Sono Marianna, l'autrice di Biancorosso Giappone, ovvero un blog attraverso cui racconto dal 2006 tanto di me, del ruolo che il Giappone ha avuto e ha nella mia vita, del mio doloroso ritorno in Italia.
Cambiano le latitudini, ma non il desiderio di esprimermi attraverso la parola scritta.
Scatti sentiti della mia straordinaria ed ostinatamente enigmatica Torino.
Ecco agosto, giunto puntualmente con la sua inconfondibile scia di roventi silenzi, viali ovattati, strade deserte, marciapiedi incandescenti, saracinesche abbassate, aperture straordinarie e languidi corvi al riparo in ritagli d’ombra.
Le acque del Po, seppur infiacchite anch’esse dal caldo implacabile, continuano obbedientemente a riflettere una Torino capovolta, sempre brillante nella sua palette cromatica dai caratteristici colori sabaudi: eleganti gradazioni di verde che si intrecciano a quelle vaniglia delle facciate dei palazzi e il rossastro cannella dei tetti. Una mescolanza armoniosa, dignitosa, squisitamente torinese e senza tempo.
Oleandri in fiore…nel quartiere Borgo Po.
Passeggio molto lentamente lungo le antiche sponde del fiume e sento, ad ogni passo, l’odore distintivo delle acque eridane: sa di gradazioni di verde scuro e di alghe spesse. Acque che si mescolano al fango e a qualsiasi detrito che quel cosmo sottacqueo pervicacemente custodisce. Si vocifera dei tanti segreti che il Po nasconderebbe sotto i suoi liquidi veli. Quello è il suo odore da che ricordi.
Le acque del Po a Torino odorano semplicemente…di acque del Po a Torino. Non c’è nient’altro che vi assomigli.
Qualcuno passeggia lentamente come me, magari in compagnia di un cane affaticato dal caldo.
Rallento ulteriormente il passo e mi accorgo della bellezza del viale alberato che costeggia l’ex zoo di Corso Casale: la luce del tardo pomeriggio quasi sera che filtra attraverso le foglie fitte dei platani e dei tigli riuscendo a percolare attraverso quella ragnatela folta di rami, rinascendo così in un’infusione del colore della pace che vorrei nel mio cuore.
In questi giorni sono in una specie di personalissima trasferta artistica, dalle irresistibili venature feline. Sono ospite a casa di una straordinaria artista torinese a cui dedicherò uno scritto qui sul blog molto presto. In realtà, tra non molto vi racconterò anche dell’incontro magnifico con una persona preziosa la cui esistenza è imbevuta di un Giappone inestimabile. Nuove amicizie che addolciscono le disillusioni del tempo e mi consentono di riaprire gli occhi con sguardi freschi.
Ispirazioni culinarie a Borgo Po
Ispirazioni culinarie e letture di Okinawa.
Si concretizza un mio piccolo sogno cioè quello di vivere, anche se solo per pochi giorni, nel quartiere più affascinante della città nonché la vera quintessenza della torinesità: Borgo Po.
Qui è tutta una suggestione estetica dagli spiccati sapori neoclassici e neoliberty di eleganti edifici, strategicamente nascosti dietro una lussureggiante vegetazione che stuzzica la curiosità, all’incanto amarcord del Parco Michelotti con la sua orchestra muta di luoghi non più luoghi di un cemento armato morto…e di nuovo vivo.
E le strade che dolcemente si arrampicano verso la signorile collina, ognuna con propri ricami di raffinati palazzi dall’inimitabile buon gusto sabaudo.
Hiyashi-chūka: un classico estivo
Vi raccontai qualche tempo fa di questo piatto squisitamente giapponese e della sua storia nata ed evolutasi sulla scia del Drago di Sendai. Se avete piacere di leggere quell’articolo, eccolo qui.
In una Torino agostana con gli alberi rigogliosi, un sole iracondo e l’indolenza di solitarie strade apriche…mi lego sbrigativamente i miei capelli in una coda di cavallo e impazientemente mi faccio aria con un giornale. Ho fame ma nessuna voglia di mettermi a cucinare.
Però questa casa d’artista con il suo tavolo di marmo freddo e la sua straordinaria veranda affacciata sugli oleandri mi fa venire voglia di creare…anche se solo con un paio di bacchette e qualche condimento.
Allora eccoci con la ricetta in una versione semplificata e leggerissima di questi spaghettini freddi insaporiti con verdure fresche, il tutto irrorato con un gustoso condimento.
Verdure varie
Non vi darò dosi. Ricetta libera, liberissima.
Ho tagliato un po’ di cetriolo, della carota, qualche pomodorino, dei peperoni di Baldissero e due fettine di limone.
Per questa ricetta ci vogliono gli spaghetti per rāmen. Io ne ho usato un tipo essiccato, proveniente dal Giappone e acquistato da Kira Market, in Via Principe Amedeo 33, Torino.
Ho messo a bollire dell’acqua in una pentola, senza aggiungere sale. Il sale, infatti, è già contenuto in tutte le paste giapponesi.
Si fanno cuocere per circa 4 minuti o per il tempo indicato sulla confezione.
Poi si scolano, si risciacquando velocemente e si mettono subito in un recipiente di acqua ghiacciata.
Una volta raffreddati i rāmen, basterà scolarli e sistemarli su un piatto. Dopodiché si guarniscono con le verdure di vostra scelta e si irrorano con una salsina che si prepara unendo 2 cucchiai di salsa di soia, 2 cucchiaini di zucchero, 3 cucchiai di aceto di riso, 1 cucchiaio di olio di sesamo tostato.
Ed ecco fatto. Un vero classico della cucina giapponese estiva, nato verso la fine degli anni Trenta proprio dall’idea di un cuoco di Sendai che, grazie al suo ingegno, seppe dare scaccomatto all’implacabile calura dell’estate del 1937.
Riproposto qui, in una evocativa cucina d’artista a Borgo Po. Da me e dai miei pensieri.
Comunicazioni
In conclusione, due comunicazioni importanti.
Qualche settimana fa mi sono accorta, per puro caso, che il form del blog non funziona come dovrebbe. Risultato? Con mio grande sgomento, ho scoperto una lista gigantesca di messaggi a cui non avevo mai risposto perché non sapevo che mi fossero arrivati. Gasp. Gulp.
Non ho risolto il problema del form ma vi chiedo gentilmente di scrivermi a questa mail, se desiderate mettervi in contatto con me:
E poi vorrei mandare un saluto ai miei amici americani Sam, Joe and Ivan dell’Arkansas, ideatori del formidabile podcast Dawn of Mantis, una produzione di altissimo livello dedicata a fatti di cronaca irrisolti, di varia provenienza. Con mia enorme sorpresa, l’episodio 385 è stato dedicato a me. Potete ascoltare i ragazzi qui.
Ci tengo a salutarli perché, da quando li ho contattati per esprimere il mio apprezzamento per il loro lavoro, è nato un bello scambio gradevole e rispettoso con tutta la redazione. Loro, increduli nel sapere di avere un’ascoltatrice a Torino nientemeno, hanno espresso il desiderio di visitare la mia preziosa città se il podcast dovesse – come tutti ci auguriamo – decollare.
Giugno e ormai anche luglio sono scivolati via, fondendosi in un rovente abbraccio fatto di giorni estenuanti, uno più incandescente dell’altro. Un tempo strano, scandito da litanie per il caldo ed accese polemiche climatiche con in più un profluvio di soluzioni per fronteggiare l’inclemente calura: dalle tecniche di respirazione ayurvediche alle versioni fredde di tutti i piatti possibili ed immaginabili. Tutto questo assieme alla rapida comparsa in successione di sedicenti esperti di meteo, curiose figure di una sorta di culto atmosferico nonché presunti depositari di previsioni da cui dipenderà fideisticamente un qualche micro-pubblico.
La corsa spasmodica verso palchi sempre più in alto e più luminosi ormai non risparmia alcun ambito. Nemmeno quello meteorologico. È sempre la solita gara mercatale a chi urla di più.
Nelle ore più ardenti, un po’ drammaticamente ho ripensato a The Midnight Sun (Sole di mezzanotte) di Rod Serling, del 1961. L’incubo di un caldo inesorabile che non sembra arrestarsi in cui la Terra, andata fuori orbita, si dirige rapidamente verso il Sole. Un sole che non tramonta mai e una New York apocalittica, avvolta in temperature costantemente soffocanti.
Il volto madido di sudore e lo sguardo avvilito di Norma, la giovane pittrice protagonista dell’inquietante storia di Rod Serling, facente parte della serie The Twilight Zone (in italiano nota come Ai confini della realtà).
Giorni, dunque, bollenti e alleggeriti solo ogni tanto da qualche agognato intermezzo temporalesco. Corroboranti parentesi spesso irruente che, per qualche istante, smorzano la morsa dell’afa liberando scie di petricore rimaste fino ad allora imprigionate tra gli artigli del cemento magmatico. Anelate tregue che però spesso presentano un conto salato sotto forma di cadute di alberi, frane, esondazioni, danni alle coltivazioni. E allora, davanti alla furia sovversiva della natura, ecco riaccendersi i dibattiti.
Al termine della poesia olfattiva e del momentaneo ristoro psicofisico, ritorna la sovranità dello Zenit.
Scatti di una rovente Torino lugliatica.
E quindi il caldo: una presenza monopolizzante. Se ne parla in strada, nei negozi, nelle sale d’attesa, ai giardinetti, davanti ad un caffè di un bar di Corso San Maurizio, in coda alla posta e naturalmente nella piazza più grande del mondo: la rete. Arriva anche qui, su Biancorosso Giappone.
Condizionatori sì e condizionatori no? Disquisizioni infinite sulle cause di questi stravolgimenti. Temperature record mai viste finora oppure già sperimentate ma il cui ricordo è stato rimosso dall’urgenza del momento?
Escursioni termiche all’ordine del giorno, passando semplicemente da un marciapiede alle temperature semi-polari di un supermercato. Torino diventata per un po’ una sorta di colapasta energetico con le continue interruzioni di corrente. Poi il Sindaco, con la sua ira e i suoi strali.
Ma la vita prosegue. Le quotidianità vanno avanti, ognuna con le sue regole e i suoi protagonisti. Un susseguirsi di microcosmi intorno a noi di cui probabilmente non ci accorgeremo mai.
Infusioni a freddo del tè verde: kōrimizudashi e mizudashi
Lo splendido verde brillante di un sencha infuso con la tecnica del Korimizudashi.
E i tentacoli monopolizzatori del tema del giorno giungono anche qui. E ci portano dritti dritti in dispensa.
Nello sconfinato panorama di refrigeranti possibilità commestibili, c’è una preparazione che a me piace moltissimo: il 氷水出し kōrimizudashi. Si tratta di un’infusione di tè verde giapponese preparata però con acqua fredda e ghiaccio. Una formula ibrida tra il 氷出し kōridashi e il 水出し mizudashi, rispettivamente infusioni con ghiaccio e con acqua.
Per questa preparazione non serve essere un grande conoscitore di tè e nemmeno un purista della prima ora che non transige sui tempi di infusione. O che storce il naso per la scelta di un certo cultivar anziché un altro. Oppure ancora che si scandalizza per l’assenza degli utensili corretti.
Anzi, a ben vedere, probabilmente questo insopportabile signor Sotuttoio avrebbe certamente da ridire sulla preparazione stessa e inorridirebbe davanti a cotanta impudenza nel maneggiare impropriamente la Camellia Sinensis.
Illustrazione di una scatola di tè verde. Sul contenitore è tracciato il carattere 茶 cha (letto cià, secondo le regole fonetiche dell’italiano) ossia tè. Immagine di いらすとや.
Inesistenti radici antiche
Non so oggigiorno quanto interessi riportare alla luce le origini delle cose che ci circondano. A me personalmente, e questo blog ne è una testimonianza, piace moltissimo. Conoscere qualcosa, anche solo un frammento della storia di un utensile o di un profumo mi rende più consapevole e più presente nel mio quotidiano.
Il tè è un universo immenso, composto riccamente dalle impronte dei popoli che nei secoli lo hanno adottato. Insomma, si fa presto a dire: prendiamoci un tè!
Però non serve sempre inerpicarsi in tecnicismi e microlingue per pochi eletti. Insomma, non tutto deve diventare materia di studio: ci si può dissetare con qualche piccola curiosità mentre si sorseggia una buona tazza di 玉露 gyokuro senza per questo sentirsi inadeguati o non sufficientemente preparati.
E a proposito di cose alla portata di tutti o, per usare un aggettivo giapponese adatto, parliamo di qualcosa di molto 気軽い kigarui (rilassato, informale, accessibile a tutti) cioè le tecniche d’infusione a freddo che sono preparazioni del tè con radici antiche…inesistenti!
Già. perché questi metodi di infusione conobbero una crescente diffusione a partire solo dagli anni Ottanta e cioè da quando in Giappone fu introdotta la vendita del tè in bustina. In realtà, pare che già verso la fine degli anni Sessanta sul mercato giapponese iniziarono ad affacciarsi le prime bustine di tè nero e nello specifico quelle della 日東 Nittoh (o Nittō, secondo la traslitterazione Hepburn).
Il 1961, invece, fu l’anno in cui sul mercato giapponese apparve per la prima volta il tè verde in bustina. Chi detiene questo primato è la celebre 山本山Yamamotoyama, la storica azienda fondata a Edo nel 1690 da Kahei Yamamoto che divenne il più importante commerciante di tè del tempo grazie anche a due importanti mosse pionieristiche: lo sviluppo della tecnica di lavorazione delle foglie del tè chiamata 青製 aosei (grazie a cui il tè verde giapponese si distingue dagli altri per il suo colore verde brillante) e per aver inventato il pregiato e rinomatissimo 玉露 gyokuro! L’azienda Yamamotoyama, dopo più di trecento anni di onorata carriera, è ancora in attività.
Il nome palindromo dell’azienda: 山本山 Yamamotoyama. Yamamoto, dal nome del fondatore, e yama – ossia montagna – come simbolo di maestosità, eccellenza e posizione geografica delle migliori piantagioni di tè molto spesso ubicate proprio su pendii montuosi e collinari. Foto di Eisuke Tachikawa.
È a partire però dai frizzanti anni Ottanta che in Giappone si diffonde in maniera capillare l’uso del tè verde in bustina. Gli anni Novanta, invece, accolsero un’altra grande novità (forse non così grande, ripensandoci a posteriori da un punto di vista ecologico): il tè verde nelle bottiglie di plastica.
Forse il primo tè verde giapponese commercializzato in bottiglie di plastica inizialmente da 1,5 litri: il celebre お〜いお茶 Oi Ocha della ITO EN, altro importantissimo produttore di tè verde giapponese, in attività dalla metà degli anni Sessanta del Novecento. Nella foto è raffigurata la bottiglia originale dell’epoca. Foto proveniente dall’archivio storico della 伊藤園 Itō-en.
È quindi a partire tra gli anni Ottanta e Novanta che, parallelamente all’introduzione sul mercato del tè verde in bustine e in bottiglie di plastica, prende piede l’idea di sperimentare con preparazioni diverse e meno convenzionali. Indubbiamente, la presenza ormai ovunque del frigorifero e di acqua che non necessitasse di bollitura per essere potabile hanno contribuito a rendere ancora più apprezzata l’infusione a freddo.
Preparazione con infusione Kōrimizudashi
Non servono istruzioni complicate. La preparazione del kōkrimizudashi o mizudashi (infusione a freddo con ghiaccio e senza, rispettivamente) è molto semplice e diretta.
Vi mostro entrambe le preparazioni, con due tè verdi giapponesi diversi.
Per il korimizudashi ho utilizzato la mia 急須 kyūsu (tipica teiera giapponese col manico laterale), 10g di sencha cioè circa un cucchiaio da minestra abbondante, 200ml d’acqua fredda e qualche cubetto di ghiaccio.
L’occorrente. Non serve avere necessariamente una teiera o delle tazze giapponesi. Usate ciò che avete. Cercate però di procurarvi del buon sencha. Io in questo caso ho utilizzato del prezioso 新茶 shincha che avevo ancora da finire: un regalo della mia cara amica Ryōko.
La semplicissima preparazione del korimizudashi.
Basterà versare un cucchiaio abbondante di tè verde giapponese in foglie in una teiera e aggiungervi qualche cubetto di ghiaccio seguito dai 200ml d’acqua fredda. A questo punto, bisognerà solo aspettare per circa tre minuti e poi versare il vostro tè verde freddissimo e delizioso in una tazza o in un bicchiere.
Qui ho versato un po’ di tè verde freddo in una tazza dove però non si vede bene il verde brillante della bevanda, dettaglio decisamente più evidente nella foto in alto, nel bicchiere in vetro.
Preparazione con infusione Mizudashi
Altro metodo facilissimo è l’infusione mizudashi. Qui ci servono il tè, acqua fredda e una bottiglia.
Per questa infusione ho utilizzato un tè giapponese molto speciale: il 加賀棒茶 kagabōcha, un tè verde leggermente tostato composto unicamente dai gambi e dai rametti della pianta. Questo è un tè tradizionale di Kanazawa, nella prefettura di Ishikawa, e viene coltivato in montagna dall’epoca Meiji ad oggi.
Il kagabōcha di Kanazawa, ricevuto in regalo dalla mia amica Rita. Questa varietà si chiama 宝 Takara che in giapponese significa tesoro perché in effetti è uno dei tesori tra le tante eccellenze di Kanazawa.
Questo formato in particolare è in bustine. Le dosi consigliate dal produttore sono, a mio parere, applicabili anche ad altri tè verdi giapponesi per l’infusione mizudashi: 1 bustina di tè verde per ogni 350ml d’acqua fredda. Tempo d’infusione in frigorifero: 3 ore.
Io ne ho preparato una bottiglia utilizzando due bustine e lasciando riposare il tutto in frigo per il tempo consigliato.
Il kagabōcha è un tè piuttosto difficile da trovare in Italia, purtroppo. Ed è un peccato perché è veramente squisito: in apertura si percepiscono delle note quasi caramellate seguite poi da quelle caratteristiche del tè verde. Data la leggera tostatura, l’infusione (sia a freddo sia a caldo) produce un liquido ambrato come il miele d’acacia.
Si può servire con del ghiaccio, se lo si desidera. Io ho preferito non metterlo perché il tè era già molto freddo e inoltre volevo apprezzare in purezza la complessità del kagabōcha di Kanazawa.
Ho iniziato a scrivere questo articolo quando ancora eravamo nella morsa torrida di una fiammata che sembrava non estinguersi più. Ora invece scrivo in un sabato di fine luglio che affettuosamente ci culla nei suoi ventotto gradi. Quasi non mi sembra vero.
