In questo maggio appena sbocciato, scrivo.
Scrivo seduta al tavolo di legno chiaro del 帰家道場 Kika Dōjō, il centro di meditazione della mia amica Rita dove sono ospite per qualche giorno, un po’ come se fossi in una specie di residenza artistica in cui ritrovare il filo delle mie ispirazioni.

Biancorosso Giappone in trasferta felino-artistica…al Kika Dōjō.

Sono qui, in questa sala dalla cui finestra scivola dolcemente la luce pallida di un cielo meteorologicamente vago. Intorno a me un silenzio spezzato ogni tanto dal cinguettio di uccellini, dall’abbaiare distante di un cane, dal ticchettio di un piccolo orologio e dallo sfrecciare in lontananza di qualche auto.

Ma qualche volta anche dal quasi impercettibile fruscio setoso dei passi di Amélie che mi viene a cercare.

Miao, fusa e silenzi: un codice di comunicazione sorprendentemente chiaro.

Un timido sole sta cominciando ad illuminare le facciate dei vecchi palazzi di primo Novecento che caratterizzano queste vie. Quegli stessi raggi, gradatamente sempre più disinvolti, svelano qualche frammento visivo di un giardino segreto che si intravede dal sopraluce di un portone grigio dagli ornamenti sobriamente liberty.

La mia mente vaga per un attimo fantasticando sulle possibilità di quel giardino nascosto. Un luogo che preserva il suo fascino proprio perché non liberamente accessibile. Chissà quali piante ospita gelosamente al suo interno? Chissà che fiori vi sbocciano? E ancora: chissà se c’è addirittura una panchina – o forse una piccola fontana il cui fluire dell’acqua, sempre uguale, scandisce incessantemente il tempo che scorre via?

Insomma, un primaverile e precollinare primo maggio torinese.

Istanti…al Kika Dōjō.

In questa stagione che cerca, ancora e nonostante tutto, di stupirci con i suoi trionfi floreali e volteggianti walzer pollinosi, per me diventa impossibile non fermarmi ad ammirare gli splendidi fiori che generosamente adornano Torino un po’ ovunque. Ci sono. Basta alzare lo sguardo e cercarli.

Un collage di fiori che ho incontrato in girula per Torino.

Giorni, dunque, di una quiete non assordante ma stemperata da quella morbida cornice di brusii cittadini sempre amabilmente…distanti. E in questi archi temporali riprendo a scrivere immergendomi profondamente nella lettura e rilettura di libri che desideravo riprendere.

Società e letteratura: letture e riletture al Kika Dōjō.

Il ritorno dei blog: pia illusione o prospettiva concreta?

Se penso alla lunga storia del mio blog quasi mi sembra incredibile che esista ancora. Dopotutto, Biancorosso Giappone è nato nel 2007 ovvero il periodo di particolare splendore in cui i blog erano davvero protagonisti di narrazioni vivaci, entusiaste, dinamiche e sincere perché slegate (tranne forse qualche eccezione divenuta poi la norma, ahimè) da finalità commerciali. Insomma, si scriveva perché si avevano storie da condividere. E una voce, indipendentemente dal fatto che potesse essere o meno conosciuta, veniva comunque ascoltata proprio perché aveva qualcosa da dire.
E benché di lì a poco i social media avrebbero fatto il loro esuberante e chiassoso ingresso nella quotidianità di molti, in quel periodo si era ancora in una fase un po’ innocente.

La blogosfera (compresi i forum di discussione) era la dimensione digitale del muretto, del giardinetto, della piazza, del cortile condominiale e di qualsiasi altro luogo di spontanea aggregazione umana in cui fiorisce la convivialità insaporita da un pizzico di quell’antico animo del cantastorie che in fondo risiede in ognuno di noi.

Si avevano esperienze da raccontare e le si raccontava. Ognuno con la propria penna, col proprio sapore descrittivo arricchito da un mélange distintivo di ironia e creatività.
Ogni tanto mi piace ricordare le grandi penne di quel periodo. Penne realmente prodigiose che lentamente sono svanite nell’oblio di un mondo che ha cominciato ad accelerare sempre di più.

