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Hiyashi-chūka in una Torino d’agosto

Scatti sentiti della mia straordinaria ed ostinatamente enigmatica Torino.

Ecco agosto, giunto puntualmente con la sua inconfondibile scia di roventi silenzi, viali ovattati, strade deserte, marciapiedi incandescenti, saracinesche abbassate, aperture straordinarie e languidi corvi al riparo in ritagli d’ombra.

Le acque del Po, seppur infiacchite anch’esse dal caldo implacabile, continuano obbedientemente a riflettere una Torino capovolta, sempre brillante nella sua palette cromatica dai caratteristici colori sabaudi: eleganti gradazioni di verde che si intrecciano a quelle vaniglia delle facciate dei palazzi e il rossastro cannella dei tetti. Una mescolanza armoniosa, dignitosa, squisitamente torinese e senza tempo.

Oleandri in fiore…nel quartiere Borgo Po.

Passeggio molto lentamente lungo le antiche sponde del fiume e sento, ad ogni passo, l’odore distintivo delle acque eridane: sa di gradazioni di verde scuro e di alghe spesse. Acque che si mescolano al fango e a qualsiasi detrito che quel cosmo sottacqueo pervicacemente custodisce. Si vocifera dei tanti segreti che il Po nasconderebbe sotto i suoi liquidi veli. Quello è il suo odore da che ricordi.

Le acque del Po a Torino odorano semplicemente…di acque del Po a Torino. Non c’è nient’altro che vi assomigli.

Qualcuno passeggia lentamente come me, magari in compagnia di un cane affaticato dal caldo.

Rallento ulteriormente il passo e mi accorgo della bellezza del viale alberato che costeggia l’ex zoo di Corso Casale: la luce del tardo pomeriggio quasi sera che filtra attraverso le foglie fitte dei platani e dei tigli riuscendo a percolare attraverso quella ragnatela folta di rami, rinascendo così in un’infusione del colore della pace che vorrei nel mio cuore.

In questi giorni sono in una specie di personalissima trasferta artistica, dalle irresistibili venature feline. Sono ospite a casa di una straordinaria artista torinese a cui dedicherò uno scritto qui sul blog molto presto. In realtà, tra non molto vi racconterò anche dell’incontro magnifico con una persona preziosa la cui esistenza è imbevuta di un Giappone inestimabile. Nuove amicizie che addolciscono le disillusioni del tempo e mi consentono di riaprire gli occhi con sguardi freschi.

Ispirazioni culinarie a Borgo Po

Ispirazioni culinarie e letture di Okinawa.

Si concretizza un mio piccolo sogno cioè quello di vivere, anche se solo per pochi giorni, nel quartiere più affascinante della città nonché la vera quintessenza della torinesità: Borgo Po.

Qui è tutta una suggestione estetica dagli spiccati sapori neoclassici e neoliberty di eleganti edifici, strategicamente nascosti dietro una lussureggiante vegetazione che stuzzica la curiosità, all’incanto amarcord del Parco Michelotti con la sua orchestra muta di luoghi non più luoghi di un cemento armato morto…e di nuovo vivo.

E le strade che dolcemente si arrampicano verso la signorile collina, ognuna con propri ricami di raffinati palazzi dall’inimitabile buon gusto sabaudo.

Hiyashi-chūka: un classico estivo

Vi raccontai qualche tempo fa di questo piatto squisitamente giapponese e della sua storia nata ed evolutasi sulla scia del Drago di Sendai. Se avete piacere di leggere quell’articolo, eccolo qui.

In una Torino agostana con gli alberi rigogliosi, un sole iracondo e l’indolenza di solitarie strade apriche…mi lego sbrigativamente i miei capelli in una coda di cavallo e impazientemente mi faccio aria con un giornale. Ho fame ma nessuna voglia di mettermi a cucinare.

Però questa casa d’artista con il suo tavolo di marmo freddo e la sua straordinaria veranda affacciata sugli oleandri mi fa venire voglia di creare…anche se solo con un paio di bacchette e qualche condimento.

Allora eccoci con la ricetta in una versione semplificata e leggerissima di questi spaghettini freddi insaporiti con verdure fresche, il tutto irrorato con un gustoso condimento.

Verdure varie

Non vi darò dosi. Ricetta libera, liberissima.

Ho tagliato un po’ di cetriolo, della carota, qualche pomodorino, dei peperoni di Baldissero e due fettine di limone.

Per questa ricetta ci vogliono gli spaghetti per rāmen. Io ne ho usato un tipo essiccato, proveniente dal Giappone e acquistato da Kira Market, in Via Principe Amedeo 33, Torino.

Ho messo a bollire dell’acqua in una pentola, senza aggiungere sale. Il sale, infatti, è già contenuto in tutte le paste giapponesi.

Si fanno cuocere per circa 4 minuti o per il tempo indicato sulla confezione.

Poi si scolano, si risciacquando velocemente e si mettono subito in un recipiente di acqua ghiacciata.

Una volta raffreddati i rāmen, basterà scolarli e sistemarli su un piatto. Dopodiché si guarniscono con le verdure di vostra scelta e si irrorano con una salsina che si prepara unendo 2 cucchiai di salsa di soia, 2 cucchiaini di zucchero, 3 cucchiai di aceto di riso, 1 cucchiaio di olio di sesamo tostato.

Ed ecco fatto. Un vero classico della cucina giapponese estiva, nato verso la fine degli anni Trenta proprio dall’idea di un cuoco di Sendai che, grazie al suo ingegno, seppe dare scaccomatto all’implacabile calura dell’estate del 1937.

Riproposto qui, in una evocativa cucina d’artista a Borgo Po. Da me e dai miei pensieri.

Comunicazioni

In conclusione, due comunicazioni importanti.

Qualche settimana fa mi sono accorta, per puro caso, che il form del blog non funziona come dovrebbe. Risultato? Con mio grande sgomento, ho scoperto una lista gigantesca di messaggi a cui non avevo mai risposto perché non sapevo che mi fossero arrivati. Gasp. Gulp.

Non ho risolto il problema del form ma vi chiedo gentilmente di scrivermi a questa mail, se desiderate mettervi in contatto con me:

E poi vorrei mandare un saluto ai miei amici americani Sam, Joe and Ivan dell’Arkansas, ideatori del formidabile podcast Dawn of Mantis, una produzione di altissimo livello dedicata a fatti di cronaca irrisolti, di varia provenienza. Con mia enorme sorpresa, l’episodio 385 è stato dedicato a me. Potete ascoltare i ragazzi qui.

Ci tengo a salutarli perché, da quando li ho contattati per esprimere il mio apprezzamento per il loro lavoro, è nato un bello scambio gradevole e rispettoso con tutta la redazione. Loro, increduli nel sapere di avere un’ascoltatrice a Torino nientemeno, hanno espresso il desiderio di visitare la mia preziosa città se il podcast dovesse – come tutti ci auguriamo – decollare.

Infusione di pensieri e tè verde

Giugno e ormai anche luglio sono scivolati via, fondendosi in un rovente abbraccio fatto di giorni estenuanti, uno più incandescente dell’altro. Un tempo strano, scandito da litanie per il caldo ed accese polemiche climatiche con in più un profluvio di soluzioni per fronteggiare l’inclemente calura: dalle tecniche di respirazione ayurvediche alle versioni fredde di tutti i piatti possibili ed immaginabili. Tutto questo assieme alla rapida comparsa in successione di sedicenti esperti di meteo, curiose figure di una sorta di culto atmosferico nonché presunti depositari di previsioni da cui dipenderà fideisticamente un qualche micro-pubblico.

La corsa spasmodica verso palchi sempre più in alto e più luminosi ormai non risparmia alcun ambito. Nemmeno quello meteorologico. È sempre la solita gara mercatale a chi urla di più.

Nelle ore più ardenti, un po’ drammaticamente ho ripensato a The Midnight Sun (Sole di mezzanotte) di Rod Serling, del 1961. L’incubo di un caldo inesorabile che non sembra arrestarsi in cui la Terra, andata fuori orbita, si dirige rapidamente verso il Sole. Un sole che non tramonta mai e una New York apocalittica, avvolta in temperature costantemente soffocanti.

Il volto madido di sudore e lo sguardo avvilito di Norma, la giovane pittrice protagonista dell’inquietante storia di Rod Serling, facente parte della serie The Twilight Zone (in italiano nota come Ai confini della realtà).

Giorni, dunque, bollenti e alleggeriti solo ogni tanto da qualche agognato intermezzo temporalesco. Corroboranti parentesi spesso irruente che, per qualche istante, smorzano la morsa dell’afa liberando scie di petricore rimaste fino ad allora imprigionate tra gli artigli del cemento magmatico. Anelate tregue che però spesso presentano un conto salato sotto forma di cadute di alberi, frane, esondazioni, danni alle coltivazioni. E allora, davanti alla furia sovversiva della natura, ecco riaccendersi i dibattiti.

Al termine della poesia olfattiva e del momentaneo ristoro psicofisico, ritorna la sovranità dello Zenit.

Scatti di una rovente Torino lugliatica.

E quindi il caldo: una presenza monopolizzante. Se ne parla in strada, nei negozi, nelle sale d’attesa, ai giardinetti, davanti ad un caffè di un bar di Corso San Maurizio, in coda alla posta e naturalmente nella piazza più grande del mondo: la rete. Arriva anche qui, su Biancorosso Giappone.

Condizionatori sì e condizionatori no? Disquisizioni infinite sulle cause di questi stravolgimenti. Temperature record mai viste finora oppure già sperimentate ma il cui ricordo è stato rimosso dall’urgenza del momento?

Escursioni termiche all’ordine del giorno, passando semplicemente da un marciapiede alle temperature semi-polari di un supermercato. Torino diventata per un po’ una sorta di colapasta energetico con le continue interruzioni di corrente. Poi il Sindaco, con la sua ira e i suoi strali.

Ma la vita prosegue. Le quotidianità vanno avanti, ognuna con le sue regole e i suoi protagonisti. Un susseguirsi di microcosmi intorno a noi di cui probabilmente non ci accorgeremo mai.

Infusioni a freddo del tè verde: kōrimizudashi e mizudashi

Lo splendido verde brillante di un sencha infuso con la tecnica del Korimizudashi.

E i tentacoli monopolizzatori del tema del giorno giungono anche qui. E ci portano dritti dritti in dispensa.

Nello sconfinato panorama di refrigeranti possibilità commestibili, c’è una preparazione che a me piace moltissimo: il 氷水出し kōrimizudashi. Si tratta di un’infusione di tè verde giapponese preparata però con acqua fredda e ghiaccio. Una formula ibrida tra il 氷出し kōridashi e il 水出し mizudashi, rispettivamente infusioni con ghiaccio e con acqua.

Per questa preparazione non serve essere un grande conoscitore di tè e nemmeno un purista della prima ora che non transige sui tempi di infusione. O che storce il naso per la scelta di un certo cultivar anziché un altro. Oppure ancora che si scandalizza per l’assenza degli utensili corretti.

Anzi, a ben vedere, probabilmente questo insopportabile signor Sotuttoio avrebbe certamente da ridire sulla preparazione stessa e inorridirebbe davanti a cotanta impudenza nel maneggiare impropriamente la Camellia Sinensis.

