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Ohitashi e soliloqui

Perdersi un po’ in cucina, tra ingredienti in dispensa da pesare con precisione oppure con sentimento. Lasciarsi incantare dai ricordi che permeano ricettari ingialliti dal tempo. Pagine di carta spessa, a volte lucida, impreziosite da macchioline di salsa di pomodoro o di olio, a dimostrazione di missioni compiute.

Gastronomiche missioni che a volte sfociano in disastri oppure in gustosi e memorabili ricordi. Il ricettario come parabola della vita: non sempre tutto va come previsto, pur avendo gli ingredienti giusti. Però spesso sì. Ma comunque sia, tutto concorre a nutrirci.

Un sole di fine dicembre ci incoraggia a scostare le tende e ad aprire un po’ le finestre. La città, seppur già nel consueto fermento pre-natalizio, ha quell’inconfondibile aria pigra della domenica.

Torinesi a passeggio, negozi aperti in speranzosa attesa, la nuova caffetteria all’angolo con un grosso Babbo Natale di legno in vetrina. Una bottega di un fioraio dove vorrei acquistare dei ranuncoli. O forse no: dei giacinti. I miei fiori preferiti di sempre.

E laggiù il Po, nel suo scorrere immutato e lento, circondato dolcemente da pennellate di calde gradazioni dorate che vanno dal giallo pesca delle signorili residenze collinari alle punte mogano e cinabro degli ippocastani e dei pioppi bianchi.

Dalla mia libreria

Dalla mia libreria giapponese personale ho scelto due ricettari:

Ognuno di essi ha una storia che conosco in parte. Io di loro so come sono arrivati a me. Sono volumi pubblicati da case editrici diverse ma hanno lo stesso titolo: 「料理の基礎」Ryōri no kiso. Ovvero le basi della cucina. Entrambi i libri promettono di guidare il principiante alla scoperta delle basi della cucina giapponese, riuscendo a preparare con successo deliziosi piatti di ogni tipo.

E ognuno tenta di attirare l’attenzione dell’aspirante cuoco esordiente con persuasive frasi d’effetto. Il primo in alto, ad esempio, si definisce トラの巻 Tora no maki, letteralmente il rotolo della tigre. L’espressione si usa per indicare un libro o un documento di riferimento definitivo ed autorevole in un determinato campo. Pare abbia avuto origine nel mondo del karatè dove il primo testo di riferimento per questa disciplina fu quello del Maestro Funakoshi. E la tigre, fiero animale non scelto per caso, rappresenta la tenacia, la forza, la capacità di essere sempre vigile e pronto a reagire. I karateka tra i lettori conosceranno sicuramente – e molto meglio di me – la questione.

Il Tora no maki della cucina proviene dall’ormai defunta libreria Mangetsu mentre l’altro – che promette risultati infallibili anche ai neofiti – è un acquisto da una giapponesista di Roma.

Li sfoglio e poi, già sapendo in realtà cosa volessi preparare, cerco una delle mie ricette preferite. Ce l’hanno entrambi, naturalmente, poiché si tratta di una preparazione essenziale. Le due versioni sono però leggermente diverse ma entrambe ineccepibili.

Desidero preparare il ほうれん草のお浸し Hōrensō no ohitashi, uno dei piatti che amo di più della cucina giapponese. Vediamo di cosa si tratta.

La lunga storia degli ohitashi

Gli ohitashi sono piatti di verdure in cui queste vengono generalmente sbollentate e condite con salsa di soia e brodo dashi. Fanno parte dei classici fondamentali della cucina giapponese.

Il termine お浸し ohitashi deriva dal verbo 浸す hitasu che significa immergere o mettere in ammollo. Questo perché le verdure preparare in questo modo vanno effettivamente lasciate riposare a bagno nel condimento apposito.

Illustrazione di un tipico ohitashi di spinaci. Fonte immagine.

Per indicare questi piatti si usa anche un altro termine: 浸しもの hitashimono dove la parola mono significa genericamente cose. Quindi cose a bagno, a mollo. Il termine tradotto non sarà molto invitante ma vi assicuro che tutti gli ohitashi – o hitashimono che dir si voglia – sono deliziosi.

Secondo alcuni documenti, pare che i primi ohitashi risalgano addirittura al lontano periodo Nara (710-794). Nel periodo Edo, invece, sembra che gli ingredienti protagonisti degli ohitashi non fossero solo le verdure ma anche i frutti di mare. D’altra parte, pesce e frutti di mare abbondavano nel Giappone feudale e le specialità della cucina del tempo lo dimostrano. Basti pensare come, ad esempio, i tonni fossero talmente in abbondanza da essere considerati pesci economici!

Dal periodo Meiji in avanti, invece, si dice ci sia stata un’inversione di tendenza che ha restituito rilievo agli ohitashi di sole verdure, soprattutto in foglia.

Poetiche ghiottonerie

Gli ohitashi occupano un posto un po’ speciale nel repertorio delle goloserie d’autore. Il celebre poeta del periodo Edo – Matsuo Bashō – si dice fosse particolarmente goloso di una specialità della Prefettura di Yamagata: ohitashi di fiori di crisantemo. Non tutti i crisantemi sono commestibili ma la varietà viola, originaria proprio di Yamagata, lo è. Questi crisantemi viola esculenti sono conosciuti come カキノモト kakinomoto o もってのほか mottenohoka. Ed erano proprio questi fiori porpora preparati come ohitashi a piacere così tanto al grande maestro degli haiku.

Illustrazione del crisantemo viola di Yamagata, varietà esculenta del famoso fiore che è anche simbolo della famiglia imperiale giapponese. Fonte immagine.

Tra l’altro, il nome mottenohoka in giapponese significa assurdo, fuori discussione, incredibile e pare si riferisca alla bontà di questo fiore che è tale da essere proprio…assurda!

Illustrazione del poeta Matsuo Bashō. Fonte immagine.

Alla suddetta Prefettura avevo dedicato un articolo relativo ad un’altra specialità: lo Yamagata-dashi. Chissà, forse anche questo fresco piatto estivo piaceva al grande poeta!

Illustrazione di un mazzetto di foglie di shungiku, cioè della varietà esculenta del crisantemo. Fonte immagine.

Curiosità nella curiosità: le foglie di crisantemo, sempre ovviamente della varietà commestibile, in giapponese sono note col nome di 春菊 shungiku. Sono molto saporite e a me piacciono sia in ohitashi sia preparate nei nabemono, ovvero gli stufati realizzati nella pentola tradizionale di coccio. Queste foglie si mangiano anche in altre parti dell’Asia, tra cui la Cina, motivo per cui a Torino si trovano facilmente al mercato, dagli agricoltori cinesi. Costano poco, sono gustose e molto ricche di minerali e vitamine.
Qualche anno fa le cercai usando il nome giapponese ma il contadino cinese guardò frastornato i kanji che gli stavo mostrando. Venni a sapere, infatti, che in cinese queste verdure si scrivono con i caratteri 茼蒿 e che si leggono Tong Hao. Il dizionario, tra l’altro, mi rivela sottovoce che il primo carattere cinese di questo nome – 茼 – si può leggere shungiku!

Come si fa a non amare la lingua giapponese?!

Un rompicapo e labirinto continui!

Ohitashi di spinaci: ricetta

Se già gli ohitashi sono tra i miei piatti preferiti, quello di spinaci è per me il non plus ultra. Tra l’altro, questo ortaggio è il più utilizzato nelle preparazioni degli ohitashi ma si possono usare tranquillamente altre verdure in foglia come il crescione, le bietole, le cime di rapa, la verza ecc.

La ricetta, semplicissima, è tratta da uno dei due ricettari di cui ho fatto menzione poco più su. Entrambi i volumi ne riportano la preparazione, con leggeri differenze. Ho scelto la versione più semplice delle due.

Vediamo subito gli ingredienti.

Per due persone serviranno:
250g di spinaci freschi in foglia, ben lavati
2 cucchiai di brodo dashi*
mezzo cucchiaio di salsa di soia
1 cucchiaino scarso di zucchero di canna
sale q.b.
Facoltativi: katsuobushi e semi di sesamo

*Il brodo dashi utilizzato comunemente anche per questa ricetta è quello di pesce. Se preferite una versione vegetariana del piatto, consiglio di optare per un dashi vegetale come quello di alga konbu. Quest’ultimo si può preparare fresco (trovate qui alcune mie indicazioni a riguardo) oppure usare quello granulare che troverete nei negozi di alimentari asiatici.

Konbu-dashi granulare che trovo a volte in alcuni market asiatici qui di Torino.

Preparazione

In uno scodellino, unire il brodo dashi, la salsa di soia, lo zucchero. Mescolare molto bene e mettere da parte. Questo sarà il condimento dell’ammollo.

Per gli spinaci, si procede in questo modo:

li si mette prima a bagno in acqua a temperatura ambiente per cinque o dieci minuti. Nel frattempo, si mette a bollire in una pentola dell’acqua e non appena inizierà l’ebollizione vi si immergeranno gli spinaci partendo dai gambi. Li si scotta per pochi istanti per poi trasferirli in un contenitore d’acqua freddissima, quasi ghiacciata.

Lasciare gli spinaci nell’acqua ghiacciata per un minuto o due dopodiché tirarli fuori e – molto delicatamente – ricomporli per lungo e strizzarli senza esagerare. Disporre il mazzetto strizzato su un tagliere e tagliarlo in pezzi da 3 o 4cm. Strizzare nuovamente i pezzi prima di metterli in un contenitore e irrorarli con la salsa preparare in precedenza.

Spinaci in ammollo

Lasciare a mollo per almeno 15-20 minuti dopodiché servire guarnendo con katsuobushi (se si desidera) o con dei semi di sesamo tostati.

Riassetto la cucina, rimetto accuratamente posto i libri nella mia amata libreria, chiudo le tende. Ormai il sole è tramontato e il cielo sfoggia le sue sequenze di blu che sfumano ancora nei rosati.

L’elogio alla semplicità di Azuma Kanako

Veduta dei laghi di Avigliana in un sabato di novembre.

Quanto ho desiderato scrivere in queste lunghe settimane. Eppure non sono riuscita a tracciare neppure una parola.

Come tanti ormai nel mondo, sono sgomenta davanti alle barbarie inenarrabili che si stanno consumando in Palestina. E per quanto abbia cercato e cerchi di rimanere centrata e calma, un dispiacere profondo mi tormenta.

E con lo scrivere, attività che amo molto, sono paradossalmente ferma ad un bivio: se sto male, fatico a scrivere. Però se scrivo, mi sento meglio.

Ho scattato la foto che vedete in alto un sabato pomeriggio ai laghi di Avigliana. Era una giornata brillante e il sole si specchiava nelle limpide acque lacustri. Mia sorella ed io abbiamo passeggiato lungo la riva del lago, soffermandoci ogni tanto ad ammirare quel paesaggio pulito e rinfrancante.

Ripenso a quelle acque cristalline e alle anatre variopinte che in esse sguazzavano. Rivedo il cielo che lentamente assumeva gradazioni di blu progressivamente più scure mentre l’aria della sera aumentava in effervescenza.

Lì ho ritrovato, ancorché per poco, quella serenità che nasce quando la malinconia scivola via dagli occhi e si dissolve nelle acque.

Una curiosa lettura

Un giorno, attraverso le solite vicissitudini che caratterizzano le mie ricerche di libri giapponesi, sono entrata in possesso di questo volume che è un vero elogio alla semplicità:

Il prezioso libro accompagnato da una scodella in lacca di epoca Taishō, oggetto del passato nonché molto in armonia col messaggio fondante del saggio.

L’emozione che provo nel raccontare di questo libro è molta. Tra le sue pagine ho trovato continui spunti di riflessione e di inviti ad una contemplazione concreta. La preziosità dei pensieri che vi ho trovato è tale da meritare un posto elevato nella mia personale classifica dei migliori saggi letti finora.

Ma procediamo con ordine.

Il titolo originale dell’opera è: 「電気代500円。贅沢な毎日」Denkidai gohyaku-en. Zeitakuna mainichi. Bolletta dell’energia da 500 yen. Lusso ogni giorno.

Al cambio di oggi, cinquecento yen corrispondono a €3,06.

Azuma Kanako, l’autrice del meraviglioso saggio. Foto di proprietà di Shizen Hatch.

L’autrice è Azuma Kanako, nata a Tokyo, classe 1979. Ricercatrice ed appassionata di tutto ciò che riguarda stili di vita a basso impatto energetico. Laureata in Scienze Agrarie presso l’Università della capitale, la signora vive in una località della periferia di Tokyo aderendo ad uno stile di vita fortemente ispirato dai saperi del passato e della tradizione.

Un momento determinante di svolta fu quando i suoi figli erano i piccoli e si accorse che nessuno aveva mai affrontato editorialmente l’argomento dei pannolini in stoffa per bambini.

A questo punto mi vengono in mente le parole di una mia conoscente giapponese che soleva spesso dire: ないなら作る。ないなら始める。Nai nara tsukuru. Nai nara hajimeru. Il che, pressappoco, significa: se una cosa non ce l’ho, la faccio io! Se una cosa non c’è, la inizio io!

Ed è esattamente ciò che fece Azuma Kanako autopubblicando il suo primo libro dedicato proprio alla realizzazione e all’utilizzo dei pannolini in stoffa per bambini. A questo sarebbero seguiti altri saggi (tra cui quello in esame) devoti alla divulgazione di stili di vita semplici e in linea con le reali necessità dell’essere umano.

Negli anni, i media si sono naturalmente interessati ad Azuma Kanako intervistandola e chiedendo il suo parere in merito a questioni di vita quotidiana, riviste però in un’ottica più consapevole.

Una mia breve ricerca ha rivelato che non esistono traduzioni dei suoi libri né in inglese né tantomeno in italiano.

Bolletta da cinquecento yen e lusso ogni giorno?!

Il titolo, volutamente accattivante, ha attirato la mia attenzione grazie alla sua contraddizione apparente: come si può parlare di lusso – addirittura quotidiano – vivendo al lumicino? Una bolletta dell’energia di tre o quattro euro non può rispecchiare di certo le esigenze di una famiglia e di una casa moderne!

Ma la scelta delle parole, anche in giapponese, non è mai casuale. La presenza dell’aggettivo 贅沢 zeitaku (nota per gli studenti: si tratta di un sostantivo che all’occorrenza diventa aggettivo in 〜な) colpisce particolarmente.

Perché zeitaku è proprio il lusso, il fasto, la sontuosità.

Quindi, una bolletta che riflette dei consumi ridotti al minimo come può accompagnare una vita all’insegna del lusso?

Non parlerà però di vite ridotte in miseria. E nemmeno di esistenze consacrate ad un risparmio ossessivo e deleterio, fatto a scapito dei livelli minimi accettabili di benessere psicofisico.

Ho cercato di immaginare i possibili scenari in cui potrebbe verificarsi una situazione simile. Mi sono venuti in mente alcuni folti movimenti di protesta civile inglesi contemporanei che si oppongono al pagamento di qualsiasi bolletta, come quello rappresentato in parte da Stacey Wilkinson.

Tuttavia, senza tante tortuosità, probabilmente la chiave risiede in un’altra comprensione del concetto di lusso!

Il lusso deve necessariamente corrispondere allo sfarzo? A delle normali comodità distorte in un’ottica di eccesso e di sfoggio? All’ostentazione di denaro e di oggetti costosi? Deve esserci inevitabilmente una componente di spreco?

No. Il lusso può essere – ed è precisamente così che viene da inteso da Azuma Kanako – come la condizione di pienezza, benessere, soddisfazione. Un’abbondanza, come contrario di penuria, che nasce non dalla quantità materiale ma dalla qualità intrinseca di ciò che ci circonda e che decidiamo sia parte della nostra esistenza.

La vita inconsueta di una comune casalinga di Tokyo

Sulla sopraccoperta del libro è riportata la seguente descrizione:

「東京に暮らす普通の主婦が実践する、古くて新しい、身の丈生活。」 Tōkyō ni kurasu futsū no shufu ga jissen suru, furukute atarashii mi no take seikatsu. La vita d’altri tempi, nuova e consapevole di una comune casalinga di Tokyo.

D’altri tempi perché il rimando inevitabile è quello al passato, alle saggezze di chi ci ha preceduti. Nuova perché – in quest’epoca – vivere così vuol dire fare qualcosa di nuovo, originale, non comune. E tutto questo non può che essere frutto di una consapevolezza così ricca da riuscire a superare tutte le difficoltà di assestamento, insormontabili solo in apparenza.

L’opera è divisa in sei grandi capitoli, ognuno dei quali affronta un aspetto di una vita quotidiana più cosciente. Il saggio, muovendo dalla premessa della gestione giudiziosa della corrente elettrica come punto imprescindibile di partenza, sviluppa numerosi sottotemi.

Ma prima di iniziare la lettura, si rimane alquanto sorpresi nel venire a sapere che l’autrice non possiede la lavatrice, il frigorifero e nemmeno l’aspirapolvere. Questo intrigante preambolo, anche se perfettamente coerente con il titolo dell’opera, incuriosisce ma suscita anche molte perplessità.

Ci si domanda, forse un po’ troppo precipitosamente, se questo libro non sia il frutto di eco-farneticazioni di una mente esaltata. Ammetto di essermi avvicinata a questa lettura col sopracciglio alzato e una certa diffidenza.

Ma si viene presto accolti calorosamente dalla penna di Azuma Kanako da cui fluiscono pensieri chiari, lucidi e lineari. La sua voce gentile, delicata e umile guida i lettori nel suo mondo, illustrandolo in maniera calma e precisa. L’autrice, infatti, sottolinea da subito che queste sono scelte intraprese da lei e dalla sua famiglia e non vi è la pretesa che chi legge faccia necessariamente altrettanto.

Insomma, un’esposizione tranquilla, non giudicante e scevra da atteggiamenti di superiorità o di disdegno verso chi è di altro avviso.

La parola alle foglie secche

L’idea di riassumere l’intero libro non mi interessava. Si tratta, infatti, di un saggio denso, profondo, traboccante di preziosi inviti alla riflessione che verrebbero ingiustamente appiattiti in un riepilogo. Erroneamente si potrebbe pensare che si tratti di un manualetto con velleità didattico-moralistiche, inframezzato da indicazioni su come sbarazzarsi del tritatutto e del ferro da stiro elettrico.

Invece è un’opera sorprendentemente intensa che, attraverso la grazia del ragionamento logico, conduce il lettore a prendere in considerazione vie alternative.

Riporterò a breve alcuni consigli pratici che l’autrice suggerisce.

L’uso degli elettrodomestici – e della corrente elettrica in generale – non viene demonizzato. Sarebbe ridicolo. Semplicemente l’autrice invita alla moderazione, al riconsiderare certe abitudini il cui mantenimento richiede un dispendio di tempo, energia e denaro.

Durante una mia passeggiata nel mio quartiere, ho raccolto alcune foglie secche che mi sono piaciute in modo particolare. E così ho avuto un’idea: affidare a queste foglie secche il compito di comunicare alcuni dei concetti che – per vari motivi – mi hanno colpita. Naturalmente, si tratta di una minima parte di tutto quello che avevo sottolineato (a matita!) ma è un modo per condividere con chi leggerà un qualcosa di questo libro straordinario.

Vivere secondo le proprie possibilità

Azuma Kanako usa spesso questa espressione, tanto da ritrovarla – come già visto – addirittura sulla sopraccoperta.

L’espressione giapponese 「身の丈生活」Mi no take seikatsu. Letteralmente significa una vita per la propria statura, cioè modellata in base alle proprie possibilità. Quindi, vivere secondo le proprie possibilità e non oltre. Ma non è solo una questione economica ma anche sociale; in questo concetto, l’autrice ravvisa anche i benefici di una vita – per dirla coi sociologi – un po’ più a maglie strette dove anche i rapporti di vicinato, oltre a quelli famigliari, meritano di essere riscoperti e rafforzati.

Non ci dovrebbe sorprendere, infatti, che l’eccessiva comodità abbia generato anche grande solitudine, con tutte le devastanti conseguenze del caso. Teoricamente, basta avere una connessione internet e disporre di denaro a sufficienza per vivere senza mai entrare in contatto con altri esseri umani.

Sapersi accontentare

Un altro concetto ricorrente è quello di 「足るを知る」taru o shiru. Questo modo di dire corrisponde pressappoco al nostro chi si accontenta gode.
Sapersi accontentare non significa rassegnarsi o – peggio – farsi piacere a forza qualcosa che non ci soddisfa. Accontentarsi vuol dire imparare a ritrovare il valore di ciò che si ha e – perché no – di ciò che invece non si ha!

Coltivare uno spirito di profonda gratitudine

「必要なだけ手に入れるのではなくあるものでどうにかする精神を。」Hitsuyōna dake te ni ireru no de wanaku arumonode dōnika suru seishin o. Invito che ho liberamente tradotto come: coltiviamo lo spirito dell’accontentarsi di ciò che abbiamo anziché dell’ottenere tutto ciò che ci serve.

L’autrice, con dolcezza, ci porta a vedere la sua casa. È come se ci prendesse per mano e ci conducesse alla scoperta di questa sua vita così semplice eppure – forse proprio per questo – quasi ribelle. Condivide con il lettore considerazioni quasi liminali sul rapporto tra l’uomo e la luce e come quest’ultima abbia influito sulla sua esistenza. Il pensiero va inevitabilmente alle riflessioni di Tanizaki quando racconta del fascino ormai svanente delle lacche giapponesi che, per colpa della luce artificiale, non riescono più a donare ai nostri occhi quei giochi di chiaroscuro con cui hanno deliziato gli animi sensibili di chissà quante persone.

