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Pagine Noh

Splendide pagine Noh

Sulla scia anche cronologica del mio Pagine Meiji di qualche tempo fa, ritorno a perdermi in dedali di parole passate.

Però questa volta mi lascio alle spalle i banchi di scuola e, in punta di piedi, mi dirigo verso quel gioco quasi onirico di luci e ombre, di suggestioni e di evanescenti allusioni del teatro Noh.

Una delle maschere del teatro Noh chiamata 小面 Ko-omote, nonché simbolo storico di Biancorosso Giappone.

Cos’è il teatro Noh?

Nel ricchissimo panorama artistico giapponese, il Noh (conosciuto altresì come Nō o Nōgaku, termini il cui significato comune e principale è quello di abilità o abilità artistica) si configura come un genere teatrale risalente al periodo intorno al XIV secolo d.C., nonché risultato dell’evoluzione e fusione di forme di teatro più antiche tra cui il 田楽 Dengaku e il 猿楽 Sarugaku. Il Dengaku, letteralmente musica dei campi, era un genere di musiche e danze a carattere ritualistico e propiziatorio con cui la gente del tempo cercava di ingraziarsi divinità agresti affinché queste, secondo determinate credenze, concedessero stabilità e abbondanza nei raccolti. Il Sarugaku, letteralmente musica delle scimmie, era invece un tipo di spettacolo introdotto in Giappone dalla Cina nel periodo Nara (710-794 d.C.). e accoglieva al proprio interno arti acrobatiche, danza e mimica. Insomma, una sorta di antenato del circo.

Sarugaku e Dengaku, due delle forme d’intrattenimento nonché basi di quel fertile humus artistico che in seguito favorì la nascita del teatro Noh. L’immagine, rintracciabile qui, appartiene all’archivio della 国立国会図書館 Kokuritsu Kokkai Toshokan, ossia la Biblioteca della Dieta Nazionale del Giappone.
I padri fondatori del teatro Noh: Kan’ami e Zeami. Simpatica immagine tratta dal blog di Angya.

Verso la metà del XIV secolo, Kan’ami e suo figlio Zeami, entrambi attori e drammaturghi, misero a punto la teoria del Noh codificandone tecniche, canoni e segreti attraverso una serie di trattati ancora oggi considerati essenziali. In questa loro opera di regolamentazione, Kan’ami e Zeami seppero fondere abilmente elementi del Dengaku e Sarugaku con quelli della società samuraica e della cultura buddista zen riuscendo così a conferire uniformità, signorilità ed elevatezza ad una forma artistica che continua ancora oggi nella sua missione incantatrice.

Chi fosse interessato ad approfondire, consiglio la lettura de Il segreto del Teatro Nō di Zeami Motokiyo, edito in Italia da Adelphi, che riunisce i più importanti scritti del figlio di Kan’ami. Zeami non scrisse questo trattato con intento divulgativo ad ampio raggio; al contrario, desiderava rimanessero nella stretta cerchia dei discendenti della sua famiglia in quanto preziosa raccolta di veri e propri segreti professionali. Questi scritti restarono infatti avvolti nel mistero di una riservatezza iniziatica per molti secoli e fu solo all’inizio del Novecento che questi vennero alla luce e cominciarono ad essere oggetto di studio accademico.

Il concetto di Hana

È impossibile avventurarsi nell’intricata quanto ammaliante dimensione del teatro Noh senza prima o poi trovarsi a cercare di cogliere il senso profondo del concetto di fiore, o 花 Hana, teorizzato da Zeami.

Un’idea complessa e sfuggente che però si potrebbe tentare, seppur goffamente, di incapsulare in poche e limitanti parole: la manifestazione sul palco di uno stato di grazia dell’attore in cui s’incontrano, in una condizione d’armonia, il suo spirito e l’energia che da esso riverberano.

È quel fenomeno per cui a volte grandi attori, del cinema o del teatro, ci sembrano soavemente essere un tutt’uno con il ruolo che interpretano. Come se l’imperatore sul palco fosse davvero il sovrano in persona e non un attore che semplicemente finge.
E davanti al manifestarsi del fiore noi spettatori restiamo quasi senza fiato.

Immagine di proprietà di GaijinPot.

Zeami, però, ci mette in guardia dal confondere il falso fiore, dato dalla freschezza e giovinezza dell’attore, dal vero fiore come frutto di uno sforzo artistico consapevole.

E quella segretezza dei contenuti che Zeami tentò di proteggere era, secondo il drammaturgo, alla base della magia del fiore: se l’essenza di Hana fosse stata svelata liberamente questa non avrebbe avuto più effetto poiché è nella sua inaspettatezza che risiede il suo incanto.

Ma in cosa consiste questo Noh?

Per letture più approfondite e certamente più autorevoli, vi rimando ad esempio al sito ufficiale: The-Noh.com .

Nel suo processo evolutivo, il Noh ha acquisito una sua originalità che lo annovera tra le cosiddette arti autoctone come ad esempio il Kyōgen 狂言 (a cui farò cenno a breve), il formidabile teatro delle marionette noto come Bunraku 文楽 e il celebre Kabuki 歌舞伎.

Un attore di Noh. Immagine di Illust AC.


