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Cucina giapponese casalinga: 黒蜜 Kuromitsu

Kuromitsu

Sognando Okinawa

Scrigni di sapori

Kuromitsu 黒蜜 molto letteralmente significa miele nero.

Ma il kuromitsu è stata per me una delle molte deliziose scoperte fatte in Giappone; una di quelle scoperte che ti fa capire, sgombrando il campo da dubbi ed esitazioni, che il mondo contiene innumerevoli scrigni di sapori in attesa di essere apprezzati.

Togliamoci dalla testa, una volta per tutte, che il meglio della cucina risieda solo nella nostra Penisola. E` ora di archiviare per sempre questo italocentrismo gastronomico che però, nonostante tutto, sembra perdurare testardamente.

Da Okinawa un velo di dolce ambra nera

Questo articolo è dedicato a Saku-chan, la mia okinawense preferita!

Negli anni ho scritto tanto sul kuromitsu perché, dopo essermene follemente innamorata, questa dolce ambra nera non ha piu lasciato il mio cuore. Nel 2009 scrissi ad esempio, per Acilia di Insieme a Te, questo articolo.

Ritroviamo le isole di Okinawa nella zona meridionale del Giappone e costituiscono non solo il principale gruppo di isole dell’arcipelago delle Ryukyu, ma forse – anzi togliamo il forse – un mondo a parte. Okinawa è una realtà distaccata dal resto del Giappone e lo è per la sua storia, le sue tradizioni, i suoi costumi, la sua cucina e la sua lingua.

Là dove l’aria è pregna di note pizzicate sul sanshin, in quelle terre bagnate da un mare cobalto e punteggiate da palme, da antichi santuari rossi, da statue di Shisaa, come gemme ricevute in dono ecco piantagioni di fragranti ananas e di uno zucchero molto speciale: il kurozato  黒砂糖 o kokuto 黒糖 ossia zucchero nero. In inglese, infatti, questo pregiato tipo di zucchero di canna è chiamato Black Sugar.

Alla ricerca del misterioso Kokuto

Molti anni fa, in un vecchio libro di cucina terapeutica cinese, trovai una ricetta che prevedeva espressamente l’uso di questo misterioso Black Sugar. All’epoca non sapevo di cosa si trattasse, ma so di alcune persone che girarono in lungo e in largo i quartieri asiatici della propria città alla ricerca del Black Sugar incontrando, invece, sguardi interrogativi e confusi.

Cercavano il Kokuto, quello zucchero che in giapponese è nero ma in cinese diventa rosso prendendo il nome di hong-tang 红糖. L’estenuante ricerca credo si fosse conclusa con un nulla di fatto, ma oggi sono qui per incoraggiarvi e dirvi che non servirà andare fino ad Okinawa (ma vi invito ad andarci comunque!) o esplorare le China Town della città per trovare il Kokuto.

Uno zucchero sano

Il Kokuto di Okinawa è famoso per essere uno zucchero sano, ricchissimo di potassio e calcio e tanti sali minerali. Non a caso, infatti, nella medicina cinese questo zucchero integrale e non raffinato viene impiegato, da secoli, come rimedio per alleviare i dolori mestruali!

Ne potete sciogliere uno o due cucchiaini in acqua calda e sorseggiare lentamente la bevanda così ottenuta per ritrovare sollievo molto rapidamente.

Nei market asiatici, se guardate bene, troverete confezioni di zucchero di canna con o senza l’aggiunta di datteri rossi cinesi (che in realtà, botanicamente, sono bacche di Jujube e non veramente datteri). E quasi sicuramente, su queste confezioni, troverete scritti i caratteri che indicano il ciclo mestruale.

In Giappone il Kokuto, oltre ad essere impiegato in pasticceria come vedremo, è usato anche per farne delle caramelle balsamiche che portano grande sollievo quando si ha mal di gola.

Dove scovare il Kokuto di Okinawa qui?

A questa domanda vi potrei rispondere usando Google, ma probabilmente sarebbero risposte poco utili ai fini pratici della nostra rubrica che, come sapete, cerca di insegnarvi semplici ricette giapponesi senza l’uso di ingredienti o attrezzi costosi o di difficile reperibilità.

Immagino, tuttavia, che riuscire a trovare del vero Kokuto di Okinawa al Pam, al Crai, alla Coop  sia difficile o quantomeno non così immediato. Immagino anche che, qualora lo trovaste, sia un prodotto costoso.

Che fare, quindi?