Alcune bollette dell’energia elettrica dell’autrice. Come si può vedere, effettivamente oscillano tra i ¥400 e i ¥500 mensili! Davvero notevole considerando che mediamente la cifra è ben più alta. La mia bolletta dell’energia in Giappone si aggirava sui ¥4000!

Veniamo a sapere, ad esempio, che in tutta la sua casa vi sono solo tre prese della corrente e che la TV è in una nicchia a scomparsa. La signora Azuma ci spiega che abbiamo piano piano disimparato a rispettare i ritmi naturali scanditi dal giorno e dalla notte e di come tutta questa luce artificiale (lampadine, schermi ecc.) abbia sfalsato parte delle nostre percezioni. Nei suoi racconti ci regala frammenti di ricordi di epoca Shōwa, di sua nonna e dell’abitudine di assaporare gli ultimi sprazzi di luce naturale riuscendo, al contempo, a sentirsi a proprio agio nella penombra e in quella dimensione di sfumata visibilità.

Quanto Tanizaki in queste osservazioni!

Vivere senza frigorifero

Fonte immagine.

Probabilmente sarete curiosi di sapere quali alternative abbia escogitato l’autrice per far fronte a scelte in apparenza molto radicali. Come quella di non avere un frigorifero, elettrodomestico considerato basilare in una casa qualsiasi.

Ebbene, la signora Azuma ci ricorda che, fino a non molto tempo fa, si acquistavano quotidianamente gli ingredienti freschi necessari per i pasti della giornata. Avvalora questa sua affermazione rievocando i racconti di sua nonna e di persone di quelle generazioni. Effettivamente, anche da noi era così: fino verso gli anni Cinquanta i frigoriferi in Italia erano privilegio per poche famiglie molto abbienti. Si sarebbe dovuto aspettare fino agli anni Sessanta perché questo diventasse un bene alla portata di tutti.
Ecco perché nei paesi e nei centri abitati esistevano le ghiacciaie: da esse ci si riforniva di ghiaccio, ricavato dalla neve, da utilizzare per la conservazione di quei pochi ingredienti deperibili come il burro.

In Giappone, fino ancora al secondo dopoguerra, erano in uso le cosiddette 氷室 himuro, cioè vere e proprie ghiacciaie adibite alla formazione e conservazione del ghiaccio per gli abitanti. Alcuni himuro sono stati riportati ai vecchi splendori per poterli rendere visitabili sopratutto in occasione di festival locali.

Un himuro nella Prefettura di Ishikawa. Fonte immagine.

L’autrice sostiene che al giorno d’oggi i nostri frigoriferi non siano diventati altro che meri ripostigli dove riporre quantità eccessive di alimenti che non intendiamo consumare nel breve termine. Effettivamente, basterebbe pensare a cosa abbiamo nel congelatore.

Lei suggerisce di acquistare il fresco quotidianamente e solo nelle quantità necessarie. Eventuali eccedenze – spiega – si possono conservare ricorrendo ai classici metodi dell’essiccazione, della salamoia, della salagione ed altri. Nello specifico, i metodi che usa lei sono tre:

  1. 調味料に漬ける」chōmiryō ni tsukeru. Ossia, la conservazione di alimenti attraverso la marinatura in ingredienti come l’aceto, la salsa di soia, miso, il sale ecc.
  2. 「佃煮にする」tsukudani ni suru. Conservazione del cibo come tsukudani. Lo tsukudani è una preparazione antica, ancora molto diffusa soprattutto nelle comunità rurali, in cui ingredienti come pesciolini, frutti di mare e alghe vengono fatti sobbollire lentamente in salsa di soia e mirin o zucchero. L’autrice ricorre a questa tecnica anche per la carne.
  3. 「干す」hosu. Essiccazione. Metodo le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Permette di conservare pressoché qualsiasi ingrediente.

Ad eccezione dei cibi deperibili i quali, appunto, si acquistano in piccole quantità oppure si conservano attraverso i metodi tradizionali, tutto il resto può essere tranquillamente tenuto fuori dal frigo: frutta, verdura, uova.

Mele piemontesi provenienti da Cellarengo, Asti.

L’argomento cibo e cucina viene trattato con precisione, delicatezza e cura. Il tutto, anche in questo caso, accompagnato da riflessioni importanti. Vi è ad esempio l’invito a rafforzare la comprensione del concetto di stagionalità. In Giappone, normalmente si fa molta attenzione a questo aspetto ma, secondo l’autrice, non abbastanza. I nuovi modelli di consumo spingono anche i giapponesi a diventare un po’ capricciosi desiderando ingredienti fuori stagione.

Quindi, stagionalità e territorialità. Si ribadisce il concetto di 地産地消 chisan-chishō cioè produzione locale di cibi. Un po’ il nostro kilometro zero.

Molto affascinante è anche il suo approccio alla preparazione dei cibi stessi che, secondo l’autrice, dovrebbe essere il più semplice e disadorna possibile. Spiega, infatti, che l’abitudine di decorare troppo i piatti conduce alla noia e ad un senso di insoddisfazione. Insomma, allontana dallo zeitaku sincero.

Lavatrice: come farne a meno

Fonte immagine.

Ci sono stati alcuni periodi della mia vita in cui, non per scelta, ho vissuto senza lavatrice. Questa esperienza personale mi ha permesso di accogliere il punto di vista della scrittrice in maniera meno stranita: ci ero già passata e so cosa aspettarmi.

La signora Azuma spiega che le esperienze delle generazioni passate possono insegnarci molto.

A casa sua, al posto della lavatrice, lei ha una たらい tarai ossia una bacinella, una 洗濯板 sentaku-ita ovvero un’asse lavatoio e del semplice sapone per bucato a mano.

Fonte immagine.

Unico detersivo: un sapone naturale per lavaggi a mano. No ammorbidente, no additivi o sbiancanti.

Lei spiega come l’uso di questi semplici attrezzi permetta una gestione del bucato molto più agevole di quello che si possa pensare: è sufficiente – spiega – lavare subito i panni sporchi senza accumularli. Questo farà sì che eventuali macchie non abbiano il tempo di fissarsi sul tessuto. In caso, invece, di macchie ostinate basterà strofinare la parte interessata sull’asse lavatoio per pochi minuti e procedere al risciacquo.

Un accorgimento interessante è quello di evitare asciugamani troppo grossi ma di preferirne di piccoli proprio per facilitarne il lavaggio e l’asciugatura. Quest’ultima fase, non serve nemmeno specificarlo, avviene all’aria aperta, possibilmente al sole.

Un passaggio, quest’ultimo, che non stupisce nemmeno noi ora.

L’autrice osserva come la società contemporanea sia intrappolata nel paradosso della sensibilizzazione alle tematiche ambientali e al propagarsi incontrollato di elettrodomestici di ogni genere. Effettivamente, a ben vedere, quanto ecologiche sono le asciugatrici per davvero, al netto dei proclami pubblicitari? Certamente mai più del sole.

Foto tratta dal libro.

Aspirapolvere e pulizie generali di casa

Anche l’aspirapolvere, come la lavatrice, in alcuni momenti della mia vita è stato assente in casa mia. Forse, dei tre, questo è il meno doloroso da eliminare eventualmente. L’autrice spiega come siano sufficienti una scopa – preferibilmente di saggina – e uno straccio recuperato da qualche abito smesso. Un secchio, acqua e basta.

Fonte immagine

Naturalmente, una casa alleggerita dagli oggetti in eccesso sarà molto più rapida da pulire. E questo ovviamente dà avvio alla riflessione in merito al superfluo di cui le nostre case sono, in misura più o meno variabile, grandi ripostigli.

Non ho seguito e non seguo il filone di tendenza del magico potere del riordino di Marie Kondō semplicemente perché ho sempre un’avversione per tutto ciò che va di moda. Insomma, la Kondō non insegna alcunché di nuovo. Sono concetti e tecniche di cui si scrive da tempo in Giappone. E Azuma Kanako lo dimostra.

Nella sezione dedicata a come alleggerire la casa dal superfluo, inevitabilmente si affronta il discorso delle mode e delle comodità eccessive che, paradossalmente, diventano scomodità a lungo andare.

Allora il consiglio è di conservare ciò che piace davvero e che si intende soprattutto utilizzare. Poco importa che si tratti di vestiti o altri oggetti. Tutto ciò che etichetteremmo come “cose che prima o poi userò o indosserò” andrebbero venduti o regalati. Senza troppi tentennamenti.

In conclusione

Questo libro insegna così tanto e in maniera così dettagliata che la mia presentazione sommaria non è che un superficiale assaggio.

È un saggio così attuale per le tematiche che tratta ma al contempo così tradizionale e squisitamente giapponese perché impregnato di impliciti rimandi wabi-sabi. L’esaltazione del bello individuato in ciò che si ha, con tutte le sue fratture, sbeccature, sbavature o imperfezioni che possa avere. Anzi, è proprio in queste presunte incompletezze che si ravvisa la bellezza della transitorietà.

Ben vengano le comodità moderne: luce, corrente elettrica, elettrodomestici in generale e tutto il resto. Ma con moderazione. Se, attraverso piccoli accorgimenti magari un po’ d’antan, riusciamo comunque a stare bene e a soddisfare varie necessità (e desideri!), perché non provarci?

A trarne vantaggio non è solo l’ambiente ma soprattutto siamo noi come persone. Uno stile di vita più semplice, più rivolto all’essenza e al cuore dell’essere e dell’esserci non può che ripagarci con quella serenità che, inutilmente, inseguiamo ossessivamente nelle tecnologie e negli eccessi.

Un elogio alla semplicità come via per iniziare a ritrovarsi.

I 28 giorni di Asabuki Tomiko

Foto scattata qualche tardo pomeriggio fa, a Torino.

Comunicazione di servizio: Mi scuso coi lettori che, cercando di leggermi nelle scorse settimane, hanno riscontrato difficoltà ad accedere al blog. Purtroppo il sito ha avuto delle difficoltà tecniche dovute agli aggiornamenti di WordPress. Ringrazio pubblicamente Ivan M. del team americano di supporto Siteground per avermi aiutata in maniera precisa e veloce.

Diluizioni di pensieri

In queste settimane dolorose in cui assistiamo sgomenti a crescenti spirali di violenza nel mondo, è molto difficile scrivere. I miei pensieri sono diluiti perché appuntati qui con ritmi singhiozzanti. Non so dunque con quale data apparirà l’articolo: uno scritto, questo, che come l’abito di Arlecchino, pare composto da mille toppe romboidali, ognuna raffigurante un momento di aggiunta tra i problemi tecnici e la difficoltà emotiva del riuscire a scrivere in questo periodo umanamente doloroso.

Eccomi nuovamente qui a scrivere in questa ultima domenica di ottobre. Abbiamo superato da poco l’ennesimo cambio d’ora che sembra segnare quasi ufficialmente il passaggio netto – e senza fasi intermedie – dall’estate all’inverno.

Piccoli garbi sino-torinesi

Ieri pomeriggio ho avuto la possibilità di incontrare per la prima volta Daniela, un’amica che conoscevo da anni soltanto virtualmente e che invece ieri ho potuto abbracciare per davvero. La sua visita a Torino, durata poche ore, si è conclusa in mia compagnia. Non potevo non portarla a respirare un po’ dell’aria della mia personalissima malconcia Chinatown cittadina, condita dalle malinconie dei giochi di luce della Galleria Umberto I e della sospensione del tempo e cristallizzazione di epoche passate, alla Cineseria Ming. Le sue vetrine, i suoi oggetti – alcuni rarissimi e preziosi – ornati dai racconti del signor Livio, figlio dello stimato dottor Lee, uno tra i primissimi residenti cinesi a Torino, e di cui sento nel mio piccolo molto la mancanza. Racconti della Cina del ricordo, della Cina che non c’è più.

Così tanto savoir faire e signorilità nelle parole del signor Livio. Un garbo squisitamente torinese – quasi gozzaniano – ma dalle tinte verde giada.

Tra le sue parole ieri, un piccolo cameo ricamato che raccontava del tè verde che amava bere suo padre quotidianamente. E del tè al gelsomino come delicato divertissement degustativo della domenica.

E proprio negli ultimi momenti di luce prima del tramonto, ho trovato casualmente – con mia grande sorpresa – i dolcini vietnamiti del Drago Giallo, preparati con farina di fagioli verdi e cocco. Piccini e fragili parallelepipedi di un dolce impasto dal sapore di cocco tostato e Asia.
Ho voluto così ricordare il dottor Lee con la mia tazza domenicale di prediletto tè al gelsomino accompagnato dai dolcini del Drago Giallo.

Oggi è domenica ed è il giorno della settimana che, più di tutti gli altri sei restanti, ha un sapore e addirittura un odore caratteristici. Forse ha anche un proprio repertorio di suoni e sensazioni che sembrano ripetersi, a prescindere dalle latitudini in cui ci si trova.

Almeno, per me è sempre stato così. Non ho la pretesa di aspettarmi questa stessa percezione di domenicalità da tutti. Ma per me è un giorno che ha sempre mantenuto una sua identità ben distinta. Sia che mi trovassi a Torino, a San Diego in California oppure a Sagamihara.

È un miscuglio di sollievo, dolce ozio e una quantità variabile di angoscia per la settimana che a breve avrà inizio. Per alcuni quest’ultimo ingrediente sovrasta gli altri.

A Torino è un giorno lento che sa di sugo di pomodoro e di acqua di colonia mentre a San Diego profumava di grigliate, di salsedine e dell’odore delle palme che scuotevano le loro viride chiome folte. A Sagamihara, invece, aveva la fragranza dolciastra della salsa di soia e dei tatami, note che erano presenti sempre ma che in certi momenti si accentuavano ad esempio in estate. Oppure, di domenica.

Letture riprese

Il libro di cui vorrei condividere alcune considerazioni mi è capitato tra le mani alla fine di agosto, in quei giorni di calore feroce che ben ricordiamo.

Il libro in questione, e che definisco particolare per svariate ragioni, è questo:

Vingt-huit jours au Japon aver Jean-Paul Sartre et Simone de Beauvoir.
サルトル、ボーヴォワールとの28日間 – 日本 (Sarutoru, Bōvowāru to no nijūhachi-nichikan – Nihon)
Ventotto giorni in Giappone con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir.

Di Asabuki Tomiko

L’opera, scritta originariamente in giapponese, è accessibile in traduzione soltanto attraverso la versione in francese pubblicata dalla casa editrice L’Asiathéque di Rue Deguerry, a Parigi.
Ho cercato di procurarmi l’edizione originale in giapponese ma pare essere fuori stampa da molto tempo e non più di facile reperibilità.

Copertina dell’opera originale in giapponese la cui copertina ha ispirato la realizzazione dell’edizione francese.

Il mio livello di francese è piuttosto scolastico, motivo per cui ho esitato molto prima di acquistare l’edizione de L’Asiathéque. Tuttavia, non avendo quindi molta altra scelta, mi sono fatta coraggio e ho ordinato il libro. Anche se, fino al giorno della consegna, ho temuto di aver fatto un acquisto inutile.

E invece, nonostante tutto, sono riuscita a leggere tutta l’opera senza grosse difficoltà. A parte alcuni vocaboli ed espressioni che non conoscevo, la lettura è stata scorrevole e molto gradevole.

Asabuki Tomiko

Asabuki Tomiko. Fonte immagine.

Asabuki Tomiko 朝吹登水子 è stata un’importante francesista, traduttrice e scrittrice giapponese. Nata a Tokyo nel 1917, discendeva da una famiglia che svolse un ruolo chiave nella nascita del Giappone moderno durante la Restaurazione Meiji. Non è un caso, dunque, che avesse sin da piccola grande curiosità nei confronti dell’Occidente e di tutto il suo bagaglio socio-culturale. Da ragazza, si trasferì in Francia per studio per poi ritornare in Giappone negli anni Cinquanta dove, per tutto il resto della sua vita, avrebbe coltivato profonda ammirazione per la letteratura francese, veicolandone i suoi messaggi attraverso traduzioni qualitativamente elevate.

Sartre disse di lei che era “la Francia da occhi giapponesi e il Giappone da occhi francesi”.

Anche Asabuki Sankichi, fratello di Tomiko, è stato un francesista e traduttore stimato nonché professore di letteratura francese.

Asabuki Tomiko e suo fratello tradussero in giapponese varie opere di Simone de Beauvoir e ben prima di conoscerla personalmente. Si può facilmente immaginare, quindi, la gioia che devono aver provato quando si presentò loro l’occasione di stringere finalmente la mano dell’autrice che aveva segnato la loro carriera accademica in maniera così incisiva.

Nella prefazione del libro di cui scrivo, Tomiko racconta dettagliatamente e con affetto come e quando avvenne questo primo incontro. Fu lei per prima a conoscere di persona de Beauvoir, nel 1963. A presentargliela fu Hélène de Beauvoir, sorella della scrittrice.

Poco dopo anche Sankichi, grazie a sua sorella, avrebbe conosciuto la de Beauvoir in un elegante ristorante cinese del quartiere parigino di Saint-Sulpice.

L’incontro con Sartre

Nell’estate del 1966, Sartre fu invitato a recarsi ufficialmente in Giappone nell’autunno di quello stesso anno. Era da una vita che il filosofo sognava di visitare il Paese del Sol Levante tanto da far domanda, all’età di ventiquattro anni, per un posto come professore di francese presso l’Istituto franco-giapponese di Kyōto. Tuttavia, con suo grande dispiacere, non venne selezionato. Trentasette anni più tardi poté realizzare questo suo sogno grazie alla prestigiosa Università Keio che lo invitò a prendere parte ad un ciclo di tre conferenze.

Alcuni mesi prima della partenza, Simone de Beauvoir invitò Tomiko a pranzo per presentarle Sartre. L’appuntamento era presso l’appartamento della filosofa, al civico 11 bis della rue Victor-Schœlcher, a Parigi.
Fu in quell’occasione che i due filosofi chiesero a Tomiko di accompagnarli in questo viaggio che avrebbe avuto inizio il 18 settembre e si sarebbe concluso il 16 ottobre 1966.

Cinquantasette anni fa.

Fotografia tratta dal libro. Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre e Asabuki Tomiko al Museo Nazionale di Tokyo, a Ueno.

Perplessità e decisioni

Qualcosa mi attirava verso questo libro, tanto da trovare il modo di superare l’iniziale barriera linguistica. Forse era l’idea di accompagnare Tomiko in questo suo personalissimo viaggio che in fondo è stato un po’ l’apogeo della sua carriera nonché il coronamento di un sogno su cui, chissà, forse non aveva mai neppure osato fantasticare.

Tuttavia, la presenza dei due filosofi, per quanto celebri e stimati probabilmente ancora adesso, non mi entusiasmava particolarmente. Sebbene apprezzi alcune loro considerazioni (od un’opera, come nel caso dello struggente diario Una morte dolcissima in cui de Beauvoir racconta l’esperienza di un mese in ospedale, attraverso la malattia e poi la morte di sua madre), non condivido la loro teoria esistenzialista né tutta la loro visione filosofica nel complesso. Non potrei essere più distante dalle idee di cui si sono fatti portavoce e rappresentanti in prima persona.

Impacci di pensiero

Ma ciò che trovo riprovevole è che, nel 1977, i due filosofi furono tra i firmatari di una petizione al parlamento francese con cui richiedevano l’abbassamento dell’età del consenso e decriminalizzazione dei reati sessuali commessi con persone al di sotto dei quindici anni di età. Esperienze personali in questo senso, in particolar modo di de Beauvoir, chiariscono il perché del loro coinvolgimento in questo genere di vicende.
Lo so, certi personaggi sono figli del proprio tempo e come tali andrebbero visti però mi riesce difficilissimo far finta di nulla; con le loro idee hanno contribuito a plasmare alcuni pensieri e atteggiamenti che generano conseguenze ancora oggi. Le parole hanno un peso e noi siamo responsabili di quelle che scegliamo di proferire e diffondere.

Al di là di ciò, inoltre, mi deluse profondamente il Sartre politico che, nonostante avesse sempre contestato le guerre difendendo il diritto inalienabile di ogni popolo all’esistenza, seppe mostrare un’indifferenza sconvolgente proprio laddove sarebbe servita la sua voce.
Nel libro si racconta del loro arrivo al campus della Keio dove i due filosofi furono accolti da studenti molto emozionati. I ragazzi mostravano cartelloni con messaggi di protesta alla guerra in Vietnam e l’arrivo dei due beniamini da oltreoceano rappresentava un momento di ufficialità di queste voci sonore e inarrestabili.

Studenti di Keio che accolgono la coppia di filosofi, con striscioni di protesta contro il conflitto in Vietnam. Foto tratta dal libro.

In quest’occasione, uno studente della Keio, in preda ad un intenso trasporto, afferrò Simone de Beauvoir per un braccio. Molto probabilmente voleva solo toccarla ma il gesto sconvolse la donna che fu, da quel momento, scortata dal fratello di Tomiko e che in foto vediamo alla sua destra.