Il cielo è incolore, l’aria è appena appena effervescente e da dove sono in questo preciso istante vedo nitidamente uno dei simboli della torinesità per eccellenza: la chiesa di Santa Maria del Monte dei Cappuccini. Mi sembra così vicina da poterla quasi toccare con un dito!
È a un passo da me, as the crow flies, come dicono gli inglesi. Cioè come vola il corvo. In linea d’aria.
Per il momento le lunghe giornate bollenti delle settimane scorse sembrano un lontano ricordo. E io gioisco di questa lontananza rievocativa.
In questo maggio appena sbocciato, scrivo. Scrivo seduta al tavolo di legno chiaro del 帰家道場 Kika Dōjō, il centro di meditazione della mia amica Rita dove sono ospite per qualche giorno, un po’ come se fossi in una specie di residenza artistica in cui ritrovare il filo delle mie ispirazioni.
Biancorosso Giappone in trasferta felino-artistica…al Kika Dōjō.
Sono qui, in questa sala dalla cui finestra scivola dolcemente la luce pallida di un cielo meteorologicamente vago. Intorno a me un silenzio spezzato ogni tanto dal cinguettio di uccellini, dall’abbaiare distante di un cane, dal ticchettio di un piccolo orologio e dallo sfrecciare in lontananza di qualche auto.
Ma qualche volta anche dal quasi impercettibile fruscio setoso dei passi di Amélie che mi viene a cercare.
Miao, fusa e silenzi: un codice di comunicazione sorprendentemente chiaro.
Un timido sole sta cominciando ad illuminare le facciate dei vecchi palazzi di primo Novecento che caratterizzano queste vie. Quegli stessi raggi, gradatamente sempre più disinvolti, svelano qualche frammento visivo di un giardino segreto che si intravede dal sopraluce di un portone grigio dagli ornamenti sobriamente liberty.
La mia mente vaga per un attimo fantasticando sulle possibilità di quel giardino nascosto. Un luogo che preserva il suo fascino proprio perché non liberamente accessibile. Chissà quali piante ospita gelosamente al suo interno? Chissà che fiori vi sbocciano? E ancora: chissà se c’è addirittura una panchina – o forse una piccola fontana il cui fluire dell’acqua, sempre uguale, scandisce incessantemente il tempo che scorre via?
Insomma, un primaverile e precollinare primo maggio torinese.
Istanti…al Kika Dōjō.
In questa stagione che cerca, ancora e nonostante tutto, di stupirci con i suoi trionfi floreali e volteggianti walzer pollinosi, per me diventa impossibile non fermarmi ad ammirare gli splendidi fiori che generosamente adornano Torino un po’ ovunque. Ci sono. Basta alzare lo sguardo e cercarli.
Un collage di fiori che ho incontrato in girula per Torino.
Giorni, dunque, di una quiete non assordante ma stemperata da quella morbida cornice di brusii cittadini sempre amabilmente…distanti. E in questi archi temporali riprendo a scrivere immergendomi profondamente nella lettura e rilettura di libri che desideravo riprendere.
Società e letteratura: letture e riletture al Kika Dōjō.
Il ritorno dei blog: pia illusione o prospettiva concreta?
Se penso alla lunga storia del mio blog quasi mi sembra incredibile che esista ancora. Dopotutto, Biancorosso Giappone è nato nel 2007 ovvero il periodo di particolare splendore in cui i blog erano davvero protagonisti di narrazioni vivaci, entusiaste, dinamiche e sincere perché slegate (tranne forse qualche eccezione divenuta poi la norma, ahimè) da finalità commerciali. Insomma, si scriveva perché si avevano storie da condividere. E una voce, indipendentemente dal fatto che potesse essere o meno conosciuta, veniva comunque ascoltata proprio perché aveva qualcosa da dire. E benché di lì a poco i social media avrebbero fatto il loro esuberante e chiassoso ingresso nella quotidianità di molti, in quel periodo si era ancora in una fase un po’ innocente.
La blogosfera (compresi i forum di discussione) era la dimensione digitale del muretto, del giardinetto, della piazza, del cortile condominiale e di qualsiasi altro luogo di spontanea aggregazione umana in cui fiorisce la convivialità insaporita da un pizzico di quell’antico animo del cantastorie che in fondo risiede in ognuno di noi.
Si avevano esperienze da raccontare e le si raccontava. Ognuno con la propria penna, col proprio sapore descrittivo arricchito da un mélange distintivo di ironia e creatività. Ogni tanto mi piace ricordare le grandi penne di quel periodo. Penne realmente prodigiose che lentamente sono svanite nell’oblio di un mondo che ha cominciato ad accelerare sempre di più.
Qualcuno sostiene che l’avvento pervasivo ed invadente delle intelligenze artificiali, assieme alla già capillare presenza radicata dei social, stia innescando un senso di rifiuto per questa logorante deriva di una comunicazione non più comunicativa. Si tratta di pia illusione? Non lo so ma voglio pensare che, anche in questa situazione, si possa ritornare di nuovo un po’ alla semplicità e all’autentico.
Sfuggenti Amarcord di blog che furono
Lo so, ne ho già scritto ma…ci ritorno sempre e volentieri nonostante l’inevitabile venatura malinconica che ossida il ricordo: il blog dell’ingegnere napoletano trasferitosi suo malgrado a Gurgaon, in India, da cui raccontava con irresistibile umorismo le sue disavventure e il suo complicato rapporto con gli indiani. Qualche tempo fa ero riuscita a ritrovare i suoi frizzanti e arguti scritti. Non ci potevo credere: c’erano ancora! Purtroppo non ho più memoria di quel link.
Poi i tanti blog, uno più appassionante dell’altro, di Niki Tesoroni con cui lei raccontava le sue straordinarie avventure di viaggio, di spiritualità e di vita in giro per il mondo, con un doloroso ritorno in Italia in seguito alla scomparsa di Dario, il suo amato marito. Quel lacerante ritorno a casa come comune denominatore tra me e lei. I suoi blog, uno per tappa, erano tributi ad una prosa colta ed avvincente in cui Niki ti trasportava nella sua dimensione molto distante ma anche molto riconoscibile, nella sua quotidianità in terre lontanissime dove però lei riusciva, da abile cuoca, a preparare una pizza fragrante oppure una magnifica pasta fresca artigianale. E più esotica la terra che l’accoglieva in quel momento più tutto profumava stranamente d’Italia…anche attraverso lo schermo.
I nostri cammini virtuali s’incrociarono quando lei e il marito gestivano un ristorante italiano in Nepal e il suo blog del periodo s’intitolava appunto Pasta e Nepal. Un vecchio articolo del quotidiano The Himalayan Times ricorda loro e quel ristorante – il Mamma Mia – gestito con così tanta, tanta fatica.
Ricordo Niki al suo ritorno, straziata e indebolita però con ancora una flebile fiammella che ardeva e che tentò in tutti i modi di alimentare: un progetto editoriale di cucina medicinale tibetana, disciplina a cui il marito aveva dedicato molte energie attraverso lunghi studi e valorizzanti tête-à-tête con studiosi del campo.
Ma Niki, al termine di ogni loro soggiorno in giro per il mondo, cancellava inesorabilmente il blog ad esso collegato. Era come se volesse dare ai suoi scritti una voluta impermanenza che ricorda quelle delle parole tracciate sulla battigia: possono essere le più belle e più sincere ma prima o poi arriverà l’onda e livellerà ineluttabilmente ogni cosa.
Ad un certo punto però, mentre il tutto sembrava prendere faticosamente forma, ecco che scomparve il sito. E con esso svanì anche Niki. L’onda, ancora una volta.
E il blog di un’allora esordiente Laura Imai Messina che frequentava piuttosto assiduamente Biancorosso Giappone e le cui visite ricambiavo con piacere. Dopotutto, scrivevamo entrambe con passione di cose giapponesi e vantavamo un’appartenenza ad una grande comunità senza confini di chi aveva semplicemente qualcosa da raccontare.
Scrivere…per esserci
Mi lascio la parentesi nostalgica alle spalle e continuo a scrivere, nonostante a volte mi chieda se abbia senso continuare a farlo. C’è qualcuno che ancora mi legge? C’è qualcuno che ancora apprezza i ritmi lenti dei blog con le loro storie che sgorgano da un vissuto o dall’estro di ancora sa navigare tra i labirinti della fantasia e dell’immaginazione?
Per il momento sono qui e dunque, scrivo.
Ci rileggiamo al prossimo articolo dove, per l’occasione, tornerò in cucina.
In questo approfondimento storico esploriamo la vicenda dei cristiani nascosti e degli esiliati a Giacarta nel XVII secolo che merita di emergere dalla coltre polverosa nella quale, lentamente e inesorabilmente, scivolano un po’ tutte le cose del passato.
Ci separano quasi quattrocento anni da quei fatti ma, converrete con me, i sentimenti che li animano sono sempre attuali perché propri dell’essere umano. Poco importano, dunque, l’epoca o la zona geografica.
Prima di aprirvi le porte verso questa toccante vicenda, tuttavia, occorre contestualizzare il periodo storico in cui essa si dipana.
La nostra storia si svolge intorno al 1630. Il Giappone, in quel periodo, aveva raggiunto l’unificazione da circa tre decenni. Tuttavia, il Paese era ancora immerso in una fase di assestamento e transizione verso la stabilità dopo le lunghe guerre tra daimyō (signori feudali), del periodo precedente denominato non casualmente 戦国時代 Sengoku-jidai, ovvero il periodo degli Stati belligeranti. Insomma, benché questi processi richiedano tempo, cominciava a profilarsi finalmente un periodo di relativa tranquillità e ordine dopo così tanta sofferenza. Era infatti iniziata la Pax Tokugawa, un lungo periodo di circa due secoli e mezzo nonché ultimo governo feudale del Paese che sancì la fine del Vecchio Giappone. Era un po’ come se, presagendo che la propria fine non si sarebbe fatta attendere a lungo, si volesse uscire di scena con garbo e dignità prima di consegnare il Paese a nuovi impulsi, nuovi volti, nuove idee. Forse non si sarebbe potuto fare altrimenti: il nuovo premeva per avanzar espingendo bruscamente da un lato tutto ciò che era stato.
L’arrivo dei portoghesi in Giappone
L’arrivo dei portoghesi in Giappone. Artista sconosciuto.
Una delle questioni più spinose del periodo, e che avrebbe caratterizzato il clima nel quale si sviluppò la vicenda protagonista, è proprio il complesso rapporto tra giapponesi ed europei per la cui comprensione occorre andare ulteriormente a ritroso nel tempo.
I primi europei ad approdare in Giappone furono i portoghesi, nel 1543. Qualcuno sostiene che ci fossero già stati tentativi precedenti a quella data ma il 1543 è ufficialmente riconosciuto come l’anno in cui i portoghesi attraccarono nel porto di 種子島 Tanegashima, un’isola nella zona meridionale del Kyūshū, segnando così il primo ingresso di europei su suolo nipponico.
Questi primi portoghesi giunsero in Giappone arrivando dalla Cina meridionale e per questa ragione vennero soprannominati 南蛮 nanban ossia i barbari del sud, un termine originariamente usato dai cinesi (i quali, ricordiamolo, definivano il proprio Paese come il Regno di Mezzo) nei confronti delle popolazioni del Sud-est asiatico.
In seguito, il termine nanban fu utilizzato per etichettare non solo i forestieri ma anche oggetti di artigianato e tessuti realizzati in foggia occidentale o con uno stile insolito ed esotico.
Questa stessa parola si trova anche in riferimento a determinati piatti con possibili legami portoghesi; a tal proposito, mi viene in mente il celebre チキン南蛮 chikin-nanban, ovvero il pollo Nanban, un famoso piatto di pollo fritto accompagnato da una salsa agrodolce e salsa tartara. Il piatto avrebbe origini decisamente più recenti, infatti pare sia stato inventato intorno agli anni Cinquanta del Novecento, ma il suo collegamento coi portoghesi è dovuto alla compresenza di frittura e aceto che suggella il legame coi portoghesi del tempo i quali, tra le varie pratiche, importarono la tecnica del 南蛮漬け nanban-zuke: carni (o pesci) fritti e poi marinati in una salsa agrodolce. Insomma, come lo chiamano sia gli spagnoli sia i portoghesi, il celebre escabeche. Uno stretto parente, dunque, del nostro piemontesissimo carpione!
In merito alle influenze portoghesi sulla cucina giapponese non si può non citare la celebre tenpura di cui vi ho raccontato qualcosa proprio qui.
Lasciamo da parte, per ora, queste gastro-divagazioni e ritorniamo a questioni più ampie.
Commercio, armi e religione
L’arrivo di un bastimento portoghese in Giappone. Dipinto con inchiostro e oro su paravento a sei pannelli. L’opera risale intorno al 1620-1640 circa. Proprietà dell’Asian Art Museum, The Avery Brundage Collection.
Questi barbari del sud, nel tempo, avrebbero introdotto i giapponesi ad un nuovo flusso commerciale, alle armi da fuoco ma anche ad un nuova dottrina che presto sarebbe stata considerata come sovversiva e pericolosa: il cristianesimo.
種子島鉄砲 Tanegashima-teppō: l’archibugio sviluppato dagli armaioli giapponesi sul modello portoghese. Fonte immagine.
Sul piano religioso, infatti, solo sei anni dopo l’arrivo di quei primi portoghesi a Tanegashima (il nome della località venne in seguito utilizzato per denominare la variante giapponese dell’archibugio), il neonato ordine dei Gesuiti iniziò ad inviare dei missionari tra cui lo spagnolo Francesco Saverio, considerato santo dalla chiesa cattolica in seguito alla proclamazione del 1622 ad opera di Papa Gregorio XV, e molti altri predicatori che, per poter condurre al meglio la propria attività di evangelizzazione, spesso si fermavano lì per qualche anno.
Francesco Saverio, in un’illustrazione giapponese contemporanea. Fonte. L’immagine riporta la trascrizione in katakana del nome spagnolo del missionario: Furanshisuko Zabieru (Francisco Javier).
Questi primi missionari mostrarono un particolare entusiasmo nei confronti del Giappone perché lì trovarono in un primo tempo un ambiente accogliente, popolato da persone generose e di mentalità aperta anche se, è giusto precisarlo, all’inizio ci fu una certa diffidenza da parte dei giapponesi. Dopotutto, la barriera linguistica, le diverse abitudini e le notevoli differenze nelle fattezze fisiche dei nuovi arrivati erano aspetti difficili da ignorare. I giapponesi, così abituati all’etichetta e alle formalità, rimasero esterrefatti davanti ai modi di fare di questi sconosciuti. Alcune cronache del tempo raccontano dell’abitudine dei portoghesi di mangiare con le mani, della loro sconcertante inettitudine con le bacchette e della loro tendenza ad esprimere apertamente le proprie emozioni. Analogamente, cronache portoghesi dell’epoca riportano un notevole senso di stupore per la scoperta di una civiltà regolata da un complesso apparato di norme sociali e dotata di un sistema di scrittura straordinariamente sofisticato.
Insomma, i primi erano perlopiù scandalizzati mentre i secondi sembravano del tutto… affascinati!
Diffusione del cristianesimo
Superate queste diffidenze iniziali, i rapporti bilaterali presto si consolidarono grazie soprattutto al commercio, allo scambio di nuove conoscenze e alla curiosità reciproca. Sul piano commerciale, i portoghesi seppero sfruttare le tensioni tra Cina e Giappone in veste di intermediari negli scambi tra i due Paesi utilizzando la Via della Seta marittima.
Prima i commercianti e poi i religiosi lasciarono un’indelebile impronta nel tessuto sociale giapponese, nel bene e nel male.
All’inizio i giapponesi accolsero la predicazione cristiana con interesse e senza particolari timori. Dopotutto, questa nuova dottrina pareva loro una variante delle tante sette religiose buddiste ampiamente diffuse ed attive su tutto il territorio. Successivamente il cristianesimo venne addirittura rivisto in una sorta di chiave strategica ovvero come un modo per dar contro – spiritualmente e politicamente – alla crescente influenza dei monaci buddisti (Reischauer).
L’opera di proselitismo diede risultati piuttosto considerevoli: pare, infatti, che i convertiti giapponesi al cristianesimo fossero intorno ai trecentomila, all’inizio del XVII secolo. Questi nuovi cristiani provenienti da vari strati della popolazione: dalla classe contadina a quella dei guerrieri. Molti daimyō del Kyūshū, ad esempio, accettarono la nuova religione per convinzione oppure per ottenere particolari vantaggi nei rapporti commerciali con gli occidentali.
Prima amore e poi…odio
Il daimyō 豊臣秀吉 Toyotomi Hideyoshi, in un’illustrazione. Fonte.
La fase da luna di miele tra i giapponesi e il cristianesimo subì una prima e brusca frenata nel 1587 quando 豊臣秀吉 ToyotomiHideyoshi, il daimyō più potente dell’epoca, cominciò a guardare con sospetto questa nuova religione straniera che sembrava più uno strumento politico con cui acquisire consensi e potere che non una semplice ed innocua alternativa alle sette buddiste. Se lo sentiva: c’era dell’altro, qualcosa di calcolato e astuto in tutta questa predicazione scaltramente sempre più capillare. Si convinse, dunque, dell’urgenza di intervenire.
L’atteggiamento guardingo del daimyō, tuttavia, non scaturì dal nulla o da un suo capriccioso preconcetto anti-cattolico. La sua fu una reazione di esasperazione maturata nel tempo e provocata soprattutto dai continui scontri tra i missionari gesuiti e i monaci buddisti: tra questi due gruppi svanì l’obiettivo di un costruttivo dialogo interreligioso e al suo posto emerse una prolungata ed aspra diatriba. Al centro di questa polemica affiorava l’atteggiamento sprezzante dei missionari che biasimavano pesantemente i monaci per varie ragioni. Innanzitutto, i monaci rappresentavano ovviamente un ostacolo agli sforzi di evangelizzazione. Inoltre, essi seguivano pratiche che i missionari ritenevano indiscutibilmente deplorevoli. Non entrerò nel dettaglio di queste controversie ma vorrei ricordare ad esempio l’idolatria (es. venerazione di statue), l’adesione ad un sistema di superstizioni, l’uso di talismani o l’abitudine di alcuni monaci di vivere nel lusso.
I giapponesi erano perfettamente al corrente, ad esempio, di come gli spagnoli avessero introdotto il cristianesimo nelle Filippine a mo’ di cavallo di Troia con cui si assicurarono poderose conquiste politiche. Temevano, dunque, che se non avessero agito per tempo, anche a loro sarebbe toccata una sorte simile.
