Veduta dei laghi di Avigliana in un sabato di novembre.

Quanto ho desiderato scrivere in queste lunghe settimane. Eppure non sono riuscita a tracciare neppure una parola.

Come tanti ormai nel mondo, sono sgomenta davanti alle barbarie inenarrabili che si stanno consumando in Palestina. E per quanto abbia cercato e cerchi di rimanere centrata e calma, un dispiacere profondo mi tormenta.

E con lo scrivere, attività che amo molto, sono paradossalmente ferma ad un bivio: se sto male, fatico a scrivere. Però se scrivo, mi sento meglio.

Ho scattato la foto che vedete in alto un sabato pomeriggio ai laghi di Avigliana. Era una giornata brillante e il sole si specchiava nelle limpide acque lacustri. Mia sorella ed io abbiamo passeggiato lungo la riva del lago, soffermandoci ogni tanto ad ammirare quel paesaggio pulito e rinfrancante.

Ripenso a quelle acque cristalline e alle anatre variopinte che in esse sguazzavano. Rivedo il cielo che lentamente assumeva gradazioni di blu progressivamente più scure mentre l’aria della sera aumentava in effervescenza.

Lì ho ritrovato, ancorché per poco, quella serenità che nasce quando la malinconia scivola via dagli occhi e si dissolve nelle acque.

Una curiosa lettura

Un giorno, attraverso le solite vicissitudini che caratterizzano le mie ricerche di libri giapponesi, sono entrata in possesso di questo volume che è un vero elogio alla semplicità:

Il prezioso libro accompagnato da una scodella in lacca di epoca Taishō, oggetto del passato nonché molto in armonia col messaggio fondante del saggio.

L’emozione che provo nel raccontare di questo libro è molta. Tra le sue pagine ho trovato continui spunti di riflessione e di inviti ad una contemplazione concreta. La preziosità dei pensieri che vi ho trovato è tale da meritare un posto elevato nella mia personale classifica dei migliori saggi letti finora.

Ma procediamo con ordine.

Il titolo originale dell’opera è: 「電気代500円。贅沢な毎日」Denkidai gohyaku-en. Zeitakuna mainichi. Bolletta dell’energia da 500 yen. Lusso ogni giorno.

Al cambio di oggi, cinquecento yen corrispondono a €3,06.

Azuma Kanako, l’autrice del meraviglioso saggio. Foto di proprietà di Shizen Hatch.

L’autrice è Azuma Kanako, nata a Tokyo, classe 1979. Ricercatrice ed appassionata di tutto ciò che riguarda stili di vita a basso impatto energetico. Laureata in Scienze Agrarie presso l’Università della capitale, la signora vive in una località della periferia di Tokyo aderendo ad uno stile di vita fortemente ispirato dai saperi del passato e della tradizione.

Un momento determinante di svolta fu quando i suoi figli erano i piccoli e si accorse che nessuno aveva mai affrontato editorialmente l’argomento dei pannolini in stoffa per bambini.

A questo punto mi vengono in mente le parole di una mia conoscente giapponese che soleva spesso dire: ないなら作る。ないなら始める。Nai nara tsukuru. Nai nara hajimeru. Il che, pressappoco, significa: se una cosa non ce l’ho, la faccio io! Se una cosa non c’è, la inizio io!

Ed è esattamente ciò che fece Azuma Kanako autopubblicando il suo primo libro dedicato proprio alla realizzazione e all’utilizzo dei pannolini in stoffa per bambini. A questo sarebbero seguiti altri saggi (tra cui quello in esame) devoti alla divulgazione di stili di vita semplici e in linea con le reali necessità dell’essere umano.

Negli anni, i media si sono naturalmente interessati ad Azuma Kanako intervistandola e chiedendo il suo parere in merito a questioni di vita quotidiana, riviste però in un’ottica più consapevole.

Una mia breve ricerca ha rivelato che non esistono traduzioni dei suoi libri né in inglese né tantomeno in italiano.

Bolletta da cinquecento yen e lusso ogni giorno?!

Il titolo, volutamente accattivante, ha attirato la mia attenzione grazie alla sua contraddizione apparente: come si può parlare di lusso – addirittura quotidiano – vivendo al lumicino? Una bolletta dell’energia di tre o quattro euro non può rispecchiare di certo le esigenze di una famiglia e di una casa moderne!

