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Hiyashi-chūka in una Torino d’agosto

Scatti sentiti della mia straordinaria ed ostinatamente enigmatica Torino.

Ecco agosto, giunto puntualmente con la sua inconfondibile scia di roventi silenzi, viali ovattati, strade deserte, marciapiedi incandescenti, saracinesche abbassate, aperture straordinarie e languidi corvi al riparo in ritagli d’ombra.

Le acque del Po, seppur infiacchite anch’esse dal caldo implacabile, continuano obbedientemente a riflettere una Torino capovolta, sempre brillante nella sua palette cromatica dai caratteristici colori sabaudi: eleganti gradazioni di verde che si intrecciano a quelle vaniglia delle facciate dei palazzi e il rossastro cannella dei tetti. Una mescolanza armoniosa, dignitosa, squisitamente torinese e senza tempo.

Oleandri in fiore…nel quartiere Borgo Po.

Passeggio molto lentamente lungo le antiche sponde del fiume e sento, ad ogni passo, l’odore distintivo delle acque eridane: sa di gradazioni di verde scuro e di alghe spesse. Acque che si mescolano al fango e a qualsiasi detrito che quel cosmo sottacqueo pervicacemente custodisce. Si vocifera dei tanti segreti che il Po nasconderebbe sotto i suoi liquidi veli. Quello è il suo odore da che ricordi.

Le acque del Po a Torino odorano semplicemente…di acque del Po a Torino. Non c’è nient’altro che vi assomigli.

Qualcuno passeggia lentamente come me, magari in compagnia di un cane affaticato dal caldo.

Rallento ulteriormente il passo e mi accorgo della bellezza del viale alberato che costeggia l’ex zoo di Corso Casale: la luce del tardo pomeriggio quasi sera che filtra attraverso le foglie fitte dei platani e dei tigli riuscendo a percolare attraverso quella ragnatela folta di rami, rinascendo così in un’infusione del colore della pace che vorrei nel mio cuore.

In questi giorni sono in una specie di personalissima trasferta artistica, dalle irresistibili venature feline. Sono ospite a casa di una straordinaria artista torinese a cui dedicherò uno scritto qui sul blog molto presto. In realtà, tra non molto vi racconterò anche dell’incontro magnifico con una persona preziosa la cui esistenza è imbevuta di un Giappone inestimabile. Nuove amicizie che addolciscono le disillusioni del tempo e mi consentono di riaprire gli occhi con sguardi freschi.

Ispirazioni culinarie a Borgo Po

Ispirazioni culinarie e letture di Okinawa.

Si concretizza un mio piccolo sogno cioè quello di vivere, anche se solo per pochi giorni, nel quartiere più affascinante della città nonché la vera quintessenza della torinesità: Borgo Po.

Qui è tutta una suggestione estetica dagli spiccati sapori neoclassici e neoliberty di eleganti edifici, strategicamente nascosti dietro una lussureggiante vegetazione che stuzzica la curiosità, all’incanto amarcord del Parco Michelotti con la sua orchestra muta di luoghi non più luoghi di un cemento armato morto…e di nuovo vivo.

E le strade che dolcemente si arrampicano verso la signorile collina, ognuna con propri ricami di raffinati palazzi dall’inimitabile buon gusto sabaudo.

Hiyashi-chūka: un classico estivo

Vi raccontai qualche tempo fa di questo piatto squisitamente giapponese e della sua storia nata ed evolutasi sulla scia del Drago di Sendai. Se avete piacere di leggere quell’articolo, eccolo qui.

In una Torino agostana con gli alberi rigogliosi, un sole iracondo e l’indolenza di solitarie strade apriche…mi lego sbrigativamente i miei capelli in una coda di cavallo e impazientemente mi faccio aria con un giornale. Ho fame ma nessuna voglia di mettermi a cucinare.

Però questa casa d’artista con il suo tavolo di marmo freddo e la sua straordinaria veranda affacciata sugli oleandri mi fa venire voglia di creare…anche se solo con un paio di bacchette e qualche condimento.

Allora eccoci con la ricetta in una versione semplificata e leggerissima di questi spaghettini freddi insaporiti con verdure fresche, il tutto irrorato con un gustoso condimento.

Verdure varie

Non vi darò dosi. Ricetta libera, liberissima.

Ho tagliato un po’ di cetriolo, della carota, qualche pomodorino, dei peperoni di Baldissero e due fettine di limone.

Per questa ricetta ci vogliono gli spaghetti per rāmen. Io ne ho usato un tipo essiccato, proveniente dal Giappone e acquistato da Kira Market, in Via Principe Amedeo 33, Torino.

Ho messo a bollire dell’acqua in una pentola, senza aggiungere sale. Il sale, infatti, è già contenuto in tutte le paste giapponesi.

Si fanno cuocere per circa 4 minuti o per il tempo indicato sulla confezione.

Poi si scolano, si risciacquando velocemente e si mettono subito in un recipiente di acqua ghiacciata.

Una volta raffreddati i rāmen, basterà scolarli e sistemarli su un piatto. Dopodiché si guarniscono con le verdure di vostra scelta e si irrorano con una salsina che si prepara unendo 2 cucchiai di salsa di soia, 2 cucchiaini di zucchero, 3 cucchiai di aceto di riso, 1 cucchiaio di olio di sesamo tostato.

Ed ecco fatto. Un vero classico della cucina giapponese estiva, nato verso la fine degli anni Trenta proprio dall’idea di un cuoco di Sendai che, grazie al suo ingegno, seppe dare scaccomatto all’implacabile calura dell’estate del 1937.

Riproposto qui, in una evocativa cucina d’artista a Borgo Po. Da me e dai miei pensieri.

Comunicazioni

In conclusione, due comunicazioni importanti.

Qualche settimana fa mi sono accorta, per puro caso, che il form del blog non funziona come dovrebbe. Risultato? Con mio grande sgomento, ho scoperto una lista gigantesca di messaggi a cui non avevo mai risposto perché non sapevo che mi fossero arrivati. Gasp. Gulp.

Non ho risolto il problema del form ma vi chiedo gentilmente di scrivermi a questa mail, se desiderate mettervi in contatto con me:

E poi vorrei mandare un saluto ai miei amici americani Sam, Joe and Ivan dell’Arkansas, ideatori del formidabile podcast Dawn of Mantis, una produzione di altissimo livello dedicata a fatti di cronaca irrisolti, di varia provenienza. Con mia enorme sorpresa, l’episodio 385 è stato dedicato a me. Potete ascoltare i ragazzi qui.

Ci tengo a salutarli perché, da quando li ho contattati per esprimere il mio apprezzamento per il loro lavoro, è nato un bello scambio gradevole e rispettoso con tutta la redazione. Loro, increduli nel sapere di avere un’ascoltatrice a Torino nientemeno, hanno espresso il desiderio di visitare la mia preziosa città se il podcast dovesse – come tutti ci auguriamo – decollare.

Infusione di pensieri e tè verde

Giugno e ormai anche luglio sono scivolati via, fondendosi in un rovente abbraccio fatto di giorni estenuanti, uno più incandescente dell’altro. Un tempo strano, scandito da litanie per il caldo ed accese polemiche climatiche con in più un profluvio di soluzioni per fronteggiare l’inclemente calura: dalle tecniche di respirazione ayurvediche alle versioni fredde di tutti i piatti possibili ed immaginabili. Tutto questo assieme alla rapida comparsa in successione di sedicenti esperti di meteo, curiose figure di una sorta di culto atmosferico nonché presunti depositari di previsioni da cui dipenderà fideisticamente un qualche micro-pubblico.

La corsa spasmodica verso palchi sempre più in alto e più luminosi ormai non risparmia alcun ambito. Nemmeno quello meteorologico. È sempre la solita gara mercatale a chi urla di più.

Nelle ore più ardenti, un po’ drammaticamente ho ripensato a The Midnight Sun (Sole di mezzanotte) di Rod Serling, del 1961. L’incubo di un caldo inesorabile che non sembra arrestarsi in cui la Terra, andata fuori orbita, si dirige rapidamente verso il Sole. Un sole che non tramonta mai e una New York apocalittica, avvolta in temperature costantemente soffocanti.

Il volto madido di sudore e lo sguardo avvilito di Norma, la giovane pittrice protagonista dell’inquietante storia di Rod Serling, facente parte della serie The Twilight Zone (in italiano nota come Ai confini della realtà).

Giorni, dunque, bollenti e alleggeriti solo ogni tanto da qualche agognato intermezzo temporalesco. Corroboranti parentesi spesso irruente che, per qualche istante, smorzano la morsa dell’afa liberando scie di petricore rimaste fino ad allora imprigionate tra gli artigli del cemento magmatico. Anelate tregue che però spesso presentano un conto salato sotto forma di cadute di alberi, frane, esondazioni, danni alle coltivazioni. E allora, davanti alla furia sovversiva della natura, ecco riaccendersi i dibattiti.

Al termine della poesia olfattiva e del momentaneo ristoro psicofisico, ritorna la sovranità dello Zenit.

Scatti di una rovente Torino lugliatica.

E quindi il caldo: una presenza monopolizzante. Se ne parla in strada, nei negozi, nelle sale d’attesa, ai giardinetti, davanti ad un caffè di un bar di Corso San Maurizio, in coda alla posta e naturalmente nella piazza più grande del mondo: la rete. Arriva anche qui, su Biancorosso Giappone.

Condizionatori sì e condizionatori no? Disquisizioni infinite sulle cause di questi stravolgimenti. Temperature record mai viste finora oppure già sperimentate ma il cui ricordo è stato rimosso dall’urgenza del momento?

Escursioni termiche all’ordine del giorno, passando semplicemente da un marciapiede alle temperature semi-polari di un supermercato. Torino diventata per un po’ una sorta di colapasta energetico con le continue interruzioni di corrente. Poi il Sindaco, con la sua ira e i suoi strali.

Ma la vita prosegue. Le quotidianità vanno avanti, ognuna con le sue regole e i suoi protagonisti. Un susseguirsi di microcosmi intorno a noi di cui probabilmente non ci accorgeremo mai.

Infusioni a freddo del tè verde: kōrimizudashi e mizudashi

Lo splendido verde brillante di un sencha infuso con la tecnica del Korimizudashi.

E i tentacoli monopolizzatori del tema del giorno giungono anche qui. E ci portano dritti dritti in dispensa.

Nello sconfinato panorama di refrigeranti possibilità commestibili, c’è una preparazione che a me piace moltissimo: il 氷水出し kōrimizudashi. Si tratta di un’infusione di tè verde giapponese preparata però con acqua fredda e ghiaccio. Una formula ibrida tra il 氷出し kōridashi e il 水出し mizudashi, rispettivamente infusioni con ghiaccio e con acqua.

Per questa preparazione non serve essere un grande conoscitore di tè e nemmeno un purista della prima ora che non transige sui tempi di infusione. O che storce il naso per la scelta di un certo cultivar anziché un altro. Oppure ancora che si scandalizza per l’assenza degli utensili corretti.

Anzi, a ben vedere, probabilmente questo insopportabile signor Sotuttoio avrebbe certamente da ridire sulla preparazione stessa e inorridirebbe davanti a cotanta impudenza nel maneggiare impropriamente la Camellia Sinensis.