Toyotomi Hideyoshi quindi assunse una posizione netta e incontrovertibile contro questa nuova religione, vietando ufficialmente il cristianesimo e condannando a morte ventisei cristiani, diciassette dei quali erano convertiti. Scelse crudelmente – e certamente non a caso – la modalità di esecuzione: la crocifissione.
Qualche anno più tardi il daimyō Ieyasu Tokugawa cercò di allentare un po’ le tensioni assumendo un atteggiamento più clemente verso i cattolici ma, in seguito a crescenti disordini, tra il 1606 e il 1612 la situazione degenerò irreparabilmente. Risalgono, infatti, a questo periodo gli editti più rigorosi che spianarono la via a vere e proprie persecuzioni. Da quel momento, zero tolleranza: i missionari vennero sistematicamente cacciati e i convertiti obbligati all’abiura o al martirio.
Tutti coloro sospettati di essere cattolici venivano condotti davanti ad una miniatura in ferro che riportava il crocifisso oppure un’immagine della Madonna. Al presunto fedele veniva ordinato di calpestare l’immagine e rinnegare così la fede cattolica. L’alternativa era la pena di morte. Le miniature usate a questo scopo si chiamavano 踏み絵 fumi-e (immagini da calpestare).
Va ricordato però che questi accanimenti, di cui il più grave sarà la rivolta di Shimabara del 1637, non riuscirono nell’intento sperato, ossia nell’estirpazione assoluta dei cattolici. In risposta a queste oppressioni, fiorirono gruppi di convertiti che professavano il cattolicesimo di nascosto. Questi fedeli costretti a praticare la propria religione in clandestinità venivano chiamati col nome di 隠れキリシタン Kakure Kirishitan (cristiani nascosti). Questo culto nascosto dei Kakure Kirishitan diede in seguito vita ad un fenomeno assai curioso di commistione tra i precetti del cristianesimo e quelli del buddismo, dando origine ad una sorta di ibrido dottrinale che ricorda il sincretismo cristiano-pagano dell’epoca romana.
Il cristianesimo fu ufficialmente messo al bando e il governo dello shōgun ordinò l’espulsione dal Giappone di tutti i portoghesi e spagnoli, commercianti o religiosi che fossero, dichiarando l’intenzione di voler mantenere rapporti solo ed esclusivamente con inglesi e olandesi. Con quest’ultimi, in particolare, i giapponesi svilupperanno un affascinante rapporto molto complesso.
La fase del Sakoku e il rapporto con inglesi ed olandesi
La proibizione della predicazione cristiana, la cacciata di spagnoli e portoghesi e la chiusura quasi totale ai contatti verso l’esterno condussero il Giappone in una fase isolazionista chiamata 鎖国 Sakoku (Paese incatenato, chiuso a chiave) che sarebbe durata fino all’inizio della seconda metà dell’Ottocento con l’arrivo delle famigerate 黒船 kurofune, ossia le navi nere del Commodoro Matthew Perry, ufficiale di marina statunitense che fu strumentale nella riapertura del Giappone all’Occidente.
Il Sakoku non solo limitò drasticamente gli scambi commerciali con altri Paesi ma, nel tentativo risoluto di impedire qualsiasi nuovo contatto con il cristianesimo, ai giapponesi fu vietato recarsi all’estero e nessun giapponese all’estero poteva fare ritorno in patria. Con le punizioni non si scherzava. Le pene per i trasgressori di queste leggi era sempre e solo una: la morte.
Per disincentivare qualsiasi tentativo di fuga, era inoltre proibita la costruzione di navi in grado di affrontare viaggi oltreoceano. Il drastico limite agli scambi commerciali, di cui si faceva menzione poc’anzi, permetteva l’accesso ad una sola zona: il porto di Nagasaki, in particolare l’isola artificiale di Dejima e la cittadina di Hirado. Qui erano ammessi scambi, molto selezionati e controllatissimi, solo con olandesi e inglesi.
Se si volesse trasporre ai giorni nostri questa forma così radicale di isolazionismo, per quanto i contesti e le ideologie soggiacenti siano diversi, si dovrebbe prendere in esame la Corea del Nord, Paese che ancora adesso segue un modello di Sakoku contemporaneo attraverso la stretta osservanza dei principi della dottrina Juche che impone limiti per noi quasi impensabili.
William Adams, conosciuto anche col suo nome giapponese 三浦按針 Miura Anjin.
Gli inglesi, nella figura del navigatore William Adams diventato poi consulente personale del daimyō Tokugawa Ieyasu, convinsero ulteriormente le autorità giapponesi a non fidarsi del modus operandi dei portoghesi e degli spagnoli i quali, come si è visto, si servivano della religione per prendere il controllo di un territorio. Inglesi e olandesi furono accolti come partner commerciali perché, sebbene di fede cristiana, erano protestanti e senza il benché minimo interesse nell’opera di evangelizzazione. Questo fatto rassicurò non poco le autorità giapponesi che, infatti, li premiarono con questo accesso privilegiato a Nagasaki, chiedendo inoltre fedeltà al daimyō.
Nel 1623 gli inglesi decisero però volontariamente di ritirarsi dal Giappone lasciando il campo libero agli olandesi i quali restarono gli unici (oltre qualche sporadica visita da parte di commercianti cinesi) a gestire l’avamposto di Dejima e Hirado attraverso la propria sede della VOC – la Compagnia Olandese delle Indie Orientali.
Questa esclusività riservata agli olandesi permise il fiorire di uno scambio di merci preziose (seta, argento, ceramiche, microscopi e armi) ma anche uno scambio di conoscenze che avrebbero influito notevolmente sulla lingua giapponese e sui saperi di vari ambiti (medico, giuridico ecc.). Il giapponese custodisce ancora molte parole di origine olandese: penso ad esempio a ランドセル randoseru (dall’olandese ransel) ovvero zainetto e レトルト (dall’olandese retort) ossia una busta sterilizzata usata come contenitore per piatti precotti. Nel periodo Edo infatti si sviluppò un campo di studi chiamato 蘭学 rangaku, ovvero l’insieme di conoscenze tecnico-medico-scientifiche occidentali acquisite grazie ai contatti con gli olandesi durante il Sakoku.
Un manuale di rangaku ad opera di 杉田玄白 Sugita Genpaku (di cui vedete il ritratto a sinistra), medico e studioso nonché fondatore di questo particolarissimo campo di ricerca. Sugita conosceva molto bene, naturalmente, la lingua olandese. Fonte immagine.
La presenza olandese rimase stabile a Dejima in maniera ininterrotta per tutto il periodo Edo, fino alla Restaurazione Meiji in cui semplicemente aprirono nuove sedi dei propri uffici anche a Yokohama.
L’influenza della cultura, lingua e saperi olandesi sul Giappone è stata immensa ed importantissima.
Le due immagini sono tratte da un libro della mia collezione, intitolato 「江戸の料理 e 食生活」Edo no ryōri to shoku-seikatsu. Cucina e abitudini alimentari del periodo Edo.
Specialità della cucina olandese di capodanno, a Dejima (Nagasaki)Olandesi a tavola. Notare come i signori siano seduti sulle sedie quindi all’occidentale. La loro tavola è perlopiù imbandita con piatti di carne suina proveniente da maiali appositamente allevati nei dintorni di Nagasaki, per gli olandesi.
Torniamo a noi…
Questa lunga premessa era necessaria per preparare il terreno della nostra narrazione. Senza questo preambolo non riusciremmo a cogliere appieno l’atmosfera e le dinamiche che hanno caratterizzato la vicenda che sto per raccontarvi.
Tra le proibizioni previste dal Sakoku ve n’era una particolarmente perniciosa: le unioni miste tra stranieri e giapponesi erano assolutamente vietate e quelle già esistenti – soprattutto se in presenza di figli – erano obbligatoriamente sottoposte a procedimenti di espulsione. Quindi non importava che uno dei genitori (generalmente la madre) e i figli fossero nati in Giappone: se in questi figli scorreva sangue misto allora l’esilio era inevitabile. Non ne parliamo se poi, oltre il patrimonio genetico non favorevole, ci fossero anche convinzioni religiose sgradite alle autorità! Una ragione in più per allontanare queste presenze indesiderate.
Con l’inasprimento delle politiche del Sakoku, iniziò parallelamente la crudele disgregazione di famiglie che si ritrovarono spezzate senza possibilità alcuna di appello.
Esilio a Jagatara
Ma qual era il luogo dell’esilio? Dove venivano mandate queste famiglie?
In questa cartina si può avere un’idea della distanza tra i due Paesi arcipelago. Giacarta è ubicata sulla costa nord-occidentale dell’isola di Java.
A Batavia, il nome che gli olandesi avevano assegnato alla città di Giacarta in Indonesia. Il vecchio nome giapponese della città però è Jagatara perché proveniva dal toponimo in lingua portoghese, Jacatra. Per evitare confusione, tuttavia, utilizzerò il toponimo olandese Batavia per indicare la città e Jagatara per riferirmi alle lettere.
Jagatara-bumi ジャガタラ文 – che è il titolo di questo articolo e di questa storia – significa Lettere di Giacarta perché a testimonianza di queste tristi e dolorose pagine della storia giapponese esistono ancora alcuni esemplari di sofferti carteggi tra gli esiliati a Giacarta e i loro parenti in Giappone.
Jagatara Oharu: un’esule italo-giapponese
Statua raffigurante il volto di Jagatara Oharu, nella piazza del porto di Hirado (Nagasaki). Fonte immagine.
Tra le tante e drammatiche storie di queste famiglie dilaniate dal dolore della separazione imposta, spicca la storia di Jagatara Oharu.
Il suo vero nome era Jeronima Haru Marino (prese poi il cognome Simonsen sposando un funzionario olandese della VOC, anch’egli in esilio a Batavia) ed era nata a Nagasaki intorno al 1625 (l’anno di nascita non si sa con certezza). D’ora in poi mi riferirò a lei usando il nome con cui è conosciuta: Oharu.
Il padre di Oharu era un marinaio genovese di nome Niccolò Marino che lavorava su una nave mercantile portoghese. Ad un certo punto, però, per ragioni non molto chiare, pare che si allontanò dai portoghesi scegliendo di lavorare a stretto contatto con inglesi e olandesi. Egli, approdato in Giappone, si era innamorato della figlia di un mercante di Nagasaki che conosciamo soltanto col suo nome cristiano di Maria da cui ebbe due figlie: Oharu e la più grande, Oman (il cui nome era Madarena o Maddalena). La famiglia Marino risiedeva a オランダ坂 Oranda-zaka (lett. collina olandese), una bellissima strada in pendenza, situata nel quartiere di Higashi-yamate, nella città di Nagasaki.
Un’illustrazione molto evocativa di Oranda-zaka. Il disegno è opera di C)Yotaro Tujimoto/ARTBANK. Fonte.
Purtroppo però Niccolò si ammalò gravemente e morì quando la piccola Oharu aveva solo nove anni.
Dopo la morte del marito, Maria e i suoi figli dovettero trasferirsi nella casa di suo fratello Shichibei che viveva nel quartiere di 酒屋町 Sakaya-machi, a Nagasaki. Purtroppo qui però accadde un primo fatto doloroso. Oharu aveva dei bellissimi capelli rossicci, una testimonianza genetica delle sue origini europee. A causa del crescente clima di ostilità verso gli stranieri e i figli di coppie miste, Shichibei espresse una certa preoccupazione nell’ospitare questa nipote in particolare che aveva fattezze innegabilmente occidentali. Fu quindi deciso di mandarla a vivere a casa di un parente molto influente e con importanti agganci governativi. Questa soluzione avrebbe consentito alla bambina di vivere un po’ più protetta in questo clima decisamente difficile. Oharu si trovò bene a casa di questo parente che aveva due figli più o meno della sua stessa età e con cui legò immediatamente.
Uno dei due figli, Heikichi, divenne una sorta di fratello maggiore per Oharu difendendola dal bullismo da parte di altri bambini del quartiere e insegnandole a leggere e scrivere.
Le ostilità si intensificano: la rivolta di Shimabara
La sanguinosa rivolta di Shimabara del 1637-1638 rappresenta il punto di massima gravità nei rapporti ormai compromessi tra le comunità cristiane e le autorità giapponesi. Questo fu l’evento che mise definitivamente la parola fine alla tormentata esperienza del cristianesimo in Giappone. Più di ventimila contadini di fede cristiana, esasperati dalle continue persecuzioni e da una tassazione progressivamente sempre più insopportabile, tentarono una ribellione scegliendo come quartier generale un vecchio castello di Shimabara, sull’isola di Kyūshū. La ribellione però fu prontamente repressa con l’uccisione di tutti coloro che erano insorti.
Dopo la rivolta, le comunità cristiane non scomparvero ma continuarono a praticare la propria religione di nascosto. V. i KakureKirishitan di cui ho già scritto in questo articolo.
島原城 Shimabara-jō. Il castello di Shimabara. Fonte immagine.
Ai tempi della rivolta di Shimabara, Oharu aveva circa dodici anni. Era chiaro che ormai la situazione fosse drammatica. Le punizioni inflitte ai convertiti e le espulsioni degli stranieri (oltre ai giapponesi sposati con occidentali) procedevano ad una velocità sconcertante, a tal punto che Riemon – il parente presso cui Oharu era ospite – disse alla bambina che si sarebbe dovuta preparare a lasciare il Giappone. Ormai era evidente che nemmeno gli importanti agganci del parente avrebbero più potuto proteggerla dai rastrellamenti in corso. Provo ad immaginare lo spavento e la tristezza nel cuore di questa bambina che non aveva alcuna colpa se non quella di essere per metà italiana. Dalle cronache però sappiamo che Oharu accettò docilmente la situazione trovando conforto nella sua fede religiosa.
La partenza: l’addio al Giappone
La stazione commerciale olandese di Hirado, nonché sede della VOC, da cui partì Oharu. Fonte immagine.
Il momento tanto temuto arrivò nell’ottobre del 1639, più precisamente il 15 del mese. Oharu si preparò a partire assieme a sua madre, a sua sorella Oman e al figlio di questa che si chiamava Mankichi. Al gruppo si unirono anche tre famiglie di origine straniera. Vennero mandati a Hirado, alla sede del trading post (la stazione commerciale) olandese dove attesero per due settimane l’arrivo di ulteriori istruzioni.
Tipica imbarcazione olandese del periodo
Dopo le due settimane trascorse nell’angoscia a Hirado, Oharu e gli altri salirono a bordo della Breda, una nave olandese che li avrebbe portati in esilio.
La stazione commerciale olandese di Hirado. Da qui Oharu vide per l’ultima volta il mare giapponese e sentì i profumi della sua terra. Frammenti della sua ultima vita giapponese. Fonte immagine.
La nave Breda, dopo aver fatto una sosta intermedia all’isola di Formosa (il nome che i portoghesi diedero all’odierna Taiwan), ormeggiò nel porto di Batavia il 1 gennaio 1640, dopo due mesi di viaggio.
Non si sa esattamente quanti siano stati in totale gli espulsi esiliati a Batavia ma da una dichiarazione del Governatore Generale di Batavia del giorno 8 gennaio 1640 pare fossero circa quattrocento (Shiraishi).
La vita a Batavia
Nonostante le tristi circostanze che caratterizzarono questo trasferimento non voluto, l’accoglienza verso i giapponesi a Batavia fu molto calorosa.
Oharu, sua sorella Oman e le altre donne di cui si hanno notizie piuttosto frammentate, riuscirono a stabilirsi in una vita piuttosto agiata. Oman si risposò con un commerciante giapponese molto ricco che viveva a Batavia e nella loro casa andarono a vivere anche Oharu e la madre Maria.
Oman, purtroppo, si ammalò e morì circa un anno dopo il matrimonio.
Il 29 novembre 1646 Oharu si sposò con Simon Simonsen, un impiegato della VOC, la compagnia olandese delle Indie occidentali, che era nato a Hirado e si trovava tra gli esiliati a Batavia. Simon seppe sfruttare le sue capacità ed esperienza maturata alla sede della VOC di Hirado e fece una gran carriera diventando capo delle dogane olandesi, a Batavia. Questo consentì ai coniugi Simonsen di vivere una vita molto agiata, probabilmente molto di più di quanto non lo sarebbe stata se fossero rimasti a Nagasaki. Chissà.
Anche Simon, purtroppo, morì molto giovane all’età di 46 anni. Oharu, invece, visse fino a 67 anni lasciando una ricca eredità ai suoi figli e anche ai suoi domestici.
Presso la stazione commerciale olandese di Hirado c’è un museo dedicato a Oharu e agli esiliati a Batavia. Tra gli oggetti esposti vi è un dipinto che raffigura una donna giapponese di nome Cornelia, esiliata a Batavia poco tempo prima di Oharu. Da questo dipinto possiamo vedere lo stile di vita agiato di Cornelia dagli abiti che indossa e dal fatto che avesse anche la servitù (raffigurata alla sua sinistra, in un angolo più scuro del dipinto).
Cornelia è la donna che indossa la gonna rossiccia, a destra di quell’uomo dalle fattezze olandesi nonché suo marito. Fonte immagine.
Jagatara-bumi: le lettere
Una bellissima bambola che raffigura la nostra Oharu dai capelli rossi, con in mano un pennello e una delle sue lettere. Fonte immagine.
Di questa triste vicenda colma di ingiustizie, restano dei frammenti di lettere. Gli esiliati a Batavia, soprattutto le donne giapponesi, cercarono in tutti i modi di comunicare con i loro familiari. Proviamo ad immedesimarci nell’angoscia di chi, strappato forzatamente dalla propria terra, si ritrova in un luogo lontano senza la possibilità mai più né di dare proprie notizie né di far ritorno a casa. Ricordiamo infatti che agli esiliati, anche se giapponesi, era proibito far ritorno in patria e nessun giapponese poteva lasciare il proprio Paese, nemmeno per un breve periodo. La pena prevista per chi trasgrediva era la più severa: la morte.
Le donne giapponesi esiliate a Batavia, tra cui Oharu e altre, tentarono nel tempo di inviare loro notizie attraverso delle lettere che consegnavano ai capitani delle navi mercantili dirette a Nagasaki. Le lettere non erano consentite quindi bisognava sperare nella complicità di qualche membro dell’equipaggio e nella bontà eventualmente di chi le avrebbe trovate, una volta giunti a destinazione. Con la stessa difficoltà qualche volta arrivavano anche le risposte dal Giappone. Nei casi più fortunati, le lettere riuscivano anche ad essere accompagnate da doni e oggetti vari che si desiderava arrivassero ai propri cari, a Nagasaki o a Batavia che fosse.