Queste arti visive hanno come comune denominatore la rappresentazione del cambiamento sociale del Giappone, da un punto di vista politico e culturale. Il Noh e il Kyōgen appartengono ad un’epoca in cui l’influenza cinese era ancora prevalente mentre Bunraku e Kabuki sono frutto del periodo di lungo isolamento del Giappone cioè tutto il Periodo Edo, dal 1600 (battaglia di Sekigahara) al 1868 (Restaurazione Meiji).

Allegoria e mimesi

Comunque sia, aderiscono tutte fedelmente ai principi della drammaturgia asiatica che predilige un racconto attraverso simbolismi ed allegorie quindi in netta contrapposizione all’approccio aristotelico della mimesi che invece caratterizza il teatro occidentale. Insomma, interpretazione allegorica da una parte e imitazione della realtà dall’altra.

Nell’immagine: La danza della gru. Momento di particolare emozione nel corso dell’opera Noh intitolata 鶴亀 Tsurukame (Gru e Tartaruga), ambientata nella Cina sotto la dinastia Tang (VII-X secolo d.C.). In occasione dei festeggiamenti per l’anno nuovo, viene annunciato l’ingresso in pompa magna dell’Imperatore al Palazzo della Luna. Ecco dunque che hanno inizio delle danze i cui protagonisti sono due animali ben auguranti nella mitologia asiatica: la gru e la tartaruga. I due amati animali danzano per augurare lunga vita all’Imperatore il quale, in questa gioiosa atmosfera di musica e balli, si unisce a loro nei festeggiamenti prima di ritirarsi e ritornare al Padiglione di Vita Eterna. Foto di un piccolo dipinto di mia proprietà acquistato a Tōkyō.

Sono proprio le atmosfere oniriche e allegoriche del Noh, abitate da personaggi ieratici che si muovono con movimenti precisissimi e col caratteristico passo strascicato (il すり足 suri-ashi di cui trovate un breve esempio qui), le maschere che cambiano espressione in base ai giochi di luci ed ombre abilmente manovrati dallo shite – l’attore principale che salvo rarissime eccezioni è l’unico a cui è concesso il privilegio di indossarle, musiche di flauti e solenni ritmi di tamburi, i suoni gutturali dei canti utai a rendere questa forma teatrale unica e affascinante.

Non è un caso, infatti, che nel 2008 il Noh sia stato annoverato tra i patrimoni culturali immateriali dall’UNESCO.

Il modello del dramma Noh e la vivacità dell’intermezzo Kyōgen

Gli spettacoli di Noh un tempo potevano durare molte ore poiché composti da numerose rappresentazioni inframezzate da momenti di Kyōgen ossia interludi comici; questi servivano a divertire e quindi ad alleggerire l’inevitabile austerità dell’atmosfera creata dal Noh. Il Kyōgen 狂言, termine che significa letteralmente parole di follia, consiste in brevi intermezzi volti a divertire il pubblico. Al giorno d’oggi una giornata al Noh non dura più così tanto ma offrirà comunque il momento effervescente di umorismo che saprà stemperare la tensione solenne e quasi ritualistica del Noh.

Un momento di irresistibile comicità del Kyōgen. Foto di proprietà di Kawanishi Yoshiki.

I drammi del Noh raccontano vicende attinte principalmente dalla letteratura classica e dalle leggende, con temi come l’amore non corrisposto, la vendetta, la malinconia legata al passare del tempo e quindi l’inesorabilità della vecchiaia. Essi rivelano ai nostri occhi la natura effimera della realtà attraverso costumi elaborati, gesti ben studiati, metafore e oggetti simbolici (basti pensare all’onnipresente ventaglio che, all’occorrenza, può diventare una scodella, un pennello da calligrafia, una capanna ma può anche rappresentare stilizzatamente delle emozioni oppure alludere a luoghi lontani, ai movimenti del vento e delle onde e molto altro).

Fotografia proveniente dalla collezione del Museum of Fine Arts di Boston.

I drammi del Noh rispettano in linea di massima un modello che tende ad articolarsi nel seguente modo: una scena di apertura in cui compare un viandante, quasi sempre un monaco (chiamato ワキ waki, cioè l’attore secondario), il quale giunto a destinazione incontra una persona del posto (lo シテ shite ossia l’attore principale) da cui si fa raccontare la storia di quel luogo. Ad un certo punto, quasi invariabilmente, il personaggio che avrà raccontato la storia di quelle terre rivelerà di essere il protagonista della vicenda narrata. Lo shite generalmente esce di scena lasciando da solo il waki sul palco, per poi rientrare successivamente mostrando le sue vere sembianze. Spesso, infatti, lo shite rivela di essere lo spirito o il fantasma di un guerriero, ad esempio. Seguono delle danze che rappresentano alcuni momenti salienti della sua vita. Il dramma si conclude con il viandante che, al risveglio da un sonno profondo, si rende conto di aver vissuto un sogno.