Illustrazione di una scatola di tè verde. Sul contenitore è tracciato il carattere 茶 cha (letto cià, secondo le regole fonetiche dell’italiano) ossia tè. Immagine di いらすとや.

Inesistenti radici antiche

Non so oggigiorno quanto interessi riportare alla luce le origini delle cose che ci circondano. A me personalmente, e questo blog ne è una testimonianza, piace moltissimo. Conoscere qualcosa, anche solo un frammento della storia di un utensile o di un profumo mi rende più consapevole e più presente nel mio quotidiano.

Il tè è un universo immenso, composto riccamente dalle impronte dei popoli che nei secoli lo hanno adottato. Insomma, si fa presto a dire: prendiamoci un tè!

Però non serve sempre inerpicarsi in tecnicismi e microlingue per pochi eletti. Insomma, non tutto deve diventare materia di studio: ci si può dissetare con qualche piccola curiosità mentre si sorseggia una buona tazza di 玉露 gyokuro senza per questo sentirsi inadeguati o non sufficientemente preparati.

E a proposito di cose alla portata di tutti o, per usare un aggettivo giapponese adatto, parliamo di qualcosa di molto 気軽い kigarui (rilassato, informale, accessibile a tutti) cioè le tecniche d’infusione a freddo che sono preparazioni del tè con radici antiche…inesistenti!

Già. perché questi metodi di infusione conobbero una crescente diffusione a partire solo dagli anni Ottanta e cioè da quando in Giappone fu introdotta la vendita del tè in bustina.
In realtà, pare che già verso la fine degli anni Sessanta sul mercato giapponese iniziarono ad affacciarsi le prime bustine di tè nero e nello specifico quelle della 日東 Nittoh (o Nittō, secondo la traslitterazione Hepburn).

Il 1961, invece, fu l’anno in cui sul mercato giapponese apparve per la prima volta il tè verde in bustina. Chi detiene questo primato è la celebre 山本山 Yamamotoyama, la storica azienda fondata a Edo nel 1690 da Kahei Yamamoto che divenne il più importante commerciante di tè del tempo grazie anche a due importanti mosse pionieristiche: lo sviluppo della tecnica di lavorazione delle foglie del tè chiamata 青製 aosei (grazie a cui il tè verde giapponese si distingue dagli altri per il suo colore verde brillante) e per aver inventato il pregiato e rinomatissimo 玉露 gyokuro! L’azienda Yamamotoyama, dopo più di trecento anni di onorata carriera, è ancora in attività.

Il nome palindromo dell’azienda: 山本山 Yamamotoyama.
Yamamoto, dal nome del fondatore, e yama – ossia montagna – come simbolo di maestosità, eccellenza e posizione geografica delle migliori piantagioni di tè molto spesso ubicate proprio su pendii montuosi e collinari. Foto di Eisuke Tachikawa.

È a partire però dai frizzanti anni Ottanta che in Giappone si diffonde in maniera capillare l’uso del tè verde in bustina. Gli anni Novanta, invece, accolsero un’altra grande novità (forse non così grande, ripensandoci a posteriori da un punto di vista ecologico): il tè verde nelle bottiglie di plastica.

Forse il primo tè verde giapponese commercializzato in bottiglie di plastica inizialmente da 1,5 litri: il celebre お〜いお茶 Oi Ocha della ITO EN, altro importantissimo produttore di tè verde giapponese, in attività dalla metà degli anni Sessanta del Novecento. Nella foto è raffigurata la bottiglia originale dell’epoca. Foto proveniente dall’archivio storico della 伊藤園 Itō-en.

È quindi a partire tra gli anni Ottanta e Novanta che, parallelamente all’introduzione sul mercato del tè verde in bustine e in bottiglie di plastica, prende piede l’idea di sperimentare con preparazioni diverse e meno convenzionali. Indubbiamente, la presenza ormai ovunque del frigorifero e di acqua che non necessitasse di bollitura per essere potabile hanno contribuito a rendere ancora più apprezzata l’infusione a freddo.

Preparazione con infusione Kōrimizudashi

Non servono istruzioni complicate. La preparazione del kōkrimizudashi o mizudashi (infusione a freddo con ghiaccio e senza, rispettivamente) è molto semplice e diretta.

Vi mostro entrambe le preparazioni, con due tè verdi giapponesi diversi.

Per il korimizudashi ho utilizzato la mia 急須 kyūsu (tipica teiera giapponese col manico laterale), 10g di sencha cioè circa un cucchiaio da minestra abbondante, 200ml d’acqua fredda e qualche cubetto di ghiaccio.

L’occorrente. Non serve avere necessariamente una teiera o delle tazze giapponesi. Usate ciò che avete. Cercate però di procurarvi del buon sencha. Io in questo caso ho utilizzato del prezioso 新茶 shincha che avevo ancora da finire: un regalo della mia cara amica Ryōko.

La semplicissima preparazione del korimizudashi.

Basterà versare un cucchiaio abbondante di tè verde giapponese in foglie in una teiera e aggiungervi qualche cubetto di ghiaccio seguito dai 200ml d’acqua fredda. A questo punto, bisognerà solo aspettare per circa tre minuti e poi versare il vostro tè verde freddissimo e delizioso in una tazza o in un bicchiere.

Qui ho versato un po’ di tè verde freddo in una tazza dove però non si vede bene il verde brillante della bevanda, dettaglio decisamente più evidente nella foto in alto, nel bicchiere in vetro.

Preparazione con infusione Mizudashi

Altro metodo facilissimo è l’infusione mizudashi. Qui ci servono il tè, acqua fredda e una bottiglia.

Per questa infusione ho utilizzato un tè giapponese molto speciale: il 加賀棒茶 kagabōcha, un tè verde leggermente tostato composto unicamente dai gambi e dai rametti della pianta. Questo è un tè tradizionale di Kanazawa, nella prefettura di Ishikawa, e viene coltivato in montagna dall’epoca Meiji ad oggi.

Il kagabōcha di Kanazawa, ricevuto in regalo dalla mia amica Rita. Questa varietà si chiama 宝 Takara che in giapponese significa tesoro perché in effetti è uno dei tesori tra le tante eccellenze di Kanazawa.

Questo formato in particolare è in bustine. Le dosi consigliate dal produttore sono, a mio parere, applicabili anche ad altri tè verdi giapponesi per l’infusione mizudashi: 1 bustina di tè verde per ogni 350ml d’acqua fredda. Tempo d’infusione in frigorifero: 3 ore.

Io ne ho preparato una bottiglia utilizzando due bustine e lasciando riposare il tutto in frigo per il tempo consigliato.

Il kagabōcha è un tè piuttosto difficile da trovare in Italia, purtroppo. Ed è un peccato perché è veramente squisito: in apertura si percepiscono delle note quasi caramellate seguite poi da quelle caratteristiche del tè verde.
Data la leggera tostatura, l’infusione (sia a freddo sia a caldo) produce un liquido ambrato come il miele d’acacia.

Si può servire con del ghiaccio, se lo si desidera. Io ho preferito non metterlo perché il tè era già molto freddo e inoltre volevo apprezzare in purezza la complessità del kagabōcha di Kanazawa.

Ho iniziato a scrivere questo articolo quando ancora eravamo nella morsa torrida di una fiammata che sembrava non estinguersi più. Ora invece scrivo in un sabato di fine luglio che affettuosamente ci culla nei suoi ventotto gradi. Quasi non mi sembra vero.

Il cielo è incolore, l’aria è appena appena effervescente e da dove sono in questo preciso istante vedo nitidamente uno dei simboli della torinesità per eccellenza: la chiesa di Santa Maria del Monte dei Cappuccini. Mi sembra così vicina da poterla quasi toccare con un dito!

È a un passo da me, as the crow flies, come dicono gli inglesi. Cioè come vola il corvo. In linea d’aria.

Per il momento le lunghe giornate bollenti delle settimane scorse sembrano un lontano ricordo. E io gioisco di questa lontananza rievocativa.

Residenza al Kika-Dōjō

In questo maggio appena sbocciato, scrivo.
Scrivo seduta al tavolo di legno chiaro del 帰家道場 Kika Dōjō, il centro di meditazione della mia amica Rita dove sono ospite per qualche giorno, un po’ come se fossi in una specie di residenza artistica in cui ritrovare il filo delle mie ispirazioni.

Biancorosso Giappone in trasferta felino-artistica…al Kika Dōjō.

Sono qui, in questa sala dalla cui finestra scivola dolcemente la luce pallida di un cielo meteorologicamente vago. Intorno a me un silenzio spezzato ogni tanto dal cinguettio di uccellini, dall’abbaiare distante di un cane, dal ticchettio di un piccolo orologio e dallo sfrecciare in lontananza di qualche auto.

Ma qualche volta anche dal quasi impercettibile fruscio setoso dei passi di Amélie che mi viene a cercare.

Miao, fusa e silenzi: un codice di comunicazione sorprendentemente chiaro.

Un timido sole sta cominciando ad illuminare le facciate dei vecchi palazzi di primo Novecento che caratterizzano queste vie. Quegli stessi raggi, gradatamente sempre più disinvolti, svelano qualche frammento visivo di un giardino segreto che si intravede dal sopraluce di un portone grigio dagli ornamenti sobriamente liberty.

La mia mente vaga per un attimo fantasticando sulle possibilità di quel giardino nascosto. Un luogo che preserva il suo fascino proprio perché non liberamente accessibile. Chissà quali piante ospita gelosamente al suo interno? Chissà che fiori vi sbocciano? E ancora: chissà se c’è addirittura una panchina – o forse una piccola fontana il cui fluire dell’acqua, sempre uguale, scandisce incessantemente il tempo che scorre via?

Insomma, un primaverile e precollinare primo maggio torinese.

Istanti…al Kika Dōjō.

In questa stagione che cerca, ancora e nonostante tutto, di stupirci con i suoi trionfi floreali e volteggianti walzer pollinosi, per me diventa impossibile non fermarmi ad ammirare gli splendidi fiori che generosamente adornano Torino un po’ ovunque. Ci sono. Basta alzare lo sguardo e cercarli.

Un collage di fiori che ho incontrato in girula per Torino.

Giorni, dunque, di una quiete non assordante ma stemperata da quella morbida cornice di brusii cittadini sempre amabilmente…distanti. E in questi archi temporali riprendo a scrivere immergendomi profondamente nella lettura e rilettura di libri che desideravo riprendere.

Società e letteratura: letture e riletture al Kika Dōjō.

Il ritorno dei blog: pia illusione o prospettiva concreta?

Se penso alla lunga storia del mio blog quasi mi sembra incredibile che esista ancora. Dopotutto, Biancorosso Giappone è nato nel 2007 ovvero il periodo di particolare splendore in cui i blog erano davvero protagonisti di narrazioni vivaci, entusiaste, dinamiche e sincere perché slegate (tranne forse qualche eccezione divenuta poi la norma, ahimè) da finalità commerciali. Insomma, si scriveva perché si avevano storie da condividere. E una voce, indipendentemente dal fatto che potesse essere o meno conosciuta, veniva comunque ascoltata proprio perché aveva qualcosa da dire.
E benché di lì a poco i social media avrebbero fatto il loro esuberante e chiassoso ingresso nella quotidianità di molti, in quel periodo si era ancora in una fase un po’ innocente.