Dobbiamo usare dei sostituti. Se il Kokuto di Okinawa non è proprio a portata di mano nei supermercati della Penisola, la buona notizia è che esiste un tipo di zucchero dalle stesse proprietà e dal sapore pressoché identico: lo zucchero di canna Muscovado (chiamato a volte anche Mascobado).

Lo zucchero di canna Muscovado è uno zucchero fine, integrale e non raffinato, dalla consistenza quasi umida. Tende, infatti, a compattarsi molto. Il Muscovado ha un sapore che ricorda molto nitidamente la liquirizia e questo è dovuto all’aggiunta di melasse.

Kurozato

Zucchero Muscovado delle Mauritius

Importante: ignorate del tutto quello che io chiamo zuccheretto di canna, ossia quella specie di finto zucchero marroncino debole granulare che rappresenta sempre l’alternativa sana allo zucchero bianco. Non prendetelo neppure in considerazione!

Kurozato o Kokuto

Zucchero di canna integrale, non raffinato, delle Mauritius.

Nella mia esperienza, i migliori zuccheri di canna Muscovado dal sapore che più si avvicini al Kokuto di Okinawa sono quelli provenienti da piantagioni Fair Trade nelle Mauritius oppure nelle Filippine. Trovate questi zuccheri facilmente nella grande distribuzione, come nei supermercati del gruppo Pam dove ho acquistato il Muscovado che vedrete nella ricetta.

Un ottimo Muscovado è quello commercializzato da AltroMercato, proveniente dalle Filippine.

Che cos’è il Kuromitsu?

Il kuromitsu in Giappone si trova già pronto, in pratici flaconi. E` uno sciroppo a base di questo pregiato zucchero e un po’ d’acqua. E’ dunque un caramello, ma dal colore scuro e dal sapore decisamente particolare e marcato, contraddistinto da quella  intensa nota di liquirizia.

Nella cucina giapponese appare in pasticceria dove spesso accompagna certi mochi, come i miei amatissimi Shingen-mochi 信玄餅 della Prefettura di Yamanashi. Ne parlai qui.

E` dunque un compagno gradito in alcuni wagashi, ma lo troviamo anche come deliziosa alternativa allo sciroppo d’acero per pancakes, sulle macedonie, sul gelato, nei budini, ecc. ecc.

Ricetta lampo del Kuromitsu

Aumentate o diminuite le dosi in base alle vostre necessità tenendo presente che il kuromitsu è difficile da abbandonare una volta assaggiato. E non dite che non vi avevo avvisato.

Ingredienti (per circa quattro cucchiai di kuromitsu)

Kuromitsu

Ecco gli ingredienti per fare il Kuromitsu.

4 cucchiai da minestra di Kokuto o zucchero Muscovado (non sostituite con lo zucchero di canna comune)

4 cucchiaini da caffè di acqua fresca

Procedimento

Versare sia lo zucchero che l’acqua in pentolino e far sobbollire, a fiamma molto bassa, per 3 o 4 minuti. Lasciar raffreddare, trasferire in un barattolino e conservare in frigorifero.

Kuromitsu

Zucchero Muscovado e acqua in un pentolino, a fiamma bassa.

Provatelo sulle macedonie, sui mochi, sui pancakes, sul pane, sul gelato, sulle torte, sulle fette biscottate. Sono sicura che quando lo assaggerete sarete inondati dalle idee!

Kuromitsu

Kuromitsu fatto in casa

E ora posso ritornare ad assaporare non solo il mio kuromitsu, ma anche le parole di Miyazato Senri e dei suoi racconti di un`Okinawa del dopoguerra, vista attraverso i suoi occhi di bimbo.

Kuromitsu

Dolci letture

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Cucina giapponese casalinga: Kabochakin かぼちゃきん

Dolcetto di zucca

Una delizia autunnale: i kabochakin

L’estate è ufficialmente un ricordo. Lo era già qualche settimana fa, ma da oggi credo che quell’alone di memoria distante e un po’ sbiadita si acuirà.

La mia rubrica sulle ricette giapponesi casalinghe, ma facilmente realizzabili in Italia, oggi si arricchisce di una ricetta molto speciale: i kabochakin かぼちゃきん.

Perché sia speciale, lo capirete strada leggendo.

Pubblicai per la prima volta la ricetta dei kabochakin nel febbraio del 2009, proprio qui.

La parola kabochakin, inserita su Google, vi porta in automatico a me.