Hiroko-san e la sua prontezza

In un afoso pomeriggio della scorsa estate Hiroko-san era tornata nella sua casa di famiglia, quella che i giapponesi chiamano 実家 jikka, a Ōsaka. Il ritmico frinire incessante delle cicale incorniciava quell’aria pesante e umida che sapeva di legno, muffa e salsa di soia. Era arrivata il giorno precedente. Era primo pomeriggio e, dopo un rinfrescante pranzo a base di morisoba alla locanda Sarashina, proprio in fondo alla strada prima della stazione, Hiroko-san aveva deciso di sdraiarsi sul tatami nella sua stanza, davanti al piccolo ventilatore, quel vecchio Koizumi un po’ cigolante, con le pale color verde salvia, che era sicuramente più vecchio di lei ma che ancora svolgeva egregiamente il proprio compito refrigerante. Hiroko era lì, in compagnia di un bel bicchiere di mugicha ghiacciato. Aveva bisogno di riposarsi e, chissà, magari avrebbe anche schiacciato un pisolino. D’altronde, quello era il luogo dove più di ogni altro riusciva a rilassarsi completamente.

Viveva in Italia già da molti anni, nella riviera ligure di Ponente, luogo che aveva scelto proprio per la bellezza e la tranquillità rivierasche che sperava potessero aiutarla a ritrovare un suo equilibro di pace anche a così tanta distanza dal Giappone. Una sorta di giusto e balsamico compromesso per affrontare l’emozionante ma anche sempre dolorosa condizione dell’espatriato. In effetti era molto orgogliosa della sua scelta e non avrebbe barattato la sua residenza ligure per nessun’altra città italiana.

Però la sua casa a Ōsaka era il suo luogo del cuore per definizione. Era la sua jikka, dopotutto. La sua vera casa.

Il Koizumi continuava instancabilmente a mandare sbuffi d’aria, un po’ di qua e un po’ di là. Hiroko aveva bevuto quasi metà del suo mugicha, in quel bicchiere molto retrò con tanti piccoli girasoli disegnati e in cui si erano rapidamente sciolti i cubetti di ghiaccio, quando appoggiò il capo su un piccolo cuscino giallo e cominciò a chiudere dolcemente gli occhi. La stanchezza del viaggio e le tante emozioni di quelle ore avevano avuto il sopravvento.

“Hiroko!!”.
“Hiroko!! Dove sei?”.

Hiroko aprì gli occhi e, nel frastornamento del risveglio da un sonnellino pomeridiano, ci mise un po’ a orientarsi. Per un attimo le sembrò quasi di essere nella sua casa nel savonese ma il canto sconsolato delle cicale, il ronzio metallico del vecchio ventilatore e le note in lontananza di una melodia enka con la voce struggente di Sayuri Ishikawa mentre canta la sua 津軽海峡冬景色 Tsugaru-kaikyō fuyugeshiki le ricordarono che era tornata a casa.

“Sì, mamma! Arrivo!”.

Sua madre, la signora Yoshiko, la chiamava dalla sua camera.

Hiroko si stiracchiò e, dopo un paio di sbadigli, si alzò e si sistemò i capelli in un veloce codino. Prima di andare dalla madre però si guardò intorno, come se fosse ancora vittima dell’incantesimo del sogno, e posò lo sguardo amorevolmente sui tanti oggetti che avevano sempre reso quella casa la sua casa: la cassettiera tansu della zia Noriko, l’orologio a pendolo che suo padre aveva acquistato a Kamakura, la collezione di volumi di mukashi-banashi che le avevano regalato quando frequentava la scuola elementare.

Quanti ricordi. Come farò mai ad andarmene da questo posto, ancora una volta? – sospirò Hiroko, sopraffatta da quel senso di gioia del presente già guastato da una punta di nostalgia futura.

Una volta giunta nell’altra stanza, Hiroko trovò sua madre impegnata in un’attività di riordino del suo armadio da cui continuava a tirare fuori oggetti di ogni sorta: abiti smessi, furoshiki sbiaditi, souvenir, suppellettili varie e riposte con la promessa del quando servirà saprò dove trovarlo.

La signora Yoshiko però, senza troppi indugi, aveva già messo da parte molte cose che – a detta sua – avrebbe buttato via senza troppi ripensamenti. D’altronde, le case, coi loro spazi talvolta segreti, promettono di custodire i nostri averi riuscendo in certi casi però a inghiottirli e farli sparire chissà dove. E allora ecco che arriva il giorno in cui riemergono cose che non ricordavamo più neppure di possedere.

“Dai, dammi una mano a portare giù quello scatolone!”, disse la signora Yoshiko a Hiroko, indicandole una grossa scatola di cartone bianca che, a giudicare dalle scritte, era stata usata in precedenza per trasportare dei mandarini.

Hiroko, incuriosita dal contenuto della scatola, vi si avvicinò con l’intento prima di tutto di sbirciare al suo interno.

“È tutta paccottiglia che sono stufa di avere in casa. È davvero incredibile quanta roba si riesca ad accumulare negli anni.”

In effetti, non sembravano esserci cose particolarmente interessanti nello scatolone: vecchi indumenti, due flaconi di profumo ormai vuoti, pile di giornali dalle pagine ormai ingiallite e incollate, volantini di negozi non più in attività da tempo, il corso d’inglese in CD-ROM che la madre aveva regalato alla figlia più piccola, delle bambole fatte a mano da chissà chi, un set di asciugamani mai usato ma avvizzito dal tempo, ninnoli e altre cianfrusaglie.

Però, guardando bene tra quella pila di vecchie riviste, Hiroko notò qualcosa con una copertina diversa da quella dei giornaletti ingialliti. Vide infatti un angolo di carta d’altri tempi:

Appoggiò lo scatolone per terra e, non riuscendo a resistere alla curiosità, volle andare a fondo.