Illustrazione di una scatola di tè verde. Sul contenitore è tracciato il carattere 茶 cha (letto cià, secondo le regole fonetiche dell’italiano) ossia tè. Immagine di いらすとや.

Inesistenti radici antiche

Non so oggigiorno quanto interessi riportare alla luce le origini delle cose che ci circondano. A me personalmente, e questo blog ne è una testimonianza, piace moltissimo. Conoscere qualcosa, anche solo un frammento della storia di un utensile o di un profumo mi rende più consapevole e più presente nel mio quotidiano.

Il tè è un universo immenso, composto riccamente dalle impronte dei popoli che nei secoli lo hanno adottato. Insomma, si fa presto a dire: prendiamoci un tè!

Però non serve sempre inerpicarsi in tecnicismi e microlingue per pochi eletti. Insomma, non tutto deve diventare materia di studio: ci si può dissetare con qualche piccola curiosità mentre si sorseggia una buona tazza di 玉露 gyokuro senza per questo sentirsi inadeguati o non sufficientemente preparati.

E a proposito di cose alla portata di tutti o, per usare un aggettivo giapponese adatto, parliamo di qualcosa di molto 気軽い kigarui (rilassato, informale, accessibile a tutti) cioè le tecniche d’infusione a freddo che sono preparazioni del tè con radici antiche…inesistenti!

Già. perché questi metodi di infusione conobbero una crescente diffusione a partire solo dagli anni Ottanta e cioè da quando in Giappone fu introdotta la vendita del tè in bustina.
In realtà, pare che già verso la fine degli anni Sessanta sul mercato giapponese iniziarono ad affacciarsi le prime bustine di tè nero e nello specifico quelle della 日東 Nittoh (o Nittō, secondo la traslitterazione Hepburn).

Il 1961, invece, fu l’anno in cui sul mercato giapponese apparve per la prima volta il tè verde in bustina. Chi detiene questo primato è la celebre 山本山 Yamamotoyama, la storica azienda fondata a Edo nel 1690 da Kahei Yamamoto che divenne il più importante commerciante di tè del tempo grazie anche a due importanti mosse pionieristiche: lo sviluppo della tecnica di lavorazione delle foglie del tè chiamata 青製 aosei (grazie a cui il tè verde giapponese si distingue dagli altri per il suo colore verde brillante) e per aver inventato il pregiato e rinomatissimo 玉露 gyokuro! L’azienda Yamamotoyama, dopo più di trecento anni di onorata carriera, è ancora in attività.

Il nome palindromo dell’azienda: 山本山 Yamamotoyama.
Yamamoto, dal nome del fondatore, e yama – ossia montagna – come simbolo di maestosità, eccellenza e posizione geografica delle migliori piantagioni di tè molto spesso ubicate proprio su pendii montuosi e collinari. Foto di Eisuke Tachikawa.

È a partire però dai frizzanti anni Ottanta che in Giappone si diffonde in maniera capillare l’uso del tè verde in bustina. Gli anni Novanta, invece, accolsero un’altra grande novità (forse non così grande, ripensandoci a posteriori da un punto di vista ecologico): il tè verde nelle bottiglie di plastica.

Forse il primo tè verde giapponese commercializzato in bottiglie di plastica inizialmente da 1,5 litri: il celebre お〜いお茶 Oi Ocha della ITO EN, altro importantissimo produttore di tè verde giapponese, in attività dalla metà degli anni Sessanta del Novecento. Nella foto è raffigurata la bottiglia originale dell’epoca. Foto proveniente dall’archivio storico della 伊藤園 Itō-en.

È quindi a partire tra gli anni Ottanta e Novanta che, parallelamente all’introduzione sul mercato del tè verde in bustine e in bottiglie di plastica, prende piede l’idea di sperimentare con preparazioni diverse e meno convenzionali. Indubbiamente, la presenza ormai ovunque del frigorifero e di acqua che non necessitasse di bollitura per essere potabile hanno contribuito a rendere ancora più apprezzata l’infusione a freddo.

Preparazione con infusione Kōrimizudashi

Non servono istruzioni complicate. La preparazione del kōkrimizudashi o mizudashi (infusione a freddo con ghiaccio e senza, rispettivamente) è molto semplice e diretta.

Vi mostro entrambe le preparazioni, con due tè verdi giapponesi diversi.

Per il korimizudashi ho utilizzato la mia 急須 kyūsu (tipica teiera giapponese col manico laterale), 10g di sencha cioè circa un cucchiaio da minestra abbondante, 200ml d’acqua fredda e qualche cubetto di ghiaccio.

L’occorrente. Non serve avere necessariamente una teiera o delle tazze giapponesi. Usate ciò che avete. Cercate però di procurarvi del buon sencha. Io in questo caso ho utilizzato del prezioso 新茶 shincha che avevo ancora da finire: un regalo della mia cara amica Ryōko.

La semplicissima preparazione del korimizudashi.

Basterà versare un cucchiaio abbondante di tè verde giapponese in foglie in una teiera e aggiungervi qualche cubetto di ghiaccio seguito dai 200ml d’acqua fredda. A questo punto, bisognerà solo aspettare per circa tre minuti e poi versare il vostro tè verde freddissimo e delizioso in una tazza o in un bicchiere.

Qui ho versato un po’ di tè verde freddo in una tazza dove però non si vede bene il verde brillante della bevanda, dettaglio decisamente più evidente nella foto in alto, nel bicchiere in vetro.

Preparazione con infusione Mizudashi

Altro metodo facilissimo è l’infusione mizudashi. Qui ci servono il tè, acqua fredda e una bottiglia.

Per questa infusione ho utilizzato un tè giapponese molto speciale: il 加賀棒茶 kagabōcha, un tè verde leggermente tostato composto unicamente dai gambi e dai rametti della pianta. Questo è un tè tradizionale di Kanazawa, nella prefettura di Ishikawa, e viene coltivato in montagna dall’epoca Meiji ad oggi.

Il kagabōcha di Kanazawa, ricevuto in regalo dalla mia amica Rita. Questa varietà si chiama 宝 Takara che in giapponese significa tesoro perché in effetti è uno dei tesori tra le tante eccellenze di Kanazawa.

Questo formato in particolare è in bustine. Le dosi consigliate dal produttore sono, a mio parere, applicabili anche ad altri tè verdi giapponesi per l’infusione mizudashi: 1 bustina di tè verde per ogni 350ml d’acqua fredda. Tempo d’infusione in frigorifero: 3 ore.

Io ne ho preparato una bottiglia utilizzando due bustine e lasciando riposare il tutto in frigo per il tempo consigliato.

Il kagabōcha è un tè piuttosto difficile da trovare in Italia, purtroppo. Ed è un peccato perché è veramente squisito: in apertura si percepiscono delle note quasi caramellate seguite poi da quelle caratteristiche del tè verde.
Data la leggera tostatura, l’infusione (sia a freddo sia a caldo) produce un liquido ambrato come il miele d’acacia.

Si può servire con del ghiaccio, se lo si desidera. Io ho preferito non metterlo perché il tè era già molto freddo e inoltre volevo apprezzare in purezza la complessità del kagabōcha di Kanazawa.

Ho iniziato a scrivere questo articolo quando ancora eravamo nella morsa torrida di una fiammata che sembrava non estinguersi più. Ora invece scrivo in un sabato di fine luglio che affettuosamente ci culla nei suoi ventotto gradi. Quasi non mi sembra vero.

Il cielo è incolore, l’aria è appena appena effervescente e da dove sono in questo preciso istante vedo nitidamente uno dei simboli della torinesità per eccellenza: la chiesa di Santa Maria del Monte dei Cappuccini. Mi sembra così vicina da poterla quasi toccare con un dito!

È a un passo da me, as the crow flies, come dicono gli inglesi. Cioè come vola il corvo. In linea d’aria.

Per il momento le lunghe giornate bollenti delle settimane scorse sembrano un lontano ricordo. E io gioisco di questa lontananza rievocativa.

Residenza al Kika-Dōjō

In questo maggio appena sbocciato, scrivo.
Scrivo seduta al tavolo di legno chiaro del 帰家道場 Kika Dōjō, il centro di meditazione della mia amica Rita dove sono ospite per qualche giorno, un po’ come se fossi in una specie di residenza artistica in cui ritrovare il filo delle mie ispirazioni.

Biancorosso Giappone in trasferta felino-artistica…al Kika Dōjō.

Sono qui, in questa sala dalla cui finestra scivola dolcemente la luce pallida di un cielo meteorologicamente vago. Intorno a me un silenzio spezzato ogni tanto dal cinguettio di uccellini, dall’abbaiare distante di un cane, dal ticchettio di un piccolo orologio e dallo sfrecciare in lontananza di qualche auto.

Ma qualche volta anche dal quasi impercettibile fruscio setoso dei passi di Amélie che mi viene a cercare.

Miao, fusa e silenzi: un codice di comunicazione sorprendentemente chiaro.

Un timido sole sta cominciando ad illuminare le facciate dei vecchi palazzi di primo Novecento che caratterizzano queste vie. Quegli stessi raggi, gradatamente sempre più disinvolti, svelano qualche frammento visivo di un giardino segreto che si intravede dal sopraluce di un portone grigio dagli ornamenti sobriamente liberty.

La mia mente vaga per un attimo fantasticando sulle possibilità di quel giardino nascosto. Un luogo che preserva il suo fascino proprio perché non liberamente accessibile. Chissà quali piante ospita gelosamente al suo interno? Chissà che fiori vi sbocciano? E ancora: chissà se c’è addirittura una panchina – o forse una piccola fontana il cui fluire dell’acqua, sempre uguale, scandisce incessantemente il tempo che scorre via?

Insomma, un primaverile e precollinare primo maggio torinese.

Istanti…al Kika Dōjō.

In questa stagione che cerca, ancora e nonostante tutto, di stupirci con i suoi trionfi floreali e volteggianti walzer pollinosi, per me diventa impossibile non fermarmi ad ammirare gli splendidi fiori che generosamente adornano Torino un po’ ovunque. Ci sono. Basta alzare lo sguardo e cercarli.

Un collage di fiori che ho incontrato in girula per Torino.

Giorni, dunque, di una quiete non assordante ma stemperata da quella morbida cornice di brusii cittadini sempre amabilmente…distanti. E in questi archi temporali riprendo a scrivere immergendomi profondamente nella lettura e rilettura di libri che desideravo riprendere.

Società e letteratura: letture e riletture al Kika Dōjō.

Il ritorno dei blog: pia illusione o prospettiva concreta?

Se penso alla lunga storia del mio blog quasi mi sembra incredibile che esista ancora. Dopotutto, Biancorosso Giappone è nato nel 2007 ovvero il periodo di particolare splendore in cui i blog erano davvero protagonisti di narrazioni vivaci, entusiaste, dinamiche e sincere perché slegate (tranne forse qualche eccezione divenuta poi la norma, ahimè) da finalità commerciali. Insomma, si scriveva perché si avevano storie da condividere. E una voce, indipendentemente dal fatto che potesse essere o meno conosciuta, veniva comunque ascoltata proprio perché aveva qualcosa da dire.
E benché di lì a poco i social media avrebbero fatto il loro esuberante e chiassoso ingresso nella quotidianità di molti, in quel periodo si era ancora in una fase un po’ innocente.