Ma la scelta delle parole, anche in giapponese, non è mai casuale. La presenza dell’aggettivo 贅沢 zeitaku (nota per gli studenti: si tratta di un sostantivo che all’occorrenza diventa aggettivo in 〜な) colpisce particolarmente.

Perché zeitaku è proprio il lusso, il fasto, la sontuosità.

Quindi, una bolletta che riflette dei consumi ridotti al minimo come può accompagnare una vita all’insegna del lusso?

Non parlerà però di vite ridotte in miseria. E nemmeno di esistenze consacrate ad un risparmio ossessivo e deleterio, fatto a scapito dei livelli minimi accettabili di benessere psicofisico.

Ho cercato di immaginare i possibili scenari in cui potrebbe verificarsi una situazione simile. Mi sono venuti in mente alcuni folti movimenti di protesta civile inglesi contemporanei che si oppongono al pagamento di qualsiasi bolletta, come quello rappresentato in parte da Stacey Wilkinson.

Tuttavia, senza tante tortuosità, probabilmente la chiave risiede in un’altra comprensione del concetto di lusso!

Il lusso deve necessariamente corrispondere allo sfarzo? A delle normali comodità distorte in un’ottica di eccesso e di sfoggio? All’ostentazione di denaro e di oggetti costosi? Deve esserci inevitabilmente una componente di spreco?

No. Il lusso può essere – ed è precisamente così che viene da inteso da Azuma Kanako – come la condizione di pienezza, benessere, soddisfazione. Un’abbondanza, come contrario di penuria, che nasce non dalla quantità materiale ma dalla qualità intrinseca di ciò che ci circonda e che decidiamo sia parte della nostra esistenza.

La vita inconsueta di una comune casalinga di Tokyo

Sulla sopraccoperta del libro è riportata la seguente descrizione:

「東京に暮らす普通の主婦が実践する、古くて新しい、身の丈生活。」 Tōkyō ni kurasu futsū no shufu ga jissen suru, furukute atarashii mi no take seikatsu. La vita d’altri tempi, nuova e consapevole di una comune casalinga di Tokyo.

D’altri tempi perché il rimando inevitabile è quello al passato, alle saggezze di chi ci ha preceduti. Nuova perché – in quest’epoca – vivere così vuol dire fare qualcosa di nuovo, originale, non comune. E tutto questo non può che essere frutto di una consapevolezza così ricca da riuscire a superare tutte le difficoltà di assestamento, insormontabili solo in apparenza.

L’opera è divisa in sei grandi capitoli, ognuno dei quali affronta un aspetto di una vita quotidiana più cosciente. Il saggio, muovendo dalla premessa della gestione giudiziosa della corrente elettrica come punto imprescindibile di partenza, sviluppa numerosi sottotemi.

Ma prima di iniziare la lettura, si rimane alquanto sorpresi nel venire a sapere che l’autrice non possiede la lavatrice, il frigorifero e nemmeno l’aspirapolvere. Questo intrigante preambolo, anche se perfettamente coerente con il titolo dell’opera, incuriosisce ma suscita anche molte perplessità.

Ci si domanda, forse un po’ troppo precipitosamente, se questo libro non sia il frutto di eco-farneticazioni di una mente esaltata. Ammetto di essermi avvicinata a questa lettura col sopracciglio alzato e una certa diffidenza.

Ma si viene presto accolti calorosamente dalla penna di Azuma Kanako da cui fluiscono pensieri chiari, lucidi e lineari. La sua voce gentile, delicata e umile guida i lettori nel suo mondo, illustrandolo in maniera calma e precisa. L’autrice, infatti, sottolinea da subito che queste sono scelte intraprese da lei e dalla sua famiglia e non vi è la pretesa che chi legge faccia necessariamente altrettanto.

Insomma, un’esposizione tranquilla, non giudicante e scevra da atteggiamenti di superiorità o di disdegno verso chi è di altro avviso.

La parola alle foglie secche

L’idea di riassumere l’intero libro non mi interessava. Si tratta, infatti, di un saggio denso, profondo, traboccante di preziosi inviti alla riflessione che verrebbero ingiustamente appiattiti in un riepilogo. Erroneamente si potrebbe pensare che si tratti di un manualetto con velleità didattico-moralistiche, inframezzato da indicazioni su come sbarazzarsi del tritatutto e del ferro da stiro elettrico.

Invece è un’opera sorprendentemente intensa che, attraverso la grazia del ragionamento logico, conduce il lettore a prendere in considerazione vie alternative.

