avvicinata a quel sapore inconfondibile che ricordavo. Ma non è la stessa cosa. Insomma, le ricette casalinghe che trovate in rete difficilmente saranno soddisfacenti se conoscete il vero gusto del mugicha. È necessaria una tostatura specifica dei chicchi che, una volta torrefatti adeguatamente, produrrà il caratteristico sapore ed eviterà che la bevanda s’intorbidisca. Come invece succede con i tentativi casalinghi.

Buon mugicha a tutti!

Mizudashi e pura ispirazione notturna

Un malinconico scorcio della mia città, Torino.

Ricordo un periodo in cui si usava inviare cartoline dai luoghi visitati. Ecco, considerate questo struggente scorcio torinese come una cartolina d’antan trasmessa, però, attraverso la rete.

E’ notte fonda in questo preciso istante. Ottobre è giunto a noi con i suoi già gelidi svolazzi e i suoi cinerei cieli che sembrano offrire uno sguardo sull’infinito.

Torino è addormentata, avvolta nella sua caratteristica coltre di inizio autunno adornata dalle prime pennellate color fumo. Nell’aria la fragranza delle prime pioggerelle della stagione ovvero quelle che i giapponesi – nel loro straordinario lessico delle stagioni – chiamano 秋雨 akisame.

E’ notte fonda, dicevo. Pensieri si avvicendano vorticosamente in un convulso valzer che non accenna a finire. E grazie a un’accurata selezione musicale di Red Ronnie, ho riascoltato dopo tanto tempo la grazia acustica di un grande poeta della musica di alcuni decenni fa: Rod Stewart.
Ascolto il lirismo struggente dei suoi versi intessuto con la soavità di quella musica e…i miei occhi iniziano a riempirsi di lacrime. E non riesco a smettere di piangere.

L’inconfondibile voce roca di Rod mi riporta ai miei primi anni statunitensi quando vivevo a Dallas, più precisamente in quel sobborgo isolato e dolorosamente avvilente agli occhi della Marianna diciannovenne che ero: Glenn Heights.

Rod Stewart accompagnava quei giorni lunghissimi in quel luogo in cui, un giorno, promisi a me stessa di non tornare mai più. E sebbene ancora oggi avverta la pugnalata lancinante della nostalgia per la mia America – quell’America che ho chiamato casa per molti anni – non tornerei a Glenn Heights per nulla al mondo.

Scie di poesia urbana in Lungo Po Cadorna, a Torino.

Squarcia lo scorrere di questa giovinezza.

Così scrive un anonimo poeta urbano sulla balaustra di pietra sul Lungo Po Cadorna.

Veritiera e lacerante constatazione.

Quante volte ho percorso il Lungo Po della mia amata città, instancabilmente sia a monte sia a valle, godendo della caratteristica fragranza che l’antico Eridano emana amalgamandosi con l’aria taurinense.

E squarcia davvero lo scorrere della giovinezza. E’ proprio sul Lungo Po Cadorna che io mi rivedo bambina, in una lontanissima e torrida estate di tanti tanti anni fa. Forse l’estate del 1985. Ero con mia mamma, all’epoca giovanissima ragazza madre, lasciata sola a fronteggiare le immani difficoltà dell’essere madre e padre contemporaneamente. Sedute sulle sedie bianche di una chiosco, ricordo la mia vivacità e lo scambio di battute scherzose tra mia mamma e un giovane ragazzo magrebino.

Era sera. I parapetti di pietra erano illuminati dai lampioni del lungofiume, dalle luci bianche del chiosco e dall’illuminazione della vicina Corso San Maurizio. Dallo scuro manto fluviale si innalzava l’afa della giornata accompagnata dall’odore verde e algoso che il buio Eridano ha per sempre impresso nel mio cuore non lasciandolo più.

Ricordo la mia mamma sorridente in un raro momento di spensieratezza di quegli anni per lei così dolorosi. Ricordo quel giovane ragazzo seduto in un tavolo vicino, da solo. Chissà cosa diede vita a quella momentanea simpatia. Un divertente scambio di battute, alcune a voce ma altre scritte su un pezzo di carta in un francese improvvisato e che io da piccola divertita messaggera portavo al ragazzo da parte di mia mamma e viceversa.

Ce ne andammo dopo il gelato. Un saluto e il piacevole scambio finì. E noi tornammo a casa, allontanandoci – ma mai troppo – da Eridano e dalle sue sponde.

E non avrei di certo immaginato che, molti anni e giramondare dopo, sarei venuta ad abitare proprio a pochi passi da quella stessa balaustra e dunque dall’indomito Eridano che non ha mai smesso di aspettarmi.

Congerie di pensieri e…mizudashi

In questa vera congerie notturna di pensieri un po’ alla rinfusa e mescolati al magma sempre incandescente della nostalgia, ripenso a come solo poche settimane fa regnava ancora quell’afa che riesce a far sembrare l’estate un distante ricordo in bilico sul confine del sogno.

In una giornata di quel caldo distante ormai, ho preparato una semplice quanto benefica bevanda giapponese: il tè verde mizudashi.