A seguito di quella mia gettonata e apprezzata ricetta, i kabochakin furono replicati da tantissimi lettori.

A distanza, dunque, di anni ho pensato di rispolverare questa amata ricetta in quanto è perfettamente compatibile con la filosofia della rubrica:

a. è autentica giapponese;

b. è facilissima da realizzare anche in Italia;

c. non richiede attrezzature o abilità particolari;

E in più, cosa non trascurabile, si adatta amorevolmente bene alla stagione poiché il suo ingrediente principale è l’autunnale zucca.

Di tutto il repertorio dei wagashi 和菓子, o dolci tradizionali giapponesi, forse i kabochakin sono i più facili da realizzare in assoluto e quindi ideali per tutti!

I kabochakin sono inoltre un delizioso elemento da inserire nei bento, sia dei grandi che dei piccoli, ma naturalmente sono molto buoni anche serviti da soli, accompagnati da una delicata tazza di tè.

Sono doverose due precisazioni, prima di iniziare:

Prima precisazione: la ricetta originale prevede l’uso della kabocha かぼちゃ (nome scientifico: Cucurbita Maxima) che è una varietà tipica asiatica della zucca. E’ caratterizzata da una buccia dura verde e da una polpa molto dolce, soda e asciutta. Se riuscite a trovarla anche voi allora preferitela certamente, altrimenti potete serenamente utilizzare la comunissima zucca nostrana. Quella che ho usato io era una normale zucca a pezzi, acquistata alla Coop.

Seconda precisazione: la kabocha, avendo una polpa molto soda e asciutta, permette di ottenere un composto altrettanto asciutto e modellabile. Le nostre zucche tendono ad essere meno asciutte, anche se questo dipende dalla varietà scelta e dal metodo di cottura. Tuttavia, tenete bene a mente questo fatto per evitare che il composto risulti troppo umido. Comunque sia, nella ricetta vi indicherò anche una sorta di procedura d’emergenza per correggere il composto qualora risultasse non adeguatamente asciutto e modellabile.

La seguente ricetta permette di preparare 3/4 kabochakin, ma il numero può variare in base alla quantità di impasto che deciderete di modellare di volta in volta.

Kabochakin かぼちゃきん. Ingredienti.

zucca sbucciata a pezzi 200g

acqua 4- 5 cucchiai al massimo (oppure un cucchiaino e mezzo se la cuocete al microonde)

zucchero 1 pizzico

sale 1 pizzico

burro 1/2 cucchiaino scarso (facoltativo. Potete anche saltarlo)

zucchero a velo q.b.

farina q.b. (è necessaria solo per asciugare il composto, nel caso ne aveste bisogno)

Ingredienti necessari

Tutto l’occorrente per i kabochakin.

Procedimento

Come vedrete, la realizzazione è molto semplice.

Decidete subito se cuocere la zucca al microonde, nella pentola a pressione, nella vaporiera oppure – come ho fatto io – semplicemente in un pentolino con poca acqua. Questo passaggio è importante perché determinerà la compattezza del composto!

Regolatevi in base al vostro microonde, pentola a pressione o vaporiera. Saprete voi quanta acqua serve per stufare la zucca senza inumidirla troppo.

Io non ho un microonde, ma in Giappone sì ed era lì che cuocevo la zucca per i kabochakin usando un cucchiaino e mezzo d’acqua che aggiungevo direttamente sulla zucca, in una scodella.

Qui ho messo semplicemente la zucca a pezzi in un pentolino antiaderente. Descriverò quindi il procedimento che ho usato io.

  1. In un pentolino antiaderente mettere la zucca a pezzi e – per cominciare – 2 cucchiai d’acqua. Siate molto parchi con l’acqua, aggiungendola gradatamente. Fate cuocere, con coperchio, a fiamma bassissima.
  2. Ogni tanto, controllate con una forchetta per verificare il grado di cottura della zucca. Si deve poter schiacciare facilmente, proprio come se dovessimo fare un purè. Nel pentolino, a fiamma bassa, ci vorranno all’incirca 15 minuti.
  3. Evitate di aggiungere acqua, se possibile. Mettetene solo se assolutamente necessario. Non appena la zucca sarà completamente cotta, spegnere il fuoco.
  4. Scolare la zucca e metterla in una scodella, con zucchero, sale e il burro se lo usate.
    Zucca bollita

    Prepariamo il composto dei kabochakin!