La blogosfera (compresi i forum di discussione) era la dimensione digitale del muretto, del giardinetto, della piazza, del cortile condominiale e di qualsiasi altro luogo di spontanea aggregazione umana in cui fiorisce la convivialità insaporita da un pizzico di quell’antico animo del cantastorie che in fondo risiede in ognuno di noi.

Si avevano esperienze da raccontare e le si raccontava. Ognuno con la propria penna, col proprio sapore descrittivo arricchito da un mélange distintivo di ironia e creatività.
Ogni tanto mi piace ricordare le grandi penne di quel periodo. Penne realmente prodigiose che lentamente sono svanite nell’oblio di un mondo che ha cominciato ad accelerare sempre di più.

Qualcuno sostiene che l’avvento pervasivo ed invadente delle intelligenze artificiali, assieme alla già capillare presenza radicata dei social, stia innescando un senso di rifiuto per questa logorante deriva di una comunicazione non più comunicativa. Si tratta di pia illusione? Non lo so ma voglio pensare che, anche in questa situazione, si possa ritornare di nuovo un po’ alla semplicità e all’autentico.

Sfuggenti Amarcord di blog che furono

Lo so, ne ho già scritto ma…ci ritorno sempre e volentieri nonostante l’inevitabile venatura malinconica che ossida il ricordo: il blog dell’ingegnere napoletano trasferitosi suo malgrado a Gurgaon, in India, da cui raccontava con irresistibile umorismo le sue disavventure e il suo complicato rapporto con gli indiani. Qualche tempo fa ero riuscita a ritrovare i suoi frizzanti e arguti scritti. Non ci potevo credere: c’erano ancora! Purtroppo non ho più memoria di quel link.

Poi i tanti blog, uno più appassionante dell’altro, di Niki Tesoroni con cui lei raccontava le sue straordinarie avventure di viaggio, di spiritualità e di vita in giro per il mondo, con un doloroso ritorno in Italia in seguito alla scomparsa di Dario, il suo amato marito.
Quel lacerante ritorno a casa come comune denominatore tra me e lei.
I suoi blog, uno per tappa, erano tributi ad una prosa colta ed avvincente in cui Niki ti trasportava nella sua dimensione molto distante ma anche molto riconoscibile, nella sua quotidianità in terre lontanissime dove però lei riusciva, da abile cuoca, a preparare una pizza fragrante oppure una magnifica pasta fresca artigianale. E più esotica la terra che l’accoglieva in quel momento più tutto profumava stranamente d’Italia…anche attraverso lo schermo.

I nostri cammini virtuali s’incrociarono quando lei e il marito gestivano un ristorante italiano in Nepal e il suo blog del periodo s’intitolava appunto Pasta e Nepal.
Un vecchio articolo del quotidiano The Himalayan Times ricorda loro e quel ristorante – il Mamma Mia – gestito con così tanta, tanta fatica.

Ricordo Niki al suo ritorno, straziata e indebolita però con ancora una flebile fiammella che ardeva e che tentò in tutti i modi di alimentare: un progetto editoriale di cucina medicinale tibetana, disciplina a cui il marito aveva dedicato molte energie attraverso lunghi studi e valorizzanti tête-à-tête con studiosi del campo.

Ma Niki, al termine di ogni loro soggiorno in giro per il mondo, cancellava inesorabilmente il blog ad esso collegato. Era come se volesse dare ai suoi scritti una voluta impermanenza che ricorda quelle delle parole tracciate sulla battigia: possono essere le più belle e più sincere ma prima o poi arriverà l’onda e livellerà ineluttabilmente ogni cosa.

Ad un certo punto però, mentre il tutto sembrava prendere faticosamente forma, ecco che scomparve il sito. E con esso svanì anche Niki. L’onda, ancora una volta.

E il blog di un’allora esordiente Laura Imai Messina che frequentava piuttosto assiduamente Biancorosso Giappone e le cui visite ricambiavo con piacere. Dopotutto, scrivevamo entrambe con passione di cose giapponesi e vantavamo un’appartenenza ad una grande comunità senza confini di chi aveva semplicemente qualcosa da raccontare.

Scrivere…per esserci

Mi lascio la parentesi nostalgica alle spalle e continuo a scrivere, nonostante a volte mi chieda se abbia senso continuare a farlo. C’è qualcuno che ancora mi legge? C’è qualcuno che ancora apprezza i ritmi lenti dei blog con le loro storie che sgorgano da un vissuto o dall’estro di ancora sa navigare tra i labirinti della fantasia e dell’immaginazione?

Per il momento sono qui e dunque, scrivo.

Ci rileggiamo al prossimo articolo dove, per l’occasione, tornerò in cucina.

Shio-musubi e ispirazioni varie

Tra i comfort food – ovvero i cibi coccola – giapponesi vi sono senz’altro i musubi, conosciuti altresì con un termine sicuramente più famoso al di fuori del Giappone: onigiri.

A queste deliziose palline di riso, simbolo quintessenziale della semplicità e praticità gastronomiche giapponesi, negli anni ho dedicato molti scritti.

Per esempio, andando indietro nel tempo ovvero alle origini di Biancorosso Giappone, ritroviamo questo scritto.

Sempre sul blog storico, potete fare proprio qui un salto indietro nel tempo che sa di riso e malinconia.

Più recentemente, invece, ho scritto di Onigiri di coste e di Onigiri di Bok Choy.

Differenze? La teoria di Akiko

Musubi (spesso però accompagnato dall’onorifico o- generando così la forma omusubi おむすび) e onigiri おにぎり, termine che include già l’onorifico, sono sinonimi. Indicano, quindi, entrambi la stessa cosa cioè polpette preparate con riso cotto giapponese e spesso condite con vari ingredienti.

Secondo una teoria, il termine omusubi sarebbe più diffuso nel Giappone orientale mentre onigiri più nella zona occidentale.

Tuttavia, ogniqualvolta si parla di omusubi e onigiri, ripenso sempre alla mia amica Akiko e alla sua teoria.

Un giorno, infatti, domandai ad Akiko se ci fosse una differenza reale tra questi due vocaboli, dubitando di un’improbabile sinonimia esatta. Mi rispose che effettivamente percepiva una differenza tra i due ma che non avrebbe saputo dirmi con certezza cosa li rendesse diversi. Con un po’ di titubanza – e precisando che queste erano solo sue congetture – azzardò una teoria: mi spiegò che omusubi era un termine più emotivo, legato alla sfera affettiva e dei ricordi. Avvertiva il termine onigiri, invece, come più asettico: preciso ma, al contempo, privo della profondità sentimentale dell’altro vocabolo.

Omusubi deriva dal verbo musubu 結ぶ che significa legare, collegare, unire. Il kanji del verbo ha come radicale, non a caso, l’elemento 糸 ito, ossia filo, cordicella. E quale migliore immagine per rappresentare un’unione, un legame? Collegare, legare, unire: tutti verbi che ben si prestano a descrivere la sintonia che collega cuori lontani, il ricordo che ci ricongiunge a persone e luoghi passati, l’abbraccio che azzera le distanze e ci riavvicina ai nostri cari.

Satsuma-kiriko e legami

A proposito di legami e affetti, il mio pensiero va spesso all’incantevole Kanagawa dove vivevo e a quei luoghi che, pur nella dimensione del ricordo, non sono mai sbiaditi. Un luogo che ancora adesso, nonostante la distanza, riesce a tenermi legata a sé. E lo fa attraverso amicizie vecchie e nuove. Come l’amicizia straordinaria con Ryōko, residente a poche centinaia di metri dalla casetta blu dove abitavo.

Nei tanti regali che ci siamo scambiate in questi ultimi mesi, vorrei mostrarne uno:

Una piccola e preziosa coppetta in vetro di Satsuma.
Kiriko è il nome che in giapponese si dà al vetro intagliato. Di questa affascinante e antica arte esistono (e resistono!) due stili in Giappone: 江戸切子 Edo-kiriko e 薩摩切子 Satsuma-kiriko. Il primo ebbe origine a Edo, l’antico nome di Tokyo, a metà dell’Ottocento. Il secondo, invece, nacque nel tardo Ottocento, a Kagoshima ovvero in quelle terre che un tempo costituivano l’antico e potente feudo di Satsuma, nel Giappone meridionale.

Di feudi e colori

Vetro di Satsuma. Fonte immagine.

L’arte della fabbricazione e lavorazione del vetro (nota altresì in italiano col termine specifico di ialurgia) di Satsuma nacque nel 1846, ossia nel tardo periodo Edo, era Kōka 弘化.

Shimazu Narioki 島津斉興, grintoso signore feudale del dominio di Satsuma, invitò il rinomato artigiano del vetro Shimoto Kamejirō 四本亀次郎, proveniente da Edo, affinché istituisse e dirigesse una fornace per la produzione di contenitori per medicinali. Serviva, quindi, l’esperienza di un maestro vetraio che realizzasse un vetro sufficientemente resistente da poter accogliere in sicurezza tinture, unguenti e altri preparati farmaceutici.

Boccetta in vetro per medicinali. Fonte immagine.

Nel 1851, Shimazu Nariakira 島津斉彬, potente successore di Shimazu Narioki, intuì possibilità più ambiziose per la fiorente industria vetraria del feudo. Propose, quindi, la realizzazione di manufatti artistici da destinare come regali di pregio ai daimyō e per l’esportazione!

Nacque così questa magnifica forma d’arte vetraria, ancora oggi oggetto di ammirazione e stima da parte di cultori e appassionati da tutto il mondo.

Shimazu Nariakira. Fonte immagine.

Uno dei meriti di Shimazu Nariakira in questo ambito fu l’introduzione di tecniche molto avanzate di colorazione del vetro. Grazie a questi metodi innovativi, i maestri vetrai di Satsuma riuscirono a realizzare una particolare sfumatura intensa di rosso che sarebbe diventato il segno distintivo di questi preziosi oggetti: lo strabiliante rosso di Satsuma o Satsuma-beni 薩摩紅 nonché, comprensibilmente, il preferito di Shimazu Nariakira stesso!
A questo nobile rosso seguirono altri cinque colori che avrebbero costituito la tradizionale base cromatica delle vetrerie di Satsuma: blu, verde, giallo, viola di Shimazu, rosso oro.

I sei colori tradizionali dei vetri intagliati di Satsuma. Fonte immagine.

Satsuma-kiriko…fantasma!

Nel 1858, improvvisamente, Shimazu Nariakira morì. Dopo la sua scomparsa la produzione si ridusse notevolmente fino a interrompersi del tutto. Il 1863, infatti, fu un anno nefasto che vide lo scoppio di un brevissimo ma feroce scontro tra il dominio di Satsuma e la Royal Navy britannica. A causa di questo violento conflitto, furono appiccati incendi che distrussero le fornaci del vetro così care a Shimazu Nariakira.

Questa delicatissima arte non ebbe possibilità di ripresa poiché, pochi anni più tardi e cioè nel 1877, scoppiò la ribellione di Satsuma nonché ultimo e orgoglioso sussulto di risposta al nuovo governo Meiji che aveva sancito per sempre la fine del Giappone feudale.

