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Ramune e cerulee ombre

Sprofondo nella morsa rovente di questi giorni d’estate anelando anche solo ad uno sbuffo di vento ristoratore. Sembra un copione che ciclicamente si ripete: arriva il caldo e quasi ci si dimentica cosa significa avere freddo. E viceversa.

Illustrazioni di due classiche bottigliette di Ramune. Immagine di いらすとや
Ramune e cerulee ombre
Ramune e cerulee ombre

E in questi incandescenti pomeriggi d’estate in cui persino il peso specifico dell’aria sembra non essere più lo stesso, ripenso alle estati giapponesi. In particolare, ripenso ad alcuni elementi che la caratterizzano e che possiamo facilmente ritrovare anche qui.

Tra i vari, sicuramente c’è la ラムネ ramune: leggendaria bibita gassata che ha l’inconfondibile sapore del Giappone estivo.

Dalla mia cucina a Sagamihara: due bottiglie di Ramune ghiacciate e un indispensabile ventaglio uchiwa.

Che cos’è la Ramune?

La Ramune è indubbiamente uno dei simboli dell’estate giapponese. Se avete trascorso del tempo in Giappone d’estate sicuramente l’avrete assaggiata.

È una bevanda diventata famosa anche all’estero grazie al contributo principalmente di manga e anime di cui – lo sottolineo nuovamente anche a costo di sbalordire qualcuno – sono una totale inesperta.
Ebbene sì, si può essere giapponesisti senza bisogno di essere appassionati di uno o dell’altro.

Si tratta di una bevanda gassata dolce che potrebbe vagamente ricordare la nostra gazzosa. Sottolineo il vagamente perché, in effetti, la Ramune ha un suo profumo ed un suo sapore unici e inconfondibili.

Ramune freddissime, nella mia cucina a Sagamihara.

Il nome Ramune pare derivare dall’inglese lemonade. Tuttavia, nel giapponese moderno la limonata è una bevanda ben distinta dalla Ramune ed è conosciuta come レモネード remoneedo.

Una classica remoneedo. Immagine di いらすとや

Una bottiglia assai particolare

Senza dubbio una delle caratteristiche più curiose della Ramune è la sua bottiglia chiamata Codd, dal nome del suo inventore. Si tratta, infatti, di una bottiglia di vetro con collo stretto, sigillata da una biglia di vetro. Quando si vorrà gustare la bevanda, sarà necessario quindi spingere questa biglia verso il basso aiutandosi con un apposito spingitappo incluso in ogni bottiglia.
A questo punto, la bellissima biglia trasparente scivolerà nel collo della bottiglia dove, col movimento, produrrà il tipico tintinnio che è sinonimo di spensieratezza e di torride estate giapponesi che però si vorrebbe non finissero mai.

Nell’estate del 2020 avevo realizzato un semplice video dove potete vedere come si apre appunto una Ramune.

Come aprire una bottiglia di Ramune. Video realizzato da Biancorosso Giappone. Se lo volete riutilizzare per favore chiedetemi il permesso.

E in quest’altro brevissimo video potrete invece sentire il caratteristico tintinnio prodotto dalla biglia scivolata giù nel collo della bottiglia. Per descrivere questo suono i giapponesi attingono dal loro ricchissimo repertorio di espressioni onomatopeiche scegliendo la parola カランカラン karan-karan (ma anche カランコロン karan-koron).

Karan-karan!
Video di Biancorosso Giappone. Se lo volete utilizzare per favore chiedetemi il permesso.
Una Ramune freddissima: l’ideale in un afoso pomeriggio d’estate!

Ma qual è la sua storia?

Ormai credo abbiate imparato a conoscermi e sappiate quanto mi piace andare a scavare nel passato delle cose. Forse perché così facendo si ritrova una tridimensionalità che spesso il passato tende ad inghiottire.

Le teorie, anche qui, abbondano.

È diffusa la credenza secondo cui la limonata come bevanda abbia fatto il suo ingresso ufficialmente in Giappone con l’arrivo del famoso (o famigerato?) Commodoro Perry nell’estate del 1853. Fu in quel lontano luglio di metà Ottocento che l’ufficiale americano di marina, originario del Rhode Island, approdò in un Giappone ancora immerso nel Periodo Edo gettando le ancore nella Baia di Uraga, a Kurihama (nell’attuale Yokosuka, Kanagawa) con le temute 黒船 kurofune o navi nere.
La questione fu complessa ma è risaputo che fu l’arrivo del Commodoro a sigillare la fine dello shogunato Tokugawa, del Periodo Edo e – di fatto – del Vecchio Giappone.