La blogosfera (compresi i forum di discussione) era la dimensione digitale del muretto, del giardinetto, della piazza, del cortile condominiale e di qualsiasi altro luogo di spontanea aggregazione umana in cui fiorisce la convivialità insaporita da un pizzico di quell’antico animo del cantastorie che in fondo risiede in ognuno di noi.

Si avevano esperienze da raccontare e le si raccontava. Ognuno con la propria penna, col proprio sapore descrittivo arricchito da un mélange distintivo di ironia e creatività.
Ogni tanto mi piace ricordare le grandi penne di quel periodo. Penne realmente prodigiose che lentamente sono svanite nell’oblio di un mondo che ha cominciato ad accelerare sempre di più.

Qualcuno sostiene che l’avvento pervasivo ed invadente delle intelligenze artificiali, assieme alla già capillare presenza radicata dei social, stia innescando un senso di rifiuto per questa logorante deriva di una comunicazione non più comunicativa. Si tratta di pia illusione? Non lo so ma voglio pensare che, anche in questa situazione, si possa ritornare di nuovo un po’ alla semplicità e all’autentico.

Sfuggenti Amarcord di blog che furono

Lo so, ne ho già scritto ma…ci ritorno sempre e volentieri nonostante l’inevitabile venatura malinconica che ossida il ricordo: il blog dell’ingegnere napoletano trasferitosi suo malgrado a Gurgaon, in India, da cui raccontava con irresistibile umorismo le sue disavventure e il suo complicato rapporto con gli indiani. Qualche tempo fa ero riuscita a ritrovare i suoi frizzanti e arguti scritti. Non ci potevo credere: c’erano ancora! Purtroppo non ho più memoria di quel link.

Poi i tanti blog, uno più appassionante dell’altro, di Niki Tesoroni con cui lei raccontava le sue straordinarie avventure di viaggio, di spiritualità e di vita in giro per il mondo, con un doloroso ritorno in Italia in seguito alla scomparsa di Dario, il suo amato marito.
Quel lacerante ritorno a casa come comune denominatore tra me e lei.
I suoi blog, uno per tappa, erano tributi ad una prosa colta ed avvincente in cui Niki ti trasportava nella sua dimensione molto distante ma anche molto riconoscibile, nella sua quotidianità in terre lontanissime dove però lei riusciva, da abile cuoca, a preparare una pizza fragrante oppure una magnifica pasta fresca artigianale. E più esotica la terra che l’accoglieva in quel momento più tutto profumava stranamente d’Italia…anche attraverso lo schermo.

I nostri cammini virtuali s’incrociarono quando lei e il marito gestivano un ristorante italiano in Nepal e il suo blog del periodo s’intitolava appunto Pasta e Nepal.
Un vecchio articolo del quotidiano The Himalayan Times ricorda loro e quel ristorante – il Mamma Mia – gestito con così tanta, tanta fatica.

Ricordo Niki al suo ritorno, straziata e indebolita però con ancora una flebile fiammella che ardeva e che tentò in tutti i modi di alimentare: un progetto editoriale di cucina medicinale tibetana, disciplina a cui il marito aveva dedicato molte energie attraverso lunghi studi e valorizzanti tête-à-tête con studiosi del campo.

Ma Niki, al termine di ogni loro soggiorno in giro per il mondo, cancellava inesorabilmente il blog ad esso collegato. Era come se volesse dare ai suoi scritti una voluta impermanenza che ricorda quelle delle parole tracciate sulla battigia: possono essere le più belle e più sincere ma prima o poi arriverà l’onda e livellerà ineluttabilmente ogni cosa.

Ad un certo punto però, mentre il tutto sembrava prendere faticosamente forma, ecco che scomparve il sito. E con esso svanì anche Niki. L’onda, ancora una volta.

E il blog di un’allora esordiente Laura Imai Messina che frequentava piuttosto assiduamente Biancorosso Giappone e le cui visite ricambiavo con piacere. Dopotutto, scrivevamo entrambe con passione di cose giapponesi e vantavamo un’appartenenza ad una grande comunità senza confini di chi aveva semplicemente qualcosa da raccontare.

Scrivere…per esserci

Mi lascio la parentesi nostalgica alle spalle e continuo a scrivere, nonostante a volte mi chieda se abbia senso continuare a farlo. C’è qualcuno che ancora mi legge? C’è qualcuno che ancora apprezza i ritmi lenti dei blog con le loro storie che sgorgano da un vissuto o dall’estro di ancora sa navigare tra i labirinti della fantasia e dell’immaginazione?

Per il momento sono qui e dunque, scrivo.

Ci rileggiamo al prossimo articolo dove, per l’occasione, tornerò in cucina.

Osechi Ryōri: Storia e Tradizioni del Capodanno Giapponese

松竹梅 Shōchikubai. I tre amici dell’inverno giapponese: susino, bambù e pino. Sono piante in grado di resistere, con forza ed eleganza, ai grandi freddi invernali. L’apprezzamento nei loro confronti, e conseguente simbolizzazione, è uno dei retaggi provenienti dall’antica Cina ove già in tempi remoti rappresentavano rispettivamente fermezza, perseveranza e resistenza ovvero le virtù a cui ambire, secondo il pensiero confuciano.
Il simbolismo applicato a queste tre piante nei secoli si è poi diffuso dalla Cina in tutta la sinosfera ossia i Paesi di quell’area geografica dell’Asia orientale che per cultura e storia sono legati al Regno di Mezzo: le due Coree, Taiwan, Giappone, Vietnam.
Immagine di イラストくん.

Eccoci qui, ad un ennesimo capolinea calendaristico. Un altro anno che ormai volge al termine e al cui epilogo si aggrappano collettivamente sospiri di stanchezza, rapidi resoconti dei momenti più spinosi ma anche desideri e speranze già agganciati alla coda del nuovo capitolo che sta per principiare.

Immagino l’anno come un grosso drago che, giunto agli ultimi giorni di dicembre, si prepara per la muta dopo la quale spiccherà un energico volo verso nuovi obiettivi, sogni, prospettive…illusioni?

Copioni già visti e rivisti che però ogni volta sembrano sorprendere con la brillantezza dell’inedito.

Verso la fine dell’estate ho vissuto un momento personale di crisi che io ho abbastanza affettuosamente denominato le mie nebbie. Le foschie si sono in parte diradate ma ogni tanto riemergono di soppiatto.

Quando si attraversa la nebbia non mi è facile scrivere. La penna non riesce a toccare il foglio con la stessa agilità con cui invece si librano i pensieri, spesso ingarbugliati e quasi strabilianti nella loro flessuosità.

Ad infittire le mie nebbie anche molte perplessità sul destino di chi si esprime artisticamente in qualche modo, soprattutto per chi come me semplicemente scrive. Quali reali pericoli rappresentano le intelligenze artificiali? Il rapido affinamento di queste tecnologie, lo ammetto, mi inquieta. Questo turbamento non è da intendersi come un anacronistico sussulto reazionario ma come la necessità – condivisa certamente da molti – di ragionare su questo argomento con cognizione, senza tifoserie né fanatismi.

Si vocifera della saturazione dei social e del loro lento ma inesorabile decadimento, con un ritorno (forse) dei blog come strumento di condivisione e comunicazione. Non so quanto ci sia di vero in queste previsioni o se siano solo lo specchio di aspettative comuni. Però non sembra una prospettiva così impossibile: dopotutto esistono meccanismi di riequilibrio.

Resta comunque da dipanare l’imponente e aggrovigliata matassa delle IA e delle sue ancora imperscrutabili ramificazioni.

Voi cosa ne pensate?

Ne approfitto per precisare che, naturalmente, in questo blog non ricorro all’intelligenza artificiale per le immagini né tantomeno per i testi: disegni e foto sono di mia proprietà, salvo eccezioni opportunamente segnalate, mentre i testi sono tutti esclusivamente frutto del mio intelletto e di ricerche.

Arriviamo al dunque

Illustrazione di una composizione di osechi. Immagine tratta da AC-Illust.

Osechi: questo è il tema di questo speciale in due parti con cui vorrei chiudere il 2025.

Perché la scelta di questo argomento?

Innanzitutto, poiché gli osechi sono i piatti tradizionali giapponesi per capodanno, questo è certamente il momento giusto per tornare sull’appetitosa questione. E poi perché mi sono presa l’impegno di preparare qualcuno di questi piatti da fare assaggiare a Daniela ed Enrico, due amici che non avevano mai sentito parlare di osechi.

Negli anni ho affrontato questo tema perché a me caro: gli osechi rappresentano una delle piccole nonché mie amatissime tradizioni giapponesi a cui cerco sempre di fare spazio, anche se solo col pensiero.

Tra gli articoli più recenti, vi rimando a questo. Ma se vi mettete un po’ a rovistare tra gli scritti marianneschi ne troverete altri. Anche sul vecchio e storico blog.

In questa prima parte affronteremo un po’ le origini di questi piatti così speciali, con l’aggiunta di gustosi aneddoti. Nella seconda parte, invece, documenterò la preparazione dei semplici osechi che ho scelto.

Le origini dei piatti osechi

Composizione osechi. Immagine tratta dal sito AC-Illust.

Si fa presto a parlare di cucina giapponese, un termine che – complici caduche mode e ipersemplificazioni imperanti – potrebbe evocare sempre le solite pietanze: il sushi, il rāmen, i takoyaki e gli ubiqui mochi (che dovremmo più precisamente chiamare daifuku), ecc.

Le semplificazioni non rendono mai giustizia, neppure ai fornelli.

La cucina giapponese tradizionale, nota col nome di 和食 washoku, è un patrimonio culturale immenso che riunisce preparazioni, ingredienti e abbinamenti caratteristici di varie località e regioni del Giappone. Nel 2013, l’UNESCO l’ha dichiarata Patrimonio Culturale Immateriale.

Sulle pagine di Biancorosso ho trattato molte volte il tema della cucina giapponese, soffermandomi ogni volta su aspetti e criteri diversi. In occasione della ricetta dello ハヤシライス Hayashi-raisu (che trovate qui), ad esempio, vi parlai dei piatti 洋食 Yōshoku che, pur facendo parte della cucina giapponese, sono ispirati a piatti della cucina occidentale. Sempre parte della cucina giapponese in senso lato c’è anche la cosiddetta 中華料理 chūka-ryōri ossia il repertorio di piatti d’ispirazione cinese. Un esempio di pietanza di chūka-ryōri è la 冷やし中華 Hiyashi-chūka di cui trovate la mia ricetta qua.

Ebbene, all’interno invece della cucina giapponese classica tradizionale ritroviamo quei piatti collettivamente noti come お節料理 osechi-ryōri.

I piatti osechi sono caratteristici del repertorio gastronomico giapponese di capodanno, con radici antichissime. Alcuni studiosi sostengono che gli osechi risalgano addirittura al remoto periodo Yayoi (200-300 a.C. – 250-300 d.C.) che, secondo la storiografia ufficiale, tocca il Neolitico, l’età del bronzo e l’età del ferro. In quell’epoca, infatti, il Giappone adottò il calendario lunisolare cinese (il quale, nel computo del tempo, tiene conto delle fasi lunari mensili in relazione all’anno solare). I ritmi di vita erano scanditi perlopiù da quelli agricoli poiché dalla terra dipendeva la sussistenza. La gente dell’epoca, dunque, non solo profondeva le proprie forze nel duro lavoro dei campi ma si dedicava anche a rituali propiziatori che, secondo le loro credenze, avrebbero generato raccolti abbondanti e soddisfacenti. La spiccata sensibilità verso i sottili ma inconfondibili segnali dei cambi di stagione diedero origine a cinque momenti specifici dell’anno.