Il mio tè verde mizudashi…in una calda giornata d’estate.

Il termine 水出し mizudashi si riferisce a un metodo d’infusione a freddo, applicabile al tè come anche al caffè.

Il procedimento è così semplice da non necessitare nemmeno di una spiegazione. Ci tengo però a condividere con voi il segreto per un delizioso tè verde giapponese mizudashi.

Occorrente:

1 litro d’acqua
10g di tè verde giapponese (consiglio il sencha)
1 bottiglia o contenitore
1 bustina vuota da tè

Dieci grammi di sencha giapponese e una bustina vuota

Naturalmente non sono obbligatorie le bustine. Potete tranquillamente versare le foglie di tè nell’acqua e filtrare la bevanda quando l’infusione sarà pronta.
In un negozio di corso San Martino, a Torino, un giorno ho trovato in maniera del tutto inaspettata proprio una confezione di queste bustine di provenienza giapponese:

Le ocha-pakku trovate inaspettatamente in Corso San Martino, a Torino.

Riempire una bottiglia o una caraffa con un litro d’acqua fresca e tuffarvi dentro i 10g di tè verde giapponese, con o senza bustina. A voi la scelta. Riporre il tutto in frigorifero per almeno un’ora e mezza dopodiché togliere la bustina oppure filtrare il tutto e…gustare!

Il tè verde giapponese preparato con il metodo del mizudashi è una deliziosa alternativa al tè caldo.

E’ ora di riposare

La vena poetico-musicale di questa mia congerie notturna si conclude sulle note commoventi di Paul Simon e la sua struggente American Tune.

Still, tomorrow’s going to be another working day
And I’m trying to get some rest
That’s all I’m trying to get some rest

Mizudashi e pura ispirazione notturna

Pensieri fluviali: L`imperturbabile scorrere del fiume

Akemashite

あけましておめでとうございます。
Scritto da me.

Il fiume scorre imperturbabilmente.

Ad esso non importano i gozzovigli, le corse esasperate ad improbabili acquisti, le tavolate del tanto e troppo, i regali forzati,  le immancabili liste dei buoni propositi che si dissolvono nell’interminabile gennaio.

Esso scorre e basta.

E ti mostra, per l’ennesima volta, che allo stesso modo scivola via il tempo.

Sono quattro anni ormai che ho scelto volontariamente di non festeggiare più.

Questo mi porta inevitabilmente ad una solitudine che, vi confesso, mi piace.

E` un po’ come sedersi comodamente in poltrona e osservare, da dietro una pulitissima vetrata, il mondo là fuori mentre si cruccia per non essere riuscito ancora a trovare il regalo per la collega; per non aver ancora comprato i piatti nuovi col vischio dipinto sul bordino; per non aver ancora messo dovutamente a soqquadro la sala in vista del cenone; per non aver provveduto a rimpinzare a sufficienza la dispensa già straripante; per aver dimenticato di prenotare il vassoione di agnolotti del plin; per non aver ancora attaccato quelle lucine là che avevamo preso da Tiger, ricordi?

Ognuno sceglie come vivere e io ho scelto di estraniarmi da tutto questo bailamme perché a un certo punto io non ci ho più trovato un senso.

Questo periodo dell’anno diventa, per me, periodo di silenzio in cui ogni giro per la città si trasforma in questa osservazione ovattata da dietro l’immaginaria, ma percepita, vetrata.

E quest’anno, ad acuire il senso di silenzio e inusuale contemplazione, ha contribuito la malattia che ha bersagliato me, la mia dolce metà e certamente tantissime altre persone. Nulla di grave, se non un semplice malanno stagionale che però ha ulteriormente rallentato i già calmi ritmi.

Mentre il 31 dicembre volgeva alla fine e fuori il frastuono celebrativo raggiungeva i suoi culmini sonori, in casa mia il silenzio, la malattia scandita da colpi di tosse, ma al tempo stesso anche un senso composto di pace.

Ho preso in mano un pezzo di carta e con una 筆ペン fudepen giapponese Sakura (un apprezzatissimo regalo autunnale ricevuto da mia sorella e mio cognato) ho tracciato alcuni semplici hiragana scrivendo l`Akemashite omedetou gozaimasu con cui i giapponesi accolgono il nuovo anno.

A riscaldarci il cuore e lo stomaco, rinfrancanti scodelle fumanti di zuppa di miso che ogni giorno sono ospiti nella mia cucina e sulla nostra tavola.

Scodella di zuppa di miso

Quella irrinunciabile eleganza.

Ho riscoperto così una coppia di preziose scodelle laccate per zuppa di miso, dono della mia cara Akiko.

Sono un tributo alla bellezza di un travolgente fiore invernale a cui non si può non associare il fascino dell’antico Giappone: 椿 tsubaki ovvero la camelia.

Shiromiso fresco e stemperato dolcemente in un brodo dashi ove al suo interno danzavano, al ritmo di un effervescente sobbollimento, patate e cavolo nero.

Shiromiso fresco e stemperato dolcemente in un brodo dashi ove al suo interno danzavano, al ritmo di un effervescente sobbollimento, patate e cavolo nero.