Ho menzionato più volte il Commodoro Perry in relazione a questo delicato e doloroso capitolo della storia giapponese. Potete leggere qui e qui.

Ritratto del 1854 del Commodoro Perry, ad opera di un artista giapponese rimasto sconosciuto. Il titolo originale dell’opera è ペルリ像北亜米利加

Si dice che il Commodoro avesse grandi scorte di limonata a bordo delle sue navi nere, come rimedio per l’equipaggio contro lo scorbuto e che, una volta approdato in Giappone, ne avesse offerta a degli ufficiali dello shogunato. Questi, secondo pettegolezzi storici, rimasero sorpresi nell’udire il botto all’apertura dei tappi.

Secondo queste indiscrezioni storiche, pare che la limonata anti-scorbuto del Commodoro piacque a tal punto che la ricetta rimase in circolazione in Giappone per molto tempo. Non si sa né come né chi la conservò ma ad un certo punto emerge un altro nome anglosassone, quello di Alexander Cameron Sim. Il dottor Sim era uno scozzese stabilitosi nella città portuale di Kōbe, nella baia di Ōsaka, e proprietario di una farmacia in cui nel 1872 iniziò la vendita della famosa bevanda.
Una storia che ricorda molto quella del farmacista statunitense Caleb Bradham il quale, alcuni anni dopo, avrebbe dato inizio alla vendita della Brad’s Drink, nella Carolina del Nord, come rimedio contro l’indigestione. La Brad’s Drink sarebbe diventata la celebre Pepsi.
La limonata proposta del dottor Sim, tuttavia, era famosa come rimedio contro il colera.

La Ramune oggi

Una Ramune contemporanea. Chissà cosa ne penserebbe il Commodoro?

La produzione e la commercializzazione delle bevande gassate nelle bottiglie di Codd, tuttavia, non ebbe molto successo con altri tipi di bibite. Insomma, il privilegio di poter risiedere in una bottiglia col collo stretto e una biglia al suo interno resta della Ramune che viene ancora venduta così.

La Ramune originale si riconosce dalla tonalità blu chiara o azzurra della bottiglia e dell’etichetta. E la si riconosce, naturalmente, assaggiandola per questo suo sapore caratteristico decisamente difficile da spiegare a chi non lo conosce. È un incontro tra lo zucchero filato, la fragola, il bubblegum e una fugace scia di limone.

Negli anni, tuttavia, sono stati introdotti altre versioni della Ramune, sempre nell’inconfondibile bottiglia di Codd. Una rapida occhiata ai dati aggiornati e scopro che siamo oltre i cinquanta gusti diversi!
Tra questi, ne ricorderò solo alcuni partendo dai più classici: pesca, arancia, mela verde, mango, melone, fragola, tè verde, banana, kiwi, vaniglia, ciliegia. Tra i gusti decisamente più inconsueti ritroviamo le Ramune al curry, al wasabi, al polpo, alla salsa teriyaki e alla zuppa di mais.

Queste stranezze in fatto di gusti mi ricordano il bizzarro museo del gelato di Sunshine City ad Ikebukuro, Tokyo, dov’è possibile assaggiare ed acquistare gelati ai gusti più impensabili. Si va dai classici vaniglia, cioccolato e fragola e si arriva ai gusti seppia, risotto al formaggio, lingua di mucca e ali di pollo.

Dove trovare le Ramune in Italia?

Senza bisogno di spingersi in direzione di queste versioni per temerari, vi starete chiedendo dove poter acquistare la classica Ramune blu in Italia.

Andrete quasi certamente a colpo sicuro cercando in uno dei market di alimentari asiatici della vostra città, soprattutto se ben fornito e se tratta anche prodotti giapponesi. Se avete una Super Coop o Ipercoop nella vostra città chiedete anche ai punti vendita Warai che spesso sono ospitati al loro interno.
Warai è una realtà giapponese piuttosto interessante che si è affacciata sul mercato italiano solo pochi anni fa.

