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Le parole di Sho

Scrivo di getto in questo momento, in questa domenica sera di fine agosto dove l’aria ha già i primi profumi di un autunno non poi così distante. Capitoli della vita che si concludono e cicli che si esauriscono. Ma a queste fini seguono sempre degli inizi.

In un giorno in cui ho pianto in momenti diversi e in cui ho dovuto anche salutare una persona cara che si appresta ad iniziare un lungo viaggio. Un viaggio fisico ma che sarà prevalentemente interiore.

Nella mia incapacità di nascondere i sentimenti e le emozioni, ho perso la lotta contro le lacrime che infatti sono sgorgate copiosamente. Hanno vinto loro. E in quel momento, la mia cara amica mi ha chiesto di prometterle di iniziare a pubblicare i miei racconti. Me lo ha chiesto oggi, sul ponte Regina mentre la pioggia iniziava ad aumentare in intensità e sia il cielo sia le acque del Po avevano assunto malinconiche note cineree.

Le ho detto che avrei iniziato stasera, pubblicando la prima parte di un mio racconto che risale a diversi anni fa ormai.

Cominciamo così. Poi si vedrà.

Non so nemmeno se qualcuno lo leggerà. Ma se lo leggerete scrivetemi o lasciatemi un commento.

Il racconto s’intitola Le parole di Sho.

Tutto il racconto, ed eventuali altri racconti, saranno raccolti nel tag i miei racconti.

Prima parte.

Buona lettura.

Le parole di Sho (parte prima)

Aveva smesso di parlare e lo aveva fatto senza pensarci neppure un attimo.

Non era un capriccio o una risposta piccata a qualche diverbio. No. Questa volta aveva deciso che avrebbe scelto il silenzio.

Per quarantacinque anni aveva insegnato alla gente i trucchi della comunicazione efficace svolgendo la mansione d’istruttore di public speaking, come veniva chiamata l’arte del saper parlare davanti a un pubblico. 

Il suo era un lavoro nato un po’ per caso quando, da ragazzo, accompagnava suo padre alle riunioni di un’azienda produttrice di salsa di pesce vietnamita, di cui era co-fondatore. 

In quelle occasioni il padre diventava un’altra persona: da uomo introverso e anche un po’ burbero si trasformava in un istrione, in un abile atleta della parola che sapeva gestire con maestria e agilità discorsi complessi esponendoli con una chiarezza sbalorditiva. 

Bastava che salisse sul palco, dietro quel microfono, perché  tutte le paure, le ansie, le timidezze e le fragilità, sparissero dissolvendosi in un flusso coinvolgente di parole scandite con entusiasmo e grinta. 

Lo osservava ogni volta con lo stesso stupore della prima occasione quando lo vide parlare in pubblico, alla fiera Dei Mille Sapori, a Hong Kong. 

Il padre era stato chiamato a raccontare la lunga e rocambolesca storia della sua azienda e di come lui e il socio fossero partiti letteralmente da zero per arrivare a costruire un piccolo impero. Si sarebbe potuto pensare ad un inedito racconto alla Horatio Alger. Ma era tutto vero.

Il pubblico, in profondo silenzio, era affascinato e a tratti anche commosso.  Nessuno osava neppure muoversi. Sembravano tutti sotto l’influenza di un fiabesco incanto. 

Dopotutto si trattava solo del racconto del tortuoso percorso di un’attività imprenditoriale che, nonostante i tanti ostacoli, era riuscita a farcela. Una storia comune a tanti imprenditori coraggiosi. 

Suo padre però aveva portato sul palco tutte le speranze, le ambizioni, le paure, gli entusiasmi, le delusioni e le aspettative disattese che, come ingredienti di un’irripetibile ricetta, avevano dato vita a una realtà commerciale di gustoso successo.

Quel discorso terminò con una pausa di pochi secondi di un silenzio assoluto e irreale che sfociò in un applauso scrosciante. 

Sho era rimasto là, in un angolo della sala, seduto con gli occhi immobili, la bocca socchiusa, le mani pesantemente appoggiate sulle ginocchia e la schiena drittissima.  

Suo padre era un vero maestro della comunicazione e un giorno avrebbe carpito da lui questi segreti, li avrebbe messi in pratica e poi insegnati ad altri. 

Gli inizi di Sho e il brillare della sua arte

Dopo le superiori Sho non perse tempo. S’iscrisse all’università e iniziò il suo percorso accademico completamente dedicato al suo grande amore sbocciato nei tenerissimi anni dell’adolescenza: la comunicazione.

A venticinque anni, con l’instancabile aiuto di suo padre, avviò una piccola scuola – la prima e unica nel suo genere a Yokohama: la Komyu-UP, scuola di public speaking e comunicazione efficace. 

La scuola avrebbe riscosso un successo travolgente diventando una pioniera del settore. Dopo la Komyu-UP solo tanti imitatori e spesso nemmeno tanto bravi. 

I migliori istruttori lavoravano tutti per Sho e chi voleva anche solo sperare di avere una chance in questo campo doveva necessariamente passare dalla Komyu-UP.

Quarantacinque anni trascorsi a parlare e a far parlare, a insegnare l’autocontrollo, la giusta postura, le impostazioni del sorriso e della voce. 

Quarantacinque lunghissimi anni all’insegna della parola. 

Decisioni

E adesso aveva deciso che quelle stesse parole, che fino a quel momento erano state la sua miniera, sarebbero finite ingabbiate in un gigantesco contenitore dai muri di silenzio. 

Non avrebbe più parlato. Né con Yuko sua moglie, né con Akane sua figlia né tantomeno con quello sfaccendato di Hiroshi, suo genero. 

Nessuno più alla Komyu-UP avrebbe sentito la sua voce. 

Tanto sapeva che a casa, in quel manicomio che era casa sua, nessuno si sarebbe neppure accorto della sua silenziosa presa di posizione. Yuko avrebbe continuato a cinguettare di scemenze – il decoupage e l’ikebana – mentre sua figlia e suo genero sarebbero sicuramente andati avanti a dissolvere le proprie esistenze nei mari di pixel in cui annegavano. 

Vuoi che ti prepari la colazione? – gli chiese Yuko la mattina seguente, poche ore dopo quella scura parentesi di contemplazione in cui era maturata la decisione del silenzio.

Ovviamente non vi fu risposta ma Yuko, che tanto non prestava mai attenzione alle parole del marito, agì come se una risposta ci fosse stata veramente. 

E andò in cucina. Nel giro di venti minuti apparecchiò il tavolo con una scodella fumante di riso al vapore, una scodella rossa di zuppa di miso, un pesciolino alla griglia e del cetriolo sotto sale. 

Sho, la colazione! Sbrigati! – gli aveva intimato con voce un po’ seccata. Erano già le sette e se non si fosse dato una mossa sarebbe arrivato tardi in azienda.

Contemplazioni

Ma Sho era ancora nel letto, disteso sulla schiena e con le braccia incrociate dietro la testa, a fissare un punto indefinito nello spazio. 

Di scatto si alzò e – appoggiandosi con una mano al muro – s’infilò quelle morbide pantofole a quadretti verdi e blu che tanto amava. 

