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Pearl S. Buck e il suo Giappone: prima parte

Per la parte introduttiva a queste mie pagine dedicate a Pearl S. Buck e il suo Giappone, cliccate qui.

Pearl S. Buck nel suo studio della casa in 520 Dublin Road, Perkasie, Pennsylvania. Foto di proprietà di Yousuf Karsch.

Attingere dal vissuto altrui, che sia attraverso un libro oppure un’amichevole chiacchierata, è un’esperienza che definirei caleidoscopica. Lo è perché l’ascolto attento di questi racconti è paragonabile al momento in cui l’occhio curioso si avvicina allo spioncino del caleidoscopio e viene dolcemente accompagnato in un mondo nuovo.

Poter, quindi, degustare il ricchissimo vissuto di Pearl S. Buck è essa stessa un’esperienza. Lei non è più qui per poterci raccontare direttamente la sua vita ma mi auto-assegno questa responsabilità. Almeno per quel che riguarda il suo singolare rapporto col Giappone.

Dove eravamo rimasti?

Poco dopo aver finalmente conosciuto Pearl S. Buck attraverso varie sue opere, quell’anno tornai in Italia. Mancavo da diversi anni e l’idea di un ritorno, anche se solo di poche settimane, mi elettrizzava fino a togliermi il sonno. Ero consapevole di essere cambiata profondamente. Ritornavo con una lingua in più che nel frattempo si era sovrapposta prepotentemente sulla mia. E con tutte le ramificazioni che questo comporta.

Tornavo con addosso l’odore di America, come mi diceva sempre mia madre.

Ritornavo, però, anche senza l’innocenza con cui ero partita e con una copiosa spolverata di disincanto in più tra i capelli.

Non mi soffermerò a descrivere quell’esperienza che, forse, appartiene ad un altro capitolo. Qualcosa però accennai nei miei Pensieri fluviali che potete leggere qui.

Quel memorabile, seppur breve, ritorno in Italia fu caratterizzato da una preziosa parentesi.

Interludio lagunare

Se sapessi disegnare avrei illustrato così quel giorno. Fonte immagine.

Nelle settimane prima di partire per l’Italia feci un qualcosa d’insolito. Osai con quella buona sfrontatezza che forse bisognerebbe sfoderare più spesso per evitare piccoli tormentosi rimpianti. Ora vi spiego. Nel mio ostinato studio del cinese, sorretto dalle letture aurorali di Pearl S. Buck, mi accompagnava questo libro:

Un testo fondamentale per chiunque si avvicini con serietà allo studio del cinese. L’autrice è Magda Abbiati, professore ordinario di lingua e letteratura cinese all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Ebbene, scrissi alla professoressa Abbiati. Così, dal nulla. E le raccontai per filo e per segno la mia pervicace avventura autodidattica del cinese. Probabilmente il mio messaggio deve esserle sembrato simile al racconto a perdifiato di una bambina emozionata che si mangia le parole.

Non conoscevo la professoressa, se non solo di nome grazie a questo suo libro che in quel periodo era un punto di riferimento importantissimo.

E altrettanto sfacciatamente le chiesi di poterci incontrare. Non la conoscevo eppure già provavo per lei una profonda ammirazione; dopotutto era riuscita a domare una lingua così complessa come il cinese fino ad averne pieno controllo. Quasi non mi sembrava vero e desideravo poterle stringere la mano in segno di rispetto.

Pensavo a Pearl S. Buck. E pensavo a come questa professoressa, in qualche modo, fosse riuscita a conquistare quel sapere complesso. Figure da cui si resta ammaliati per il loro ricco sapere.
Come anche nel caso di una persona d’eccezione che ho scoperto di recente: la formidabile Tina Kanagaratnam dell’agenzia di relazioni pubbliche AsiaMedia nonché – che coincidenza – esperta appassionata di Pearl S. Buck.

La professoressa mi rispose con eccezionale gentilezza, accettando d’incontrarmi.

Un aereo da San Diego mi portò in Italia, a Torino. E da Torino partii alla volta di Venezia.

Non conoscevo Venezia ma me ne innamorai non appena scesi a Santa Lucia. Un’emozione che culminò la sera seguente quando, in una qualche forma di sindrome di Stendhal, non riuscii a trattenere le lacrime in piazza San Marco.

Alloggiai a Palazzo Sant’Angelo, sul Canal Grande. Quello stesso giorno avevo l’appuntamento con la professoressa Abbiati.

L’incontro

Portai con me il quaderno militare con la copertina in tessuto verde. Sì, proprio quello sulle cui pagine avevo iniziato – da sola e con tratto tremante – a tracciare i primi caratteri con una semplice matita. Con un orgoglio striato di imbarazzo, desideravo mostrarle quelle pagine arricciate ai bordi, cariche di inchiostro e grafite. Pagine che avevano pazientemente accolto i miei tratti molto incerti ma ostinati.

Incontrai la professoressa. Prendemmo un gelato e passeggiammo lentamente per un po’. Mi disse che mi avrebbe portata a scoprire qualcosa della Venezia nascosta, quella che la città gelosamente custodiva dietro un prezioso sipario ornato. E così fu.

In quegli istanti, non so proprio perché, ma nella mia mente riaffiorarono alcune scene del film Anima persa di Dino Risi, con Vittorio Gassman e Catherine Deneuve. Probabilmente perché di quel film, oltre la trama psicologica complessa, mi colpirono in particolare le ambientazioni in una Venezia ombrosa e decadente di cui avrei desiderato sentire l’odore e ammirare i colori cupi.

Camminammo a passo lento per un lasso di tempo che non saprei quantificare. Forse erano due ore o mezza giornata. Non lo so. Non saprei nemmeno ritrovare buona parte delle calli che percorsi con la professoressa, assieme alle sue spiegazioni colte e intriganti. Tra i luoghi visitati, ricordo solo che mi portò al sestiere di Cannaregio, al ghetto ebraico della città.

Non c’era quasi nessun altro oltre noi. E pensare che a pochi metri di distanza, invece, si udiva l’infervorato vociare dei turisti di cui, in quel momento, non mi sentivo parte. Per un breve attimo fu come essere in una delle piazze metafisiche di De Chirico: uniche presenze viventi in mezzo ad un silenzio abitato solo da palazzi, statue e le loro ombre.

Sulla panchina

Ci sedemmo su una panchina di pietra rivolta verso la laguna e rimanemmo per un po’ in quel silenzio greve che affiora tra estranei. Dopotutto, non ci conoscevamo. Chiusi gli occhi, inspirai, presi coraggio e le mostrai il mio quaderno.