“Mamma, ma questi non puoi buttarli!!” esclamò Hiroko dopo aver tirato fuori dallo scatolone due volumetti molto speciali.

“Sono di tanto tempo fa. Ormai…” rispose la signora Yoshiko con un sorriso diluito da una goccia di malinconia.

I libriccini che emersero dallo scatolone e che Hiroko, grazie alla sua prontezza, riuscì a salvare dal macero erano questi:

Due libretti di drammi Noh, risalenti rispettivamente al 1933 e al 1942.

Ramoscelli di susino e vendette

È certamente curiosa la coincidenza nippo-ligure che continua a ripresentarsi: prima con l’incontro, per giunta nel savonese, con Lydia Origlia e poi coi miei giorni sulla riviera di Ponente in cui trovai tracce di Giappone (che potete leggere qui). Pare che nulla – ma proprio nulla – avvenga per caso.

Ho conosciuto Hiroko qui in Italia, dapprima attraverso una corrispondenza. Era già tornata dalla sua vacanza a Ōsaka e dalla permanenza nella sua amata jikka. Dell’amicizia con Hiroko magari vi racconterò in seguito ma, venendo a sapere di questi libricini, rimasi senza parole dall’emozione!

E Hiroko, cogliendo questo mio sentimento, mi fece dono di entrambi.

I testi dei drammi scritti in elegantissima calligrafia.

Il primo dramma è: 「夜討曽我」Yōchi Soga, tradotto come Vendetta notturna dei fratelli Soga. Il libretto è del 1933. Eccolo qui:

Dramma Noh: Yōchi-Soga. Libretto stampato nel giugno dell’ottavo anno Shōwa ossia nel 1933.

Il dramma Yōchi-Soga fu scritto tra il XV e il XVI secolo dall’attore, musicista e drammaturgo Noh, Miyamasu Yazaemon Chikakata.

Yōchi-Soga racconta la vicenda di due fratelli, Jūrō Sukenari e Gorō Tokimune, intenti a vendicare la morte del loro amato padre avvenuta per mano di un certo Kudō Suketsune. Decidono quindi di partecipare ad una battuta di caccia organizzata dallo shōgun Minamoto no Yoritomo ai piedi del Monte Fuji dove sarà presente anche l’uomo che intendono assassinare.

Il prezioso volume del dramma Yōchi Soga, con la tradizionale rilegatura 和綴じ watoji di cui ho scritto qui.

L’unica preoccupazione dei due fratelli è la loro anziana madre che vive nel viaggio di Soga. Sanno perfettamente che la loro decisione li porterà a morte certa e che questo causerà dolore immenso alla loro amata madre ma ormai non è più tempo di ripensamenti. Incaricano dunque i loro servitori affinché ripartano alla volta di Soga e portino alla madre la triste notizia unitamente ad alcuni oggetti appartenuti ai figli. I servitori, obbedienti e fedeli al codice d’onore samuraico, dichiarano di non poter andare a Soga e di voler restare al fianco dei loro signori anche a costo di rimetterci la loro stessa vita. Questa loro resistenza, sebbene apprezzata viene immediatamente respinta: se dovessero disobbedire a quest’ordine, saranno prontamente diseredati.

Un brano tratto da Yōchi Soga.

Ai servitori non resta altra scelta se non quella di eseguire gli ordini. E così si incamminano verso Soga.

Quella stessa notte i due fratelli uccidono Kudō Suketsune e affrontano in battaglia i guerrieri al servizio dello Shōgun. Jūrō è il primo dei fratelli a morire seguito, poche vicissitudini più tardi, da Gorō.

Il secondo dramma, invece, s’intitola 「箙」Ebira che è la faretra dell’arciere. Eccolo:

Dramma Noh Ebira, stampato nel febbraio del diciassettesimo anno Shōwa ovvero nel 1942.

Ebira fu scritto nel XIV secolo da Zeami in persona.

Delle due opere, Ebira è la mia preferita e, guarda caso, era tra i drammi più richiesti durante il Periodo Edo.

Il dramma Ebira segue molto fedelmente il modello classico, già descritto in breve.
Racconta di un monaco in viaggio verso Kyōto che si ferma nei pressi del fiume Ikuta, nell’attuale Prefettura di Hyōgo, nella regione del Kansai. Nelle vicinanze nota un susino in fiore e, mentre ne ammira la notevole bellezza, passa di lì un uomo a cui il monaco chiede il nome esatto dell’albero. L’uomo risponde dicendogli che si chiama 箙の梅 Ebira no ume ossia il Susino della faretra.
Il monaco, incuriosito dal nome di quella pianta, chiede all’uomo di raccontargliene l’origine. L’uomo spiega che, al tempo della guerra tra i clan Heike e Genji per il controllo del Giappone (eventi risalenti al XII secolo d.C.), nei pressi del fiume Ikuta un guerriero di nome Kajiwara no Genda Kagesue infilò un ramoscello di susino nella sua faretra dopodiché lottò con grande coraggio.

L’illustrazione del ramoscello di susino accanto alla katana del guerriero.

L’uomo prosegue descrivendo nel dettaglio alcune scene di questa battaglia e nel frattempo cala la sera.
Il monaco chiede se nelle vicinanze ci sia una locanda dover poter alloggiare ma è allora che l’uomo confessa di essere il fantasma del guerriero Kagesue. Prima di scomparire di scena, il fantasma invita il monaco a pernottare sotto il susino.