Arrivato al tavolo della cucina, Yuko lo accolse con una raffica di discorsi ingarbugliati che però lei gli presentava con l’affannata solennità che la contraddistingueva. 

Mentre lavava le pentole, blaterava di insulsaggini: del tofu troppo molle che aveva comprato il giorno prima da Isetan, di quell’oca di Sachiko che era sempre lì a farsi la permanente, della colla apposita per decoupage che aveva ordinato dal Canada, del gatto lagnoso dei vicini e tanti altri argomenti tranquillamente dimenticabili.

La colla dal Canada! Con tutta la colla che abbiamo qui in Giappone lei ordina la colla dal Canada. – pensò infastidito Sho riferendosi in realtà all’atteggiamento spendaccione di sua moglie. 

Sho aveva finito la colazione e – sorseggiando lentamente una tazza di tè verde  – se ne stava con lo sguardo quasi inebetito ad osservare la grande quercia che fiera sorgeva proprio davanti alla finestra della cucina. Pigramente si voltò e gettò un’occhiata in soggiorno dove vide Hiroshi sdraiato sul divano a rimbambirsi – già di prima mattina – sul tablet. 

Akane non c’era. Testarda che non era altro. Sicuramente era andata a fare qualche ora a casa della vecchia signora Inoue che viveva sola in fondo alla strada, proprio vicino alla locanda Tsubame. Di accettare soldi dal padre non ne voleva sapere e preferiva guadagnarsi da sola i soldi per provvedere a se stessa e a quel fannullone di suo marito. Questo, pensava Sho, la rendeva meritevole di onore ma al contempo anche tanto stupida. 

Intanto, in sottofondo, continuava a scorrere il fiume impetuoso di frivoli discorsi di Yuko che non si era ancora neppure accorta che il marito non aveva detto una parola da quando si erano svegliati. 

È ora di avvisare i dipendenti

Quel giorno Sho avrebbe dovuto però trovare il modo di spiegare alla Komyu-UP il suo comportamento. Loro lo stimavano e quindi meritavano spiegazioni. 

Cari colleghi e collaboratori,

vi sorprenderà questo avviso, lo so, ma ho preso una decisione: da oggi osserverò il più rigido silenzio. Ho bisogno di riflettere. Per qualunque cosa, mandatemi un e-mail perché, fino a quando ne sentirò la necessita, non risponderò più a voce. So di poter contare sulla vostra comprensione profonda.

                                                                    Sho

L’avviso, inviato a tutto lo staff dello Komyu-UP oltre che stampato e affisso in bacheca la sera precedente dopo la chiusura, fu accolto con stupore e confusione. 

Sia gli istruttori sia gli impiegati dell’amministrazione pensarono subito si trattasse di uno scherzo tanto che uno di loro – il capo contabile Takahashi – ridacchiando staccò il foglio dalla bacheca, lo strappò e lo buttò nel bidone della carta. 

Però come spiegare la mail che arrivava proprio dalla casella di posta di Sho?

Non servirono spiegazioni perché , mentre lo staff era ancora nell’atrio a discutere concitatamente del fatto, arrivò Sho a passo svelto. Era in ritardo ma nessuno guardava l’orologio perché l’argomento centrale era un altro.

Tutti smisero di parlare e si voltarono a guardarlo con occhi pieni di stupore ma anche di smarrimento.

Sorridendo, Sho fece un leggero inchino di saluto e, togliendosi una vistosa giacca giallognola, si diresse verso il corridoio. 

Lo staff seguì i suoi movimenti con lo sguardo finché Sho non scomparve dietro la porta del suo ufficio.

Interrogativi e comprensioni


In effetti non aveva detto niente e questo era veramente bizzarro. Proprio lui che era solito salutare lo staff a gran voce incoraggiando tutti con una frase che amava ripetere all’infinito: “Buon lavoro a me e buon lavoro a voi!”

Sho, il grande oratore degno allievo di suo padre e fondatore della Komyu-UP ora era muto. Volontariamente muto.

Le attività alla Komyu-UP ripresero in maniera abbastanza regolare anche se, per forza di cose, fu necessario trovare qualcuno che sostituisse Sho nelle lezioni.

Il clima era sereno solo in apparenza perché nascondeva una tensione data dall’interrogativo. In realtà quasi nessuno, tranne una persona, aveva capito il senso del silenzio autoimposto di Sho. 

Furono infatti azzardate mille ipotesi. In mensa, durante la pausa pranzo, ad ogni tavolo non si parlava d’altro. Si passava dalle ipotesi più plausibili alle congetture più bislacche come quella secondo cui il vero Sho sarebbe morto e il falso Sho, quello muto, si troverebbe a capo della scuola ma non in grado di rivelare la propria identità. 

L’unico ad aver compreso perfettamente il suo gesto era il professor Mikuni, il responsabile dell’ufficio didattico. Il professore aveva alle spalle una carriera lunga e onorata ma certamente non priva di momenti di profonda crisi e sconforto. Nel corso della sua esperienza aveva compreso tante verità ma anche tanti paradossi legati alla loro professione. Uno di questi paradossi lo aveva portato, diversi anni prima, a ritirarsi in un monastero Zen a Odawara nella speranza di rimettere ordine in quel grande caos che aveva in testa. 

Il professor Mikuni aveva capito, infatti, che più si parlava e meno si diceva. 

Riorganizzazioni e ostinate quotidianità

Sho e il professor Mikuni si scambiarono diversi messaggi quella sera e quest’ultimo lo rassicurò dicendogli che non solo aveva compreso alla perfezione il suo gesto apparentemente così radicale e stravagante, ma che si sarebbe occupato personalmente di quella parte di lavoro che ora Sho non poteva più svolgere. 

Sho decise di prendere un mese di vacanza. Era tanto, lo sapeva, ma lui era il proprietario dopotutto e poteva decidere. Inoltre aveva incaricato Mikuni e Kinoshita di sostituirlo durante la sua assenza. 

A casa, incredibilmente, ancora nessuno si era accorto del suo silenzio. 

Yuko stava via mezze giornate per partecipare a quei corsi inutili sulle composizioni floreali mentre Akane ormai andava sempre dalla signora Inoue. E Hiroshi? Quello scansafatiche, gira e rigira, era sempre a casa a poltrire sul tablet oppure a bighellonare ai giardini con altri sfaccendati del quartiere. 

Era come se Sho fosse invisibile. In casa sapevano che lui solitamente usciva intorno alle 7:10 e rientrava verso le 18. All’ora del rientro Yuko, meccanicamente, lo aspettava nel genkan per salutarlo e porgergli quelle comode pantofole che erano uno dei pochi piaceri reali in quella casa. Ma lei subito spariva dietro la parete che separava l’ingresso dal soggiorno per tornare in cucina dove certamente preparava diligentemente i pasti – questo non glielo si può negare – ma dove passava anche un numero esagerato di ore dietro infiniti lavoretti di decoupage che puntualmente ricoprivano il tavolo. 

Yuko

Sho era abituato a farsi il bagno prima di cena e per questa ragione, non appena tornava dal lavoro, poteva andare direttamente in bagno e trovare la vasca pronta con già dentro i sali marca Bab al profumo di bosco che tingevano l’acqua di un verde giada molto leggero e riempivano l’aria con gli effluvi balsamici del pino e del cipresso.