Una delle lettere presumibilmente di Oharu, indirizzata ai suoi cari a Nagasaki.
I viaggi, inoltre, non erano frequenti e spesso a causa del maltempo le navi naufragavano perdendo tutto: merci, lettere e spesso anche la vita di chi compiva queste rischiose traversate.
Una delle lettere di Oharu, tra le pochissime arrivate a noi, è la seguente:
“Ottobre, un tramonto in cui soffia il vento di fine anno, il cielo e il mio cuore sono entrambi desolati. In questa sera in cui l’autunno finisce con il suono della pioggia autunnale, il giorno in cui lascio il mio villaggio è l’ultimo. La terra che ho raggiunto dopo un lungo viaggio è lontana, E solo le parole delle lettere inviate in ritardo possono trasmettere il mio amore, anche se non riescono a raccontarlo del tutto. Sebbene il Giappone sia lontano, notte dopo notte lo vedo nei miei sogni.”
Oharu morì a 67 anni, senza mai più poter rivedere il suo amato Paese.
Tra le pochissime Jagatara-bumi rimaste vorrei anche ricordare quella di una donna giapponese di nome Koshoro. Di lei non sappiamo nulla, se non appunto il nome con cui ha firmato la lettera. La particolarità della lettera di Koshoro è l’astuzia con cui decise di realizzarla.
La struggente quanto ingegnosa lettera di Koshoro
Questa donna di nome Koshoro scrisse una lettera su una fukusa (una specie di bustina) patchwork in un tessuto che si chiama chintz, una particolare stoffa di cotone decorata e nota in giapponese come 更紗 Sarasa.
La Jagatara-bumi di Koshoro è indirizzata ad una persona di nome Uba-sama di cui non si conosce l’identità. Ecco le parole di Koshoro:
“ Oh Giappone, oh Giappone Dopo averti lasciato per capriccio, sei diventata una patria alla quale non potrò mai tornare, non riesco a trovare pace. Piango fino a farmi gonfiare gli occhi, senza sapere se sia un sogno o realtà. Con nostalgia per la mia patria, ti mando un pacchetto di tè.
Oh Giappone, oh Giappone“
Dettaglio della lettera / involucro di Koshoro.
Ed è nella fukusa stessa che Koshoro mise il pacchetto di tè.
In conclusione
Ho voluto riportare alla luce la storia, quantomeno quel poco che si sa, della sofferenza di queste famiglie e in particolare di queste donne. Nel fare queste ricerche ho pensato molto al loro senso di solitudine, dolore e dispiacere per questo esilio così duro e senza sconti. Ho pensato a ripensato alla struggente malinconia che indubbiamente le coglieva soprattutto la sera, osservando il mare oppure la luna e ricordando i volti dei loro cari che non avrebbero mai più rivisto. L’amarezza di una punizione che nemmeno gli agi di Batavia seppe mai del tutto mandar via.
A loro è dedicato questo mio semplice scritto.
Questo articolo è frutto delle mie ricerche quindi del mio intelletto. Non è un testo scritto con le intelligenze artificiali.
Bibliografia
Children of the Occupation. UNSW Press, 2012. Leupp, Gary P. Interracial Intimacy in Japan : Western Men and Japanese Women, 1543-1900. London ; New York, Continuum, 2003. Reischauer, Edwin O. Storia Del Giappone. 1974. “和樂Web.” 和樂Web 美の国ニッポンをもっと知る!, 2025, intojapanwaraku.com/rock/travel-rock/270328/. Accessed 8 Feb. 2026. “平戸紀行” Hirado.nmy.jp, 2026, hirado.nmy.jp/?eid=783268. Accessed 9 Feb. 2026. 白石広子. じゃがたらお春・更紗の時代. 14 Mar. 2025. 原田信男. 江戸の料理と食生活. 1 June 2004
Sulla scia anche cronologica del mio Pagine Meiji di qualche tempo fa, ritorno a perdermi in dedali di parole passate.
Però questa volta mi lascio alle spalle i banchi di scuola e, in punta di piedi, mi dirigo verso quel gioco quasi onirico di luci e ombre, di suggestioni e di evanescenti allusioni del teatro Noh.
Una delle maschere del teatro Noh chiamata 小面 Ko-omote, nonché simbolo storico di Biancorosso Giappone.
Cos’è il teatro Noh?
Nel ricchissimo panorama artistico giapponese, il Noh (conosciuto altresì come Nō o Nōgaku, termini il cui significato comune e principale è quello di abilità o abilità artistica) si configura come un genere teatrale risalente al periodo intorno al XIV secolo d.C., nonché risultato dell’evoluzione e fusione di forme di teatro più antiche tra cui il 田楽 Dengaku e il 猿楽 Sarugaku. Il Dengaku, letteralmente musica dei campi, era un genere di musiche e danze a carattere ritualistico e propiziatorio con cui la gente del tempo cercava di ingraziarsi divinità agresti affinché queste, secondo determinate credenze, concedessero stabilità e abbondanza nei raccolti. Il Sarugaku, letteralmente musica delle scimmie, era invece un tipo di spettacolo introdotto in Giappone dalla Cina nel periodo Nara (710-794 d.C.). e accoglieva al proprio interno arti acrobatiche, danza e mimica. Insomma, una sorta di antenato del circo.
Sarugaku e Dengaku, due delle forme d’intrattenimento nonché basi di quel fertile humus artistico che in seguito favorì la nascita del teatro Noh. L’immagine, rintracciabile qui, appartiene all’archivio della 国立国会図書館 Kokuritsu Kokkai Toshokan, ossia la Biblioteca della Dieta Nazionale del Giappone.I padri fondatori del teatro Noh: Kan’ami e Zeami. Simpatica immagine tratta dal blog di Angya.
Verso la metà del XIV secolo, Kan’ami e suo figlio Zeami, entrambi attori e drammaturghi, misero a punto la teoria del Noh codificandone tecniche, canoni e segreti attraverso una serie di trattati ancora oggi considerati essenziali. In questa loro opera di regolamentazione, Kan’ami e Zeami seppero fondere abilmente elementi del Dengaku e Sarugaku con quelli della società samuraica e della cultura buddista zen riuscendo così a conferire uniformità, signorilità ed elevatezza ad una forma artistica che continua ancora oggi nella sua missione incantatrice.
Chi fosse interessato ad approfondire, consiglio la lettura de Il segreto del Teatro Nō di Zeami Motokiyo, edito in Italia da Adelphi, che riunisce i più importanti scritti del figlio di Kan’ami. Zeami non scrisse questo trattato con intento divulgativo ad ampio raggio; al contrario, desiderava rimanessero nella stretta cerchia dei discendenti della sua famiglia in quanto preziosa raccolta di veri e propri segreti professionali. Questi scritti restarono infatti avvolti nel mistero di una riservatezza iniziatica per molti secoli e fu solo all’inizio del Novecento che questi vennero alla luce e cominciarono ad essere oggetto di studio accademico.
Il concetto di Hana
È impossibile avventurarsi nell’intricata quanto ammaliante dimensione del teatro Noh senza prima o poi trovarsi a cercare di cogliere il senso profondo del concetto di fiore, o 花 Hana, teorizzato da Zeami.
Un’idea complessa e sfuggente che però si potrebbe tentare, seppur goffamente, di incapsulare in poche e limitanti parole: la manifestazione sul palco di uno stato di grazia dell’attore in cui s’incontrano, in una condizione d’armonia, il suo spirito e l’energia che da esso riverberano.
È quel fenomeno per cui a volte grandi attori, del cinema o del teatro, ci sembrano soavemente essere un tutt’uno con il ruolo che interpretano. Come se l’imperatore sul palco fosse davvero il sovrano in persona e non un attore che semplicemente finge. E davanti al manifestarsi del fiore noi spettatori restiamo quasi senza fiato.
Zeami, però, ci mette in guardia dal confondere il falso fiore, dato dalla freschezza e giovinezza dell’attore, dal vero fiore come frutto di uno sforzo artistico consapevole.
E quella segretezza dei contenuti che Zeami tentò di proteggere era, secondo il drammaturgo, alla base della magia del fiore: se l’essenza di Hana fosse stata svelata liberamente questa non avrebbe avuto più effetto poiché è nella sua inaspettatezza che risiede il suo incanto.
Ma in cosa consiste questo Noh?
Per letture più approfondite e certamente più autorevoli, vi rimando ad esempio al sito ufficiale: The-Noh.com .
Nel suo processo evolutivo, il Noh ha acquisito una sua originalità che lo annovera tra le cosiddette arti autoctone come ad esempio il Kyōgen 狂言 (a cui farò cenno a breve), il formidabile teatro delle marionette noto come Bunraku 文楽 e il celebre Kabuki 歌舞伎.
Un attore di Noh. Immagine di Illust AC.
Queste arti visive hanno come comune denominatore la rappresentazione del cambiamento sociale del Giappone, da un punto di vista politico e culturale. Il Noh e il Kyōgen appartengono ad un’epoca in cui l’influenza cinese era ancora prevalente mentre Bunraku e Kabuki sono frutto del periodo di lungo isolamento del Giappone cioè tutto il Periodo Edo, dal 1600 (battaglia di Sekigahara) al 1868 (Restaurazione Meiji).
Allegoria e mimesi
Comunque sia, aderiscono tutte fedelmente ai principi della drammaturgia asiatica che predilige un racconto attraverso simbolismi ed allegorie quindi in netta contrapposizione all’approccio aristotelico della mimesi che invece caratterizza il teatro occidentale. Insomma, interpretazione allegorica da una parte e imitazione della realtà dall’altra.
Nell’immagine: La danza della gru. Momento di particolare emozione nel corso dell’opera Noh intitolata 鶴亀 Tsurukame (Gru e Tartaruga), ambientata nella Cina sotto la dinastia Tang (VII-X secolo d.C.). In occasione dei festeggiamenti per l’anno nuovo, viene annunciato l’ingresso in pompa magna dell’Imperatore al Palazzo della Luna. Ecco dunque che hanno inizio delle danze i cui protagonisti sono due animali ben auguranti nella mitologia asiatica: la gru e la tartaruga. I due amati animali danzano per augurare lunga vita all’Imperatore il quale, in questa gioiosa atmosfera di musica e balli, si unisce a loro nei festeggiamenti prima di ritirarsi e ritornare al Padiglione di Vita Eterna. Foto di un piccolo dipinto di mia proprietà acquistato a Tōkyō.
Sono proprio le atmosfere oniriche e allegoriche del Noh, abitate da personaggi ieratici che si muovono con movimenti precisissimi e col caratteristico passo strascicato (il すり足 suri-ashi di cui trovate un breve esempio qui), le maschere che cambiano espressione in base ai giochi di luci ed ombre abilmente manovrati dallo shite – l’attore principale che salvo rarissime eccezioni è l’unico a cui è concesso il privilegio di indossarle, musiche di flauti e solenni ritmi di tamburi, i suoni gutturali dei canti utai a rendere questa forma teatrale unica e affascinante.
Il modello del dramma Noh e la vivacità dell’intermezzo Kyōgen
Gli spettacoli di Noh un tempo potevano durare molte ore poiché composti da numerose rappresentazioni inframezzate da momenti di Kyōgen ossia interludi comici; questi servivano a divertire e quindi ad alleggerire l’inevitabile austerità dell’atmosfera creata dal Noh. Il Kyōgen 狂言, termine che significa letteralmente parole di follia, consiste in brevi intermezzi volti a divertire il pubblico. Al giorno d’oggi una giornata al Noh non dura più così tanto ma offrirà comunque il momento effervescente di umorismo che saprà stemperare la tensione solenne e quasi ritualistica del Noh.
Un momento di irresistibile comicità del Kyōgen. Foto di proprietà di Kawanishi Yoshiki.
I drammi del Noh raccontano vicende attinte principalmente dalla letteratura classica e dalle leggende, con temi come l’amore non corrisposto, la vendetta, la malinconia legata al passare del tempo e quindi l’inesorabilità della vecchiaia. Essi rivelano ai nostri occhi la natura effimera della realtà attraverso costumi elaborati, gesti ben studiati, metafore e oggetti simbolici (basti pensare all’onnipresente ventaglio che, all’occorrenza, può diventare una scodella, un pennello da calligrafia, una capanna ma può anche rappresentare stilizzatamente delle emozioni oppure alludere a luoghi lontani, ai movimenti del vento e delle onde e molto altro).
I drammi del Noh rispettano in linea di massima un modello che tende ad articolarsi nel seguente modo: una scena di apertura in cui compare un viandante, quasi sempre un monaco (chiamato ワキ waki, cioè l’attore secondario), il quale giunto a destinazione incontra una persona del posto (lo シテ shite ossia l’attore principale) da cui si fa raccontare la storia di quel luogo. Ad un certo punto, quasi invariabilmente, il personaggio che avrà raccontato la storia di quelle terre rivelerà di essere il protagonista della vicenda narrata. Lo shite generalmente esce di scena lasciando da solo il waki sul palco, per poi rientrare successivamente mostrando le sue vere sembianze. Spesso, infatti, lo shite rivela di essere lo spirito o il fantasma di un guerriero, ad esempio. Seguono delle danze che rappresentano alcuni momenti salienti della sua vita. Il dramma si conclude con il viandante che, al risveglio da un sonno profondo, si rende conto di aver vissuto un sogno.
Hiroko-san e la sua prontezza
In un afoso pomeriggio della scorsa estate Hiroko-san era tornata nella sua casa di famiglia, quella che i giapponesi chiamano 実家 jikka, a Ōsaka. Il ritmico frinire incessante delle cicale incorniciava quell’aria pesante e umida che sapeva di legno, muffa e salsa di soia. Era arrivata il giorno precedente. Era primo pomeriggio e, dopo un rinfrescante pranzo a base di morisoba alla locanda Sarashina, proprio in fondo alla strada prima della stazione, Hiroko-san aveva deciso di sdraiarsi sul tatami nella sua stanza, davanti al piccolo ventilatore, quel vecchio Koizumi un po’ cigolante, con le pale color verde salvia, che era sicuramente più vecchio di lei ma che ancora svolgeva egregiamente il proprio compito refrigerante. Hiroko era lì, in compagnia di un bel bicchiere di mugicha ghiacciato. Aveva bisogno di riposarsi e, chissà, magari avrebbe anche schiacciato un pisolino. D’altronde, quello era il luogo dove più di ogni altro riusciva a rilassarsi completamente.
Viveva in Italia già da molti anni, nella riviera ligure di Ponente, luogo che aveva scelto proprio per la bellezza e la tranquillità rivierasche che sperava potessero aiutarla a ritrovare un suo equilibro di pace anche a così tanta distanza dal Giappone. Una sorta di giusto e balsamico compromesso per affrontare l’emozionante ma anche sempre dolorosa condizione dell’espatriato. In effetti era molto orgogliosa della sua scelta e non avrebbe barattato la sua residenza ligure per nessun’altra città italiana.
Però la sua casa a Ōsaka era il suo luogo del cuore per definizione. Era la sua jikka, dopotutto. La sua vera casa.
Il Koizumi continuava instancabilmente a mandare sbuffi d’aria, un po’ di qua e un po’ di là. Hiroko aveva bevuto quasi metà del suo mugicha, in quel bicchiere molto retrò con tanti piccoli girasoli disegnati e in cui si erano rapidamente sciolti i cubetti di ghiaccio, quando appoggiò il capo su un piccolo cuscino giallo e cominciò a chiudere dolcemente gli occhi. La stanchezza del viaggio e le tante emozioni di quelle ore avevano avuto il sopravvento.
“Hiroko!!”. “Hiroko!! Dove sei?”.
Hiroko aprì gli occhi e, nel frastornamento del risveglio da un sonnellino pomeridiano, ci mise un po’ a orientarsi. Per un attimo le sembrò quasi di essere nella sua casa nel savonese ma il canto sconsolato delle cicale, il ronzio metallico del vecchio ventilatore e le note in lontananza di una melodia enka con la voce struggente di Sayuri Ishikawa mentre canta la sua 津軽海峡冬景色 Tsugaru-kaikyō fuyugeshiki le ricordarono che era tornata a casa.
“Sì, mamma! Arrivo!”.
Sua madre, la signora Yoshiko, la chiamava dalla sua camera.
Hiroko si stiracchiò e, dopo un paio di sbadigli, si alzò e si sistemò i capelli in un veloce codino. Prima di andare dalla madre però si guardò intorno, come se fosse ancora vittima dell’incantesimo del sogno, e posò lo sguardo amorevolmente sui tanti oggetti che avevano sempre reso quella casa la sua casa: la cassettiera tansu della zia Noriko, l’orologio a pendolo che suo padre aveva acquistato a Kamakura, la collezione di volumi di mukashi-banashi che le avevano regalato quando frequentava la scuola elementare.
Quanti ricordi. Come farò mai ad andarmene da questo posto, ancora una volta? – sospirò Hiroko, sopraffatta da quel senso di gioia del presente già guastato da una punta di nostalgia futura.
Una volta giunta nell’altra stanza, Hiroko trovò sua madre impegnata in un’attività di riordino del suo armadio da cui continuava a tirare fuori oggetti di ogni sorta: abiti smessi, furoshiki sbiaditi, souvenir, suppellettili varie e riposte con la promessa del quando servirà saprò dove trovarlo.
La signora Yoshiko però, senza troppi indugi, aveva già messo da parte molte cose che – a detta sua – avrebbe buttato via senza troppi ripensamenti. D’altronde, le case, coi loro spazi talvolta segreti, promettono di custodire i nostri averi riuscendo in certi casi però a inghiottirli e farli sparire chissà dove. E allora ecco che arriva il giorno in cui riemergono cose che non ricordavamo più neppure di possedere.
“Dai, dammi una mano a portare giù quello scatolone!”, disse la signora Yoshiko a Hiroko, indicandole una grossa scatola di cartone bianca che, a giudicare dalle scritte, era stata usata in precedenza per trasportare dei mandarini.
Hiroko, incuriosita dal contenuto della scatola, vi si avvicinò con l’intento prima di tutto di sbirciare al suo interno.
“È tutta paccottiglia che sono stufa di avere in casa. È davvero incredibile quanta roba si riesca ad accumulare negli anni.”