    5. Siate molto avari col burro, se decidete di usarlo. Non solo per una questione calorica, ma anche perché apporta una componente liquida ad un composto che deve rimanere asciutto. Mezzo cucchiaino scarso e non di più. Potete anche saltare il burro a piè pari, ma aggiungendolo il composto assumerà una nota molto delicata e che sarà gradita soprattutto se i vostri kabochakin sono destinati a dei bimbi.

6. Mescolare tutto molto molto bene.

Purea di zucca.

Il composto dei kabochakin.

7. Se il composto dovesse risultare troppo umido, seguite una o entrambe le procedure d’emergenza che ora vi indico:

a. Mettete il composto in un pentolino antiaderente pulito e ripassatelo a fiamma molto bassa fino a quando l’umidità si sarà asciugata. Fate attenzione a non bruciare il composto!

b. Aggiungete, un po’ per volta e senza esagerare, qualche pizzico di farina di riso oppure di grano.

8. Una volta che il composto si presenterà adeguatamente modellabile, prendete un pezzo di pellicola per alimenti e spargete sulla superficie un po’ di zucchero a velo. Andate ad occhio, ma non mettetene tanto.

9. Mettete ora al centro della pellicola una cucchiaiata di composto, piegate la pellicola a mo’ di fagotto e chiudete bene attorcigliando le estremità della carta.

Per modellare i kabochakin

Come modellare i kabochakin

10. Aprite la pellicola e delicatamente prelevate il kabochakin che dovrebbe venir via abbastanza facilmente. Non preoccupatevi assolutamente se non sarà perfetto. Anzi, sarà proprio il suo aspetto imperfetto a dargli quel rassicurante tocco casalingo che distingue la katei-ryoori 家庭料理 dalla cucina, diciamo così, ufficiale. Questo metodo permette, inoltre, di modellare il dolcino in modo tale da farlo quasi assomigliare a una piccola zucca! Non credete?

11. Adagiate i kabochakin sopra un piattino o un vassoio. Inventatevi un modo creativo per presentarli. Se lo gradite, potete guarnire i vostri dolcini con una spolverata leggera di zucchero a velo, zucchero granulato, semi di sesamo, gocce di cioccolato, ecc.

Dolcetto di zucca.

Un kabochakin.

Kabochakin o dolcetti giapponesi

Kabochakin e maneki-neko!

12. Servire da soli, con del buon tè (con del sencha creereste una deliziosa merenda giapponese) o del caffè. A voi la scelta.

Kabochakin

Kabochakin: dolcini autunnali.

Scegliete dei bei piattini oppure un vassoio su cui presentare i vostri kabochakin.

Io ho scelto queste lacche.

Ma sono lacche un po’ particolari, debbo dirlo.

Non solo per il fatto di essere lacche artigianali e pregiate, ma perché sono ritornate a me attraversando molto dolore.

Sono lacche di dolore. Tanto.

Forse, anzi no, è per questo che erano rimaste chiuse in un cassetto per tanto tempo. Sono ritornate alla luce oggi, grazie a questi kabochakin.

Queste lacche, seppur ritornate a me attraverso il dolore, rivelano grande bellezza e decori di struggente nipponicità.

E ne rivelo un po’ anche a voi. Ma solo un po’.

Lacca giapponese

Una mia lacca giapponese.

Lacca giapponese

Una mia lacca.

I nostri kabochakin sono pronti e non ci resta che assaporarli, godendo della dolcezza della zucca e dei suoi colori così rassicuranti.

Kabochakin

Kabochakin

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Perle di nobile zucchero e dorayaki artigianali

干菓子 Higashi di Saku-chan

干菓子 Higashi di Saku-chan

Più spesso di quanto vorrei la mia mente realizza la distanza geografica che mi separa dal Giappone.Rendersene conto fa un pò male ogni volta.Il Giappone, è inutile stare a girarci tanto intorno, è realmente una parte di me.

Anche quando qui in Italia mi aspettavano tempi bui, dolorosamente strazianti, scoranti fino all’inverosimile – momenti in cui mi allontanai dal blog e da tutto ciò che era giapponese per non infierire ulteriormente sul mio delicato stato d’animo di allora – anche in quei frangenti il Giappone non riusciva ad allontanarsi da me.

Lo ritrovavo continuamente: nelle domande delle persone, da qualche parte in giro per la città, sulle bancarelle di un mercatino delle pulci, oppure nella buca delle lettere.