Le ritualità dei 五節句 Gosekku

Immagine di Kinendar.

Erano cinque le festività che segnalavano il cambio di stagione (節句 sekku), secondo il calendario lunisolare a cui i contadini del tempo (ma anche quelli contemporanei) erano così attenti. Da lì il termine 五節句 gosekku ovvero cinque festività:

人日の節句 Jinjitsu no sekku – 7 gennaio: festa delle sette erbe
上巳の節句 Jōshi no sekku – 3 marzo: Hinamatsuri o festa delle bambole (o bambine), chiamata anche festa dei Fiori di Pesco.
端午の節句 Tango no sekku – 5 maggio: Kodomo no Hi o festa dei bambini.
七夕の節句 Tanabata no sekku – 7 luglio: festa delle stelle.
菊の節句 Kiku no sekku – 9 settembre: festa dei crisantemi.

In occasione di queste importanti festività stagionali, l’Imperatore ordinava la preparazione di banchetti molto elaborati noti col nome di 節会 sechie.
In epoca Heian (794-1185 d.C.), i sechie erano riservati all’Imperatore e al suo entourage. Nelle campagne però si svolgevano in contemporanea delle feste dove si accoglievano festosamente i cambi di stagione in compagnia di piatti specifici, preparati appositamente per l’occasione.

Secondo i linguisti giapponesi, è dal termine sechie che deriva la parola osechi.

Aria di festa nel periodo Edo

Gira e rigira si torna sempre sul mio amato periodo Edo che ebbe inizio nel 1603 (alcuni studiosi preferiscono fissare l’inizio del periodo Edo in coincidenza con la battaglia di Sekigahara del 1600) e si concluse nel 1868.
Se dovessi scegliere una parola chiave da attribuire al periodo Edo penso che opterei per popolarizzazione perché è in quegli anni, profumati di pace e stabilità economica, molto divenne accessibile anche alla gente comune. Le arti come la letteratura e il teatro non erano più solo appannaggio di pochi ma divennero deliziosi piaceri alla portata un po’ di tutti. Non a caso, infatti, l’industria editoriale fiorì inarrestabilmente proprio nel periodo Edo.

E anche tutte quelle festività, che un tempo erano privilegi imperiali, si diffusero gradualmente in tutta la popolazione.
L’osservanza delle cinque festività stagionali, con annessi deliziosi banchetti, venne istituzionalizzata proprio durante il periodo Edo.

Piano piano, però, delle cinque festività quella a ridosso del nuovo anno acquisì particolare rilievo, con i preparativi che iniziarono a svolgersi sempre più comunemente pochi giorni prima del 31 dicembre.

L’eleganza di O-jū

Un o-jū (o jūbako). Immagine di イラストや.

Negli anni tra il tardo periodo Edo e i primi anni del periodo Meiji (1868-1912) si diffuse l’abitudine di disporre i piatti del sekku invernale (il Jinjitsu no sekku) in scatole laccate, composte da piani impilati. Queste scatole si chiamano 重箱 jūbako oppure お重 o-jū.
La maggior parte degli o-jū erano a due piani ma nelle famiglie più ricche i contenitori potevano arrivare anche a cinque ripiani.
E come in ogni cosa giapponese, anche qui vi erano linee guida ben precise su come disporre i cibi all’interno degli o-jū, nel rispetto di criteri che potevano prediligere l’ingrediente principale, la tecnica di cottura oppure addirittura imperniare la propria armonia sui 語呂合わせ Goro-awase ossia sagaci giochi di parole.

Regole da un manuale di epoca Kyōwa

Nel 1801, anno in cui ebbe inizio un’era chiamata 享和 Kyōwa, venne pubblicato un manuale con tutte le dritte necessarie per poter confezionare al meglio, e nel rispetto del galateo dell’epoca, un o-jū coi fiocchi.

Il manuale in questione intitolato 「料理早指南」Ryōri haya-shinan. Manuale di cucina.

Questo libro fu una specie di trendsetter in quanto dettò la moda degli o-jū a quattro ripiani. In esso sono inoltre ben spiegate le regole di disposizione dei cibi accompagnate da illustrazioni che non lasciano dubbi circa la corretta collocazione di ogni piatto.

Da un mio libro riporto la seguente illustrazione, tratta ovviamente dall’opera appena citata:

Immagine tratta dal libro 「江戸の食卓」Edo no shokutaku. La tavola del periodo Edo. Volume di mia proprietà.

Le quattro disposizioni ruotano intorno ai numeri dispari: 3, 5, 7 e 9. Quindi si sistemeranno tre, cinque, sette oppure nove piatti osechi. La disposizione, come si noterà tuttavia, è sempre pensata in modo tale da evitare che i divisori si incrocino. Questo naturalmente non è casuale.
Il manuale del 1801 ovviamente forniva altresì istruzioni precise sulla categorie di cibi da collocare in ogni ripiano. Ad esempio, secondo la moda del tempo il primo ripiano era da riservare ai pesci e crostacei, il secondo era esclusivamente per i piatti della cucina buddista, ecc.

Nella disposizione contemporanea, invece, dall’alto verso il basso troviamo: i piatti 酢の物 sunomono cioè conditi con aceto, piatti 煮物 nimono cioè stufati a fuoco lento, i piatti 焼き物 yakimono ossia grigliati e infine quelli che appartengono alla categoria denominata 口取りkuchitori che svolgono un compito analogo a quello dei nostri antipasti. La parola kuchitori può essere tradotta un po’ pedestremente con “prendi-bocca” perché in effetti risvegliano e stimolano l’appetito. Mentalmente li associo al francese amuse-bouche.

I tre osechi essenziali

Di tutti i piatti osechi in esistenza, tre sono quelli spesso considerati essenziali e che si preparavano anche nelle famiglie più povere:

黒豆 kuromame: fagioli neri stufati lentamente in un brodo dolce a base di salsa di soia
ごまめ gomame o 田作りtazukuri: piccole sardine caramellate
数の子 kazunoko: uova di aringa

Yōko Arimoto e i suoi osechi sinceri

Nella prossima parte cercherò di raccontarvi un po’ la preparazione degli osechi che ho scelto di realizzare, con l’aiuto anche di un prezioso ricettario specifico intitolato 「有元洋子のおせちレシピ」Arimoto Yōko no osechi reshipi. Ricette di osechi di Yōko Arimoto. Un delizioso e agile volumetto che sono riuscita a procurarmi molto recentemente.

Vi parlerò della signora Arimoto, dei miei osechi, dei significati storici associati a questi piatti e qualche curiosità. Ci sarà anche una partecipazione artistica speciale. Vedrete tutto molto presto.


Tracce giapponesi in Liguria

Scrivo questo primo post dell’anno in una domenica di febbraio. Anche febbraio, con la sua caratteristica brevità, è prossimo a concludersi.

Tracce giapponesi in Liguria.

Due sono state le spinte che mi hanno incoraggiata a scrivere, uscendo da questa impasse creativa.

Divincolarsi dall’impasse

Il primo sprone è stato l’incontro, forse non fortuito, con questo modo di dire giapponese:

「思い立ったが吉日」omoitatta ga kichijitsu.

Significato non letterale: il momento migliore in cui agire è ora.

Il secondo incoraggiamento mi arriva da una riflessione del filosofo sudcoreano Byung-chul Han che riporto verbatim dal suo libro intitolato Contro la società dell’angoscia.

Byung-Chul Han
Riflessione di Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano.

Ora più che mai è vitale cercare attivamente questi spazi di manovra in cui esprimersi. Non si può e non si deve soccombere al turbinio fagocitante di un’informazione che viaggia sempre più rapidamente, portando dietro sé quantità via via crescenti di detriti.

Rallentare il passo

In questa baraonda di informazioni veloci, i rischi all’orizzonte sono l’appiattimento della comprensione e l’azzeramento della propria espressività. Una bulimia di dati che non consente un’assimilazione ragionata e armonica: un pensiero profondo necessita una decantazione lenta. Forzare i tempi conduce inevitabilmente all’approssimazione e infine ad una mescolanza indefinita in cui nessun colore è più lo stesso.

Il risultato è un’accozzaglia di tanti brandelli di pensieri non sviluppati, di idee monche o ingarbugliate. Questa confusione genera uno smarrimento continuo che si cerca invano di risolvere continuando ad annaspare in un oceano di protagonismi, modelli effimeri, palcoscenici vanesi approntati alla bisogna, devianze, distorsioni. E infine, tragicamente, indifferenza.

Dunque, ecco i nostri occhi ipnotizzati davanti a questo flusso inarrestabile di video, reel, immagini che facciamo scorrere apaticamente col dito, in quella sorta di credulo torpore che anestetizza il ludopatico davanti all’illusione che la prossima mossa sarà quella vincente. Il dito fa scorrere con freddezza video dopo video, reel dopo reel, mentre il cervello non riesce più a distinguere cosa è autentico, cioè prodotto da un’intelligenza umana mossa da sentimento, e cosa invece è frutto di sofisticati artifici.

Un’indifferenza che divora ogni indignazione e permette di guardare la recensione dell’ennesima carabattola di Shein o Temu con la stessa imperturbabilità con cui assistiamo alle immagini di un genocidio.

Il baratto dell’empatia e della solidarietà che Byung-Chul Han ha ben inquadrato nelle sue considerazioni più che mai attuali.

Rallentiamo il passo. Riprendiamoci i nostri spazi di condivisione della creatività e della nostra irripetibile impronta.

Allora ricomincio da qui, cogliendo l’occasione per raccontare di tracce giapponesi in Liguria.

Giorni liguri

Una veduta della riviera di Ponente, a Santo Stefano al Mare (Imperia). Gennaio 2025.

I miei giorni liguri, trascorsi fra dicembre e gennaio in provincia di Imperia, sono stati un momento di riposo, svago e anche scoperta!

Un tardo pomeriggio, in una spensierata esplorazione in un caotico negozio di tre sorelle rigattiere nell’imperiese, mi sono lasciata trasportare dal fascino che questi luoghi emanano.

Era una sorta di magazzino nascosto all’interno di un cortile. L’esterno prometteva al curioso visitatore mille possibilità intravedibili fra file di cappotti, servizi di piatti, bambole, foulard, mobili e montagne di libri. Molto, infatti, era ammonticchiato davanti all’ingresso, come una sorta di scompigliato biglietto da visita.

Questi posti profumano di paradosso: hanno l’odore del tempo che si è fermato e quello di vita. Anzi, tante vite vissute, ognuna chissà come e da chi. Sanno di stasi e di vitalità al contempo, di futuri ormai passati e di passati possibilmente futuri.

Su vecchi tavoli in formica anni Sessanta, pile di piatti scompagnati che un tempo devono aver abbellito le tavole di qualcuno. Appoggiati ad una parete, quadri nati dall’immaginazione speranzosa e stanca di qualche artista condannato, forse ingiustamente, a rimanere nell’ombra.