Nel cuore della notte, mentre il monaco riposa, appare improvvisamente un giovane guerriero con un ramoscello di susino nella faretra. Il monaco si sveglia e gli domanda chi sia. Il giovane dice di essere il fantasma di Kagesue. Ed è in questo momento che si impegna a descrivere la battaglia che ebbe luogo il giorno in cui infilò il ramoscello di susino nella faretra. E mentre è impegnato a descrivere il suo incontro col nemico, spuntano i primi chiarori dell’alba che segnala il risveglio del monaco e la consapevolezza che era stato tutto un sogno. Il monaco però ricorda che il fantasma di Kagesue, nel sogno, prima di svanire, gli chiese una sorta di benedizione per l’anima prima di sfumare per sempre.

Qui potete vedere una rappresentazione Noh particolarmente suggestiva del dramma Ebira, del 2022, svoltasi a Kamakura in un tardo pomeriggio piovoso di ottobre. Lo spettacolo vero e proprio inizia intorno al minuto 3:31 poiché è preceduto da un rituale shintoista dal momento che la rappresentazione ha luogo presso un santuario. La pioggia accompagna il dramma, accentuandone il fascino e quell’alterità metaforica che è irresistibile marchio distintivo del raffinatissimo Noh.

Tutti i testi su Biancorosso Giappone sono originali e frutto del mio intelletto, ricerche e traduzioni. Non uso software di intelligenza artificiale né per la creazioni dei testi né delle immagini che sono tutte di mia proprietà, salvo ove precisato diversamente.

Tracce giapponesi in Liguria

Scrivo questo primo post dell’anno in una domenica di febbraio. Anche febbraio, con la sua caratteristica brevità, è prossimo a concludersi.

Tracce giapponesi in Liguria.

Due sono state le spinte che mi hanno incoraggiata a scrivere, uscendo da questa impasse creativa.

Divincolarsi dall’impasse

Il primo sprone è stato l’incontro, forse non fortuito, con questo modo di dire giapponese:

「思い立ったが吉日」omoitatta ga kichijitsu.

Significato non letterale: il momento migliore in cui agire è ora.

Il secondo incoraggiamento mi arriva da una riflessione del filosofo sudcoreano Byung-chul Han che riporto verbatim dal suo libro intitolato Contro la società dell’angoscia.

Byung-Chul Han
Riflessione di Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano.

Ora più che mai è vitale cercare attivamente questi spazi di manovra in cui esprimersi. Non si può e non si deve soccombere al turbinio fagocitante di un’informazione che viaggia sempre più rapidamente, portando dietro sé quantità via via crescenti di detriti.

Rallentare il passo

In questa baraonda di informazioni veloci, i rischi all’orizzonte sono l’appiattimento della comprensione e l’azzeramento della propria espressività. Una bulimia di dati che non consente un’assimilazione ragionata e armonica: un pensiero profondo necessita una decantazione lenta. Forzare i tempi conduce inevitabilmente all’approssimazione e infine ad una mescolanza indefinita in cui nessun colore è più lo stesso.

Il risultato è un’accozzaglia di tanti brandelli di pensieri non sviluppati, di idee monche o ingarbugliate. Questa confusione genera uno smarrimento continuo che si cerca invano di risolvere continuando ad annaspare in un oceano di protagonismi, modelli effimeri, palcoscenici vanesi approntati alla bisogna, devianze, distorsioni. E infine, tragicamente, indifferenza.

Dunque, ecco i nostri occhi ipnotizzati davanti a questo flusso inarrestabile di video, reel, immagini che facciamo scorrere apaticamente col dito, in quella sorta di credulo torpore che anestetizza il ludopatico davanti all’illusione che la prossima mossa sarà quella vincente. Il dito fa scorrere con freddezza video dopo video, reel dopo reel, mentre il cervello non riesce più a distinguere cosa è autentico, cioè prodotto da un’intelligenza umana mossa da sentimento, e cosa invece è frutto di sofisticati artifici.

Un’indifferenza che divora ogni indignazione e permette di guardare la recensione dell’ennesima carabattola di Shein o Temu con la stessa imperturbabilità con cui assistiamo alle immagini di un genocidio.

Il baratto dell’empatia e della solidarietà che Byung-Chul Han ha ben inquadrato nelle sue considerazioni più che mai attuali.

Rallentiamo il passo. Riprendiamoci i nostri spazi di condivisione della creatività e della nostra irripetibile impronta.

Allora ricomincio da qui, cogliendo l’occasione per raccontare di tracce giapponesi in Liguria.

Giorni liguri

Una veduta della riviera di Ponente, a Santo Stefano al Mare (Imperia). Gennaio 2025.

I miei giorni liguri, trascorsi fra dicembre e gennaio in provincia di Imperia, sono stati un momento di riposo, svago e anche scoperta!

Un tardo pomeriggio, in una spensierata esplorazione in un caotico negozio di tre sorelle rigattiere nell’imperiese, mi sono lasciata trasportare dal fascino che questi luoghi emanano.

Era una sorta di magazzino nascosto all’interno di un cortile. L’esterno prometteva al curioso visitatore mille possibilità intravedibili fra file di cappotti, servizi di piatti, bambole, foulard, mobili e montagne di libri. Molto, infatti, era ammonticchiato davanti all’ingresso, come una sorta di scompigliato biglietto da visita.