Incongruenze di pensiero

Sartre era al fianco dei rivoluzionari, da Che Guevara a Ho Chi Minh, venendo anche nominato presidente esecutivo nel cosiddetto Tribunale Russell nel 1973 per indagare in merito ai crimini di guerra commessi dagli statunitensi in Vietnam. Il filosofo era molto apprezzato anche nel mondo arabo, venendo considerato come un pensatore in grado di riconoscere le ingiustizie e di saperle esprimere in maniera eloquente ed incisiva.

Fino a quando, verso la fine degli anni Sessanta, Sartre seraficamente dichiarò di non riconoscere il popolo palestinese e il suo inalienabile diritto di esistere e di continuare a risiedere sui propri territori. Tentò tempo dopo di aggiustare il tiro sapendo di aver esagerato. Tuttavia, non sarebbe mai più riuscito a salvare la sua reputazione di anticolonialista dalla parte degli oppressi. Quella vistosa incoerenza e quell’inspiegabile freddezza nei confronti della Palestina, dettate entrambe da chissà quali interessi, avrebbero gettato un’ombra indelebile su tutto l’impegno profuso a favore dei popoli in lotta.

E alla luce di ciò che sta avvenendo in queste laceranti settimane, col beneplacito e l’indifferenza della comunità internazionale, le contraddittorietà di Sartre lasciano ancora una volta esterrefatti.

Momenti cristallizzati

Sartre a cena al famoso ristorante Shinkiraku di Tsukiji a Tokyo. Alla sua destra, s’intravede un uomo: lo scrittore Hotta Yoshie, uno degli esponenti del genere 原爆文学 Genbaku Bungaku o letteratura della bomba atomica.

Ma questo libro è la storia di Tomiko.

Il libro di Asabuki Tomiko e dell’ottimo 玄米茶 genmaicha che ne ha accompagnato dolcemente la lettura.

Ed è grazie all’incoraggiamento e all’affettuosa insistenza di Richard Chambon, amico dell’autrice, che oggi noi abbiamo la possibilità di leggere queste memorie. Nel leggere l’opera, infatti, ho pensato più volte a quel complesso intreccio di emozioni che deve aver provato Tomiko nel ripercorrere quella straordinaria esperienza, rivivendone ogni tappa.

Ho pensato al senso di responsabilità che deve aver accompagnato Tomiko per tutto il viaggio poiché lei era il loro punto di riferimento principale: non solo possedeva un’agile padronanza del francese ma naturalmente conosceva bene il suo Paese ed era perfettamente in grado di mediare tra i due mondi.

Vulnerabilità

Dal libro emerge un ritratto dei due filosofi anche molto intimo perché mette a nudo i loro difetti, le loro debolezze ed idiosincrasie. Ad esempio, apprendiamo dell’abitudine di Sartre di consumare molti alcolici nell’arco della giornata. A tal proposito, l’autrice ricorda un episodio avvenuto durante il loro soggiorno a Kyoto, alla locanda Tawara-ya, in cui il filosofo si ubriacò con il Suntory Old, il suo whisky giapponese preferito. Inciampando, cadde su un tavolino basso dove rimase in uno stato di torpore. Tomiko e de Beauvoir dovettero tirarlo su e – con non poca fatica – accompagnarlo in camera. E poco prima di andarsene, Tomiko di nascosto gli portò via l’ennesima bottiglia di whisky che il filosofo era riuscito ad afferrare.

Anni dopo, in una chiacchierata, Sartre scherzosamente le disse che forse lei non si fidava più tanto di lui visto che gli aveva portato via anche la bottiglia quella volta. Tomiko, altrettanto giocosamente, gli rispose che dopotutto lui sembrava quasi essersi trasformato nella scultura in piombo intitolata La Rivière (Il fiume) dell’artista francese Aristide Maillol.

La Rivière di Aristide Maillol. L’opera si trova al giardino delle Tuileries, a Parigi. Fonte immagine.

L’autrice ci racconta dell’antipatia profonda di Sartre nei confronti della cucina giapponese, con la sola eccezione dei piatti a base di carne, e di una delle tante serate offerte da studiosi e amici e al termine della quale si sentì male dopo aver mangiato del sashimi. Stesse così male che pensò fosse giunta la sua ora.

Poca simpatia per la cucina giapponese classica

Sappiamo, invece, che de Beauvoir amava i crostacei e in particolar modo il cocktail di gamberi che assaporò in varie tappe del loro lungo viaggio giapponese.

Ma entrambi, a parte i piatti di carne e i crostacei per Simone de Beauvoir, non tennero la washoku in grande considerazione. Credo sia comprensibile questo loro atteggiamento: erano persone di una certa età e con abitudini ben radicate. Non deve essere stato semplice. Quello fu, tra l’altro, il loro primo e ultimo viaggio in Giappone.

Nonostante questa loro diffidenza gastronomica, de Beauvoir avrebbe più volte dichiarato il suo apprezzamento per la salsa di soia.

E questo, soprattutto in relazione a Sartre, suscita in me un po’ di tenerezza. Aveva sognato tutta la sua vita di visitare questo Paese riuscendo, finalmente, a concretizzare questo desiderio solo in età avanzata. Sicuramente sperava di farvi ritorno più e più volte ma così non fu.

Un lungo viaggio

Cartina del Giappone su cui sono segnate le tappe del viaggio di Sartre, de Beauvoir e Tomiko. Immagine tratta dal libro.

L’avventura, iniziata con l’atterraggio all’aeroporto di Haneda in una sera di forte maltempo il 18 settembre 1966, si svolse lungo tutto quasi tutto il Giappone, ad eccezione di Hokkaidō e Okinawa.

Il racconto è una vera e propria passeggiata lungo la via del ricordo – ovvero la Stroll Down Memory Lane degli inglesi – che ha il sapore della rievocazione ove i punti sbiaditi dal tempo vengono ravvivati con dettagli forse suggeriti dall’emotività.

L’autrice ci narra di numerosi banchetti organizzati in onore dei due filosofi, di silenziose visite a templi e giardini, di momenti di disorientamento dovuti alle differenze culturali. Come, ad esempio, della ritrosia dei due intellettuali nel seguire l’abitudine giapponese di farsi il bagno la sera e non la mattina, com’erano invece avvezzi a fare. Oppure dello stupore di de Beauvoir nell’osservare il modo molto diverso in cui si comportava socialmente Tomiko in Giappone rispetto ai suoi consueti atteggiamenti a Parigi.

I due filosofi osservano in contemplazione il giardino zen del tempio buddista Ryōanji di Kyoto. È qui che Sartre dice: “È il giardino più bello del mondo”.

L’opera è inframezzata da brani tratti da alcuni interventi dei due filosofi sia nel corso di interviste sia nell’ambito delle tre conferenze per le quali erano stati invitati.

Le scaricatrici portuali di Fukuoka

Ma oltre ciò, Tomiko ci rende partecipi di svariate riflessioni dei due intellettuali, fatte in momenti anche molto informali. Simone de Beauvoir, in particolar modo, era incuriosita dal ruolo delle donne giapponesi. A tal proposito, l’autrice rievoca un momento al porto di Fukuoka, importante città sulla costa settentrionale dell’isola di Kyūshū, quando ebbero la possibilità di scambiare due parole con le scaricatrici portuali, straordinarie donne di mare nonché forza e spina dorsale delle attività marittime della città. Ed è qui che de Beauvoir, avvalendosi naturalmente della mediazione linguistica di Tomiko, domanda a queste donne chi si occupi delle faccende domestiche e quanto collaborativi siano i loro mariti. Indaga inoltre sulle loro condizioni salariali e le differenze in questo senso tra uomini e donne.

Sartre e de Beauvoir, nell’osservare queste donne fisicamente minute ma dotate di strabiliante forza e vigore, provarono ammirazione per la loro capacità di sorridere e coltivare il buon umore nonostante la rigidità ed implacabilità di quello stile di vita.

Un punto di riferimento letterario: Tanizaki Jun’ichirō

La lettura di questo libro è stato un avvicendarsi di pensieri e sensazioni assai contrastanti fra di loro. E questo in parte per le ragioni che ho già spiegato. Ma tanti sono stati anche i momenti che hanno saputo trasmettere soavità, con un pizzico talvolta di ilarità.

Chi mi legge da un po’ forse sa cosa rappresenti per me Jun’ichirō Tanizaki, soprattutto in determinati periodi della sua produzione letteraria. Ne ho scritto molto negli anni. Un altro esempio qui. A Tanizaki è dedicata la mia tesi di laurea.

Valigie piene di libri

Nel leggere dei due esistenzialisti francesi alla volta del Giappone, mi colpì molto il fatto che si portarono dietro tantissimi libri in francese e in inglese. L’ingombro deve essere stato tale da rappresentare un certo disagio nei numerosi spostamenti da una località all’altra. Chissà, forse fu una delle ragioni per cui arrivarono in ritardo in stazione per prendere lo Shinkansen per Kyōto e il capostazione – in maniera del tutto eccezionale – rinviò la partenza di tre minuti per aspettare i due illustri visitatori. Questo fatto scandalizzò abbastanza – e comprensibilmente – l’opinione pubblica giapponese.

Simone de Beauvoir era affascinata dal Genji Monogatari perché rappresentava per lei il massimo ideale estetico giapponese. Ho avuto la sensazione che sperasse di incontrare qualche traccia di quella grande opera nel Giappone che si stava apprestando a scoprire.
Jean-Paul Sartre, invece, aveva una predilezione per Tanizaki. Al tempo, in Francia, non c’erano ancora molte traduzioni delle opere di Tanizaki e così Sartre le leggeva in inglese. Nonostante ciò, la sua influenza sul filosofo fu notevole.

Sartre, infatti, alla prima conferenza stampa rilasciata al loro arrivo presso l’aeroporto di Haneda, nel commentare la sua passione per il grandissimo scrittore disse: “Je regrette beaucoup que sa mort m’interdise de le rencontrer.” (pagina 24). Ovvero: Mi dispiace molto che la sua morte m’impedisca di incontrarlo.
Avrebbe infatti desiderato ardentemente ritrovare qualcosa delle opere di Tanizaki in quel Giappone che finalmente vedeva coi suoi stessi occhi. In particolare, elementi che ricordava dal celebre romanzo Neve sottile (細雪 Sasameyuki) del 1948 e che così tanto aveva amato.

L’incontro con Madame Tanizaki e un po’ di ironia

Ebbero, tuttavia, modo di incontrare Takabatake Masaaki, professore di lettere francesi a Keio e amico di Tanizaki grazie a cui fu possibile conoscere di persona Tanizaki Matsuko, moglie dello scrittore. Madame Tanizaki condusse i due filosofi alla loro residenza di campagna ad Atami dove mostrò ai due lo scrittoio del marito, permettendo loro di toccare con mano e respirare parte della quotidianità privata del celebre scrittore e che Sartre così tanto stimava.

Credo che Tomiko apprezzasse la tagliente ironia del filosofo. Nel visitare la tomba di Tanizaki, Sartre le domandò il significato del carattere inciso sulla lapide. Il carattere, scelto da Tanizaki stesso, è: 寂 jaku.
Serenité du nirvâna” – rispose lei.
Al che lui rispose lapidariamente (è il caso di dirlo!): ” Un peu prétentieux“.

Un pensiero ad una francesista fedele e appassionata

Particolare della foto di copertina che appare sia sull’edizione originale giapponese sia sulla traduzione francese. Qui vediamo da sinistra: Asabuki Tomiko, Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, Asabuki Sankichi, vicino al grande torii in legno di cipresso, al santuario Meiji, a Tokyo.
Foto tratta dal libro.

Ho potuto conoscere la figura di questa appassionata traduttrice solo grazie a queste sue memorie. So che ha scritto un’autobiografia e che cercherò di procurarmi, appena possibile. Ma già da queste pagine ho avuto quasi la sensazione di cogliere aspetti anche un po’ reconditi della sua figura. Ho compreso la sua dedizione alla divulgazione della letteratura francese in Giappone, la sua stima infinita per Simone de Beauvoir e il suo rispetto per Sartre. Ho colto l’impegno, quasi una missione, del fare da guida ai due filosofi affinché il loro ricordo del Giappone fosse indimenticabile.
Dai suoi ricordi emerge l’orgoglio per la sua amicizia con i due intellettuali ma anche il pesante senso di responsabilità nel mediare correttamente tra le due culture: avvertiva, a mio giudizio, l’importanza del riuscire ad adempiere al ruolo di ambasciatrice prescelta nonché tramite di comprensione interculturale.

Chiudo il libro ora, nelle giornate già fredde che sanno di novembre. Le pagine, chiudendosi, portano via questi ricordi dei ricordi.

Pregevoli frammenti di un microcosmo che ormai odora di naftalina.

Shiitake nyumen

Ieri è iniziato l’autunno senza che neppure me ne ricordassi.

Però, istintivamente, sono andata a passeggiare da sola nel verde che il mio quartiere con generosità ancora offre. Era come se sentissi la necessità profonda di stare a contatto con gli alberi, forse per coglierne inconsciamente le prime variazioni.

Mi sono seduta su una panchina a leggere. Ogni tanto chiudevo il libro tenendo, al suo interno, il dito per non perdere il segno. Poi riaprivo quelle pagine e leggevo ancora un po’.

Quella panchina verde di legno mi ha dato ristoro e mi ha ricordato, ancora una volta, la preziosità dei piccoli istanti come questi.

Non lo faccio mai ma ieri, in quel momento, mi sono sentita ispirata e ho composto questo haiku:

Si è da poco conclusa questa mia prima esperienza di condivisione artistica, attraverso la pubblicazione del mio racconto Le parole di Sho.

Per chi non lo avesse letto, riporto qui di seguito i link alle tre parti da cui è composto:
Prima parte
Seconda parte
Terza e ultima parte

Non so ancora bene quali saranno i miei prossimi passi in questo senso. I riscontri sono stati decisamente incoraggianti e forse dovrei prenderli come sprone alla prossima mossa.

Non so se sia meglio provare a pubblicare ancora un racconto, suddividendolo sempre in più parti come quello precedente, o se sia meglio fare in modo che il resto trovi la sua via verso la pubblicazione cartacea.

Voi cosa ne pensate? E cosa mi consigliate?

Per adesso spezzo questa parentesi letteraria per ritornare alla condivisione confortante di ricette e sapori giapponesi.

E quale modo migliore se non dare il benvenuto all’autunno ufficialmente con una ricetta che lo accolga anche cromaticamente?

Ecco che ho scelto una ricetta semplicissima, di effetto e – come sempre – deliziosamente giapponese: gli しいたけ煮麺 Shītake nyūmen.

Shītake nyūmen: il mio piccolo benvenuto all’autunno

Precisazione linguistica: il nome del piatto contiene degli allungamenti vocalici che, nella trascrizione in lettere, si segnala con quei trattini che vedete posti proprio sopra le vocali interessate. Ho scelto, tuttavia, di non riportarli nel titolo per facilitare la ricerca. In questo modo, chi dovesse ad esempio cercare ricette a base di shiitake dovrebbe riuscire a trovare questa, anche senza digitare esattamente shītake, col trattino sulla i.
Stesso ragionamento per nyūmen, sebbene questo termine sia decisamente meno conosciuto da noi dell’altro.

Onestamente mi sento un po’ in colpa per non aver pubblicato l’ultima ricetta della rubrica estiva 夏の味 Natsu no aji. Avevo programmato cinque ricette in totale ma, arrivata all’ultima, ho perso l’ispirazione. Colpa dell’ultima parentesi di caldo soffocante che ci ha riservato agosto. O forse l’imminente partenza della mia cara amica.

Caldo, malinconia e un senso generale di frastornamento credo abbiano di concerto avuto questo effetto riuscendo, così, ad allontanarmi per un po’ dai miei fornelli giapponesi.

La parola, nel frattempo, l’aveva presa Sho. A modo suo, s’intende.

Tuttavia, non è detto che non riesca a dare a quella ricetta lo spazio che merita. Probabilmente sarà fuori tempo massimo ma ci potrà comunque essere.

E oggi, mentre tento di riordinare le idee per altri articoli, propongo questo impromptu gastronomico con cui accogliere la nuova stagione: gli shītake nyūmen.

Di che si tratta?

Coi primi accenni di fresco – e che presto diventerà freddo – torna gradualmente il desiderio di zuppe e piatti caldi.

La parola 煮麺 nyūmen nella cucina giapponese fa riferimento a zuppe di spaghettini sōmen in un brodo insaporito con salsa di soia e arricchito dall’aggiunta di vari ingredienti a piacere.
Il termine è composto dal carattere 煮 che è la radice del verbo 煮る niru, ossia cuocere, sobbollire. Il secondo carattere, invece, è quello di 麺 men, vale a dire spaghettini; è lo stesso vocabolo che troviamo all’interno della parola ラーメン rāmen, ad esempio.

Ho scelto di preparare questo piatto usando dei buoni shītake essiccati perché, per me, il sapore dei funghi è squisitamente evocativo dell’autunno.

Appare anche la carota che, cromaticamente, ben si abbina alle tonalità dei funghi e del brodo.

Come vedrete, è una ricetta facile da preparare e anche da adattare ad eventuali esigenze alimentari.

Normalmente si usano gli spaghettini sōmen ma, non avendoli, ho utilizzato questi:

Sono 白米ウエーブラーメン hakumai uēbu-rāmen, ossia rāmen ondulati di riso. Questi nello specifico sono quelli di 小林生麺 Kobayashi-seimen, azienda di Sapporo (Hokkaidō) specializzata in paste giapponesi tradizionali, incluse molte varietà senza glutine e adeguate ad esigenze alimentari specifiche.
Per chi fosse a Torino e volesse assaggiare questi rāmen di riso della Kobayashi-seimen, li può trovare da Kawaii Torino, in Via Madama Cristina 11b.

Usate ciò che avete. Vanno bene anche gli udon o la soba.

Ricetta

La ricetta è per una persona quindi potete facilmente calcolare le dosi in base al numero di persone.

Gli ingredienti necessari sono:

3 shītake secchi
350ml d’acqua
1 cucchiaio di salsa di soia
50 ml di mentsuyu*
1 cucchiaino di zucchero
1 porzione di spaghettini a scelta, per una persona (la mia era da 128g)
Mezza carota
Del cipollotto affettato

*Per la salsa mentsuyu: in 50ml d’acqua calda sciogliere 1 cucchiaio e mezzo di salsa di soia, mezzo cucchiaino di zucchero, mezzo cucchiaino di dashi in polvere (di pesce o solo di alga konbu, come preferite).

Mettere a mollo gli shītake secchi in acqua calda e lasciarli a bagno per un quarto d’ora circa. Dopodiché affettarli finemente. Affettare sottilmente anche la carota.
In un pentolino, versare i 350ml d’acqua, il cucchiaio di salsa di soia, i 50ml di mentsuyu e il cucchiaino di zucchero. Amalgamare bene e aggiungere prima i funghi. Portare ad ebollizione dopodiché abbassare la fiamma e lasciar cuocere dolcemente per circa cinque minuti. In questo modo, il brodo assorbirà il sapore intenso e caratteristico degli shītake. Negli ultimi istanti di cottura, aggiungere le carote.

In un pentola d’acqua bollente, versare gli spaghettini scelti e lasciarli cuocere per il tempo indicato sulla confezione. I miei riportavano un tempo di cottura pari a tre minuti.
Scolare, trasferire gli spaghettini in una scodella ed iniziare ad irrorarli con il brodo cercando di tenere di tenere da parte gli ortaggi.
Questi ultimi andranno aggiunti a completamento del piatto, assieme ad altre eventuali guarnizioni.
Potete aggiungere qualsiasi verdura a foglia verde abbiate a disposizione (ad esempio della verza o degli spinaci) e, se lo gradite, del peperoncino macinato fine.

Servire!

Al prossimo sbuffo d’ispirazione! またね。Mata ne!

Le parole di Sho – Ultima parte

Le scuole sono iniziate e l’autunno, col suo fogliame decadente e il suo odore di legna che arde nell’aria, è ormai a un passo da noi.

Come promesso, ecco l’ultima parte del mio racconto: Le parole di Sho. Per chi non avesse letto le prime due, ecco qui la prima parte e la seconda.

Aspetto le vostre impressioni, i vostri pensieri. Lasciatemi un commento.

Buona lettura.

Yuko

Era seduta lì, su quella panchina di granito, nella quiete del santuario Iseyama Kotai di Yokohama da circa mezz’ora. Sulle ginocchia aveva un sacchetto di carta viola dai manici di corda. Lei se ne stava lì, con la schiena dritta e le mani delicatamente appoggiate sul sacchetto. 

Con lo sguardo accarezzava dolcemente gli alberi lì intorno e ogni tanto chiudeva gli occhi, inspirava profondamente e poi espirava con lentezza.  

Era lì, Yuko. Coi suoi capelli neri a caschetto e una piccola molletta azzurra con cui teneva all’indietro un ciuffetto ribelle. Indossava un abito di lino grigio chiaro lungo a quadri e al collo una sciarpa di seta di un pallido verde celadon. 

Ai piedi, le sue amate scarpette basse nere.

Vicino a sé, sulla panchina, una bottiglia trasparente di tè verde da cui ogni tanto beveva qualche sorso per poi subito asciugarsi le labbra con una salvietta di cotone, prima di riavvitare il tappo. 

Le visite in ospedale sarebbero riprese intorno alle 14. Mancava ancora un’oretta. Aveva tutto il tempo per stare ancora un po’ lì, nei suoi pensieri, in quel luogo calmo e amato. Era lo stesso santuario dove veniva con sua madre, da bambina. 