Sho e Yuko cenavano raramente insieme perché lei da anni si autoprescriveva  una dieta che prevedeva solo la colazione e il pranzo. La cena, per Yuko, era una tazza di tè. 

Akane a Hiroshi non avevano orari e spesso andavano da Tsubame per un ramen oppure per un gyūdon

Morale della favola: ognuno se ne stava per i fatti propri e le rare volte che ci si ritrovava nella stessa stanza o uno o l’altro era perso nel solito mare di pixel. 

Ti ho preparato il nikujaga . C’è anche un po’ della frittata di ieri sera. Per dolce, la macedonia con le fragole che mi ha portato stamattina Sachiko. – disse Yuko a Sho che aveva appena fatto il bagno ed era in accappatoio. 

Ah sì, Sachiko! Non era quella che passa tutto il tempo a farsi la permanente? Beh, tanto cattiva non deve essere se ci porta le fragole! – pensò sarcastico Sho. 

Ti spiace se anche stasera non ceniamo insieme? Beh lo sai che io di solito a cena non mangio. Andrò a fare un salto da Sachiko. – cinguettò Yuko con la sua vocina squillante. 

Sho si limitò ad annuire col capo e Yuko nemmeno se ne accorse: lei era già salita su in camera a prepararsi. 

Che moglie strana, Yuko. Era bravissima in cucina. Persino sua madre aveva ammesso, con non poca fatica, che la nuora era più in gamba di lei ai fornelli. 

E la casa era uno specchio. I cassetti della biancheria tutti meticolosamente in ordine e non c’era una virgola fuori posto. 

Era stata una mamma modello e infatti Akane le era molto affezionata. Quelle due, quando ci si mettevano, erano di una complicità eccezionale.

Però verso Sho era sfuggente. Eppure lo amava e gli dimostrava il suo affetto in tanti modi. Glielo mostrava ad esempio preparandogli tutte le mattine un o-bentō molto curato; glielo dimostrava con tante piccole premure che, ne era certo, erano la sua costante e rinnovata dichiarazione d’amore. 

Ma lei rimaneva elusiva. 

Akane

Anche questa sciocchezza della cena abolita. I primi tempi lui si arrabbiava pesantemente per questo ma poi, come per tante altre cose, aveva imparato a farsi conquistare dall’indifferenza facendo propria l’arte del navigare nelle ammalianti acque della passività. 

Eppure, nonostante non cenasse più col marito, lei aveva sempre cura di preparargli i suoi piatti preferiti andando anche a cercare a volte ingredienti costosi pur di farlo felice. 

Come quella volta che lei andò fino a Tsukiji solo per prendere una vaschetta di anguille d’acqua salata per farne un kabayaki. Sapeva bene che Sho ammattiva letteralmente per questo piatto. 

E lei non lo aveva deluso.

Erano le due di notte passate e Yuko non era ancora tornata. Akane e Hiroshi erano rientrati solo per un’oretta, il tempo di lavarsi e cambiarsi, per poi subito uscire. Sicuramente andavano da Tsubame. 

Quei due – ne era certo Sho – erano destinati a vivere così, arrabattandosi e accontentandosi della mediocrità. E questo era per lui fonte continua di rabbia. 

Akane, prima di buttarsi via per Hiroshi, quello sfaticato che passava le giornate per i vicoli di Shimokitazawa a far finta di essere un poeta urbano, aveva aspirazioni di non poco conto: era sempre stata un’ottima studentessa e i suoi voti eccellenti le avevano permesso di accedere all’agognato esame di ammissione all’università di Keio superandolo al primo colpo. 

Per Akane quello era uno sogno divenuto realtà. 

A Keio aveva scelto la facoltà di Lingue, specializzandosi in lingua e letteratura vietnamita con immensa gioia del padre e del nonno. 

Aveva superato brillantemente il primo anno e si stava preparando ad affrontare il secondo quando tutto iniziò ad andare a rotoli…

Contemplazioni e parole senza suoni

Ma che ora era? 

Sho si era seduto in poltrona davanti alla televisione accesa ma con il volume azzerato. Sulla NHK era in onda uno speciale reportage dedicato alla cucina italiana. Carrellate di immagini brillanti di tipici paesaggi collinari toscani erano inframezzate da brevi interviste a gente anziana, forse contadini. Muovevano le labbra ma da quelle bocche occidentali non usciva alcun suono. 

Sho vedeva solo volti aggrediti dal tempo, raggrinziti dallo scivolar via di un’esistenza consumata a capo chino a dissodare la terra sotto un sole poco clemente. 

Li guardava come ipnotizzato. I suoi occhi seguivano la sinuosità delle colline senesi e i colori armoniosi di quelle abitazioni così lontane dal suo mondo. Rimase in quello stato forse per un’ora quando avvertì un forte dolore al petto. 

Sentì una scossa violenta come se le dita di un mostro invisibile si fossero scagliate contro il suo petto strappandogli la carne e penetrando fin verso il suo cuore che quasi avrebbero lacerato se – di istinto – Sho non si fosse premuto con le mani la zona dolorante. 

Trovò un sollievo breve ma vitale. 

Il dolore ritornò, con scariche più forti di prima. Gli sembrava quasi di sentire il rombo di quello spasimo che lo teneva imprigionato in una corda di impulsi elettrici. 

Nel tentativo di alzarsi e prendere il telefono dal tavolo, perse l’equilibrio e si accasciò a terra dove perse i sensi.

Nell’oscurità una figura, muovendosi rapidamente sullo sfondo luminoso della TV muta, si avvicinò a Sho…

(Continua)

Matcha alle rose e floreali silenzi

Prima di iniziare ad immergermi nei miei racconti di oggi di matcha, rose, fiori, silenzi e letteratura, vorrei ritagliare uno spazio per delle comunicazioni di servizio:

1. Il blog ha avuto qualche difficoltà tecnica nei giorni scorsi dovute ad aggiornamenti di WordPress. Questo ha reso Biancorosso Giappone, purtroppo, non accessibile per alcuni giorni. Dunque, se avete avuto difficoltà a leggermi, questo è il motivo.

Clicca qui per saperne di più.

2. Non avrei mai creduto di dover fare un giorno questa precisazione ma tant’è: sono la proprietaria ed autrice di Biancorosso Giappone, sin dai suoi albori. Non utilizzo ChatGPT, chatbot, AI e altre tecno-bizzarrie analoghe per scrivere i miei testi o per realizzare le mie foto. Tutto ciò che leggete e vedete sul mio blog è frutto del mio intelletto e della mia capacità di rielaborare in forma scritta pensieri, sensazioni, ricordi, opinioni, informazioni ecc.
Il risultato non sarà mai privo di imperfezioni e sbavature ma è certamente autentico. E soprattutto, umano.
Il mio impegno continua ad essere quello di scrivere di mio pugno tutto ciò che leggete e di realizzare da sola le foto che spesso corredano i miei scritti. Naturalmente, posso garantire l’autenticità solo dei miei scritti e delle mie foto: non posso garantire altrettanto per quel che riguarda illustrazioni e foto provenienti da altri siti.

