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Tracce giapponesi in Liguria

Scrivo questo primo post dell’anno in una domenica di febbraio. Anche febbraio, con la sua caratteristica brevità, è prossimo a concludersi.

Tracce giapponesi in Liguria.

Due sono state le spinte che mi hanno incoraggiata a scrivere, uscendo da questa impasse creativa.

Divincolarsi dall’impasse

Il primo sprone è stato l’incontro, forse non fortuito, con questo modo di dire giapponese:

「思い立ったが吉日」omoitatta ga kichijitsu.

Significato non letterale: il momento migliore in cui agire è ora.

Il secondo incoraggiamento mi arriva da una riflessione del filosofo sudcoreano Byung-chul Han che riporto verbatim dal suo libro intitolato Contro la società dell’angoscia.

Byung-Chul Han
Riflessione di Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano.

Ora più che mai è vitale cercare attivamente questi spazi di manovra in cui esprimersi. Non si può e non si deve soccombere al turbinio fagocitante di un’informazione che viaggia sempre più rapidamente, portando dietro sé quantità via via crescenti di detriti.

Rallentare il passo

In questa baraonda di informazioni veloci, i rischi all’orizzonte sono l’appiattimento della comprensione e l’azzeramento della propria espressività. Una bulimia di dati che non consente un’assimilazione ragionata e armonica: un pensiero profondo necessita una decantazione lenta. Forzare i tempi conduce inevitabilmente all’approssimazione e infine ad una mescolanza indefinita in cui nessun colore è più lo stesso.

Il risultato è un’accozzaglia di tanti brandelli di pensieri non sviluppati, di idee monche o ingarbugliate. Questa confusione genera uno smarrimento continuo che si cerca invano di risolvere continuando ad annaspare in un oceano di protagonismi, modelli effimeri, palcoscenici vanesi approntati alla bisogna, devianze, distorsioni. E infine, tragicamente, indifferenza.

Dunque, ecco i nostri occhi ipnotizzati davanti a questo flusso inarrestabile di video, reel, immagini che facciamo scorrere apaticamente col dito, in quella sorta di credulo torpore che anestetizza il ludopatico davanti all’illusione che la prossima mossa sarà quella vincente. Il dito fa scorrere con freddezza video dopo video, reel dopo reel, mentre il cervello non riesce più a distinguere cosa è autentico, cioè prodotto da un’intelligenza umana mossa da sentimento, e cosa invece è frutto di sofisticati artifici.

Un’indifferenza che divora ogni indignazione e permette di guardare la recensione dell’ennesima carabattola di Shein o Temu con la stessa imperturbabilità con cui assistiamo alle immagini di un genocidio.

Il baratto dell’empatia e della solidarietà che Byung-Chul Han ha ben inquadrato nelle sue considerazioni più che mai attuali.

Rallentiamo il passo. Riprendiamoci i nostri spazi di condivisione della creatività e della nostra irripetibile impronta.

Allora ricomincio da qui, cogliendo l’occasione per raccontare di tracce giapponesi in Liguria.

Giorni liguri

Una veduta della riviera di Ponente, a Santo Stefano al Mare (Imperia). Gennaio 2025.

I miei giorni liguri, trascorsi fra dicembre e gennaio in provincia di Imperia, sono stati un momento di riposo, svago e anche scoperta!

Un tardo pomeriggio, in una spensierata esplorazione in un caotico negozio di tre sorelle rigattiere nell’imperiese, mi sono lasciata trasportare dal fascino che questi luoghi emanano.

Era una sorta di magazzino nascosto all’interno di un cortile. L’esterno prometteva al curioso visitatore mille possibilità intravedibili fra file di cappotti, servizi di piatti, bambole, foulard, mobili e montagne di libri. Molto, infatti, era ammonticchiato davanti all’ingresso, come una sorta di scompigliato biglietto da visita.