La madre non era molto religiosa ma le piaceva questo posto perché lo definiva il suo balsamico rifugio dai tormenti della quotidianità. Nei momenti di maggior tensione in casa, la madre invariabilmente trovava il modo per ritagliarsi almeno un’ora da trascorrere in solitaria al santuario di Iseyama Kotai. 

Ogni tanto si portava anche la piccola Yuko: le spazzolava i capelli, le metteva le sue scarpette preferite, un cappottino quando faceva freddo, la prendeva per mano e insieme percorrevano la strada fino al santuario. 

Una volta arrivate ai piedi della lunga scalinata di pietra che conduce al torii di legno non verniciato, la madre si voltava verso Yuko e – sorridendole – le chiedeva sempre di ricordarsi di lei ogni volta che avrebbe fatto ritorno qui da grande. 

E Yuko avrebbe fatto la stessa cosa con Akane la quale, infatti, come la madre e la nonna, era abituata a venire qui quando il male di vivere si faceva intollerabile. 

La madre di Yuko non c’era più da tempo, ormai, ma il ricordo di lei era sempre vivido. Soprattutto a Iseyama Kotai. 

A Yuko ogni volta sembrava di rivedere sua madre mentre si sedeva sulla panchina, proprio come faceva lei ora. Anche la madre se ne stava in silenzio a respirare quell’aria che pareva più pulita e a gioire del canto degli uccellini. 

Dopo un po’ guardò l’orologio e vide che mancava mezz’ora alle due. Si alzò e con una mano teneva il sacchetto di carta viola e con l’altra si aggiustò un po’ il vestito. Prese la sua bottiglia di tè e la infilò in un angolo della sua borsetta. 

L’ora delle visite

Nel frattempo, Sho si era addormentato. Il telefono era ancora per terra dov’era finito dopo il messaggio di Hiroshi. Rimase scosso da quelle parole e si sentiva responsabile di tante piccole sofferenze che aveva causato alle persone intorno a lui. 

Signor Sho! Signor Sho! Si svegli, su! – lo incalzò Ueda scuotendogli leggermente la spalla e ricordandogli che di lì a poco sarebbero ricominciate le visite. 

Prima le è caduto questo. – disse porgendo a Sho il telefono che  miracolosamente non si era rotto, nonostante avesse preso un colpo piuttosto secco cadendo sul pavimento. 

Sho si svegliò di soprassalto, afferrò il telefono e con un gesto brusco fece segno a Ueda di allontanarsi. 

Allora è vero che il significato di comandante le calza a pennello! Pur senza parlare riesce ad essere scorbutico e antipatico. Ma è sicuro che il carattere del suo nome non sia quello di malattia o supplizio? – commentò sardonicamente Ueda, dirigendosi verso la finestra. 

Lei forse crede che io sia solo un vecchio ficcanaso che non vede l’ora di farsi gli affari suoi. Ma si sbaglia, sa? Capisco perfettamente come si sente. Siamo più simili di quanto creda! Vuole sapere cosa ne pensi? – domandò Ueda voltandosi verso Sho.

In quel momento Sho avrebbe tanto voluto mandarlo all’inferno ma si accontentò di prendere in mano una delle riviste che gli aveva portato Hiroshi e di nascondersi dietro le pagine. 

Beh, anche se fa così glielo dico lo stesso: penso che lei debba rivedere un po’ di cose. La vita a volte accelera i tempi affinché impariamo certe lezioni. – spiegò Ueda con il tono di voce di chi sta rivelando importanti verità. 

Sho decise di chiedere al professor Hasegawa di essere trasferito in un’altra stanza. Non avrebbe retto un giorno di più in compagnia di questo moralizzatore da strapazzo.

Signor Nakamura, c’è una visita per lei! – annunciò la solita infermiera dalla voce squillante e i capelli raccolti in una treccia, affacciandosi brevemente in stanza. 

Sho si sentì ansioso e sollevato al tempo stesso.

Dopo pochi istanti, comparve Yuko. 

Sho sorrise emozionato e cercò di tirarsi su un po’ per potersi sedere. 

Come stai? Come ti senti? Aspetta, ora ti aiuto. – disse Yuko con dolcezza mentre sistemava al marito i cuscini dietro la schiena in modo che potesse sedersi. 

Ci hai fatto prendere un bello spavento, lo sai? Adesso dovrai prenderti più cura della tua salute. – aggiunse la moglie mentre avvicinava la sedia al letto. 

Guarda cosa ti ho portato! – annunciò aprendo il sacchetto di carta viola con i manici a corda. 

E da lì iniziò a tirare fuori della biancheria pulita, tutta meticolosamente piegata. Immediatamente Sho sentì le delicate note dell’ammorbidente Sarasa che usava sempre Yuko. Quello era l’odore della loro biancheria di casa. Era una fragranza leggera che ricordava il profumo di fiori e di limoni. 

Ci sono un paio di pigiami, delle canottiere e dei boxer. Ti ho portato anche delle calze di cotone e un maglione nel caso avessi freddo. – spiegò premurosamente Yuko. 

Sho prese il telefono e iniziò a scrivere alla moglie.

Lo sai che quel pigiama blu scuro non mi piace e mi sta stretto! – scrisse rapidamente Sho facendo segno alla moglie di guardare il testo del messaggio.

Scusami. Ero in ansia oggi quando ho preparato la borsa e ho afferrato le prime cose che ho trovato nel tuo cassetto. Ci sono però gli altri due pigiami. – si giustificò Yuko.

Va bene, non importa. Perdonami ma sono molto teso in queste ore. Vorrei tornare a casa e non so ancora quando questo sarà possibile. Nel frattempo sono costretto a stare rinchiuso qui dentro, in compagnia di quello lì. – rispose Sho nel messaggio.

Non capisco. In compagnia di chi? Di chi parli? Comunque, chiederò al professor Hasegawa di dimetterti presto, non appena avranno finito tutti gli accertamenti. – disse Yuko.

Di quel vecchio che sta lì nel letto. Si chiama Ueda ed è un emerito impiccione rompiscatole. Da quando mi hanno portato qui non fa altro che ficcare il naso nella mia vita. Non lo sopporto. – spiegò Sho il quale avrebbe anche resistito qualche giorno in più in ospedale, purché lontano da quel pettegolo. 

Yuko non vedeva nessuno nell’altro letto. Non diede importanza, tuttavia, a questo Ueda. Forse era andato a fare una passeggiata in giardino sapendo che Sho avrebbe ricevuto visite. 

Ancora piccole premure

Ti ho portato anche un contenitore con il porridge di riso. Alla fine, per noi giapponesi questo è sempre il rimedio migliore, non è vero? – sorrise Yuko estraendo il contenitore ermetico dal sacchetto e appoggiandolo sul comodino, vicino alla pila di libri e giornali che aveva portato Hiroshi. 

E infine ti ho preparato una sorpresa con le mie mani. In realtà, avevo iniziato a fartela diversi giorni fa perché volevo regalartela per l’ufficio e invece mi tocca portartela in ospedale! – ridacchiò Yuko con fare un po’ infantile, coprendosi la bocca con la mano. 

Diede a Sho una scatola tutta colorata, con spruzzi ora di giallo, ora di rosso, ora di blu e ora di verde. Lui, incuriosito, aprì questa scatola così allegra e all’interno vi trovò una piccola vaschetta porta-documenti decorata con la tecnica del decoupage di cui Yuko era praticamente un’esperta.

Lo so che non ami molto questo mio hobby e forse lo trovi stupido. So quanto tu sia critico anche del denaro che spendo per acquistare il materiale però, credimi, mi dà molta gioia e gratificazione il poter realizzare questi oggetti. – spiegò timidamente la moglie. 

Sho osservava l’oggetto nei minimi dettagli e, annuendo col capo, abbozzò un raro sorriso di approvazione. Non era infatti mai successo che Sho apprezzasse una delle creazioni della moglie. 

Certo, qui non ti servirà a molto ma prendilo come un incoraggiamento a guarire e a tornare presto in ufficio dove potrai trovargli un posto sulla tua scrivania! – propose Yuko con ottimismo. 

Mi sto rendendo conto di quanto abbia trascurato e addirittura disprezzato le persone intorno a me. A cominciare da te. Sono molto dispiaciuto. – digitò prontamente Sho.

Affioramento di vecchi malesseri

Yuko abbassò lo sguardo e gli occhi le si riempirono velocemente di lacrime che lavarono via un po’ di quella maschera di gentile circostanza che aveva indossato fino a quel momento.

Una vita al tuo fianco, sempre a sostenerti in tutto, pur di farti felice. Ho sopportato veramente qualsiasi cosa. Come quel periodo in cui, invaghitoti di quella donna di Sendai mi dicesti di volertene andare da lei, lasciando me e Akane che era ancora piccola. Se non fosse stato per quel grand’uomo di tuo padre che ti riservò una sonora strigliata, davvero, non so che fine avremmo fatto. – Yuko ormai aveva deciso di dare sfogo a tutto quell’amaro che aveva dovuto ingoiare. 

Era la sua occasione. I ruoli si erano ribaltati: Sho era costretto al silenzio e ad ascoltare attentamente gli altri.

Ma non riusciva neppure a guardare la moglie tanta era la vergogna. 

Oppure quando ti lasciasti incantare dalle chiacchiere di quel cialtrone e buono a nulla di Okada che ti coinvolse nei suoi giri loschi di partite d’azzardo nelle bische clandestine di Mah Jong. Te lo ricordi quel postaccio? Quel lurido magazzino dietro la stazione, a Takababa? Ti indebitasti per otto milioni di yen e fui costretta a chiedere aiuto a miei per far fronte alle spese primarie, con Akane che aveva appena iniziato l’asilo e con quei malavitosi che ci perseguitavano per avere i loro soldi. – rincarò la dose Yuko che ormai si era stancata dei pesi.

Negli anni le mie parole – anzi, la mia voce – era diventata per te inesistente. Ti parlavo e ti raccontavo cose e tu nemmeno mi ascoltavi. Così, nel tempo e progressivamente, avevo quasi deciso di scegliere il silenzio perché tanto non te ne saresti neppure accorto. Poi, invece, lasciai stare. Fu Hiroshi, innumerevoli volte, a incoraggiarmi ad essere paziente con te e a continuare a volerti bene. – disse Yuko andando avanti a liberarsi di questi malesseri rimasti intrappolati per troppo tempo dentro di lei. 

Hiroshi? – domandò per messaggio Sho.

Sì, proprio lui. Quel povero ragazzo che hai sempre detestato e ostacolato in ogni modo. Come faccia a non odiarti non lo so. Non solo non ti vuole male ma è molto in pensiero per te da quando sei finito qui. D’altra parte, se non fosse stato per lui e per quel portafoglio forse non saremmo qui ora. Vedi che le dimenticanze a volte possono essere un bene? – commentò con un’ironica stoccata Yuko, riferendosi alle tante volte in cui il marito l’aveva rimproverata per la sua presunta sbadataggine cronica. 

Sho avrebbe dovuto dirle la verità, del portafoglio e del perché in realtà Hiroshi fosse rientrato a casa la sera prima. 

Era tempo di verità. Era tempo di onestà.

Il sapore crudo della verità

E così le mostrò il messaggio che Hiroshi gli aveva mandato quel mattino, poco dopo aver lasciato l’ospedale.

Yuko lo lesse, spalancò gli occhi e rimase in silenzio. Poi si girò verso Sho e gli rivolse uno sguardo carico di sdegno. 

Dopodiché si concentrò verso un punto indefinito della stanza e non disse una parola per un lasso di tempo che a Sho sembrò infinito.
Improvvisamente, Yuko si alzò e andò verso la finestra. Lì rimase a guardare il giardinetto dell’ospedale e quel cielo che era un assaggio di libertà per tutti: malati e carcerati compresi.

Poi si voltò di scatto, fissò il marito dritto negli occhi. 

Lo sai cos’ho letto un giorno su una rivista di psicologia? – sbottò Yuko con una risata nervosa.

Ho letto che tutti coloro dotati di carisma sono in fondo dei narcisisti. Carisma e narcisismo viaggiano mano nella mano, come due amanti inseparabili. Non si può essere carismatici senza una buona dose di narcisismo e, al tempo stesso, il narcisista spesso possiede un fascino travolgente a cui pochi sanno resistere. Insomma, sei praticamente tu. – disse Yuko.

Sho, esausto, cominciò a scrivere velocemente qualcosa sul telefono.

Vorrei la possibilità di rimediare ai miei errori. Questa condizione mi ha costretto in un letto e senza la possibilità di parlare. E pensare che volevo essere io a impegnarmi in questo voto del silenzio perché mi sembrava di non venire ascoltato abbastanza. E invece la malattia ha preso le redini di questo complicato discorso e mi ha privato della mia espressività verbale per obbligarmi all’ascolto, alla riflessione, all’ammenda. È proprio vero che la vita, a volte, accelera le cose per metterti nelle condizioni di migliorarti. Me l’ha detto Ueda prima che arrivassi. – spiegò Sho. 

Il porre rimedio a tutto questo dipenderà unicamente da te. Io sono sfinita, Sho. Sono stanca di vivere nella tua ombra, di dovermi sentire sempre inadeguata secondo i tuoi severi standard. E la vuoi sapere un’altra cosa? Non ti sei nemmeno accorto che non ho mai smesso di cenare: ho semplicemente preso l’abitudine di cenare dopo di te oppure a casa di Sachiko. Mi hai sempre riservato tanti complimenti per la mia cucina però, al contempo, non ti sei mai risparmiato le continue critiche quando mi vedevi mangiare. Non ti piaceva il mio modo di tenere le bacchette, mi riprendevi se aggiungevo un po’ di maionese in più sui gamberi oppure se facevo il bis di spaghetti. – Yuko non era più disposta a calpestarsi. 

Senti, io ora devo andare. Akane arriverà tra non molto. Sicuramente ora è a Iseyama Kotai. A proposito, non conosco questo signor Ueda ma mi sembra una persona decisamente saggia. – aggiunse Yuko mentre si preparava ad andare via. 

Akane allo Iseyama Kotai? E cosa ci fa lì? – domandò Sho per messaggio.

Se ci conoscessi bene e ti importasse veramente di altri oltre che di te stesso, lo sapresti. – concluse bruscamente Yuko mentre ripiegava il sacchetto di carta viola coi manici di corda e lo riponeva nella sua borsetta. 

E in un batter d’occhio, scomparve dalla vista di Sho che, rimasto solo con il sole del pomeriggio sugli occhi, provò un senso di amarezza lacerante. 

Akane

Restò lì con se stesso e i suoi fantasmi per un po’. Forse mezzo’ora o forse di più.

Papà!!! Eccoti! Finalmente ti ho trovato. Certo che questo posto è un labirinto! – esordì Akane tutto d’un tratto. 

Era sempre lei, con quei capelli neri raccolti in quella consueta coda di cavallo che teneva ferma con uno spesso elastico bianco. Indossava quasi sempre abiti casual e sportivi tanto che Sho, in più occasioni, l’aveva rimproverata per questa sua sciatteria. E anche questa volta, infatti, portava una tuta nera e un semplice zainetto grigio di Muji. 

Erano le tre e mezza. 

Sho sorrise e tese la mano per toccare quella della figlia che afferrò quella del padre senza esitazioni. 

Da una busta rossa, Akane tirò fuori una fetta di pan di Spagna alla frutta, con panna alla vaniglia. L’aveva presa alla pasticceria francese Suzette di Sakuragicho. Era il dolce preferito di Sho. Nel porgergli il dolce, però, Akane si portò l’indice della mano destra alla bocca per ricordargli che si trattava sicuramente di uno strappo alla regola di cui non fare parola con nessuno. Certamente non col professor Hasegawa o l’infermiera!

Quel professore con quegli occhiali stranissimi! Magari l’avrebbe sequestrata per poi divorarsela nel suo ufficio! – pensò divertita Akane.

Papà, non sai che sollievo saperti fuori pericolo. Lo spavento è stato davvero grande. Persino Hiroshi si è preoccupato! Non ti pare incredibile? – finì la frase scoppiando in una risata canzonatoria.

Hiroshi è un bravo ragazzo. Se non fosse stato per lui non sarei qui con te. – scrisse Sho.

È stato molto in gamba nel soccorrerti senza farsi prendere dal panico, questo è vero. Gli sono e gli saremo riconoscenti per quello che ha fatto. Però papà, devo ringraziarti per avermi aperto gli occhi e avermi aiutato a capire che non è la persona giusta per me.  – si affrettò a spiegare Akane.

Ancora verità

Sho, consapevole di quanto avesse già distrutto e dei semi maligni da egli stesso gettati con troppa facilità, fece cenno alla figlia di fare silenzio, di sedersi e di guardare il telefono. 

Nei messaggi, Sho rivelò tutto alla figlia. Tutto. Il suo ruolo attivo nella mancata realizzazione professionale di Hiroshi e dunque della crisi che egli stesso aveva innescato fra di loro. Le raccontò del portafoglio e del triste progetto che aveva escogitato suo genero per liberarsi da tutto. 

E di quella possibilità di riscatto data, incredibilmente, dall’infarto.

Le disse di sua madre e del discorso schietto che gli aveva fatto poco prima, mettendolo inequivocabilmente davanti alle sue responsabilità. 

Akane si alzò di scatto e scaraventò a terra la fetta di torta, il sacchetto della pasticceria e rimase lì in piedi, immobile, a guardare suo padre con rabbia e frastornamento.

Ma cosa ti ho fatto? Perché tutto questo?? Avevo cercato di accontentarti dando il meglio di me negli studi. Ci tenevi tanto e anche il nonno. Avrei voluto fare altro ma ero comunque grata dell’opportunità che avevo di studiare a Keio senza preoccuparmi di nulla. 

Poi però ti raccontavo tante cose cercando di coinvolgerti nei miei progressi e successi ma tu avevi sempre da fare. Sempre impegnato in quelle dannate riunioni e quegli odiosi workshop alla Komyu-UP. Eri sempre lì, con quel Mikuni a parlare, parlare, parlare. Ma mai ad ascoltare. – Akane aveva anche lei iniziato il suo sfogo di malesseri mai condivisi.

Sofferenze nelle indifferenze

Dopo qualche tempo, Akane, infatti gradualmente cominciò a trascurare gli studi e a passare sempre più tempo con alcune band emergenti locali. Era attratta dal mondo della musica e le sarebbe piaciuto imparare a suonare la chitarra e cantare. Qualcuno di queste band le aveva promesso di insegnarle le basi per iniziare a prendere parte attiva nella creazione di nuovi brani. 

In quel periodo, poi, quei ragazzi erano tutti in gran fermento perché nel settembre di quell’anno sarebbe stato inaugurato il primo festival della musica emergente al parco di Yoyogi, ad Harajuku, a Tokyo. 

Così divenne una presenza fissa ai ritrovi degli Hiri-Hiri, una di queste band che si ritrovava abitualmente in un garage di una casa nel cuore della Chinatown di Yokohama. 

Ben presto, tuttavia, le informali lezioni di musica e di canto che Akane aveva cominciato a prendere dai musicisti degli Hiri-Hiri si trasformarono in strani ritrovi dove, tra uno spartito e l’altro e tra i vassoi di sushi a domicilio e bottiglie vuote, iniziavano a girare delle piccole pastiglie. 

Inizialmente le dissero che erano solo antidolorifici per sopportare i martellanti mal di testa che perseguitano i musicisti. Poi invece cominciarono a spiegarle che erano solo dei semplici aiuti per tenere testa durante i periodi di grande stress e tensione. 

Akane provò una volta, poi due, tre e infine divennero un’abitudine: prima di trovarsi con questi musicisti ne ingoiava un paio e la vita le sembrava improvvisamente più leggera. La sensazione era straordinaria, di indescrivibile forza e vitalità. Le pareva quasi di poter fare qualsiasi cosa. Anche volare, se lo avesse desiderato!

Certo, poi spariva l’effetto e puntualmente scivolava in una specie di anticamera degli inferi. 

Era l’effetto, breve e con conseguenze devastanti, delle metanfetamine. 

Trascorreva ormai più tempo con gli Hiri-Hiri a Chinatown che a casa. Sho si era a malapena accorto della sua assenza ma aveva dato per scontato che fosse dovuta ai suoi impegni accademici. 

Yuko aveva intuito che la figlia stava attraversando un periodo di crisi ma aveva scelto di confidare poco o nulla alla madre. 

Akane raccontò al padre del suo incontro con Hiroshi quando ormai la dipendenza da metanfetamine la stava portando ad un irreversibile declino fisico e mentale. 

Hiroshi lavorava come cuoco in uno dei ristoranti cinesi del quartiere dove si ritrovava la band. 

Sho si distrasse un istante. Non capiva come fosse possibile che queste visite durassero così tanto senza che passassero mai né il dottore né le infermiere. E poi effettivamente dov’era Ueda? Forse, come aveva detto Yuko, era uscito per lasciarlo in pace coi suoi parenti? Gli sembrava piuttosto strano considerando l’elemento. 

Graduali risvegli

Ristorante cinese? Hiroshi era un cuoco in un ristorante cinese? – pensò Sho stupendosi. Ora aveva capito perché gli piacesse così tanto quella cucina. Ricordava infatti che qualche volta era Yuko che si cimentava nella preparazione di quei piatti non semplici ma il più delle volte era Hiroshi. Sho non gli aveva mai badato e aveva sempre dato per scontato che stesse solo seguendo qualche banale ricetta trovata su Internet. Un modo come un altro per riempire quelle use inutili giornate a fare niente. 