Lei lo sfogliò con cura, apprezzando il mio lavoro ed esprimendo stupore per tutto questo mio caparbio entusiasmo. Ricordo che, con amorevole fare didattico, mi chiese di riscrivere il carattere di scodella perché come lo tracciavo io non era ben equilibrato. Un carattere di cui non avrei avuto molta simpatia nemmeno in giapponese ma che avrei sempre cercato di scrivere con attenzione…perché la professoressa mi aveva detto di fare così.

Mi aiutò poi a ripassare i fonemi del cinese, soffermandosi su quelli più ostici.

I nostri occhi lasciarono le pagine del mio quaderno e si posarono sulla laguna. Ci fu altro silenzio che la professoressa interruppe dicendomi che sarebbe stato possibile fare un giro in gondola senza spendere tanto come fanno di solito i turisti. Incredula, accettai la proposta e cominciai a fantasticare di una specie di gondola segreta.

Il mio quaderno verde era esattamente così, un classico log book della Marina Militare americana.

Prima però emerse un altro momento di silenzio. Questa volta fui io ad interromperlo sentendo la bizzarra necessità di raccontarle qualcosa di me. Un coraggio propulso dalla fugacità del momento. In fondo, eravamo estranee e le mie confidenze sarebbero rimaste con lei.

In quell’istante mi sentii perfettamente a mio agio e allora le raccontai alcune cose della mia esperienza americana. Sì, la mia vita poteva sembrare idilliaca dall’esterno ma era, dopotutto, una vita come tante. Con i suoi spigoli e i suoi molti momenti di buio. La professoressa mi ascoltò in un silenzio di comprensione sincera accogliendo la condivisione estemporanea di quei miei frammenti di tenebre.

Che momento singolare, se ci ripenso.

Un garbato arrivederci

Ci alzammo e ci dirigemmo verso lo stazio e salimmo su una gondola semplice, grigia. Era lei! Deliziosamente disadorna e autentica. Mi disse che avremmo attraversato la laguna come dei veri veneziani!

Che emozione scivolare silenziosamente su quelle acque ondeggianti, circondata da così tanta bellezza.

Scendemmo in un luogo inghiottito dalla memoria. Ringraziai di cuore la gentile professoressa per il suo tempo e la sua generosità e – un po’ a malincuore – la salutai.

Un garbato arrivederci che invigorì ancora di più il mio desiderio di continuare a studiare, indipendentemente dalla strada su cui questi studi mi avrebbero condotta.

Pearl S. Buck: un infinito non condensabile

Foto di Clara Sipprell. National Portrait Gallery, Smithsonian Institution; donata da Phyllis Fenner. 

Tornai alla mia vita negli Stati Uniti, alla mia routine di sempre. Alla mia semplice vita californiana: al mio lavoro, ai miei libri, ai miei studi, alle mie letture di Pearl S. Buck.

Pearl Comfort Sydenstricker – questo era il suo nome per esteso – nacque il 26 giugno 1892, venticinquesimo anno Meiji, a Hillsboro, nel West Virginia. Il cognome Buck, che tra l’altro lei detestava, era del suo primo marito, John Lossing Buck con cui convolò a nozze nel 1917.
I suoi genitori, il reverendo Absalom Sydenstricker e Caroline Stulting, erano missionari presbiteriani di stanza in Cina. In quel periodo i genitori avevano quasi concluso il loro periodo di licenza quando, dopo la nascita di Pearl, ripartirono alla volta della Cina dove ripresero il proprio lavoro missionario.

I genitori di Pearl Buck: Caroline Stulting e il reverendo Absalom Sydenstricker.

Pearl e la sua famiglia vissero nella città di Zhenjiang, nel punto in cui il maestoso eppur mansueto Fiume Azzurro incontra il Gran Canale della Cina.

Vecchia veduta della città di Chinkiang (Zhenjiang nella traslitterazione moderna), sul punto di congiunzione tra il Fiume Azzurro e il Gran Canale.

Fin da piccola, Pearl visse tra i cinesi e non nei quartieri privilegiati degli stranieri. Giocava con bambini del posto ed era seguita da una balia cinese. Al mattino sua madre le impartiva lezioni in inglese mentre al pomeriggio la didattica era interamente affidata al Maestro Kung che l’accompagnava nello studio della lingua cinese e dei classici confuciani. La sera, invece, il padre le leggeva dei brani tratti dalla Bibbia.

La sua lingua madre era il cinese e non l’inglese. E per tutta la vita avrebbe sempre trovato più naturale esprimersi in cinese sebbene il suo inglese, naturalmente, fosse impeccabile e impreziosito da una cadenza particolarmente ricercata ed elegante.

Amava definirsi culturally bifocal sebbene, come ci ricorda il suo biografo Peter Conn (1996), fin da giovanissima si sentisse un pesce fuor d’acqua in entrambi i Paesi nonché un’estranea tra persone diverse da lei. Sempre Conn osserva come Pearl, a differenza di quasi tutti i suoi contemporanei americani, crebbe in una Cina che per lei era il suo unico mondo. La sua realtà naturale. Per lei era proprio l’America ad essere una sorta di El Dorado, di terra quasi mitica su cui favoleggiare diffusamente e non il contrario.

All’età di diciassette anni tornò per la prima volta negli Stati Uniti da quando era nata, per frequentare il Randolph-Macon College a Lynchburg, in Virginia. Completati gli studi al college, Pearl fece ritorno in Cina dove sposò John Lossing Buck, professore americano di agraria.
Pearl e suo marito vissero nel nord della Cina per diversi anni durante i quali lei, da buona e fine osservatrice qual era, iniziò a scrutare più da vicino le famiglie contadine del tempo. Ne osservava attentamente lo stile di vita, le abitudini, il linguaggio. Dentro di lei, ne sono certa, già stavano prendendo forma storie e personaggi che avrebbero popolato i suoi tanti, tantissimi romanzi di grande successo. Quelli furono gli anni che avrebbero contribuito alla formazione di un humus creativo da cui sarebbe germogliata la sua opera maestra: The Good Earth (La buona terra), del 1931. Con quest’opera vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1938 “per le sue intense ed epiche descrizioni della vita contadina in Cina” dei primi del XX secolo. Pearl fu la prima donna americana a ricevere l’agognato riconoscimento.

Prima ancora di The Good Earth, i frutti della sua prorompente capacità narrativa si manifestarono un anno prima, nel 1930, con East Wind: West Wind (Vento dell’est, vento dell’ovest), il suo primo romanzo.