In effetti, non sembravano esserci cose particolarmente interessanti nello scatolone: vecchi indumenti, due flaconi di profumo ormai vuoti, pile di giornali dalle pagine ormai ingiallite e incollate, volantini di negozi non più in attività da tempo, il corso d’inglese in CD-ROM che la madre aveva regalato alla figlia più piccola, delle bambole fatte a mano da chissà chi, un set di asciugamani mai usato ma avvizzito dal tempo, ninnoli e altre cianfrusaglie.
Però, guardando bene tra quella pila di vecchie riviste, Hiroko notò qualcosa con una copertina diversa da quella dei giornaletti ingialliti. Vide infatti un angolo di carta d’altri tempi:
Appoggiò lo scatolone per terra e, non riuscendo a resistere alla curiosità, volle andare a fondo.
“Mamma, ma questi non puoi buttarli!!” esclamò Hiroko dopo aver tirato fuori dallo scatolone due volumetti molto speciali.
“Sono di tanto tempo fa. Ormai…” rispose la signora Yoshiko con un sorriso diluito da una goccia di malinconia.
I libriccini che emersero dallo scatolone e che Hiroko, grazie alla sua prontezza, riuscì a salvare dal macero erano questi:
Due libretti di drammi Noh, risalenti rispettivamente al 1933 e al 1942.
Ramoscelli di susino e vendette
È certamente curiosa la coincidenza nippo-ligure che continua a ripresentarsi: prima con l’incontro, per giunta nel savonese, con Lydia Origlia e poi coi miei giorni sulla riviera di Ponente in cui trovai tracce di Giappone (che potete leggere qui). Pare che nulla – ma proprio nulla – avvenga per caso.
Ho conosciuto Hiroko qui in Italia, dapprima attraverso una corrispondenza. Era già tornata dalla sua vacanza a Ōsaka e dalla permanenza nella sua amata jikka. Dell’amicizia con Hiroko magari vi racconterò in seguito ma, venendo a sapere di questi libricini, rimasi senza parole dall’emozione!
E Hiroko, cogliendo questo mio sentimento, mi fece dono di entrambi.
I testi dei drammi scritti in elegantissima calligrafia.
Il primo dramma è: 「夜討曽我」Yōchi Soga, tradotto come Vendetta notturna dei fratelli Soga. Il libretto è del 1933. Eccolo qui:
Dramma Noh: Yōchi-Soga. Libretto stampato nel giugno dell’ottavo anno Shōwa ossia nel 1933.
Il dramma Yōchi-Soga fu scritto tra il XV e il XVI secolo dall’attore, musicista e drammaturgo Noh, Miyamasu Yazaemon Chikakata.
Yōchi-Soga racconta la vicenda di due fratelli, Jūrō Sukenari e Gorō Tokimune, intenti a vendicare la morte del loro amato padre avvenuta per mano di un certo Kudō Suketsune. Decidono quindi di partecipare ad una battuta di caccia organizzata dallo shōgun Minamoto no Yoritomo ai piedi del Monte Fuji dove sarà presente anche l’uomo che intendono assassinare.
Il prezioso volume del dramma Yōchi Soga, con la tradizionale rilegatura 和綴じ watoji di cui ho scritto qui.
L’unica preoccupazione dei due fratelli è la loro anziana madre che vive nel viaggio di Soga. Sanno perfettamente che la loro decisione li porterà a morte certa e che questo causerà dolore immenso alla loro amata madre ma ormai non è più tempo di ripensamenti. Incaricano dunque i loro servitori affinché ripartano alla volta di Soga e portino alla madre la triste notizia unitamente ad alcuni oggetti appartenuti ai figli. I servitori, obbedienti e fedeli al codice d’onore samuraico, dichiarano di non poter andare a Soga e di voler restare al fianco dei loro signori anche a costo di rimetterci la loro stessa vita. Questa loro resistenza, sebbene apprezzata viene immediatamente respinta: se dovessero disobbedire a quest’ordine, saranno prontamente diseredati.
Un brano tratto da Yōchi Soga.
Ai servitori non resta altra scelta se non quella di eseguire gli ordini. E così si incamminano verso Soga.
Quella stessa notte i due fratelli uccidono Kudō Suketsune e affrontano in battaglia i guerrieri al servizio dello Shōgun. Jūrō è il primo dei fratelli a morire seguito, poche vicissitudini più tardi, da Gorō.
Il secondo dramma, invece, s’intitola 「箙」Ebira che è la faretra dell’arciere. Eccolo:
Dramma Noh Ebira, stampato nel febbraio del diciassettesimo anno Shōwa ovvero nel 1942.
Ebira fu scritto nel XIV secolo da Zeami in persona.
Delle due opere, Ebira è la mia preferita e, guarda caso, era tra i drammi più richiesti durante il Periodo Edo.
Il dramma Ebira segue molto fedelmente il modello classico, già descritto in breve. Racconta di un monaco in viaggio verso Kyōto che si ferma nei pressi del fiume Ikuta, nell’attuale Prefettura di Hyōgo, nella regione del Kansai. Nelle vicinanze nota un susino in fiore e, mentre ne ammira la notevole bellezza, passa di lì un uomo a cui il monaco chiede il nome esatto dell’albero. L’uomo risponde dicendogli che si chiama 箙の梅 Ebira no ume ossia il Susino della faretra. Il monaco, incuriosito dal nome di quella pianta, chiede all’uomo di raccontargliene l’origine. L’uomo spiega che, al tempo della guerra tra i clan Heike e Genji per il controllo del Giappone (eventi risalenti al XII secolo d.C.), nei pressi del fiume Ikuta un guerriero di nome Kajiwara no Genda Kagesue infilò un ramoscello di susino nella sua faretra dopodiché lottò con grande coraggio.
L’illustrazione del ramoscello di susino accanto alla katana del guerriero.
L’uomo prosegue descrivendo nel dettaglio alcune scene di questa battaglia e nel frattempo cala la sera. Il monaco chiede se nelle vicinanze ci sia una locanda dover poter alloggiare ma è allora che l’uomo confessa di essere il fantasma del guerriero Kagesue. Prima di scomparire di scena, il fantasma invita il monaco a pernottare sotto il susino.
Nel cuore della notte, mentre il monaco riposa, appare improvvisamente un giovane guerriero con un ramoscello di susino nella faretra. Il monaco si sveglia e gli domanda chi sia. Il giovane dice di essere il fantasma di Kagesue. Ed è in questo momento che si impegna a descrivere la battaglia che ebbe luogo il giorno in cui infilò il ramoscello di susino nella faretra. E mentre è impegnato a descrivere il suo incontro col nemico, spuntano i primi chiarori dell’alba che segnala il risveglio del monaco e la consapevolezza che era stato tutto un sogno. Il monaco però ricorda che il fantasma di Kagesue, nel sogno, prima di svanire, gli chiese una sorta di benedizione per l’anima prima di sfumare per sempre.
Qui potete vedere una rappresentazione Noh particolarmente suggestiva del dramma Ebira, del 2022, svoltasi a Kamakura in un tardo pomeriggio piovoso di ottobre. Lo spettacolo vero e proprio inizia intorno al minuto 3:31 poiché è preceduto da un rituale shintoista dal momento che la rappresentazione ha luogo presso un santuario. La pioggia accompagna il dramma, accentuandone il fascino e quell’alterità metaforica che è irresistibile marchio distintivo del raffinatissimo Noh.
Tutti i testi su Biancorosso Giappone sono originali e frutto del mio intelletto, ricerche e traduzioni. Non uso software di intelligenza artificiale né per la creazioni dei testi né delle immagini che sono tutte di mia proprietà, salvo ove precisato diversamente.
Un mio tenugui risalente intorno agli Cinquanta, del Novecento. Prefettura del Kanagawa.
In questi giorni di agosto infagottati in una densa coltre canicolare, Torino inizia a rivendicare sé stessa: le sue strade, le sue piazze, i suoi portici, i suoi cortili segreti, i suoi cancelli austeri, i suoi lussureggianti giardini ribelli come capigliature indomite. Egoisticamente si riprende quegli spazi aggregativi che cristallizzerà in incandescenti luoghi metafisici dove si rifletteranno le ombre di monumenti e chiese.
In queste suggestioni dechirichiane, i miei pensieri vagano tra l’atmosfera indolente di una Torino agostana e quella di un vecchio Giappone che dondola tra il reale e l’onirico. Fluttua delicatamente tra una dimensione e l’altra, come sospinto dagli sbuffi svogliati che l’arietta estiva parsimoniosamente elargisce.
Ondeggia con la compostezza delicata dei tenugui stesi al sole.
Liriche fibre: i tenugui
Faccio ritorno negli incanti di stoffe giapponesi, esplorando questa volta i tenugui. La scorsa volta avevo raccontato un po’ invece dei 風呂敷 furoshiki. Proprio qui.
Partiamo dunque dall’inizio. Cosa sono i 手拭い tenugui?
Alcuni tenugui della mia collezione.
La parola tenugui è composta da 手 te che significa mano e da 拭い nugui, dal verbo nugū che significa asciugare. Quindi potremmo tradurre questo nome con asciugamano. Tuttavia, come vedremo, il tenugui è più di un asciugamano nel modo in cui lo intendiamo noi.
Si distinguono dai furoshiki essenzialmente per tre aspetti:
Il tessuto. Un tempo i tenugui erano di lino ma ormai il cotone è l’unico materiale in cui vengono realizzati. I furoshiki invece possono essere di cotone ma anche di seta o stoffe sintetiche.
La forma. I tenugui sono sempre rettangolari mentre i furoshiki sono quadrati.
Le dimensioni. I furoshiki sono disponibili in varie misure standard mentre i tenugui generalmente misurano 38cm x 90cm.
Il grazioso tenugui che mi regalò Megumi qualche tempo fa.
Un’altra caratteristica curiosa del tenugui è l’assenza di orlature: i bordi della stoffa vengono lasciati volutamente senza rifiniture permettendo così una naturale sfilacciatura del tessuto, conseguenza solitamente malvista. Ciò che può sembrare un difetto è in realtà aspetto dell’imperfezione del tenugui. Ed è proprio la sua imperfezione a renderlo unico nonché armoniosamente in linea con la filosofia del 侘び寂び wabisabi che esalta la bellezza dell’incompiutezza, dell’irregolare, del difettoso.
Le sfilacciature volute dei tenugui. Quei fili come manifestazione del wabisabi.
Le origini dei tenugui
L’attore di kabukiIchikawa Danjurō VIII, con un bel tenugui attorno al collo, nel ruolo di Banzui Chobei, in barca sul fiume Sumida. L’opera, realizzata tra il 1842 e il 1846, è intitolata 「夕すゞみ」Yūsuzumi (Prendere il fresco la sera) ed è di Utagawa Kuniyoshi. Fonte.
I tenugui sono elemento della vita giapponese da secoli. Secondo alcuni studiosi, i primi esemplari risalirebbero al periodo Heian (794-1185 d.C.) in cui però venivano usati esclusivamente dall’aristocrazia in rituali religiosi. A partire dal periodo Edo (1603-1868), grazie alla diffusione del cotone, i tenugui divennero vero elemento della vita quotidiana alla portata di tutti. In quel periodo alcuni tintori molto creativi idearono delle tecniche di colorazione dei tessuti grazie a cui i tenugui acquisirono ulteriore brio e stile.
Parallelamente a questa diffusione del cotone e dell’emergere di nuove tecniche di tintura, sbocciò la creatività della gente comune del periodo Edo che escogitò mille usi per questi bellissimi panni rettangolari.
Esattamente come successe per il furoshiki, anche in questo caso la mia straordinaria amica Ryōko mi ha regalato un prezioso libro come strumento di studio ed approfondimento sul tema:
Il libro s’intitola 「手ぬぐい使いこなしブック」Tenugui tsukaikonashi-bukku (Manuale per l’uso del tenugui), di Katō Atsuko.
In questo stupendo volumetto, l’autrice ripercorre la storia del tenugui e accompagna i lettori alla scoperta dei suoi tantissimi usi, molti dei quali retaggio diretto dal periodo Edo!
Alcuni usi del tenugui
Nel periodo Edo, il tenugui divenne da subito un panno multiuso per le pulizie di casa, come spugna per lavarsi e – a seconda del decoro e dei colori – anche grazioso accessorio con cui abbellirsi. Erano indispensabili in estate come salvietta asciuga-sudore da tenere attorno al collo, esattamente come vediamo fare all’attore Ichikawa Danjurō VIII nell’ukiyo-e riportato poco più su.
Ma oltre ad avere usi pratici, il tenugui a volte serviva anche per mandare dei segnali, dei messaggi. In alcune stampe ukiyo-e, ad esempio, capita vedere delle figure femminili che tengono un lembo di tenugui con i denti. In questo modo:
Immagine tratta dal libro di Katō Atsuko, pagina 69. Osservate come questa figura femminile tiene il tenugui. Il testo a fianco spiega che questo gesto poteva esprimere varie emozioni: un senso di imbarazzo, vergogna, frustrazione ma anche come segno di civetteria!Alcuni usi proposti dal libro: salvietta per il viso, asciugamano, copricapo, fascia per capelli, elegante involucro per regali, ecc.
L’autrice suggerisce di usarli come tovagliette per il pranzo, tovaglioli, complementi d’arredo da appendere alla parete, stoffe avvolgi-bentō, ecc.
Ad esempio, a me piace usare alcuni miei tenugui (questo in foto ha un decoro tradizionale chiamato 豆絞り mameshibori) come canovaccio con cui asciugare i piatti. Il potere di assorbenza del cotone dei tenugui è elevatissimo! Insomma, come riassettare quindi la cucina…con praticità e stile.
A me piace usarli anche come sottopentola (dopo averli opportunamente piegati più volte) o come sottobicchiere.
Un tenugui usato come sottopentola.Un altro tenugui usato come semplice sottobicchiere.
E a volte mi piace utilizzarli anche come copertina di un libro. Come ho fatto qui:
L’evoluzione dei tenugui
Nel periodo Edo, molti attori di kabuki e lottatori di sumō erano soliti farsi realizzare dei tenugui con decori personalizzati da regalare ai propri fan. Col tempo, inoltre, anche i tenugui iniziarono a riflettere la stagionalità e le ricorrenze del calendario giapponese, rispecchiando così quella sensibilità tutta nipponica per il passare del tempo e le bellezze della natura.
Alcuni dei decori nati dall’estro dei tintori del periodo Edo. Da sinistra e dall’alto verso il basso: 青海波 seigaiha: decoro ad onde marine トンボ tonbo: libellula 麻の葉 asanoha: foglia di canapa 茶かごめ chakagome: decoro cestino di bambù あじろ ajiro: vimini 唐草 karakusa: arabesco 金魚 kingyo: pesciolini rossi ひった hitta: tipo quadretti
I tenugui contemporanei continuano a rappresentare esteticamente i canoni del passato, seppur talvolta con aspetti nuovi. Io ne ho una collezione molto ristretta, certamente più limitata rispetto ai furoshiki. Tra i tenugui in mio possesso, ad esempio, ho quelli dedicati ad un importante evento culturale che amavo particolarmente: 相模大凧祭り Sagami Ōdako Matsuri cioè il festival degli aquiloni giganti di Sagami. Questo evento si svolge tutti gli anni i primi di maggio, in una zona a pochissima distanza da dove abitavo. Sul vecchio blog raccontai in maniera dettagliata una giornata trascorsa all’Ōdako Matsuri. L’evento è organizzato e coordinato da un’associazione locale i cui membri si esibiscono nell’esporre e nel far volare questi enormi aquiloni di cui io conservo ancora un esemplare, ovviamente in scala ridotta.
Il mio aquilone originale del Sagami Ōdako Matsuri. Un aquilone che ha volato nel mio amato cielo giapponese di Sagamihara.
Alcuni tenugui dedicati all’evento:
Qui è riportato il nome dell’associazione che si occupa dell’organizzazione dell’evento: 相模の大凧文化保存会 Sagami no ōdako bunka hozonkai. Associazione per la conservazione della cultura degli aquiloni giganti di Sagami. Tenugui vari tra cui quelli dell’Ōdako Matsuri. In alto a destra un tenugui personalizzato appartenuto ad una certa Kyōko-san di cui non so alcunché: fu un acquisto in un mercatino delle pulci. Il tenugui in alto a sinistra, invece, è uno dei miei preferiti: è dedicato alla consolidata tradizione giapponese del ラヂオ体操 rajio-taisō ovvero la ginnastica ritmica trasmessa attraverso i programmi radiofonici dell’emittente nazionale NHK, al mattino. Un particolare di uno dei miei tenugui prediletti dedicato agli esercizi della ginnastica ritmica, il ラヂオ体操 rajio-taisō. Se volete provare a seguire un esempio di rajio-taisō cliccate qui.
Tenugui di Muji: un tributo al dopo Fukushima
Il negozio Muji di Torino, nelle settimane successive al gravissimo incidente nucleare di Fukushima dell’11 marzo 2011 che colpì il Tōhoku, mise in vendita un tenugui molto speciale attraverso cui raccolsero fondi d’emergenza per aiutare la popolazione locale.
Ne acquistai uno che è parte della mia piccola collezione. La caratteristica, certamente non casuale, di questo tenugui è nel suo decoro: una lista di parole contenenti tutte il kanji di 力 cioè forza oppure 気 energia, spirito.
Vi sono vocaboli come 体力 tairyoku forza fisica, 風力 fūryoku energia eolica, 運気 unki destino, 義気 giki eroismo, ecc.
Breve racconto popolare: il tenugui misterioso
Quello che segue è un breve racconto della tradizione popolare giapponese, di quel genere noto come 昔話 mukashi-banashi. Il racconto è intitolato 「ふしぎな手拭」Fushigina tenugui (il tenugui misterioso) e proviene dalla Prefettura di Kōchi, a sud del Giappone, nell’isola maggiore di Shikoku.
Un pellegrino. In giapponese si chiamano お遍路さん o-henrosan.
Tanto tanto tempo fa, un pellegrino dall’aspetto molto trasandato giunse alla casa dell’uomo più ricco di un certo villaggio. Egli si fermò al cancello, intonò un inno religioso e poi chiese una piccola offerta.
La moglie dell’uomo ricco bruscamente gli disse: “Ho troppo da fare in questo momento e non ho tempo per pensare a te. Vattene.” E così lo cacciò in malo modo.
La cameriera di casa, nel vedere cosa stava succedendo, preparò di nascosto e in fretta e furia degli onigiri e corse dietro al pellegrino dicendogli: “Pellegrino, chissà quanta fame hai! Prendi questi!”, e gli porse gli onigiri.
Il pellegrino rispose dicendo: “In segno di mia gratitudine, vorrei darti questo. Per favore, prendilo”. E porse alla ragazza un tenugui bianco.
