Giugno e ormai anche luglio sono scivolati via, fondendosi in un rovente abbraccio fatto di giorni estenuanti, uno più incandescente dell’altro. Un tempo strano, scandito da litanie per il caldo ed accese polemiche climatiche con in più un profluvio di soluzioni per fronteggiare l’inclemente calura: dalle tecniche di respirazione ayurvediche alle versioni fredde di tutti i piatti possibili ed immaginabili. Tutto questo assieme alla rapida comparsa in successione di sedicenti esperti di meteo, curiose figure di una sorta di culto atmosferico nonché presunti depositari di previsioni da cui dipenderà fideisticamente un qualche micro-pubblico.

La corsa spasmodica verso palchi sempre più in alto e più luminosi ormai non risparmia alcun ambito. Nemmeno quello meteorologico. È sempre la solita gara mercatale a chi urla di più.

Nelle ore più ardenti, un po’ drammaticamente ho ripensato a The Midnight Sun (Sole di mezzanotte) di Rod Serling, del 1961. L’incubo di un caldo inesorabile che non sembra arrestarsi in cui la Terra, andata fuori orbita, si dirige rapidamente verso il Sole. Un sole che non tramonta mai e una New York apocalittica, avvolta in temperature costantemente soffocanti.

Il volto madido di sudore e lo sguardo avvilito di Norma, la giovane pittrice protagonista dell’inquietante storia di Rod Serling, facente parte della serie The Twilight Zone (in italiano nota come Ai confini della realtà).

Giorni, dunque, bollenti e alleggeriti solo ogni tanto da qualche agognato intermezzo temporalesco. Corroboranti parentesi spesso irruente che, per qualche istante, smorzano la morsa dell’afa liberando scie di petricore rimaste fino ad allora imprigionate tra gli artigli del cemento magmatico. Anelate tregue che però spesso presentano un conto salato sotto forma di cadute di alberi, frane, esondazioni, danni alle coltivazioni. E allora, davanti alla furia sovversiva della natura, ecco riaccendersi i dibattiti.

Al termine della poesia olfattiva e del momentaneo ristoro psicofisico, ritorna la sovranità dello Zenit.

Scatti di una rovente Torino lugliatica.

E quindi il caldo: una presenza monopolizzante. Se ne parla in strada, nei negozi, nelle sale d’attesa, ai giardinetti, davanti ad un caffè di un bar di Corso San Maurizio, in coda alla posta e naturalmente nella piazza più grande del mondo: la rete. Arriva anche qui, su Biancorosso Giappone.

Condizionatori sì e condizionatori no? Disquisizioni infinite sulle cause di questi stravolgimenti. Temperature record mai viste finora oppure già sperimentate ma il cui ricordo è stato rimosso dall’urgenza del momento?

Escursioni termiche all’ordine del giorno, passando semplicemente da un marciapiede alle temperature semi-polari di un supermercato. Torino diventata per un po’ una sorta di colapasta energetico con le continue interruzioni di corrente. Poi il Sindaco, con la sua ira e i suoi strali.

Ma la vita prosegue. Le quotidianità vanno avanti, ognuna con le sue regole e i suoi protagonisti. Un susseguirsi di microcosmi intorno a noi di cui probabilmente non ci accorgeremo mai.

Infusioni a freddo del tè verde: kōrimizudashi e mizudashi

Lo splendido verde brillante di un sencha infuso con la tecnica del Korimizudashi.

E i tentacoli monopolizzatori del tema del giorno giungono anche qui. E ci portano dritti dritti in dispensa.

Nello sconfinato panorama di refrigeranti possibilità commestibili, c’è una preparazione che a me piace moltissimo: il 氷水出し kōrimizudashi. Si tratta di un’infusione di tè verde giapponese preparata però con acqua fredda e ghiaccio. Una formula ibrida tra il 氷出し kōridashi e il 水出し mizudashi, rispettivamente infusioni con ghiaccio e con acqua.

Per questa preparazione non serve essere un grande conoscitore di tè e nemmeno un purista della prima ora che non transige sui tempi di infusione. O che storce il naso per la scelta di un certo cultivar anziché un altro. Oppure ancora che si scandalizza per l’assenza degli utensili corretti.

