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Hiyashi-chūka in una Torino d’agosto

Scatti sentiti della mia straordinaria ed ostinatamente enigmatica Torino.

Ecco agosto, giunto puntualmente con la sua inconfondibile scia di roventi silenzi, viali ovattati, strade deserte, marciapiedi incandescenti, saracinesche abbassate, aperture straordinarie e languidi corvi al riparo in ritagli d’ombra.

Le acque del Po, seppur infiacchite anch’esse dal caldo implacabile, continuano obbedientemente a riflettere una Torino capovolta, sempre brillante nella sua palette cromatica dai caratteristici colori sabaudi: eleganti gradazioni di verde che si intrecciano a quelle vaniglia delle facciate dei palazzi e il rossastro cannella dei tetti. Una mescolanza armoniosa, dignitosa, squisitamente torinese e senza tempo.

Oleandri in fiore…nel quartiere Borgo Po.

Passeggio molto lentamente lungo le antiche sponde del fiume e sento, ad ogni passo, l’odore distintivo delle acque eridane: sa di gradazioni di verde scuro e di alghe spesse. Acque che si mescolano al fango e a qualsiasi detrito che quel cosmo sottacqueo pervicacemente custodisce. Si vocifera dei tanti segreti che il Po nasconderebbe sotto i suoi liquidi veli. Quello è il suo odore da che ricordi.

Le acque del Po a Torino odorano semplicemente…di acque del Po a Torino. Non c’è nient’altro che vi assomigli.

Qualcuno passeggia lentamente come me, magari in compagnia di un cane affaticato dal caldo.

Rallento ulteriormente il passo e mi accorgo della bellezza del viale alberato che costeggia l’ex zoo di Corso Casale: la luce del tardo pomeriggio quasi sera che filtra attraverso le foglie fitte dei platani e dei tigli riuscendo a percolare attraverso quella ragnatela folta di rami, rinascendo così in un’infusione del colore della pace che vorrei nel mio cuore.

In questi giorni sono in una specie di personalissima trasferta artistica, dalle irresistibili venature feline. Sono ospite a casa di una straordinaria artista torinese a cui dedicherò uno scritto qui sul blog molto presto. In realtà, tra non molto vi racconterò anche dell’incontro magnifico con una persona preziosa la cui esistenza è imbevuta di un Giappone inestimabile. Nuove amicizie che addolciscono le disillusioni del tempo e mi consentono di riaprire gli occhi con sguardi freschi.

Ispirazioni culinarie a Borgo Po

Ispirazioni culinarie e letture di Okinawa.

Si concretizza un mio piccolo sogno cioè quello di vivere, anche se solo per pochi giorni, nel quartiere più affascinante della città nonché la vera quintessenza della torinesità: Borgo Po.

Qui è tutta una suggestione estetica dagli spiccati sapori neoclassici e neoliberty di eleganti edifici, strategicamente nascosti dietro una lussureggiante vegetazione che stuzzica la curiosità, all’incanto amarcord del Parco Michelotti con la sua orchestra muta di luoghi non più luoghi di un cemento armato morto…e di nuovo vivo.

E le strade che dolcemente si arrampicano verso la signorile collina, ognuna con propri ricami di raffinati palazzi dall’inimitabile buon gusto sabaudo.

Hiyashi-chūka: un classico estivo

Vi raccontai qualche tempo fa di questo piatto squisitamente giapponese e della sua storia nata ed evolutasi sulla scia del Drago di Sendai. Se avete piacere di leggere quell’articolo, eccolo qui.

In una Torino agostana con gli alberi rigogliosi, un sole iracondo e l’indolenza di solitarie strade apriche…mi lego sbrigativamente i miei capelli in una coda di cavallo e impazientemente mi faccio aria con un giornale. Ho fame ma nessuna voglia di mettermi a cucinare.

Però questa casa d’artista con il suo tavolo di marmo freddo e la sua straordinaria veranda affacciata sugli oleandri mi fa venire voglia di creare…anche se solo con un paio di bacchette e qualche condimento.

Allora eccoci con la ricetta in una versione semplificata e leggerissima di questi spaghettini freddi insaporiti con verdure fresche, il tutto irrorato con un gustoso condimento.

Verdure varie

Non vi darò dosi. Ricetta libera, liberissima.

Ho tagliato un po’ di cetriolo, della carota, qualche pomodorino, dei peperoni di Baldissero e due fettine di limone.

Per questa ricetta ci vogliono gli spaghetti per rāmen. Io ne ho usato un tipo essiccato, proveniente dal Giappone e acquistato da Kira Market, in Via Principe Amedeo 33, Torino.

Ho messo a bollire dell’acqua in una pentola, senza aggiungere sale. Il sale, infatti, è già contenuto in tutte le paste giapponesi.