Matcha alle rose

Questi giorni di agosto scorrono lenti, come l’acqua di un fiume in secca che langue sotto i raggi inferociti di un sole implacabile. Agosto sembra un po’ una parentesi illusoria tra i restanti undici mesi in cui il tempo, invece, si affretta a raggomitolarsi nell’eternità.

Un corvo gracchia lamentosamente ogni mattina, appollaiato sulle tegole del palazzo dirimpetto. Il quartiere è ancora molto silenzioso: qualche automobile che ogni tanto sfreccia sul corso principale, dei cani in lontananza abbaiano, il vociare di alcuni bambini forse impegnati in un gioco.

La collina, laggiù sulla sinistra, è avvolta in una spessa coltre bluverde. Era la stessa collina che vedevo da bambina quando mi portavano su dai nonni, in Viale Curreno. Infatti, è un vero punto fermo, immobile nel tempo.

Anche il cielo sembra muto, perforato da venature rosa salmone.

È ad agosto che l’illusione bergmaniana, di cui ho parlato qui, si fa particolarmente intensa e vivida.

Oggi non tocca ancora alla quinta e ultima ricetta della rubrica estiva.

Questa volta scrivo liberamente ciò che zampilla dalla mente, cercando comunque di seguire sempre un filo logico su cui i pensieri ogni tanto faranno acrobazie da trapezisti provetti.

In uno di questi pomeriggi afosi e svogliati, ho avuto l’idea di preparare una bevanda fredda al matcha con qualche nota di rosa.

Il matcha ha un sapore che accoglie molto bene le note fragranti e inconfondibili della rosa. Visivamente è come se creassero un abbraccio tra i due colori predominanti: il verde e il rosa, in tutte le loro delicate sfumature.

Quella che riporto non è proprio una ricetta: è più che altro un procedimento. Sentitevi liberi di variare le proporzioni a vostro piacimento.

Indicazioni per preparare il matcha alla rosa

Per due matcha freddi alla rosa:

100ml d’acqua calda
1 cucchiaino abbondante di matcha di qualità
190ml di latte freddo* (io ho usato un latte di soia non zuccherato)
1 cucchiaio di acqua di rose per uso alimentare**
dolcificante a piacere (zucchero, miele, sciroppo d’acero ecc.)
boccioli di rose essiccati (facoltativo)

*Qualsiasi latte andrà bene: animale o vegetale. L’importante è che sia ben freddo. Potete aggiungere del ghiaccio, se preferite. Potete usarne uno già zuccherato evitando, in seguito, di aggiungere dolcificanti.
**L’acqua di rose è un ingrediente molto diffuso nella pasticceria mediorientale. È economica e la potete acquistare nei negozi cosiddetti etnici oppure nei negozi di alimentari provenienti prevalentemente dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Verificate che sia per uso alimentare. Non usate l’acqua di rosa cosmetica!

In una tazzina stemperare il matcha nell’acqua calda e mescolare benissimo, evitando che si formino grumi. Potete usare il chasen di bambù oppure un frullino a mano o elettrico.
Al latte di soia freddo aggiungere un cucchiaio di acqua di rose e mescolare bene.
In due bicchieri, versare il matcha stemperato e aggiungere il latte di soia aromatizzato alla rosa.
Se lo desiderate, potete zuccherare con un dolcificante di vostra scelta. Se lo gradite, unite anche qualche cubetto di ghiaccio.

Per finire, si può guarnire con qualche bocciolo di rosa essiccato.

Servire immediatamente.

Silenzi floreali

In questa atmosfera avvolta nel pigro e torrido silenzio agostano, ho pensato ad un detto giapponese che ben si accompagna alle rose del nostro matcha freddo:

Questo color rosa ricorrente segue il filo floreale e non certo l’assillo modaiolo del momento, di un film incentrato sulla figura di una famosa bambola.

Il detto è:

「言わぬが花」
Iwanu ga hana.
Traduzione non letterale: il non dire (ossia il silenzio) è un fiore.

Non servono sbrodolamenti filosofistici per comprenderne il senso. Anche perché, d’altra parte, troppe parole per spiegarlo sarebbero in netta contraddizione con la sua stessa essenza.

Molto si può dire – e spesso si dice – non dicendo. Nel non detto, l’esplicito.

In questo messaggio ritrovo, ad esempio, una chiave di lettura delle favole giapponesi ma anche di molta letteratura del Giappone, di varie epoche. Non sempre c’è una conclusione soddisfacente (secondo i nostri canoni) o una morale sazievole.
Sovente, il racconto sembra quasi concludersi in una sorta di dissolvenza narrativa dai contorni liquidi e anche un po’ sbiaditi. Oppure, un’interruzione decisa che può generare un punto interrogativo.

Ma anche l’inizio di un silenzio eloquente in cui vi sia spazio all’interpretazione oppure, più sottilmente, il messaggio non detto.

Il fiore, appunto.

Piccola nota per gli studenti di giapponese

La forma verbale negativa che appare nel detto ha la desinenza in 〜ぬ: questa è una forma arcaica e corrisponde all’attuale 〜ない . Quindi: 言わぬ 言わない.

Oltre il matcha ma con i silenzi: I microcosmi di Kawakami Hiromi

Tempo fa dedicai un articolo ad una delle mie scrittrici giapponesi contemporanee preferite: 川上弘美 Kawakami Hiromi. Potete leggerlo qui.

Torno spesso sui suoi racconti perché mi trasportano in una dimensione immaginaria e confortante in cui mi rifugio volentieri quando il livello delle forze è a secco. E questa volta ho ripreso questa sua straordinaria raccolta di mini racconti intitolata 「このあたりの人たち」Kono atari no hitotachi (lett. le persone di questo quartiere). L’opera, di cui non credo vi sia ancora la traduzione in italiano, è disponibile in inglese col titolo di People From My Neighborhood, (tradotto da Ted Goossen).

Per me il nome di Kawakami Hiromi sarà per sempre legato all’immagine e al profumo di una golosa torta al cioccolato.

E incredibilmente, ritorna il rimando gastronomico non necessariamente a ciò che scrive ma a ciò che le sue opere suscitano nei lettori. Infatti, il giornalista americano Eric Margolis del Japan Times paragona la lettura di questa raccolta di racconti ad uno spuntino insolito ma appagante (like an unusual but satisfying snack). Qui l’articolo originale della sua analisi.

Una raccolta di ventisei storie brevissime, di tre o quattro pagine al massimo. Postfazione di Furukawa Hideo.
Le storie sono dei microcosmi interconnessi ma al tempo stesso indipendenti. Il fil rouge sono i rapporti interpersonali o tra umani e personaggi frutto della fantasia della scrittrice. Una prosa che incanta perché tocca mondi a volte lontani e altre volte vicinissimi. Un po’ come in Kamisama, di cui ho scritto nell’altro articolo: il mondo degli esseri umani che si avvicina a quello degli animali.

C’è la storia dell’uomo con due ombre o del bambino (o forse qualcosa che gli assomiglia) monello che vive vicino a un albero, nascosto sotto un telo bianco. Vi è la storia dell’amicizia tra la protagonista e una nonnina (che in realtà avrà avuto circa una quarantina d’anni), dal carattere capriccioso e che vediamo impegnata a fare gli origami con delle carte dai colori sgargianti.