Questi posti profumano di paradosso: hanno l’odore del tempo che si è fermato e quello di vita. Anzi, tante vite vissute, ognuna chissà come e da chi. Sanno di stasi e di vitalità al contempo, di futuri ormai passati e di passati possibilmente futuri.

Su vecchi tavoli in formica anni Sessanta, pile di piatti scompagnati che un tempo devono aver abbellito le tavole di qualcuno. Appoggiati ad una parete, quadri nati dall’immaginazione speranzosa e stanca di qualche artista condannato, forse ingiustamente, a rimanere nell’ombra.

T-shirt in onore di grandi gruppi musicali del passato, possibili acquisti agognati in occasione di un concerto. Coperte di ogni forma, colore, dimensione e tessuto: da quelle in lana spessa e pungente un po’ militaresca a quelle calde, soffici a quadri multicolori, fatte ai ferri da mani pazienti e operose.

Elaborati centrini come testimonianza di una meticolosa artigianalità ormai, credo, scomparsa. Si rimane esterrefatti davanti alla preziosità di intricati manufatti del passato che coniugavano pazienza, talento, passione, devozione, tradizione e senso del bello.

Tracce inaspettate

La mia attenzione fu catturata subito, però, dai libri. Essi, soprattutto se vissuti, hanno sempre il potere di risvegliare la mia curiosità, indipendentemente dal tema trattato.

Imponenti tomi d’arte classica – e che ho immaginato essere stati parte di qualche autorevole collezione privata – si avvicendavano a romanzi ambientati in Liguria. Alcuni testi di letteratura inglese inframezzavano, in modo imprevedibile, volumi di oscure collane.

Ad un certo punto, i miei occhi intravidero un angolino di una copertina curiosa. Non avevo idea di cosa si trattasse ma qualcosa mi diceva che c’entrava il Giappone. L’indizio: pennellate irregolari dorate su una copertina arancione che richiamavano alcuni decori delle pregiate e antichissime carte di Echizen 越前和紙 (Echizen-washi) la cui tecnica, narra la leggenda, sia stata tramandata alla popolazione locale più di millecinquecento anni fa da una misteriosa principessa poi scomparsa nel fiume. Un dono di conoscenza che l’enigmatica figura fece alla gente di Echizen, nell’attuale prefettura di Fukui, poiché sprovvisti di risaie con cui guadagnarsi da vivere.

Donne di Echizen impegnate nella realizzazione della loro pregiata carta. Fonte immagine.
La misteriosa figura che, secondo la leggenda, avrebbe insegnato alla gente di Echizen a realizzare una carta speciale, prima di svanire nelle acque dello Hinogawa. Questa figura viene chiamata 川上御前 Kawakami-gozen ossia la nobile dama a monte del fiume. Fonte immagine.

Dal Giappone a Venezia…a Imperia!

Un rimando ad un mio scritto di ricordi veneziani, incastonati nella serie colpevolmente incompleta dedicata a Pearl S. Buck è qui.

Con delicatezza, ecco sfilato un esile libro dalla morsa decisa dei maestosi, quanto polverosi, volumi tutt’intorno. Il mio sguardo individua subito il titolo bilingue, giapponese e italiano, e avverto una stretta al cuore!

Il titolo: 「日本伝統・現代工芸手工芸ヴェニス展」Nihon dentō gendai kōgei shukōgei venisu-ten. Mostra dell’artigianato giapponese tradizionale e contemporaneo a Venezia.

Retro del volumetto

Il libro, stampato in Giappone nel 1980, fu realizzato in occasione di un’importante mostra svoltasi tra il maggio e il giugno dello stesso anno, a Ca’ Vendramin Calergi, a Venezia. Un elegantissimo edificio della tradizione architettonica rinascimentale veneziana, a quanto pare in utilizzo, oltre che come spazio espositivo, dal 1946 anche come sede secondaria del Casinò di Venezia.

Ebbene, l’atteso evento fu patrocinato dall’Ambasciata d’Italia in Giappone e dall’Ambasciata Giapponese in Italia, sotto gli auspici di Mario Rigo, l’allora sindaco di Venezia e Boris Biancheri, il neo-ambasciatore italiano a Tokyo di quell’epoca.