I libri nelle edizioni che ho letto io.

A questi due romanzi seguì una moltitudine di opere: romanzi, biografie, saggi, brevi storie, antologie, articoli di giornale, storie per bambini e molto altro. E di tutto questo solo una piccola parte è stata tradotta in italiano. Scrisse addirittura un ricettario di cui racconterò qualcosa prossimamente, sempre all’interno di questo Speciale Pearl Buck.
Sorprendentemente, vi è un discreto numero di sue storie che non sono mai state pubblicate! Alcuni sostengono che complessivamente abbia prodotto all’incirca mille opere appartenenti ai generi appena citati.

Anni complicati

Nel 1921 Pearl diede alla luce la sua prima e unica figlia: Carol. La bambina nacque con un grave ritardo mentale, un fatto che avrebbe per sempre segnato la vita della scrittrice. Parte della sua alacrità nello scrivere, infatti, era dovuta ad un continuo senso di urgenza nel trovare i fondi adeguati con cui provvedere alle cure della piccola Carol.

Pearl e la piccola Caroline Grace, chiamata da tutti affettuosamente Carol.

Pochi anni più tardi la scrittrice, dopo una devastante diagnosi di tumore uterino, si sarebbe sottoposta ad un’isterectomia che le avrebbe per sempre negato la possibilità di avere altri figli.

Sempre nel 1921, Pearl perse sua madre. Il reverendo Seidenstricker, rimasto vedovo, si trasferì a casa della figlia. Questi tanti eventi sconvolgenti culminarono nel 1927 con il cosiddetto incidente di Nanchino.

Pearl risiedeva a Nanchino assieme alla sua famiglia già da alcuni anni.

L’incidente di Nanchino

Si trattò di una serie di fatti avvenuti nell’arco di una settimana, nel marzo del 1927 durante la presa di Nanchino da parte del KMT. Il KMT (Kuomintang) è lo storico partito nazionalista cinese di Taiwan. Inizialmente l’esercito del KMT riuscirono nel proprio intento senza incontrare particolari resistenze. Tuttavia, il 24 marzo esso iniziò a scontrarsi con forze straniere provenienti da Gran Bretagna, America e Giappone. Questa situazione di altissima tensione sfociò in un’azione di saccheggio perpetrata da parte dell’esercito nazionalista nei confronti delle case e attività dei residenti stranieri in città.

Distruzione, terrore e morti furono il disastroso bilancio di quella settimana infernale che sancì una grave rottura dei rapporti diplomatici tra le tre potenze e Taiwan. Gran Bretagna, America e Giappone pretesero ingenti risarcimenti per i propri cittadini nonché punizioni esemplari verso i responsabili dei saccheggi.

Pearl e i suoi famigliari scapparono trovando rifugio per un giorno presso la casa di alcuni amici cinesi. Furono tratti in salvo da una cannoniera americana che li scortò via fiume fino a Shanghai da cui, poi, salparono per il Giappone, più precisamente per la Prefettura di Nagasaki, a Unzen, dove si sarebbero rifugiati per un anno.

The People of Japan

Questo il titolo di un emozionante saggio che l’autrice pubblicò nel 1966. In esso Pearl descrive un Giappone viscerale, quello della sua esperienza, dei suoi ricordi. Ma anche un Giappone più remoto.

L’autrice, infatti, con quel tono confidenziale caratteristico dei suoi saggi, ci svela che il Giappone divenne parte del suo mondo e della storia della sua famiglia ancora prima di nascere. La prima terra asiatica in cui approdarono i suoi genitori, diretti verso la Cina nel 1880, fu proprio il Giappone. La nave fece tappa nelle tre città portuali di spicco: Yokohama, Kobe e Nagasaki.

Pearl sosteneva che questo loro primo giapponese assaggio d’Asia in un certo senso li avesse incantati con l’illusione che in Cina avrebbero trovato un qualcosa di simile. Nulla di più ingannevole.

Continua.

Pearl S. Buck: A Cultural Biography, by Peter Conn, Copyright (c) 1996 Cambridge University Press

Ramen: ritorno a Edo e una ricetta

Nei miei continui e solitari studi dell’epoca Edo – la mia epoca storica giapponese preferita – mi ritrovo spesso ad affrontare argomenti legati alle abitudini alimentari del tempo. Qui, ad esempio, un mio articolo dedicato alla tempura (o tenpura, nella corretta traslitterazione).

Recentemente, infatti, ho avuto la possibilità di ripercorrere sommariamente la storia del ramen scoprendo, così, il suo indissolubile legame con l’epoca Edo.

Vorrei, quindi, raccontarvi qualcosa di questa gustosa relazione storico-culinaria e condividere con voi una veloce ricetta per preparare un ramen casalingo. Si tratta di una ricetta vegetariana che è possibile rendere vegana in un batter d’occhio cioè eliminando semplicemente l’uovo come guarnizione. È una ricetta speciale che ho tradotto per voi e che proviene dalla mia collezione privata di ricettari giapponesi.

Che cos’è il ramen?

Illustrazione di una scodella di ramen, nello specifico il classico チャーシュー麺 Chāshūmen. Più 定番 teiban di così non si può! Fonte.

Che cos’è il ramen? Forse è una domanda scontata poiché sembra che ultimamente anche questa parola sia entrata a far parte della lunga serie dei tormentoni gastro-modaioli. Pare essere ovunque ormai, spesso però nella solita salsa superficiale in cui si avverte il consueto nulla.

Questa è la mia definizione:

Il rāmen è un piatto della cucina giapponese di origine cinese. Fondamentalmente, è una zuppa a base di spaghetti di frumento serviti in un brodo di carne. Il piatto viene tradizionalmente guarnito con fette di carne di maiale, alghe, uova morbide marinate e alcune verdure quali il cipollotto, i germogli di soia, i メンマ menma (germogli di bambù bolliti, tagliati a fettine, fermentati, essiccati, conservati sotto sale e poi messi a bagno in acqua calda e sale), mais ecc.

Illustrazione di una tipica scodella giapponese da ramen, con il caratteristico decoro detto ギリシア雷文 girishia-raimon ovvero la greca, un elemento in grado di richiamare subito alla mente il mondo classico cinese.
Fonte dell’immagine.

Gustose molteplicità

Come tutti i piatti molto amati, anche il ramen si presenta in numerose versioni spesso legate a preferenze regionali. E ogni versione, a sua volta, solitamente possiede caratteristiche specifiche in merito al tipo di spaghetto, di brodo, di guarnizioni e così via.

