In questa nuvolosa domenica di ottobre, un mese che sa di zucca, tisana alla cannella e incenso di Olibano, ripenso ai due mesi abbondanti che mi separano dall’ultimo articolo pubblicato. Un lasso di tempo in cui sono riuscita a ritagliarmi una vacanza rivierasca di cui avevo molto bisogno.

Atmosfere di riviera, tra l’Italia e la Francia.

La ricerca dedicata a Pearl Buck e al suo rapporto col Giappone non è ancora conclusa ma arriverà il seguito. Questa indagine, infatti, mi sta conducendo a incontri inaspettati, impreziositi da una serie sbalorditiva di coincidenze che tali non sono.
Ecco i rimandi all’introduzione, prima parte e seconda parte.

Oggi ho deciso, finalmente, di tirare fuori dal cassetto un altro mio racconto che pubblicherò a puntate. Qualcuno di voi forse ricorderà Le parole di Sho, un altro mio racconto dalle sfumature giapponesi come quello di oggi, pubblicato tempo fa in tre parti. Qui la seconda parte e qua la terza nonché ultima puntata.

Mi accompagnerà uno squisito hōjicha, un tè verde tostato, proveniente da Kyoto. Un gradito dono di L., una cara lettrice.

Veniamo a noi. O meglio, alla storia. La storia di Namio.

Namio – prima parte

Avrebbe voluto essere ovunque, ma non in quella stanza con suo padre. Chiudeva gli occhi, sospirava senza farsi sentire e mentalmente ricorreva ad un trucchetto che aveva imparato da bambino e che, col tempo, era riuscito a perfezionare: si concentrava sul torrente di parole critiche del padre, ignorandone il significato e convincendosi che fossero pronunciate in una lingua sconosciuta.  

Dall’esterno poteva sembrare che stesse ascoltando con particolare attenzione, ma in realtà era in esplorazione in un suo personalissimo dedalo di parole scomposte e suoni senza più alcun senso. 

Ogni tanto riapriva gli occhi, annuiva, abbozzava un sorriso e proseguiva il suo viaggio tra parole smontate e poi rimesse insieme con la colla del quieto vivere.

“Solo nel tracciare eleganti ideogrammi col pennello troverai le pure stille della bellezza e non in quegli inutili raccontini che scrivi e che mai nessuno leggerà!”.

Namio conosceva a memoria i rimproveri del padre che lo biasimavano, da quando era bambino, per essersi sempre ostinato a non seguire le orme sue e quelle del nonno, entrambi calligrafi e discendenti del maestro calligrafo e di cerimonia del tè, Shōkadō Shōjō. 

La sua infanzia e adolescenza erano trascorse nel timore della costrizione e nella ricerca di continui stratagemmi architettati per sfuggire, seppur solo occasionalmente, alle lunghe e tediose ore di pratica di calligrafia a cui il padre lo obbligava, sotto la guida sua oppure del professor Sakai. 

La madre, dal canto suo, cercava di mediare tra padre e figlio nel tentativo, spesso disperato e quasi patetico, di non contrastare apertamente la volontà del marito e al tempo stesso di proteggere il suo unico figlio dall’inutile convinzione che l’arte di famiglia dovesse essere portata avanti, volenti o nolenti. 

Hiroshi

Hiroshi era un padre autoritario, cosa di questo era pienamente consapevole e niente affatto dispiaciuto. Suo padre, a sua volta, lo aveva educato rigidamente abituandolo da quando aveva cinque anni alla dura disciplina del pennello ricordandogli, ogni giorno senza eccezione, che le attività favorite dagli stolti e dagli ignoranti erano il commercio, i lavori di manovalanza e la scrittura. Nei confronti di quest’ultima in particolar modo il disprezzo era incontenibile e Hiroshi aveva promesso a se stesso, il giorno in cui nacque Namio, che lo avrebbe tenuto alla larga da quella sciocca frivolezza che è lo scrivere storie. 

Ma Namio avrebbe presto manifestato proprio segni inequivocabili di un talento per la scrittura. Era quasi come se, inconsapevolmente, si fosse preparato per contraddire fin da subito il padre. 

Confortanti foschie

La valanga di parole dai suoni arbitrariamente mutati continuava e Namio stava ora passando al piano B. Si era tolto quei grossi occhiali da vista dalla montatura nera e, come suo solito, ne appannava le lenti alitandoci sopra per poi pulirle con un angolo della sua camicia verde tè. 

Senza occhiali Namio si sentiva ancora più in sintonia nel suo labirinto di suoni storpiati perché, venendo meno la vista, anche il volto perennemente severo e accigliato del padre appariva sfumato e come avvolto da un’improvvisa foschia, il che rendeva il genitore meno soffocante, meno reale. La sua miopia insorse nel periodo dello sviluppo ma, anziché detestarla, Namio l’accolse come un’amica, un’alleata che lo aiutava ad ovattare visivamente quel mondo di costrizioni. 

Consuetudini consunte

Il figlio, finito di pulirsi accuratamente gli occhiali, se li rimetteva aggiustandone con gli indici la posizione per poi alzarsi dalla sedia. La vista ritornava nitida e di conseguenza anche tutto quell’ambiente soffocante tornava ad essere reale. Si avvicinava al padre, ancora impegnato nel suo logorante sermoneggiare, per chiedergli di poter andare. Il padre, invariabilmente, rispondeva che avrebbero continuato dopo il discorso e che lui non si sarebbe mai stancato di indicare al figlio la giusta via da percorrere.

La giusta via da percorrere. “E la giusta via da percorrere sarebbe quella della costrizione?” borbottava fra sé e sé Namio, chiudendosi alle spalle la porta scorrevole di legno scuro della veranda da cui amava osservare in silenziosa contemplazione il giardino di famiglia. 

L’engawa

Rimaneva lì nell’engawa, il lungo corridoio esterno coperto che fa da ponte tra la casa e il mondo là fuori. Era la sua isola liminale. Gli piaceva quel luogo a metà perché lo allontanava fisicamente dallo studio del padre e, al contempo, lo proteggeva dall’incognito che lo attendeva una volta varcata la soglia.

Dopo ogni rimprovero e prima di ritornare alle sue cose di sempre, Namio faceva capolino in questo corridoio.

L’engawa era anche il luogo di un escapismo olfattivo. Era quello, infatti, lo spazio che sua nonna usava per i suoi esperimenti di essiccazione. Tra settembre e ottobre, ad esempio, la fragranza dolciastra degli hoshigaki, i cachi essiccati, permeava l’engawa: una poetica visione di frutti arancioni appesi a cordicelle bianche, in attesa che il tempo ne smussi l’acidità e il vigore cromatico per trasformarli in qualcosa di nuovo.

Una misteriosa consegna

Immerso nei suoi pensieri, Namio ad un tratto notò un pacchetto appoggiato sullo scalino. Era un piccolo parallelepipedo avvolto in una carta beige. Il pacchetto era legato, tutto intorno, con un cordino bianco sottile con cui il mittente aveva fatto un fiocchetto. Sulla parte alta della misteriosa scatola era raffigurata una camelia rossa che sembrava dipinta a mano: i petali cremisi erano spessi, quasi in rilievo. Pareva dovesse, da un momento all’altro, emergere dalla fantasia per entrare nella realtà.

Continua.