In alternativa, cercate nei reparti etnici dei grandi supermercati. Infine, se proprio non doveste trovarle, sicuramente potrete acquistarle online come ad esempio da Ethnic World.

Una classica Ramune freschissima!

A Torino

Se abitate a Torino allora non avrete difficoltà a soddisfare la vostra curiosità. Potrete rivolgervi ai punti Warai presso le Coop di Via Botticelli oppure di Via Livorno.
Altrimenti potete fare come me andando da UniMarket di Via Milano, 20. E se avete tempo, potrete andare a curiosare negli altri negozi di alimentari asiatici della zona di Porta Palazzo (area che io chiamo affettuosamente la malconcia Chinatown torinese).

Ramune al melone

Nel mio consueto giro in solitaria per la malconcia Chinatown torinese, mi sono fermata da UniMarket proprio per acquistare una Ramune. Le classiche però erano tutte finite! E così ne ho scelta una diversa dal solito ma sempre di un gusto che fa parte del pantheon papillare nipponico: il gusto melone.

Ecco la mia Ramune verde coi meloni sorridenti di Yubari!
Sull’etichetta la dicitura メロン味 meron-aji cioè gusto melone. E in foto vedete anche uno dei sottobicchieri della cara Megumi di cui vi parlerò molto presto.

E le ombre cerulee?

Sono le ombre del passato che rievochiamo col ricordo. Un ricordo che a volte zampilla perché richiamato da un profumo, da una canzone, da un’immagine.

Le chiamo cerulee perché quelle di oggi sono riaffiorate sulla scia del celeste limpido delle bottiglie di Codd delle Ramune.

La Ramune non è solo una bevanda estiva ma è quasi un’istituzione. È il sapore dei bei tempi andati. Non è un caso che spesso sulle etichette ci siano frasi che rimandino proprio al senso di nostalgia che il sapore di questa bevanda sa invariabilmente far riaffiorare.

Tipica lanterna dei matsuri. Il carattere bianco è proprio quello della parola matsuri.

Le Ramune sono anche le bevande irrinunciabili dei 祭り matsuri estivi. I matsuri sono feste tradizionali giapponesi di origini shintoiste. Ve ne sono tantissimi in tutto il Giappone e in tutte le stagioni. Ogni città, inoltre, generalmente vanta dei propri matsuri che riflettono usanze e tradizioni locali.
I matsuri si compongono di vari elementi d’intrattenimento: dalle bancarelle di buon cibo (le specialità gastronomiche dei matsuri meriterebbero un approfondimento a parte) alle processioni con l’Omikoshi. Nel mezzo, spettacoli pirotecnici e intermezzi musicali.

Se avete piacere, QUI potete leggere un mio resoconto di un matsuri a me molto caro: il 相模大凧祭り Sagami Ōdako Matsuri ossia il Festival dell’aquilone gigante. Di questo matsuri conservo ancora uno degli aquiloni!

Saku-chan

Nei miei anni in Giappone ho partecipato a tanti matsuri: da quelli locali come quello degli aquiloni ai più distanti, come quelli di Kyōto. Ho partecipato addirittura a matsuri per così dire inconsueti, come quelli che si svolgevano all’interno delle basi militari americane. Quelli erano matsuri dalla funzione riappacificante, a mio parere. Erano anche modi per avvicinare gli americani alla cultura locale senza varcare i perimetri della base. Non gli era di certo impedito oltrepassarli ma spesso i limiti esistevano nella loro testa. Non potete immaginare quanti americani ho conosciuto che hanno vissuto il Giappone da dietro due tipi di muri: quelli della base e quella della mente.

E io ho conosciuto le basi perché ci ho vissuto. Anche questo potrebbe essere un argomento da affrontare un po’ per volta. Chissà. Certamente, nel mio caso, s’intreccia anche col Giappone perché è stata una realtà che mi ha accompagnata anche lì per quanto l’abbia tenuta a debita distanza. Ho voluto vivere il Giappone a trecentosessanta gradi, senza l’ingerenza di quel microcosmo complicato.

Però per me i matsuri saranno sempre legati alla mia cara Saku-chan, amica preziosa. Saku è una persona molto allegra di natura ma durante i matsuri diventa ancora più vivace e piena di brio. Si diverte a mettersi yukata coloratissimi e ad acconciarsi i suoi lunghi capelli nelle fogge più birbanti possibili, alternando ciocche di colori stravaganti e certamente inaspettati.