Riporterò a breve alcuni consigli pratici che l’autrice suggerisce.

L’uso degli elettrodomestici – e della corrente elettrica in generale – non viene demonizzato. Sarebbe ridicolo. Semplicemente l’autrice invita alla moderazione, al riconsiderare certe abitudini il cui mantenimento richiede un dispendio di tempo, energia e denaro.

Durante una mia passeggiata nel mio quartiere, ho raccolto alcune foglie secche che mi sono piaciute in modo particolare. E così ho avuto un’idea: affidare a queste foglie secche il compito di comunicare alcuni dei concetti che – per vari motivi – mi hanno colpita. Naturalmente, si tratta di una minima parte di tutto quello che avevo sottolineato (a matita!) ma è un modo per condividere con chi leggerà un qualcosa di questo libro straordinario.

Vivere secondo le proprie possibilità

Azuma Kanako usa spesso questa espressione, tanto da ritrovarla – come già visto – addirittura sulla sopraccoperta.

L’espressione giapponese 「身の丈生活」Mi no take seikatsu. Letteralmente significa una vita per la propria statura, cioè modellata in base alle proprie possibilità. Quindi, vivere secondo le proprie possibilità e non oltre. Ma non è solo una questione economica ma anche sociale; in questo concetto, l’autrice ravvisa anche i benefici di una vita – per dirla coi sociologi – un po’ più a maglie strette dove anche i rapporti di vicinato, oltre a quelli famigliari, meritano di essere riscoperti e rafforzati.

Non ci dovrebbe sorprendere, infatti, che l’eccessiva comodità abbia generato anche grande solitudine, con tutte le devastanti conseguenze del caso. Teoricamente, basta avere una connessione internet e disporre di denaro a sufficienza per vivere senza mai entrare in contatto con altri esseri umani.

Sapersi accontentare

Un altro concetto ricorrente è quello di 「足るを知る」taru o shiru. Questo modo di dire corrisponde pressappoco al nostro chi si accontenta gode.
Sapersi accontentare non significa rassegnarsi o – peggio – farsi piacere a forza qualcosa che non ci soddisfa. Accontentarsi vuol dire imparare a ritrovare il valore di ciò che si ha e – perché no – di ciò che invece non si ha!

Coltivare uno spirito di profonda gratitudine

「必要なだけ手に入れるのではなくあるものでどうにかする精神を。」Hitsuyōna dake te ni ireru no de wanaku arumonode dōnika suru seishin o. Invito che ho liberamente tradotto come: coltiviamo lo spirito dell’accontentarsi di ciò che abbiamo anziché dell’ottenere tutto ciò che ci serve.

L’autrice, con dolcezza, ci porta a vedere la sua casa. È come se ci prendesse per mano e ci conducesse alla scoperta di questa sua vita così semplice eppure – forse proprio per questo – quasi ribelle. Condivide con il lettore considerazioni quasi liminali sul rapporto tra l’uomo e la luce e come quest’ultima abbia influito sulla sua esistenza. Il pensiero va inevitabilmente alle riflessioni di Tanizaki quando racconta del fascino ormai svanente delle lacche giapponesi che, per colpa della luce artificiale, non riescono più a donare ai nostri occhi quei giochi di chiaroscuro con cui hanno deliziato gli animi sensibili di chissà quante persone.

Alcune bollette dell’energia elettrica dell’autrice. Come si può vedere, effettivamente oscillano tra i ¥400 e i ¥500 mensili! Davvero notevole considerando che mediamente la cifra è ben più alta. La mia bolletta dell’energia in Giappone si aggirava sui ¥4000!

Veniamo a sapere, ad esempio, che in tutta la sua casa vi sono solo tre prese della corrente e che la TV è in una nicchia a scomparsa. La signora Azuma ci spiega che abbiamo piano piano disimparato a rispettare i ritmi naturali scanditi dal giorno e dalla notte e di come tutta questa luce artificiale (lampadine, schermi ecc.) abbia sfalsato parte delle nostre percezioni. Nei suoi racconti ci regala frammenti di ricordi di epoca Shōwa, di sua nonna e dell’abitudine di assaporare gli ultimi sprazzi di luce naturale riuscendo, al contempo, a sentirsi a proprio agio nella penombra e in quella dimensione di sfumata visibilità.

Quanto Tanizaki in queste osservazioni!