Hiroshi e Akane diventarono amici, in un primo momento. Lui le portava ogni sera degli assaggi di quello che aveva preparato quel giorno, aiutandola a ritrovare piano piano l’appetito che quelle dannate droghe le portavano via come ladri senza scrupoli. 

Giorno dopo giorno, iniziò a prendersi cura di questa ragazza attraverso tanti piccoli gesti affettuosi che riuscirono un po’ per volta a riportare Akane verso ritmi e abitudini più normali, lontana dal disfacimento progressivo in cui erano immersi tutti i membri degli Hiri-Hiri. 

Non mancò, poi, un intervento diretto quando Hiroshi telefonò a Yuko per metterla al corrente della situazione. 

Akane, afferrata per un pelo prima delle tenebre, fece ritorno a casa dove riprese a sbocciare grazie alle cure amorevoli di sua madre, di una naturopata amica di Yuko e alla presenza di Hiroshi. 

Nacque la robusta pianta di un forte legame d’amore tra Akane e Hiroshi, da un humus fatto di generosità, abnegazione, vero amore per il prossimo e dedizione. Erano amici prima e amanti follemente innamorati poi. Ma non era un sentimento passeggero, effimero e precariamente in bilico sul bordo della passione. Il loro era un rapporto solido, nato nell’avversità e maturato proprio in un contesto in cui una sofferenza può dare vita a una gioia.

E Sho non sapeva nulla. Non si era accorto di nulla di tutto ciò e con disgustosa superficialità aveva quasi distrutto irrevocabilmente questi preziosi equilibri, puri e sinceri. 

Si faceva schifo da solo.

Tenebre e luce

Il sole aveva già iniziato a tramontare e il buio dolcemente a divorare gli ultimi strascichi di luce. 

Akane era sparita. Com’era possibile che lui non si fosse nemmeno accorto di quando era andata via? Forse si era addormentato per colpa di quei medicinali che gli avevano dato dopo pranzo.

Si tirò un po’ su per prendere un bicchiere d’acqua e improvvisamente vide Ueda sulla porta, nella semi-oscurità della stanza. 

Giornata piuttosto intensa, vero? – disse Ueda abbozzando un sorriso un po’ beffardo. 

Quanti fantasmi ha dovuto affrontare oggi! Non le viene in mente quella frase di quel vecchio film…oh come si intitolava già? Peonia? Camelia? Ah no, Magnolia! Ecco, sì. Magnolia! Si ricorda quando Jimmy Gator, obbligato a fare i conti con i suoi fantasmi, dice che noi magari pensiamo di aver chiuso con il passato ma il passato non ha ancora chiuso con noi. – spiegò Ueda col suo solito fare un po’ da educatore. 

Sho, intontito, cercò almeno di sedersi per scrivere un messaggio di risposta a Ueda. Non gli aveva mai risposto se non con grugniti e gesti. 

Ma Ueda improvvisamente scomparve. 

Il ritorno

Due giorni dopo, Sho era di nuovo a casa. Gli accertamenti avevano dato esito positivo e il professor Hasegawa gli aveva prescritto una dieta molto precisa accompagnata da importanti raccomandazioni per correggere le pessime abitudini che lo avevano ridotto in quello stato. 

La famiglia lo accolse con gioia, con affetto e con la voglia di ricominciare tutto daccapo. 

Nel frattempo, alla Komyu-UP le attività erano andate avanti secondo le disposizioni che aveva dato Sho prima di stare male. Mikuni e Kinoshita avevano preso il posto rispettivamente di vicedirettore e di segretario. 

Sho sarebbe stato assente ancora per un po’. 

Tuttavia, questo non gli impediva di gestire parte dei suoi compiti, anche se da casa e con comprensibili limiti. 

Piano piano aveva ripreso a parlare e ne approfittò per cercare di mettersi in contatto con Ueda. Domandò al professor Hasegawa informazioni a riguardo ma questi gli disse che non aveva idea di cosa stesse dicendo. Non c’era mai stato nessun paziente di nome Ueda in quei giorni e certamente non nella sua stanza che, infatti, era stata riservata solo per lui. 

Convinto che si trattasse di un fraintendimento, Sho pensò di occuparsene in seguito.

Frattanto, con grande stupore di tutti, nominò Hiroshi direttore della Komyu-UP, una decisione che avrebbe avuto effetto immediato. 

Mikuni, Kinoshita e tutti in azienda rimasero sbigottiti. Ma Sho spiegò che solo uno come Hiroshi avrebbe potuto degnamente occupare quel posto. Aveva dato prova di essere un formidabile comunicatore, un vero diplomatico delle relazioni umane, un uomo umile e fedele al sentimento e ai legami della famiglia. Si può dire che da solo era stato in grado di mantenere integra la famiglia Nakamura, evitandone lo sgretolamento. 

Ed era, dopotutto, una minima riparazione per tutto il dolore che gli aveva portato nella sua vita. 

Avrebbe potuto, così, formarlo e al tempo stesso dedicarsi per davvero ora a sua moglie e ad Akane. E a suo genero che adesso avrebbe tenuto alto il nome della famiglia Nakamura e della Komyu-UP.

Mai avrebbe dimenticato. Mai.

In quella stanza di ospedale, una scuola di vita. In quella stanza del policlinico ricevette lezioni essenziali incontrando suo genero Hiroshi, sua moglie Yuko, sua figlia Akane.

E Ueda. Che altri non era che la sua coscienza.

Marianna Citino

Le parole di Sho – seconda parte

In queste ultimi giorni di vera estate e in queste ultime ore prima dell’inizio ufficiale delle scuole, mi trovo qui ancora a boccheggiare in un caldo invadente. Il ventilatore continua nella sua rapida missione ristoratrice e mi domando fra quanto tutto questo diverrà un ricordo.

La mia cara amica è partita una settimana fa e in questi giorni il dolore è stato più forte del previsto. Passerà tanto tempo prima di poterla rivedere. Quanto, esattamente, ancora non lo so. Forse alcuni mesi o forse un anno.

Nel frattempo, però, devo continuare ad onore la mia promessa. E chissà che non sia una sorta di inizio vero e proprio per la mia scrittura. In fondo, scrivo da molti anni attraverso Biancorosso Giappone ma non ho mai dato spazio ai miei racconti.

Questa è la seconda e penultima parte del racconto di Sho che si concluderà con la terza.

Trovate la prima parte proprio qui.

Buona lettura.

Le parole di Sho – seconda parte

Nell’oscurità una figura, muovendosi rapidamente sullo sfondo luminoso della TV muta, si avvicinò a Sho e inginocchiandosi verso di lui cercò di rianimarlo. Non riuscendo a sortire alcun effetto, la figura rapidamente compose il numero dell’ambulanza e attese, assieme a uno Sho che sembrava morto, l’arrivo dei soccorsi.

Insieme attesero in quella strana oscurità rotta solo dalla luce del televisore che continuava a trasmettere immagini mute di campagne italiane. Rimasero così, incastrati in quel momento tra la vita e forse l’assaggio di una morte, con il suo soccorritore lucido ma al contempo così frastornato da non pensare nemmeno di accendere la luce della stanza. 

I paramedici non tardarono a raggiungere l`appartamento di Minato Mirai dove viveva la famiglia Nakamura. 

Quando giunsero all’appartamento di Sho, al dodicesimo piano di un palazzo dalla facciata color caffè, ad accoglierli trovarono Hiroshi. 

Era stato lui, rientrando velocemente a casa dove aveva dimenticato il portafoglio, a trovare il suocero a terra.

Aveva tentato di rianimarlo ma Sho sembrava morto. Senza farsi prendere dal panico, e soprattutto senza avvisare né Akane né Yuko, telefonò subito ai soccorsi. Sapeva che entrambe si sarebbero spaventate moltissimo e preferì risparmiare loro questa angoscia. Almeno, per ora. 

Sho fu portato d’urgenza al Policlinico Yokohama Chuo. Hiroshi seguì il suocero in ospedale dove, seduto in una saletta dalle pareti verde pistacchio, rimase in attesa di un qualche responso da parte dei medici. 

C’era solo una finestra grande che si affacciava sul cortile interno del policlinico. Provò ad aprirla ma sembrava bloccata. Si accontentò di guardare fuori, per quanto possibile. Era buio ormai e si vedevano solo i lampioni del cortile che gettavano una luce fioca sul giardinetto circostante. 

Reminiscenze nell’oscurità

Improvvisamente gli sembrò di percepire in lontananza le inconfondibili note di apertura della Sonata al chiaro di luna di Beethoven. Ma com’era possibile? Da dove potevano arrivare, in un ospedale? e a quell’ora? Girò delicatamente la testa e con lo sguardo tentò di capire da dove arrivasse quella melodia a lui cara. 

Si affacciò sul corridoio e lo percorse per alcuni passi verso l’ala ovest: gli sembrava che il suono provenisse da lì.  

Dita misteriose continuavano a far lacrimare un pianoforte invisibile. 

Si fermò nel corridoio che sembrava farsi sempre più buio. E quella musica che invece cresceva in intensità. E laggiù gli parve quasi di vedere suo fratello, Shigeru, morto all’indomani del suo quindicesimo compleanno dopo essere stato investito mentre andava a lezione di pianoforte. 

Quanto amava questa Sonata! Diceva che era un inno ad un amore e che sperava, un giorno, di poter dedicare alla sua amata. 

Shigeru! – bisbigliò incredulo Hiroshi, mettendosi poi una mano davanti alla bocca per soffocare quella sua reazione assurda ad una situazione impossibile. 

Hiroshi rimase imbambolato lì, in mezzo al corridoio deserto dell’ospedale, mentre cercava di liberarsi dai tentacoli di un’allucinazione. 

La musica, nel frattempo, era cessata all’improvviso. 

Si strofinò gli occhi e inspirò profondamente. Forse era solo molto stanco. 

Tornò davanti alla finestra a osservare quel giardino. Non c’era niente lì. Solo quel lampione, anonime aiuole che forse portavano un po’ di allegria in quel luogo di malattia e sofferenza. 

Consapevolezze

A Hiroshi si riempirono improvvisamente gli occhi di lacrime ed è per questo che continuava imperterrito a tenere lo sguardo rivolto verso quel giardino solitario e inghiottito nell’oscurità; non voleva rivelare la sua inquietudine ad alcuno, certamente non in questo modo.  Non sapeva se stesse piangendo per Hiroshi oppure per quel bizzarro e fugace incontro col suo amato fratello.
Sapeva bene di non godere della stima di Sho. Era consapevole di essere ai suoi occhi un fannullone, per giunta mantenuto. Questo pensiero lo intristiva perché lui, invece, per il suocero provava molta ammirazione. Gli capitava spesso di ascoltarlo mentre si allenava nelle sue presentazioni. Lo guardava e ascoltava con rispetto e in cuor suo il desiderio di poter essere un pochino come lui. 

E Sho, quando si accorgeva del genero, smetteva di parlare e, con fare sempre seccato, gli faceva cenno con la mano di andarsene in un’altra stanza. 

Il professor Hasegawa

Si stava facendo davvero tardi. Non poteva più aspettare. Doveva avvisare Akane che sicuramente si sarebbe allarmata non vedendolo arrivare. 

Akane rispose al telefono ma non sentiva bene che cosa le stesse dicendo il marito. Da Tsubame c’era la consueta gara di karaoke a cui lei partecipava sempre con un trasporto che a volte sembrava eccessivo. 

Esci un attimo dal locale! Con questo baccano non si sente nulla! – disse Hiroshi in tono seccato, non potendo alzare la voce.

Sono allo Yokohama Chuo!! Tuo padre ha avuto un infarto! – le spiegò con voce ansiosa ma affrettandosi subito a precisare che i soccorsi erano arrivati in tempo.

Akane sembrava intontita dalla notizia e balbettava cose incomprensibili. Si capì soltanto che lo avrebbe raggiunto al più presto.

Venti minuti dopo, infatti, Akane e la madre erano al nono piano del policlinico  nella saletta dalle pareti color pistacchio in cui Hiroshi aspettava da solo, seduto su una panca rosa salmone. 

Un medico, il professor Hasegawa, si affacciò nella saletta e comunicò alla famiglia che Sho era fuori pericolo. Diagnosi: un’ischemia cardiaca preceduta da una paralisi afasica. 

Il professor Hasegawa era un uomo sulla sessantina, alto, con capelli neri ordinatamente pettinati all’indietro. Indossava degli occhiali dalla montatura tonda e spessa, color avorio. Erano occhiali curiosamente vistosi ed era quasi come se fossero loro a monopolizzare l’attenzione di chi ascoltava. Non erano le parole del professore ma quegli occhiali ad essere gli appariscenti protagonisti di quella strana e tesa riunione in una sala d’attesa di un ospedale. 

Chissà chi glieli aveva consigliati? O forse li aveva scelti lui stesso, tradendo così un qualche eccesso di vanità. 

Akane e Yuko erano ancora talmente sbigottite da non riuscire a fare altro che annuire meccanicamente alle parole del professore.

Il ritorno a casa

Hiroshi era riuscito a mantenere la calma ma faticava a seguire le parole del dottore. 

Che tipo strambo questo dottore – pensò Hiroshi, non riuscendo a distogliere lo sguardo da quella montatura color avorio. Gli sembrava, in certi momenti, come se questa montatura fosse sospesa a mezz’aria, senza il volto del professore. Degli occhiali vaganti, forse di un fantasma. 

Lo spavento e la stanchezza lo stavano confondendo con i loro effetti quasi psicotropi. Avrebbe presto avuto bisogno di tornarsene a casa a dormire. Ne aveva avuto abbastanza di fantasmi, musiche e allucinazioni. 

Dal groviglio di parole difficili del professore, si capì però chiaramente che Sho sarebbe dovuto rimanere in ospedale per qualche giorno per accertamenti.

Riuscirono a vederlo di sfuggita da dietro un vetro. Sho era lì, sommerso nelle acque di un sonno medicinale, in un pigiama celeste, sotto un piumino bianco. Immobile come una statua, Sho aveva il volto toccato lievemente dal raggio di luce verde di un monitor. 

Lo osservarono nel più assoluto silenzio. Akane era come ipnotizzata, con lo sguardo fisso. Yuko aveva abbozzato un lieve sorriso di compassione e forse di circostanza. Hiroshi, invece, cercava miseramente di domare quelle dannate lacrime che ormai avevano deciso di sgorgare ad ogni piè sospinto. 

Akane, Yuko e Hiroshi tornarono a casa senza dire una parola. Presero un taxi che scivolò per le strade della Yokohama notturna, sempre punteggiata di luci. E ognuna di esse stava a testimonianza della vita che ricomincia sempre. Ogni giorno. Di lì a poco sarebbe spuntata l’alba e con essa un nuovo inizio. 

Arrivati a Minato Mirai nell’aria si percepiva un profumo intenso di spiedini di pollo alla brace. Quell’appetitoso aroma proveniva sicuramente dalla locanda di Anchan, lì all’angolo tra la lavanderia e il condominio Tajima. 

Hiroshi, senza dire una parola, fece solo cenno che sarebbe andato a casa. Yuko e Akane si guardarono per alcuni istanti, come se si consultassero con le occhiate. Probabilmente avrebbero gradito la gustosa distrazione di uno spuntino insolito, a un’ora dall’aurora. Ma alla fine in silenzio si compresero: era meglio andare a casa.

Lacrime e tisane

L’appartamento, immerso ancora nella quiete notturna e avvolto negli ultimi strascichi di oscurità, accolse i tre con la fragranza di casa e il conforto della familiarità. 

C’era ancora un po’ di disordine dovuto all’intervento dei paramedici ma non era adesso il momento di occuparsene. 

Hiroshi scomparve immediatamente in camera, crollando sul suo futon. Nell’arco di pochi minuti già dormiva profondamente. 

Akane e Yuko si ritrovarono in cucina davanti a una tazza fumante di quella tisana che beve sempre Sho prima di dormire: la tisana Gussuri, alla valeriana e passiflora. L’aveva assaggiata per la prima volta chissà dove e da allora la voleva sempre. Diceva che lo faceva addormentare subito e bene. Gussuri, appunto. 

Yuko, però, appoggiò improvvisamente il capo sul tavolo, proprio vicino alla tazza  e si abbandonò ad un pianto sconsolato. Akane la guardò sorpresa poiché accadeva raramente che la madre si lasciasse andare ad esternazioni emotive così forti.

Dai, mamma, non fare così. Vedrai che papà si riprenderà sicuramente! – le disse Akane, toccandole con affetto la spalla. 

Yuko, singhiozzando, si tirò su e, asciugandosi gli occhi con le dita, prese in mano la tazza e la portò subito alla bocca. Era come se sperasse di trovare un conforto immediato in quella bevanda calda ed erbacea. 

Madre e figlia finirono di bere la tisana, nella calma che era rotta solo dai loro respiri, da Yuko che tirava su dal naso e dai rami di una quercia che sfioravano delicatamente la finestra della cucina. 

Senza dire una parola, andarono a dormire mentre fuori nasceva un nuovo giorno. 

L’incontro col signor Ueda

Quella mattina Sho venne trasferito in una stanza dove c’era già un paziente. Sarebbe rimasto lì per tutto il periodo degli accertamenti. 

Sho era già sveglio. Si guardava intorno frastornato cercando di tirare su la testa per poi, esausto, lasciarsi andare sul cuscino. 

Una volta in stanza osservò il cielo dalla finestra. 

La giornata era serena. 

Dopo alcuni minuti si accorse della presenza di un uomo sdraiato su un letto, sul lato opposto. Era anziano: avrà avuto un’ottantina d’anni. Si vedeva che non era molto alto. Capelli grigi radi, volto emaciato e punteggiato da una spinosa barba da fare.  Anche lui abbigliato in quello stesso pigiama celeste, come una specie di divisa d’ordinanza dell’infermità. 

Sho si accorse che gli occhi di quell’uomo lo stavano scrutando con un’attenzione insistente. 

Capisco la curiosità ma mi chiedo cos’abbia da fissare questo qua! – pensò irritato Sho. 

Cercando di ignorare lo sguardo importuno dell’uomo, Sho chiuse gli occhi sospirando con infastidita rassegnazione. Chissà quanto sarebbe dovuto rimanere qui, in questo posto, in questo letto scomodo e in compagnia di questo tizio. 

Ancora non poteva – e non voleva – parlare. 

L’ischemia e la volontà di non parlare più si erano incontrate nello stesso punto, sovrapponendosi l’un sull’altra: la volontà che si realizza nella malattia e la malattia che, a sua volta, si manifesta nel pensiero. 

I due uomini rimasero così a lungo, sospesi in quel silenzio singolare generato dal malessere, dal desiderio di non comunicare e forse anche dalla diffidenza. 

Sho con gli occhi chiusi e l’anziano con gli occhi aperti fissi sul suo nuovo compagno di stanza. 

Comunque io sono Ueda. Ueda Akito. Piacere di conoscerla … anche se una stanza d’ospedale non è il posto più allegro dove poter stringere nuove amicizie. – esordì l’uomo tutto ad un tratto, rompendo improvvisamente quella strana atmosfera. 

Sho lo guardò per qualche istante e poi fece un cenno col capo e richiuse nuovamente gli occhi. 

So bene che non parla. Ho sentito il professor Hasegawa informare l’infermiera del reparto. Mi pare di aver capito che lei si chiami Sho. È così? – domandò Ueda con evidente curiosità. 

Sho annuì. Sul volto un’espressione seria e al contempo stanca. 

Prima mi fissa per ore e poi inizia a farmi l’interrogatorio. Non mi interessa nulla di questo Ueda e spero che mi lasci in pace al più presto. – pensò Sho, già ampiamente irritato dalla presenza di quest’uomo invadente. 

Con quale carattere si scrive il suo nome? È forse quello di comandante? – domandò Ueda, iniziando – com’è consuetudine dei giapponesi –  a tracciare in aria col dito indice della mano sinistra i tratti del sinogramma da lui ipotizzato. 

Dieci tratti esatti! Dieci. Un bel numero chiaro e schietto! Forse come lei? Certo che essere chiari e schietti senza poter parlare diventa abbastanza complicato! – osservò tagliente Ueda in questa sua analisi estemporanea non richiesta. 

Sho decise di ignorarlo. Anche volendo sarebbe stato difficile comunicare e di certo non avrebbe sprecato energie per tentare di dialogare con un vecchio impiccione. Chissà, forse uno dei due sarebbe stato presto dimesso e questo incontro sarebbe finito rapidamente nel dimenticatoio della vita. 

Sapori cinesi e domande

Era ora di pranzo e anche in ospedale il momento del pasto è atteso con una certa trepidazione. 

Al policlinico Yokohama Chuo si mangia piuttosto bene per essere un ospedale – ricorda di aver sentito dire Sho da un suo dipendente che era stato ricoverato qui per un’appendicite. 

Il menù di oggi e che, combinazione, sarebbe stato lo stesso per entrambi i pazienti:

Happosai: verdure otto tesori. Piatto di chiara origine cinese composto da carote, cavolo verza, germogli di bambù, funghi, scalogno, calamari, gamberi e un po’ di carne. Il tutto condito con una salsa molto saporita. 

Sho amava la cucina d’ispirazione cinese e l’idea di riassaggiarla, anche se in ospedale, lo aveva messo di buon umore. 