Questi continui a prolungati disordini costrinsero Satsuma-kiriko all’oblio.

Divenne ciò che in giapponese viene chiamato 「幻の切子」Maboroshi no kiriko cioè il kiriko fantasma! Questo prezioso, fragile e colorato mondo di vetri intagliati sapientemente si eclissò fino a sparire diventando evanescente come un fantasma.

Il ritorno di Satsuma-kiriko

Si sarebbe dovuto attendere fino al vicino 1985, ben cento e otto anni dopo, perché le tecniche di lavorazione del vetro di Satsuma-kiriko venissero abilmente riscoperte da esperti e maestri vetrai contemporanei.

Grazie al loro infaticabile impegno e lavoro oggi possiamo di nuovo ammirare – e perché no, usare! – questi incantevoli oggetti in vetro che abbiamo quasi rischiato di non vedere mai più.

Qui la pagina ufficiale di Satsuma-kiriko.

Di delizie fermentate

Dalla magia del vetro di Satsuma a quella della fermentazione delle verdure, il passo è creativamente audace.

Molto recentemente ho avuto modo di assaggiare le verdure fermentate di un’azienda del torinese che si chiama Che Fermento!

In particolar modo, il loro cavolo verde con ginepro e il limone:

Per chi è a Torino e dintorni e volesse provare questi prodotti, consiglio senza dubbio di passare da Equamente, in Via Fratelli Vasco 6/b (davanti alla Cavallerizza).

Che Fermento! utilizza verdure coltivate nel torinese, a Rodallo di Caluso, e messe a fermentare con sale marino. Il risultato è molto simile, se non addirittura identico, agli 塩漬け shiozuke della tavola giapponese.
Gli shiozuke, infatti, sono verdure cosparse di sale e lasciate a marinare per un certo periodo di tempo.

La versione casalinga semplice e rapida spesso prende il nome di 浅漬け asazuke.

Gli shiozuke fanno parte della grande famiglia degli 漬物 tsukemono ossia verdure fermentate e conservate in vari modi, compagni essenziali nel pasto tradizionale giapponese. Qui potete leggere due miei scritti a riguardo. E qui un altro mio scritto dove l’ortaggio protagonista è il cetriolo.

E qua, per un atletico balzo indietro ne tempo.

Lo shiozuke di cavolo verde e ginepro, il primo che ho assaggiato, mi ha riportato subito alla mente la freschezza e genuinità degli tsukemono giapponesi che acquistavo al mercato dei contadini a Ebina, nel Kanagawa.


Fresco, croccante, col giusto grado di sapidità, questo shiozuke di cavolo verde e ginepro di produzione italiana – anzi torinese! – è una delizia benefica (le proprietà dei cibi fermentati sono moltissime!) e confortante.

Ho pensato, quindi, di prepararmi degli omusubi e di accompagnarli con del cavolo verde fermentato a cui ho riservato il posto d’onore della coppetta in vetro di Satsuma!

Shio-musubi: l’incontro

Tra le tante varietà possibili di omusubi (o onigiri, se preferite), i miei prediletti sono quelli con umeboshi e anche gli shio-musubi, preparati con riso bianco semplice e un’idea di sale marino.

Credo che gli shio-musubi rientrino tra i miei comfort food giapponesi preferiti perché sono stati i primi che ho assaggiato. A Ebina, infatti, c’era una minuscola locanda di omusubi che si chiamava かかしや Kakashi-ya (che tradotto significa ‘La bottega dello spaventapasseri’). La ragione per cui furono i primi che assaggiai era semplicemente perché, ai miei occhi del tempo, quel menù appariva di difficile navigazione e l’unica cosa che sapessi leggere erano le parole nel sillabario Hiragana.
E gli shio-musubi erano tra questi. Il nome era proprio scritto così: しおむすび

Li ordinai perché erano tra le poche varietà con un nome all’epoca per me accessibile.

E da allora sono nel mio cuore dove occupano un posto d’onore.

Cosa serve per preparare due shio-musubi proprio come quelli della locanda dello spaventapasseri? Non vi sembra quasi un titolo perfetto per quei romanzetti giapponesi tanto in voga da noi adesso, del filone delle botteghe, locande, caffetterie e vattelappesca?

Shio-musubi della bottega dello Spaventapasseri

Potrebbe essere un titolo sufficientemente accattivante?

Ricetta per due omusubi sazianti:

150g di riso giapponese crudo
210ml d’acqua
sale marino q.b.
acqua in più con cui inumidirsi le mani

Il riso che ho usato è un semplice riso etichettato come per sushi. I risi per sushi sono adatti a tutte le preparazioni giapponesi che prevedano il riso come ingrediente.

Prepariamo il riso!

Misurare la giusta quantità di riso e di acqua.
In un contenitore versare il riso e cominciare a lavarlo delicatamente, risciacquandolo tre o quattro volte. L’acqua di risciacquo dovrà risultare piuttosto pulita.
Trasferire il riso in una pentola. Io ne ho usata una in ghisa. Ricoprire il riso con i 210ml d’acqua e lasciar riposare per almeno una mezz’oretta. Dopodiché accendere il fuoco a fiamma viva tenendo però la pentola coperta. Quando l’acqua inizierà a bollire, abbassare la fiamma al minimo e lasciar cuocere per circa 12-15 minuti senza mai aprire il coperchio.
Trascorso questo tempo, spegnere la fiamma e spostare la pentola. Lasciar riposare per uno o due minuti.

Per preparare gli omusubi vi serviranno i seguenti:

Al posto di uno shamoji in legno di cipresso andrà benissimo un semplice cucchiaio di legno.

Siamo pronti per modellare i nostri omusubi.

Smuovere delicatamente il riso cotto e trasferire un po’ (circa la metà) in una scodella precedentemente inumidita. Bagnarsi leggermente le mani e intingere tre dita nel sale. Sfregare le mani in modo da distribuire il sale in maniera uniforme. Facendo attenzione a non scottarsi, prelevare il riso dalla scodella e iniziare a modellarlo dandogli la forma prescelta.

Servire subito. Io ho accompagnato i miei deliziosi shio-musubi con lo shiozuke di cavolo verde e ginepro di Che Fermento!, naturalmente nella scodella in vetro blu di Satsuma.

Dedico questi miei shio-musubi a Shimazu Nariakira che, mi piace pensare, molto probabilmente avrebbe gradito questo semplicissimo pasto giapponese preparato da un’estimatrice italiana del suo amatissimo vetro di Satsuma.

Shiitake nyumen

Ieri è iniziato l’autunno senza che neppure me ne ricordassi.

Però, istintivamente, sono andata a passeggiare da sola nel verde che il mio quartiere con generosità ancora offre. Era come se sentissi la necessità profonda di stare a contatto con gli alberi, forse per coglierne inconsciamente le prime variazioni.

Mi sono seduta su una panchina a leggere. Ogni tanto chiudevo il libro tenendo, al suo interno, il dito per non perdere il segno. Poi riaprivo quelle pagine e leggevo ancora un po’.

Quella panchina verde di legno mi ha dato ristoro e mi ha ricordato, ancora una volta, la preziosità dei piccoli istanti come questi.

Non lo faccio mai ma ieri, in quel momento, mi sono sentita ispirata e ho composto questo haiku:

Si è da poco conclusa questa mia prima esperienza di condivisione artistica, attraverso la pubblicazione del mio racconto Le parole di Sho.

Per chi non lo avesse letto, riporto qui di seguito i link alle tre parti da cui è composto:
Prima parte
Seconda parte
Terza e ultima parte

Non so ancora bene quali saranno i miei prossimi passi in questo senso. I riscontri sono stati decisamente incoraggianti e forse dovrei prenderli come sprone alla prossima mossa.

Non so se sia meglio provare a pubblicare ancora un racconto, suddividendolo sempre in più parti come quello precedente, o se sia meglio fare in modo che il resto trovi la sua via verso la pubblicazione cartacea.

Voi cosa ne pensate? E cosa mi consigliate?

Per adesso spezzo questa parentesi letteraria per ritornare alla condivisione confortante di ricette e sapori giapponesi.

E quale modo migliore se non dare il benvenuto all’autunno ufficialmente con una ricetta che lo accolga anche cromaticamente?

Ecco che ho scelto una ricetta semplicissima, di effetto e – come sempre – deliziosamente giapponese: gli しいたけ煮麺 Shītake nyūmen.

Shītake nyūmen: il mio piccolo benvenuto all’autunno

Precisazione linguistica: il nome del piatto contiene degli allungamenti vocalici che, nella trascrizione in lettere, si segnala con quei trattini che vedete posti proprio sopra le vocali interessate. Ho scelto, tuttavia, di non riportarli nel titolo per facilitare la ricerca. In questo modo, chi dovesse ad esempio cercare ricette a base di shiitake dovrebbe riuscire a trovare questa, anche senza digitare esattamente shītake, col trattino sulla i.
Stesso ragionamento per nyūmen, sebbene questo termine sia decisamente meno conosciuto da noi dell’altro.

Onestamente mi sento un po’ in colpa per non aver pubblicato l’ultima ricetta della rubrica estiva 夏の味 Natsu no aji. Avevo programmato cinque ricette in totale ma, arrivata all’ultima, ho perso l’ispirazione. Colpa dell’ultima parentesi di caldo soffocante che ci ha riservato agosto. O forse l’imminente partenza della mia cara amica.

Caldo, malinconia e un senso generale di frastornamento credo abbiano di concerto avuto questo effetto riuscendo, così, ad allontanarmi per un po’ dai miei fornelli giapponesi.

La parola, nel frattempo, l’aveva presa Sho. A modo suo, s’intende.

Tuttavia, non è detto che non riesca a dare a quella ricetta lo spazio che merita. Probabilmente sarà fuori tempo massimo ma ci potrà comunque essere.

E oggi, mentre tento di riordinare le idee per altri articoli, propongo questo impromptu gastronomico con cui accogliere la nuova stagione: gli shītake nyūmen.

Di che si tratta?

Coi primi accenni di fresco – e che presto diventerà freddo – torna gradualmente il desiderio di zuppe e piatti caldi.

La parola 煮麺 nyūmen nella cucina giapponese fa riferimento a zuppe di spaghettini sōmen in un brodo insaporito con salsa di soia e arricchito dall’aggiunta di vari ingredienti a piacere.
Il termine è composto dal carattere 煮 che è la radice del verbo 煮る niru, ossia cuocere, sobbollire. Il secondo carattere, invece, è quello di 麺 men, vale a dire spaghettini; è lo stesso vocabolo che troviamo all’interno della parola ラーメン rāmen, ad esempio.

Ho scelto di preparare questo piatto usando dei buoni shītake essiccati perché, per me, il sapore dei funghi è squisitamente evocativo dell’autunno.

Appare anche la carota che, cromaticamente, ben si abbina alle tonalità dei funghi e del brodo.

Come vedrete, è una ricetta facile da preparare e anche da adattare ad eventuali esigenze alimentari.