Curiosando tra le pagine

A me questi incontri sembrano sempre tutto fuorché mere coincidenze. Sapevo che avrei dovuto acquistare questo catalogo perché, al di là di un possibile valore economico a cui non sono interessata, è un tassello del mio tortuoso percorso. Un pezzo del mio personalissimo rompicapo che ha il Giappone come costante fil rouge.

L’ambasciatore Biancheri, nel suo messaggio istituzionale d’introduzione al catalogo, sottolinea con comprensibile orgoglio, l’impegno divulgativo artistico in cui la città di Venezia era promotrice ai tempi. Infatti, spiega Biancheri, solo due anni prima la città lagunare ospitò, sempre a Ca’ Vendramin Calergi, una prestigiosa mostra dedicata a ben duecentocinquanta pittori giapponesi contemporanei!

La mostra per la quale vennero stampati questi cataloghi, invece, aveva come punto focale oggetti del ricco artigianato giapponese.

Nello sfogliare le pagine patinate e leggermente ingiallite del libro, si possono ammirare foto in bianco e nero degli oggetti che occhi veneziani (e non!) ammirarono in quella primavera-estate del lontano 1980.

Delicate bambole kimekomi; vasi in maiolica di Bizen; preziosi kimono raffiguranti decori simbolici come elementi botanici, case di campagna, volatili; bambole kokeshi di Naruko; borse e sandali con insolite scritte in sanscrito; tazze per la cerimonia del tè, realizzate secondo varie tecniche; bizzarre composizioni di ikebana prodotte con fiori artificiali; bambole di carta; maschere del teatro Nō.

Salta all’occhio il ricco assortimento di bambole presenti in questa mostra.

Toshifumi Magori, direttore del Club degli Amici dell’Europa e delle Arti, nel suo messaggio presente nel catalogo, si compiaceva dell’entusiasmo del sindaco Mario Rigo e dell’intera Municipalità per l’arte giapponese. Dalle sue parole emerge quanto effervescente fosse l’ambiente artistico veneziano di quegli anni, immerso in un percorso di scoperta e apprezzamento guidato da nipponisti di alto calibro che erano già vanto della Serenissima di allora.

Tra i nomi prestigiosi che compaiono nel comitato d’onore troviamo quello della stimata Prof.ssa Adriana Boscaro, venuta a mancare nell’agosto del 2022. Massima conoscitrice e divulgatrice di Jun’ichirō Tanizaki in Italia.

La traduzione dal giapponese all’italiano del catalogo fu, invece, affidata a una figura finita nell’ombra: il Prof. Federico Barbaro, traduttore e salesiano originario di Cimpello, in provincia di Pordenone. Barbaro fu missionario in Giappone negli anni Trenta e poi direttore negli anni Cinquanta della casa editrice salesiana Don Bosco Sha, proprietaria di importanti riviste di divulgazione cattolica in Giappone.

Federico Barbaro oggi viene ricordato per aver curato l’edizione in giapponese moderno popolare (kogo 古語) della Bibbia.

Ricomponendo il mio rompicapo

Non so nulla della storia di questo volumetto: chi fosse il suo primo proprietario, come e dove lo avesse acquistato. Forse era uno dei veneziani appassionati di arte giapponese? O magari era un ligure innamorato del lontano Oriente? O forse ancora un emozionante sguardo in un mondo esotico che qualche colta dama avrà voluto per la propria biblioteca?

Non credo avrò mai risposte a queste domande. Ma non importa. D’altro canto, i libri spesso vivono vite una dietro l’altra, con concatenamenti non sempre visibili ad occhio nudo.

Ora è nella mia di biblioteca e rappresenta un tassello del mio rompicapo. Forse, chissà, un giorno ricomporrà il rompicapo di qualcun altro.