I più bei matsuri sono quelli a cui ho partecipato assieme a lei. Senza dubbio. Come quello degli aquiloni. Oppure l’Atsugi Ayu Matsuri, a due passi dalla stazione di Hon-Atsugi, naturalmente nel Kanagawa.

Lei e suo marito condividevano un grande entusiasmo per i matsuri. Lui, infatti, non si perdeva mai una processione dell’Omikoshi. L’Omikoshi è un grosso palanchino che, secondo le credenze shintoiste, ospiterebbe al proprio interno la divinità locale. Il palanchino, pesantissimo e di dimensioni ragguardevoli, va portato in spalla da un folto gruppo di persone che si fanno coraggio e si incitano a vicenda all’urlo di わっしょい Wasshoi!

Illustrazione di un omikoshi sorretto a spalla al grido di Wasshoi!

Ma per partecipare attivamente alle processioni non è necessario portare in spalla l’Omikoshi ma ci si può rendere utili in altro modo. Ad esempio, dando supporto intonando cori o prendendo parte ai wasshoi continui.

E Saku, esperta indiscussa dei matsuri e di tutta l’etichetta che li riguarda, mi regalò un giorno questo libro:

Due regali di Saku-chan: un libro speciale e la kinchaku estiva, adatta ai matsuri!

Sulla copertina del libro, lo avrete già intuito, è raffigurato un Omikoshi. Ebbene, si tratta di un manuale per imparare come essere il partecipante perfetto alle processioni! È un libro molto carino e riccamente illustrato ma che riesce sempre a farmi morire dal ridere per la curiosa specificità del tema trattato.
Insomma, solo Saku avrebbe potuto regalarmi un libro così!

Assieme al libro vedete anche una 巾着 kinchaku, ossia la tipica borsetta di cotone leggero con i decori tipici dell’estate. I disegni e i colori della stoffa richiamano quelli degli yukata che generalmente si indossano ai matsuri estivi.

Illustrazione di una ragazza giapponese abbigliata con yukata e kinchaku. Pronta per il matsuri!

Qui di seguito, un collage con una selezione di alcune pagine di questo spassosissimo libro del perfetto partecipante alle processioni dei matsuri:

Alcune pagine del libro 『はじめてのお祭り応援ブック』Hajimete no omatsuri ōen bukku. Primo manuale di supporto ai matsuri.

Una pletora di consigli molto dettagliati su come intrecciare la paglia dei sandali, come annodare correttamente le cinture, come sventolare le bandiere e come reggere dignitosamente le lanterne. Vi sono addirittura istruzioni per il lavaggio di ogni singolo capo!

Passavano così i nostri matsuri insieme. Saku ed io. Dopo lunghi tratti di processione in cui lei e il marito si scatenavano, ogni tanto ci fermavamo alle bancarelle a prenderci le mele caramellate e a stappare bottiglie freddissime di Ramune.

Illustrazione delle caratteristiche りんご飴 Ringo-ame, mele caramellate, tipiche delle bancarelle dei matsuri estivi.

Ritorno al presente. Le ombre cerulee sono sgattaiolate via. Resta però la dolcezza del ricordo e il profumo innocente e fruttato di Ramune che, dopotutto, è davvero la fragranza della nostalgia.

Mugicha: un’antica bevanda

Confezione di autentico Mugicha

A Torino è scoppiato il caldo, arrivando con quella repentinità che spesso caratterizza l’emergere delle temperature roventi.
Le ore iniziano a scorrere con burrosa lentezza mentre raggi incandescenti di un sole di metà maggio divorano ogni lembo d’ombra.

Una sorta di rassicurante anteprima del sopravvento della luce sulle tenebre.

Manca ancora circa un mese all’estate eppure potremmo facilmente immaginare di essere già nella stagione che, scalpitante, ci aspetta dietro l’angolo.

Oggi scrivo in compagnia della melodiosa voce di Neffa, straordinario poeta urbano ancor prima che cantante. Inseguendo le struggenti note della sua Giorni d’estate, assaporo già il gusto della stagione che amo di meno.