Anzi, a ben vedere, probabilmente questo insopportabile signor Sotuttoio avrebbe certamente da ridire sulla preparazione stessa e inorridirebbe davanti a cotanta impudenza nel maneggiare impropriamente la Camellia Sinensis.

Illustrazione di una scatola di tè verde. Sul contenitore è tracciato il carattere 茶 cha (letto cià, secondo le regole fonetiche dell’italiano) ossia tè. Immagine di いらすとや.

Inesistenti radici antiche

Non so oggigiorno quanto interessi riportare alla luce le origini delle cose che ci circondano. A me personalmente, e questo blog ne è una testimonianza, piace moltissimo. Conoscere qualcosa, anche solo un frammento della storia di un utensile o di un profumo mi rende più consapevole e più presente nel mio quotidiano.

Il tè è un universo immenso, composto riccamente dalle impronte dei popoli che nei secoli lo hanno adottato. Insomma, si fa presto a dire: prendiamoci un tè!

Però non serve sempre inerpicarsi in tecnicismi e microlingue per pochi eletti. Insomma, non tutto deve diventare materia di studio: ci si può dissetare con qualche piccola curiosità mentre si sorseggia una buona tazza di 玉露 gyokuro senza per questo sentirsi inadeguati o non sufficientemente preparati.

E a proposito di cose alla portata di tutti o, per usare un aggettivo giapponese adatto, parliamo di qualcosa di molto 気軽い kigarui (rilassato, informale, accessibile a tutti) cioè le tecniche d’infusione a freddo che sono preparazioni del tè con radici antiche…inesistenti!

Già. perché questi metodi di infusione conobbero una crescente diffusione a partire solo dagli anni Ottanta e cioè da quando in Giappone fu introdotta la vendita del tè in bustina.
In realtà, pare che già verso la fine degli anni Sessanta sul mercato giapponese iniziarono ad affacciarsi le prime bustine di tè nero e nello specifico quelle della 日東 Nittoh (o Nittō, secondo la traslitterazione Hepburn).

Il 1961, invece, fu l’anno in cui sul mercato giapponese apparve per la prima volta il tè verde in bustina. Chi detiene questo primato è la celebre 山本山 Yamamotoyama, la storica azienda fondata a Edo nel 1690 da Kahei Yamamoto che divenne il più importante commerciante di tè del tempo grazie anche a due importanti mosse pionieristiche: lo sviluppo della tecnica di lavorazione delle foglie del tè chiamata 青製 aosei (grazie a cui il tè verde giapponese si distingue dagli altri per il suo colore verde brillante) e per aver inventato il pregiato e rinomatissimo 玉露 gyokuro! L’azienda Yamamotoyama, dopo più di trecento anni di onorata carriera, è ancora in attività.

Il nome palindromo dell’azienda: 山本山 Yamamotoyama.
Yamamoto, dal nome del fondatore, e yama – ossia montagna – come simbolo di maestosità, eccellenza e posizione geografica delle migliori piantagioni di tè molto spesso ubicate proprio su pendii montuosi e collinari. Foto di Eisuke Tachikawa.

È a partire però dai frizzanti anni Ottanta che in Giappone si diffonde in maniera capillare l’uso del tè verde in bustina. Gli anni Novanta, invece, accolsero un’altra grande novità (forse non così grande, ripensandoci a posteriori da un punto di vista ecologico): il tè verde nelle bottiglie di plastica.

Forse il primo tè verde giapponese commercializzato in bottiglie di plastica inizialmente da 1,5 litri: il celebre お〜いお茶 Oi Ocha della ITO EN, altro importantissimo produttore di tè verde giapponese, in attività dalla metà degli anni Sessanta del Novecento. Nella foto è raffigurata la bottiglia originale dell’epoca. Foto proveniente dall’archivio storico della 伊藤園 Itō-en.

È quindi a partire tra gli anni Ottanta e Novanta che, parallelamente all’introduzione sul mercato del tè verde in bustine e in bottiglie di plastica, prende piede l’idea di sperimentare con preparazioni diverse e meno convenzionali. Indubbiamente, la presenza ormai ovunque del frigorifero e di acqua che non necessitasse di bollitura per essere potabile hanno contribuito a rendere ancora più apprezzata l’infusione a freddo.