Acquistai il volumetto dalla copertina che mi aveva subito ricordato la carta di Echizen e, uscendo dal microcosmo dinamico e statico di quel negozio, i miei occhi videro il cielo imperiese ormai blu notte.

Watoji: rilegatura giapponese a Torino

Ai tanti sprazzi di giapponesità che costellano veramente la mia quotidianità, spesso in maniera inaspettata e sorprendente, si è aggiunta qualche giorno fa un’incantevole opportunità: un corso di 和綴じ watoji, ossia la rilegatura giapponese.

Watoji

Quaderno giapponese realizzato da me al corso.

L’evento mi era stato segnalato dalla mia cara amica Laura di WEeKanDesign.it la quale – e lo annuncio ufficialmente e con un certo orgoglio – si occupa ora tra le tante cose anche della comunicazione per Biancorosso Giappone.

Grazie a Laura, dunque, sono venuta a conoscenza di un’interessante associazione a Torino che si chiama Sulla Parola, in Via Cibrario 28. Potete visitare il loro sito proprio qui.

In questo brillante luogo di condivisione della conoscenza, tutto però proposto in un’atmosfera avvicinabile e non d’élite, l’offerta dei corsi è molto attraente. Tra i corsi che Sulla Parola propone periodicamente ci sono dei laboratori di watoji, o rilegatura giapponese, come quello a cui ho avuto il privilegio di partecipare il 14 aprile su gradito invito della gentile signora Sabrina Bartolone che gestisce l’associazione.

Rilegatura giapponese

Locandina dell’evento sulla rilegatura giapponese.

Nonostante la mia solita e ormai prevedibile timidezza, ho voluto partecipare sapendo che avrei acquisito, da persone competenti e appassionate, una conoscenza preziosa.

Ed è stato proprio così.

Il corso

rilegatura giapponese

Il mio piano di lavoro

Il corso, condotto dalla preparatissima e paziente Inés Sánchez, aveva come obiettivo quello di trasmettere alcune nozioni generali sull’arte della legatoria del Sol Levante permettendo al contempo ad ogni partecipante di realizzare – con le proprie mani – un quaderno tradizionale giapponese.

In questo ambiente luminoso, rilassato, tranquillo e con i raggi di sole di un sabato torinese che illuminavano tutta la via, abbiamo ascoltato l’appassionante spiegazione di Inés che ci ha condotte attraverso varie epoche storiche dell’Asia e aspetti intriganti dei materiali protagonisti.

Profumi di storia

Siamo passate dall’invenzione della carta in Cina nel remotissimo secondo secolo a.C. (ben mille anni prima della sua introduzione in Europa!) ad un rapido excursus sui materiali. E nel frattempo la mia mente ripensava ai vari stadi evolutivi che la legatoria ha attraversato in Giappone arrivando poi a conoscere stili e forme più standard nel mio amato Periodo Edo (1603-1868).

Washi

Un testo in spagnolo dedicato alla 和紙 washi, la carta giapponese.

Proprio nel Periodo Edo, infatti, la stampa e l’industria editoriale sbocciarono in seguito alla pace finalmente ritrovata attraverso la riunificazione politica e quindi all’emergere di una nuova classe, quella dei 町人 chonin ossia dei mercanti. Questa ritrovata – e sudata – stabilità sociale ed economica portarono ad un innalzamento dei tassi di alfabetizzazione e di conseguenza al fiorire di un interesse letterario che non fosse solo appannaggio esclusivo delle classi nobili. E’ in questo periodo che la letteratura giapponese conobbe il suo avvio alla diffusione popolare.

Conoscenze preziose per tutti

Uno degli aspetti più intriganti di questo corso è la sua avvicinabilità, ovvero il suo essere alla portata veramente di chiunque. Non sono richieste doti manuali particolari e nemmeno competenze specifiche e di nicchia. Chiunque può imparare la tecnica della rilegatura giapponese semplice utilizzando materiali comuni e che – volendo – possono tranquillamente essere di recupero.