T-shirt in onore di grandi gruppi musicali del passato, possibili acquisti agognati in occasione di un concerto. Coperte di ogni forma, colore, dimensione e tessuto: da quelle in lana spessa e pungente un po’ militaresca a quelle calde, soffici a quadri multicolori, fatte ai ferri da mani pazienti e operose.

Elaborati centrini come testimonianza di una meticolosa artigianalità ormai, credo, scomparsa. Si rimane esterrefatti davanti alla preziosità di intricati manufatti del passato che coniugavano pazienza, talento, passione, devozione, tradizione e senso del bello.

Tracce inaspettate

La mia attenzione fu catturata subito, però, dai libri. Essi, soprattutto se vissuti, hanno sempre il potere di risvegliare la mia curiosità, indipendentemente dal tema trattato.

Imponenti tomi d’arte classica – e che ho immaginato essere stati parte di qualche autorevole collezione privata – si avvicendavano a romanzi ambientati in Liguria. Alcuni testi di letteratura inglese inframezzavano, in modo imprevedibile, volumi di oscure collane.

Ad un certo punto, i miei occhi intravidero un angolino di una copertina curiosa. Non avevo idea di cosa si trattasse ma qualcosa mi diceva che c’entrava il Giappone. L’indizio: pennellate irregolari dorate su una copertina arancione che richiamavano alcuni decori delle pregiate e antichissime carte di Echizen 越前和紙 (Echizen-washi) la cui tecnica, narra la leggenda, sia stata tramandata alla popolazione locale più di millecinquecento anni fa da una misteriosa principessa poi scomparsa nel fiume. Un dono di conoscenza che l’enigmatica figura fece alla gente di Echizen, nell’attuale prefettura di Fukui, poiché sprovvisti di risaie con cui guadagnarsi da vivere.

Donne di Echizen impegnate nella realizzazione della loro pregiata carta. Fonte immagine.
La misteriosa figura che, secondo la leggenda, avrebbe insegnato alla gente di Echizen a realizzare una carta speciale, prima di svanire nelle acque dello Hinogawa. Questa figura viene chiamata 川上御前 Kawakami-gozen ossia la nobile dama a monte del fiume. Fonte immagine.

Dal Giappone a Venezia…a Imperia!

Un rimando ad un mio scritto di ricordi veneziani, incastonati nella serie colpevolmente incompleta dedicata a Pearl S. Buck è qui.

Con delicatezza, ecco sfilato un esile libro dalla morsa decisa dei maestosi, quanto polverosi, volumi tutt’intorno. Il mio sguardo individua subito il titolo bilingue, giapponese e italiano, e avverto una stretta al cuore!

Il titolo: 「日本伝統・現代工芸手工芸ヴェニス展」Nihon dentō gendai kōgei shukōgei venisu-ten. Mostra dell’artigianato giapponese tradizionale e contemporaneo a Venezia.

Retro del volumetto

Il libro, stampato in Giappone nel 1980, fu realizzato in occasione di un’importante mostra svoltasi tra il maggio e il giugno dello stesso anno, a Ca’ Vendramin Calergi, a Venezia. Un elegantissimo edificio della tradizione architettonica rinascimentale veneziana, a quanto pare in utilizzo, oltre che come spazio espositivo, dal 1946 anche come sede secondaria del Casinò di Venezia.

Ebbene, l’atteso evento fu patrocinato dall’Ambasciata d’Italia in Giappone e dall’Ambasciata Giapponese in Italia, sotto gli auspici di Mario Rigo, l’allora sindaco di Venezia e Boris Biancheri, il neo-ambasciatore italiano a Tokyo di quell’epoca.

Curiosando tra le pagine

A me questi incontri sembrano sempre tutto fuorché mere coincidenze. Sapevo che avrei dovuto acquistare questo catalogo perché, al di là di un possibile valore economico a cui non sono interessata, è un tassello del mio tortuoso percorso. Un pezzo del mio personalissimo rompicapo che ha il Giappone come costante fil rouge.

L’ambasciatore Biancheri, nel suo messaggio istituzionale d’introduzione al catalogo, sottolinea con comprensibile orgoglio, l’impegno divulgativo artistico in cui la città di Venezia era promotrice ai tempi. Infatti, spiega Biancheri, solo due anni prima la città lagunare ospitò, sempre a Ca’ Vendramin Calergi, una prestigiosa mostra dedicata a ben duecentocinquanta pittori giapponesi contemporanei!

La mostra per la quale vennero stampati questi cataloghi, invece, aveva come punto focale oggetti del ricco artigianato giapponese.

Nello sfogliare le pagine patinate e leggermente ingiallite del libro, si possono ammirare foto in bianco e nero degli oggetti che occhi veneziani (e non!) ammirarono in quella primavera-estate del lontano 1980.

Delicate bambole kimekomi; vasi in maiolica di Bizen; preziosi kimono raffiguranti decori simbolici come elementi botanici, case di campagna, volatili; bambole kokeshi di Naruko; borse e sandali con insolite scritte in sanscrito; tazze per la cerimonia del tè, realizzate secondo varie tecniche; bizzarre composizioni di ikebana prodotte con fiori artificiali; bambole di carta; maschere del teatro Nō.

Salta all’occhio il ricco assortimento di bambole presenti in questa mostra.

Toshifumi Magori, direttore del Club degli Amici dell’Europa e delle Arti, nel suo messaggio presente nel catalogo, si compiaceva dell’entusiasmo del sindaco Mario Rigo e dell’intera Municipalità per l’arte giapponese. Dalle sue parole emerge quanto effervescente fosse l’ambiente artistico veneziano di quegli anni, immerso in un percorso di scoperta e apprezzamento guidato da nipponisti di alto calibro che erano già vanto della Serenissima di allora.

Tra i nomi prestigiosi che compaiono nel comitato d’onore troviamo quello della stimata Prof.ssa Adriana Boscaro, venuta a mancare nell’agosto del 2022. Massima conoscitrice e divulgatrice di Jun’ichirō Tanizaki in Italia.

La traduzione dal giapponese all’italiano del catalogo fu, invece, affidata a una figura finita nell’ombra: il Prof. Federico Barbaro, traduttore e salesiano originario di Cimpello, in provincia di Pordenone. Barbaro fu missionario in Giappone negli anni Trenta e poi direttore negli anni Cinquanta della casa editrice salesiana Don Bosco Sha, proprietaria di importanti riviste di divulgazione cattolica in Giappone.

Federico Barbaro oggi viene ricordato per aver curato l’edizione in giapponese moderno popolare (kogo 古語) della Bibbia.

Ricomponendo il mio rompicapo

Non so nulla della storia di questo volumetto: chi fosse il suo primo proprietario, come e dove lo avesse acquistato. Forse era uno dei veneziani appassionati di arte giapponese? O magari era un ligure innamorato del lontano Oriente? O forse ancora un emozionante sguardo in un mondo esotico che qualche colta dama avrà voluto per la propria biblioteca?

Non credo avrò mai risposte a queste domande. Ma non importa. D’altro canto, i libri spesso vivono vite una dietro l’altra, con concatenamenti non sempre visibili ad occhio nudo.

Ora è nella mia di biblioteca e rappresenta un tassello del mio rompicapo. Forse, chissà, un giorno ricomporrà il rompicapo di qualcun altro.

Acquistai il volumetto dalla copertina che mi aveva subito ricordato la carta di Echizen e, uscendo dal microcosmo dinamico e statico di quel negozio, i miei occhi videro il cielo imperiese ormai blu notte.

Sudachi somen e riverberi luglieschi

Un fiore di convolvolo incontrato durante una solitaria passeggiata, in una strada assolata e abbracciata da un silenzio quasi surreale.

Mi rimetto qui a scrivere in compagnia di svariate presenze. Nulla di esoterico. Ad accompagnare il mio scrivere vi è l’incandescente aria di luglio che si diluisce instancabilmente nell’arco di tutta la giornata, dilatandosi fino alle prime pennellate color crepuscolo. Vi è, inoltre, un ventilatore che manda sbuffi di un’aria sfinita, quasi disperata.

C’è anche una curiosa miscela di emozioni che spaziano dal senso di colpa per non aver più scritto all’entusiasmo di essere di nuovo qui. Ancora una volta qui, cocciutamente qui. A dispetto di una spasmodica comunicazione che non comunica e di frivole mode che vorrebbero mercificare qualsiasi cosa, compreso il puro piacere di raccontare.

Non so quali occhi scorreranno su queste parole ma – si sappia – che fintantoché potrò io sarò qua a scrivere. Magari non con i ritmi che vorrei ma ci sarò. Anche a costo di superare un blocco come quello che ha paralizzato la mia espressività in questo periodo.

Intorno a me tanti insidiosi protagonismi, infinite sequele di io io io io io e la sempre più rara capacità di saper ascoltare. Ascoltare, non sentire. Ascoltare parole che dicono, accoglierle con pazienza e gentilezza.

In questa apparente corsa a perdifiato verso qualsiasi brandello di fama, io accetto il fatto che molto probabilmente ciò che scrivo rimarrà per sempre nell’ombra, con queste parole destinate a fluttuare in un indistinguibile ed effervescente vespero.

Mi accompagnano la voce graffiante e consapevole di Rino Gaetano, quella viscerale di Janis Joplin, quella decisa di Jennifer Warnes e le melodie viscose di Sam Cooke le quali, come traboccanti cucchiaiate di melassa, avvolgono il mio cuore di dolcezza.

E malinconia. Sento Rino nei suoi musicali riverberi di un’esistenza che non è più e mi scende una lacrima. Come quando si ammira la luce delle stelle.

Le inflessibili regole di SEO mi bacchetteranno per non aver nemmeno ancora toccato l’argomento accennato nel titolo.

Sudachi somen. Scriverò di somen perché, nipponicamente e culinariamente, di cos’altro si potrebbe scrivere in giornate infuocate come queste?

I somen

Una confezione di somen (o sōmen, secondo la corretta grafia della forma traslitterata).

Ho trattato già in passato l’argomento dedicato alle tipologie di pasta giapponese, quelle che collettivamente in Giappone chiamano 麺類 menrui. Ad ogni nome di pasta, come vedrete, ho inserito un link che rimanda ad una mia ricetta. Nel gruppo dei menrui rientrano i famosi うどん udon, la deliziosa そば soba, il gettonato rāmen, gli spaghettoni da yakisoba. E vi fanno parte anche i sōmen, sottilissimi spaghetti di farina di frumento, un saporito ed immancabile elemento delle tavole estive giapponesi.

I somen si possono preparare in vari modi ma sono quasi tutte preparazioni fredde, adatte quindi ad affrontare le lunghe ed estenuanti giornate estive.

La ricetta che vi propongo oggi è una delle mie preferite. Vi consiglio di provarla perché vi stupirà per la sua freschezza, leggerezza ed una sapidità controbilanciata dal gradevole tocco di un agrume.

Somen: origine della parola

Un mazzetto di somen e fettine di lime fresco. Sulla fascetta che lega i somen, i caratteri: 特選 tokusen, ossia selezione speciale.

L’etimologia – 語源 gogen (letteralmente origine delle parole) – è un campo che non smette mai di affascinarmi. Esso fornisce piccoli ma preziosi strumenti con cui osservare più nitidamente il passato e il presente che ci circonda.