E la nonnina che, improvvisamente, esordisce con un singolare:” Mi è stato detto che l’inferno odora di olio di fegato di merluzzo”.

Floreali silenzi e conclusioni sfumate

E anche qui ritroviamo storie irrisolte, soluzioni sfuggenti o del tutto assenti. Di nuovo quei contorni soffusi che, in realtà se ascoltati, comunicano più delle parole.

Collage di fiori incontrati casualmente durante le mie passeggiate torinesi in solitaria.

I fiori (e il matcha) hanno punteggiato questo mio scritto e a questi stessi fiori lascio l’onore di custodire il non detto.

言わぬが花。Iwanu ga hana.

Kanten di fragole e latte di soia

Siamo ai primi dieci giorni di agosto, ormai. Mese curioso, questo, poiché fa da sala d’aspetto dell’autunno.

D’altra parte, secondo il calendario giapponese tradizionale di derivazione cinese, il periodo compreso tra l’8 e il 22 agosto è noto come 立秋 risshū ovvero l’inizio dell’autunno. Sembra che la morsa più feroce del caldo esasperante resti tra le roventi pieghe di un luglio incandescente. Ora, invece, iniziamo ad assaggiare gli ultimi sorsi dolci di estate diluiti in fresche ed ariose venature temporalesche.

I kanji di risshū accompagnati dalla data d’inizio, ovvero l’8 agosto. Fonte immagine.

Devo, dunque, affrettarmi a concludere la mia rubrica estiva. Oggi vi proporrò la quarta delle cinque ricette programmate: il kanten di fragole e latte di soia.

A chi non avesse seguito, ricordo che a fine giugno ho inaugurato uno speciale estate che ho voluto chiamare 夏の味 Natsu no aji, cioè Sapori d’estate.

Le tre ricette già pubblicate sono:

Yamagata-dashi
Shiratama del Periodo Edo
Tomatomiso

Non passo subito alla ricetta, lo sapete. C’è sempre molto da scoprire e da condividere. Da anni, ormai, mi si chiede di scrivere un libro poiché ho scritto tanto e ancora tanto scriverò, se Dio vuole.
Ma soprattutto mi chiedo che forma stiano prendendo questi scritti storico-gastronomici e quale potrebbe essere il loro destino.
Certo, potrebbero rimanere qui sul blog, ma vorrei davvero che trovassero posto sulla carta materiale che, sin dai tempi antichi, accoglie parole e pensieri dando loro una tangibile e fragrante dimora.

Se tra chi mi legge c’è qualcuno che desidera aiutarmi ad iniziare un percorso di pubblicazione, mi lasci un commento con un recapito e mi metterò in contatto io.

Fragole, Ingmar Bergman e deviazioni

Avevo scelto di proporre un dolce come quarta ricetta della rubrica. Scelsi di orientarmi verso i kanten (che spiegherò a breve) con ingrediente principale un altro frutto. Non le fragole. Tuttavia, la preparazione di prova ha rivelato troppe incognite e trappole e quindi ho deciso di fare una deviazione rispetto al percorso precedentemente definito.

Non so ancora cosa farò di quella ricetta originale. Probabilmente la riproporrò in altro modo.

Questo allontanamento, però, ha riservato delle sorprese.

Le modifiche di percorso, sebbene a volte ingannevoli, mi affascinano perché conducono a soluzioni o scoperte del tutto inaspettate. Oppure possono portare semplicemente a nuove angolazioni da cui poter osservare meglio una questione.

Questa deviazione mi ha riportato subito alla mente il professor Isak Borg nonché celebre protagonista di un capolavoro del cinema svedese: Smultronstället, in italiano conosciuto come Il posto delle fragole, di Ingmar Bergman. La vicenda narrata nel film, dopotutto, inizia per davvero con una deviazione di percorso.

Fonte immagine.

Il professor Borg comincia così una riflessione sulla vita e sulla morte deviando, di fatto, dal suo percorso prestabilito di viaggio e di pensiero.

Le fragole per gli svedesi non rappresentano solo la primavera ma anche l’innocenza. Insomma, la primavera dell’esistenza. Ed è al ricordo di essa che Borg fa ritorno, seppur solo con la memoria.

La mia deviazione di ricetta non mi ha condotto lungo tortuosi percorsi di riflessione bergmaniani. O almeno, solo in parte.

Mi sono infatti trovata ad ammirare e ad assaporare delle fragranti fragole di montagna. E da lì poi l’idea di ritornare sulla strada principale, verso la mia destinazione.

Ma curiosamente ripenso spesso al professor Borg in estate a Torino, soprattutto ad agosto. Sebbene la città non si svuoti più come un tempo, è innegabile l’alleggerimento generale delle strade. Può capitare che, passeggiando per una qualche strada proprio in un pomeriggio d’agosto a Torino, di avere la sensazione che il tempo si è fermato: orologi immobili, lancette arrugginite, marciapiedi deserti e toccati soltanto dai raggi roventi di un sole pomeridiano e dalle pervicaci erbacce che tutto sfidano.

Fragole di montagna

In qualche modo è arrivata l’idea del kanten di fragole e latte di soia: preparazione frutto forse di una deviazione squisitamente bergmaniana?

Cos’è il kanten?

In rete esistono centinaia di articoli che trattano in maniera esauriente l’argomento quindi non mi ci soffermerò troppo a lungo.

Il 寒天 kanten è un gelificante vegetale, estratto da alcuni tipi specifici di alghe. Rappresenta una notevole alternativa alla gelatina alimentare classica che è quasi sempre di origine animale (suina, in particolare).

In Giappone si utilizza da secoli questo ingrediente soprattutto nei dolci tradizionali, i wagashi.

Da noi il kanten è più noto col nome di agar-agar, vocabolo di origine malese. Tuttavia, pur essendo fondamentalmente la stessa cosa, di norma i giapponesi li distinguono perché i due prodotti si ricavano da due varietà di alghe diverse.

Nonostante questa distinzione, a conti fatti, non sembrano esserci differenze tali da giustificare procedure diverse. Quindi possiamo usare uno o l’altro senza particolari problemi, ricordandoci però di attenerci scrupolosamente alle indicazioni del produttore.

In Italia si trova l’agar-agar in polvere, in fiocchi, in stecche.

Per questa ricetta userò quello in polvere nonché la forma più comunemente reperibile nei supermercati e anche la più semplice da utilizzare. Al fondo dell’articolo, troverete poi un aggiornamento riferito ad un esperimento in cui ho utilizzato l’agar-agar in fiocchi.

In passato ho trattato l’argomento kanten / agar-agar. Ad esempio, in una ricetta della scorsa estate: コーヒーゼリー Kōhī-zerī ovvero la gelatina al caffè.

Le fragole in Giappone

Fonte immagine.

Ed eccoci al collegamento storico che sempre mi affascina.

Qual è la storia delle fragole in Giappone? Quando sono state introdotte? E da chi? Anche le fragole, come i pomodori, sono state inizialmente apprezzate solo come elemento decorativo?

Normalmente, quando si ripercorre la storia delle fragole in Giappone, si volge subito lo sguardo al XVIII secolo e al ruolo degli olandesi in questa vicenda. In realtà, ci sono testimonianze storiche che ci raccontano del consumo di fragole selvatiche già nel lontano Periodo Heian (794-1185 d.C.), nonché epoca d’oro della letteratura giapponese e in particolare della poesia.