Essenzialmente ciò che serve sono carta (non necessariamente giapponese ma andrà bene anche della carta da regalo ad esempio), cartoncino, ago e filo, forbici, fogli bianchi, un piccolo trapano per il fai-da-te oppure degli spilloni resistenti per fare i fori sul dorso.

L’ardua scelta della carta giapponese

Ci è stato chiesto di scegliere tra due decori di carta giapponese e che avrebbero costituito la copertina del nostro quaderno artigianale.

carta giapponese

Magnifici fogli di carta giapponese

Non è mai facile scegliere, a mio avviso, la carta giapponese perché è sempre così evocativa e ricca di dettagli da avvertire ora una sintonia con uno e ora con un altro.

Tra le due scelte proposte, tuttavia, mi sono orientata verso la carta con pennellate turchesi da cui spiccavano i ciliegi in fiore e alcuni elementi che mi hanno ricordato l’arrivo imminente dell’estate.

Passo dopo passo, tra una pennellata di colla e una misurata coi righelli, era giunto il momento di avvicinarci alla parte forse più impegnativa ma anche quella più emozionante di tutto il progetto: la cucitura.

La cucitura

Per l’occasione la maestra Inés aveva portato delle spolette di bellissimo filo colorato. Era nostro il compito di selezionare, in base alla propria sensibilità estetica e gusto, il colore che meglio si abbinasse al decoro della carta prescelto.

Io ho virato verso il rosso, la versione tangibile di quel fil rouge che continua a tenermi legata – attraverso mille insospettabili sorprese – al mio caro Giappone.

Cucitura watoji

Cucitura sul dorso del quaderno.

Nella rilegatura giapponese esistono vari stili di cucitura del dorso, alcuni dei quali erano visibili grazie a dei campioni che Inés ha realizzato a scopo dimostrativo.

cuciture

Campioni dimostrativi di cuciture per rilegatura giapponese

Lo stile di cucitura che abbiamo appreso e utilizzato quel giorno è quello chiamato  麻の葉綴じAsanoha-toji che significa rilegatura a foglia di canapa perché il motivo geometrico che si ottiene dovrebbe ricordare le foglie di questa pianta. Tra l’altro l’asanoha è uno dei decori più famosi dell’artigianato tessile giapponese tradizionale.

Cucitura watoji

Particolare della cucitura Asanoha-toji

Punto dopo punto, con le pazienti indicazioni di Inés e col mio filo rosso che scorreva deciso su e giù per i fori, siamo riuscite a terminare i nostri quaderni.

Che gioia soprattutto perché temevo non sarei mai riuscita ad ottenere un buon risultato.

watoji

Elegante particolare dei nostri quaderni giapponesi

Quaderno giapponese

Quaderno giapponese in esposizione al corso

Quaderno

Quaderno giapponese in esposizione al corso

Il valore della conoscenza trasmessa

Non è certamente un caso fortuito che ci si trovi a proprio agio e in armonia con le persone che, come noi, apprezzano il valore della conoscenza perché ne riconoscono il senso e il sacrificio compiuto per ottenerla.

Per me questa è stata un’esperienza molto arricchente che mi ha permesso di conoscere un luogo sano di aggregazione e di prendere parte alla ricerca di un sapere prezioso.

Un sapere, quello della rilegatura, intrecciato a un’arte che – come mi diceva con voce comprensibilmente malinconica Inés – sta lentamente svanendo inghiottito dalla corsa al tutto e subito e a poco prezzo.

Il valore del poter acquisire qualche frammento di un sapere antico in grado forse di farci rallentare, di farci riprendere fiato e di tornare ad apprezzare le piccole cose, è inestimabile.

Fosse anche solo il passare le dita delicatamente sopra un filo rosso pazientemente intrecciato mentre dalla finestra filtra un raggio di sole pomeridiano.

Ringrazio di cuore Sabrina Bartolone dell’Associazione Sulla Parola e la maestra Inés per questo inestimabile regalo.

