Primo scritto sul blog dell’anno e siamo già a metà mese. Ho la sensazione che quanto scriverò oggi sarà un flusso di coscienza, libero e forse anche un po’ indisciplinato. Insomma, una congerie di gennaio.

Ho trascorso il pomeriggio del 31 dicembre e i primi assaggi della sera a passeggiare in quella parte di centro città che amo di più: la zona di Porta Palazzo e le vie limitrofe.

Scatti solitari in un ennesimo fine di qualcosa.

Nell’aria l’odore della trepidazione. Per cosa, però? Forse per quella sorta di speranza che pervicacemente ci si ostina ad esaltare in queste fini e in questi princìpi calendaristici?

A tratti imprevedibili, boati brevi ma intensi di petardi lanciati da chissà chi e dove. Come un’assordante colonna sonora di chiusura, sempre la stessa, di un film che non rivedremo più.

Intorno a me il viavai concitato di persone. Tanta gente come tanti microcosmi, ognuno custode di un piccolo mondo di cui forse non sapremo mai nulla. Mi sono sentita travolgere, in quell’istante, da un velo di solitudine. E allora, anziché avvicinarmi sempre di più alle persone, me ne sono allontanata cercando il conforto solitario di angoli per me preziosi.

Come la Galleria Umberto I che, quel giorno, era quasi deserta.

Galleria Umberto I imbevuta di gradazioni violette.

Sia da una parte sia dall’altra, vetrine spente oppure saracinesche abbassate che sembravano occhi chiusi. Il frastuono che arrivava da fuori era assorbito dolcemente dalla luce violacea. O così mi è parso.

La caffetteria dove sovente prendo il caffè. L’antica erboristeria della Basilica. La gioielleria Casolati. E la mia amata Cineseria Ming, eletto luogo del ricordo in cui convergono momenti cardinali della me ragazzina e della me adulta poiché culla embrionale del mio profondo amore per l’Asia.

Osservare in silenzio questi luoghi chiusi è stato come guardarli per una curiosa prima volta.

Ultimi sapori d’Asia e una sorpresa

La lunga passeggiata in solitaria in quell’ultimo giorno dell’anno, tra i crescendo sonori dei botti di Capodanno e il mutare rapido del cielo da un blu di Savoia ad un indaco profondo, un veloce sguardo agli allegri scaffali di uno dei negozi asiatici del quartiere.

E lì, inaspettatamente, ho trovato ancora una volta il mio consueto fil rouge. Potrei, in un insolito guizzo transalpino, denominarlo il mio personalissimo Nippon Rouge.

Era, dopotutto, il 31 dicembre.

Mi sono strofinata gli occhi per accertarmi di aver visto bene. Erano davvero loro.

I きなこ餅 kinako-mochi di un’azienda nella Prefettura di NĪgata che si chiama Echigo Seika.

I mochi sono dolci fatti con un’impasto di riso glutinoso. Hanno una storia molto antica e in Giappone si mangiano un po’ tutto l’anno ma in particolar modo a Capodanno. Trovarli, quindi, proprio quel giorno è stata per me una sorpresa.

Questi nello specifico sono mochi senza ripieno ma accompagnati da kinako, ovvero farina di soia gialla tostata nonché una delle cose a mio parere più deliziose al mondo.

Preparazione dei kinako-mochi di Echigo

L’aspetto davvero curioso di questi mochi è che, a differenza di quelli classici in mattonella che necessitano di essere grigliati, questi si fanno scaldare per tre minuti in acqua calda e poi si servono.

Preparazione dei kinako-mochi

Le mini mattonelle di mochi sono confezionate una ad una e hanno, al centro, un tratteggio che permette di spezzarle perfettamente a metà. Si immergono i due pezzi in acqua calda e li si lascia a mollo per tre minuti esatti dopodiché si adagiano sopra un piattino e si cospargono di kinako.

Letture di gennaio

In questo mese apripista, che poi è il mese in cui sono nata, ho voluto dare inizio a nuove letture. Per un altro anno all’insegna della conoscenza.

Questa prima perla di carta s’intitola 「日本料理の真髄」Nihon-ryōri no shinzui (L’essenza della cucina giapponese) di Abe Koryū. Un vero tributo alla cucina giapponese classica e alle sue caratteristiche che la rendono indubitabilmente unica. È un’esplorazione delle sue peculiarità che rispecchiano i giapponesi e le loro abitudini e preferenze. L’autore ci accompagna in un’analisi approfondita che va oltre una mera conoscenza merceologica ma diventa proprio chiave di lettura di un popolo.

Affronta argomenti linguisticamente stimolanti come la differenza tra おいしい oishī e うまい umai, due aggettivi che normalmente si usano per descrivere qualcosa di buono, di delizioso. Oppure il vero motivo per cui sulla tavola giapponese il riso si posizione a sinistra e la zuppa di miso a destra. La natura yin e yang delle lame dei coltelli. Vi è addirittura un affascinante approfondimento sulla storia della cucina di Ōsaka e le sue radici nel mondo mercantile dal passato.

La bellezza di alcuni oggetti quotidiani, letture comprese, che mi accompagnano.

L’agendina 2024 dell’Erbolario, dedicata ai fiori di loto: un gradito pensiero della signora Concetta del negozio di alimentari naturali da cui mi servo regolarmente; il portapenne abbellito dall’inconfondibile Fujisan; un righello con un gioco di immagini che a volte sono lanterne e altre, invece, volti di donne del Periodo Edo.