Poi le alghe hijiki bollite in salsa di soia e zucchero. Una leggera insalata di bianchetti e aceto, una scodella di zuppa di miso, riso al vapore e frutta di stagione. 

Non male! – pensò Sho assaggiando le varie pietanze. Certo, non era la cucina di Yuko ma non ci si poteva lamentare.

A proposito! Yuko! Akane! Chissà dov’erano e che cosa sapevano di quanto era successo. 

Una visita…inaspettata?

Non aveva nemmeno il suo telefono con sé. Quell’inetto di Hiroshi sicuramente poltriva come suo solito e non sarebbe stato di aiuto in niente. 

Signor Nakamura, c’è una visita per lei. Mi raccomando non si affatichi troppo. Il professor Hasegawa passerà più tardi per darle alcuni aggiornamenti. – disse con una vocina squillante un’infermiera dai capelli lucidissimi neri e raccolti in una treccia rivolgendosi a Sho, mentre versava ad entrambi del tè verde caldo.

Comunque, so perché ha fatto questa specie di voto del silenzio. Anch’io ho avuto un’esperienza simile. Le racconterò magari più tardi. Adesso provo a riposare un pochino. – annunciò Ueda pulendosi la bocca col tovagliolo e appoggiando il vassoio del pranzo sul comodino vicino al letto. 

Dal silenzio alla logorrea! – osservò sarcasticamente Sho fra sé e sé. 

Sulla porta apparve Hiroshi. 

Sho lo guardò stupefatto. 

Lo so che non si aspettava di vedermi. Come sta? Okāsan** e Akane stanno ancora riposando. Sono rimaste qui in ospedale insieme a me fino verso le 4 di stamattina. Erano stremate. – spiegò Hiroshi, prendendo posto su una sedia vicino al letto. 

Sho fece un cenno di comprensione col capo ma senza distogliere lo sguardo sbalordito dal genero. 

In quel momento Hiroshi tirò fuori dal suo zaino il telefono del suocero e glielo porse. Era rimasto a casa, nella fretta e confusione della sera prima. 

Sho venne presto a scoprire com’erano andate le cose e che era stato proprio Hiroshi ad intervenire tempestivamente, salvandogli di fatto la vita. 

Messaggi

Utilizzò il programma di messaggistica istantanea per comunicare col genero che era seduto lì affianco a lui. 

Grazie. Non so che dire. Ricordo solo che stavo guardando la TV quando tutto ad un tratto ho avvertito un dolore lancinante al petto. – scrisse nel suo messaggio a Hiroshi. 

Se tu non fossi rientrato per il portafoglio forse a quest’ora stareste pianificando il mio funerale. – aggiunse con una punta di drammaticità. 

Otōsan*, l’importante è che lei ora sia qui, fuori pericolo. Fra qualche giorno la rimanderanno a casa e piano piano potrà cominciare il suo percorso di guarigione. Okāsan** e Akane si sono molto spaventate. Verranno più tardi a farle visita. – rispose Hiroshi mentre si apprestava a sorseggiare un po’ del tè verde bollente che gli aveva portato l’infermiera con la treccia e dalla vocina squillante.  

Dlin dlon

Arrivò un altro messaggio di Sho. 

Responsabilità

Io non sono molto gentile nei tuoi confronti eppure mi hai aiutato. Perché? – domandò Sho arrivando subito al punto che creava imbarazzo e tensione tra i due.

Otōsan, anche se lei non mi vede di buon occhio, io l’ammiro e la tengo in grande considerazione sebbene mi abbia sempre maltrattato. Da quando Akane ed io ci siamo sposati lei ha fatto di tutto per escludermi e farmi sentire un perdente. 

Non posso negare di aver sofferto molto per questo suo atteggiamento ma cosa potevo fare? E soprattutto, cosa avrei potuto fare in una situazione d’emergenza? Vendicarmi, forse, evitando di chiamare i soccorsi in tempo? – commentò con voce rapida e concitata Hiroshi. 

Sho si vergognava profondamente. E non solo delle parole di Hiroshi che lo mettevano davanti alle sue responsabilità ma anche delle meschinità che aveva commesso per mettere volutamente zizzania tra lui e Akane. 

Come quelle volte in cui consapevolmente sabotò i vari tentativi di Hiroshi di trovare lavoro, abusando della sua posizione e sparlando del genero coi potenziali datori. 

Ancora responsabilità

Hiroshi non sapeva che era stato proprio lui a mettergli i bastoni fra le ruote nella maligna speranza che questo portasse allo sfascio il matrimonio con Akane la quale, secondo Sho, meritava certamente qualcuno di meglio. 

L’ora delle visite era terminata. Prima di andare via, Hiroshi appoggiò sul comodino dei libri e alcune riviste che piacevano al suocero.

Ho pensato di portarle qualcosa da leggere. In un posto come questo serve un po’ di aiuto a far passare il tempo, no? Si riguardi, otōsan. Ci risentiamo più tardi. – e con un lieve inchino si congedò, scomparendo in un attimo dietro la porta scorrevole bianca in vetro e PVC. 

Dolorose verità e gratitudini

Sento aria di confessioni. Vero, signor Sho? – intervenne di punto in bianco Ueda che non aveva dormito ma, come ci si sarebbe potuto aspettare, era rimasto sveglio cercando di carpire il più possibile da quella conversazione a metà tra Sho e il genero.

Sho lo ignorò. Quel Ueda era solo un vecchio borbottone con la passione per il pettegolezzo. 

Dlin dlon. 

Era appena arrivato un messaggio a Sho. 

Era Hiroshi.

Otōsan, ieri sera non ero tornato a casa per il portafoglio ma per farla finita. – confessò Hiroshi nel messaggio.

Sho sbiancò. 

Ero da Tsubame con Akane, come sempre. Non trovavo il portafoglio e Akane ne approfittò per schernirmi dicendo che tanto non avrebbe fatto alcuna differenza dal momento che i soldi per pagare il conto sarebbero usciti dalle sue tasche. Era da tempo che me ne diceva di ogni, ricordandomi che ero solo un fallito per il quale aveva buttato via un futuro brillante. Aveva iniziato a ricordarmi sempre più spesso che avrebbe dovuto darle retta quando si oppose al nostro matrimonio. – proseguì Hiroshi come un fiume in piena.

E invece aveva scelto di rimanere con me e di abbassarsi al mio livello. Forse le facevo pena. Eppure ho tentato in tutti i modi di cercare lavoro, sempre senza successo. Così, ieri sera, dopo quest’ennesima lite umiliante in cui davanti a tutti mi ha accusato di essere la sua rovina, mi sono alzato e con la scusa di venire a prendere il portafoglio volevo invece togliermi la vita. Non ne potevo più. – aggiunse. Le sue parole grondavano di dolore e Sho questo lo percepiva. E ad ogni parola, si sentiva stringere sempre di più la gola dal rimorso.

Entrando in casa, però, ho trovato lei otōsan. A terra, in preda a qualcosa che non era benevolo. In quel momento, nonostante il suo disprezzo continuo, in lei ho visto solo una persona inerme e debole. Ho abbandonato immediatamente il mio malsano piano e le sono venuto in aiuto.

In un certo senso è lei che ha salvato la vita a me. – concluse Hiroshi.

A Sho scivolò il telefono dalle mani, cadendo rumorosamente sul pavimento a quadretti bianchi e celesti della stanza.

(Continua)

Note:

*Il termine otōsan è un onorifico che significa papà ma che spesso viene usato anche nei confronti del suocero.
** Il termine okāsan, allo stesso modo, significa mamma e nella cultura giapponese viene spesso usato come titolo affettuoso e al tempo stesso rispettoso nei confronti della propria suocera. Normalmente non è consuetudine rivolgersi ai suoceri chiamandoli direttamente per nome.

Le parole di Sho

Scrivo di getto in questo momento, in questa domenica sera di fine agosto dove l’aria ha già i primi profumi di un autunno non poi così distante. Capitoli della vita che si concludono e cicli che si esauriscono. Ma a queste fini seguono sempre degli inizi.

In un giorno in cui ho pianto in momenti diversi e in cui ho dovuto anche salutare una persona cara che si appresta ad iniziare un lungo viaggio. Un viaggio fisico ma che sarà prevalentemente interiore.

Nella mia incapacità di nascondere i sentimenti e le emozioni, ho perso la lotta contro le lacrime che infatti sono sgorgate copiosamente. Hanno vinto loro. E in quel momento, la mia cara amica mi ha chiesto di prometterle di iniziare a pubblicare i miei racconti. Me lo ha chiesto oggi, sul ponte Regina mentre la pioggia iniziava ad aumentare in intensità e sia il cielo sia le acque del Po avevano assunto malinconiche note cineree.

Le ho detto che avrei iniziato stasera, pubblicando la prima parte di un mio racconto che risale a diversi anni fa ormai.

Cominciamo così. Poi si vedrà.

Non so nemmeno se qualcuno lo leggerà. Ma se lo leggerete scrivetemi o lasciatemi un commento.

Il racconto s’intitola Le parole di Sho.

Tutto il racconto, ed eventuali altri racconti, saranno raccolti nel tag i miei racconti.

Prima parte.

Buona lettura.

Le parole di Sho (parte prima)

Aveva smesso di parlare e lo aveva fatto senza pensarci neppure un attimo.

Non era un capriccio o una risposta piccata a qualche diverbio. No. Questa volta aveva deciso che avrebbe scelto il silenzio.

Per quarantacinque anni aveva insegnato alla gente i trucchi della comunicazione efficace svolgendo la mansione d’istruttore di public speaking, come veniva chiamata l’arte del saper parlare davanti a un pubblico. 

Il suo era un lavoro nato un po’ per caso quando, da ragazzo, accompagnava suo padre alle riunioni di un’azienda produttrice di salsa di pesce vietnamita, di cui era co-fondatore. 

In quelle occasioni il padre diventava un’altra persona: da uomo introverso e anche un po’ burbero si trasformava in un istrione, in un abile atleta della parola che sapeva gestire con maestria e agilità discorsi complessi esponendoli con una chiarezza sbalorditiva. 

Bastava che salisse sul palco, dietro quel microfono, perché  tutte le paure, le ansie, le timidezze e le fragilità, sparissero dissolvendosi in un flusso coinvolgente di parole scandite con entusiasmo e grinta. 

Lo osservava ogni volta con lo stesso stupore della prima occasione quando lo vide parlare in pubblico, alla fiera Dei Mille Sapori, a Hong Kong. 

Il padre era stato chiamato a raccontare la lunga e rocambolesca storia della sua azienda e di come lui e il socio fossero partiti letteralmente da zero per arrivare a costruire un piccolo impero. Si sarebbe potuto pensare ad un inedito racconto alla Horatio Alger. Ma era tutto vero.

Il pubblico, in profondo silenzio, era affascinato e a tratti anche commosso.  Nessuno osava neppure muoversi. Sembravano tutti sotto l’influenza di un fiabesco incanto. 

Dopotutto si trattava solo del racconto del tortuoso percorso di un’attività imprenditoriale che, nonostante i tanti ostacoli, era riuscita a farcela. Una storia comune a tanti imprenditori coraggiosi. 

Suo padre però aveva portato sul palco tutte le speranze, le ambizioni, le paure, gli entusiasmi, le delusioni e le aspettative disattese che, come ingredienti di un’irripetibile ricetta, avevano dato vita a una realtà commerciale di gustoso successo.

Quel discorso terminò con una pausa di pochi secondi di un silenzio assoluto e irreale che sfociò in un applauso scrosciante. 

Sho era rimasto là, in un angolo della sala, seduto con gli occhi immobili, la bocca socchiusa, le mani pesantemente appoggiate sulle ginocchia e la schiena drittissima.  

Suo padre era un vero maestro della comunicazione e un giorno avrebbe carpito da lui questi segreti, li avrebbe messi in pratica e poi insegnati ad altri. 

Gli inizi di Sho e il brillare della sua arte

Dopo le superiori Sho non perse tempo. S’iscrisse all’università e iniziò il suo percorso accademico completamente dedicato al suo grande amore sbocciato nei tenerissimi anni dell’adolescenza: la comunicazione.

A venticinque anni, con l’instancabile aiuto di suo padre, avviò una piccola scuola – la prima e unica nel suo genere a Yokohama: la Komyu-UP, scuola di public speaking e comunicazione efficace. 

La scuola avrebbe riscosso un successo travolgente diventando una pioniera del settore. Dopo la Komyu-UP solo tanti imitatori e spesso nemmeno tanto bravi. 

I migliori istruttori lavoravano tutti per Sho e chi voleva anche solo sperare di avere una chance in questo campo doveva necessariamente passare dalla Komyu-UP.

Quarantacinque anni trascorsi a parlare e a far parlare, a insegnare l’autocontrollo, la giusta postura, le impostazioni del sorriso e della voce. 

Quarantacinque lunghissimi anni all’insegna della parola. 

Decisioni

E adesso aveva deciso che quelle stesse parole, che fino a quel momento erano state la sua miniera, sarebbero finite ingabbiate in un gigantesco contenitore dai muri di silenzio. 

Non avrebbe più parlato. Né con Yuko sua moglie, né con Akane sua figlia né tantomeno con quello sfaccendato di Hiroshi, suo genero. 

Nessuno più alla Komyu-UP avrebbe sentito la sua voce. 

Tanto sapeva che a casa, in quel manicomio che era casa sua, nessuno si sarebbe neppure accorto della sua silenziosa presa di posizione. Yuko avrebbe continuato a cinguettare di scemenze – il decoupage e l’ikebana – mentre sua figlia e suo genero sarebbero sicuramente andati avanti a dissolvere le proprie esistenze nei mari di pixel in cui annegavano. 

Vuoi che ti prepari la colazione? – gli chiese Yuko la mattina seguente, poche ore dopo quella scura parentesi di contemplazione in cui era maturata la decisione del silenzio.

Ovviamente non vi fu risposta ma Yuko, che tanto non prestava mai attenzione alle parole del marito, agì come se una risposta ci fosse stata veramente. 

E andò in cucina. Nel giro di venti minuti apparecchiò il tavolo con una scodella fumante di riso al vapore, una scodella rossa di zuppa di miso, un pesciolino alla griglia e del cetriolo sotto sale. 

Sho, la colazione! Sbrigati! – gli aveva intimato con voce un po’ seccata. Erano già le sette e se non si fosse dato una mossa sarebbe arrivato tardi in azienda.

Contemplazioni

Ma Sho era ancora nel letto, disteso sulla schiena e con le braccia incrociate dietro la testa, a fissare un punto indefinito nello spazio. 

Di scatto si alzò e – appoggiandosi con una mano al muro – s’infilò quelle morbide pantofole a quadretti verdi e blu che tanto amava. 

Arrivato al tavolo della cucina, Yuko lo accolse con una raffica di discorsi ingarbugliati che però lei gli presentava con l’affannata solennità che la contraddistingueva. 

Mentre lavava le pentole, blaterava di insulsaggini: del tofu troppo molle che aveva comprato il giorno prima da Isetan, di quell’oca di Sachiko che era sempre lì a farsi la permanente, della colla apposita per decoupage che aveva ordinato dal Canada, del gatto lagnoso dei vicini e tanti altri argomenti tranquillamente dimenticabili.

La colla dal Canada! Con tutta la colla che abbiamo qui in Giappone lei ordina la colla dal Canada. – pensò infastidito Sho riferendosi in realtà all’atteggiamento spendaccione di sua moglie. 

Sho aveva finito la colazione e – sorseggiando lentamente una tazza di tè verde  – se ne stava con lo sguardo quasi inebetito ad osservare la grande quercia che fiera sorgeva proprio davanti alla finestra della cucina. Pigramente si voltò e gettò un’occhiata in soggiorno dove vide Hiroshi sdraiato sul divano a rimbambirsi – già di prima mattina – sul tablet. 

Akane non c’era. Testarda che non era altro. Sicuramente era andata a fare qualche ora a casa della vecchia signora Inoue che viveva sola in fondo alla strada, proprio vicino alla locanda Tsubame. Di accettare soldi dal padre non ne voleva sapere e preferiva guadagnarsi da sola i soldi per provvedere a se stessa e a quel fannullone di suo marito. Questo, pensava Sho, la rendeva meritevole di onore ma al contempo anche tanto stupida. 

Intanto, in sottofondo, continuava a scorrere il fiume impetuoso di frivoli discorsi di Yuko che non si era ancora neppure accorta che il marito non aveva detto una parola da quando si erano svegliati. 

È ora di avvisare i dipendenti

Quel giorno Sho avrebbe dovuto però trovare il modo di spiegare alla Komyu-UP il suo comportamento. Loro lo stimavano e quindi meritavano spiegazioni. 

Cari colleghi e collaboratori,

vi sorprenderà questo avviso, lo so, ma ho preso una decisione: da oggi osserverò il più rigido silenzio. Ho bisogno di riflettere. Per qualunque cosa, mandatemi un e-mail perché, fino a quando ne sentirò la necessita, non risponderò più a voce. So di poter contare sulla vostra comprensione profonda.

                                                                    Sho

L’avviso, inviato a tutto lo staff dello Komyu-UP oltre che stampato e affisso in bacheca la sera precedente dopo la chiusura, fu accolto con stupore e confusione. 

Sia gli istruttori sia gli impiegati dell’amministrazione pensarono subito si trattasse di uno scherzo tanto che uno di loro – il capo contabile Takahashi – ridacchiando staccò il foglio dalla bacheca, lo strappò e lo buttò nel bidone della carta. 

Però come spiegare la mail che arrivava proprio dalla casella di posta di Sho?

Non servirono spiegazioni perché , mentre lo staff era ancora nell’atrio a discutere concitatamente del fatto, arrivò Sho a passo svelto. Era in ritardo ma nessuno guardava l’orologio perché l’argomento centrale era un altro.

Tutti smisero di parlare e si voltarono a guardarlo con occhi pieni di stupore ma anche di smarrimento.

Sorridendo, Sho fece un leggero inchino di saluto e, togliendosi una vistosa giacca giallognola, si diresse verso il corridoio. 

Lo staff seguì i suoi movimenti con lo sguardo finché Sho non scomparve dietro la porta del suo ufficio.

Interrogativi e comprensioni


In effetti non aveva detto niente e questo era veramente bizzarro. Proprio lui che era solito salutare lo staff a gran voce incoraggiando tutti con una frase che amava ripetere all’infinito: “Buon lavoro a me e buon lavoro a voi!”

Sho, il grande oratore degno allievo di suo padre e fondatore della Komyu-UP ora era muto. Volontariamente muto.

Le attività alla Komyu-UP ripresero in maniera abbastanza regolare anche se, per forza di cose, fu necessario trovare qualcuno che sostituisse Sho nelle lezioni.

Il clima era sereno solo in apparenza perché nascondeva una tensione data dall’interrogativo. In realtà quasi nessuno, tranne una persona, aveva capito il senso del silenzio autoimposto di Sho. 

Furono infatti azzardate mille ipotesi. In mensa, durante la pausa pranzo, ad ogni tavolo non si parlava d’altro. Si passava dalle ipotesi più plausibili alle congetture più bislacche come quella secondo cui il vero Sho sarebbe morto e il falso Sho, quello muto, si troverebbe a capo della scuola ma non in grado di rivelare la propria identità. 

L’unico ad aver compreso perfettamente il suo gesto era il professor Mikuni, il responsabile dell’ufficio didattico. Il professore aveva alle spalle una carriera lunga e onorata ma certamente non priva di momenti di profonda crisi e sconforto. Nel corso della sua esperienza aveva compreso tante verità ma anche tanti paradossi legati alla loro professione. Uno di questi paradossi lo aveva portato, diversi anni prima, a ritirarsi in un monastero Zen a Odawara nella speranza di rimettere ordine in quel grande caos che aveva in testa. 

Il professor Mikuni aveva capito, infatti, che più si parlava e meno si diceva. 

Riorganizzazioni e ostinate quotidianità

Sho e il professor Mikuni si scambiarono diversi messaggi quella sera e quest’ultimo lo rassicurò dicendogli che non solo aveva compreso alla perfezione il suo gesto apparentemente così radicale e stravagante, ma che si sarebbe occupato personalmente di quella parte di lavoro che ora Sho non poteva più svolgere. 

Sho decise di prendere un mese di vacanza. Era tanto, lo sapeva, ma lui era il proprietario dopotutto e poteva decidere. Inoltre aveva incaricato Mikuni e Kinoshita di sostituirlo durante la sua assenza. 

A casa, incredibilmente, ancora nessuno si era accorto del suo silenzio. 

Yuko stava via mezze giornate per partecipare a quei corsi inutili sulle composizioni floreali mentre Akane ormai andava sempre dalla signora Inoue. E Hiroshi? Quello scansafatiche, gira e rigira, era sempre a casa a poltrire sul tablet oppure a bighellonare ai giardini con altri sfaccendati del quartiere. 

Era come se Sho fosse invisibile. In casa sapevano che lui solitamente usciva intorno alle 7:10 e rientrava verso le 18. All’ora del rientro Yuko, meccanicamente, lo aspettava nel genkan per salutarlo e porgergli quelle comode pantofole che erano uno dei pochi piaceri reali in quella casa. Ma lei subito spariva dietro la parete che separava l’ingresso dal soggiorno per tornare in cucina dove certamente preparava diligentemente i pasti – questo non glielo si può negare – ma dove passava anche un numero esagerato di ore dietro infiniti lavoretti di decoupage che puntualmente ricoprivano il tavolo. 