Per avere un’idea della ricca varietà di ramen esistenti, consiglio a tutti di visitare il famoso Museo dei Ramen di Shin-Yokohama. Ho avuto modo di visitarlo in più occasioni trovandolo, ogni volta, decisamente affascinante. Qui un mio resoconto di una di queste visite.

È necessario anche specificare che si tratta di un piatto complesso e che si distingue per la sua preparazione lunga, laboriosa e notoriamente alla mercé di mille variabili. Dunque, nella sua forma classica non è un piatto di rapida esecuzione. Tutt’altro.

Basti pensare che in Giappone il ramen è una delle tante specialità avvolte nella tradizione e in saperi piuttosto articolati di cui sono depositari locande e ristoranti vari, dai più anonimi e nascosti a quelli di fama internazionale.

L’irresistibile flessibilità dei ramen

Questo però non significa che nel tempo non siano stati fatti tentativi per semplificarne la preparazione e per adattarla a varie preferenze alimentari. Al giorno d’oggi, infatti, esistono versioni di ramen vegetariane, vegane, halal (conforme ai precetti alimentari islamici), senza glutine, ecc.

Cito volentieri due esempi (tra i tantissimi a disposizione sull’attuale scena gastronomica giapponese) di realtà che offrono tipologie di ramen specifiche pensate per clienti con esigenze alimentari ben precise:

Il primo è Narita-ya 成田屋, locanda di Ōsaka specializzata in ramen halal, quindi dedicati ai clienti di fede musulmana. E poi Vegan Uzu di Kyōto (e con una sede anche a Tōkyō) che offre una curata varietà di ramen vegani.

Non mi addentro oltre nel mondo contemporaneo dei ramen. D’altra parte, vi ho detto che avremmo fatto ritorno a Edo quindi godiamoci una breve passeggiata lungo la Via del Ricordo e dell’Immaginazione.

Risalire la corrente …fino a Edo

Chi legge questo blog sa che ogni tanto mi piace giocare un po’ alla macchina del tempo con l’indicatore sempre impostato sullo stesso periodo storico! Ricordate il viaggio tra i profumi di Edo? Ecco qui l’articolo.

In giapponese esiste un verbo che mi piace moltissimo: 遡るsakanoboru. Significa risalire. Lo si può per indicare l’idea di rimettere insieme dei dati per giungere ad informazioni di cui siamo alla ricerca. Ma si usa anche per descrivere la risalita controcorrente dei salmoni quando, divenuti adulti, risalgono con immane fatica i fiumi per poter far ritorno al proprio luogo di nascita e deporre così le uova prima di morire.

Risalgo allora la corrente del tempo e dell’immaginazione e torno a Edo.

Proprio così. Perché sono da ricercare lì le origini del ramen. O più precisamente, nei meandri dei rapporti bilaterali tra Edo e Pechino, al tempo della Cina sotto la dinastia Ming (XVII secolo d.C.).

Si fa presto a dire che il ramen è un piatto iconico (che aggettivo indigesto!) della cucina giapponese.

Certamente ha assunto una sua forma e quasi identità indissolubilmente legati alla tavola giapponese ma non si possono negare le sue origini. D’altro canto, i ramen sono tra gli esponenti più celebri della cosiddetta 中華料理 chūka-ryōri ovvero la cucina di origine cinese, secondo una denominazione diffusasi a partire dal periodo Meiji (fine Ottocento) in avanti. Un altro esponente non meno celebre della chūka-ryōri sono i gyōza. A proposito di questi ultimi, ecco qui la mia ricetta: prima parte e seconda parte.

Mito Kōmon: tutto ebbe inizio con lui

徳川光圀 Tokugawa Mitsukuni conosciuto anche come 水戸黄門 Mito Kōmon.
Fonte immagine: 京都大学付属図書館所蔵品, Public domain, via Wikimedia Commons

Mito Kōmon è stato un daimyō del feudo di Mito, territorio che corrisponde all’odierna Prefettura di Ibaraki, situata nella zona nord-orientale della regione del Kantō.

Perché vi parlo di questo illustre signore? Perché si dice sia stato il primo ad assaggiare i ramen in Giappone!

Nell’antico Giappone, dal X secolo fino alla Restaurazione Meiji, i daimyō erano funzionari militari di grado elevato che avevano come compito il controllo e la difesa dei governatori delle varie province. Col tempo, tuttavia, questi funzionari acquisirono (molti direbbero usurparono) il loro potere fino a diventare dei signori feudali a tutto tondo.

Il nostro Mito Kōmon era di discendenza piuttosto importante; era, infatti, il nipote di nient’altri che Tokugawa Ieyasu, fondatore nonché primo shōgun dello shogunato Tokugawa, ultimo governo feudale del Giappone. Il periodo Edo ebbe inizio, secondo la storiografia ufficiale, nel 1603 anche se in realtà Tokugawa Ieyasu governava già da tre anni, prendendo potere all’indomani della famosa battaglia di Sekigahara.

Amore per la cultura e il buon cibo

Questo daimyō è passato alla storia per vari accadimenti ed iniziative di cui si è fatto promotore. Si dice che fosse molto colto ed un grande amante delle arti. Lo definiremmo una sorta di mecenate che amava circondarsi di letterati e artisti. Questo suo amore per il sapere lo incoraggiò a commissionare la realizzazione di un’opera piuttosto imponente, composta da ben cento volumi: 「大日本史」 Dainihonshi ovvero la Grande storia del Giappone.

L’opera Dainihonshi commissionata da Mito Kōmon. Immagine di 刀剣ワールド.

Molte notizie e curiosità sul suo conto si diffusero nel tempo e che restituiscono ai posteri l’immagine di un uomo istruito, probo, amante dei viaggi e della buona tavola. Pare che non tutto corrisponda al vero ma che alcuni aspetti siano stati romanzati grazie ad una lunghissima serie televisiva dedicata alla sua figura. La serie, intitolata appunto Mito Kōmon, fece il suo debutto sulla TV giapponese nel 1969 e si concluse nel 2011! Lo sceneggiato meritò comprensibilmente il titolo di 長寿番組 chōju-bangumi cioè programma longevo.
Insomma, finzione e realtà che ad un certo punto s’intrecciano e si confondono.
C’è chi sostiene, ad esempio, che non fosse un grande esempio di probità e rettitudine ma che in realtà conducesse una vita piuttosto sregolata e dedita all’epicureismo.

L’immagine idealizzata grazie soprattutto alla serie televisiva ci restituisce un Mito Kōmon (raffigurato al centro) accompagnato dalle sue due fedeli guardie del corpo durante i numerosi viaggi sempre teatro di mille eroiche gesta. Fonte immagine.