I somen, un po’ come tutti i membri del gruppo dei menrui, hanno origini remote che si perdono in antiche notti sino-giapponesi. D’altronde, il prolungato contatto tra Cina e Giappone ha dato origine ad innumerevoli influenze che quest’ultimo ha accolto con entusiasmo e curiosità.

Una teoria molto diffusa sostiene che i somen siano stati introdotti in Giappone durante il periodo Nara (710-794 d.C.) quindi nel pieno della dinastia Tang cinese. Sempre secondo questa teoria, questi spaghettini inizialmente venivano consumati nella Cina dei Tang come dolci. Inizialmente, infatti, si chiamavano 索餅 somemochi.
È, fra l’altro, molto affascinante il fil rouge che collega un po’ tutti questi elementi: i somemochi dolci a forma di corda intrecciata ricordano le しめ縄 shimenawa ovvero le corde rituali considerate sacre nello shintoismo poiché, secondo la credenza, separano gli spazi terreni da quelli ultraterreni. E i somemochi sono tra i 供え物 sonaemono cioè le offerte votive durante la festa di Tanabata.

Sonaemono cioè offerte votive preparate per la festa di Tanabata. Foto di proprietà di questo blog.

Solo in epoca Muromachi, a cavallo tra il Trecento e il Cinquecento, questi somemochi iniziarono sempre più ad assomigliare ai somen che conosciamo oggi e cioè degli spaghetti consumati con condimenti salati e non come ingredienti di un dolce.

Pare che l’antico nome degli spaghettini somen si scrivesse con i seguenti due caratteri: 索麺. Al tempo la parola si trascriveva さうめん saumen. Il carattere 索 saku significa corda e questo perché, secondo alcuni studiosi, gli spaghettini cotti venivano riuniti in ordinati mazzetti e poi intrecciati fino ad ottenere un qualcosa che effettivamente assomigliava a delle corde.

A partire dal periodo Edo (1603-1868), poi, ortograficamente i suoni さう sau e そう sou iniziarono gradualmente a mescolarsi fino a produrre l’attuale forma: そうめん sōmen (o soumen, dove la u indica l’allungamento vocalico segnalato, comunemente, dal trattino posto sulla vocale coinvolta nel fenomeno).

La ricetta: Sudachi somen

Il sudachi-somen è uno dei piatti di somen che preferisco. È il rimedio perfetto per affrontare la 夏バテ natsubate, ovvero la spossatezza dovuta al caldo estivo. È un modo per contrastare l’inappetenza che invariabilmente ci coglie durante i picchi di maggior calore.

Gli ingredienti principi sono due: i sudachi e i somen.

I sudachi sono squisiti agrumi giapponesi molto aromatici e che si collocano un po’ a metà strada tra il lime, il limone e il bergamotto.

Sudachi di Tokushima. Foto di Biancorosso Giappone, proveniente dall’archivio del mio vecchio blog.

Data la difficoltà nel reperire dei succosi sudachi di Tokushima qui a Torino, ho optato per dei profumatissimi lime che ho acquistato dalla mia amica Nu. Il lime, ancor più che il limone, si presta come ottimo e degno sostituto del sudachi in questa ricetta.

Ingredienti per 1 persona

1 mazzetto di some
1 e 1/2 sudachi o lime
50ml di mentsuyu*
150ml di acqua freddissima
il succo di mezzo sudachi o lime
cipollotto verde per guarnire

*per la mentsuyu: unire 1 cucchiaio e mezzo di salsa di soia, 1 cucchiaino e mezzo di zucchero, un pizzico di sale, 50ml d’acqua calda, mezzo cucchiaino di dashi di pesce (o di alga konbu per una versione vegetariana).

Procedimento

  1. Spremere il succo di mezzo lime e versarlo nei 150ml di acqua molto fredda. Aggiungere la mentsuyu e mescolare bene.
  2. In una pentola d’acqua bollente non salata versare i somen e lasciarli cuocere per il tempo indicato sulla confezione, generalmente 1 o 2 minuti.
  3. Scolarli e risciacquarli con acqua fredda, sfregandoli delicatamente con le mani.
  4. Disporre i somen nella scodella e sopra versarvi il condimento. Concludere guarnendo a piacere con le fette di lime e ciò che desiderate. Io ho aggiunto, per un tocco di colore e sapore in più, un’umeboshi.

Provateli. Sono saporiti, dissetanti e molto rinfrescanti.

Se passate da qui, lasciatemi un commento. Mi farebbe piacere e mi darà coraggio a continuare a scrivere, riprendendo quei fili di storie lasciate in sospeso come lo spazio dedicato a Pearl S. Buck, ad esempio.

Navigo l’afa di questo rovente sabato di luglio ritrovando un po’ di refrigerio letterario nella poetica e nelle delicatissime illustrazioni di Takehisa Yumeji, finissimo poeta e pittore rappresentativo del romanticismo di epoca Taishō (1912-1926).

Questa è la sua raccolta di poesie di fanciulle.

Shiitake nyumen

Ieri è iniziato l’autunno senza che neppure me ne ricordassi.

Però, istintivamente, sono andata a passeggiare da sola nel verde che il mio quartiere con generosità ancora offre. Era come se sentissi la necessità profonda di stare a contatto con gli alberi, forse per coglierne inconsciamente le prime variazioni.

Mi sono seduta su una panchina a leggere. Ogni tanto chiudevo il libro tenendo, al suo interno, il dito per non perdere il segno. Poi riaprivo quelle pagine e leggevo ancora un po’.

Quella panchina verde di legno mi ha dato ristoro e mi ha ricordato, ancora una volta, la preziosità dei piccoli istanti come questi.

Non lo faccio mai ma ieri, in quel momento, mi sono sentita ispirata e ho composto questo haiku:

Si è da poco conclusa questa mia prima esperienza di condivisione artistica, attraverso la pubblicazione del mio racconto Le parole di Sho.

Per chi non lo avesse letto, riporto qui di seguito i link alle tre parti da cui è composto:
Prima parte
Seconda parte
Terza e ultima parte

Non so ancora bene quali saranno i miei prossimi passi in questo senso. I riscontri sono stati decisamente incoraggianti e forse dovrei prenderli come sprone alla prossima mossa.

Non so se sia meglio provare a pubblicare ancora un racconto, suddividendolo sempre in più parti come quello precedente, o se sia meglio fare in modo che il resto trovi la sua via verso la pubblicazione cartacea.

Voi cosa ne pensate? E cosa mi consigliate?

Per adesso spezzo questa parentesi letteraria per ritornare alla condivisione confortante di ricette e sapori giapponesi.

E quale modo migliore se non dare il benvenuto all’autunno ufficialmente con una ricetta che lo accolga anche cromaticamente?

Ecco che ho scelto una ricetta semplicissima, di effetto e – come sempre – deliziosamente giapponese: gli しいたけ煮麺 Shītake nyūmen.

Shītake nyūmen: il mio piccolo benvenuto all’autunno

Precisazione linguistica: il nome del piatto contiene degli allungamenti vocalici che, nella trascrizione in lettere, si segnala con quei trattini che vedete posti proprio sopra le vocali interessate. Ho scelto, tuttavia, di non riportarli nel titolo per facilitare la ricerca. In questo modo, chi dovesse ad esempio cercare ricette a base di shiitake dovrebbe riuscire a trovare questa, anche senza digitare esattamente shītake, col trattino sulla i.
Stesso ragionamento per nyūmen, sebbene questo termine sia decisamente meno conosciuto da noi dell’altro.

Onestamente mi sento un po’ in colpa per non aver pubblicato l’ultima ricetta della rubrica estiva 夏の味 Natsu no aji. Avevo programmato cinque ricette in totale ma, arrivata all’ultima, ho perso l’ispirazione. Colpa dell’ultima parentesi di caldo soffocante che ci ha riservato agosto. O forse l’imminente partenza della mia cara amica.

Caldo, malinconia e un senso generale di frastornamento credo abbiano di concerto avuto questo effetto riuscendo, così, ad allontanarmi per un po’ dai miei fornelli giapponesi.

La parola, nel frattempo, l’aveva presa Sho. A modo suo, s’intende.

Tuttavia, non è detto che non riesca a dare a quella ricetta lo spazio che merita. Probabilmente sarà fuori tempo massimo ma ci potrà comunque essere.

E oggi, mentre tento di riordinare le idee per altri articoli, propongo questo impromptu gastronomico con cui accogliere la nuova stagione: gli shītake nyūmen.

Di che si tratta?

Coi primi accenni di fresco – e che presto diventerà freddo – torna gradualmente il desiderio di zuppe e piatti caldi.

La parola 煮麺 nyūmen nella cucina giapponese fa riferimento a zuppe di spaghettini sōmen in un brodo insaporito con salsa di soia e arricchito dall’aggiunta di vari ingredienti a piacere.
Il termine è composto dal carattere 煮 che è la radice del verbo 煮る niru, ossia cuocere, sobbollire. Il secondo carattere, invece, è quello di 麺 men, vale a dire spaghettini; è lo stesso vocabolo che troviamo all’interno della parola ラーメン rāmen, ad esempio.

Ho scelto di preparare questo piatto usando dei buoni shītake essiccati perché, per me, il sapore dei funghi è squisitamente evocativo dell’autunno.

Appare anche la carota che, cromaticamente, ben si abbina alle tonalità dei funghi e del brodo.

Come vedrete, è una ricetta facile da preparare e anche da adattare ad eventuali esigenze alimentari.

Normalmente si usano gli spaghettini sōmen ma, non avendoli, ho utilizzato questi:

Sono 白米ウエーブラーメン hakumai uēbu-rāmen, ossia rāmen ondulati di riso. Questi nello specifico sono quelli di 小林生麺 Kobayashi-seimen, azienda di Sapporo (Hokkaidō) specializzata in paste giapponesi tradizionali, incluse molte varietà senza glutine e adeguate ad esigenze alimentari specifiche.
Per chi fosse a Torino e volesse assaggiare questi rāmen di riso della Kobayashi-seimen, li può trovare da Kawaii Torino, in Via Madama Cristina 11b.

Usate ciò che avete. Vanno bene anche gli udon o la soba.

Ricetta

La ricetta è per una persona quindi potete facilmente calcolare le dosi in base al numero di persone.

Gli ingredienti necessari sono:

3 shītake secchi
350ml d’acqua
1 cucchiaio di salsa di soia
50 ml di mentsuyu*
1 cucchiaino di zucchero
1 porzione di spaghettini a scelta, per una persona (la mia era da 128g)
Mezza carota
Del cipollotto affettato

*Per la salsa mentsuyu: in 50ml d’acqua calda sciogliere 1 cucchiaio e mezzo di salsa di soia, mezzo cucchiaino di zucchero, mezzo cucchiaino di dashi in polvere (di pesce o solo di alga konbu, come preferite).

Mettere a mollo gli shītake secchi in acqua calda e lasciarli a bagno per un quarto d’ora circa. Dopodiché affettarli finemente. Affettare sottilmente anche la carota.
In un pentolino, versare i 350ml d’acqua, il cucchiaio di salsa di soia, i 50ml di mentsuyu e il cucchiaino di zucchero. Amalgamare bene e aggiungere prima i funghi. Portare ad ebollizione dopodiché abbassare la fiamma e lasciar cuocere dolcemente per circa cinque minuti. In questo modo, il brodo assorbirà il sapore intenso e caratteristico degli shītake. Negli ultimi istanti di cottura, aggiungere le carote.