La mattina seguente, la cameriera si lavò il viso e se lo asciugò con il tenugui che aveva ricevuto in dono dal pellegrino. Quando andò in cucina a preparare da mangiare, tutti erano sorpresi nel vederla e le dissero: “La tua pelle è diventata più diafana, sei ancora più bella! Sei molto diversa da ieri!”.
La ragazza, quindi, si guardò allo specchio e si accorse di essere diventata una bellissima donna dalla pelle candida e perfetta.
“Ma come hai fatto a trasformarti così?”. Le fecero tantissime domande per carpire ogni dettaglio e così lei raccontò del giorno precedente e dell’incontro col pellegrino.
La moglie dell’uomo ricco, pentita per aver cacciato il pellegrino, disse alla cameriera che se le cose erano andate effettivamente così anche lei desiderava donare qualcosa al pellegrino. Le diede istruzioni di avvisarla non appena l’uomo avesse fatto ritorno.
Dopo breve tempo il pellegrino fece ritorno al villaggio. La cameriera lo invitò subito ad entrare e nel frattempo andò a chiamare la padrona di casa avvisandola dell’arrivo del viandante e ricordandole ciò che era successo con l’asciugamano magico.
La donna, risoluta, disse che avrebbe donato al pellegrino qualsiasi cosa volesse. Il viandante accetto i doni e in cambio regalò alla donna un obiage in segno di ringraziamento (fascia di seta per kimono).
Donna che indossa un obiage.
La donna, felicissima, non perse tempo e iniziò subito ad annodarselo intorno alla vita. Ma non fece nemmeno in tempo a rendersene conto che l’obiage si trasformò… in un serpente dalla lunga lingua rossa! Ssssssssss…ssssssssss. Nel vedere il rettile, la donna perse i sensi e cadde a terra.
La storia si conclude qui con una formula usata spesso nelle vecchie fiabe giapponesi, soprattutto quelle provenienti dalla Prefettura di Kōchi da cui ha origine questa che ho appena condiviso con voi:
昔まっこう、猿まっこう。 猿のつべは こんがりこ。
Mukashi makkō, saru makkō. Saru no tsube wa gongariko.
La frase di per sé viene detta per il suono giocoso ed è paragonabile al nostro ambarabà ciccicoccò. Comunque, possiamo fare una traduzione seppur sommaria:
Tanto tempo fa, le scimmie di tanto tempo fa avevano il didietro d’argento.
Il poeta, Ki no Tsurayuki.
La formula, quasi una sorta d’incantesimo, segnala la fine delle fiabe sin dai tempi quando la prefettura di Kōchi era considerato territorio dell’antica provincia di Tosa.
L’antica Provincia di Tosa richiama subito alla mia mente una delle opere più emozionanti della letteratura giapponese antica: il 土佐日記 Tosa-nikki ossia il Diario di Tosa, del poeta 紀貫之 Ki no Tsurayuki. Nel 930 d.C. al poeta fu conferito l’incarico di governatore di quella provincia ed è in quel periodo che inizia a tenere un diario della sua esperienza, raccontandola però in voce femminile forse per evitare che la sua scrittura molto emotiva potesse intaccare la sua reputazione. Struggente è ciò che Ki no Tsurayuki ci racconta della sua amata bambina. Leggetelo: non lo dimenticherete più.
Due semplicissimi ed imperfetti pacchetti avvolti in furoshiki con la tecnica dell’otsukai-tsutsumi おつかい包み.
È tra le pieghe dei furoshiki che andremo a curiosare, alla ricerca di storie, aneddoti e spigolature, per riprendere un vocabolo che nella mia mente è indissolubilmente associato alla storica SettimanaEnigmistica.
Ritorno ai furoshiki
Tre furoshiki….e un tenugui della mia collezione. Dei tenugui parlerò prossimamente.
Ritorno per modo di dire perché l’atto del ritornare implica prima un allontanamento. Ma io dai furoshiki non mi sono mai del tutto allontanata. Anzi, sono parte della mia quotidianità. Un’ordinarietà che, senza lustri né declamazioni solenni, li ingloba nel suo scorrere, ahimè, sempre più rapido. Ci ritorno però come argomento. Forse, tra i tanti, ricorderete questo mio scritto.
Riposiziono i riflettori sui furoshiki perché, come per qualsiasi argomento, le nuove angolazioni non finiscono mai. Ovviamente, però, cercando di non scivolare in quell’asettico taglio enciclopedico (ora perlopiù IApedico) che si limita a fornire risposte fredde e impersonali.
D’altra parte, non mancano di certo le solite guide definitive, i tutto quello che non ti hanno mai detto di, tutti i segreti di, e via di questo passo. Tutte frutto di un’intelligenza umana, dunque imperfetta ma per questo unica?
Orientiamoci
Ripartiamo però dalle basi. Che cos’è un furoshiki?
Elemento caratteristico della cultura giapponese, i furoshiki sono panni quadrati di stoffa con cui principalmente si avvolgono varie cose. Insomma, pratici teli che all’occorrenza possono trasformarsi in mille cose: borsette da passeggio, sporte della spesa, elegante involucro per regali, porta-libri, borsina porta-pranzo e tantissimo altro ancora. Non c’è un limite a ciò che si può avvolgere in questi tessuti: c’è, ad esempio, chi li usa addirittura per trasportare strumenti musicali come chitarre e violini!
Un simpatico personaggio, il Gatto Boss con un vivace furoshiki usato come morbido collare. Immagine di ボス猫日記 Bosu-neko Nikki.
I furoshiki sono di solito quadrati e di misure tendenzialmente standard. Nella fascia dei furoshikipiccoli si parte di norma dai 45cm x 45cm fino ad arrivare al canonico 50cm x 50cm, spesso utilizzato per avvolgere gli obentō. Le dimensioni medie, invece, vanno dai 68cm x 68cm ai 70cm x 70cm. Quelli grandi vanno dai 90cm x 90cm ai 120cm x 120cm. La gamma extra-large parte dai 130cm fino a quasi 2m (195cm per lato, per l’esattezza).
I materiali possono essere vari come il cotone, seta, lino, rayon ecc.
Una parte della mia collezione di furoshiki.
Nella foto qui in alto è raffigurata una parte della mia piccola collezione di furoshiki, ognuno con una sua storia ben precisa. Alcuni sono in cotone, in rayon e altri in un tessuto chiamato ちりめん chirimenche a me piace particolarmente nei furoshiki perché rende più agevoli le pieghe e i nodi grazie alla sua elasticità.
Dalle terme shogunali…a noi!
Secondo molti documenti storici, pare che i furoshiki siano stati ideati nel lontano Periodo Nara (710-794 d.C.) e utilizzati inizialmente per trasportare con cura oggetti particolarmente preziosi, in particolare se ad essi era assegnata una funzione liturgica all’interno di templi e santuari.
Lo shogun Yoshimitsu Ashikaga 足利義満. Foto trovata su Wikimedia Commons.
Qualche secolo più tardi, quindi già in epoca Muromachi (1338-1573), fu lo shogun Yoshimitsu Ashikaga a contribuire alla popolarizzazione dei furoshiki. Egli, infatti, chiese ai signori feudali che frequentavano il suo stabilimento termale di Kyoto di usare un panno in cui avvolgere i propri abiti puliti ed effetti personali per evitare che si mescolassero tra di loro, scongiurando così confusione e discussioni. Il furoshiki divenne non solo pratica borsa ma anche tappetino perché ben si prestava ad essere poggiato per terra al momento del cambio.
La parola furoshiki scritta in giapponese è 風呂敷 e si scompone in questo modo: 風呂 furo che significa bagno 敷 shiki che indica qualcosa che si stende su una superficie
Quindi la presenza del bagno nella parola è un legame con questo passato shogunale, negli ambienti termali amministrati con ordine da Yoshimitsu Ashikaga.
Una risposta ecologica
In epoche così lontane, come quelle del periodo Nara o dello shogun Ashikaga, non ci si poneva il problema di come ridurre la plastica e altri materiali inquinanti semplicemente perché questi ancora non esistevano. Ma i tempi sono cambiati e la situazione ambientale attuale ci richiede di rivedere drasticamente molte abitudini, frutto fondamentalmente di un benessere eccessivo e scarso senso civico.
In Giappone i furoshiki erano comunemente usati come sacchetti, scatole, sporte, custodie ecc. ancora fino a poco dopo la seconda guerra mondiale. Dal boom economico in poi, quel periodo che i giapponesi ricordano come il miracolo economico (高度経済成長 kōdo keizai seichō), purtroppo la presenza sempre più piovresca di altri materiali e soprattutto della plastica spinse nell’ombra il semplice eppur pratico ed ecologico furoshiki, rilegandolo al ruolo di oggetto antiquato e tristemente démodé. Forse perché ricordava momenti non facili e quindi era meglio accogliere novità più emozionanti. Chissà.
Un primo tramonto del furoshiki
Il celebre grande magazzino giapponese Isetan 伊勢丹, fondato nel 1886 quindi in pieno periodo Meiji, a partire prevalentemente dalla fase postbellica del periodo Shōwa, iniziò a usare delle borse di carta al posto dei tradizionali furoshiki col proprio logo per avvolgere gli articoli venduti. Le borse di carta di Isetan, abbellite da un caratteristico tartan scozzese, sarebbero diventate il simbolo inconfondibile del grande magazzino.
A sinistra due esemplari di furoshiki col logo di Isetan. A destra una delle famosissime borse di carta col tartan scozzese.
Insomma, non è difficile immaginare quella deriva ambientale propulsa dalla curiosità per le novità, un nuovo benessere e voglia di innovative soluzioni apparentemente più pratiche.
Mottainai!
Nel 2006, l’allora ministro dell’ambiente Yuriko Koike promosse una campagna di sensibilizzazione verso il tema dell’ecologia. Uno dei punti vincenti della sua strategia fu quello di attingere dalla storia del proprio Paese riscoprendo così l’elegante e pratica soluzione ecologica del furoshiki. Per l’occasione, lanciò una rivoluzionaria linea di questipanni realizzati in un tessuto ricavato dalla lavorazione delle bottiglie in PET. Una linea a cui lei volle dare un nome molto bello ed evocativo per qualsiasi giapponese: もったいない Mottainai, un’espressione che in giapponese indica dispiacere o rammarico per qualsiasi spreco. Un nome significativo perché in grado di comunicare con un filo diretto al cuore dei giapponesi e di invitare ad una nuova consapevolezza ambientale.
La signora Koike con uno dei suoi meravigliosi furoshiki in tessuto ecologico.
Quel 2006 fu proprio l’anno dei furoshiki, dedicato a tante iniziative creative e curate che avevano come obiettivo la rimessa al centro della saggezza del passato come soluzione alla stoltezza del presente.
Yuriko Koike al momento della consegna dei preziosi furoshiki alla nazionale giapponese.
L’ex-ministro Koike fece dono di questi splendidi furoshiki anche alla nazionale giapponese che avrebbe partecipato alle olimpiadi invernali svoltesi a Torino, proprio nel 2006! Il furoshiki in dono alla squadra nazionale giapponese riprende un particolare di un famoso dipinto del periodo Edo intitolato 「池辺群虫図」Chihen-gunchūzu cioè Insetti e rettili in uno stagno, opera dell’acclamato pittore Itō Jakuchū 伊藤若冲.
Il famoso furoshiki ecologico ispirato a un dipinto naturalistico del periodo Edo. Fonte immagine. Il dipinto a cui l’ex-ministro Koike prese ispirazione per uno dei suoi furoshiki ecologici. Fonte immagine.
Giocando coi miei furoshiki
Giochi di pieghe e nodi coi miei furoshiki.
Ogni tanto mi ritorna la voglia di ripassare alcune tecniche di avvolgimento dei furoshiki, molte delle quali apprese ad un corso specifico a cui partecipai a Shibuya, a Tokyo, presso la sede dell’azienda Musubi. Fu in quell’occasione che la mia amica-mentore Kyōko mi assegnò il gravoso compito di fare da ambasciatrice dei furoshiki, in Italia. Una nomina ufficialmente ufficiosa ma per me tanto solenne come se mi fosse stata conferita formalmente.
La magia del furoshiki è che lo si può far diventare quasi ciò che si vuole: i nodi e le pieghe necessari saranno la formula per realizzare l’incantesimo.
La mia cara amica Ryōko, sapendo della mia passione per questi incanti di stoffa, mi ha regalato questo libro:
「モダンふろしき案内」Modan furoshiki annai. Guida al furoshiki moderno. Di Ruriko Sasaki e SumikoSugawara. Pubblicato dalla 河出書房新社 Kawade Shobō Shinsha, storica casa editrice nata nel periodo della Restaurazione Meiji.
Il libro guida il lettore alla scoperta e riscoperta del furoshiki attraverso un apprezzamento estetico dei suoi decori nel corso del tempo. Le pagine di questo volumetto, infatti, sono ricchissime di foto di furoshiki provenienti dalle collezioni delle autrici e di grandi collezionisti come quella invidiabile di un certo 富田満夫 Tomita Mitsuo, proprietario di esemplari rarissimi. In quest’opera le autrici propongono un’ampia varietà di idee per un utilizzo quotidiano e pratico del furoshiki: in cucina, come accessorio di bellezza, in viaggio. Insomma, una vera esplorazione a tutto tondo della straordinaria versatilità di questo poliedrico panno.
Dal libro Guida al furoshiki moderno.
Nel mio ripasso di nodi e pieghe, ovvero le formule magiche di quell’incantesimo chiamato furoshiki, ecco alcune idee che potrete seguire anche voi. Non è obbligatorio, infatti, che il vostro panno sia necessariamente giapponese: è sufficiente un pezzo quadrato di un tessuto leggero, possibilmente con bordature sottili o – meglio ancora – assenti. Qualsiasi tessuto può diventare furoshiki. Pensate anche dei semplici ma bellissimi foulard che magari avete in un cassetto. Tuttavia, se ne desiderate uno originale giapponese potete certamente acquistarlo da Verasia, dalla mia amica Sumie-san di J-okini (dove potete usare il mio codice sconto valevole sui suoi magnifici tè, Marianna15), da Shibui Italia o da Tanabata di Milano.
Bin-tsutsumi: bottiglie avvolte con stile e praticità
La tecnica del bin-tsutsumi 瓶包み (che significa pacchetto per bottiglie) è molto d’effetto perché consente di avvolgere e trasportare con praticità una o due bottiglie. Le pieghe e i nodi, infatti, produrranno un manico molto robusto che vi permetterà di portare con facilità ed eleganza le vostre bottiglie. Per due bottiglie d’acqua da 1,5 litro ho utilizzato un furoshiki, dono della mia amica Ryōko, della linea Mottainai, in tessuto ecologico ricavato dalla plastica PET, grande da 1.30m per lato. Potete naturalmente anche avvolgere bottiglie più piccole usando quindi un panno di dimensioni minori. Qui le istruzioni.
Hon-tsutsumi: furoshiki che diventano porta-libri
Per gli amanti della lettura ecco che il furoshiki ha una soluzione, come sempre pratica e raffinata: 本包み hon-tsutsumi (pacchetto per libri). Ho scelto questa tecnica per avvolgere due libri contemporaneamente. Un’idea per impacchettare dei libri da regalare o semplicemente per poterli portare in giro, sempre con classe.
Uno dei miei usi preferiti del furoshiki è quello che vedete in foto: in poche e rapide mosse, ecco che il panno prescelto abbellirà in un attimo la scatola dei fazzoletti.
La già citata azienda di furoshiki Musubi è per me importante punto di riferimento perché è da loro che ho imparato le pieghe e i nodi di base.
Alcuni anni fa, la Musubi lanciò un’originalissima linea di furoshiki, frutto di una frizzante collaborazione tra vari illustratori, chiamata Cochae. I furoshiki di questa serie sono tutti caratterizzati da una giocosità irresistibile poiché ognuno di questi panni, dedicato ad un personaggio tradizionale della cultura giapponese, può dare origine a varie scene in base a come viene piegato il tessuto. La genialità di Cochae sta nel traslare la poliedricità dell’origami sui tessuti dei furoshiki.
Per saperne di più, vi lascio qui di seguito il PDF promozionale in inglese:
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Sono orgogliosa di poter annoverare nella mia piccola collezione due furoshiki Cochae:
Quello a sinistra, acquistato da Sumie-san di J-Okini (non dimenticatevi di usare il mio codice sconto sui suoi tè, Marianna15), è dedicato alla magnifica Kyōto. Ne riporta, infatti, alcuni simboli caratteristici come le maiko – ovvero le apprendiste geisha – ed elementi architettonici tradizionali. Il secondo, invece, fu un premio che vinsi anni fa tramite un concorso lanciato da un bellissimo progetto italo-giapponese, Get Obachan. Questo progetto, misteriosamente eclissatosi, si prefiggeva di far conoscere cultura e l’arte giapponese attraverso l’invio di preziosi oggetti di artigianato scelti molto accuratamente da mani esperte.
Ragazzi, se mi leggete, sappiate che mancate molto. Tornate!
Il furoshikiCochae di Obachan è un tributo alla scimmia, animale considerato mitologicamente come una sorta di tramite tra il mondo altro e quello terreno. La scimmia è anche simbolo di furbizia, sagacia, capacità di trarre gli altri in inganno ma anche di buona sorte. I suoi tanti simbolismi meriterebbero uno studio approfondito, unitamente a tutti quelli degli animali a cui la tradizione folkloristica giapponese riserva un posto speciale.
Il nome Cochae コチャエ: malinconico rimando a Edo
Il nome di questa giocosa linea di furoshiki di Musubi si trascrive normalmente in caratteri latini come Kochae. Questo è il nome di una famosa canzone popolare del genere 端唄 ha-uta, componimenti musicali suonati generalmente con lo shamisen, nati nei quartieri del piacere di Edo, la vecchia Tōkyō.
Kochae, nello specifico, racconta un viaggio percorso lungo alcune delle cinquantatré stazioni del Tokaidō che è il nome di un ciclo famosissimo di xilografie firmate Utagawa Hiroshige. Le stazioni rappresentavano le aree di sosta e ristoro che punteggiavano il percorso lungo l’arteria del Tokaidō che collegava Edo con Kyōto, le più importanti città del tempo. A Edo risiedeva lo shōgun e a Kyōto l’imperatore. La Tokaidō non era l’unica strada che facesse da collegamento diretto tra le due città; ve n’erano altre tra cui anche la Nakasendō che, a differenza della prima, seguiva un tragitto più nell’entroterra. La Tokaidō, tuttavia, rimase la più importante e sul suo percorso sorse la prima grande linea ferroviaria giapponese.