Da documenti storici pare, tuttavia, che l’amore per i viaggi sia un’invenzione ascritta al personaggio televisivo poiché sembra che si spingesse raramente oltre i confini del suo feudo.

Sia come sia, sappiamo però con un alto grado di certezza che amava la ricerca del sapere e i piaceri della buona tavola.

L’incontro con il ramen

Rielaborazione di fantasia di Mito Kōmon intento a divorare una scodella fumante di ramen! Fonte immagine.

ll nostro daimyō era fortemente attratto dallo studio del confucianesimo e non a caso era in contatto con 朱舜水 Shu Shunsui (il nome cinese è Zhu Zhiyu), eminente studioso della dottrina di Confucio nonché uno dei numerosi rifugiati politici che scapparono dalla Cina sotto la dinastia Ming per stabilirsi in pianta stabile in Giappone. Lo studioso, che discendeva da un’illustre famiglia di alti funzionari governativi e che avrebbe avuto spianata la via, divenne bersaglio di vere e proprie persecuzioni e accuse per via di una sua inclinazione alla ribellione; non era uno facilmente corruttibile e di certo non avrebbe acconsentito a chiudere un occhio davanti alle tante nefandezze di governo di cui era stato testimone.

Shu Shunsui. Fonte immagine.

E con l’accusa formale di essere un “tipo disobbediente” (Clement, p.599), Shu Shunsui scappò dal suo Paese nel cuore della notte e, dopo una serie infinita di rocambolesche avventure, riuscì a stabilirsi in maniera permanente in Giappone, a Nagasaki.

Siamo a metà del Seicento.

Un giorno, Mito Kōmon lo invitò a Edo. Sarebbe stata l’occasione perfetta per approfondire di più il discorso sul confucianesimo e sulla cultura e letteratura cinesi.

Ghiottonerie cinesi in dono

Lo studioso accettò e si recò a Edo con una serie di doni, incluse varie prelibatezze che era riuscito a farsi mandare dalla Cina. E con chissà quanta difficoltà!

Sappiamo, ad esempio, che tra gli alimenti che Shu Shunsui preparò per il daimyō ci furono radici di ginseng coreano, il pepe nero, spezie ed erbe medicinali varie. C’erano anche i cetrioli di mare, una determinata varietà di salamandra (che guarda caso è ancora piuttosto diffusa nei torrenti e fiumi del Giappone sud-occidentale), del miele.

C’erano anche tanti altri ingredienti che lo studioso utilizzò per preparare il necessario per il ramen!

Il ramen dell’epoca, però, si dice fosse abbastanza diverso da quello che conosciamo. Tanto per cominciare, gli spaghetti erano più spessi e somigliavano molto agli udon. Inoltre, anziché essere fatti di farina di frumento, erano preparati con farina di radice di loto.
Dai documenti storici, inoltre, apprendiamo che il brodo veniva realizzato con dello stinco di maiale e sale. Il brodo veniva poi insaporito con aglio, erba cipollina cinese, pepe di Sichuan, spezie medicinali e l’immancabile miscela delle famose cinque spezie cinesi ossia: anice stellato, chiodi di garofano, cannella, pepe di Sichuan e semi di finocchio.

La celebre miscela delle cinque spezie cinesi. In giapponese è nota col nome di 五香粉 gokōfun. Fonte immagine.

Purtroppo non abbiamo notizie della cena e di cosa ne abbia pensato il nostro Mito Kōmon di tutti i doni gastronomici ricevuti dal suo maestro nonché amico, Shu Shunsui.

Tuttavia, il ramen sarebbe rimasto dietro le quinte, appannaggio dei circoli più esclusivi fino al 1923 ovvero l’anno del Grande Terremoto del Kantō (大震災 daishinsai).

Da un ricettario della mia collezione

Come precisato all’inizio, la complessità della ricetta tradizionale (erede sicuramente di quella di Shu Shunsui) non ha però impedito a numerose versioni più avvicinabili di emergere. Tra queste, ci sono le versioni casalinghe alla mano, come ad esempio la mia dei ramen al brodo di manzo. Vi lascio la ricetta qui del mio articolo Ramen Biyori.

Tra le versioni più alla buona vanno annoverate anche quelle vegetariane e vegane che richiedono generalmente preparazioni non troppo articolate.

Ed è proprio una di queste ricette che vorrei proporvi. È una ricetta tratta da questo ricettario della mia collezione:

「おばあちゃんの精進ごはん」Obāchan no shōjin gohan. La cucina buddista della nonna.

Uno straordinario ricettario, il primo di due volumi, che trovai casualmente in una delle mie tante ricerche notturne nell’infinito ed emozionante mondo editoriale giapponese.

Le autrici (le due signore sulla copertina, Akemi e Satsuki, sono due sorelle che abitano nella cittadina di Chigasaki, nel Kanagawa. Cittadina che conosco bene perché lì insegnavo italiano a Ikuko, una misteriosa pianista. Perché misteriosa? Ve lo racconterò in seguito.
Le due signore gestiscono una sorta di agriturismo con dei prodotti della terra e un ricco calendario di attività, workshop e corsi dedicati alla cucina naturale.

La filosofia del libro si ispira alla 精進料理 shōjin-ryōri, ovvero la cucina classica buddista dei monaci zen. Tuttavia, nel titolo la parola ryōri (cucina) viene sostituita dalla parola gohan (riso e, per estensione, pasto) per distinguerla dalla cucina buddista originale che è strettamente vegana. Le due sorelle non usano né carne né pesce nelle ricette ma ogni tanto (e con grande parsimonia) compaiono alcuni ingredienti come le uova e il formaggio.

