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Luna, neve e fiori

Sarà il tempo che passa e con esso il desiderio di ricongiungersi all’essenza delle cose ma ritrovo nella contemplazione della natura molto sollievo. Una luna brillante che spicca nel manto blu di Prussia di un cielo notturno. L’inconfondibile fragranza delle ginestre che volteggia libera nell’aria e si insinua in ogni angolo della città. Ondeggianti glicini profumati che come avvolgenti gioielli adornano un rigoglioso pergolato.

La consapevolezza del tempo che passa – soprattutto del proprio – porta con sé un certo dolore ma anche un inaspettato distacco da tutto ciò una volta creava malessere. Ci si percepisce più leggeri, più preparati, più sicuri. Ma ecco che il tempo acquisisce una valenza diversa: è ogni giorno più prezioso. Questo spiega la selettività che inevitabilmente si adotta, in qualsiasi campo della propria vita.

Higashi e un ricordo

Con un pizzico di spensieratezza gioco con dei dolcini speciali, proprio poco prima di gustarmeli a merenda. Sono dei piccoli capolavori dolci della pasticceria giapponese e si chiamano 干菓子 higashi. Si tratta di dolcetti secchi, modellati con forme che richiamano vari elementi della natura, dai fiori di susino alle onde del mare. Minuscoli assaggi contemplativi che rimandano a una dimensione pulita ed essenziale. Sono ideali accompagnamenti ad una tazza di tè verde.
Per me gli higashi sono e saranno per sempre intrecciati al ricordo della dolce signora Fusae e che mi manca tremendamente. Non riesco a trattenere le lacrime ogniqualvolta il mio pensiero va a lei. Le sue visite pomeridiane, le nostre chiacchierate lunghissime che oltrepassavano il tramonto, i suoi dipinti, i suoi regali, i cestini di frutta che mi portava dal suo giardino. Io l’avevo adottata come la mia nonna giapponese. Per me lei era la mia cara nonna Teresa, in Giappone.

Gli higashi di Fusae

Amava portarmi dolci tradizionali e me ne donava di vari tipi. In più occasioni mi portò higashi di cui conservo affettuosamente non solo il ricordo nella mente ma anche nelle tre foto che seguono.

Coloratissimi e leggiadri doni che addolcivano i nostri pomeriggi. Quei pomeriggi ingentiliti dai caldi raggi di un sole quasi rosso e che piano piano sparivano dietro il tavolo della cucina. Eppure le nostre chiacchierate continuavano. Fusae amava Kyoto con tutto il cuore. Amava anche raccontarmi le storie dei kanji, dei proverbi, dei suoi ricordi di quando era piccola e Shinjuku era aperta campagna.

E così, con gli occhi velati di lacrime e la nostalgia che mi saliva su per la gola, ho cercato di sorridere ripensando a lei, a quei nostri pomeriggi chiacchierini e ai suoi doni, ogni volta diversi. E nel mentre ho cercato di catturare la bellezza di questi higashi che per sempre racchiuderanno tra le proprie pareti zuccherine il ricordo di Fusae.

I miei giochi di higashi

Delle volte, anzi no, tante volte mi volto indietro e mi sembra tutto un sogno. Un lungo e irripetibile sogno dal cui risveglio sono ancora frastornata.

Fiori e templi di zucchero finissimo – il pregiato 和三盆糖 wasanbontou – diventano come i dolciumi che Alice trovava disseminati un po’ qui e un po’ lì in quel bizzarro mondo onirico in cui cadde. Assaporandoli non rimpicciolisco né divento gigante ma mi sembra di rivivere nitidamente il mio amatissimo Giappone e tutto ciò che quell’esperienza contiene. A ben pensarci, è stato un po’ come ingigantire così tanto da riuscire a riaffacciarmi sul passato e rivedermi.

Luna, neve e fiori

Prosegue la scoperta dei detti e proverbi del mio vecchio Himekuri iniziata qualche tempo fa. Qui l’inizio e qua il detto precedente a questo.