Miyabi e il doppio incanto del legno di faggio

Biancorosso Giappone è da Miyabi per il workshop di Tsumehito Minegishi da Miyabi - Torino

Biancorosso Giappone da Miyabi

Un legno che profuma di reminiscenze

Dal legno di faggio un doppio incanto di cui vi parlerò.

L’olfatto: il teletrasporto dell’anima

L’olfatto è il vero teletrasporto dell’anima.

Un teletrasporto intenso che ho potuto rivivere da pochissimo attraverso un legno su cui, vi confesso, stava per scendere una lacrima.

Ma andiamo per ordine. O quasi.

La casa di Ishii-san

Dei tanti luoghi a cui i lettori di Biancorosso Giappone si sono affezionati negli anni vi è sicuramente la famosa casa di Ishii-san, nel Kanagawa. Cliccando qui vi rimando ad un mio articolo del 2016 dedicato in particolar modo alla collezione di katana del sig. Ishii.

Ishii-san

Ecco la famosa casa di Ishii-san.

Ishii-san era il mio padrone di casa nonché papà di Saku-chan, una delle mie più care amiche.

Di questa casa vi ho parlato tante volte perché essa custodisce alcuni tra i miei ricordi più preziosi.

Ishii-san, discendente di una famiglia samuraica, molti anni fa ha ereditato questa magnifica casa tradizionale.

La casa, sottoposta regolarmente a meticolose opere specializzate di manutenzione da parte di artigiani specializzati nell’edilizia tradizionale giapponese, è un gioiello da qualunque parte la si osservi.

Interni casa

Quegli interni impregnati di quella fragranza di tatami e legno di faggio e di cedro.

Al suo interno essa è impregnata della fragranza elegante del tatami e … del legno di faggio e di cedro di cui sono fatte le intelaiature delle sue porte scorrevoli e i pannelli decorativi.

Da Miyabi, a Torino, il doppio incanto

Pochi giorni fa ho ricevuto, inaspettatamente, l’invito da parte dello chef Tezuka Masanori di Miyabi, l’associazione culturale giapponese di Torino, a prendere parte a un evento di rara e singolare preziosità:

My Hashi

Evento My Hashi da Miyabi

Si è trattato di un workshop che aveva come obiettivo quello di dare ai partecipanti un assaggio di un’arte che sa di antico ma che certamente è ancora molto viva: la carpenteria giapponese.

Il workshop era diretto dal signor Tsunehito Minegishi, (con l’assistenza della professoressa Daniela Moro docente di lingua e letteratura giapponese all’Università di Torino) un artigiano con una lunghissima esperienza alle spalle nel campo della carpenteria. Un’esperienza mirabile affinatasi in particolare da un’attenzione verso la 数寄屋造り Sukiya-zukuri ovvero uno stile architettonico residenziale che fa propri i principi estetici del wabi-sabi che governano le armonie e le atmosfere delle case da tè e della cerimonia del tè giapponesi.

Minegishi Tsunehito

Minegishi-sensei ci guida, attraverso una spiegazione dettagliata e coinvolgente, in un mondo a noi pressoché sconosciuto.

Dopo aver ricevuto una deliziosa accoglienza in questa limpida scheggia di Giappone proprio qui, nel cuore del capoluogo sabaudo, con crescente emozione abbiamo atteso l’inizio di un’esperienza che conserveremo gelosamente nei nostri ricordi e nel nostro sentire.

Il tavolo del maestro

Il tavolo del maestro

L’aspetto più emozionante dell’evento era l’obiettivo preannunciato nel programma, ovvero la realizzazione, attraverso la paziente guida di Minegishi-sensei, di un paio di お箸 o-hashi ovvero di bacchette tradizionali giapponesi che ogni partecipante sarebbe stato in grado appunto di creare.

Per far ciò, ognuno di noi è stato accolto da una propria postazione.

Pialla e forma

La Kanna o pialla giapponese e forma

La postazione di ognuno comprendeva una pialla giapponese che si chiama  鉋 kanna, una forma di legno e dei parallelepipedi di legno di faggio che avremmo pazientemente ma entusiasticamente modellato.