Questi posti profumano di paradosso: hanno l’odore del tempo che si è fermato e quello di vita. Anzi, tante vite vissute, ognuna chissà come e da chi. Sanno di stasi e di vitalità al contempo, di futuri ormai passati e di passati possibilmente futuri.

Su vecchi tavoli in formica anni Sessanta, pile di piatti scompagnati che un tempo devono aver abbellito le tavole di qualcuno. Appoggiati ad una parete, quadri nati dall’immaginazione speranzosa e stanca di qualche artista condannato, forse ingiustamente, a rimanere nell’ombra.

T-shirt in onore di grandi gruppi musicali del passato, possibili acquisti agognati in occasione di un concerto. Coperte di ogni forma, colore, dimensione e tessuto: da quelle in lana spessa e pungente un po’ militaresca a quelle calde, soffici a quadri multicolori, fatte ai ferri da mani pazienti e operose.

Elaborati centrini come testimonianza di una meticolosa artigianalità ormai, credo, scomparsa. Si rimane esterrefatti davanti alla preziosità di intricati manufatti del passato che coniugavano pazienza, talento, passione, devozione, tradizione e senso del bello.

Tracce inaspettate

La mia attenzione fu catturata subito, però, dai libri. Essi, soprattutto se vissuti, hanno sempre il potere di risvegliare la mia curiosità, indipendentemente dal tema trattato.

Imponenti tomi d’arte classica – e che ho immaginato essere stati parte di qualche autorevole collezione privata – si avvicendavano a romanzi ambientati in Liguria. Alcuni testi di letteratura inglese inframezzavano, in modo imprevedibile, volumi di oscure collane.

Ad un certo punto, i miei occhi intravidero un angolino di una copertina curiosa. Non avevo idea di cosa si trattasse ma qualcosa mi diceva che c’entrava il Giappone. L’indizio: pennellate irregolari dorate su una copertina arancione che richiamavano alcuni decori delle pregiate e antichissime carte di Echizen 越前和紙 (Echizen-washi) la cui tecnica, narra la leggenda, sia stata tramandata alla popolazione locale più di millecinquecento anni fa da una misteriosa principessa poi scomparsa nel fiume. Un dono di conoscenza che l’enigmatica figura fece alla gente di Echizen, nell’attuale prefettura di Fukui, poiché sprovvisti di risaie con cui guadagnarsi da vivere.

Donne di Echizen impegnate nella realizzazione della loro pregiata carta. Fonte immagine.
La misteriosa figura che, secondo la leggenda, avrebbe insegnato alla gente di Echizen a realizzare una carta speciale, prima di svanire nelle acque dello Hinogawa. Questa figura viene chiamata 川上御前 Kawakami-gozen ossia la nobile dama a monte del fiume. Fonte immagine.

Dal Giappone a Venezia…a Imperia!

Un rimando ad un mio scritto di ricordi veneziani, incastonati nella serie colpevolmente incompleta dedicata a Pearl S. Buck è qui.

Con delicatezza, ecco sfilato un esile libro dalla morsa decisa dei maestosi, quanto polverosi, volumi tutt’intorno. Il mio sguardo individua subito il titolo bilingue, giapponese e italiano, e avverto una stretta al cuore!

Il titolo: 「日本伝統・現代工芸手工芸ヴェニス展」Nihon dentō gendai kōgei shukōgei venisu-ten. Mostra dell’artigianato giapponese tradizionale e contemporaneo a Venezia.

Retro del volumetto

Il libro, stampato in Giappone nel 1980, fu realizzato in occasione di un’importante mostra svoltasi tra il maggio e il giugno dello stesso anno, a Ca’ Vendramin Calergi, a Venezia. Un elegantissimo edificio della tradizione architettonica rinascimentale veneziana, a quanto pare in utilizzo, oltre che come spazio espositivo, dal 1946 anche come sede secondaria del Casinò di Venezia.

Ebbene, l’atteso evento fu patrocinato dall’Ambasciata d’Italia in Giappone e dall’Ambasciata Giapponese in Italia, sotto gli auspici di Mario Rigo, l’allora sindaco di Venezia e Boris Biancheri, il neo-ambasciatore italiano a Tokyo di quell’epoca.

Curiosando tra le pagine

A me questi incontri sembrano sempre tutto fuorché mere coincidenze. Sapevo che avrei dovuto acquistare questo catalogo perché, al di là di un possibile valore economico a cui non sono interessata, è un tassello del mio tortuoso percorso. Un pezzo del mio personalissimo rompicapo che ha il Giappone come costante fil rouge.

L’ambasciatore Biancheri, nel suo messaggio istituzionale d’introduzione al catalogo, sottolinea con comprensibile orgoglio, l’impegno divulgativo artistico in cui la città di Venezia era promotrice ai tempi. Infatti, spiega Biancheri, solo due anni prima la città lagunare ospitò, sempre a Ca’ Vendramin Calergi, una prestigiosa mostra dedicata a ben duecentocinquanta pittori giapponesi contemporanei!

La mostra per la quale vennero stampati questi cataloghi, invece, aveva come punto focale oggetti del ricco artigianato giapponese.