Qualcuno sostiene che l’avvento pervasivo ed invadente delle intelligenze artificiali, assieme alla già capillare presenza radicata dei social, stia innescando un senso di rifiuto per questa logorante deriva di una comunicazione non più comunicativa. Si tratta di pia illusione? Non lo so ma voglio pensare che, anche in questa situazione, si possa ritornare di nuovo un po’ alla semplicità e all’autentico.

Sfuggenti Amarcord di blog che furono

Lo so, ne ho già scritto ma…ci ritorno sempre e volentieri nonostante l’inevitabile venatura malinconica che ossida il ricordo: il blog dell’ingegnere napoletano trasferitosi suo malgrado a Gurgaon, in India, da cui raccontava con irresistibile umorismo le sue disavventure e il suo complicato rapporto con gli indiani. Qualche tempo fa ero riuscita a ritrovare i suoi frizzanti e arguti scritti. Non ci potevo credere: c’erano ancora! Purtroppo non ho più memoria di quel link.

Poi i tanti blog, uno più appassionante dell’altro, di Niki Tesoroni con cui lei raccontava le sue straordinarie avventure di viaggio, di spiritualità e di vita in giro per il mondo, con un doloroso ritorno in Italia in seguito alla scomparsa di Dario, il suo amato marito.
Quel lacerante ritorno a casa come comune denominatore tra me e lei.
I suoi blog, uno per tappa, erano tributi ad una prosa colta ed avvincente in cui Niki ti trasportava nella sua dimensione molto distante ma anche molto riconoscibile, nella sua quotidianità in terre lontanissime dove però lei riusciva, da abile cuoca, a preparare una pizza fragrante oppure una magnifica pasta fresca artigianale. E più esotica la terra che l’accoglieva in quel momento più tutto profumava stranamente d’Italia…anche attraverso lo schermo.

I nostri cammini virtuali s’incrociarono quando lei e il marito gestivano un ristorante italiano in Nepal e il suo blog del periodo s’intitolava appunto Pasta e Nepal.
Un vecchio articolo del quotidiano The Himalayan Times ricorda loro e quel ristorante – il Mamma Mia – gestito con così tanta, tanta fatica.

Ricordo Niki al suo ritorno, straziata e indebolita però con ancora una flebile fiammella che ardeva e che tentò in tutti i modi di alimentare: un progetto editoriale di cucina medicinale tibetana, disciplina a cui il marito aveva dedicato molte energie attraverso lunghi studi e valorizzanti tête-à-tête con studiosi del campo.

Ma Niki, al termine di ogni loro soggiorno in giro per il mondo, cancellava inesorabilmente il blog ad esso collegato. Era come se volesse dare ai suoi scritti una voluta impermanenza che ricorda quelle delle parole tracciate sulla battigia: possono essere le più belle e più sincere ma prima o poi arriverà l’onda e livellerà ineluttabilmente ogni cosa.

Ad un certo punto però, mentre il tutto sembrava prendere faticosamente forma, ecco che scomparve il sito. E con esso svanì anche Niki. L’onda, ancora una volta.

E il blog di un’allora esordiente Laura Imai Messina che frequentava piuttosto assiduamente Biancorosso Giappone e le cui visite ricambiavo con piacere. Dopotutto, scrivevamo entrambe con passione di cose giapponesi e vantavamo un’appartenenza ad una grande comunità senza confini di chi aveva semplicemente qualcosa da raccontare.

Scrivere…per esserci

Mi lascio la parentesi nostalgica alle spalle e continuo a scrivere, nonostante a volte mi chieda se abbia senso continuare a farlo. C’è qualcuno che ancora mi legge? C’è qualcuno che ancora apprezza i ritmi lenti dei blog con le loro storie che sgorgano da un vissuto o dall’estro di ancora sa navigare tra i labirinti della fantasia e dell’immaginazione?

Per il momento sono qui e dunque, scrivo.

Ci rileggiamo al prossimo articolo dove, per l’occasione, tornerò in cucina.