Ricetta semplice: ramen in brodo di soia (Shōyu-rāmen)

Ingredienti per 1 persona:

1 matassa di spaghetti per ramen (ma potete usare ciò che avete)
2 cucchiai di salsa di soia
1 cucchiaio di olio di sesamo tostato (mi raccomando, usate quello tostato!)
acqua calda q.b.
1 cucchiaino di brodo di alga konbu (potete usare il granulare come ho fatto io)
1 cucchiaino di zenzero tritato fresco
sale e pepe q.b.
GUARNIZIONI:
Uova marinate (facoltativo. Escluderle se si vuole fare una versione vegana)
cipollotto tritato
Spinaci bolliti e strizzati

Gli ingredienti necessari

Preparazione delle uova marinate (facoltativo)

Per le uova marinate (味付け玉子 ajitsuke-tamago) potete seguire il procedimento che trovate nella mia ricetta dei ramen alla carne oppure il metodo che riporto qui di seguito:

Ingredienti per le uova marinate

Per preparare le uova marinate, potete procedere in questo modo:

Fasi della preparazione delle uova marinate

Mettere a bollire dell’acqua a cui aggiungete un pizzico di sale e un goccio di aceto. Questi due ultimi ingredienti faciliteranno la rimozione del guscio. Quando l’acqua inizierà a bollire, versare delicatamente le uova e lasciarle bollire per 7 minuti esatti dopodiché trasferirle in acqua fredda e sgusciarle facendo attenzione a non rovinarle.
In un tegame, versare 100ml di brodo di alga konbu (se non l’avete, usate solo acqua), 1 cucchiaio di salsa di soia, 1 cucchiaino di zucchero e portare ad ebollizione. Abbassare la fiamma, aggiungere le uova sgusciate e lasciarle sobbollire per un minuto. Spegnere e lasciar raffreddare.

Conclusione ricetta

Fasi conclusive della ricetta

In un pentolino di acqua bollente, mettere a cuocere i ramen per il tempo indicato sulla confezione. In un altro tegame, mettere a bollire 300ml d’acqua circa; questi serviranno per il brodo.

Nel frattempo, in una scodella capiente versare la salsa di soia, l’olio di sesamo, il granulare di konbu (se non l’avete, usatene uno di verdure), lo zenzero grattugiato, il sale e il pepe.

Scolate i ramen e trasferiteli nella scodella col condimento. E concludete versandovi sopra i 300ml d’acqua bollente.

Mescolate delicatamente e guarnite con cipollotto, spinaci, l’uovo marinato o ciò che preferite.

Fonti: Chinese Refugees of the Seventeenth Century in Japan, Ernest W. Clement M.A., p. 599
「江戸の食卓」Edo no shokutaku. Kawade Shobo Shinsha, 2007.
「おばあちゃんの精進ごはん」Obāchan no shōjin gohan. Iori 暁美と五月. Momobook Publishing.

Cucina giapponese casalinga: 餃子 Gyoza – Prima parte

gyoza

Gyoza: protagonisti della mia tavola giapponese

Oggi saranno i gyoza, i gustosi ravioli giapponesi di evidente origine cinese,  a dominare la scena qui su Biancorosso Giappone.

In questa prima puntata vedremo alcune caratteristiche generali dei gyoza nonché la ricetta per preparare la pasta artigianalmente e con pochissimi ingredienti.

Nella seconda puntata, invece, vedremo il resto della ricetta ossia il procedimento per la preparazione del ripieno e la particolare tecnica di cottura.

Di origine cinese?!

Proprio così. La cucina giapponese in fondo, come molte cucine del mondo, non è che un arazzo riccamente variopinto proprio perché composto da sapori e piatti giunti in varie epoche storiche e per varie ragioni, da territori confinanti e non.

La Cina è stata la grande e antica maestra del Giappone e da cui i nostri amici giapponesi dell’antichità hanno assorbito conoscenza in vari ambiti come quello amministrativo, filosofico, linguistico, artistico e anche culinario.

Dalla Manciuria…con sapore?

Ma l’arrivo e conseguente diffusione a macchia d’olio (di sesamo?) dei gyoza in Giappone parrebbe risalire allo spinoso periodo della guerra sino-giapponese iniziata nel 1931 e che sarebbe andata avanti, con le prevedibili disastrose conseguenze, per molti anni risultando in una prolungata quanto sgradita presenza militare nipponica nel Regno di Mezzo e, infine, conducendo ad una delle cause-miccia dietro l’attacco a Pearl Harbor.

Secondo alcune fonti, fu soprattutto la presenza giapponese in Manciuria, per tutto la durata della seconda guerra mondiale, a far sì che i giapponesi scoprissero di essere golosi di jiaozi (questo il nome cinese dato ai ravioli, scritti con gli stessi ideogrammi, ad eccezione della Cina continentale che ricorre ai caratteri semplificati).

Il loro contatto, quotidiano e continuo, coi cinesi li portò ad osservare la frequenza con cui questi ultimi consumavano questo genere di preparazioni e così, in breve tempo, anche i giapponesi iniziarono a prepararli seppur adattandoli ai propri gusti e preferenze.

Caratteristiche dei 餃子 gyoza

Ufficialmente i gyoza fanno parte di quella parte della cucina giapponese chiamata 中華料理 chuuka-ryoori ossia cucina cinese. La chuuka-ryoori comprende piatti di provenienza o di ispirazione cinese.

Fanno parte di questa apprezzata e gustosa famiglia: il ramen ラーメン, il chahan チャハン (o riso alla cantonese, come è conosciuto qui da noi), e tanti altri piatti tra cui – avete indovinato – i gyoza 餃子.

I gyoza, dunque, nonostante la chiara provenienza cinese collocabile fra l’altro in un tempo storico abbastanza recente, è il frutto di modifiche per meglio rispondere alle preferenze dei palati nipponici.

I gyoza, in Giappone, appaiono quasi sempre in tutti i ristoranti di ramen perché considerati un ideale “contorno” alla famosa zuppa di tagliolini in brodo. Compaiono altresì sui menù di ristoranti cinesi o di ispirazione cinese.

Non mancano neppure tra le gustose proposte delle 居酒屋 izakaya, ossia i pub tradizionali giapponesi dove la sfiziosa cucina di questi luoghi ha generalmente lo scopo di accompagnare alcolici come la birra.

I gyoza giapponesi sono quasi sempre fritti e molto più raramente bolliti o cotti al vapore, come invece avviene comunemente per i jiaozi cinesi.

In Giappone si preferisce cucinarli secondo una tecnica che incrocia la frittura con una breve cottura al vapore (v. ricetta e relativa spiegazione).

Inoltre, vengono quasi sempre farciti con un mix di carne di maiale, cipollotto verde, cavolo e zenzero, anche se le varianti vegetariane, di pesce o a base di carni non suine stanno cominciando a diffondersi sempre più.

Difficili da preparare?

gyoza

Saporitissimi gyoza…alla portata di tutti!

Niente affatto. I gyoza, come tanti altri piatti della cucina giapponese, si fregiano di un’aura di presunta difficoltà mentre in realtà sono alla portata di chiunque poiché non richiedono attrezzi, ingredienti e nemmeno tecniche particolari.

La ricetta che vi propongo è perfettamente in linea con il principio fondante di questa mia rubrica.

Il principio della rubrica stabilisce che tutte le ricette devono essere composte da ingredienti reperibili facilmente in un qualunque supermercato della nostra Penisola. Qualunque.