Nello sfogliare le pagine patinate e leggermente ingiallite del libro, si possono ammirare foto in bianco e nero degli oggetti che occhi veneziani (e non!) ammirarono in quella primavera-estate del lontano 1980.

Delicate bambole kimekomi; vasi in maiolica di Bizen; preziosi kimono raffiguranti decori simbolici come elementi botanici, case di campagna, volatili; bambole kokeshi di Naruko; borse e sandali con insolite scritte in sanscrito; tazze per la cerimonia del tè, realizzate secondo varie tecniche; bizzarre composizioni di ikebana prodotte con fiori artificiali; bambole di carta; maschere del teatro Nō.

Salta all’occhio il ricco assortimento di bambole presenti in questa mostra.

Toshifumi Magori, direttore del Club degli Amici dell’Europa e delle Arti, nel suo messaggio presente nel catalogo, si compiaceva dell’entusiasmo del sindaco Mario Rigo e dell’intera Municipalità per l’arte giapponese. Dalle sue parole emerge quanto effervescente fosse l’ambiente artistico veneziano di quegli anni, immerso in un percorso di scoperta e apprezzamento guidato da nipponisti di alto calibro che erano già vanto della Serenissima di allora.

Tra i nomi prestigiosi che compaiono nel comitato d’onore troviamo quello della stimata Prof.ssa Adriana Boscaro, venuta a mancare nell’agosto del 2022. Massima conoscitrice e divulgatrice di Jun’ichirō Tanizaki in Italia.

La traduzione dal giapponese all’italiano del catalogo fu, invece, affidata a una figura finita nell’ombra: il Prof. Federico Barbaro, traduttore e salesiano originario di Cimpello, in provincia di Pordenone. Barbaro fu missionario in Giappone negli anni Trenta e poi direttore negli anni Cinquanta della casa editrice salesiana Don Bosco Sha, proprietaria di importanti riviste di divulgazione cattolica in Giappone.

Federico Barbaro oggi viene ricordato per aver curato l’edizione in giapponese moderno popolare (kogo 古語) della Bibbia.

Ricomponendo il mio rompicapo

Non so nulla della storia di questo volumetto: chi fosse il suo primo proprietario, come e dove lo avesse acquistato. Forse era uno dei veneziani appassionati di arte giapponese? O magari era un ligure innamorato del lontano Oriente? O forse ancora un emozionante sguardo in un mondo esotico che qualche colta dama avrà voluto per la propria biblioteca?

Non credo avrò mai risposte a queste domande. Ma non importa. D’altro canto, i libri spesso vivono vite una dietro l’altra, con concatenamenti non sempre visibili ad occhio nudo.

Ora è nella mia di biblioteca e rappresenta un tassello del mio rompicapo. Forse, chissà, un giorno ricomporrà il rompicapo di qualcun altro.

Acquistai il volumetto dalla copertina che mi aveva subito ricordato la carta di Echizen e, uscendo dal microcosmo dinamico e statico di quel negozio, i miei occhi videro il cielo imperiese ormai blu notte.

Amicizia con un cuore artistico

Mi piace paragonare il percorso di una vita umana a quello che compie l’alpinista mentre, col cuore e il corpo imbevuti di speranza e forza, affronta la strada che ha davanti a sè, senza tirarsi indietro.

Indubbiamente l’inizio della sua scalata è pregno di emozioni quasi esaltanti, trepidazione, grande ed elettrizzante ansia, ma man mano che procede questi sentimenti periodicamente scemano lasciando il posto alla stanchezza, al dolore, forse alla rabbia, alla paura, alla voglia di arrestarsi.

Però si continua perchè si deve, perchè non c’è altra strada da seguire se non quella che – con occhi traboccanti di sfida – ci aspetta davanti al nostro viso.

Ma l’alpinista è un campione per il solo fatto di voler andare avanti.

E campioni siamo tutti noi che siamo ancora qua a raccontare la nostra storia e che – nonostante i turbini più violenti e spietati del nostro percorso – abbiamo preferito la nostra marcia, pianeggiante o in salita che sia, all’illusorio sollievo di un volo spiccato dai bordi spigolosi di una roccia.

Nel corso delle scalate, talvolta stremanti e altre volte pianeggianti e ristoratrici, s’incontrano persone assortite.

Alcune ci sfiorano solo le spalle; alcune altre entrano nella nostra esistenza soltanto con la punta di un piede riuscendo, nonostante la brevità della loro presenza, a portare dietro sè bruttura e distruzione; altre ancora prendono una sedia confortevole e vi si siedono a cavalcioni, accomodandosi nella nostra vita con quella disinvoltura di chi si trova splendidamente a casa.

Ci sono persone, poi, che invece appaiono nella tua vita apparentemente dal nulla oppure come frutto di deliziosi e casuali (forse) incroci di coincidenze, portando dietro sè una scia di bellezza come tante collane di petali di gigli.

Questo è proprio ciò che è successo con lei. Dea.

Chiudo gli occhi e rivedo e rivivo tutto perfettamente.

Era primavera. La mia vita, sebbene ancora in cocci, stava lentamente lottando per ritrovare una parvenza di serenità.

Era il 2011. Era una mattina che profumava di sole, di risvegli, di battiti al petto, di un caffè bevuto di corsa, di foulard leggeri che si lasciano accarezza volentieri dal vento.