Normalmente si usano gli spaghettini sōmen ma, non avendoli, ho utilizzato questi:

Sono 白米ウエーブラーメン hakumai uēbu-rāmen, ossia rāmen ondulati di riso. Questi nello specifico sono quelli di 小林生麺 Kobayashi-seimen, azienda di Sapporo (Hokkaidō) specializzata in paste giapponesi tradizionali, incluse molte varietà senza glutine e adeguate ad esigenze alimentari specifiche.
Per chi fosse a Torino e volesse assaggiare questi rāmen di riso della Kobayashi-seimen, li può trovare da Kawaii Torino, in Via Madama Cristina 11b.

Usate ciò che avete. Vanno bene anche gli udon o la soba.

Ricetta

La ricetta è per una persona quindi potete facilmente calcolare le dosi in base al numero di persone.

Gli ingredienti necessari sono:

3 shītake secchi
350ml d’acqua
1 cucchiaio di salsa di soia
50 ml di mentsuyu*
1 cucchiaino di zucchero
1 porzione di spaghettini a scelta, per una persona (la mia era da 128g)
Mezza carota
Del cipollotto affettato

*Per la salsa mentsuyu: in 50ml d’acqua calda sciogliere 1 cucchiaio e mezzo di salsa di soia, mezzo cucchiaino di zucchero, mezzo cucchiaino di dashi in polvere (di pesce o solo di alga konbu, come preferite).

Mettere a mollo gli shītake secchi in acqua calda e lasciarli a bagno per un quarto d’ora circa. Dopodiché affettarli finemente. Affettare sottilmente anche la carota.
In un pentolino, versare i 350ml d’acqua, il cucchiaio di salsa di soia, i 50ml di mentsuyu e il cucchiaino di zucchero. Amalgamare bene e aggiungere prima i funghi. Portare ad ebollizione dopodiché abbassare la fiamma e lasciar cuocere dolcemente per circa cinque minuti. In questo modo, il brodo assorbirà il sapore intenso e caratteristico degli shītake. Negli ultimi istanti di cottura, aggiungere le carote.

In un pentola d’acqua bollente, versare gli spaghettini scelti e lasciarli cuocere per il tempo indicato sulla confezione. I miei riportavano un tempo di cottura pari a tre minuti.
Scolare, trasferire gli spaghettini in una scodella ed iniziare ad irrorarli con il brodo cercando di tenere di tenere da parte gli ortaggi.
Questi ultimi andranno aggiunti a completamento del piatto, assieme ad altre eventuali guarnizioni.
Potete aggiungere qualsiasi verdura a foglia verde abbiate a disposizione (ad esempio della verza o degli spinaci) e, se lo gradite, del peperoncino macinato fine.

Servire!

Al prossimo sbuffo d’ispirazione! またね。Mata ne!

Matcha alle rose e floreali silenzi

Prima di iniziare ad immergermi nei miei racconti di oggi di matcha, rose, fiori, silenzi e letteratura, vorrei ritagliare uno spazio per delle comunicazioni di servizio:

1. Il blog ha avuto qualche difficoltà tecnica nei giorni scorsi dovute ad aggiornamenti di WordPress. Questo ha reso Biancorosso Giappone, purtroppo, non accessibile per alcuni giorni. Dunque, se avete avuto difficoltà a leggermi, questo è il motivo.

Clicca qui per saperne di più.

2. Non avrei mai creduto di dover fare un giorno questa precisazione ma tant’è: sono la proprietaria ed autrice di Biancorosso Giappone, sin dai suoi albori. Non utilizzo ChatGPT, chatbot, AI e altre tecno-bizzarrie analoghe per scrivere i miei testi o per realizzare le mie foto. Tutto ciò che leggete e vedete sul mio blog è frutto del mio intelletto e della mia capacità di rielaborare in forma scritta pensieri, sensazioni, ricordi, opinioni, informazioni ecc.
Il risultato non sarà mai privo di imperfezioni e sbavature ma è certamente autentico. E soprattutto, umano.
Il mio impegno continua ad essere quello di scrivere di mio pugno tutto ciò che leggete e di realizzare da sola le foto che spesso corredano i miei scritti. Naturalmente, posso garantire l’autenticità solo dei miei scritti e delle mie foto: non posso garantire altrettanto per quel che riguarda illustrazioni e foto provenienti da altri siti.

Matcha alle rose

Questi giorni di agosto scorrono lenti, come l’acqua di un fiume in secca che langue sotto i raggi inferociti di un sole implacabile. Agosto sembra un po’ una parentesi illusoria tra i restanti undici mesi in cui il tempo, invece, si affretta a raggomitolarsi nell’eternità.

Un corvo gracchia lamentosamente ogni mattina, appollaiato sulle tegole del palazzo dirimpetto. Il quartiere è ancora molto silenzioso: qualche automobile che ogni tanto sfreccia sul corso principale, dei cani in lontananza abbaiano, il vociare di alcuni bambini forse impegnati in un gioco.

La collina, laggiù sulla sinistra, è avvolta in una spessa coltre bluverde. Era la stessa collina che vedevo da bambina quando mi portavano su dai nonni, in Viale Curreno. Infatti, è un vero punto fermo, immobile nel tempo.

Anche il cielo sembra muto, perforato da venature rosa salmone.

È ad agosto che l’illusione bergmaniana, di cui ho parlato qui, si fa particolarmente intensa e vivida.

Oggi non tocca ancora alla quinta e ultima ricetta della rubrica estiva.

Questa volta scrivo liberamente ciò che zampilla dalla mente, cercando comunque di seguire sempre un filo logico su cui i pensieri ogni tanto faranno acrobazie da trapezisti provetti.

In uno di questi pomeriggi afosi e svogliati, ho avuto l’idea di preparare una bevanda fredda al matcha con qualche nota di rosa.

Il matcha ha un sapore che accoglie molto bene le note fragranti e inconfondibili della rosa. Visivamente è come se creassero un abbraccio tra i due colori predominanti: il verde e il rosa, in tutte le loro delicate sfumature.

Quella che riporto non è proprio una ricetta: è più che altro un procedimento. Sentitevi liberi di variare le proporzioni a vostro piacimento.

Indicazioni per preparare il matcha alla rosa

Per due matcha freddi alla rosa:

100ml d’acqua calda
1 cucchiaino abbondante di matcha di qualità
190ml di latte freddo* (io ho usato un latte di soia non zuccherato)
1 cucchiaio di acqua di rose per uso alimentare**
dolcificante a piacere (zucchero, miele, sciroppo d’acero ecc.)
boccioli di rose essiccati (facoltativo)

*Qualsiasi latte andrà bene: animale o vegetale. L’importante è che sia ben freddo. Potete aggiungere del ghiaccio, se preferite. Potete usarne uno già zuccherato evitando, in seguito, di aggiungere dolcificanti.
**L’acqua di rose è un ingrediente molto diffuso nella pasticceria mediorientale. È economica e la potete acquistare nei negozi cosiddetti etnici oppure nei negozi di alimentari provenienti prevalentemente dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Verificate che sia per uso alimentare. Non usate l’acqua di rosa cosmetica!

In una tazzina stemperare il matcha nell’acqua calda e mescolare benissimo, evitando che si formino grumi. Potete usare il chasen di bambù oppure un frullino a mano o elettrico.
Al latte di soia freddo aggiungere un cucchiaio di acqua di rose e mescolare bene.
In due bicchieri, versare il matcha stemperato e aggiungere il latte di soia aromatizzato alla rosa.
Se lo desiderate, potete zuccherare con un dolcificante di vostra scelta. Se lo gradite, unite anche qualche cubetto di ghiaccio.

Per finire, si può guarnire con qualche bocciolo di rosa essiccato.

Servire immediatamente.

Silenzi floreali

In questa atmosfera avvolta nel pigro e torrido silenzio agostano, ho pensato ad un detto giapponese che ben si accompagna alle rose del nostro matcha freddo:

Questo color rosa ricorrente segue il filo floreale e non certo l’assillo modaiolo del momento, di un film incentrato sulla figura di una famosa bambola.

Il detto è:

「言わぬが花」
Iwanu ga hana.
Traduzione non letterale: il non dire (ossia il silenzio) è un fiore.

Non servono sbrodolamenti filosofistici per comprenderne il senso. Anche perché, d’altra parte, troppe parole per spiegarlo sarebbero in netta contraddizione con la sua stessa essenza.

Molto si può dire – e spesso si dice – non dicendo. Nel non detto, l’esplicito.

In questo messaggio ritrovo, ad esempio, una chiave di lettura delle favole giapponesi ma anche di molta letteratura del Giappone, di varie epoche. Non sempre c’è una conclusione soddisfacente (secondo i nostri canoni) o una morale sazievole.
Sovente, il racconto sembra quasi concludersi in una sorta di dissolvenza narrativa dai contorni liquidi e anche un po’ sbiaditi. Oppure, un’interruzione decisa che può generare un punto interrogativo.

Ma anche l’inizio di un silenzio eloquente in cui vi sia spazio all’interpretazione oppure, più sottilmente, il messaggio non detto.

Il fiore, appunto.

Piccola nota per gli studenti di giapponese

La forma verbale negativa che appare nel detto ha la desinenza in 〜ぬ: questa è una forma arcaica e corrisponde all’attuale 〜ない . Quindi: 言わぬ → 言わない.

Oltre il matcha ma con i silenzi: I microcosmi di Kawakami Hiromi

Tempo fa dedicai un articolo ad una delle mie scrittrici giapponesi contemporanee preferite: 川上弘美 Kawakami Hiromi. Potete leggerlo qui.

Torno spesso sui suoi racconti perché mi trasportano in una dimensione immaginaria e confortante in cui mi rifugio volentieri quando il livello delle forze è a secco. E questa volta ho ripreso questa sua straordinaria raccolta di mini racconti intitolata 「このあたりの人たち」Kono atari no hitotachi (lett. le persone di questo quartiere). L’opera, di cui non credo vi sia ancora la traduzione in italiano, è disponibile in inglese col titolo di People From My Neighborhood, (tradotto da Ted Goossen).

Per me il nome di Kawakami Hiromi sarà per sempre legato all’immagine e al profumo di una golosa torta al cioccolato.

E incredibilmente, ritorna il rimando gastronomico non necessariamente a ciò che scrive ma a ciò che le sue opere suscitano nei lettori. Infatti, il giornalista americano Eric Margolis del Japan Times paragona la lettura di questa raccolta di racconti ad uno spuntino insolito ma appagante (like an unusual but satisfying snack). Qui l’articolo originale della sua analisi.

Una raccolta di ventisei storie brevissime, di tre o quattro pagine al massimo. Postfazione di Furukawa Hideo.
Le storie sono dei microcosmi interconnessi ma al tempo stesso indipendenti. Il fil rouge sono i rapporti interpersonali o tra umani e personaggi frutto della fantasia della scrittrice. Una prosa che incanta perché tocca mondi a volte lontani e altre volte vicinissimi. Un po’ come in Kamisama, di cui ho scritto nell’altro articolo: il mondo degli esseri umani che si avvicina a quello degli animali.