Da Edo, la prima stazione era quella di Nihonbashi. Il viaggio partiva da lì e il viaggiatore protagonista di Kochae racconta della sua partenza intorno alla settima ora che, secondo l’orologio del periodo Edo, corrispondeva all’ora della tigre cioè verso le 4 del mattino.
Potete ascoltare qui la bellissima e indimenticabile Kochae. Kochae è una parola priva di significato.
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Il caso Karakusa
Tra i decori tradizionali dei furoshiki, ce n’è uno molto speciale chiamato 唐草 karakusa. In italiano di solito si traduce con arabesco ed è proprio come lo vedete nell’illustrazione qui sopra. Pare che questo motivo decorativo abbia avuto origine in Egitto e sia poi giunto in Giappone, mediante la Cina, attraverso la Via della Seta durante il periodo Nara (710-794). Il nome karakusa significa proprio pianta cinese ed è un disegno che simboleggia la forza, la resistenza, la capacità di adattamento. È un motivo molto amato sui tessuti, dai furoshiki ai kimono, e nell’oggettistica in generale.
La meravigliosa Hara Setsuko 原節子 con in mano un furoshiki con karakusa. Scena tratta dal film 「新しき土」Atarashiki tsuchi, in italiano tradotto come “La figlia del samurai”, del 1939.
Nel già citato periodo Shōwa, quando i furoshiki iniziarono a uscire di scena, in realtà non scomparvero del tutto: finirono un po’ in sordina diventando porta-oggetti con cui riporre cose varie nei cassetti e armadi. Il motivo decorativo più diffuso al tempo era proprio il karakusa per via dei suoi significati propiziatori. Questo vuol dire che la maggior parte delle famiglie dell’epoca aveva almeno un furoshiki con gli arabeschi karakusa che utilizzava per mettere a posto oggetti non necessari nell’immediato. Pensiamo a ripostigli, cassetti, armadi, sgabuzzini, ecc.
I furoshiki preferiti dai…malviventi!
Un curioso risvolto relativo ai furoshiki abbelliti dal motivo karakusa è l’inaspettato legame con il mondo dei malviventi, nello specifico con quello dei ladri!
Nell’immaginario collettivo giapponese, infatti, il ladro viene spesso rappresentato in fuga con in spalla un fagotto avvolto in un furoshiki con gli arabeschi.
Nella serie Cochae non manca, ad esempio, un furoshiki a tema ladresco…con ovviamente il karakusa!
Questo tipo di furoshiki deve la sua insolita associazione al mondo malandrino a causa del suo ruolo di porta-oggetti, spesso nascosti in cassetti, cassepanche, bauli, ecc. È evidente che, per una questione di comodità, molti ladri si trovavano il bottino-fagotto già fatto o quasi. Spesso poi questi fagotti erano a poca distanza da oggetti di un certo valore (kimono antichi, gioielli, ecc.) e quindi l’approntamento della stuzzicante refurtiva poteva avvenire in tempi piuttosto rapidi e in modalità alquanto pratiche.
Furoshiki e…vanità!
Nell’interrogare quell’affascinante mondo dei modi di dire e dei proverbi depositari di saggezze passate, ovvero i 諺 kotowaza a cui dedicati uno spazio che trovate qui, è emerso un detto insolito:
大風呂敷を広げる。 Ōburoshiki o hirogeru. Stendere un grande furoshiki.
Notare come la parola furoshiki subisca una trasformazione fonetica dovuta alla presenza del suffisso 大〜Ō, ossia grande qualcosa, acquisendo una sonorizzazione attraverso il suono B.
Ma cosa significa? È simile al nostro stendere un velo pietoso?
No, direi di no.
Stendere un grande furoshiki significa vantarsi, fare sfoggio sfrontato di cose e qualità che non andrebbero ostentate. Fare il gradasso, pavoneggiarsi, gloriarsi.
Interessante, no? È come se il furoshiki, in questo caso di grandi dimensioni quindi visibile, fosse sinonimo di spudoratezza. Stenderne uno, magari un 2m x 2m pure riccamente decorato, potrebbe personificare una certa impertinenza.
Allora, che ne dite se ne stendiamo uno piccino picciò, magari un 45cm x 45cm?
Gli udon ritornano in scena. Ed io insieme a loro.
Aprile è già sulla sua strada del ritorno verso una casa che non vediamo. Al suo posto arriverà Maggio, con la sua botanica effervescenza che farà da ponte con l’estate. Questo mese ha inaugurato le danze floreali dei glicini, magnifici e profumatissimi fiori che sanno trasformare un anonimo angolo di città in un piccolo sogno fatato creando l’illusione di una soffice cupola lilla sotto cui potersi rifugiare.
Glicini
Ne ho fotografati alcuni durante una mia passeggiata in solitaria tra le vie silenziose della pre-collina torinese, in quei dedali di signorilità e riserbo squisitamente sabaudi. Camminare lentamente per quelle vie, assaporando così ogni passo, evoca in me l’atmosfera onirica di un film che ho citato molte volte in passato: Il posto delle fragole di Ingmar Bergman. Sarà la quiete a volte un po’ inquietante oppure l’impressione complessiva e relativa di una certa inalterabilità architettonica di quei luoghi a creare l’illusione di stasi temporale. Non lo so ma, anche in occasione di questo incontro coi glicini di quelle strade, la sensazione è stata la medesima.
La vita fugge, et non s’arresta una hora – così scriveva Petrarca nel Rerum vulgarium fragmenta, la sua raccolta di poesie più nota come il Canzoniere. E i glicini, come tutti i più bei fiori, sembrano rappresentare la fugacità della nostra vita. Sbocciano, fioriscono in un trionfo viola e donano tutta la loro esuberante fragranza che riesce a librarsi nell’aria segnalando la propria presenza ancor prima che l’occhio se ne accorga. Ad un certo punto, però, quei petali iniziano ineluttabilmente a virare verso tonalità di lilla sbiadito, lavanda grigia e infine bianco con venature scure in un incanutimento che ricorda vagamente quello dei nostri capelli.
Un fuji floreale
In giapponese il glicine si chiama 藤 fuji. Imparai questo kanji grazie ad un importante cognome in cui esso è orgogliosamente incastonato: 藤原 Fujiwara.
La famiglia del clan Fujiwara ebbe un ruolo di rilievo nella storia e politica giapponesi, soprattutto nei lontani periodi Nara e Heian. Questo potente clan seppe intessere rapporti astutamente strategici con la famiglia imperiale, attraverso calcolate alleanze e la presenza di molti propri membri che ricoprirono il ruolo di reggente agli imperatori. Al fondatore del clan ormai in punto di morte, tale Nakatomi Kamatari, l’imperatore Tenji (seconda metà del 600 d.C.) conferì il nobile nome Fujiwara, divenendo così Fujiwara no Kamatari. Quel nome che contiene il prezioso glicine! Un fiore sulle tonalità del viola che era il colore imperiale – e dunque proibito ai più – per eccellenza ma condivisibile solo su invito ufficiale.
Avrei ritrovato il glicine in altri cognomi giapponesi considerati dei derivati meno altisonanti dei Fujiwara. Penso ai comunissimi 加藤 Katō e 佐藤 Satō, per esempio. Qui il carattere richiede la lettura cinese (on) che corrisponde a tō e non più fuji.
Kamon o stemma della famiglia Fujiwara. Esso rappresenta due glicini tubolari.
In una nota a margine di non-coincidenze, lo stemma dei Fujiwara abbelliva una piccola pasticceria tradizionale a pochi passi da casa mia a Sagamihara perché gestita da lontani discendenti del potente clan!
Sapori freschi
Si può passare di glicine in frasca? Questo prologo flori-malinconico sembra scollegato dall’argomento dell’articolo, ossia gli udon. Tuttavia, nella mia mente vi è un rapporto climatico: l’inesorabile avvicendarsi delle stagioni, e quindi del trascorrere del tempo, e il ritorno precoce del caldo. E con esso riaffiorano i trucchetti per sopportarlo.
Iniziano a comparire di nuovo in scena, dunque, tutti quei piatti rinfrescanti caratterizzati da preparazioni semplici e tempi di cottura ridotti al minimo.
Negli anni ne ho proposti a bizzeffe. Pesco a caso dal mio cilindro magico: Sudachi-sōmen, Zaru-soba, Zaru-udon, Hiyashi-chūka. Oppure la mia ricetta della zuppa di Harusame che è stata recentemente scelta e rilanciata qui dal Consolato Generale del Giappone a Milano che ringrazio.
Ho quindi pensato a degli udon freschi al pomodoro, ovviamente con il consueto tocco giapponese autentico. La ricetta che vi propongo, infatti, non è di mia invenzione ma riprende le preparazioni tipiche della primavera e dell’estate in grado di coniugare sapori occidentali (in questo caso i pomodori) con quelli della tradizione, ossia gli udon e la base di brodo. Insomma, un East Meets West, per dirla con lo chef Ming Tsai.
Ricetta: udon freschi al pomodoro
Per questa ricetta servono davvero pochi ingredienti. Se trovate qualcosa che non avete, nessun timore: fornirò idee per dignitose sostituzioni.
Vediamo subito gli ingredienti.
1 porzione di udon* 1 pomodoro o 4 piccoli. Io ho usato i Piccadilly. Un paio di estremità verdi di cipollotti 100ml di mentsuyu** 2 cucchiai di olio di sesamo tostato
Sostituzioni *Io ho usato dei sanuki udon della prefettura di Kagawa. Vanno benissimo altre tipologie di udon oppure degli italici spaghettoni o dei pici toscani. **La mentsuyu è la base ossia il brodo che farà da sapida cornice al piatto. Potete facilmente prepararla in casa mettendo in un pentolino 100ml d’acqua, tre cucchiai di salsa di soia, mezzo cucchiaio di zucchero, un pizzico di sale e 1 cucchiaino di dashi. Portare il tutto a ebollizione per un minuto. Spegnere e lasciare raffreddare.
Il dashi che si usa generalmente nella mentsuyu è quello di pesce. Potete usare un dashi vegetariano di konbu o di shiitake. Sono tutti reperibili nei negozi di alimentari asiatici. Diversamente, sostituite con dado granulare di verdure.
Dashi granulari che ho sempre in dispensa: a sinistra quello classico di pesce e a destra quello vegetariano a base di alga konbu.
Preparazione
Tagliare a cubetti il pomodoro e a fettine le estremità verdi del cipollotto. Mettere da parte. In un pentolino portare ad ebollizione dell’acqua e – senza salarla – mettere a cuocere gli udon rispettando i tempi di cottura riportati sulla confezione. Per i miei sono bastati 3 minuti scarsi. Scolare gli udon e risciacquarli in acqua fredda.
Scolare bene gli udon raffreddati e sistemarli in un piatto. Delicatamente versare sugli udon la mentsuyu dopodiché l’olio di sesamo tostato. Guarnire il tutto con il pomodoro a cubetti e il cipollotto.
トマトの冷やしうどん Tomato no hiyashi udon. Udon freddi al pomodoro.
Pensieri sparsi ed Amarcord gusto-olfattivi
Riemergo da un periodo di impasse creativa. Non so se definirlo blocco dello scrittore (o scrittrice, nel mio caso) perché forse non posso considerarmi tale. Alcuni sostengono che si possa essere scrittori senza essere necessariamente autori. E viceversa. Sia come sia, un affastellamento di pensieri non sempre leggeri ha ostacolato il mio flusso di idee che trovano istintivamente forma nella scrittura. Il periodo buio di atrocità a cui impotentemente assistiamo ha un peso che inevitabilmente in me si manifesta attraverso una difficoltà espressiva che tenacemente cerco di contrastare.
Eccomi qui, infatti. Risolutamente fedele ad una mia missione narrante. Anche se a volte mi domando a cosa serva, in questo mondo veloce che premia la sintesi e l’ipersemplificazione.
A questo lento ritorno hanno contribuito alcuni piccoli Amarcord gusto-olfattivi.
Il mio amatissimo sapone キレイキレイ Kirei-kirei che la mia cara amica Ryōko mi ha inviato in formato liquido. Ho scritto in passato di questo sapone la cui fragranza per me sa inequivocabilmente di Giappone.
E le gloriose caramelle Kasugai al 黒砂糖 kurozatō ovvero lo zucchero di canna grezzo di Okinawa. Io le chiamo le ninja-caramelle.
Nel mio mondo, numerose letture che porto avanti in contemporanea. Alcune di queste molto molto lentamente perché sento il bisogno di assaporarle un po’ come si fa con le ninja-caramelle.
Sono tutte e quattro letture contemplative, da degustare lentamente pagina dopo pagina per poi, se necessario, tornare indietro più e più volte. Si passa dalle streganti considerazioni di Matthew Furfine sulla natura telica dei verbi fraseologici inglesi a concetti deliziosamente giapponesi attraverso cui comprendere in profondità quel popolo. Concetti cardinali come quello di しつけ shitsuke, けじめ kejime e 人目 hitome la cui non conoscenza (e comprensione) pregiudica molto del nostro rapporto con quella cultura.
In questo blog sono tante le loose ends – le faccende in sospeso – da concludere. Penso alla serie dedicata a Pearl S. Buck oppure i miei racconti. In qualche modo riallaccerò tutto, a tempo debito.
Tra i comfort food – ovvero i cibi coccola – giapponesi vi sono senz’altro i musubi, conosciuti altresì con un termine sicuramente più famoso al di fuori del Giappone: onigiri.
A queste deliziose palline di riso, simbolo quintessenziale della semplicità e praticità gastronomiche giapponesi, negli anni ho dedicato molti scritti.
Per esempio, andando indietro nel tempo ovvero alle origini di Biancorosso Giappone, ritroviamo questo scritto.
Sempre sul blog storico, potete fare proprio qui un salto indietro nel tempo che sa di riso e malinconia.
Musubi (spesso però accompagnato dall’onorifico o- generando così la forma omusubi おむすび) e onigiri おにぎり, termine che include già l’onorifico, sono sinonimi. Indicano, quindi, entrambi la stessa cosa cioè polpette preparate con riso cotto giapponese e spesso condite con vari ingredienti.
Secondo una teoria, il termine omusubi sarebbe più diffuso nel Giappone orientale mentre onigiri più nella zona occidentale.
Tuttavia, ogniqualvolta si parla di omusubi e onigiri, ripenso sempre alla mia amica Akiko e alla sua teoria.
Un giorno, infatti, domandai ad Akiko se ci fosse una differenza reale tra questi due vocaboli, dubitando di un’improbabile sinonimia esatta. Mi rispose che effettivamente percepiva una differenza tra i due ma che non avrebbe saputo dirmi con certezza cosa li rendesse diversi. Con un po’ di titubanza – e precisando che queste erano solo sue congetture – azzardò una teoria: mi spiegò che omusubi era un termine più emotivo, legato alla sfera affettiva e dei ricordi. Avvertiva il termine onigiri, invece, come più asettico: preciso ma, al contempo, privo della profondità sentimentale dell’altro vocabolo.
Omusubi deriva dal verbo musubu 結ぶ che significa legare, collegare, unire. Il kanji del verbo ha come radicale, non a caso, l’elemento 糸 ito, ossia filo, cordicella. E quale migliore immagine per rappresentare un’unione, un legame? Collegare, legare, unire: tutti verbi che ben si prestano a descrivere la sintonia che collega cuori lontani, il ricordo che ci ricongiunge a persone e luoghi passati, l’abbraccio che azzera le distanze e ci riavvicina ai nostri cari.
Satsuma-kiriko e legami
A proposito di legami e affetti, il mio pensiero va spesso all’incantevole Kanagawa dove vivevo e a quei luoghi che, pur nella dimensione del ricordo, non sono mai sbiaditi. Un luogo che ancora adesso, nonostante la distanza, riesce a tenermi legata a sé. E lo fa attraverso amicizie vecchie e nuove. Come l’amicizia straordinaria con Ryōko, residente a poche centinaia di metri dalla casetta blu dove abitavo.
Nei tanti regali che ci siamo scambiate in questi ultimi mesi, vorrei mostrarne uno:
Una piccola e preziosa coppetta in vetro di Satsuma. Kiriko è il nome che in giapponese si dà al vetro intagliato. Di questa affascinante e antica arte esistono (e resistono!) due stili in Giappone: 江戸切子 Edo-kiriko e 薩摩切子 Satsuma-kiriko. Il primo ebbe origine a Edo, l’antico nome di Tokyo, a metà dell’Ottocento. Il secondo, invece, nacque nel tardo Ottocento, a Kagoshima ovvero in quelle terre che un tempo costituivano l’antico e potente feudo di Satsuma, nel Giappone meridionale.
L’arte della fabbricazione e lavorazione del vetro (nota altresì in italiano col termine specifico di ialurgia) di Satsuma nacque nel 1846, ossia nel tardo periodo Edo, era Kōka 弘化.
Shimazu Narioki 島津斉興, grintoso signore feudale del dominio di Satsuma, invitò il rinomato artigiano del vetro Shimoto Kamejirō 四本亀次郎, proveniente da Edo, affinché istituisse e dirigesse una fornace per la produzione di contenitori per medicinali. Serviva, quindi, l’esperienza di un maestro vetraio che realizzasse un vetro sufficientemente resistente da poter accogliere in sicurezza tinture, unguenti e altri preparati farmaceutici.
Nel 1851, Shimazu Nariakira 島津斉彬, potente successore di Shimazu Narioki, intuì possibilità più ambiziose per la fiorente industria vetraria del feudo. Propose, quindi, la realizzazione di manufatti artistici da destinare come regali di pregio ai daimyō e per l’esportazione!
Nacque così questa magnifica forma d’arte vetraria, ancora oggi oggetto di ammirazione e stima da parte di cultori e appassionati da tutto il mondo.
Uno dei meriti di Shimazu Nariakira in questo ambito fu l’introduzione di tecniche molto avanzate di colorazione del vetro. Grazie a questi metodi innovativi, i maestri vetrai di Satsuma riuscirono a realizzare una particolare sfumatura intensa di rosso che sarebbe diventato il segno distintivo di questi preziosi oggetti: lo strabiliante rosso di Satsuma o Satsuma-beni 薩摩紅 nonché, comprensibilmente, il preferito di Shimazu Nariakira stesso! A questo nobile rosso seguirono altri cinque colori che avrebbero costituito la tradizionale base cromatica delle vetrerie di Satsuma: blu, verde, giallo, viola di Shimazu, rosso oro.
I sei colori tradizionali dei vetri intagliati di Satsuma. Fonte immagine.
Satsuma-kiriko…fantasma!