E poi il secondo saggio: 「一汁一菜でよいという提案」Ichijū-issai de yoi to iu teian. Traduzione non letterale: Proposta per un pasto adeguato: ichijū-issai (una zuppa e un contorno).
L’autore è lo chef e gastronomo Doi Yoshiharu.

L’opera è una vera e propria 提案 teian cioè proposta o invito a riscoprire la formula dello ichijū-issai a tavola.

Il pasto giapponese classico è impostato sulla formula 一汁三菜 ichijū-sansai ovvero una zuppa e tre portate. Il che, concretamente, significa: una zuppa, una scodella di riso al vapore, una portata principale (carne, pesce, ecc.) e altri due contorni. A questo si aggiunge, molto spesso ma non sempre, anche una piccola porzione di tsukemono o sottaceti.

Un’illustrazione di un classico pasto giapponese con formula ichijū-sansai. Vediamo il riso a sinistra, zuppa di miso a destra, la portata principale di pesce in questo caso e i due contorni: uno di verdura, probabilmente uno ohitashi (qui la mia ricetta) e lo hiyayakko (piatto di tofu di cui trovate la mia ricetta qua).
Il pesce è accompagnato da una fettina di limone e da un po’ di daikon grattugiato.
Fonte immagine.

Il pasto tradizionale giapponese ci sembra tutto fuorché poco sano. Tuttavia, in un’ottica classica, la formula ichijū-issai è l’ideale, il pasto salutare per eccellenza nonché modello esemplare di una virtù considerata preziosa ai tempi: la frugalità. Questa formula, con origini assai antiche, costituiva il pasto di base dei samurai e dei monaci durante il Periodo Edo, epoca di isolamento al mondo esterno.

Illustrazione di un pasto ichijū-issai: riso a sinistra, zuppa a destra e un’unica portata. Fonte immagine.

La formula una zuppa e tre portate, risalente al periodo tra il XII e il XIII secolo d.C. e diffuso negli ambienti dell’alta aristocrazia e dei militari di rango elevato, ritrovò lentamente popolarità a partire dal Periodo Meiji quindi con la fine dello shogunato, del sistema samuraico e con l’inizio di un’apertura all’occidente.

Doi Yoshiharu, dunque, presenta una sorta di arringa gastronomica in difesa della formula frugale che secondo l’autore è una delle vie da percorrere per riscoprire una vita più semplice, più autentica e più in linea con l’essenzialità.

Ritorno al MAO, suggestioni indiane e varie

Il giorno del mio compleanno ho fatto ritorno, assieme a mia sorella, al MAO ossia il Museo d’Arte Orientale di Torino. L’ultima volta che ci ero andata era stato assieme a Megumi, la primavera scorsa.

E in questo giorno di gennaio, freddo ed effervescente (sebbene striato un po’ di quella consueta malinconia compleannesca), ho rivisto con gioia la collezione permanente del museo che conosco quasi a memoria.

È stato emozionante rivedere quei padiglioni divisi per area geografica. Ed è stato altrettanto suggestivo scoprire l’esposizione esterna dei bonsai, tra cui anche alcuni magnifici esemplari secolari!

Bonsai del MAO, la washitsu del museo e una pregiata edizione del celebre saggio di primo Novecento The Book of Tea di Okakura Kakuzō, acquistata alla libreria interna.

Le lettura procedono prendendo a volte strade un po’ diverse da quelle che di norma percorro. In questi giorni, infatti, ho inspiegabilmente sentito la necessità di rispolverare la figura del poeta indiano Tagore.
Probabilmente il mesto periodo che stiamo vivendo a livello umanitario con ciò che sta succedendo a Gaza mi porta ad orbitare più frequentemente verso la poesia.
Nella poesia, stille di vissuti umani. Essenze di esistenze. Quintessenze di sensazioni. Attar di intuizioni.

In questo meraviglioso volume a cura di Monia Marchetto, ho ritrovato il delicatissimo Tagore che ricordavo dai miei lunghi e appassionati studi di storia indiana. E al di là delle questioni politiche che inevitabilmente spesso si mescolavano con la vita e le opere dei letterati indiani del Novecento, ponendoli ora a favore del nazionalismo di Jawaharlal Nehru oppure della visione separatista di Ali Jinnah (il padre fondatore del Pakistan), ci si delizia della bellezza di quella letteratura così ricca ed evocativa. E che, purtroppo, posso leggere solo in traduzione.

…i pensieri vari

Non ho proprio più voglia di stabilire buoni propositi per l’anno nuovo. Non ne vedo più né il senso né l’utilità. Credo sia meglio procedere sulla strada della gratitudine per ciò che abbiamo, giorno dopo giorno, un passo dopo l’altro. Occorre non dimenticare di cercare la bellezza in ciò che ci circonda e apprezzarla. Bisogna apprezzare chi c’è ma anche chi non c’è: in questi ultimi mesi un paio di amiche che avevo si sono eclissate silenziosamente, imboccando strade ignote oppure del tutto incomprensibili. Come inghiottite.

Un po’ si soffre ma, al tempo stesso, si apprezza il pezzo di strada percorso assieme.

I libri, tanti libri, continueranno a farmi compagnia e ad insegnarmi quasi tutto. Più studio e più mi rendo conto effettivamente di non sapere o di essere in possesso di una frazione infinitesimale di tutto lo scibile.