Preparazione con infusione Kōrimizudashi

Non servono istruzioni complicate. La preparazione del kōkrimizudashi o mizudashi (infusione a freddo con ghiaccio e senza, rispettivamente) è molto semplice e diretta.

Vi mostro entrambe le preparazioni, con due tè verdi giapponesi diversi.

Per il korimizudashi ho utilizzato la mia 急須 kyūsu (tipica teiera giapponese col manico laterale), 10g di sencha cioè circa un cucchiaio da minestra abbondante, 200ml d’acqua fredda e qualche cubetto di ghiaccio.

L’occorrente. Non serve avere necessariamente una teiera o delle tazze giapponesi. Usate ciò che avete. Cercate però di procurarvi del buon sencha. Io in questo caso ho utilizzato del prezioso 新茶 shincha che avevo ancora da finire: un regalo della mia cara amica Ryōko.

La semplicissima preparazione del korimizudashi.

Basterà versare un cucchiaio abbondante di tè verde giapponese in foglie in una teiera e aggiungervi qualche cubetto di ghiaccio seguito dai 200ml d’acqua fredda. A questo punto, bisognerà solo aspettare per circa tre minuti e poi versare il vostro tè verde freddissimo e delizioso in una tazza o in un bicchiere.

Qui ho versato un po’ di tè verde freddo in una tazza dove però non si vede bene il verde brillante della bevanda, dettaglio decisamente più evidente nella foto in alto, nel bicchiere in vetro.

Preparazione con infusione Mizudashi

Altro metodo facilissimo è l’infusione mizudashi. Qui ci servono il tè, acqua fredda e una bottiglia.

Per questa infusione ho utilizzato un tè giapponese molto speciale: il 加賀棒茶 kagabōcha, un tè verde leggermente tostato composto unicamente dai gambi e dai rametti della pianta. Questo è un tè tradizionale di Kanazawa, nella prefettura di Ishikawa, e viene coltivato in montagna dall’epoca Meiji ad oggi.

Il kagabōcha di Kanazawa, ricevuto in regalo dalla mia amica Rita. Questa varietà si chiama 宝 Takara che in giapponese significa tesoro perché in effetti è uno dei tesori tra le tante eccellenze di Kanazawa.

Questo formato in particolare è in bustine. Le dosi consigliate dal produttore sono, a mio parere, applicabili anche ad altri tè verdi giapponesi per l’infusione mizudashi: 1 bustina di tè verde per ogni 350ml d’acqua fredda. Tempo d’infusione in frigorifero: 3 ore.

Io ne ho preparato una bottiglia utilizzando due bustine e lasciando riposare il tutto in frigo per il tempo consigliato.

Il kagabōcha è un tè piuttosto difficile da trovare in Italia, purtroppo. Ed è un peccato perché è veramente squisito: in apertura si percepiscono delle note quasi caramellate seguite poi da quelle caratteristiche del tè verde.
Data la leggera tostatura, l’infusione (sia a freddo sia a caldo) produce un liquido ambrato come il miele d’acacia.

Si può servire con del ghiaccio, se lo si desidera. Io ho preferito non metterlo perché il tè era già molto freddo e inoltre volevo apprezzare in purezza la complessità del kagabōcha di Kanazawa.

Ho iniziato a scrivere questo articolo quando ancora eravamo nella morsa torrida di una fiammata che sembrava non estinguersi più. Ora invece scrivo in un sabato di fine luglio che affettuosamente ci culla nei suoi ventotto gradi. Quasi non mi sembra vero.

Il cielo è incolore, l’aria è appena appena effervescente e da dove sono in questo preciso istante vedo nitidamente uno dei simboli della torinesità per eccellenza: la chiesa di Santa Maria del Monte dei Cappuccini. Mi sembra così vicina da poterla quasi toccare con un dito!

È a un passo da me, as the crow flies, come dicono gli inglesi. Cioè come vola il corvo. In linea d’aria.

Per il momento le lunghe giornate bollenti delle settimane scorse sembrano un lontano ricordo. E io gioisco di questa lontananza rievocativa.