C’è la storia dell’uomo con due ombre o del bambino (o forse qualcosa che gli assomiglia) monello che vive vicino a un albero, nascosto sotto un telo bianco. Vi è la storia dell’amicizia tra la protagonista e una nonnina (che in realtà avrà avuto circa una quarantina d’anni), dal carattere capriccioso e che vediamo impegnata a fare gli origami con delle carte dai colori sgargianti.

E la nonnina che, improvvisamente, esordisce con un singolare:” Mi è stato detto che l’inferno odora di olio di fegato di merluzzo”.

Floreali silenzi e conclusioni sfumate

E anche qui ritroviamo storie irrisolte, soluzioni sfuggenti o del tutto assenti. Di nuovo quei contorni soffusi che, in realtà se ascoltati, comunicano più delle parole.

Collage di fiori incontrati casualmente durante le mie passeggiate torinesi in solitaria.

I fiori (e il matcha) hanno punteggiato questo mio scritto e a questi stessi fiori lascio l’onore di custodire il non detto.

言わぬが花。Iwanu ga hana.

Mariben: Le basi.

Parte1

Mariben
Mini guida ai Mariben

La rubrica dei Mariben, annunciata a metà aprile proprio qui con un articolo introduttivo, inizia oggi la sua prima puntata. Se non avete ancora letto quell’articolo vi consiglio di cominciare da lì per avere le idee chiare sugli obiettivi di questo neonato spazio tematico.

Che cosa sono i bento?

La parola giapponese 弁当 bento o お弁当 obento (che trovate traslitterata a volte anche come bentō o bentou dove il trattino sulla o finale oppure l’aggiunta di una u al fondo indicano l’allungamento vocalico che in giapponese ha valore distintivo*) si riferisce a un pasto sistemato all’interno di un apposito contenitore.

Se si volesse fare un paragone nella nostra cultura diremmo che i nostri bento sono la schiscetta o il baracchino (come lo chiamiamo a Torino) ecc.

Insomma, un pasto ordinatamente messo in un contenitore, pronto per essere consumato al lavoro, a scuola, in viaggio, durante un pic-nic.

Essenzialmente il bento è questo.

*D’ora in poi, per evitare confusione e per facilitare le ricerche di chi vuole informazioni su questo argomento, userò la traslitterazione “bento” che – pur essendo da un punto di vista strettamente linguistico imprecisa perché priva dell’allungamento vocalico – è la forma di trascrizione più comune in occidente.

vecchio bento
Un mio vecchio bento di antiquariato

Origini del bento

Ogni volta che si inizia a scavare nel passato alla ricerca delle origini di qualcosa ci si imbatte, molto spesso, contro elementi nebulosi che rendono il puzzle affascinante ma anche arduo da ricomporre.

L’etimologia può a volte essere una fonte stimolante da cui iniziare queste intriganti indagini.

Parrebbe, infatti, che la parola giapponese 弁当 bento derivi da 便當 biàndāng una parola cinese che un tempo significava comodo, pratico ma poteva anche riferirsi al sostantivo corrispondente.

Quindi il concetto di praticità gastronomica, cioè del non voler rinunciare ai piaceri del palato anche quando lontani da casa propria, era già stato eloquentemente formulato ed espresso nell’antica Cina, la prima e grande maestra del Giappone.

L’importanza del saper confezionare un pasto da asporto che fosse ben bilanciato, esteticamente gradevole e che si potesse conservare per un ragionevole lasso di tempo (ricordiamo che erano epoche dove non si aveva il lusso del frigorifero) era un sapere noto e coltivato.

D’altronde i bento, in Giappone soprattutto, avrebbero ricoperto un ruolo di rilievo in varie situazioni: dal viaggio alla pausa a teatro, dai festival alle varie ricorrenze che scandiscono il calendario giapponese.

Varie testimonianze ci raccontano delle prime tracce di questi pasti da asporto presenti già dal movimentato Periodo Kamakura (1185-1333), di un perfezionarsi di questa forma di gastronomia da asporto durante il mio amato Periodo Edo (1603-1868) fino a toccare curiosissimi sviluppi di questo elemento così squisitamente giapponese nel corso dei periodi storici successivi.

Penso ad esempio alla gogna a cui venne sottoposta la pratica del bento durante il Periodo Taisho (1912-1926) dopo la Prima Guerra Mondiale e l’indebolirsi dell’agricoltura perché percepito come pericoloso strumento di disparità tra figli di famiglie appartenenti a strati sociali diversi. Per me i bento del Periodo Taisho rimangono associati all’immagine della scatola di metallo semplice e senza decorazioni.

Il bento è stato poi riscoperto e in un certo senso “perdonato” per le sue tendenze discriminatorie intorno agli anni Ottanta, periodo del grande boom in questo senso, coadiuvato anche dai messaggi televisivi che orientavano l’opinione pubblica in favore nuovamente di questo antico pasto da asporto.

Tipi di bento

Esistono tanti tipi a seconda ad esempio di ciò che contengono. Possiamo pero dire che fondamentalmente esistono quelli casalinghi e quelli già pronti.

Tra quelli casalinghi annoveriamo i cosiddetti キャラ弁 kyaraben ovvero quegli elaboratissimi bento che le mamme giapponesi confezionano con tanta pazienza (ma anche tanta – forse troppa – competizione con le altre mamme) per i propri bambini. Si riconoscono perché sono molto belli e generalmente riproducono personaggi amati dai piccini come Doraemon, Pikachu, Spongebob ecc.

Sempre tra i bento casalinghi ritroviamo quelli semplici – e i miei preferiti – che milioni di mamme e moglie giapponesi preparano ogni giorno per il lavoro o per la scuola. Sono quelli preparati con ingredienti semplici ma che sanno di casa.

ekiben
Due miei ekiben sullo Shinkansen per Kyoto

In giapponese esiste una bellissima espressione per indicare il sapore speciale della cucina di casa o comunque quella della mamma: 袋の味 fukuro no aji. A me piace pensare che il fukuro no aji ci sia in tutti i bento preparati da qualcuno che vi vuole bene oppure in quelli che vi preparate da soli.

ekiben
Un delizioso ekiben al bambù che ho gustato sullo Shinkansen per Kyoto

Tra i bento già pronti, invece, ricordiamo gli 駅弁 ekiben ossia quelli in vendita presso le stazioni ferroviarie (駅 eki in giapponese significa proprio stazione). Spesso gli ekiben riflettono le specialità gastronomiche della zona in cui è ubicata la stazione stessa.

Gli ekiben sono certamente irrinunciabili se fate un viaggio sullo 新幹線 Shinkansen, il famoso treno ad alta velocità che collega il Kanto col Kansai.

Deliziosi bento già pronti si trovano in tutto il Giappone presso i famosi konbini, quei negozi aperti 24 ore su 24 e che vendono veramente di tutto. Quante volte, in preda alla pigrizia o semplicemente ad una fame incontenibile, ho comprato i bento dei konbini. Li ricordo ancora bene e con gastronomica nostalgia.

Di che materiale sono fatti i bento?

I materiali più comuni sono la plastica, il legno, la melamina, bambù intrecciato, ecc.

Tra i bento più pregiati e costosi, ma che sono anche tra i più belli in assoluto, ricordiamo i 曲げわっぱ magewappa fatti tutti a mano da abili artigiani, usando il profumatissimo legno di cedro della Prefettura di Akita.

Qui un esempio di magnifici magewappa di Akita-ken.


Parliamo di Mariben

E siccome questo spazio tematico è dedicato ai Mariben e a tutti i Mariben che preparete insieme a me, per adesso tralasciamo le notizie di carattere generale e su cui – non preoccupatevi – faremo ritorno a tempo debito.

Vediamo di iniziare a capire quale sia tutto l’occorrente necessario per cominciare.

Vi mostrerò tutto il materiale che secondo me serve per iniziare a confezionare dei Mariben casalinghi ricordando che anche questo spazio si fonda sullo stesso principio della mia rubrica di cucina giapponese casalinga, vale a dire:

tutto l’occorrente deve poter essere facilmente reperibile e ad un costo modesto. Non sarà obbligatorio (che pretesa assurda sarebbe!) procurarsi articoli originali giapponesi poiché a rendere speciali i vostri Mariben non saranno gli oggetti in sé ma il come deciderete di prepararne e disporne il contenuto.

I contenitori

Qui solitamente si parte dal presupposto che si debba tassativamente possedere un bento originale giapponese. Niente di più falso.

Se avete già dei bento giapponesi allora ovviamente rispolverateli e iniziate a utilizzarli con grande orgoglio. Se invece desiderate acquistarne uno sono certa che rimarrete soddisfatti del vostro acquisto.

Diversamente utilizzate dei normalissimi contenitori tipo Tupperware. Potete anche, se volete, fare un giretto in un negozio come Tiger (o Flying Tiger come si fanno chiamare adesso) dove ultimamente sono in vendita tanti bento semplici a prezzo veramente molto basso. La qualità di Tiger non è eccelsa ma per iniziare possono andare bene.

Vi mostro i contenitori che utilizzo io per i Mariben. Ne ho due tradizionali in legno e due più moderni in melamina.

Mariben di legno
I miei amati Mariben di legno giapponesi
Mariben
Dettagli di un Mariben in legno.

Tra i due di legno, il mio prediletto è quello rosso. Acquistai questi due contenitori in Giappone dalla bottega di un artigiano di cui non ricordo più il nome.

Mariben
Tra i due Mariben in legno, quello rosso è il mio prediletto.

E tra quelli in melamina vi sono questi due di Hakoya, uno dedicato al celebre Totoro e regalo della mia preziosa Akiko e l’altro un acquisto che feci dal Giappone qualche anno fa.

Quello blu mi piacque subito perché mi ricordava certe locande di Kyoto lungo le sponde del fiume Kamo.

Mariben moderni
I miei Mariben moderni, in melamina.

Accessori interni

Sugli accessori potete veramente sbizzarrirvi.

Potete utilizzare quei pirottini di carta per muffin di varie dimensioni, dei foglietti di バラン baran ovvero l’erbetta decorativa di plastica per sushi e ottimo divisore, coppette di silicone, stuzzicadenti decorati, ecc.

Accessori
Accessori per Mariben

La formina rossa a cuore per modellare le uova sode proviene da Tiger. I pirottini a pois viola e bianchi vengono da un comunissimo negozio di casalinghi e sono quelli classici per mini-muffin. Idem per la formina arancione di silicone.

I pirottini rettangolari, la baran colorata, i divisori di gomma e gli stecchini decorativi sono giapponesi ma sono tutte cose che potete facilmente rimpiazzare. La baran, ovvero quell’erbetta per sushi, adesso si trova molto comunemente nei market asiatici. Provate a dare un’occhiata!

–> Come divisore potete tranquillamente usare dei ritagli di carta da forno, ad esempio.

Consiglio: andate a curiosare nei negozi di casalinghi oppure nel reparto di articoli per feste di un qualunque ipermercato. Molto probabilmente troverete interessanti assortimenti di pirottini di vari materiali e stecchini decorativi con cui abbellire i vostri specialissimi Mariben!

Mariben
I miei stecchini o picks per Mariben

Per avvolgere i Mariben

Generalmente i bento sono dotati di un laccetto che li tenga ben chiusi. Il laccetto tuttavia non basta e allora si avvolge il bento in un panno che poi si annoda per bene oppure si può utilizzare un sacchetto.