La piallatura come rievocazione del ricordo

gli attrezzi

Kanna o pialla giapponese con le sue lame smontate.

Dopo un iniziale timore avvertito anche solo nel prendere in mano questi attrezzi che sembravano così delicati ma cosi forti al tempo stesso, mi sono lasciata trasportare dal movimento – dall’esterno verso l’interno quindi l’esatto opposto della pialla occidentale – di ritmica lisciatura.

Ad ogni movimento corrispondeva l’emergere di nuovi trucioli che, in breve tempo, hanno ricoperto il tavolo e il pavimento.

E ad ogni movimento e ad ogni sbocciare di nuovi riccioli di legno, ecco elevarsi quel profumo.

Il profumo di Giappone per me coincide con poche cose ma che so identificare con precisione. Come ad esempio la fragranza innocente delle saponette キレイキレイ Kirei-kirei, gli effluvi contemplativi dell’incenso 毎日香 Mainichikoh, l’aroma avvolgente delle 焼き芋 yaki-imo ovvero le patate dolci giapponesi arrostite tipiche dell’inverno e il suggestivo odore garbato del legno di faggio.

Quest’ultimo ha il potere, sconvolgente e rincuorante al contempo, di trasportarmi istantaneamente nella casa di Ishii-san. Laggiù, seduta su quegli zabuton a sorseggiare tè verde freddo con Sakura e a deliziarci con ghiaccioli agli azuki per combattere l’afa agostana e accontentare la voglia di dolce e di convivialità.

Dalla fatica emerge una bellezza

La piallatura con la kanna richiede movimenti energici e scanditi da una certa costanza ritmica. Inevitabilmente, per me che non avevo mai piallato un pezzo di legno o di metallo in vita mia fino a quel momento, ho avvertito una certa spossatezza e forse anche una punta di timore di non riuscire nell’intento creativo.

Nonostante l’indolenzimento di braccia e dita, lentamente è emersa una garbata bellezza  ammantata di quella fragranza di reminiscenza.

Forma e legno

Forma e parallelepipedi di legno di faggio.

Bacchette artigianali in legno di faggio

Bellezza che emerge dalla fatica. Queste le ohashi di Laura.

Ad ogni partecipante è stato chiesto di scegliere se dare alle estremità delle proprie bacchette una forma ottagonale oppure se lasciarla quadrata.

La mia amica Laura, che non solo mi ha accompagnata ma che è autrice di tutte le suggestive foto di questo post tranne quelle della casa di Ishii-san,  ha optato per l’ottagono mentre io ho preferito rimanere sul più semplice scegliendo il quadrato che ho solo tentato lievemente di smussare agli angoli.

Qui le nostre お箸 ohashi:

Le nostre ohashi

Le nostre お箸 ohashi

Le bacchette

Le nostre ohashi fatte a mano da noi sotto la guida di Minegishi-sensei

Ohashi artigianali

Ohashi artigianali

Ed ecco dunque

Ed ecco dunque il doppio incanto: la rievocazione – sulla scia olfattiva del legno – di un ricordo prezioso di serenità e la realizzazione davanti ai nostri occhi di un oggetto di ricercata bellezza.

Le bacchette con le ceramiche di Miyabi

Ceramiche di Miyabi e ohashi fatte a mano

Ringrazio nuovamente con genuina gratitudine lo chef Masanori Tezuka di Miyabi per l’invito graditissimo, Minegishi-sensei per la maestria che ci ha donato con un sorriso, Asuka Ozumi del CeSAO per l’accoglienza squisita e tutto lo staff e i collaboratori di questo incantevole schizzo di Sol Levante su tela sabauda: Miyabi

E infine ringrazio con il cuore Laura di WEeKanDesign.it che collabora con Biancorosso Giappone in un fruttuoso e incoraggiante sodalizio. Sue sono quasi tutte le foto di questo post, ad eccezione delle due immagini della casa di Ishii-san.

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