Dai campi di Saga a Torino

Svariate settimane fa, in tempi climaticamente non sospetti e con addosso ancora un cappottino, in un nuovo Asian market di Torino ho spalancato gli occhi esclamando qualcosa come Veramente?!.
Su uno scaffale ecco delle confezioni di 麦茶 mugicha. Prodotto che, fino a quel momento, era rimasto pressoché introvabile se non a prezzi equiparabili a quelli di un braccialetto di Musy.

Non ci potevo credere. Era proprio lui. L’autentico mugicha che rinfresca le torride ed indimenticabili estati giapponesi.

Dai campi della Prefettura di Saga, nel Kyūshū, fino in un accogliente negozietto asiatico nella sabauda Torino.

Il pensiero che quel sacchetto abbia percorso migliaia di Km per giungere tra le mie mani è una sensazione che mi riempie di gratitudine. Chiudo gli occhi e, per una manciata d’istanti, mi ricongiungo al luogo di origine. E se quel luogo è il Giappone allora avviene quello che – ormai da anni – chiamo il teletrasporto dell’anima.

Mugicha: dal passato a noi

In rete trovate ancora sul blog storico il mio articolo del luglio 2007 dedicato al mugicha, nonché uno dei primissimi articoli sull’argomento in italiano. Potete leggerlo qui.

La parola mugicha significa letteralmente tè d’orzo. È una bevanda che si prepara mettendo in infusione chicchi tostati d’orzo in acqua calda oppure fredda. Quindi non è un tè in senso stretto poiché non contiene nessuna parte della Camellia sinensis, ossia la pianta del tè.

Nel Giappone moderno, il mugicha è una delle bevande estive per eccellenza e lo si consuma rigorosamente freddo.

Illustrazione del classico mugicha estivo

Fra poco vi mostrerò due modi per assaporare il mugicha: il metodo classico e uno un po’ particolare.

Ma prima vorrei raccontarvi alcune curiosità storiche.

Si dice che l’orzo sia presente in Giappone già dalla distantissima epoca Jōmon (10000 – 300 a.C.) ma testimonianze ci raccontano di una curiosa maniera di consumare questo antico cereale, in voga a partire dal periodo Heian (794-1185 d.C.): si macinava l’orzo tostato e se ne ricavava una farina chiamata 麦粉がし mugikogashi. Si stemperava questa farina in acqua calda fino ad ottenere una bevanda che iniziò ad essere molto apprezzata, si dice, soprattutto dai guerrieri dell’epoca Sengoku o degli Stati belligeranti (1467-1603) che, infatti, se la portavano addirittura al fronte.

Il mugicha nel Periodo Edo

Al mio amato Periodo Edo dedico un paragrafo a parte perché è il periodo storico che più mi appassiona, a tutto tondo. In particolar modo, da diversi anni, conduco autonomamente ricerche relative alla cultura alimentare e gastronomica di quel periodo.

Studio su molte fonti, per la maggior parte digitali. Ma sono orgogliosa di avere nella mia libreria due testi che sono per me fondamentali:

Edo no shokutaku e Edo no ryōri to shokuseikatsu.

Il Periodo Edo non fu solo effervescente epoca di generale accessibilità e diffusione della letteratura anche tra la gente del popolo ma fu altresì periodo di entusiasmanti scenari gastronomici.

Tra le classi in cui era divisa la società del tempo, vi era quella dei chōnin composta in prevalenza da mercanti ma anche da artigiani. La loro classe era collocata alla base della gerarchia del tempo ma, nel periodo Edo, trovò un benessere inaspettato che permise a queste persone di scoprire una vita anche di benessere e non solo duro lavoro.

Nonostante questo nuovo benessere, tuttavia alcune cose restavano ancora prerogativa di classi più potenti e agiate. Ad esempio, il sencha ossia il comune tè verde giapponese, a quei tempi aveva costi proibitivi. Così, si diffuse anche tra i chōnin l’abitudine di consumare bevande a base di orzo simili a quelle dei guerrieri del periodo Sengoku. L’orzo era abbondante e costava poco.

Sorsero così innumerevoli sale da tè, soprattutto in prossimità di templi e santuari, chiamate 麦湯店 mugiyu-ten. Queste piccole locande, che spesso potevano anche essere semplici bancarelle ambulanti, offrivano un momento di meritato riposo e ristoro ai pellegrini in visita. Per pochi mon, la moneta del tempo, si poteva ordinare una tazza di mugiyu e riprendere fiato prima di ricominciare il cammino.