Dovreste poter, dunque, andare in un supermercato di vostra scelta (un Pam, una Coop, un Gigante, un Despar ecc. ) e trovarvi tutto l’occorrente elencato nella ricetta.

Pasta per gyoza: una precisazione prima di cominciare

pasta per gyoza

Dischi di pasta artigianale per gyoza

Per poter includere questa ricetta nella mia rubrica non ho potuto assolutamente saltare un passaggio importante: la preparazione artigianale della pasta per gyoza.

In molte città italiane, al giorno d’oggi, nei negozi di alimentari asiatici trovate la pasta per gyoza già pronta: sono confezioni abbastanza generose di dischi di pasta fresca, pronti per essere farciti come si preferisce.

Insomma, una gran bella comodità.

Trovate la pasta per gyoza in sfoglie tonde (adatte ai gyoza) e quadrate (più adatte ai cinesi wanton).

Ma c’è un ma: la pasta per gyoza non è considerato un ingrediente comune e di facilissima reperibilità quindi per venire incontro a tutti, ma proprio tutti, nella ricetta troverete il procedimento per prepararla artigianalmente e con soli quattro ingredienti: farina, sale, acqua e amido o fecola di patate.

Ricetta per la pasta per gyoza

Vediamo quindi subito la ricetta per la pasta.

餃子の皮 Gyoza no kawa*

Involucri di pasta per gyoza

*Ispirata alla ricetta di Namiko Chen.

Ingredienti per circa una quarantina di dischi:

pasta per gyoza

Gli ingredienti per la pasta per gyoza.

240g di farina 00

1/2 cucchiaino di sale fino

120_150ml di acqua calda

amido o fecola di patate q.b.

  1. Setacciare la farina in un recipiente capiente.
  2. Alla farina aggiungere, un po’ per volta, l’acqua dentro cui avrete sciolto il sale.
  3. Mescolare con un cucchiaio e poi, gradatamente, con le mani fino ad ottenere un composto omogeneo.
pasta per gyoza

Le fasi della preparazione della pasta per gyoza.

4. Impastare per una decina di minuti e poi dare all’impasto la forma di una palla.

5. Dividere la palla a metà e dare ad ogni metà la forma di un cilindro.

6. Avvolgere le due metà in carta trasparente per alimenti oppure in sacchetti tipo Ziploc. Lasciar riposare per una mezzora oppure di più.

7. Trascorso il tempo di riposo, tirare fuori un cilindro di pasta e dividerlo in dodici pezzetti uguali. Disporre i pezzi di pasta sopra un piatto che terrete coperto con un canovaccio pulito umido.

8. Versare un pochino di amido o fecola di patate sul tavolo. Prendete un pezzo di impasto, fatene una pallina che appiattirete con il palmo della mano e poi stenderete con un matterello.

9. Se siete bravi, potete formare da soli i dischi di pasta altrimenti farete come me ricorrendo a dei tagliapasta.

Tagliapasta

Ecco l’arte italica di arrangiarsi!

10. Per ricavare i miei dischetti di pasta, ho utilizzato due oggetti dal diametro un po’ diverso: un normalissimo bicchiere e il coperchio di un mini tajin marocchino porta-spezie. Voi potete, tranquillamente, utilizzare un coppapasta oppure uno stampo tondo per biscotti. Oppure ancora, uno di quegli stampi appositi per gyoza con i bordi dentellati.

11. Da ogni pezzo di impasto avrete dei ritagli che potrete re-impastare e stendere nuovamente. Questo spiega il motivo per cui otterrete molti più dischi di quanto si possa pensare. Consiglio tuttavia di riutilizzare bene i ritagli, aiutandosi in caso di eccessiva secchezza dell’impasto, con un uno o due spruzzi d’acqua.

12. Disporre i dischi di pasta che man mano farete; sopra un piatto su cui avrete sparso dell’amido e tenere il tutto coperto con un canovaccio pulito umido per evitare che la pasta si secchi.

13. Dopo aver utilizzato entrambi i cilindri di pasta, avvolgere i dischi di pasta in un pezzo di pellicola per alimenti e riporli in frigorifero dove vi rimarranno fino al momento dell’utilizzo.

pasta per gyoza

Dischi di pasta artigianali per gyoza.

Nella seconda puntata vedremo la ricetta del ripieno e la tecnica di cottura dei gyoza.

 

Cucina giapponese casalinga: 冷たいそうめん Somen freddi

 

Somen

Il piatto di oggi! Per l’immagine dei somen ringrazio イラスト365日 

La sfida contro il caldo

Somen o そうめん: questo il refrigerante argomento di oggi. Ogni stagione ci ammalia con i propri pregi e in questo senso l’estate non fa eccezione. Tuttavia, ogni anno ci ritroviamo nelle imperdonabili e calde morse di questa stagione andando puntualmente in cerca di qualche rinfrescante rimedio anti-calura.

Su Biancorosso Giappone si è già parlato ampiamente dei piatti estivi giapponesi più amati, in particolar modo dei menrui ossia della variegata famiglia di spaghettini del panorama gastronomico nipponico. A tal proposito vi rimando qui, a questo articolo dedicato, come ricorderete agli udon freddi.

I somen: un gustoso rimedio

Mazzetto di somen

Tra i menrui più conosciuti anche da noi ricordiamo certamente gli udon, la soba di grano saraceno e – non possiamo dimenticare gli amatissimi ramen! Ma nella famiglia dei menrui vi è un membro di cui si parla ancora troppo poco: i somen そうめん.

I somen sono spaghettini sottilissimi, anzi, sono i più sottili della famiglia dei menrui giapponesi; infatti, hanno uno spessore che generalmente non supera il millimetro.

Vengono venduti quasi sempre essiccati, e quasi mai freschi, raccolti in ordinatissimi mazzetti da una porzione. I somen sono una pasta tipicamente estiva e la sola vista richiama alla mente memorie di matsuri, di cubetti di ghiaccio, di foglie di shiso fresche, di profumatissimo myoga.

Somen a Torino

Quando sono alla ricerca di ingredienti giapponesi mi rivolgo all’unica possibilità qui a Torino: i market asiatici di Porta Palazzo. In realtà adesso iniziano ad intravedersi market di alimentari orientali anche in altre zone della città (ad esempio Corso Vercelli), ma il centro nevralgico dei prodotti dall’Asia resta certamente il perimetro che circonda la grande piazza del caotico mercato torinese.