A me piace usare entrambi i metodi ovvero sia il panno che il sacchetto. Ci sono volte in cui uso tutti e due contemporaneamente.

Se il vostro contenitore è un Tupperware o simili quasi sicuramente avrà una chiusura ermetica ben salda. Potrete allora decidere se avvolgere il vostro pranzo in un panno o se usare una borsettina.

Ricordate che il panno farà anche da tovaglietta.

Questa è la mia borsetta termica da bento. Come vedete è molto semplice e senza pretese ma ci sono tanto affezionata.

Mariben
Mariben avvolto nella borsetta termica

In Giappone generalmente si usano dei panni chiamati ふろしき furoshiki. Questi panni esistono di varie misure e di infiniti decori e colori.

Questi sono alcuni dei miei furoshiki.

furoshiki
Alcuni miei furoshiki
Furoshiki
Furoshiki per Mariben

Per il furoshiki andranno benissimo dei tovaglioli di stoffa un po’ ampi, dei panni o dei ritagli di un tessuto che vi piaccia particolarmente.

Anche qui non è assolutamente tassativo usare un furoshiki giapponese. Qualunque pezzo di tessuto quadrato può diventare un vostro bellissimo e irripetibile furoshiki.

Potete scegliere tra cotone, lino, tessuti sintetici. A voi la scelta. Personalmente consiglio tessuti come il rayon che sono maggiormente flessibili e permettono di essere piegati e annodati con più disinvoltura rispetto al cotone.

Preparate dunque i vostri accessori…

Perché dalla prossima puntata inizieremo a vedere da vicino la formula per preparare un vero bento giapponese che sia bilanciato ed esteticamente gradevole oltre che delizioso.

Ricordate di usare l’hashtag #Mariben e #biancorossogiappone 

Mata ne!

Pensieri fluviali: L`imperturbabile scorrere del fiume

Akemashite

あけましておめでとうございます。
Scritto da me.

Il fiume scorre imperturbabilmente.

Ad esso non importano i gozzovigli, le corse esasperate ad improbabili acquisti, le tavolate del tanto e troppo, i regali forzati,  le immancabili liste dei buoni propositi che si dissolvono nell’interminabile gennaio.

Esso scorre e basta.

E ti mostra, per l’ennesima volta, che allo stesso modo scivola via il tempo.

Sono quattro anni ormai che ho scelto volontariamente di non festeggiare più.

Questo mi porta inevitabilmente ad una solitudine che, vi confesso, mi piace.

E` un po’ come sedersi comodamente in poltrona e osservare, da dietro una pulitissima vetrata, il mondo là fuori mentre si cruccia per non essere riuscito ancora a trovare il regalo per la collega; per non aver ancora comprato i piatti nuovi col vischio dipinto sul bordino; per non aver ancora messo dovutamente a soqquadro la sala in vista del cenone; per non aver provveduto a rimpinzare a sufficienza la dispensa già straripante; per aver dimenticato di prenotare il vassoione di agnolotti del plin; per non aver ancora attaccato quelle lucine là che avevamo preso da Tiger, ricordi?

Ognuno sceglie come vivere e io ho scelto di estraniarmi da tutto questo bailamme perché a un certo punto io non ci ho più trovato un senso.

Questo periodo dell’anno diventa, per me, periodo di silenzio in cui ogni giro per la città si trasforma in questa osservazione ovattata da dietro l’immaginaria, ma percepita, vetrata.

E quest’anno, ad acuire il senso di silenzio e inusuale contemplazione, ha contribuito la malattia che ha bersagliato me, la mia dolce metà e certamente tantissime altre persone. Nulla di grave, se non un semplice malanno stagionale che però ha ulteriormente rallentato i già calmi ritmi.

Mentre il 31 dicembre volgeva alla fine e fuori il frastuono celebrativo raggiungeva i suoi culmini sonori, in casa mia il silenzio, la malattia scandita da colpi di tosse, ma al tempo stesso anche un senso composto di pace.

Ho preso in mano un pezzo di carta e con una 筆ペン fudepen giapponese Sakura (un apprezzatissimo regalo autunnale ricevuto da mia sorella e mio cognato) ho tracciato alcuni semplici hiragana scrivendo l`Akemashite omedetou gozaimasu con cui i giapponesi accolgono il nuovo anno.

A riscaldarci il cuore e lo stomaco, rinfrancanti scodelle fumanti di zuppa di miso che ogni giorno sono ospiti nella mia cucina e sulla nostra tavola.

Scodella di zuppa di miso

Quella irrinunciabile eleganza.

Ho riscoperto così una coppia di preziose scodelle laccate per zuppa di miso, dono della mia cara Akiko.

Sono un tributo alla bellezza di un travolgente fiore invernale a cui non si può non associare il fascino dell’antico Giappone: 椿 tsubaki ovvero la camelia.

Shiromiso fresco e stemperato dolcemente in un brodo dashi ove al suo interno danzavano, al ritmo di un effervescente sobbollimento, patate e cavolo nero.

Shiromiso fresco e stemperato dolcemente in un brodo dashi ove al suo interno danzavano, al ritmo di un effervescente sobbollimento, patate e cavolo nero.

Zuppa di miso

Zuppa di miso: uno scrigno di benessere.

Qualche cubetto di tofu fresco e i sapori veri del Giappone si materializzano in un istante.

Zuppa di miso

O-misoshiru.

L’inverno è la mia stagione perché io sono nata in inverno. Non posso certamente ricordare il giorno della mia nascita (forse ci riusciva Kochan di Mishima o Mishima stesso, chissà) ma ricordo le nevicate a cui assistevo da bambina e come quella neve si trasformasse in un materiale da gioco dalle mille possibilità.

Assaporo il silenzio nel frastuono preparandomi una tazza di buon tè nero di Ceylon e permettendo alle mie dita, molto lentamente, di sfogliare nuovamente le pagine di un libro che non è solo un libro, ma il vero fil rouge – sottilissimo eppur robusto – che mi ha tenuta saldamente legata al Giappone anche nei momenti più tetri: le poesie di Kaneko Misuzu.

Conoscete questa poetessa?

Riflessioni con Kaneko Misuzu

Un tè nero di Ceylon e le innocenti parole di Kaneko Misuzu.

Date un’occhiata qui.

Mi sono aggrappata tante, tante, tante, tante volte alle sue parole e ai suoi kana scelti con meticolosa cura e sincerità. Ad essi mi aggrappavo nei momenti più bui della mia vita quando ho vissuto sulla mia pelle l’acredine dell’abbandono e la desolazione della solitudine non cercata.

Senza saperlo, forse, mi aggrappavo alle sue parole come lei stessa si aggrappava ai suoi propri pensieri poetici nel tentativo di trovare conforto. Un conforto, però, svanito purtroppo per sempre in preda alla disperazione che l’ha condotta a porre fine alla sua vita dopo aver fatto un bagno alla sua bambina e aver con lei assaporato un ultimo sakuramochi.

Ma dalla disperazione mia di allora sono rinata e l’acqua del fiume di allora non esiste più.

Mi rattristo per Misuzu e per la distanza geografica e temporale che non ha reso possibile un nostro incontro.

Solo attraverso le sue parole e i miei occhi che le leggevano con lealtà è avvenuta una sorta di rassicurante convergenza.

Nuova acqua scorre imperturbabilmente e con essa il tempo ma anche la rinvigorente forza di andare avanti perché grazie a Dio sono ancora qui. E anche voi.

Cucina giapponese casalinga: 冷たいそうめん Somen freddi

 

Somen

Il piatto di oggi! Per l’immagine dei somen ringrazio イラスト365日 

La sfida contro il caldo

Somen o そうめん: questo il refrigerante argomento di oggi. Ogni stagione ci ammalia con i propri pregi e in questo senso l’estate non fa eccezione. Tuttavia, ogni anno ci ritroviamo nelle imperdonabili e calde morse di questa stagione andando puntualmente in cerca di qualche rinfrescante rimedio anti-calura.

Su Biancorosso Giappone si è già parlato ampiamente dei piatti estivi giapponesi più amati, in particolar modo dei menrui ossia della variegata famiglia di spaghettini del panorama gastronomico nipponico. A tal proposito vi rimando qui, a questo articolo dedicato, come ricorderete agli udon freddi.

I somen: un gustoso rimedio

Mazzetto di somen

Tra i menrui più conosciuti anche da noi ricordiamo certamente gli udon, la soba di grano saraceno e – non possiamo dimenticare gli amatissimi ramen! Ma nella famiglia dei menrui vi è un membro di cui si parla ancora troppo poco: i somen そうめん.

I somen sono spaghettini sottilissimi, anzi, sono i più sottili della famiglia dei menrui giapponesi; infatti, hanno uno spessore che generalmente non supera il millimetro.

Vengono venduti quasi sempre essiccati, e quasi mai freschi, raccolti in ordinatissimi mazzetti da una porzione. I somen sono una pasta tipicamente estiva e la sola vista richiama alla mente memorie di matsuri, di cubetti di ghiaccio, di foglie di shiso fresche, di profumatissimo myoga.

Somen a Torino

Quando sono alla ricerca di ingredienti giapponesi mi rivolgo all’unica possibilità qui a Torino: i market asiatici di Porta Palazzo. In realtà adesso iniziano ad intravedersi market di alimentari orientali anche in altre zone della città (ad esempio Corso Vercelli), ma il centro nevralgico dei prodotti dall’Asia resta certamente il perimetro che circonda la grande piazza del caotico mercato torinese.

Anche se per adesso Torino è ancora tristemente priva di una Chinatown di tutto rispetto, e che non coincida con i soliti quattro o cinque negozi malconci, qualche buon prodotto ogni tanto si riesce a trovare.

Benché i somen siano squisitamente estivi, in questi ingarbugliati negozi di vivande dall’Oriente li si può trovare tutto l’anno.

I somen reperibili a Torino sono questi:

somen

Somen marca Tomoshiraga

Spaghettini ingarbugliati a Chinatown

Questo marchio, Tomoshiraga 友白髪, in realtà è curioso perché riflette il pasticciato e disorganico microcosmo dell’acciaccato quartiere semi-Chinatown di Torino: sono somen di stile giapponese, di produzione coreana, importati prima in Francia e poi in Italia dall’azienda cinese dei fratelli Tang. L’impresa di importazione di alimentari dei fratelli Tang, tuttavia, ha sede principale non in Cina ma nel Laos, Paese natio dei due soci.

Il punto vendita principale in Europa dei Tang Frères è situato nel tredicesimo arrondissement di Parigi.

Ma i garbugli non finiscono qui.

Tomoshiraga: ironia o guazzabuglio?

Il marchio Tomoshiraga nei somen è reperibile non solo a Torino, ma un po’ in tutta Italia e nel resto d’Europa. Insomma, ovunque troviate un market di alimentari orientali dovreste trovare altresì i somen Tomoshiraga.

Il nome fa sorridere i giapponesi per poi lasciarli un pochino perplessi. In giapponese esiste l’espressione tomoshiraga 共白髪 che è una sorta di augurio tra marito e moglie affinché si possa invecchiare insieme, o più letteralmente, affinché i capelli di entrambi possano diventare bianchi assieme. Ma in questa espressione il primo carattere usato è diverso da quello che appare sulla confezione dei somen: se nel primo caso il significato è di insieme, nel secondo troviamo quello di amico o compagno.