Ritroviamo notizie del consumo di fragole selvatiche nel famoso 延喜式 Engishiki, importante trattato di leggi e costumi, commissionato dall’Imperatore Daigo, sessantesimo sovrano del Giappone. L’opera, conclusa nel 927, rappresenta un importante successo nei tentativi di codificazione degli usi, costumi e leggi del tempo.

L’Engishiki. Parte dell’opera costituita, nella sua interezza, da cinquanta volumi. Fonte immagine.

Altre scie al profumo di fragola provengono da una celebre opera letteraria risalente sempre al prospero Periodo Heian: l’opera in prosa 「枕草子」Makura no Sōshi, in italiano tradotto come Note del guanciale, di Sei Shōnagon, dell’anno 1002. Mi preme precisare che la traduzione italiana è della straordinaria Lydia Origlia a cui ho dedicato questo scritto in ricordo del nostro incontro, in provincia di Savona.

In Makura no Sōshi ritroviamo un insieme di pensieri, riflessioni, poesie, aneddoti, opinioni, sensazioni dell’autrice nonché dama di compagnia dell’Imperatrice Teishi. Il tutto presentato in uno stile scorrevole e curiosamente fresco scandito dai criteri del mi piace e non mi piace.

Al punto 42 dedicato alle sue considerazioni relative ai Particolari eleganti e graziosi, Sei Shōnagon scrive:

“Indossare su una veste rossa un’ampia e giovanile sopravveste candida. Le uova di anatra. Un dolce di zucchero di vite, conservato nel ghiaccio e presentato in una coppetta di metallo. Un rosario di cristallo. I fiori di glicine. I fiori di prugno quando su di essi fiocchi la neve. Un bambino graziosissimo che mangi fragole. “

Lo zampino olandese e tempi più recenti

Arrivano gli olandesi con le fragole!
Fonte immagine.

Troppo lontana è l’epoca Heian, con la sua rarefatta vita di corte ritmata da complessi rituali e raffinate etichette.

In quel mondo si mangiavano fragoline selvatiche e un bambino intento a divorarle poteva attirare lo sguardo intenerito di una dama imperiale dalla penna prodigiosa.

Le varietà di fragole comunemente consumate al giorno d’oggi in Giappone hanno avuto origine nel tardo Periodo Edo (tra il 1830 e il 1840) grazie all’introduzione del frutto da parte degli olandesi, al porto di Nagasaki.
Non a caso, infatti, venivano chiamate オランダイチゴ Oranda-ichigo cioè fragole olandesi. Tuttavia, i tempi forse non erano ancora maturi per la nascita del grande amore tra i giapponesi e le fragole.
Infatti, solo nel Periodo Meiji (1868-1912) ebbe inizio la coltivazione su larga scala.
Negli anni, poi, vennero formulate nuove varietà nate da incroci con fragole americane e francesi, soprattutto dagli anni Cinquanta in avanti.

Da allora la popolarità della fragola è cresciuta sempre di più fino tanto che da un sondaggio lanciato nel 2007 dalla NHK, la maggior emittente radio-televisiva del Paese, è emerso che la fragola è il frutto preferito in assoluto dai giapponesi.
Infatti, a mio parere, rappresenta un po’ il frutto perfetto che piace a persone di tutte le età e che sa dare il giusto finale di graziosità e colore a qualsiasi dolce.

Basti pensare alla sua presenza quasi di rito in alcuni dolci moderni come l’emblematica クリスマスケーキ Kurisumasu-kēki ossia la torta di Natale, le crepe da passeggio, la torta per la festa della mamma ecc.

Illustrazione della classica torta di Natale. Fonte immagine.

Le fragole nell’arte

Proprio come abbiamo già visto per i pomodori, anche le fragole hanno un grazioso posticino nell’arte.

Nel 1834, il grande Katsushika Hokusai realizzò un’opera intitolata 「鵙 翠雀 虎耳草 蛇苺」Mozu, ruri, yuki no shita, hebi ichigo. Passerotto, Begonia fragola, sparviero e fragole matte.

Fonte immagine.

Kanten di fragola e latte di soia

Dopo il consueto prologo storico-letterario-artistico, giungiamo finalmente alla nostra ricetta. Vediamo subito gli ingredienti sufficienti per quattro o cinque coppette di dolce:

INGREDIENTI
200g di fragole lavate e mondate
200ml di latte di soia senza zucchero*
100ml d’acqua
4g di agar-agar **
3 cucchiai di zucchero di canna
un po’ di fragole in più per decorare (facoltativo)

*In Giappone per queste ricette si usa un tipo di latte di soia chiamato 無調整 muchōsei ovvero puro, senza additivi di alcun genere. Io ho usato il latte senza zucchero della Valsoia. Usate la marca che preferite ma accertatevi che non contenga zucchero.
**Io ho usato l’agar-agar in buste della Coop. Usate quello che avete ma seguite con precisione le indicazioni riportate dal produttore perché queste possono variare molto da una marca all’altra.

Nella coppa di un frullatore versare il latte di soia e le fragole lavate e tagliate a pezzi. Frullare bene fino ad ottenere un composto omogeneo.

In un pentolino versare l’acqua e l’agar-agar in polvere. Mescolare bene con una frusta assicurandosi che non vi siano grumi e che la polvere si sciolga in maniera uniforme. Scaldare a fiamma medio bassa e, una volta raggiunto il bollore, lasciar cuocere per circa due minuti.
Aggiungere lo zucchero e mescolare ancora. Per ultimo, unire il frullato di fragole e latte di soia preparato in precedenza. Amalgamare il tutto e scaldare il composto per un paio di minuti senza però portarlo ad ebollizione.

Scegliere delle coppette di vetro o di ceramica e versarvi il composto con un mestolo. Io ho scelto coppette varie, tra cui i miei amati sobachoko. In particolare, quello in primo piano, è un sobachoko giapponese decorato con illustrazioni di alghe…motivo particolarmente adatto se si considera che sono la fonte del kanten!

Lasciar raffreddare fintantoché il vapore di cottura non sarà svanito. In giapponese esiste un termine specifico per indicare questo vapore di cottura: 粗熱 aranetsu.

Riporre in frigorifero per almeno un’oretta e mezza. Se lo si desidera, si può guarnire il kanten con delle fettine di fragole precedentemente messe da parte oppure con altra frutta, cioccolato fuso, panna montata ecc.

Provate questo dolce. Vi sorprenderà. La consistenza è quella di una soffice mousse.

Kanten al matcha

Come promesso, vi riporto un esperimento dove al posto delle fragole ho utilizzato il matcha. Ma non è stata l’unica variazione: ho infatti usato l’agar-agar in fiocchi e non quella in polvere. Nello specifico ho utilizzato quella del marchio Probios:

Ho trovato un po’ più complesso l’uso di questi fiocchi perché serve essere precisi con le dosi. Occorre, dunque, una bilancia di precisione che io non ho. Tuttavia, per circa sei coppette di kanten al matcha ho utilizzato un cucchiaio e mezzo da minestra di fiocchi.
Un altro aspetto che può rendere più complesso l’uso dell’agar-agar in fiocchi è la necessità di farli sciogliere molto bene in acqua prima di poter procedere col resto della ricetta. Questa operazione richiede un po’ di pazienza.