Il termine mugiyu è composto da mugi (orzo) e da yu, ovvero acqua calda. La preparazione assomigliava ancora molto a quella dei periodi precedenti e prevedeva appunto la farina tostata di orzo (chiamata anche はったい hattai ) mescolata ad acqua calda.

Potrà sembrare strano che si consumasse una bevanda calda, soprattutto in estate. Tuttavia, non bisogna dimenticare che c’erano antichi saperi cinesi conosciuti anche ai giapponesi come quello dei benefici del bere acqua calda e non fredda. La versione con acqua fredda si è diffusa in tempi decisamente più recenti, forse anche grazie (o per colpa di?) all’influsso occidentale, soprattutto dal periodo Meiji in avanti. Interessante è anche il passaggio dalla farina d’orzo ai chicchi interi.

Una curiosità di queste sale da tè riguarda il personale: si dice che fossero gestite, in buona parte, da bellissime fanciulle incipriate che naturalmente attiravano l’attenzione sia dei giovani che dei meno giovani. E qualcuno sostiene che fosse proprio la presenza di queste aitanti cameriere imbellettate a contribuire alla popolarità di questi luoghi ma soprattutto di questa bevanda di orzo.

Mugicha moderno e due semplici idee

Al giorno d’oggi, come già sottolineato, la bevanda di orzo si consuma fredda. Esistono vari modi per assaporarla. C’è chi la beve al naturale, chi ci aggiunge del latte oppure chi la dolcifica con il miele. Ad ognuno la scelta.

Confezione di mugicha e una bustina d’esempio
Mugicha: un’antica bevanda

Il mugicha viene venduto generalmente in confezioni contenenti le caratteristiche bustine di carta. La carta di queste bustine ha una leggera tonalità marroncina che, secondo me, vuole richiamare la sfumatura ambrata che prenderà la bevanda.

Vediamo due modi per preparare il mugicha: quello classico e quello, diciamo così, un po’ frizzante!

MUGICHA CLASSICO

Per preparare il mugicha classico freddo occorrono:

500ml d’acqua fredda
1 bustina per mugicha

Acqua fredda e una bustina per mugicha

Tuffare la bustina nell’acqua e lasciare in infusione, preferibilmente in frigorifero, per almeno 10 minuti. Servire come si vuole: con o senza ghiaccio, con miele, latte, ecc.

Trascorsi circa 10 / 15 minuti, il mugicha assume questa splendida tonalità ambrata:

Il mio freschissimo mugicha di oggi!

Io me ne sono semplicemente versata un bicchiere godendomi la bevanda in compagnia della mia lettura preferita del momento (e di cui parlerò prossimamente su questi teleschermi): 東京奇譚集 Tōkyō kitanshū (Storie misteriose di Tokyo), di Murakami Haruki.

Un mugicha freddo e le storie misteriose di Tokyo di Murakami.

MUGICHA FRIZZANTE

Per preparare il mugicha frizzante occorrono:

mezzo bicchiere di mugicha freddo
mezzo bicchiere di una bevanda gassata a scelta, preferibilmente a base di frutta (io ho usato un’acqua tonica al pompelmo)
una fettina di limone

Mescolare le due bevande e aggiungere la fetta di limone. Servire.

L’occorrente per preparare il mugicha frizzante

Anche questa versione è molto gradevole, soprattutto per alleviare l’arsura delle ore più calde della giornata.

Per concludere

Se vi ho incuriositi, provate a cercare il mugicha nei negozi asiatici della vostra città. In alternativa, lo potrete trovare sicuramente su internet.
Concludo, però, precisando che in passato ho tentato di fare il mugicha in casa partendo dai chicchi d’orzo tostati da me ma il risultato è stato piuttosto deludente. In quel momento lo apprezzai perché comunque mi ero in qualche modo avvicinata a quel sapore inconfondibile che ricordavo. Ma non è la stessa cosa. Insomma, le ricette casalinghe che trovate in rete difficilmente saranno soddisfacenti se conoscete il vero gusto del mugicha. È necessaria una tostatura specifica dei chicchi che, una volta torrefatti adeguatamente, produrrà il caratteristico sapore ed eviterà che la bevanda s’intorbidisca. Come invece succede con i tentativi casalinghi.

Buon mugicha a tutti!

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