Il Giappone che trovavo nella cassetta della posta erano le lettere e i pacchetti di Saku-chan che ogni volta mi facevano sanguinare il cuore al solo pensiero di vederne il contenuto, ma al contempo mi facevano provare una confortante felicità nella consapevolezza di essere ancora legata a quella terra e a quelle persone a me così care.

A Saku-chan raccontai tutto quello che successe gradatamente. Sapevo che se le avessi detto tutto quando ancora brancolavo senza appigli e senza meta lei si sarebbe preoccupata molto e questa volevo evitarlo.

Sapevo che da parte sua avrei avuto un instancabile appoggio. E così fu.

L’otto dicembre, quindi molto recentemente, ho scoperto che era arrivato un pacchetto per me pochi giorni prima ma, non essendo a casa al momento della consegna, era stato ritirato gentilmente dai miei vicini.

Il pacchetto, una vera ed inaspettata sorpresa, arrivava da Saku-chan.

Il delicato incarto con due bamboline e i 紋 mon di una pasticceria di Sagamihara

Il delicato incarto con due bamboline e i 紋 mon di una pasticceria di Sagamihara

Saku mi ha inviato una confezione di 干菓子 higashi. Gli higashi fanno parte della grande famiglia dei wagashi, ma si distinguono dagli altri dolci essendo secchi. Il primo kanji 干 significa proprio secco.

Gli higashi sono a base generalmente di un ingrediente tanto particolare quanto tradizionale: il 和三盆 wasanbon.

Il wasanbon è uno zucchero indigeno che ha la consistenza pressappoco dello zucchero a velo. Viene prodotto, dal Periodo Edo, esclusivamente con le canne da zucchero coltivate nelle prefetture di Tokushima e Kagawa.

Pur avendo una somiglianza con l’occidentale zucchero a velo, il wasanbon possiede però un sapore particolare che lo distingue nettamente dal suo parente. Delicate note di burro e miele lo rendono davvero una prelibatezza.

Il wasanbon viene utilizzato principalmente nella pasticceria tradizionale, soprattutto in prodotti di qualita’ particolarmente elevata, e anche nelle preparazioni dolciarie domestiche ogniqualvolta si desidera conferire un tocco di nipponica eleganza ai propri dolci.

Gli higashi sono uno dei prodotti piu’ conosciuti a base appunto diwasanbon.

Questi sono i dolci che generalmente presenziano durante la cerimonia del tè proprio grazie alla loro bellezza, alle loro forme e colori che rispecchiano sempre le stagioni oppure determinate ricorrenze.

L’incantevole confezione che racchiude gli higashi di Saku-chan. Dietro la sua lettera con in alto il mio nome.

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Il nome di questa composizione di higashi è particolarmente evocativo: 松籟 shoorai, ossia il suono, il sussurro, il bisbiglio del vento che soffia tra i pini.

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Ammirate insieme a me la delicatezza di questi dolcini:

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Ci sono uno ひょうたん hyootan e due 波nami (onde)

Ci sono uno ひょうたん hyootan e due 波nami (onde)

La spontaneità e sincerità di Saku la rendono una delle persone più limpide che io abbia mai incontrato.

E senza nemmeno farlo apposta, rimaniamo in tema di wagashi con alcuni どら焼き dorayaki che ho preparato e confezionato con pochi e semplici ingredienti.

Ho parlato tante volte di questi dolcini qui su Biancorosso Giappone, presentandone anche una ricetta attraverso la rubrica che curavo sul sito Insieme a Tè. Ricordate?

Era da tanto che non li preparavo.

Ho iniziato con una scorciatoia. Questi ゆであずき yude-azuki, azuki bolliti in latta, della 井村屋 Imuraya, un`azienda nella Prefettura di Mie.

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La striscia gialla sulla confezione ci indica che sono stati usati solo fagioli azuki provenienti da Hokkaido, da cui arriva una delle varietà più pregiate.

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Ho preparato le frittelle dei dorayaki con un semplice impasto a base di farina 00, zucchero, miele, lievito chimico, uova e acqua.

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Come mi piace sempre fare quando preparo i dorayaki, ho aromatizzato una parte dell’impasto con del buon 抹茶 matcha che conferisce al dolce un gradevole color verde brillante unitamente ad un delicato sapore inconfondibilmente giapponese.
Preparate le frittelle, le ho farcite con gli azuki bolliti i quali e` stato sufficiente utilizzarli così com’erano direttamente dalla latta.
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Ed ecco i どら焼き pronti, confezionati in semplice carta trasparente per alimenti.
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