Si fanno cuocere per circa 4 minuti o per il tempo indicato sulla confezione.

Poi si scolano, si risciacquando velocemente e si mettono subito in un recipiente di acqua ghiacciata.

Una volta raffreddati i rāmen, basterà scolarli e sistemarli su un piatto. Dopodiché si guarniscono con le verdure di vostra scelta e si irrorano con una salsina che si prepara unendo 2 cucchiai di salsa di soia, 2 cucchiaini di zucchero, 3 cucchiai di aceto di riso, 1 cucchiaio di olio di sesamo tostato.

Ed ecco fatto. Un vero classico della cucina giapponese estiva, nato verso la fine degli anni Trenta proprio dall’idea di un cuoco di Sendai che, grazie al suo ingegno, seppe dare scaccomatto all’implacabile calura dell’estate del 1937.

Riproposto qui, in una evocativa cucina d’artista a Borgo Po. Da me e dai miei pensieri.

Comunicazioni

In conclusione, due comunicazioni importanti.

Qualche settimana fa mi sono accorta, per puro caso, che il form del blog non funziona come dovrebbe. Risultato? Con mio grande sgomento, ho scoperto una lista gigantesca di messaggi a cui non avevo mai risposto perché non sapevo che mi fossero arrivati. Gasp. Gulp.

Non ho risolto il problema del form ma vi chiedo gentilmente di scrivermi a questa mail, se desiderate mettervi in contatto con me:

E poi vorrei mandare un saluto ai miei amici americani Sam, Joe and Ivan dell’Arkansas, ideatori del formidabile podcast Dawn of Mantis, una produzione di altissimo livello dedicata a fatti di cronaca irrisolti, di varia provenienza. Con mia enorme sorpresa, l’episodio 385 è stato dedicato a me. Potete ascoltare i ragazzi qui.

Ci tengo a salutarli perché, da quando li ho contattati per esprimere il mio apprezzamento per il loro lavoro, è nato un bello scambio gradevole e rispettoso con tutta la redazione. Loro, increduli nel sapere di avere un’ascoltatrice a Torino nientemeno, hanno espresso il desiderio di visitare la mia preziosa città se il podcast dovesse – come tutti ci auguriamo – decollare.

Pensieri fluviali: Microcosmi cangianti

pensieri fluviali

Sembra la copertina di un libro che vorrei scrivere.

Pensieri fluviali: questo è, da oggi, il titolo della mia raccolta di riflessioni che pubblicherò periodicamente qui su Biancorosso Giappone.

Sono pensieri che tento di esprimere attraverso la parola scritta poiché sono una terribile oratrice. E sono fluviali semplicemente perché vivo vicino al grande fiume Po le cui acque spesso fanno da sfondo alle mie riflessioni solitarie.

Microcosmi cangianti

riflessioni

Riflessioni sul cambiamento

Ricordate l’incanto delle bolle di sapone? Ricordate quel loro modo pesantemente leggero di volar su? Ricordate i raggi del sole che , incontrando la superficie di queste fragili e fugaci sfere, davano origine a quegli evanescenti giochi cromatici?

Bolle trasparenti ed effimere le cui superfici divenivano inafferrabili tavolozze dove solo le auree setole dei raggi solari potevano tracciare mirabili schizzi.

Ancora adesso, quando osservo le bolle di sapone librarsi su verso il cielo senza sapere che – pur avendo da poco lasciato il soffio del bambino – presto svaniranno in un inesorabile puff, nei miei occhi esse diventano tanti microcosmi cangianti.

Prima e dopo

Le mie riflessioni, soprattutto quelle solitarie che compio quando passeggio per le vie del mio vecchio quartiere oppure quando oziosamente mi appoggio al parapetto in pietra che costeggia le rive del Po, passano inevitabilmente attraverso il setaccio del prima e del dopo.

Tutto per me acquisisce una collocazione sensata in base a questi termini.

Appoggiata a quel parapetto di pietra calda e che leggermente mi punge la pelle osservo lo scorrere del vecchio fiume, respirandone il profumo muschiato che istantaneamente mi trascina con dolce veemenza alle mie lunghe estati torinesi, povere ma ricche, degli anni Ottanta.

1999: la lira cristallizzata nella mia mente

Era l’estate del 1999 quando, nel pieno fermento dei miei diciannove anni, me ne andai da Torino, dal’Italia. Decisioni poco soppesate, la voglia di scappare, di esplorare il mondo, di respirare un’aria che non sapesse di questa città.

Ero una ragazzina timida, molto affezionata alla mia casa e soprattutto alla mia mamma e alle mie sorelline. Ma quasi improvvisamente me ne andai: un aereo, il primo della mia vita, mi portò prima nel Colorado così caro a John Denver, e poi a Dallas nel Texas.

Sì, lei: la Dallas di J.R., dei ricchi petrolieri con il cappello da cowboy, la camicia inamidata e il sigaro.