Nel 1858, improvvisamente, Shimazu Nariakira morì. Dopo la sua scomparsa la produzione si ridusse notevolmente fino a interrompersi del tutto. Il 1863, infatti, fu un anno nefasto che vide lo scoppio di un brevissimo ma feroce scontro tra il dominio di Satsuma e la Royal Navy britannica. A causa di questo violento conflitto, furono appiccati incendi che distrussero le fornaci del vetro così care a Shimazu Nariakira.
Questa delicatissima arte non ebbe possibilità di ripresa poiché, pochi anni più tardi e cioè nel 1877, scoppiò la ribellione di Satsuma nonché ultimo e orgoglioso sussulto di risposta al nuovo governo Meiji che aveva sancito per sempre la fine del Giappone feudale.
Questi continui a prolungati disordini costrinsero Satsuma-kiriko all’oblio.
Divenne ciò che in giapponese viene chiamato 「幻の切子」Maboroshi no kiriko cioè il kiriko fantasma! Questo prezioso, fragile e colorato mondo di vetri intagliati sapientemente si eclissò fino a sparire diventando evanescente come un fantasma.
Il ritorno di Satsuma-kiriko
Si sarebbe dovuto attendere fino al vicino 1985, ben cento e otto anni dopo, perché le tecniche di lavorazione del vetro di Satsuma-kiriko venissero abilmente riscoperte da esperti e maestri vetrai contemporanei.
Grazie al loro infaticabile impegno e lavoro oggi possiamo di nuovo ammirare – e perché no, usare! – questi incantevoli oggetti in vetro che abbiamo quasi rischiato di non vedere mai più.
Dalla magia del vetro di Satsuma a quella della fermentazione delle verdure, il passo è creativamente audace.
Molto recentemente ho avuto modo di assaggiare le verdure fermentate di un’azienda del torinese che si chiama Che Fermento!
In particolar modo, il loro cavolo verde con ginepro e il limone:
Per chi è a Torino e dintorni e volesse provare questi prodotti, consiglio senza dubbio di passare da Equamente, in Via Fratelli Vasco 6/b (davanti alla Cavallerizza).
Che Fermento! utilizza verdure coltivate nel torinese, a Rodallo di Caluso, e messe a fermentare con sale marino. Il risultato è molto simile, se non addirittura identico, agli 塩漬け shiozuke della tavola giapponese. Gli shiozuke, infatti, sono verdure cosparse di sale e lasciate a marinare per un certo periodo di tempo.
La versione casalinga semplice e rapida spesso prende il nome di 浅漬け asazuke.
Gli shiozuke fanno parte della grande famiglia degli 漬物 tsukemono ossia verdure fermentate e conservate in vari modi, compagni essenziali nel pasto tradizionale giapponese. Qui potete leggere due miei scritti a riguardo. E qui un altro mio scritto dove l’ortaggio protagonista è il cetriolo.
Lo shiozuke di cavolo verde e ginepro, il primo che ho assaggiato, mi ha riportato subito alla mente la freschezza e genuinità degli tsukemono giapponesi che acquistavo al mercato dei contadini a Ebina, nel Kanagawa.
Fresco, croccante, col giusto grado di sapidità, questo shiozuke di cavolo verde e ginepro di produzione italiana – anzi torinese! – è una delizia benefica (le proprietà dei cibi fermentati sono moltissime!) e confortante.
Ho pensato, quindi, di prepararmi degli omusubi e di accompagnarli con del cavolo verde fermentato a cui ho riservato il posto d’onore della coppetta in vetro di Satsuma!
Shio-musubi: l’incontro
Tra le tante varietà possibili di omusubi (o onigiri, se preferite), i miei prediletti sono quelli con umeboshi e anche gli shio-musubi, preparati con riso bianco semplice e un’idea di sale marino.
Credo che gli shio-musubi rientrino tra i miei comfort food giapponesi preferiti perché sono stati i primi che ho assaggiato. A Ebina, infatti, c’era una minuscola locanda di omusubi che si chiamava かかしや Kakashi-ya (che tradotto significa ‘La bottega dello spaventapasseri’). La ragione per cui furono i primi che assaggiai era semplicemente perché, ai miei occhi del tempo, quel menù appariva di difficile navigazione e l’unica cosa che sapessi leggere erano le parole nel sillabario Hiragana. E gli shio-musubi erano tra questi. Il nome era proprio scritto così: しおむすび
Li ordinai perché erano tra le poche varietà con un nome all’epoca per me accessibile.
E da allora sono nel mio cuore dove occupano un posto d’onore.
Cosa serve per preparare due shio-musubi proprio come quelli della locanda dello spaventapasseri? Non vi sembra quasi un titolo perfetto per quei romanzetti giapponesi tanto in voga da noi adesso, del filone delle botteghe, locande, caffetterie e vattelappesca?
Shio-musubi della bottega dello Spaventapasseri
Potrebbe essere un titolo sufficientemente accattivante?
Ricetta per due omusubi sazianti:
150g di riso giapponese crudo 210ml d’acqua sale marino q.b. acqua in più con cui inumidirsi le mani
Il riso che ho usato è un semplice riso etichettato come per sushi. I risi per sushi sono adatti a tutte le preparazioni giapponesi che prevedano il riso come ingrediente.
Prepariamo il riso!
Misurare la giusta quantità di riso e di acqua. In un contenitore versare il riso e cominciare a lavarlo delicatamente, risciacquandolo tre o quattro volte. L’acqua di risciacquo dovrà risultare piuttosto pulita. Trasferire il riso in una pentola. Io ne ho usata una in ghisa. Ricoprire il riso con i 210ml d’acqua e lasciar riposare per almeno una mezz’oretta. Dopodiché accendere il fuoco a fiamma viva tenendo però la pentola coperta. Quando l’acqua inizierà a bollire, abbassare la fiamma al minimo e lasciar cuocere per circa 12-15 minuti senza mai aprire il coperchio. Trascorso questo tempo, spegnere la fiamma e spostare la pentola. Lasciar riposare per uno o due minuti.
Per preparare gli omusubi vi serviranno i seguenti:
Al posto di uno shamoji in legno di cipresso andrà benissimo un semplice cucchiaio di legno.
Siamo pronti per modellare i nostri omusubi.
Smuovere delicatamente il riso cotto e trasferire un po’ (circa la metà) in una scodella precedentemente inumidita. Bagnarsi leggermente le mani e intingere tre dita nel sale. Sfregare le mani in modo da distribuire il sale in maniera uniforme. Facendo attenzione a non scottarsi, prelevare il riso dalla scodella e iniziare a modellarlo dandogli la forma prescelta.
Servire subito. Io ho accompagnato i miei deliziosi shio-musubi con lo shiozuke di cavolo verde e ginepro di Che Fermento!, naturalmente nella scodella in vetro blu di Satsuma.
Dedico questi miei shio-musubi a Shimazu Nariakira che, mi piace pensare, molto probabilmente avrebbe gradito questo semplicissimo pasto giapponese preparato da un’estimatrice italiana del suo amatissimo vetro di Satsuma.
Scrivo questo primo post dell’anno in una domenica di febbraio. Anche febbraio, con la sua caratteristica brevità, è prossimo a concludersi.
Tracce giapponesi in Liguria.
Due sono state le spinte che mi hanno incoraggiata a scrivere, uscendo da questa impasse creativa.
Divincolarsi dall’impasse
Il primo sprone è stato l’incontro, forse non fortuito, con questo modo di dire giapponese:
「思い立ったが吉日」omoitatta ga kichijitsu.
Significato non letterale: il momento migliore in cui agire è ora.
Il secondo incoraggiamento mi arriva da una riflessione del filosofo sudcoreano Byung-chul Han che riporto verbatim dal suo libro intitolato Contro la società dell’angoscia.
Riflessione di Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano.
Ora più che mai è vitale cercare attivamente questi spazi di manovra in cui esprimersi. Non si può e non si deve soccombere al turbinio fagocitante di un’informazione che viaggia sempre più rapidamente, portando dietro sé quantità via via crescenti di detriti.
Rallentare il passo
In questa baraonda di informazioni veloci, i rischi all’orizzonte sono l’appiattimento della comprensione e l’azzeramento della propria espressività. Una bulimia di dati che non consente un’assimilazione ragionata e armonica: un pensiero profondo necessita una decantazione lenta. Forzare i tempi conduce inevitabilmente all’approssimazione e infine ad una mescolanza indefinita in cui nessun colore è più lo stesso.
Il risultato è un’accozzaglia di tanti brandelli di pensieri non sviluppati, di idee monche o ingarbugliate. Questa confusione genera uno smarrimento continuo che si cerca invano di risolvere continuando ad annaspare in un oceano di protagonismi, modelli effimeri, palcoscenici vanesi approntati alla bisogna, devianze, distorsioni. E infine, tragicamente, indifferenza.
Dunque, ecco i nostri occhi ipnotizzati davanti a questo flusso inarrestabile di video, reel, immagini che facciamo scorrere apaticamente col dito, in quella sorta di credulo torpore che anestetizza il ludopatico davanti all’illusione che la prossima mossa sarà quella vincente. Il dito fa scorrere con freddezza video dopo video, reel dopo reel, mentre il cervello non riesce più a distinguere cosa è autentico, cioè prodotto da un’intelligenza umana mossa da sentimento, e cosa invece è frutto di sofisticati artifici.
Un’indifferenza che divora ogni indignazione e permette di guardare la recensione dell’ennesima carabattola di Shein o Temu con la stessa imperturbabilità con cui assistiamo alle immagini di un genocidio.
Il baratto dell’empatia e della solidarietà che Byung-Chul Han ha ben inquadrato nelle sue considerazioni più che mai attuali.
Rallentiamo il passo. Riprendiamoci i nostri spazi di condivisione della creatività e della nostra irripetibile impronta.
Allora ricomincio da qui, cogliendo l’occasione per raccontare di tracce giapponesi in Liguria.
Giorni liguri
Una veduta della riviera di Ponente, a Santo Stefano al Mare (Imperia). Gennaio 2025.
I miei giorni liguri, trascorsi fra dicembre e gennaio in provincia di Imperia, sono stati un momento di riposo, svago e anche scoperta!
Un tardo pomeriggio, in una spensierata esplorazione in un caotico negozio di tre sorelle rigattiere nell’imperiese, mi sono lasciata trasportare dal fascino che questi luoghi emanano.
Era una sorta di magazzino nascosto all’interno di un cortile. L’esterno prometteva al curioso visitatore mille possibilità intravedibili fra file di cappotti, servizi di piatti, bambole, foulard, mobili e montagne di libri. Molto, infatti, era ammonticchiato davanti all’ingresso, come una sorta di scompigliato biglietto da visita.
Questi posti profumano di paradosso: hanno l’odore del tempo che si è fermato e quello di vita. Anzi, tante vite vissute, ognuna chissà come e da chi. Sanno di stasi e di vitalità al contempo, di futuri ormai passati e di passati possibilmente futuri.
Su vecchi tavoli in formica anni Sessanta, pile di piatti scompagnati che un tempo devono aver abbellito le tavole di qualcuno. Appoggiati ad una parete, quadri nati dall’immaginazione speranzosa e stanca di qualche artista condannato, forse ingiustamente, a rimanere nell’ombra.
T-shirt in onore di grandi gruppi musicali del passato, possibili acquisti agognati in occasione di un concerto. Coperte di ogni forma, colore, dimensione e tessuto: da quelle in lana spessa e pungente un po’ militaresca a quelle calde, soffici a quadri multicolori, fatte ai ferri da mani pazienti e operose.
Elaborati centrini come testimonianza di una meticolosa artigianalità ormai, credo, scomparsa. Si rimane esterrefatti davanti alla preziosità di intricati manufatti del passato che coniugavano pazienza, talento, passione, devozione, tradizione e senso del bello.
Tracce inaspettate
La mia attenzione fu catturata subito, però, dai libri. Essi, soprattutto se vissuti, hanno sempre il potere di risvegliare la mia curiosità, indipendentemente dal tema trattato.
Imponenti tomi d’arte classica – e che ho immaginato essere stati parte di qualche autorevole collezione privata – si avvicendavano a romanzi ambientati in Liguria. Alcuni testi di letteratura inglese inframezzavano, in modo imprevedibile, volumi di oscure collane.
Ad un certo punto, i miei occhi intravidero un angolino di una copertina curiosa. Non avevo idea di cosa si trattasse ma qualcosa mi diceva che c’entrava il Giappone. L’indizio: pennellate irregolari dorate su una copertina arancione che richiamavano alcuni decori delle pregiate e antichissime carte di Echizen 越前和紙 (Echizen-washi) la cui tecnica, narra la leggenda, sia stata tramandata alla popolazione locale più di millecinquecento anni fa da una misteriosa principessa poi scomparsa nel fiume. Un dono di conoscenza che l’enigmatica figura fece alla gente di Echizen, nell’attuale prefettura di Fukui, poiché sprovvisti di risaie con cui guadagnarsi da vivere.
Donne di Echizen impegnate nella realizzazione della loro pregiata carta. Fonte immagine. La misteriosa figura che, secondo la leggenda, avrebbe insegnato alla gente di Echizen a realizzare una carta speciale, prima di svanire nelle acque dello Hinogawa. Questa figura viene chiamata 川上御前 Kawakami-gozen ossia la nobile dama a monte del fiume. Fonte immagine.
Dal Giappone a Venezia…a Imperia!
Un rimando ad un mio scritto di ricordi veneziani, incastonati nella serie colpevolmente incompleta dedicata a Pearl S. Buck è qui.
Con delicatezza, ecco sfilato un esile libro dalla morsa decisa dei maestosi, quanto polverosi, volumi tutt’intorno. Il mio sguardo individua subito il titolo bilingue, giapponese e italiano, e avverto una stretta al cuore!
Il titolo: 「日本伝統・現代工芸手工芸ヴェニス展」Nihon dentō gendai kōgei shukōgei venisu-ten. Mostra dell’artigianato giapponese tradizionale e contemporaneo a Venezia.
Retro del volumetto
Il libro, stampato in Giappone nel 1980, fu realizzato in occasione di un’importante mostra svoltasi tra il maggio e il giugno dello stesso anno, a Ca’ Vendramin Calergi, a Venezia. Un elegantissimo edificio della tradizione architettonica rinascimentale veneziana, a quanto pare in utilizzo, oltre che come spazio espositivo, dal 1946 anche come sede secondaria del Casinò di Venezia.
Ebbene, l’atteso evento fu patrocinato dall’Ambasciata d’Italia in Giappone e dall’Ambasciata Giapponese in Italia, sotto gli auspici di Mario Rigo, l’allora sindaco di Venezia e Boris Biancheri, il neo-ambasciatore italiano a Tokyo di quell’epoca.
Curiosando tra le pagine
A me questi incontri sembrano sempre tutto fuorché mere coincidenze. Sapevo che avrei dovuto acquistare questo catalogo perché, al di là di un possibile valore economico a cui non sono interessata, è un tassello del mio tortuoso percorso. Un pezzo del mio personalissimo rompicapo che ha il Giappone come costante fil rouge.
L’ambasciatore Biancheri, nel suo messaggio istituzionale d’introduzione al catalogo, sottolinea con comprensibile orgoglio, l’impegno divulgativo artistico in cui la città di Venezia era promotrice ai tempi. Infatti, spiega Biancheri, solo due anni prima la città lagunare ospitò, sempre a Ca’ Vendramin Calergi, una prestigiosa mostra dedicata a ben duecentocinquanta pittori giapponesi contemporanei!
La mostra per la quale vennero stampati questi cataloghi, invece, aveva come punto focale oggetti del ricco artigianato giapponese.
Nello sfogliare le pagine patinate e leggermente ingiallite del libro, si possono ammirare foto in bianco e nero degli oggetti che occhi veneziani (e non!) ammirarono in quella primavera-estate del lontano 1980.
Delicate bambole kimekomi; vasi in maiolica di Bizen; preziosi kimono raffiguranti decori simbolici come elementi botanici, case di campagna, volatili; bambole kokeshi di Naruko; borse e sandali con insolite scritte in sanscrito; tazze per la cerimonia del tè, realizzate secondo varie tecniche; bizzarre composizioni di ikebana prodotte con fiori artificiali; bambole di carta; maschere del teatro Nō.
Salta all’occhio il ricco assortimento di bambole presenti in questa mostra.
Toshifumi Magori, direttore del Club degli Amici dell’Europa e delle Arti, nel suo messaggio presente nel catalogo, si compiaceva dell’entusiasmo del sindaco Mario Rigo e dell’intera Municipalità per l’arte giapponese. Dalle sue parole emerge quanto effervescente fosse l’ambiente artistico veneziano di quegli anni, immerso in un percorso di scoperta e apprezzamento guidato da nipponisti di alto calibro che erano già vanto della Serenissima di allora.
Tra i nomi prestigiosi che compaiono nel comitato d’onore troviamo quello della stimata Prof.ssa AdrianaBoscaro, venuta a mancare nell’agosto del 2022. Massima conoscitrice e divulgatrice di Jun’ichirō Tanizaki in Italia.
La traduzione dal giapponese all’italiano del catalogo fu, invece, affidata a una figura finita nell’ombra: il Prof. Federico Barbaro, traduttore e salesiano originario di Cimpello, in provincia di Pordenone. Barbaro fu missionario in Giappone negli anni Trenta e poi direttore negli anni Cinquanta della casa editrice salesiana Don Bosco Sha, proprietaria di importanti riviste di divulgazione cattolica in Giappone.
Federico Barbaro oggi viene ricordato per aver curato l’edizione in giapponese moderno popolare (kogo 古語) della Bibbia.
Ricomponendo il mio rompicapo
Non so nulla della storia di questo volumetto: chi fosse il suo primo proprietario, come e dove lo avesse acquistato. Forse era uno dei veneziani appassionati di arte giapponese? O magari era un ligure innamorato del lontano Oriente? O forse ancora un emozionante sguardo in un mondo esotico che qualche colta dama avrà voluto per la propria biblioteca?
Non credo avrò mai risposte a queste domande. Ma non importa. D’altro canto, i libri spesso vivono vite una dietro l’altra, con concatenamenti non sempre visibili ad occhio nudo.
Ora è nella mia di biblioteca e rappresenta un tassello del mio rompicapo. Forse, chissà, un giorno ricomporrà il rompicapo di qualcun altro.
Acquistai il volumetto dalla copertina che mi aveva subito ricordato la carta di Echizen e, uscendo dal microcosmo dinamico e statico di quel negozio, i miei occhi videro il cielo imperiese ormai blu notte.
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