In un pentola d’acqua bollente, versare gli spaghettini scelti e lasciarli cuocere per il tempo indicato sulla confezione. I miei riportavano un tempo di cottura pari a tre minuti.
Scolare, trasferire gli spaghettini in una scodella ed iniziare ad irrorarli con il brodo cercando di tenere di tenere da parte gli ortaggi.
Questi ultimi andranno aggiunti a completamento del piatto, assieme ad altre eventuali guarnizioni.
Potete aggiungere qualsiasi verdura a foglia verde abbiate a disposizione (ad esempio della verza o degli spinaci) e, se lo gradite, del peperoncino macinato fine.

Servire!

Al prossimo sbuffo d’ispirazione! またね。Mata ne!

Matcha alle rose e floreali silenzi

Prima di iniziare ad immergermi nei miei racconti di oggi di matcha, rose, fiori, silenzi e letteratura, vorrei ritagliare uno spazio per delle comunicazioni di servizio:

1. Il blog ha avuto qualche difficoltà tecnica nei giorni scorsi dovute ad aggiornamenti di WordPress. Questo ha reso Biancorosso Giappone, purtroppo, non accessibile per alcuni giorni. Dunque, se avete avuto difficoltà a leggermi, questo è il motivo.

Clicca qui per saperne di più.

2. Non avrei mai creduto di dover fare un giorno questa precisazione ma tant’è: sono la proprietaria ed autrice di Biancorosso Giappone, sin dai suoi albori. Non utilizzo ChatGPT, chatbot, AI e altre tecno-bizzarrie analoghe per scrivere i miei testi o per realizzare le mie foto. Tutto ciò che leggete e vedete sul mio blog è frutto del mio intelletto e della mia capacità di rielaborare in forma scritta pensieri, sensazioni, ricordi, opinioni, informazioni ecc.
Il risultato non sarà mai privo di imperfezioni e sbavature ma è certamente autentico. E soprattutto, umano.
Il mio impegno continua ad essere quello di scrivere di mio pugno tutto ciò che leggete e di realizzare da sola le foto che spesso corredano i miei scritti. Naturalmente, posso garantire l’autenticità solo dei miei scritti e delle mie foto: non posso garantire altrettanto per quel che riguarda illustrazioni e foto provenienti da altri siti.

Matcha alle rose

Questi giorni di agosto scorrono lenti, come l’acqua di un fiume in secca che langue sotto i raggi inferociti di un sole implacabile. Agosto sembra un po’ una parentesi illusoria tra i restanti undici mesi in cui il tempo, invece, si affretta a raggomitolarsi nell’eternità.

Un corvo gracchia lamentosamente ogni mattina, appollaiato sulle tegole del palazzo dirimpetto. Il quartiere è ancora molto silenzioso: qualche automobile che ogni tanto sfreccia sul corso principale, dei cani in lontananza abbaiano, il vociare di alcuni bambini forse impegnati in un gioco.

La collina, laggiù sulla sinistra, è avvolta in una spessa coltre bluverde. Era la stessa collina che vedevo da bambina quando mi portavano su dai nonni, in Viale Curreno. Infatti, è un vero punto fermo, immobile nel tempo.

Anche il cielo sembra muto, perforato da venature rosa salmone.

È ad agosto che l’illusione bergmaniana, di cui ho parlato qui, si fa particolarmente intensa e vivida.

Oggi non tocca ancora alla quinta e ultima ricetta della rubrica estiva.

Questa volta scrivo liberamente ciò che zampilla dalla mente, cercando comunque di seguire sempre un filo logico su cui i pensieri ogni tanto faranno acrobazie da trapezisti provetti.

In uno di questi pomeriggi afosi e svogliati, ho avuto l’idea di preparare una bevanda fredda al matcha con qualche nota di rosa.

Il matcha ha un sapore che accoglie molto bene le note fragranti e inconfondibili della rosa. Visivamente è come se creassero un abbraccio tra i due colori predominanti: il verde e il rosa, in tutte le loro delicate sfumature.

Quella che riporto non è proprio una ricetta: è più che altro un procedimento. Sentitevi liberi di variare le proporzioni a vostro piacimento.

Indicazioni per preparare il matcha alla rosa

Per due matcha freddi alla rosa:

100ml d’acqua calda
1 cucchiaino abbondante di matcha di qualità
190ml di latte freddo* (io ho usato un latte di soia non zuccherato)
1 cucchiaio di acqua di rose per uso alimentare**
dolcificante a piacere (zucchero, miele, sciroppo d’acero ecc.)
boccioli di rose essiccati (facoltativo)

*Qualsiasi latte andrà bene: animale o vegetale. L’importante è che sia ben freddo. Potete aggiungere del ghiaccio, se preferite. Potete usarne uno già zuccherato evitando, in seguito, di aggiungere dolcificanti.
**L’acqua di rose è un ingrediente molto diffuso nella pasticceria mediorientale. È economica e la potete acquistare nei negozi cosiddetti etnici oppure nei negozi di alimentari provenienti prevalentemente dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Verificate che sia per uso alimentare. Non usate l’acqua di rosa cosmetica!

In una tazzina stemperare il matcha nell’acqua calda e mescolare benissimo, evitando che si formino grumi. Potete usare il chasen di bambù oppure un frullino a mano o elettrico.
Al latte di soia freddo aggiungere un cucchiaio di acqua di rose e mescolare bene.
In due bicchieri, versare il matcha stemperato e aggiungere il latte di soia aromatizzato alla rosa.
Se lo desiderate, potete zuccherare con un dolcificante di vostra scelta. Se lo gradite, unite anche qualche cubetto di ghiaccio.

Per finire, si può guarnire con qualche bocciolo di rosa essiccato.

Servire immediatamente.

Silenzi floreali

In questa atmosfera avvolta nel pigro e torrido silenzio agostano, ho pensato ad un detto giapponese che ben si accompagna alle rose del nostro matcha freddo:

Questo color rosa ricorrente segue il filo floreale e non certo l’assillo modaiolo del momento, di un film incentrato sulla figura di una famosa bambola.

Il detto è:

「言わぬが花」
Iwanu ga hana.
Traduzione non letterale: il non dire (ossia il silenzio) è un fiore.

Non servono sbrodolamenti filosofistici per comprenderne il senso. Anche perché, d’altra parte, troppe parole per spiegarlo sarebbero in netta contraddizione con la sua stessa essenza.

Molto si può dire – e spesso si dice – non dicendo. Nel non detto, l’esplicito.

In questo messaggio ritrovo, ad esempio, una chiave di lettura delle favole giapponesi ma anche di molta letteratura del Giappone, di varie epoche. Non sempre c’è una conclusione soddisfacente (secondo i nostri canoni) o una morale sazievole.
Sovente, il racconto sembra quasi concludersi in una sorta di dissolvenza narrativa dai contorni liquidi e anche un po’ sbiaditi. Oppure, un’interruzione decisa che può generare un punto interrogativo.

Ma anche l’inizio di un silenzio eloquente in cui vi sia spazio all’interpretazione oppure, più sottilmente, il messaggio non detto.

Il fiore, appunto.

Piccola nota per gli studenti di giapponese

La forma verbale negativa che appare nel detto ha la desinenza in 〜ぬ: questa è una forma arcaica e corrisponde all’attuale 〜ない . Quindi: 言わぬ → 言わない.

Oltre il matcha ma con i silenzi: I microcosmi di Kawakami Hiromi

Tempo fa dedicai un articolo ad una delle mie scrittrici giapponesi contemporanee preferite: 川上弘美 Kawakami Hiromi. Potete leggerlo qui.

Torno spesso sui suoi racconti perché mi trasportano in una dimensione immaginaria e confortante in cui mi rifugio volentieri quando il livello delle forze è a secco. E questa volta ho ripreso questa sua straordinaria raccolta di mini racconti intitolata 「このあたりの人たち」Kono atari no hitotachi (lett. le persone di questo quartiere). L’opera, di cui non credo vi sia ancora la traduzione in italiano, è disponibile in inglese col titolo di People From My Neighborhood, (tradotto da Ted Goossen).

Per me il nome di Kawakami Hiromi sarà per sempre legato all’immagine e al profumo di una golosa torta al cioccolato.

E incredibilmente, ritorna il rimando gastronomico non necessariamente a ciò che scrive ma a ciò che le sue opere suscitano nei lettori. Infatti, il giornalista americano Eric Margolis del Japan Times paragona la lettura di questa raccolta di racconti ad uno spuntino insolito ma appagante (like an unusual but satisfying snack). Qui l’articolo originale della sua analisi.

Una raccolta di ventisei storie brevissime, di tre o quattro pagine al massimo. Postfazione di Furukawa Hideo.
Le storie sono dei microcosmi interconnessi ma al tempo stesso indipendenti. Il fil rouge sono i rapporti interpersonali o tra umani e personaggi frutto della fantasia della scrittrice. Una prosa che incanta perché tocca mondi a volte lontani e altre volte vicinissimi. Un po’ come in Kamisama, di cui ho scritto nell’altro articolo: il mondo degli esseri umani che si avvicina a quello degli animali.

C’è la storia dell’uomo con due ombre o del bambino (o forse qualcosa che gli assomiglia) monello che vive vicino a un albero, nascosto sotto un telo bianco. Vi è la storia dell’amicizia tra la protagonista e una nonnina (che in realtà avrà avuto circa una quarantina d’anni), dal carattere capriccioso e che vediamo impegnata a fare gli origami con delle carte dai colori sgargianti.

E la nonnina che, improvvisamente, esordisce con un singolare:” Mi è stato detto che l’inferno odora di olio di fegato di merluzzo”.

Floreali silenzi e conclusioni sfumate

E anche qui ritroviamo storie irrisolte, soluzioni sfuggenti o del tutto assenti. Di nuovo quei contorni soffusi che, in realtà se ascoltati, comunicano più delle parole.

Collage di fiori incontrati casualmente durante le mie passeggiate torinesi in solitaria.

I fiori (e il matcha) hanno punteggiato questo mio scritto e a questi stessi fiori lascio l’onore di custodire il non detto.

言わぬが花。Iwanu ga hana.

Dorayaki di vera primavera

Dorayaki
Mini dorayaki di vera primavera

Se ripenso al momento in cui ho scritto l’ultima volta su questo blog avverto una sensazione di frastornamento simile a quella che provai il giorno in cui ritornai in Italia per la prima volta dopo sei anni consecutivi di vita statunitense.

Non starò a dilungarmi sull’emergenza sanitaria che ha travolto il nostro Paese. Delle voci che si occupano di questo si è perso il conto.

Intenzioni passeggere

Al principio di questa strana bufera avevo pensato di adoperarmi in qualche modo ma non sapevo nemmeno io come. E’ tutto così stravolto. Eppure permangono testardamente le volontà di riempire i vuoti dell’incognita e di mantenere una parvenza di normalità più o meno credibile.

Avevo pensato di scrivere quotidianamente qualcosa su Instagram offrendo semplici spunti di bellezza di quella nuova realtà che ci ha accolti numerando addirittura i post come a voler stare al passo con l’esperienza della quarantena. Ma avevo capito che era una pessima idea.