Ma anche la Dallas delle estati asfissianti, degli sconfinati campi di mais, dei malconci convenience stores seminati in mezzo al nulla dove forse Stephen King e i suoi personaggi dell’incubo potrebbero aggirarsi. La terra della Bible Belt, dello everything is bigger in Texas, degli immensi quanto insapori hamburger di Whataburger, dei messicani sprezzantemente chiamati wetbacks e dove ai bianchi essi riservano il termine gringos.

Ritornerò nei miei pensieri fluviali ai miei anni statunitensi, ma non ora.

Me ne andai quando ancora qui c’era la lira, la moneta del prima, la moneta in cui ancora oggi eseguo mentalmente i calcoli relativi alle spese.

2005: un assaggio del dopo

Con una toccata e fuga sarei ritornata in Italia, e precisamente a Torino che è la mia città di nascita, solo nel 2005. E avrei trovato qualche brandello di ciò che ricordavo, avviluppato in una mescolanza di microcosmi cangianti a me sconosciuti.

Era tutto cambiato. I pochi volti ancora a me familiari erano visibilmente invecchiati, alcuni dolorosamente abbruttiti da difficoltà del vivere quotidiano italico che io ancora non conoscevo.

Ho visto strade rattoppate. Ho visto quartieri nuovi di zecca dove la memoria non trovava appigli. Ho sentito tante lingue che percepivo come un unico magma incandescente ed aggrovigliato.

Oggettivamente erano passati pochi anni, ma lo stravolgimento che mi attendeva mi travolse in tutta la sua imponderabilità.

L’italiano come l’ambra

Persino la lingua che parlavo da quando ero piccola, l’italiano, sembrava non essere più lo stesso. In fondo, nei miei anni statunitensi (soprattutto) e poi quelli giapponesi avrei mantenuto un italiano che in fondo conservava cristallizzato al suo interno un microcosmo cangiante svanito per sempre. Proprio come fa l’ambra.

Una bolla di sapone scoppiata in quella confusa estate, al decollo di quell’aeroplano che mi avrebbe condotta nella terra a stelle e strisce dove avrei trovato gioia e terrore, respiro e soffocamento, convivialità e solitudine.

Il mio Giappone dell’anima

Poi il Giappone e il mio totale innamoramento di quella terra, la sua lingua, il suo profumo, il verde puro del suo sencha, le nuvole d’incenso, i sentieri solitari che portavano su a Zama Jinja, la metropolitana col suo odore e quel suo nonsoché di potenzialmente distopico, il suo infinito labirinto di strade, l’aria salmastra di Yokosuka, il sapore quasi californiano di Shonan Beach, le capesante alla griglia su su ad Enoshima.

Lacrime scorrono giù copiosamente.

Al mio ritorno definitivo, nel 2010, dovetti farmene una ragione: parlavo un italiano incerto e dal sapore retrospettivo.

Avevo superato la barriera linguistica per sempre, azzerando i tempi di traduzione mentali da lingua A a lingua B, giungendo però paradossalmente all’autonomia comunicativa e al rattrappimento inverso a casa mia.

L’esule in patria, mi chiamò qualcuno.

Qualcuno un giorno mi affibbiò, forse scherzosamente o forse no, questo soprannome. Il mio continuo senso di smarrimento in questa Italia fatta di microcosmi cangianti che non sento miei perdura e lo avverto anche ora mentre scrivo.

L’incapacità comunicativa, prevalentemente se in forma orale, mi rende forse poco chiacchierina e mi fa apparire più riflessiva di quanto non lo sia in realtà.

Sono anche quel che è stato

Benché nessuno forse si accorga del mio smarrimento, della mia permanente condizione dell’esule in patria, del mio raccapriccio davanti all’abbruttimento di luoghi che – chissà – magari sono sempre e solo stati belli nel mio ricordo, non posso lasciare che il cambiamento mi destabilizzi e mi butti giù a terra con prepotenza.

Cercavo il caffè Ciao Türin ma ora vi è solo una grigia saracinesca abbassata per sempre. Cercavo la vecchia giostra nel giardinetto intitolato a Peppino Impastato ma ora al suo posto c’è uno spazio vuoto di cemento.

Tante cose sono sparite, scoppiando in quel puff inesorabile che è parte integrante del cambiamento.

Per me restano il prima e il dopo, i conti della spesa in lire, sparute vestigia di quei microcosmi cangianti che ricordo, nuove ma poche persone preziose che hanno incrociato il mio cammino da quando sono tornata. Resta il mio essermi rimessa in piedi, grazie a Dio.

In fondo sono anche quel che è stato, ma al contempo in trepidante attesa di ciò che sarà.

teiera e tè

Un tè in solitaria con la mia teiera di Yixing.

Marianna

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