Ho ottenuto un kanten compatto ma al tempo stesso gradevole e fresco con le note del matcha come vere protagoniste.

Fonti

Kanazawa Market
NHK Broadcasting Culture Research Institute, Public Opinion Research Department, 2008, What Japanese People Like: Tastes and Values Read with Data.
Nihonjin no Suki na mono: Data de yomu shikō to kachikan (Cosa piace ai giapponesi: preferenze e valori), Japan Broadcast Publishing Association.

Sei, Shōnagon, Note del guanciale, SE, 2002.

Tomatomiso

Siamo giunti alla terza ricetta della rubrica estiva Natsu no aji. Le prime due sono: Yamagata-dashi e le Shiratama del Periodo Edo.

Il nome della mia rubrica con una splendida xilografia di Hashiguchi Goyo 橋口五葉 come sfondo. L’opera è intitolata 「温泉宿」Onsen-yado (locanda termale).

Oggi è il turno del トマトみそ Tomatomiso.

Nell’introduzione alla rubrica, pubblicata il 25 giugno 2023, ho elencato le caratteristiche principali che avrebbero avuto le ricette, senza però svelarne il contenuto.
Ebbene, nell’elenco vi è menzione di una ricetta estiva contemporanea che sarà infatti la protagonista di oggi.

Dal nome – Tomatomiso – si può facilmente intuire quali saranno gli ingredienti principali: i pomodori e il miso, per l’appunto.

Il pomodoro e il miso sono due ingredienti che sono già comparsi insieme in una ricetta che pubblicai qualche tempo fa e che trovate proprio qui: Zuppa di miso al pomodoro e basilico.

Ritornano ora in scena in una veste diversa e forse anche un po’ inaspettata.

Sapor di pomodoro: una storia lunga secoli

Ci sono alimenti a cui siamo così tanto abituati da credere che siano parte del nostro mondo da sempre. Forse siamo consapevoli che storicamente le cose non stanno proprio così ma, emotivamente, continuiamo a pensare che essi siano sempre esistiti nel mondo in cui siamo nati e cresciuti.

Fonte immagine

Un alimento di questo tipo è il pomodoro che per noi italiani sembra quasi custodire al suo interno l’essenza di tutta l’italianità a tavola.

Eppure sappiamo che il pomodoro è originario della parte meridionale dell’America settentrionale e del Sudamerica, introdotto in Europa nel XVI secolo, durante la movimentata epoca delle esplorazioni e conquiste del cosiddetto Nuovo Mondo.

Ed è proprio dal Nuovo Mondo – ossia il territorio un tempo abitato dai Maya e dagli Aztechi (i mexica, come si autodefinivano) – che provengono molti cibi entrati a far parte delle nostre alimentazioni da secoli, ormai. Ricordiamo, ad esempio, il mais, le patate, le zucche, i fagioli, oltre naturalmente il nostro amato pomodoro.


Secondo certe fonti, ci sarebbe addirittura una data precisa d’introduzione del pomodoro in Italia: il 31 ottobre 1548, a Pisa, quando Cosimo de’ Medici ricevette in dono una cesta di pomodori nati da semi appartenuti al Viceré del Regno di Napoli. E sempre secondo queste ricostruzioni, la gastronomia del tempo accolse con diffidenza il nuovo prodotto e iniziò a conoscerlo meglio solo a partire dal Settecento. Solo dall’Ottocento si suggellerà il grande patto d’amore pomodoresco che ci avrebbe resi famosi in tutto il mondo.

I pomodori in Giappone

In Giappone i pomodori sono ormai conosciuti e apprezzati ovunque. E sebbene continuino ad essere considerati alimento di origine occidentale, sono talmente diffusi da essere ormai parte integrante dell’alimentazione contemporanea.

Tuttavia, non è sempre stato così. I giapponesi, infatti, hanno preso confidenza con questo saporito frutto (secondo la classificazione botanica, si tratta infatti di un frutto!) solo in tempi molto recenti!

Nonostante alcune divergenze nelle ricostruzioni storiche, c’è abbastanza unanimità nel ritenere che i pomodori siano stati introdotti nell’Asia sud orientale e in Cina tramite i portoghesi e gli olandesi, due popolazioni europee attivamente presenti in Asia tra il XV e il XVII secolo.

I pomodori nell’arte

Non sembrano esserci informazioni precise più circoscritte con cui collocare l’introduzione del pomodoro in Giappone. Sappiamo, però, che il suo ingresso è avvenuto nel lasso di tempo citato poc’anzi. Si potrebbe azzardare un’ipotesi, tuttavia: è risaputo che una delle prime opere artistiche giapponesi raffiguranti dei pomodori è un dipinto del pittore 狩野探幽 Kanō Tanyū, artista nato e vissuto nel primo Periodo Edo.

Il dipinto, intitolato 「唐柿」Tōgaki (il vecchio nome del pomodoro e che letteralmente significa caco cinese, proveniente dalla Cina sotto la dinastia Tang o comunque dall’estero), è il primo esemplare artistico giapponese conosciuto, raffigurante l’amato ingrediente. Il pittore nacque e visse nel XVII secolo quindi si può immaginare che il pomodoro sia stato introdotto in quel periodo. Chissà.

Negli anni e secoli successivi, sappiamo che la pianta del pomodoro mise le sue radici in Giappone, botanicamente e culturalmente parlando. Si sperimentò molto con la coltivazione di tante varietà di pomodoro provenienti anche dal Nord America e Messico ma la pianta, almeno per quel periodo, aveva valore unicamente ornamentale.

Il caso di Yoshida Aigorō

In un periodo in cui il pomodoro in Giappone era solo un bell’elemento decorativo, deve essere stato curioso dunque per il signor Yoshida scoprire che c’erano persone che invece si cibavano di quei bizzarri frutti rossi.

Uno studioso e agronomo giapponese, originario della città di Nagano, di nome 青木恵一郎 Aoki Keichirō (1905-1988) scoprì, attraverso le sue minuziose ricerche, che nel 1864, su ordine di un giudice del Kanagawa, un tale Yoshida Aigorō prestò un suo terreno a degli stranieri (non è nota la nazionalità) affinché vi coltivassero ortaggi occidentali, inclusi naturalmente i pomodori.

Le melanzane rosse: l’inizio di una gustosa amicizia

Dal Periodo Meiji (1868-1912), che coincide con la fine dell’ultimo shogunato dei Tokugawa e l’inizio dell’era dell’Imperatore Meiji (primo imperatore giapponese a detenere potere politico), iniziarono le importazioni di varietà di pomodoro anche dall’Inghilterra e Francia, oltre alle varietà nordamericane di cui i giapponesi erano già a conoscenza.

Nel Periodo Meiji i pomodori erano ancora una pianta decorativa ma non si usava più il nome tōgaki che ormai era caduto decisamente in disuso. Li si chiamava 赤茄子 akanasu ovvero melanzane rosse.