Dorayaki

In uno di questi post che volevo numerare ho proposto la ricetta dei dorayaki, i famosi dolcini giapponesi di pasta lievitata resi forse ancora più celebri dall’amato Doraemon dei cartoni animati di cui era ghiotto.
E allora riporto qui questa ricetta semplice, senza fronzoli, realizzabile da tutti.

Ingredienti:
70g di farina
5g di lievito chimico (baking powder)
1 uovo
1 cucchiaio di miele
40g di zucchero
2 cucchiai d’acqua
1 cucchiaio di latte di soia (o vaccino)
Olio vegetale q.b.
150g di marmellata di azuki

 

Ingredienti per dorayaki casalinghi
Ingredienti per dorayaki

Procedimento:

Setacciare la farina e il lievito in un contenitore.
A parte unire l’uovo, il miele, lo zucchero, l’acqua e il latte.
Mescolare molto bene con una frusta fino a quando il composto non sarà spumoso.
Aggiungere ora le polveri. Amalgamare bene avendo cura che non ci siano grumi.
Coprire il composto e lasciarlo riposare per mezz’ora.
Scaldare a fiamma bassa una padella antiaderente e ungerla leggermente con un po’ di olio vegetale.
Quando la padella sarà ben calda, mescolare la pastella e iniziare a versarla aiutandosi con un cucchiaio e cercando di far sì che le frittelle abbiano tutte la stessa dimensione.
Aspettare che sulla superficie si formino delle bollicine e poi, delicatamente, girarle dall’altra parte e lasciarle ancora in cottura per un minuto circa. Continuare così col resto del composto.

Farcire i dorayaki con la marmellata di azuki oppure con altra crema a scelta.

Dedicato a Lydia

Lydia Origlia

Duemilaeundici

L’autunno aveva appena iniziato i suoi ricami color senape. Ero ancora impegnata disperatamente nel riordino della mia vita in frantumi. I miei pochi averi rimasti stipati in sgraziati borsoni di plastica intrecciata; il complicato ritorno in famiglia i cui spazi ormai non erano più i miei; lacrime bollenti e salate che mi bruciavano il volto ogni notte mentre mi giravo e rigiravo in quel materassino viola, diventato il mio letto di fortuna e rifugio dal tormento.

Avevo perso quasi tutto: mi erano rimasti la mia vita, la caparbietà del mio carattere, le inestimabili esperienze vissute tra America e Asia e il fuoco dello spirito giapponese che io mi porto dentro.

Un paio di libri, qualche indumento e qualche oggetto del mio Giappone. Come quel kanzashi del periodo Taishō che appare in foto e che acquistai al mercatino delle pulci nel giardino del santuario di Machida in un giorno in cui la limpidezza di un cielo senza nubi sembrava potesse durare per sempre.

17 settembre 2011

Era un sabato. Goffamente avevo stretto qualche amicizia nell’angosciato tentativo che queste potessero rivelarsi benefici unguenti per la desolazione che mi spingeva giù nei suoi spietati abissi.
Era mattina. Confusa, smarrita ma speranzosa raggiunsi queste persone in stazione dove ci aspettava un treno che ci avrebbe portate ad Albenga, in provincia di Savona.
Mi accolsero freddamente e lì pensai che forse, dopotutto, avrei fatto meglio a rimanere nel mio sonno anestetizzante.
Ingoiai il malessere e sorrisi come faccio ogni volta che provo disagio.

Albenga

Una di queste nuove amiche aveva organizzato una festa nei locali del dopolavoro ferroviario cittadino. Un momento di incontro, di svago, una medicina che desideravo con tutte le forze.
Anelavo a riassaporare la gioia della chiacchiera condita da caffè e una fetta di torta, della risata, del calore umano. Per me che nell’ultimo e devastante anno avevo solo conosciuto la paura, la solitudine, la tenebra, la confusione, lo smarrimento, la sapidità estenuante del pianto, lo stritolante senso di disfatta.

E Albenga con le sue torri e la fragranza del suo mare ci accolse con la genuinità del piccolo comune.

Era la prima volta in ben undici anni che rivedevo il mare italiano.
Alla sua vista, quando la strada improvvisamente lo disvela, piansi segretamente senza mostrare l’emozione alle mie distaccate compagne di viaggio.

La festa

Superato l’imbarazzo iniziale, quella piccola festa si rivelò come avevo sperato: un incontro di persone, una tavola riccamente imbandita, sorrisi, abbracci di benvenuto e addirittura dei regali per noi che eravamo arrivate dall’austera Torino.

Una signora con cui iniziai a scambiare due parole, una volta venuta a conoscenza della mia esperienza asiatica, mi disse un qualcosa di curioso: mi parlò di una sua amica, residente anche lei nella piccola Albenga, che di professione faceva la traduttrice dal giapponese.

Il suo nome non mi diceva granché. Avevo conosciuto la letteratura giapponese tradotta in inglese e non in italiano.
Conoscevo Keene, Seidensticker, Riggs e molti altri. Ma il suo nome mi restituiva solo qualche vaga sensazione di già sentito.

L’amica era Lydia Origlia.

La signora mi sorrise con lo sguardo di chi ha in serbo una sorpresa e in un batter d’occhio afferrò il telefono.

Lydia

Dopo una breve attesa ecco bussare alla porta qualcuno.

Era Lydia.

La ricordo perfettamente. Una donna di media altezza, snella, dal portamento molto raffinato ma non arrogante. Capelli biondi dal riccio ribelle, abiti color pastello. Qualche delicato monile d’oro. Un viso dalla carnagione diafana che una cipria perlescente rendeva quasi etereo. Una voce dal tono gentile incorniciata da occhi che armoniosamente accompagnavano il suo sorriso incoraggiante.

Un istante cristallizzato

Rimanemmo sedute una di fronte all’altra in balìa di quel leggero imbarazzo che permea nuovi incontri. Lydia mi chiese di parlarle della mia esperienza e io del suo lavoro.

Conversammo anche in giapponese e per qualche istante mi sembrò quasi che tutto fosse scomparso: la festa, le mie compagne di viaggio distaccate, la tavola imbandita, le palme ondeggianti che si intravedevano dalle finestre.

C’eravamo solo Lydia ed io.

Ma la mia ignoranza e la sua umiltà non mi permisero di rendermi veramente conto di chi avessi davanti.

Il biglietto del treno e il saluto

E’ sempre così: quando serve un pezzo di carta per appuntare qualcosa ecco che sarà impossibile trovarlo e allora bisognerà ricorrere a soluzioni di fortuna se non addirittura strambe.
Dalla borsa tirai fuori il biglietto del treno e sul retro Lydia mi scrisse il suo nome e il suo indirizzo di posta elettronica.
Il tutto con la promessa di sentirci e tenerci in contatto.

Un abbraccio, un ringraziamento per la sua compagnia e in pochi attimi Lydia svanì dalla mia vista.

Fast forward e il sapore dell’indugio

Lydia era andata via. La festa sarebbe finita di lì a poco. Ci saremmo salutate tutte e noi, cariche di regali e con il cuore addolcito, saremmo ritornate a Torino.

Passarono circa cinque anni e nel frattempo pensai moltissime volte a Lydia.
E man mano mi rendevo sempre più conto dell’importanza e del prestigio legati a Lydia Origlia e del suo contributo inestimabile alla divulgazione della letteratura giapponese nella nostra lingua, traducendo capolavori della letteratura antica e moderna di autori del calibro di Sei Shonagon, Ihara Saikaku, Natsume Soseki, Ryunosuke Akutagawa, Yukio Mishima, Fumiko Enchi, Junichiro Tanizaki, Natsuo Kirino e tanti altri.

Indugi e ancora indugi

Nel pensarla ho più volte desiderato scriverle ma il timore di disturbarla mi frenava.
Fino a quando, un giorno, stanca di autosabotarmi, tirai fuori quel vecchio biglietto del treno su cui Lydia aveva appuntato il suo contatto prima di salutarmi lì, nella sala del dopolavoro ferroviario investita dai raggi di un sole ingauno.

Un messaggio pensato, curato e scritto con sincerità. Il cuore mi batteva forte ma, con coraggio, lo inviai.

Ma quel mio messaggio, partito infuso delle mie speranze, ritornò bruscamente indietro.

Un altro tentativo. Ancora un altro. Un altro ancora. Ma i miei messaggi ritornavano sempre a me.

Lo stupore e il sapore del rimpianto

Decisi di andare sul sicuro e di chiedere aiuto ad una delle figure più autorevoli nel campo della traduzione letteraria dal giapponese all’italiano: il professor Gianluca Coci, docente di letteratura giapponese all’Università di Torino.

Andai a parlargli un pomeriggio tardi, al termine di una delle sue appassionate e appassionanti lezioni di letteratura antica.
Gli raccontai del mio incontro con Lydia e delle mail che tornavano indietro. E gli chiesi aiuto perché, pensai, sicuramente avrebbe saputo come fare a recapitarle il mio messaggio.

Ma la reazione del professore mi lasciò senza parole.

Rimase incredibilmente stupito quando raccontai del mio incontro con Lydia dicendomi che è una persona così misteriosa da aver indotto moltissimi del campo, lui stesso compreso, a credere che non esistesse!

Una donna in effetti molto molto riservata e indubbiamente gelosa della propria privacy. E’ sufficiente cercare il suo nome su Google per avere dimostrazione di questa sua incredibile riservatezza: non troverete infatti nemmeno una sua foto né video né interviste. Troverete solo tutte le opere che lei sapientemente ha tradotto più qualche informazione relativa ad un ricettario che lei stessa scrisse, dedicato all’utilizzo dei fiori in cucina.

Il professore, ancora stupito, mi disse dunque di non potermi essere in alcun modo d’aiuto.

Cercando Lydia…

Uscendo dall’aula magna dell’università, dopo questo scambio col professor Coci, provai un misto di emozioni contrastanti. Avvertivo un senso di evidente privilegio per aver potuto fare questo incontro sempre più straordinario; al contempo, però, avvisavo le note di un presentimento.
Camminavo per le vie già scure della Torino d’autunno e in bocca sentivo già il gusto acidulo del rimpianto.

Non so perché non ci pensai subito ma ricorsi alla soluzione più evidente e cioè contattai quest’amica che mi aveva invitata alla festa.

Le scrissi. Mi disse che mi avrebbe fatto sapere. Mi rispose di nuovo dicendomi che purtroppo Lydia era mancata.

Non rimandare

Se puoi fare una cosa adesso, falla. Non temere di disturbare o di essere inopportuno. Tieni i contatto con le persone fintantoché ci sono perché arriva un giorno in cui questo non sarà più possibile.

Tornai dal professore e gli diedi la triste notizia. Nel giro di pochi giorni venne a sapere che questa abilissima traduttrice era esistita davvero e che ora non c’era più.

Resta nel cuore la gratitudine per quella giornata, per quel viaggio fuori Torino, per aver potuto allontanarmi temporaneamente dalle mie tenebre, per aver rivisto il mare, per Albenga e la sua accoglienza limpida, per la festa, per le delizie gustate quel giorno, per i doni e per la possibilità del tutto inaspettata e assolutamente straordinaria che ho avuto di incontrare Lydia Origlia.

Questo scritto è a lei dedicato.

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