Vivere senza frigorifero

Fonte immagine.

Probabilmente sarete curiosi di sapere quali alternative abbia escogitato l’autrice per far fronte a scelte in apparenza molto radicali. Come quella di non avere un frigorifero, elettrodomestico considerato basilare in una casa qualsiasi.

Ebbene, la signora Azuma ci ricorda che, fino a non molto tempo fa, si acquistavano quotidianamente gli ingredienti freschi necessari per i pasti della giornata. Avvalora questa sua affermazione rievocando i racconti di sua nonna e di persone di quelle generazioni. Effettivamente, anche da noi era così: fino verso gli anni Cinquanta i frigoriferi in Italia erano privilegio per poche famiglie molto abbienti. Si sarebbe dovuto aspettare fino agli anni Sessanta perché questo diventasse un bene alla portata di tutti.
Ecco perché nei paesi e nei centri abitati esistevano le ghiacciaie: da esse ci si riforniva di ghiaccio, ricavato dalla neve, da utilizzare per la conservazione di quei pochi ingredienti deperibili come il burro.

In Giappone, fino ancora al secondo dopoguerra, erano in uso le cosiddette 氷室 himuro, cioè vere e proprie ghiacciaie adibite alla formazione e conservazione del ghiaccio per gli abitanti. Alcuni himuro sono stati riportati ai vecchi splendori per poterli rendere visitabili sopratutto in occasione di festival locali.

Un himuro nella Prefettura di Ishikawa. Fonte immagine.

L’autrice sostiene che al giorno d’oggi i nostri frigoriferi non siano diventati altro che meri ripostigli dove riporre quantità eccessive di alimenti che non intendiamo consumare nel breve termine. Effettivamente, basterebbe pensare a cosa abbiamo nel congelatore.

Lei suggerisce di acquistare il fresco quotidianamente e solo nelle quantità necessarie. Eventuali eccedenze – spiega – si possono conservare ricorrendo ai classici metodi dell’essiccazione, della salamoia, della salagione ed altri. Nello specifico, i metodi che usa lei sono tre:

  1. 調味料に漬ける」chōmiryō ni tsukeru. Ossia, la conservazione di alimenti attraverso la marinatura in ingredienti come l’aceto, la salsa di soia, miso, il sale ecc.
  2. 「佃煮にする」tsukudani ni suru. Conservazione del cibo come tsukudani. Lo tsukudani è una preparazione antica, ancora molto diffusa soprattutto nelle comunità rurali, in cui ingredienti come pesciolini, frutti di mare e alghe vengono fatti sobbollire lentamente in salsa di soia e mirin o zucchero. L’autrice ricorre a questa tecnica anche per la carne.
  3. 「干す」hosu. Essiccazione. Metodo le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Permette di conservare pressoché qualsiasi ingrediente.

Ad eccezione dei cibi deperibili i quali, appunto, si acquistano in piccole quantità oppure si conservano attraverso i metodi tradizionali, tutto il resto può essere tranquillamente tenuto fuori dal frigo: frutta, verdura, uova.

Mele piemontesi provenienti da Cellarengo, Asti.

L’argomento cibo e cucina viene trattato con precisione, delicatezza e cura. Il tutto, anche in questo caso, accompagnato da riflessioni importanti. Vi è ad esempio l’invito a rafforzare la comprensione del concetto di stagionalità. In Giappone, normalmente si fa molta attenzione a questo aspetto ma, secondo l’autrice, non abbastanza. I nuovi modelli di consumo spingono anche i giapponesi a diventare un po’ capricciosi desiderando ingredienti fuori stagione.

Quindi, stagionalità e territorialità. Si ribadisce il concetto di 地産地消 chisan-chishō cioè produzione locale di cibi. Un po’ il nostro kilometro zero.

Molto affascinante è anche il suo approccio alla preparazione dei cibi stessi che, secondo l’autrice, dovrebbe essere il più semplice e disadorna possibile. Spiega, infatti, che l’abitudine di decorare troppo i piatti conduce alla noia e ad un senso di insoddisfazione. Insomma, allontana dallo zeitaku sincero.

Lavatrice: come farne a meno

Fonte immagine.

Ci sono stati alcuni periodi della mia vita in cui, non per scelta, ho vissuto senza lavatrice. Questa esperienza personale mi ha permesso di accogliere il punto di vista della scrittrice in maniera meno stranita: ci ero già passata e so cosa aspettarmi.