Ero sola su un treno che da Torino Porta Nuova mi avrebbe portata, stazione per stazione, a Piacenza dove lentamente sarebbe rinato il mio cuore. Solo che ancora non lo sapevo.

In quella mattina di sole, seduta in uno scomparto qualunque di un regionale veloce pronto a lasciarsi alle spalle Piazza Carlo Felice e Corso Vittorio Emanuele, ho ricevuto il regalo di un’amicizia con un cuore artistico.Dea

Il suo viso brillante, forse inconsapevolmente, m’incoraggiò a scambiare due parole con lei.

Quel suo viso raggiante incorniciato da una cascata di bellissimi capelli biondi era così bello da farmi pensare, forse scioccamente, che questa ragazza probabilmente fosse una modella in viaggio.

Non ricordo quasi nulla di quella conversazione. Ricordo solo che scesi io per prima, ma non prima di esserci scambiate un contatto.

Sapevo che Dea abitava a Torino e lì lavorava come psicologa.

Ma sapevo anche che lei era un’artista, una poetessa del colore.

Nella mia vita, spesso senza volerlo, mi sono accorta di galleggiare frequentemente nelle orbite degli artisti.
Forse, come sostiene il mio amico Salvatore, è perchè c’è affinità di spirito e perchè ci accomuna una sensibilità al sentito che inevitabilmente si ritrova spesso nel bello, nell’aggraziato.

Le conversazioni che capita di avere in treno, in aereo, in qualche sala d’attesa sono curiose perchè possono essere comprensibilmente superficiali oppure inaspettatamente profonde tanto da lasciare un’impronta, qualunque essa sia.

La superficialità è, come già menzionato, comprensibile: d’altra parte ci si trova in un luogo non-luogo dove non si può far altro che aspettare. E allora, giacchè si aspetta, perchè non aspettare leggendo – più o meno pigramente – un libro oppure scambiando due parole con chi si trova a dover aspettare come noi?

La profondità in una conversazione con estranei, sebbene inaspettata, è altresì comprensibile perchè senza accorgercene pensiamo al fatto che tanto non rivedremo più quella persona e quindi cadono a terra le maschere e le commedie vanno fuori scena.

Non ricordo su cosa fosse quella conversazione con Dea, su quel treno per Piacenza in quella mattina di sole primaverile. Solo qualche sprazzo qua e là: vita a Torino, Giappone, argomento lavoro, dipingere, viaggiare.

A poca distanza, credo, dal nostro incontro su quel treno, andai a trovare Dea nella sua casa qui a Torino. Mi aveva invitata a cena e io, con molta emozione e una certa dose di timidezza, accettai.

Ma quella fu la prima e l’ultima volta.

Fino a gennaio del 2014 quando, con la magia delle cose che sembrano avvenire per caso ma che in realtà seguono una traiettoria specifica, Dea mi chiamò.

Venni a sapere che aveva uno studio a poca distanza, in linea d’aria, da casa mia.

Scegliemmo un giorno e l’andai a trovare.

Bella Dea. Bella, con quel suo viso sempre radioso e con quegli occhi che incoraggiano.

In compagnia di un buon caffè, di una fetta di pandoro meravigliosamente soffice e dolce, il profumo della sua arte, dei suoi colori, dei suoi pennelli e della sua creatività è rifiorita la nostra amicizia.

In un mattino soleggiato, in uno studio d’artista, a Torino.

In lei ho trovato le definizioni di umiltà, di delicatezza, di talento, di grazia, di generosità e bell’anima.

È bastato molto poco, da quella mattina di sole impreziosita dal suo sorriso, da un buon caffè e pandoro nel suo studio, per capire che Dea sarebbe diventata un’amica preziosa e una persona importante nella mia vita.

Importante perchè, come abbiamo avuto modo di constatare insieme, in qualche modo riusciamo ad arricchirci vicendevolmente. In sua compagnia, il tempo scivola via come la sabbia quando si cerca d’imprigionarla in un pugno.

Fra lei e me, oltre a questa bella e solare amicizia, è nata la voglia di collaborare in progetti vari e da cui – ne sono certa – trarremo tanta forza e voglia di fare!

Uno di questi progetti nasce dalla mia volontà di dare spazio qui su Biancorosso Giappone e su Dadakko-ya ad alcune sue opere ispirate al Giappone.

Prima di lasciare la parola colorata e delicatamente dolce alle sue pennellate nipponiche, ecco qui il suo sito: www.deabelusco.it

Le opere sono naturalmente originali e ognuna è un pezzo unico.

I disegni misurano 40cm x 50cm e costano 60 euro l’uno.

La sua collezione, chiamata Kokke, dedicata alle bambole こけしkokeshi:

Kokeshi verde

Kokeshi verde

Kokke2

Kokeshi con ombrello

Kokeshi con momiji fuchsia

Kokeshi con momiji fuchsia

Alcuni disegni sempre ispirati alle maiko, al kabuki, all’arte tradizionale del Giappone. Lasciate che queste pennellate così cariche d’amore vi accarezzino gli occhi.

Jais1

 

Jais5

 

 

Per maggiori informazioni sui disegni di Dea Belusco, contattatemi direttamente all’indirizzo biancorossogiappone@yahoo.it

Per finire, una scultura che è deliziosamente Dea:

Questo cavallo è alto 40cm e il prezzo è di 500 euro.

www.deabelusco.it ♥

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