Sebbene nel nome ci fosse un rimando gastronomico alla melanzana già ampiamente nota e acclamata sulla tavola nipponica (lo Yamagata-dashi ne è un tributo), pare che i giapponesi, soprattutto nella capitale, iniziassero a superare timidamente le loro diffidenze nei confronti del pomodoro come alimento solo a partire dal primo decennio del XX secolo. La coltivazione su più larga scala per scopi alimentari ebbe inizio intorno agli anni Venti; il culmine si raggiunse negli anni Sessanta, in prima battuta con l’inarrestabile cambiamento delle abitudini alimentari dei giapponesi (ricordiamo il processo di occidentalizzazione in atto da tempo e l’occupazione americana del ’45) e poi con una crescente domanda di mercato che diede avvio alla lavorazione industriale del pomodoro.

Ben presto, però, il pomodoro cambiò nuovamente nome assumendone uno di chiara origine anglosassone: トマト tomato. I pomodori non erano più le melanzane rosse ma i tomato, nome con cui sono noti ancora oggi.

Il caso Kagome

La lavorazione industriale su larga scala del pomodoro in Giappone conobbe il suo massimo splendore intorno agli anni Sessanta grazie anche all’importante contributo di un’azienda storica : la カゴメ株式会社 Kagome Kabushiki-gaisha, impresa cardine nel panorama imprenditoriale giapponese nonché – ancora oggi – numero uno nella coltivazione e lavorazione dei pomodori. Secondo la storia ufficiale dell’azienda, la Kagome venne fondata nel 1899 per poi diventare una società per azioni (incorporated) nel 1949. Tra i suoi prodotti più famosi – e che ritengo giusto ricordare – vi sono il suo storico ketchup, la polpa di pomodoro a pezzi e il suo celebre succo di pomodoro.

Tomatomiso

Tomatomiso

Questo lungo prologo botanico-storico ci darà la giusta prospettiva in cui collocare la ricetta di oggi nonché sufficiente consapevolezza per poterla assaporare al meglio.

Si tratta di una ricetta certamente contemporanea che però potremmo anche definire in parte moderna poiché, secondo la periodizzazione storica giapponese, l’epoca moderna ha inizio con l’era Meiji.

La presenza del pomodoro e quella del miso ci restituiscono un’immagine armoniosa dell’incontro tra Occidente e Oriente. Un vero abbraccio fraterno in cui si annullano le distanze e si evidenziano solo i pregi, dell’uno e dell’altro.

Il tomatomiso, come vedrete, è una sorta di salsa che può essere utilizzata in tanti modi. Viene infatti definita una 万能ソース bannō-sōsu ossia una salsa multiuso (letteralmente, dai diecimila talenti).

Naturalmente, non rientra nella cucina tradizionale giapponese proprio per la presenza del pomodoro. Tuttavia, rientra a pieno titolo in quel grande repertorio di specialità moderne e contemporanee che hanno saputo coniugare i punti di forza e le virtù di ingredienti provenienti da ogni parte del globo con quegli ingredienti già noti alla popolazione locale da secoli.

La fonte della ricetta è un vecchio numero di agosto di una famosissima rivista di cucina giapponese molto amata che si chiama オレンジページ Orenji-pēji.

Il numero in questione propone idee molto allettanti in cui preparare in tanti modi tre ortaggi: le melanzane, i cetrioli e i pomodori.

E per il pomodoro, tra i tanti suggerimenti, vi è il Tomatomiso.

La sua preparazione è di una semplicità estrema poiché servono solo due ingredienti e una pentola.

Vediamo nello specifico come procedere.

Ricetta del Tomatomiso

Vediamo subito gli ingredienti che, come già precisato, sono solo due.

500g di pomodori freschi maturi (scegliete la varietà che preferite)
75g di miso

Lavare bene i pomodori e asciugarli. Tagliarli a pezzetti avendo cura, nel frattempo, di eliminare i semi il più possibile.

Trasferirli in un tegame assieme al miso. Mescolare e mettere a cuocere a fiamma media.

Non appena il tutto inizierà a sobbollire dolcemente, abbassare la fiamma al minimo e far proseguire la cottura per 20/25 minuti, mescolando di tanto in tanto.

Se il composto dovesse asciugarsi troppo, aggiungere due cucchiai d’acqua.

Il Tomatomiso sarà pronto quando i pomodori si saranno quasi completamente disfatti e si sarà formato un sugo spesso e cremoso (v. ultima foto in basso a destra del collage). La consistenza sarà molto simile a quella di un ragù.

Riporre il Tomatomiso in un contenitore per alimenti, lasciarlo raffreddare dopodiché chiudere il coperchio e conservarlo in frigorifero.

E il vostro Tomatomiso è pronto per essere utilizzato in tantissimi modi. Ve ne suggerirò uno.

Un saporito Tomatomiso casalingo.

Precisazione

Una peculiarità della ricetta del Tomatomiso è la cottura del miso. Si tratta di una pratica insolita poiché il miso è un alimento vivo con proprietà probiotiche. Per questa ragione, generalmente, se ne sconsiglia la cottura. Ad esempio, quando si prepara la zuppa di miso, esso viene aggiunto al brodo solo nella fase conclusiva proprio per ridurre al minimo il contatto col calore diretto della fiamma.

A tal proposito, vi rimando al mio video dedicato alla preparazione della zuppa di miso.

Tuttavia, nel Tomatomiso si fa un eccezione. È una salsa di cui apprezziamo il gusto reso particolarmente intenso e strutturato grazie alla doppia presenza di umami. Esso, infatti, è presente in modo naturale in tanti alimenti, tra cui il miso e i pomodori.
Per l’apporto probiotico, sarà sufficiente continuare a consumare il miso come zuppa.

Un’idea: Tomatomiso-udon

Il Tomatomiso vi sorprenderà per la sua bontà. Quando lo assaggerete, sono sicura che vi verranno molte idee per poterlo utilizzare.
In estate, si presta molto bene per condire del tōfu freddo, verdure al vapore, pesce, carni, uova sode. Immaginatelo anche spalmato sul pane o come salsa per hamburger. Davvero, non ci sono limiti.
Io vi suggerisco di utilizzarlo per condire gli udon freddi.

I miei Tomatomiso-udon.

Sarà sufficiente sbollentare una confezione di udon e nel frattempo stemperare un cucchiaio di Tomatomiso con un cucchiaino di olio di sesamo e qualche goccia di succo di limone.

Scolare gli udon, sciacquarli velocemente, disporli in un piatto e condirli con il Tomatomiso stemperato. con olio di sesamo e limone.

Guarnire con qualche erbetta di vostra scelta e servire.

Per concludere

Restano ancora due ricette della rubrica estiva: una ricetta di provenienza buddista e un dolce. Vedremo quale sarà la prossima nonché penultima ricetta del periodo.

Fonti

Andoh, E. , A Taste of Culture Culinary Arts Program, Setagaya-ku, Tōkyō,
https://japanlivingarts.com/elizabeth-andoh-a-taste-of-culture-tomatoes/?doing_wp_cron=1690990757.8236260414123535156250
Aoki, K. , 1974. 作物紳士録. Sakumotsu Shinshiroku. Chūōkōronsha. Tōkyō.
Kamimura, S. (1980). HISTORY OF THE PRODUCTION OF TOMATOES FOR PROCESSING IN JAPAN. Acta Hortic. 100, 75-86

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