La signora Azuma spiega che le esperienze delle generazioni passate possono insegnarci molto.

A casa sua, al posto della lavatrice, lei ha una たらい tarai ossia una bacinella, una 洗濯板 sentaku-ita ovvero un’asse lavatoio e del semplice sapone per bucato a mano.

Fonte immagine.

Unico detersivo: un sapone naturale per lavaggi a mano. No ammorbidente, no additivi o sbiancanti.

Lei spiega come l’uso di questi semplici attrezzi permetta una gestione del bucato molto più agevole di quello che si possa pensare: è sufficiente – spiega – lavare subito i panni sporchi senza accumularli. Questo farà sì che eventuali macchie non abbiano il tempo di fissarsi sul tessuto. In caso, invece, di macchie ostinate basterà strofinare la parte interessata sull’asse lavatoio per pochi minuti e procedere al risciacquo.

Un accorgimento interessante è quello di evitare asciugamani troppo grossi ma di preferirne di piccoli proprio per facilitarne il lavaggio e l’asciugatura. Quest’ultima fase, non serve nemmeno specificarlo, avviene all’aria aperta, possibilmente al sole.

Un passaggio, quest’ultimo, che non stupisce nemmeno noi ora.

L’autrice osserva come la società contemporanea sia intrappolata nel paradosso della sensibilizzazione alle tematiche ambientali e al propagarsi incontrollato di elettrodomestici di ogni genere. Effettivamente, a ben vedere, quanto ecologiche sono le asciugatrici per davvero, al netto dei proclami pubblicitari? Certamente mai più del sole.

Foto tratta dal libro.

Aspirapolvere e pulizie generali di casa

Anche l’aspirapolvere, come la lavatrice, in alcuni momenti della mia vita è stato assente in casa mia. Forse, dei tre, questo è il meno doloroso da eliminare eventualmente. L’autrice spiega come siano sufficienti una scopa – preferibilmente di saggina – e uno straccio recuperato da qualche abito smesso. Un secchio, acqua e basta.

Fonte immagine

Naturalmente, una casa alleggerita dagli oggetti in eccesso sarà molto più rapida da pulire. E questo ovviamente dà avvio alla riflessione in merito al superfluo di cui le nostre case sono, in misura più o meno variabile, grandi ripostigli.

Non ho seguito e non seguo il filone di tendenza del magico potere del riordino di Marie Kondō semplicemente perché ho sempre un’avversione per tutto ciò che va di moda. Insomma, la Kondō non insegna alcunché di nuovo. Sono concetti e tecniche di cui si scrive da tempo in Giappone. E Azuma Kanako lo dimostra.

Nella sezione dedicata a come alleggerire la casa dal superfluo, inevitabilmente si affronta il discorso delle mode e delle comodità eccessive che, paradossalmente, diventano scomodità a lungo andare.

Allora il consiglio è di conservare ciò che piace davvero e che si intende soprattutto utilizzare. Poco importa che si tratti di vestiti o altri oggetti. Tutto ciò che etichetteremmo come “cose che prima o poi userò o indosserò” andrebbero venduti o regalati. Senza troppi tentennamenti.

In conclusione

Questo libro insegna così tanto e in maniera così dettagliata che la mia presentazione sommaria non è che un superficiale assaggio.

È un saggio così attuale per le tematiche che tratta ma al contempo così tradizionale e squisitamente giapponese perché impregnato di impliciti rimandi wabi-sabi. L’esaltazione del bello individuato in ciò che si ha, con tutte le sue fratture, sbeccature, sbavature o imperfezioni che possa avere. Anzi, è proprio in queste presunte incompletezze che si ravvisa la bellezza della transitorietà.

Ben vengano le comodità moderne: luce, corrente elettrica, elettrodomestici in generale e tutto il resto. Ma con moderazione. Se, attraverso piccoli accorgimenti magari un po’ d’antan, riusciamo comunque a stare bene e a soddisfare varie necessità (e desideri!), perché non provarci?

A trarne vantaggio non è solo l’ambiente ma soprattutto siamo noi come persone. Uno stile di vita più semplice, più rivolto all’essenza e al cuore dell’essere e dell’esserci non può che ripagarci con quella serenità che, inutilmente, inseguiamo ossessivamente nelle tecnologie e negli eccessi.

Un elogio alla semplicità come via per iniziare a ritrovarsi.