Yuko

Sho era abituato a farsi il bagno prima di cena e per questa ragione, non appena tornava dal lavoro, poteva andare direttamente in bagno e trovare la vasca pronta con già dentro i sali marca Bab al profumo di bosco che tingevano l’acqua di un verde giada molto leggero e riempivano l’aria con gli effluvi balsamici del pino e del cipresso.

Sho e Yuko cenavano raramente insieme perché lei da anni si autoprescriveva  una dieta che prevedeva solo la colazione e il pranzo. La cena, per Yuko, era una tazza di tè. 

Akane a Hiroshi non avevano orari e spesso andavano da Tsubame per un ramen oppure per un gyūdon

Morale della favola: ognuno se ne stava per i fatti propri e le rare volte che ci si ritrovava nella stessa stanza o uno o l’altro era perso nel solito mare di pixel. 

Ti ho preparato il nikujaga . C’è anche un po’ della frittata di ieri sera. Per dolce, la macedonia con le fragole che mi ha portato stamattina Sachiko. – disse Yuko a Sho che aveva appena fatto il bagno ed era in accappatoio. 

Ah sì, Sachiko! Non era quella che passa tutto il tempo a farsi la permanente? Beh, tanto cattiva non deve essere se ci porta le fragole! – pensò sarcastico Sho. 

Ti spiace se anche stasera non ceniamo insieme? Beh lo sai che io di solito a cena non mangio. Andrò a fare un salto da Sachiko. – cinguettò Yuko con la sua vocina squillante. 

Sho si limitò ad annuire col capo e Yuko nemmeno se ne accorse: lei era già salita su in camera a prepararsi. 

Che moglie strana, Yuko. Era bravissima in cucina. Persino sua madre aveva ammesso, con non poca fatica, che la nuora era più in gamba di lei ai fornelli. 

E la casa era uno specchio. I cassetti della biancheria tutti meticolosamente in ordine e non c’era una virgola fuori posto. 

Era stata una mamma modello e infatti Akane le era molto affezionata. Quelle due, quando ci si mettevano, erano di una complicità eccezionale.

Però verso Sho era sfuggente. Eppure lo amava e gli dimostrava il suo affetto in tanti modi. Glielo mostrava ad esempio preparandogli tutte le mattine un o-bentō molto curato; glielo dimostrava con tante piccole premure che, ne era certo, erano la sua costante e rinnovata dichiarazione d’amore. 

Ma lei rimaneva elusiva. 

Akane

Anche questa sciocchezza della cena abolita. I primi tempi lui si arrabbiava pesantemente per questo ma poi, come per tante altre cose, aveva imparato a farsi conquistare dall’indifferenza facendo propria l’arte del navigare nelle ammalianti acque della passività. 

Eppure, nonostante non cenasse più col marito, lei aveva sempre cura di preparargli i suoi piatti preferiti andando anche a cercare a volte ingredienti costosi pur di farlo felice. 

Come quella volta che lei andò fino a Tsukiji solo per prendere una vaschetta di anguille d’acqua salata per farne un kabayaki. Sapeva bene che Sho ammattiva letteralmente per questo piatto. 

E lei non lo aveva deluso.

Erano le due di notte passate e Yuko non era ancora tornata. Akane e Hiroshi erano rientrati solo per un’oretta, il tempo di lavarsi e cambiarsi, per poi subito uscire. Sicuramente andavano da Tsubame. 

Quei due – ne era certo Sho – erano destinati a vivere così, arrabattandosi e accontentandosi della mediocrità. E questo era per lui fonte continua di rabbia. 

Akane, prima di buttarsi via per Hiroshi, quello sfaticato che passava le giornate per i vicoli di Shimokitazawa a far finta di essere un poeta urbano, aveva aspirazioni di non poco conto: era sempre stata un’ottima studentessa e i suoi voti eccellenti le avevano permesso di accedere all’agognato esame di ammissione all’università di Keio superandolo al primo colpo. 

Per Akane quello era uno sogno divenuto realtà. 

A Keio aveva scelto la facoltà di Lingue, specializzandosi in lingua e letteratura vietnamita con immensa gioia del padre e del nonno. 

Aveva superato brillantemente il primo anno e si stava preparando ad affrontare il secondo quando tutto iniziò ad andare a rotoli…

Contemplazioni e parole senza suoni

Ma che ora era? 

Sho si era seduto in poltrona davanti alla televisione accesa ma con il volume azzerato. Sulla NHK era in onda uno speciale reportage dedicato alla cucina italiana. Carrellate di immagini brillanti di tipici paesaggi collinari toscani erano inframezzate da brevi interviste a gente anziana, forse contadini. Muovevano le labbra ma da quelle bocche occidentali non usciva alcun suono. 

Sho vedeva solo volti aggrediti dal tempo, raggrinziti dallo scivolar via di un’esistenza consumata a capo chino a dissodare la terra sotto un sole poco clemente. 

Li guardava come ipnotizzato. I suoi occhi seguivano la sinuosità delle colline senesi e i colori armoniosi di quelle abitazioni così lontane dal suo mondo. Rimase in quello stato forse per un’ora quando avvertì un forte dolore al petto. 

Sentì una scossa violenta come se le dita di un mostro invisibile si fossero scagliate contro il suo petto strappandogli la carne e penetrando fin verso il suo cuore che quasi avrebbero lacerato se – di istinto – Sho non si fosse premuto con le mani la zona dolorante. 

Trovò un sollievo breve ma vitale. 

Il dolore ritornò, con scariche più forti di prima. Gli sembrava quasi di sentire il rombo di quello spasimo che lo teneva imprigionato in una corda di impulsi elettrici. 

Nel tentativo di alzarsi e prendere il telefono dal tavolo, perse l’equilibrio e si accasciò a terra dove perse i sensi.

Nell’oscurità una figura, muovendosi rapidamente sullo sfondo luminoso della TV muta, si avvicinò a Sho…

(Continua)

Matcha alle rose e floreali silenzi

Prima di iniziare ad immergermi nei miei racconti di oggi di matcha, rose, fiori, silenzi e letteratura, vorrei ritagliare uno spazio per delle comunicazioni di servizio:

1. Il blog ha avuto qualche difficoltà tecnica nei giorni scorsi dovute ad aggiornamenti di WordPress. Questo ha reso Biancorosso Giappone, purtroppo, non accessibile per alcuni giorni. Dunque, se avete avuto difficoltà a leggermi, questo è il motivo.

Clicca qui per saperne di più.

2. Non avrei mai creduto di dover fare un giorno questa precisazione ma tant’è: sono la proprietaria ed autrice di Biancorosso Giappone, sin dai suoi albori. Non utilizzo ChatGPT, chatbot, AI e altre tecno-bizzarrie analoghe per scrivere i miei testi o per realizzare le mie foto. Tutto ciò che leggete e vedete sul mio blog è frutto del mio intelletto e della mia capacità di rielaborare in forma scritta pensieri, sensazioni, ricordi, opinioni, informazioni ecc.
Il risultato non sarà mai privo di imperfezioni e sbavature ma è certamente autentico. E soprattutto, umano.
Il mio impegno continua ad essere quello di scrivere di mio pugno tutto ciò che leggete e di realizzare da sola le foto che spesso corredano i miei scritti. Naturalmente, posso garantire l’autenticità solo dei miei scritti e delle mie foto: non posso garantire altrettanto per quel che riguarda illustrazioni e foto provenienti da altri siti.

Matcha alle rose

Questi giorni di agosto scorrono lenti, come l’acqua di un fiume in secca che langue sotto i raggi inferociti di un sole implacabile. Agosto sembra un po’ una parentesi illusoria tra i restanti undici mesi in cui il tempo, invece, si affretta a raggomitolarsi nell’eternità.

Un corvo gracchia lamentosamente ogni mattina, appollaiato sulle tegole del palazzo dirimpetto. Il quartiere è ancora molto silenzioso: qualche automobile che ogni tanto sfreccia sul corso principale, dei cani in lontananza abbaiano, il vociare di alcuni bambini forse impegnati in un gioco.

La collina, laggiù sulla sinistra, è avvolta in una spessa coltre bluverde. Era la stessa collina che vedevo da bambina quando mi portavano su dai nonni, in Viale Curreno. Infatti, è un vero punto fermo, immobile nel tempo.

Anche il cielo sembra muto, perforato da venature rosa salmone.

È ad agosto che l’illusione bergmaniana, di cui ho parlato qui, si fa particolarmente intensa e vivida.

Oggi non tocca ancora alla quinta e ultima ricetta della rubrica estiva.

Questa volta scrivo liberamente ciò che zampilla dalla mente, cercando comunque di seguire sempre un filo logico su cui i pensieri ogni tanto faranno acrobazie da trapezisti provetti.

In uno di questi pomeriggi afosi e svogliati, ho avuto l’idea di preparare una bevanda fredda al matcha con qualche nota di rosa.

Il matcha ha un sapore che accoglie molto bene le note fragranti e inconfondibili della rosa. Visivamente è come se creassero un abbraccio tra i due colori predominanti: il verde e il rosa, in tutte le loro delicate sfumature.

Quella che riporto non è proprio una ricetta: è più che altro un procedimento. Sentitevi liberi di variare le proporzioni a vostro piacimento.

Indicazioni per preparare il matcha alla rosa

Per due matcha freddi alla rosa:

100ml d’acqua calda
1 cucchiaino abbondante di matcha di qualità
190ml di latte freddo* (io ho usato un latte di soia non zuccherato)
1 cucchiaio di acqua di rose per uso alimentare**
dolcificante a piacere (zucchero, miele, sciroppo d’acero ecc.)
boccioli di rose essiccati (facoltativo)

*Qualsiasi latte andrà bene: animale o vegetale. L’importante è che sia ben freddo. Potete aggiungere del ghiaccio, se preferite. Potete usarne uno già zuccherato evitando, in seguito, di aggiungere dolcificanti.
**L’acqua di rose è un ingrediente molto diffuso nella pasticceria mediorientale. È economica e la potete acquistare nei negozi cosiddetti etnici oppure nei negozi di alimentari provenienti prevalentemente dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Verificate che sia per uso alimentare. Non usate l’acqua di rosa cosmetica!

In una tazzina stemperare il matcha nell’acqua calda e mescolare benissimo, evitando che si formino grumi. Potete usare il chasen di bambù oppure un frullino a mano o elettrico.
Al latte di soia freddo aggiungere un cucchiaio di acqua di rose e mescolare bene.
In due bicchieri, versare il matcha stemperato e aggiungere il latte di soia aromatizzato alla rosa.
Se lo desiderate, potete zuccherare con un dolcificante di vostra scelta. Se lo gradite, unite anche qualche cubetto di ghiaccio.

Per finire, si può guarnire con qualche bocciolo di rosa essiccato.

Servire immediatamente.

Silenzi floreali

In questa atmosfera avvolta nel pigro e torrido silenzio agostano, ho pensato ad un detto giapponese che ben si accompagna alle rose del nostro matcha freddo:

Questo color rosa ricorrente segue il filo floreale e non certo l’assillo modaiolo del momento, di un film incentrato sulla figura di una famosa bambola.

Il detto è:

「言わぬが花」
Iwanu ga hana.
Traduzione non letterale: il non dire (ossia il silenzio) è un fiore.

Non servono sbrodolamenti filosofistici per comprenderne il senso. Anche perché, d’altra parte, troppe parole per spiegarlo sarebbero in netta contraddizione con la sua stessa essenza.

Molto si può dire – e spesso si dice – non dicendo. Nel non detto, l’esplicito.

In questo messaggio ritrovo, ad esempio, una chiave di lettura delle favole giapponesi ma anche di molta letteratura del Giappone, di varie epoche. Non sempre c’è una conclusione soddisfacente (secondo i nostri canoni) o una morale sazievole.
Sovente, il racconto sembra quasi concludersi in una sorta di dissolvenza narrativa dai contorni liquidi e anche un po’ sbiaditi. Oppure, un’interruzione decisa che può generare un punto interrogativo.

Ma anche l’inizio di un silenzio eloquente in cui vi sia spazio all’interpretazione oppure, più sottilmente, il messaggio non detto.

Il fiore, appunto.

Piccola nota per gli studenti di giapponese

La forma verbale negativa che appare nel detto ha la desinenza in 〜ぬ: questa è una forma arcaica e corrisponde all’attuale 〜ない . Quindi: 言わぬ 言わない.

Oltre il matcha ma con i silenzi: I microcosmi di Kawakami Hiromi

Tempo fa dedicai un articolo ad una delle mie scrittrici giapponesi contemporanee preferite: 川上弘美 Kawakami Hiromi. Potete leggerlo qui.

Torno spesso sui suoi racconti perché mi trasportano in una dimensione immaginaria e confortante in cui mi rifugio volentieri quando il livello delle forze è a secco. E questa volta ho ripreso questa sua straordinaria raccolta di mini racconti intitolata 「このあたりの人たち」Kono atari no hitotachi (lett. le persone di questo quartiere). L’opera, di cui non credo vi sia ancora la traduzione in italiano, è disponibile in inglese col titolo di People From My Neighborhood, (tradotto da Ted Goossen).

Per me il nome di Kawakami Hiromi sarà per sempre legato all’immagine e al profumo di una golosa torta al cioccolato.

E incredibilmente, ritorna il rimando gastronomico non necessariamente a ciò che scrive ma a ciò che le sue opere suscitano nei lettori. Infatti, il giornalista americano Eric Margolis del Japan Times paragona la lettura di questa raccolta di racconti ad uno spuntino insolito ma appagante (like an unusual but satisfying snack). Qui l’articolo originale della sua analisi.

Una raccolta di ventisei storie brevissime, di tre o quattro pagine al massimo. Postfazione di Furukawa Hideo.
Le storie sono dei microcosmi interconnessi ma al tempo stesso indipendenti. Il fil rouge sono i rapporti interpersonali o tra umani e personaggi frutto della fantasia della scrittrice. Una prosa che incanta perché tocca mondi a volte lontani e altre volte vicinissimi. Un po’ come in Kamisama, di cui ho scritto nell’altro articolo: il mondo degli esseri umani che si avvicina a quello degli animali.

C’è la storia dell’uomo con due ombre o del bambino (o forse qualcosa che gli assomiglia) monello che vive vicino a un albero, nascosto sotto un telo bianco. Vi è la storia dell’amicizia tra la protagonista e una nonnina (che in realtà avrà avuto circa una quarantina d’anni), dal carattere capriccioso e che vediamo impegnata a fare gli origami con delle carte dai colori sgargianti.

E la nonnina che, improvvisamente, esordisce con un singolare:” Mi è stato detto che l’inferno odora di olio di fegato di merluzzo”.

Floreali silenzi e conclusioni sfumate

E anche qui ritroviamo storie irrisolte, soluzioni sfuggenti o del tutto assenti. Di nuovo quei contorni soffusi che, in realtà se ascoltati, comunicano più delle parole.

Collage di fiori incontrati casualmente durante le mie passeggiate torinesi in solitaria.

I fiori (e il matcha) hanno punteggiato questo mio scritto e a questi stessi fiori lascio l’onore di custodire il non detto.

言わぬが花。Iwanu ga hana.

Kanten di fragole e latte di soia

Siamo ai primi dieci giorni di agosto, ormai. Mese curioso, questo, poiché fa da sala d’aspetto dell’autunno.

D’altra parte, secondo il calendario giapponese tradizionale di derivazione cinese, il periodo compreso tra l’8 e il 22 agosto è noto come 立秋 risshū ovvero l’inizio dell’autunno. Sembra che la morsa più feroce del caldo esasperante resti tra le roventi pieghe di un luglio incandescente. Ora, invece, iniziamo ad assaggiare gli ultimi sorsi dolci di estate diluiti in fresche ed ariose venature temporalesche.

I kanji di risshū accompagnati dalla data d’inizio, ovvero l’8 agosto. Fonte immagine.

Devo, dunque, affrettarmi a concludere la mia rubrica estiva. Oggi vi proporrò la quarta delle cinque ricette programmate: il kanten di fragole e latte di soia.

A chi non avesse seguito, ricordo che a fine giugno ho inaugurato uno speciale estate che ho voluto chiamare 夏の味 Natsu no aji, cioè Sapori d’estate.

Le tre ricette già pubblicate sono:

Yamagata-dashi
Shiratama del Periodo Edo
Tomatomiso

Non passo subito alla ricetta, lo sapete. C’è sempre molto da scoprire e da condividere. Da anni, ormai, mi si chiede di scrivere un libro poiché ho scritto tanto e ancora tanto scriverò, se Dio vuole.
Ma soprattutto mi chiedo che forma stiano prendendo questi scritti storico-gastronomici e quale potrebbe essere il loro destino.
Certo, potrebbero rimanere qui sul blog, ma vorrei davvero che trovassero posto sulla carta materiale che, sin dai tempi antichi, accoglie parole e pensieri dando loro una tangibile e fragrante dimora.

Se tra chi mi legge c’è qualcuno che desidera aiutarmi ad iniziare un percorso di pubblicazione, mi lasci un commento con un recapito e mi metterò in contatto io.

Fragole, Ingmar Bergman e deviazioni

Avevo scelto di proporre un dolce come quarta ricetta della rubrica. Scelsi di orientarmi verso i kanten (che spiegherò a breve) con ingrediente principale un altro frutto. Non le fragole. Tuttavia, la preparazione di prova ha rivelato troppe incognite e trappole e quindi ho deciso di fare una deviazione rispetto al percorso precedentemente definito.

Non so ancora cosa farò di quella ricetta originale. Probabilmente la riproporrò in altro modo.

Questo allontanamento, però, ha riservato delle sorprese.

Le modifiche di percorso, sebbene a volte ingannevoli, mi affascinano perché conducono a soluzioni o scoperte del tutto inaspettate. Oppure possono portare semplicemente a nuove angolazioni da cui poter osservare meglio una questione.

Questa deviazione mi ha riportato subito alla mente il professor Isak Borg nonché celebre protagonista di un capolavoro del cinema svedese: Smultronstället, in italiano conosciuto come Il posto delle fragole, di Ingmar Bergman. La vicenda narrata nel film, dopotutto, inizia per davvero con una deviazione di percorso.

Fonte immagine.

Il professor Borg comincia così una riflessione sulla vita e sulla morte deviando, di fatto, dal suo percorso prestabilito di viaggio e di pensiero.

Le fragole per gli svedesi non rappresentano solo la primavera ma anche l’innocenza. Insomma, la primavera dell’esistenza. Ed è al ricordo di essa che Borg fa ritorno, seppur solo con la memoria.

La mia deviazione di ricetta non mi ha condotto lungo tortuosi percorsi di riflessione bergmaniani. O almeno, solo in parte.

Mi sono infatti trovata ad ammirare e ad assaporare delle fragranti fragole di montagna. E da lì poi l’idea di ritornare sulla strada principale, verso la mia destinazione.

Ma curiosamente ripenso spesso al professor Borg in estate a Torino, soprattutto ad agosto. Sebbene la città non si svuoti più come un tempo, è innegabile l’alleggerimento generale delle strade. Può capitare che, passeggiando per una qualche strada proprio in un pomeriggio d’agosto a Torino, di avere la sensazione che il tempo si è fermato: orologi immobili, lancette arrugginite, marciapiedi deserti e toccati soltanto dai raggi roventi di un sole pomeridiano e dalle pervicaci erbacce che tutto sfidano.

Fragole di montagna

In qualche modo è arrivata l’idea del kanten di fragole e latte di soia: preparazione frutto forse di una deviazione squisitamente bergmaniana?

Cos’è il kanten?

In rete esistono centinaia di articoli che trattano in maniera esauriente l’argomento quindi non mi ci soffermerò troppo a lungo.

Il 寒天 kanten è un gelificante vegetale, estratto da alcuni tipi specifici di alghe. Rappresenta una notevole alternativa alla gelatina alimentare classica che è quasi sempre di origine animale (suina, in particolare).

In Giappone si utilizza da secoli questo ingrediente soprattutto nei dolci tradizionali, i wagashi.

Da noi il kanten è più noto col nome di agar-agar, vocabolo di origine malese. Tuttavia, pur essendo fondamentalmente la stessa cosa, di norma i giapponesi li distinguono perché i due prodotti si ricavano da due varietà di alghe diverse.

Nonostante questa distinzione, a conti fatti, non sembrano esserci differenze tali da giustificare procedure diverse. Quindi possiamo usare uno o l’altro senza particolari problemi, ricordandoci però di attenerci scrupolosamente alle indicazioni del produttore.

In Italia si trova l’agar-agar in polvere, in fiocchi, in stecche.

Per questa ricetta userò quello in polvere nonché la forma più comunemente reperibile nei supermercati e anche la più semplice da utilizzare. Al fondo dell’articolo, troverete poi un aggiornamento riferito ad un esperimento in cui ho utilizzato l’agar-agar in fiocchi.

In passato ho trattato l’argomento kanten / agar-agar. Ad esempio, in una ricetta della scorsa estate: コーヒーゼリー Kōhī-zerī ovvero la gelatina al caffè.

Le fragole in Giappone

Fonte immagine.

Ed eccoci al collegamento storico che sempre mi affascina.

Qual è la storia delle fragole in Giappone? Quando sono state introdotte? E da chi? Anche le fragole, come i pomodori, sono state inizialmente apprezzate solo come elemento decorativo?