A prima vista sembrerebbe il classico gioco di sostituzione di caratteri così tipico della lingua giapponese, una lingua che in questa sua peculiarità vanta un’invidiabile malleabilità poiché in grado di adattarsi elegantemente a vari contesti anche ironici. Tuttavia, stando a quanto sostengono vari giapponesi arenati in Europa e costretti ad andare a caccia di ingredienti per la washoku in questi confusi negozi non  sembrerebbe esserci un effetto voluto in questo caso.

Parrebbe non esservi neppure in cinese!

E a complicare il tutto ci si mettono i tre barbuti gentiluomini cinesi sulla confezione che, pur dando l’impressione di essere già avanti con gli anni, tranne uno gli altri non sembrano mostrare traccia di canizie.

Insomma, che sia un fraterno augurio a rimanere amici per tutta la vita, o almeno fino all’incanutimento?

Qualcuno un giorno risolverà l’arcano? Saranno gli stessi fratelli Tang? Qualche ricercatore della Cornell University? Donald Keene in persona personalmente? Un nostalgico nonnino vietnamita esperto e profondo conoscitore di chữ nôm?

Rimaniamo per ora con questo gustoso enigma linguistico.

La ricetta di Biancorosso Giappone

somen

Hitotaba: un mazzetto di somen

Se tutta questa chiacchierata sulle matasse linguistiche da sbrogliare vi ha messo fame, beh, allora procediamo subito con la nostra ricetta!

Come sempre, anche in questo caso gli ingredienti sono pochi, semplici e tutti facilmente reperibili in Italia.

AVVERTENZA: se per qualche curiosa ragione non doveste trovare i somen, provate a sostituirli con degli spaghettini di riso fini. Gli spaghetti di riso sono ormai presenti in quasi tutti i reparti etnici dei supermercati italiani.

Somen

Gli ordinati mazzetti di somen

Ricetta: 冷たいそうめん Tsumetai somen o somen freddi

Ingredienti per 1 persona

un mazzetto di somen

un pezzetto da 5cm di cipollotto

un pezzo piccolo di zenzero fresco q.b.

mezzo cucchiaio di semi di sesamo

180ml circa di dashi freddo*

mezzo cucchiaio di aceto di riso

mezzo cucchiaino di sale

mezzo cucchiaino di salsa di soia

PER IL DASHI: in questa ricetta utilizzo il dashi di pesce, ma potete usare un konbudashi, uno shiitakedashi oppure uno brodo di verdura. Vi rimando alla mia spiegazione sul dashi, QUI.

ingredienti somen

Cosa occorre per gli tsumetai-somen.

Procedimento

  1. Preparare il dashi e farlo raffreddare in frigorifero. Deve essere freddo. Nel caso non lo fosse del tutto, allora potrete rimediare aggiungendo qualche cubetto di ghiaccio nel piatto.
  2. Tagliare finemente il cipollotto e lo zenzero e mischiarli al sale, al sesamo, alla salsa di soia e all’aceto di riso. Mescolare bene il composto e lasciare riposare per qualche minuto.
Condimento somen

Condimento semplice per somen.

Prepariamo i nostri somen!

La cottura dei somen è molto semplice e richiede poche accortezze.

4. Mettere a bollire dell’acqua in una pentola, senza aggiungere il sale. Questo infatti è già presente generalmente in tutti i menrui.

5. Non appena l’acqua avrà iniziato a bollire, disfare il mazzetto e mettere gli spaghettini a cuocere per il tempo consigliato sulla confezione. Il tempo di cottura dei Tomoshiraga è di 3 minuti.

Somen in cottura

6. Trascorso il tempo di cottura, scolare immediatamente gli spaghettini e risciacquarli molto molto bene sotto un getto d’acqua fredda! Facendo attenzione a non romperli, risciacquateli delicatamente con entrambe le mani per liberarli dai residui di amido.

risciacquo somen

Risciacquiamo bene i somen!

7. Dopo averli scolati molto bene, iniziate a disporli ordinatamente in una bella scodella di vostra scelta.

somen cotti

Nido di somen cotti, pronti da condire.

8. Ora non vi resta che versarvi sopra, delicatamente, il dashi freddo e guarnire il tutto con il condimento precedentemente preparato (cipollotto, zenzero, sesamo, salsa di soia, sale e aceto di riso).

Somen freddi

冷たいそうめん Tsumetai somen

9. Potete guarnire con qualche fogliolina verde fragrante. Io ho scelto una profumata foglia di basilico verde perché ben si intonava con la mia scodella.

10. Se il dashi non dovesse essere abbastanza freddo, aggiungete qualche cubetto di ghiaccio.

somen freddi

Deliziosi somen freddi

E anche oggi abbiamo vinto la sfida contro la spossatezza estiva o natsubate!

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Il 升 Masu: un contenitore del passato

Masu

L`antico misurino per il riso: il masu 升.

Il caso del masu 升 è l’ennesima  prova di una giapponesità che ritrovo e che mi insegue.

Premettendo che questo non è un post sponsorizzato o incoraggiato da alcuno se non da me stessa, vi chiedo: sapete cos’è un masu 升? E conoscete il Negozio Leggero?

Partiamo dalla seconda domanda per poi arrivare alla prima, seguendo insomma un po’ il percorso che caratterizza da sempre la mia vita: cominciare dalla fine per arrivare all’inizio, arrivare ad un’estremità opposta per ricongiungerla all’altra chiudendo quindi il cerchio.

Il Negozio Leggero è un marchio di negozi specializzati nella vendita di alimentari, cosmetici, prodotti per la casa, il tutto però sfuso, quindi senza imballaggio. E’ il frutto di una crescente consapevolezza nei confronti della salvaguardia dell’ambiente che si può esprimere anche attraverso misure di riduzione degli imballaggi nonché grandi contributori dell’inquinamento.

Il loro motto è “la spesa alla spina” che in effetti racchiude proprio il loro pensiero fondante: fare la spesa acquistando i beni sfusi, senza buste, pacchetti, contenitori ecc. Si scelgono quali prodotti acquistare e i commessi, con precisione, misurano il prodotto desiderato seguendo la quantità richiesta dal cliente.

Questi prodotti vengono imbustati in sacchetti di carta riciclata oppure, nel caso ad esempio di saponette, avvolte in fogli sempre di carta ecologica. Sui prodotti come ad esempio shampoo, balsami, profumi per l’ambiente, detersivi, ecc. vi è il vuoto a rendere sui contenitori di vetro oppure uno sconto sui flaconi di plastica che, se non ricordo male, si possono riportare in negozio affinché vengano riempiti nuovamente.

Hanno punti vendita presenti un po’ su tutta la Penisola, anche se per adesso la concentrazione maggiore sembra interessare il Piemonte (solo a Torino i punti vendita sono tantissimi!), Milano e provincia, Roma, Palermo e Lugano.

Alcuni giorni fa, mentre pigramente e forse un po’ roboticamente, scorrevo le notizie sul famoso social con la F, mi sono risvegliata improvvisamente dal torpore caratteristico di quella modalità automatica e quasi passiva che mi sorprendo ad assumere nel far scorrere col dito la valanga di informazioni proposte, a fiumi; la pagina ufficiale del Negozio Leggero mi informava che erano in vendita i masu giapponesi.

Ho spalancato gli occhi, scrollandomi di dosso in un sol colpo così tutti i batuffoli di stanchezza e svogliatezza che mi facevano compagnia, mio malgrado.

Credevo di aver letto male, ma avevo invece inteso benissimo.

Un punto vendita del Negozio Leggero è a pochi passi da casa mia.

Sorpresa all’idea di un masu ad una strada di distanza dal mio portone, non ho perso tempo.

Cappotto, guanti, berretto caldo, scarponcini e via. Giù in strada a percorrere quei metri anonimi ma familiari verso un luogo che, chissà poi perché, custodiva una traccia di Giappone.

E il masu era lì ad aspettarmi.

Masu

Masu: il misurino di riso, del Vecchio Giappone.

Il masu 升 è il tradizionale dosatore di riso comunemente utilizzato nel Giappone feudale, nel Periodo Edo (1600-1868).

Tutto in Giappone è riconducibile, chicco dopo chicco, al riso. Lo sono la storia del Paese, la sua economia, le sue battaglie, le sue credenze religiose indigene, i suoi miti, la sua letteratura, i suoi rituali.

Le prime coltivazioni di questo amatissimo e fondamentale cereale risalgono a circa due millenni fa ed è da allora che il riso forgia instancabilmente tanto della cultura di questo Paese insulare (lo shimaguni 島国 come piace spesso precisare ai giapponesi, usando il pretesto a volte per giustificare differenze non sempre ben accette).

Nel Periodo Edo, dunque, il riso aveva il ruolo del denaro: lo si usava come stipendio per i samurai a servizio dei daimyo o semplicemente per misurare il grado di ricchezza di qualcuno e, di conseguenza, il suo prestigio. L’unità di misura del tempo per questi scopi era il koku 石 che equivaleva a circa 180 litri di riso non mondo.

Ma i commercianti, per le vendite al dettaglio, utilizzavano dosatori naturalmente più piccoli. Uno di questi era appunto il masu che esisteva in diverse taglie.

Il masu non serviva solo per misurare il riso, ma anche altri ingredienti essenziali della vita quotidiana del tempo (ma anche in quella attuale), come l’aceto di riso, il sakè, la salsa di soia, vari cereali.

Dosatore giapponese

Ichigoomasu. 一合升

La misura più conosciuta, arrivata anche ai giorni nostri sebbene ora con uno scopo diverso, è quella dell’ichigoomasu 一合升 che equivale a circa 180ml di riso (o altro) vale a dire la porzione ideale per due persone.

Nel Giappone contemporaneo i masu ora sono oggetto della tradizione che rievoca quella nostalgia avvertita a livello collettivo di tutto ciò che era un tempo, in un passato non sempre così vicino e non sempre vissuto in prima persona; i masu al giorno d’oggi vengono utilizzati spesso come contenitore per chi vuole degustare del sake, una sorta di grappa ricavata dalla distillazione del riso.

E come ogni cosa che riguarda la cultura indigena del Giappone, anche per i masu esiste una tradizione di artigianato antica e di tutto rispetto. Il miglior legno per la produzione di questi masu è, senza dubbio, quello di cipresso giapponese, ossia l’aromatico ed elegante hinoki ヒノキ.

Masu

Il dosatore di riso della tradizione giapponese.

Dal Vecchio Giappone un oggetto elegante nella sua semplicità, di buona manifattura e che si sposa armoniosamente bene con la consapevolezza accresciuta del rispetto per l’ambiente.

I commercianti del Periodo Edo, i chonin 町人, non avrebbero mai immaginato che uno dei loro comunissimi dosatori usati per misurare e vendere i propri prodotti sarebbe, molti secoli dopo, arrivato in Italia, a Torino, a pochi passi dal fiume Po a stupire chi questo oggetto non l’ha mai visto e a rallegrare una giapponese nel cuore come me. Marianna.

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