Zuppa di miso

Zuppa di miso: uno scrigno di benessere.

Qualche cubetto di tofu fresco e i sapori veri del Giappone si materializzano in un istante.

Zuppa di miso

O-misoshiru.

L’inverno è la mia stagione perché io sono nata in inverno. Non posso certamente ricordare il giorno della mia nascita (forse ci riusciva Kochan di Mishima o Mishima stesso, chissà) ma ricordo le nevicate a cui assistevo da bambina e come quella neve si trasformasse in un materiale da gioco dalle mille possibilità.

Assaporo il silenzio nel frastuono preparandomi una tazza di buon tè nero di Ceylon e permettendo alle mie dita, molto lentamente, di sfogliare nuovamente le pagine di un libro che non è solo un libro, ma il vero fil rouge – sottilissimo eppur robusto – che mi ha tenuta saldamente legata al Giappone anche nei momenti più tetri: le poesie di Kaneko Misuzu.

Conoscete questa poetessa?

Riflessioni con Kaneko Misuzu

Un tè nero di Ceylon e le innocenti parole di Kaneko Misuzu.

Date un’occhiata qui.

Mi sono aggrappata tante, tante, tante, tante volte alle sue parole e ai suoi kana scelti con meticolosa cura e sincerità. Ad essi mi aggrappavo nei momenti più bui della mia vita quando ho vissuto sulla mia pelle l’acredine dell’abbandono e la desolazione della solitudine non cercata.

Senza saperlo, forse, mi aggrappavo alle sue parole come lei stessa si aggrappava ai suoi propri pensieri poetici nel tentativo di trovare conforto. Un conforto, però, svanito purtroppo per sempre in preda alla disperazione che l’ha condotta a porre fine alla sua vita dopo aver fatto un bagno alla sua bambina e aver con lei assaporato un ultimo sakuramochi.

Ma dalla disperazione mia di allora sono rinata e l’acqua del fiume di allora non esiste più.

Mi rattristo per Misuzu e per la distanza geografica e temporale che non ha reso possibile un nostro incontro.

Solo attraverso le sue parole e i miei occhi che le leggevano con lealtà è avvenuta una sorta di rassicurante convergenza.

Nuova acqua scorre imperturbabilmente e con essa il tempo ma anche la rinvigorente forza di andare avanti perché grazie a Dio sono ancora qui. E anche voi.

Semplicità pomeridiane

Un sole pomeridiano magnifico illumina Torino da ore. Un bouquet radioso di raggi caldi impregnati del profumo della vita, del respiro, del battito di un cuore, di un sorriso sincero, di due occhi che – non potendo mentire – lasciano trasparire l’essenza dell’anima.

È rincuorante assistere all’allungarsi delle giornate e alla gioia di un sole che ti accompagna fino alle ore inoltrate del pomeriggio.

Un venticello tiepido e leggermente sfrontato giocherella con le tende verdi dei balconi; con la biancheria stesa che – divertita – sventola come bandiere; con i rami di alberi ormai adornati di stupendi fiori.

Vado fuori, chiudo gli occhi e respiro… e respirando catturo la fragranza della città al pomeriggio.

Tutto profuma di linfa che pulsa, di sangue che scorre nelle vene, di idee che si mescolano e si rimescolano, di nuove energie e propositi.

Se da una parte la routine quotidiana porta conforto, dall’altra ti sottrae la voglia di inventare facendo qualche strappo alla regola che scandisce le nostre giornate.

Si perde la mano nelle cose a cui si ripensa, di tanto in tanto, con una certa nostalgia.

Era da tempo che desideravo rispolverare il mio rito pomeridiano del 抹茶 matcha e quale momento migliore se non questo sereno e profumatissimo pomeriggio quasi primaverile torinese?

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Ho tirato fuori, dunque, la mia tazza da 野立て nodate, il mio 茶筅chasen, il mio 茶杓 chashaku, un どら焼き dorayaki come dolcino e – naturalmente – il mio 抹茶 matcha.

Chissà se ricordate questo mio post qui?

Per una persona, bastano un chashaku e mezzo di tè matcha versato direttamente nella tazza.

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Si mette a bollire l’acqua e quando è pronta la si versa in un’altra tazza (per smorzarne un po’ il calore che potrebbe essere eccessivo), dopodiché la si può versare nella tazza da matcha.

Fatto questo, si inumidisce con acqua tiepida il chasen e si è pronti per mescolare accuratamente avendo l’accortezza di eseguire un movimento a forma di M e concludere con un movimento come se si dovesse tracciare, con le setole del chasen, l’hiragana の.

Mi sono accorta di aver perso un pochino la mano, ma la riacquisterò. Basterà solo non far passare altro tempo.

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Il matcha ha il sapore della natura, del fogliame, del fresco e del vero. Dona energia come il caffè, ma senza la tremarella da caffeina.

Ho ritrovato molta serenità in questa semplice preparazione e nel privilegio di poter sorseggiare questo buon tè dalla mia amata tazza coi bordi dipinti di cielo.

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