Normalmente, quando si ripercorre la storia delle fragole in Giappone, si volge subito lo sguardo al XVIII secolo e al ruolo degli olandesi in questa vicenda. In realtà, ci sono testimonianze storiche che ci raccontano del consumo di fragole selvatiche già nel lontano Periodo Heian (794-1185 d.C.), nonché epoca d’oro della letteratura giapponese e in particolare della poesia.

Ritroviamo notizie del consumo di fragole selvatiche nel famoso 延喜式 Engishiki, importante trattato di leggi e costumi, commissionato dall’Imperatore Daigo, sessantesimo sovrano del Giappone. L’opera, conclusa nel 927, rappresenta un importante successo nei tentativi di codificazione degli usi, costumi e leggi del tempo.

L’Engishiki. Parte dell’opera costituita, nella sua interezza, da cinquanta volumi. Fonte immagine.

Altre scie al profumo di fragola provengono da una celebre opera letteraria risalente sempre al prospero Periodo Heian: l’opera in prosa 「枕草子」Makura no Sōshi, in italiano tradotto come Note del guanciale, di Sei Shōnagon, dell’anno 1002. Mi preme precisare che la traduzione italiana è della straordinaria Lydia Origlia a cui ho dedicato questo scritto in ricordo del nostro incontro, in provincia di Savona.

In Makura no Sōshi ritroviamo un insieme di pensieri, riflessioni, poesie, aneddoti, opinioni, sensazioni dell’autrice nonché dama di compagnia dell’Imperatrice Teishi. Il tutto presentato in uno stile scorrevole e curiosamente fresco scandito dai criteri del mi piace e non mi piace.

Al punto 42 dedicato alle sue considerazioni relative ai Particolari eleganti e graziosi, Sei Shōnagon scrive:

“Indossare su una veste rossa un’ampia e giovanile sopravveste candida. Le uova di anatra. Un dolce di zucchero di vite, conservato nel ghiaccio e presentato in una coppetta di metallo. Un rosario di cristallo. I fiori di glicine. I fiori di prugno quando su di essi fiocchi la neve. Un bambino graziosissimo che mangi fragole. “

Lo zampino olandese e tempi più recenti

Arrivano gli olandesi con le fragole!
Fonte immagine.

Troppo lontana è l’epoca Heian, con la sua rarefatta vita di corte ritmata da complessi rituali e raffinate etichette.

In quel mondo si mangiavano fragoline selvatiche e un bambino intento a divorarle poteva attirare lo sguardo intenerito di una dama imperiale dalla penna prodigiosa.

Le varietà di fragole comunemente consumate al giorno d’oggi in Giappone hanno avuto origine nel tardo Periodo Edo (tra il 1830 e il 1840) grazie all’introduzione del frutto da parte degli olandesi, al porto di Nagasaki.
Non a caso, infatti, venivano chiamate オランダイチゴ Oranda-ichigo cioè fragole olandesi. Tuttavia, i tempi forse non erano ancora maturi per la nascita del grande amore tra i giapponesi e le fragole.
Infatti, solo nel Periodo Meiji (1868-1912) ebbe inizio la coltivazione su larga scala.
Negli anni, poi, vennero formulate nuove varietà nate da incroci con fragole americane e francesi, soprattutto dagli anni Cinquanta in avanti.

Da allora la popolarità della fragola è cresciuta sempre di più fino tanto che da un sondaggio lanciato nel 2007 dalla NHK, la maggior emittente radio-televisiva del Paese, è emerso che la fragola è il frutto preferito in assoluto dai giapponesi.
Infatti, a mio parere, rappresenta un po’ il frutto perfetto che piace a persone di tutte le età e che sa dare il giusto finale di graziosità e colore a qualsiasi dolce.

Basti pensare alla sua presenza quasi di rito in alcuni dolci moderni come l’emblematica クリスマスケーキ Kurisumasu-kēki ossia la torta di Natale, le crepe da passeggio, la torta per la festa della mamma ecc.

Illustrazione della classica torta di Natale. Fonte immagine.

Le fragole nell’arte

Proprio come abbiamo già visto per i pomodori, anche le fragole hanno un grazioso posticino nell’arte.

Nel 1834, il grande Katsushika Hokusai realizzò un’opera intitolata 「鵙 翠雀 虎耳草 蛇苺」Mozu, ruri, yuki no shita, hebi ichigo. Passerotto, Begonia fragola, sparviero e fragole matte.

Fonte immagine.

Kanten di fragola e latte di soia

Dopo il consueto prologo storico-letterario-artistico, giungiamo finalmente alla nostra ricetta. Vediamo subito gli ingredienti sufficienti per quattro o cinque coppette di dolce:

INGREDIENTI
200g di fragole lavate e mondate
200ml di latte di soia senza zucchero*
100ml d’acqua
4g di agar-agar **
3 cucchiai di zucchero di canna
un po’ di fragole in più per decorare (facoltativo)

*In Giappone per queste ricette si usa un tipo di latte di soia chiamato 無調整 muchōsei ovvero puro, senza additivi di alcun genere. Io ho usato il latte senza zucchero della Valsoia. Usate la marca che preferite ma accertatevi che non contenga zucchero.
**Io ho usato l’agar-agar in buste della Coop. Usate quello che avete ma seguite con precisione le indicazioni riportate dal produttore perché queste possono variare molto da una marca all’altra.

Nella coppa di un frullatore versare il latte di soia e le fragole lavate e tagliate a pezzi. Frullare bene fino ad ottenere un composto omogeneo.

In un pentolino versare l’acqua e l’agar-agar in polvere. Mescolare bene con una frusta assicurandosi che non vi siano grumi e che la polvere si sciolga in maniera uniforme. Scaldare a fiamma medio bassa e, una volta raggiunto il bollore, lasciar cuocere per circa due minuti.
Aggiungere lo zucchero e mescolare ancora. Per ultimo, unire il frullato di fragole e latte di soia preparato in precedenza. Amalgamare il tutto e scaldare il composto per un paio di minuti senza però portarlo ad ebollizione.

Scegliere delle coppette di vetro o di ceramica e versarvi il composto con un mestolo. Io ho scelto coppette varie, tra cui i miei amati sobachoko. In particolare, quello in primo piano, è un sobachoko giapponese decorato con illustrazioni di alghe…motivo particolarmente adatto se si considera che sono la fonte del kanten!

Lasciar raffreddare fintantoché il vapore di cottura non sarà svanito. In giapponese esiste un termine specifico per indicare questo vapore di cottura: 粗熱 aranetsu.

Riporre in frigorifero per almeno un’oretta e mezza. Se lo si desidera, si può guarnire il kanten con delle fettine di fragole precedentemente messe da parte oppure con altra frutta, cioccolato fuso, panna montata ecc.

Provate questo dolce. Vi sorprenderà. La consistenza è quella di una soffice mousse.

Kanten al matcha

Come promesso, vi riporto un esperimento dove al posto delle fragole ho utilizzato il matcha. Ma non è stata l’unica variazione: ho infatti usato l’agar-agar in fiocchi e non quella in polvere. Nello specifico ho utilizzato quella del marchio Probios:

Ho trovato un po’ più complesso l’uso di questi fiocchi perché serve essere precisi con le dosi. Occorre, dunque, una bilancia di precisione che io non ho. Tuttavia, per circa sei coppette di kanten al matcha ho utilizzato un cucchiaio e mezzo da minestra di fiocchi.
Un altro aspetto che può rendere più complesso l’uso dell’agar-agar in fiocchi è la necessità di farli sciogliere molto bene in acqua prima di poter procedere col resto della ricetta. Questa operazione richiede un po’ di pazienza.

Ho ottenuto un kanten compatto ma al tempo stesso gradevole e fresco con le note del matcha come vere protagoniste.

Fonti

Kanazawa Market
NHK Broadcasting Culture Research Institute, Public Opinion Research Department, 2008, What Japanese People Like: Tastes and Values Read with Data.
Nihonjin no Suki na mono: Data de yomu shikō to kachikan (Cosa piace ai giapponesi: preferenze e valori), Japan Broadcast Publishing Association.

Sei, Shōnagon, Note del guanciale, SE, 2002.

Tomatomiso

Siamo giunti alla terza ricetta della rubrica estiva Natsu no aji. Le prime due sono: Yamagata-dashi e le Shiratama del Periodo Edo.

Il nome della mia rubrica con una splendida xilografia di Hashiguchi Goyo 橋口五葉 come sfondo. L’opera è intitolata 「温泉宿」Onsen-yado (locanda termale).

Oggi è il turno del トマトみそ Tomatomiso.

Nell’introduzione alla rubrica, pubblicata il 25 giugno 2023, ho elencato le caratteristiche principali che avrebbero avuto le ricette, senza però svelarne il contenuto.
Ebbene, nell’elenco vi è menzione di una ricetta estiva contemporanea che sarà infatti la protagonista di oggi.

Dal nome – Tomatomiso – si può facilmente intuire quali saranno gli ingredienti principali: i pomodori e il miso, per l’appunto.

Il pomodoro e il miso sono due ingredienti che sono già comparsi insieme in una ricetta che pubblicai qualche tempo fa e che trovate proprio qui: Zuppa di miso al pomodoro e basilico.

Ritornano ora in scena in una veste diversa e forse anche un po’ inaspettata.

Sapor di pomodoro: una storia lunga secoli

Ci sono alimenti a cui siamo così tanto abituati da credere che siano parte del nostro mondo da sempre. Forse siamo consapevoli che storicamente le cose non stanno proprio così ma, emotivamente, continuiamo a pensare che essi siano sempre esistiti nel mondo in cui siamo nati e cresciuti.

Fonte immagine

Un alimento di questo tipo è il pomodoro che per noi italiani sembra quasi custodire al suo interno l’essenza di tutta l’italianità a tavola.

Eppure sappiamo che il pomodoro è originario della parte meridionale dell’America settentrionale e del Sudamerica, introdotto in Europa nel XVI secolo, durante la movimentata epoca delle esplorazioni e conquiste del cosiddetto Nuovo Mondo.

Ed è proprio dal Nuovo Mondo – ossia il territorio un tempo abitato dai Maya e dagli Aztechi (i mexica, come si autodefinivano) – che provengono molti cibi entrati a far parte delle nostre alimentazioni da secoli, ormai. Ricordiamo, ad esempio, il mais, le patate, le zucche, i fagioli, oltre naturalmente il nostro amato pomodoro.


Secondo certe fonti, ci sarebbe addirittura una data precisa d’introduzione del pomodoro in Italia: il 31 ottobre 1548, a Pisa, quando Cosimo de’ Medici ricevette in dono una cesta di pomodori nati da semi appartenuti al Viceré del Regno di Napoli. E sempre secondo queste ricostruzioni, la gastronomia del tempo accolse con diffidenza il nuovo prodotto e iniziò a conoscerlo meglio solo a partire dal Settecento. Solo dall’Ottocento si suggellerà il grande patto d’amore pomodoresco che ci avrebbe resi famosi in tutto il mondo.

I pomodori in Giappone

In Giappone i pomodori sono ormai conosciuti e apprezzati ovunque. E sebbene continuino ad essere considerati alimento di origine occidentale, sono talmente diffusi da essere ormai parte integrante dell’alimentazione contemporanea.

Tuttavia, non è sempre stato così. I giapponesi, infatti, hanno preso confidenza con questo saporito frutto (secondo la classificazione botanica, si tratta infatti di un frutto!) solo in tempi molto recenti!

Nonostante alcune divergenze nelle ricostruzioni storiche, c’è abbastanza unanimità nel ritenere che i pomodori siano stati introdotti nell’Asia sud orientale e in Cina tramite i portoghesi e gli olandesi, due popolazioni europee attivamente presenti in Asia tra il XV e il XVII secolo.

I pomodori nell’arte

Non sembrano esserci informazioni precise più circoscritte con cui collocare l’introduzione del pomodoro in Giappone. Sappiamo, però, che il suo ingresso è avvenuto nel lasso di tempo citato poc’anzi. Si potrebbe azzardare un’ipotesi, tuttavia: è risaputo che una delle prime opere artistiche giapponesi raffiguranti dei pomodori è un dipinto del pittore 狩野探幽 Kanō Tanyū, artista nato e vissuto nel primo Periodo Edo.

Il dipinto, intitolato 「唐柿」Tōgaki (il vecchio nome del pomodoro e che letteralmente significa caco cinese, proveniente dalla Cina sotto la dinastia Tang o comunque dall’estero), è il primo esemplare artistico giapponese conosciuto, raffigurante l’amato ingrediente. Il pittore nacque e visse nel XVII secolo quindi si può immaginare che il pomodoro sia stato introdotto in quel periodo. Chissà.

Negli anni e secoli successivi, sappiamo che la pianta del pomodoro mise le sue radici in Giappone, botanicamente e culturalmente parlando. Si sperimentò molto con la coltivazione di tante varietà di pomodoro provenienti anche dal Nord America e Messico ma la pianta, almeno per quel periodo, aveva valore unicamente ornamentale.

Il caso di Yoshida Aigorō

In un periodo in cui il pomodoro in Giappone era solo un bell’elemento decorativo, deve essere stato curioso dunque per il signor Yoshida scoprire che c’erano persone che invece si cibavano di quei bizzarri frutti rossi.

Uno studioso e agronomo giapponese, originario della città di Nagano, di nome 青木恵一郎 Aoki Keichirō (1905-1988) scoprì, attraverso le sue minuziose ricerche, che nel 1864, su ordine di un giudice del Kanagawa, un tale Yoshida Aigorō prestò un suo terreno a degli stranieri (non è nota la nazionalità) affinché vi coltivassero ortaggi occidentali, inclusi naturalmente i pomodori.

Le melanzane rosse: l’inizio di una gustosa amicizia

Dal Periodo Meiji (1868-1912), che coincide con la fine dell’ultimo shogunato dei Tokugawa e l’inizio dell’era dell’Imperatore Meiji (primo imperatore giapponese a detenere potere politico), iniziarono le importazioni di varietà di pomodoro anche dall’Inghilterra e Francia, oltre alle varietà nordamericane di cui i giapponesi erano già a conoscenza.

Nel Periodo Meiji i pomodori erano ancora una pianta decorativa ma non si usava più il nome tōgaki che ormai era caduto decisamente in disuso. Li si chiamava 赤茄子 akanasu ovvero melanzane rosse.

Sebbene nel nome ci fosse un rimando gastronomico alla melanzana già ampiamente nota e acclamata sulla tavola nipponica (lo Yamagata-dashi ne è un tributo), pare che i giapponesi, soprattutto nella capitale, iniziassero a superare timidamente le loro diffidenze nei confronti del pomodoro come alimento solo a partire dal primo decennio del XX secolo. La coltivazione su più larga scala per scopi alimentari ebbe inizio intorno agli anni Venti; il culmine si raggiunse negli anni Sessanta, in prima battuta con l’inarrestabile cambiamento delle abitudini alimentari dei giapponesi (ricordiamo il processo di occidentalizzazione in atto da tempo e l’occupazione americana del ’45) e poi con una crescente domanda di mercato che diede avvio alla lavorazione industriale del pomodoro.

Ben presto, però, il pomodoro cambiò nuovamente nome assumendone uno di chiara origine anglosassone: トマト tomato. I pomodori non erano più le melanzane rosse ma i tomato, nome con cui sono noti ancora oggi.

Il caso Kagome

La lavorazione industriale su larga scala del pomodoro in Giappone conobbe il suo massimo splendore intorno agli anni Sessanta grazie anche all’importante contributo di un’azienda storica : la カゴメ株式会社 Kagome Kabushiki-gaisha, impresa cardine nel panorama imprenditoriale giapponese nonché – ancora oggi – numero uno nella coltivazione e lavorazione dei pomodori. Secondo la storia ufficiale dell’azienda, la Kagome venne fondata nel 1899 per poi diventare una società per azioni (incorporated) nel 1949. Tra i suoi prodotti più famosi – e che ritengo giusto ricordare – vi sono il suo storico ketchup, la polpa di pomodoro a pezzi e il suo celebre succo di pomodoro.

Tomatomiso

Tomatomiso

Questo lungo prologo botanico-storico ci darà la giusta prospettiva in cui collocare la ricetta di oggi nonché sufficiente consapevolezza per poterla assaporare al meglio.

Si tratta di una ricetta certamente contemporanea che però potremmo anche definire in parte moderna poiché, secondo la periodizzazione storica giapponese, l’epoca moderna ha inizio con l’era Meiji.

La presenza del pomodoro e quella del miso ci restituiscono un’immagine armoniosa dell’incontro tra Occidente e Oriente. Un vero abbraccio fraterno in cui si annullano le distanze e si evidenziano solo i pregi, dell’uno e dell’altro.

Il tomatomiso, come vedrete, è una sorta di salsa che può essere utilizzata in tanti modi. Viene infatti definita una 万能ソース bannō-sōsu ossia una salsa multiuso (letteralmente, dai diecimila talenti).

Naturalmente, non rientra nella cucina tradizionale giapponese proprio per la presenza del pomodoro. Tuttavia, rientra a pieno titolo in quel grande repertorio di specialità moderne e contemporanee che hanno saputo coniugare i punti di forza e le virtù di ingredienti provenienti da ogni parte del globo con quegli ingredienti già noti alla popolazione locale da secoli.

La fonte della ricetta è un vecchio numero di agosto di una famosissima rivista di cucina giapponese molto amata che si chiama オレンジページ Orenji-pēji.

Il numero in questione propone idee molto allettanti in cui preparare in tanti modi tre ortaggi: le melanzane, i cetrioli e i pomodori.

E per il pomodoro, tra i tanti suggerimenti, vi è il Tomatomiso.

La sua preparazione è di una semplicità estrema poiché servono solo due ingredienti e una pentola.

Vediamo nello specifico come procedere.

Ricetta del Tomatomiso

Vediamo subito gli ingredienti che, come già precisato, sono solo due.

500g di pomodori freschi maturi (scegliete la varietà che preferite)
75g di miso

Lavare bene i pomodori e asciugarli. Tagliarli a pezzetti avendo cura, nel frattempo, di eliminare i semi il più possibile.

Trasferirli in un tegame assieme al miso. Mescolare e mettere a cuocere a fiamma media.

Non appena il tutto inizierà a sobbollire dolcemente, abbassare la fiamma al minimo e far proseguire la cottura per 20/25 minuti, mescolando di tanto in tanto.

Se il composto dovesse asciugarsi troppo, aggiungere due cucchiai d’acqua.

Il Tomatomiso sarà pronto quando i pomodori si saranno quasi completamente disfatti e si sarà formato un sugo spesso e cremoso (v. ultima foto in basso a destra del collage). La consistenza sarà molto simile a quella di un ragù.

Riporre il Tomatomiso in un contenitore per alimenti, lasciarlo raffreddare dopodiché chiudere il coperchio e conservarlo in frigorifero.

E il vostro Tomatomiso è pronto per essere utilizzato in tantissimi modi. Ve ne suggerirò uno.

Un saporito Tomatomiso casalingo.

Precisazione

Una peculiarità della ricetta del Tomatomiso è la cottura del miso. Si tratta di una pratica insolita poiché il miso è un alimento vivo con proprietà probiotiche. Per questa ragione, generalmente, se ne sconsiglia la cottura. Ad esempio, quando si prepara la zuppa di miso, esso viene aggiunto al brodo solo nella fase conclusiva proprio per ridurre al minimo il contatto col calore diretto della fiamma.

A tal proposito, vi rimando al mio video dedicato alla preparazione della zuppa di miso.

Tuttavia, nel Tomatomiso si fa un eccezione. È una salsa di cui apprezziamo il gusto reso particolarmente intenso e strutturato grazie alla doppia presenza di umami. Esso, infatti, è presente in modo naturale in tanti alimenti, tra cui il miso e i pomodori.
Per l’apporto probiotico, sarà sufficiente continuare a consumare il miso come zuppa.

Un’idea: Tomatomiso-udon

Il Tomatomiso vi sorprenderà per la sua bontà. Quando lo assaggerete, sono sicura che vi verranno molte idee per poterlo utilizzare.
In estate, si presta molto bene per condire del tōfu freddo, verdure al vapore, pesce, carni, uova sode. Immaginatelo anche spalmato sul pane o come salsa per hamburger. Davvero, non ci sono limiti.
Io vi suggerisco di utilizzarlo per condire gli udon freddi.

I miei Tomatomiso-udon.

Sarà sufficiente sbollentare una confezione di udon e nel frattempo stemperare un cucchiaio di Tomatomiso con un cucchiaino di olio di sesamo e qualche goccia di succo di limone.

Scolare gli udon, sciacquarli velocemente, disporli in un piatto e condirli con il Tomatomiso stemperato. con olio di sesamo e limone.

Guarnire con qualche erbetta di vostra scelta e servire.

Per concludere

Restano ancora due ricette della rubrica estiva: una ricetta di provenienza buddista e un dolce. Vedremo quale sarà la prossima nonché penultima ricetta del periodo.

Fonti

Andoh, E. , A Taste of Culture Culinary Arts Program, Setagaya-ku, Tōkyō,
https://japanlivingarts.com/elizabeth-andoh-a-taste-of-culture-tomatoes/?doing_wp_cron=1690990757.8236260414123535156250
Aoki, K. , 1974. 作物紳士録. Sakumotsu Shinshiroku. Chūōkōronsha. Tōkyō.
Kamimura, S. (1980). HISTORY OF THE PRODUCTION OF TOMATOES FOR PROCESSING IN JAPAN. Acta Hortic. 100, 75-86

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