Anche se per adesso Torino è ancora tristemente priva di una Chinatown di tutto rispetto, e che non coincida con i soliti quattro o cinque negozi malconci, qualche buon prodotto ogni tanto si riesce a trovare.

Benché i somen siano squisitamente estivi, in questi ingarbugliati negozi di vivande dall’Oriente li si può trovare tutto l’anno.

I somen reperibili a Torino sono questi:

somen

Somen marca Tomoshiraga

Spaghettini ingarbugliati a Chinatown

Questo marchio, Tomoshiraga 友白髪, in realtà è curioso perché riflette il pasticciato e disorganico microcosmo dell’acciaccato quartiere semi-Chinatown di Torino: sono somen di stile giapponese, di produzione coreana, importati prima in Francia e poi in Italia dall’azienda cinese dei fratelli Tang. L’impresa di importazione di alimentari dei fratelli Tang, tuttavia, ha sede principale non in Cina ma nel Laos, Paese natio dei due soci.

Il punto vendita principale in Europa dei Tang Frères è situato nel tredicesimo arrondissement di Parigi.

Ma i garbugli non finiscono qui.

Tomoshiraga: ironia o guazzabuglio?

Il marchio Tomoshiraga nei somen è reperibile non solo a Torino, ma un po’ in tutta Italia e nel resto d’Europa. Insomma, ovunque troviate un market di alimentari orientali dovreste trovare altresì i somen Tomoshiraga.

Il nome fa sorridere i giapponesi per poi lasciarli un pochino perplessi. In giapponese esiste l’espressione tomoshiraga 共白髪 che è una sorta di augurio tra marito e moglie affinché si possa invecchiare insieme, o più letteralmente, affinché i capelli di entrambi possano diventare bianchi assieme. Ma in questa espressione il primo carattere usato è diverso da quello che appare sulla confezione dei somen: se nel primo caso il significato è di insieme, nel secondo troviamo quello di amico o compagno.

A prima vista sembrerebbe il classico gioco di sostituzione di caratteri così tipico della lingua giapponese, una lingua che in questa sua peculiarità vanta un’invidiabile malleabilità poiché in grado di adattarsi elegantemente a vari contesti anche ironici. Tuttavia, stando a quanto sostengono vari giapponesi arenati in Europa e costretti ad andare a caccia di ingredienti per la washoku in questi confusi negozi non  sembrerebbe esserci un effetto voluto in questo caso.

Parrebbe non esservi neppure in cinese!

E a complicare il tutto ci si mettono i tre barbuti gentiluomini cinesi sulla confezione che, pur dando l’impressione di essere già avanti con gli anni, tranne uno gli altri non sembrano mostrare traccia di canizie.

Insomma, che sia un fraterno augurio a rimanere amici per tutta la vita, o almeno fino all’incanutimento?

Qualcuno un giorno risolverà l’arcano? Saranno gli stessi fratelli Tang? Qualche ricercatore della Cornell University? Donald Keene in persona personalmente? Un nostalgico nonnino vietnamita esperto e profondo conoscitore di chữ nôm?

Rimaniamo per ora con questo gustoso enigma linguistico.

La ricetta di Biancorosso Giappone

somen

Hitotaba: un mazzetto di somen

Se tutta questa chiacchierata sulle matasse linguistiche da sbrogliare vi ha messo fame, beh, allora procediamo subito con la nostra ricetta!

Come sempre, anche in questo caso gli ingredienti sono pochi, semplici e tutti facilmente reperibili in Italia.

AVVERTENZA: se per qualche curiosa ragione non doveste trovare i somen, provate a sostituirli con degli spaghettini di riso fini. Gli spaghetti di riso sono ormai presenti in quasi tutti i reparti etnici dei supermercati italiani.

Somen

Gli ordinati mazzetti di somen

Ricetta: 冷たいそうめん Tsumetai somen o somen freddi

Ingredienti per 1 persona

un mazzetto di somen

un pezzetto da 5cm di cipollotto

un pezzo piccolo di zenzero fresco q.b.

mezzo cucchiaio di semi di sesamo

180ml circa di dashi freddo*

mezzo cucchiaio di aceto di riso

mezzo cucchiaino di sale

mezzo cucchiaino di salsa di soia

PER IL DASHI: in questa ricetta utilizzo il dashi di pesce, ma potete usare un konbudashi, uno shiitakedashi oppure uno brodo di verdura. Vi rimando alla mia spiegazione sul dashi, QUI.

ingredienti somen

Cosa occorre per gli tsumetai-somen.

Procedimento

  1. Preparare il dashi e farlo raffreddare in frigorifero. Deve essere freddo. Nel caso non lo fosse del tutto, allora potrete rimediare aggiungendo qualche cubetto di ghiaccio nel piatto.
  2. Tagliare finemente il cipollotto e lo zenzero e mischiarli al sale, al sesamo, alla salsa di soia e all’aceto di riso. Mescolare bene il composto e lasciare riposare per qualche minuto.
Condimento somen

Condimento semplice per somen.

Prepariamo i nostri somen!

La cottura dei somen è molto semplice e richiede poche accortezze.

4. Mettere a bollire dell’acqua in una pentola, senza aggiungere il sale. Questo infatti è già presente generalmente in tutti i menrui.

5. Non appena l’acqua avrà iniziato a bollire, disfare il mazzetto e mettere gli spaghettini a cuocere per il tempo consigliato sulla confezione. Il tempo di cottura dei Tomoshiraga è di 3 minuti.

Somen in cottura

6. Trascorso il tempo di cottura, scolare immediatamente gli spaghettini e risciacquarli molto molto bene sotto un getto d’acqua fredda! Facendo attenzione a non romperli, risciacquateli delicatamente con entrambe le mani per liberarli dai residui di amido.

risciacquo somen

Risciacquiamo bene i somen!

7. Dopo averli scolati molto bene, iniziate a disporli ordinatamente in una bella scodella di vostra scelta.

somen cotti

Nido di somen cotti, pronti da condire.

8. Ora non vi resta che versarvi sopra, delicatamente, il dashi freddo e guarnire il tutto con il condimento precedentemente preparato (cipollotto, zenzero, sesamo, salsa di soia, sale e aceto di riso).

Somen freddi

冷たいそうめん Tsumetai somen

9. Potete guarnire con qualche fogliolina verde fragrante. Io ho scelto una profumata foglia di basilico verde perché ben si intonava con la mia scodella.

10. Se il dashi non dovesse essere abbastanza freddo, aggiungete qualche cubetto di ghiaccio.

somen freddi

Deliziosi somen freddi

E anche oggi abbiamo vinto la sfida contro la spossatezza estiva o natsubate!

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

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