Sulla pagina del giorno mercoledì 30 settembre 2015 ecco cosa leggiamo:

月雪花は一度に眺められず。
Tsuki yuki hana wa ichidoni nagamerarezu

Traduzione
La luna, la neve, i fiori non possono essere visti contemporaneamente.

Un’ammaliante luna piena che splende nella notte. Una coltre soffice e quasi impalpabile di neve candida. Fiori e ancora fiori di ogni colore e forma. Sono tre esempi che il detto ci propone come un assaggio, un campione di ciò che di straordinariamente bello ci circonda nella natura.

Ma cosa significa il non poterli ammirare contemporaneamente?

Secondo alcune interpretazioni il detto farebbe riferimento alla caratteristica che hanno le cose belle di non arrivare insieme. Generalmente quello è un privilegio che sembra spettare alle disgrazie.
Altri invece spiegano questo proverbio ricordandoci che non si possono ammirare veramente e con attenzione più cose simultaneamente, siano esse paesaggi o fiori, ma che la concentrazione reale può essere dedicata solo ad un qualcosa per volta.
Altri ancora vedono nel proverbio un’esortazione ad apprezzare ciò che si ha, senza aspettare sempre altro.
In fondo, non vi è neve in una notte di plenilunio come i fiori restano nascosti quando nevica.

Mi piace soffermarmi su un’interpretazione che viaggia sul binario centrale: è un invito e un monito a cogliere ciò che di bello vi è nella propria vita, per quanto semplice e raro o distaccato da tutto il resto. Persino in un’esistenza complicata e appesantita dai vari mali di vivere ecco che qualcosa – anche solo una – può e deve essere fonte di quel sollievo e sostentamento dell’anima. Fosse anche solo un fiorellino in un bicchiere o il sole del mattino che si intrufola dalla finestra.

Marianna

Cucina giapponese casalinga: 黒蜜 Kuromitsu

Kuromitsu

Sognando Okinawa

Scrigni di sapori

Kuromitsu 黒蜜 molto letteralmente significa miele nero.

Ma il kuromitsu è stata per me una delle molte deliziose scoperte fatte in Giappone; una di quelle scoperte che ti fa capire, sgombrando il campo da dubbi ed esitazioni, che il mondo contiene innumerevoli scrigni di sapori in attesa di essere apprezzati.

Togliamoci dalla testa, una volta per tutte, che il meglio della cucina risieda solo nella nostra Penisola. E` ora di archiviare per sempre questo italocentrismo gastronomico che però, nonostante tutto, sembra perdurare testardamente.

Da Okinawa un velo di dolce ambra nera

Questo articolo è dedicato a Saku-chan, la mia okinawense preferita!

Negli anni ho scritto tanto sul kuromitsu perché, dopo essermene follemente innamorata, questa dolce ambra nera non ha piu lasciato il mio cuore. Nel 2009 scrissi ad esempio, per Acilia di Insieme a Te, questo articolo.

Ritroviamo le isole di Okinawa nella zona meridionale del Giappone e costituiscono non solo il principale gruppo di isole dell’arcipelago delle Ryukyu, ma forse – anzi togliamo il forse – un mondo a parte. Okinawa è una realtà distaccata dal resto del Giappone e lo è per la sua storia, le sue tradizioni, i suoi costumi, la sua cucina e la sua lingua.

Là dove l’aria è pregna di note pizzicate sul sanshin, in quelle terre bagnate da un mare cobalto e punteggiate da palme, da antichi santuari rossi, da statue di Shisaa, come gemme ricevute in dono ecco piantagioni di fragranti ananas e di uno zucchero molto speciale: il kurozato  黒砂糖 o kokuto 黒糖 ossia zucchero nero. In inglese, infatti, questo pregiato tipo di zucchero di canna è chiamato Black Sugar.

Alla ricerca del misterioso Kokuto

Molti anni fa, in un vecchio libro di cucina terapeutica cinese, trovai una ricetta che prevedeva espressamente l’uso di questo misterioso Black Sugar. All’epoca non sapevo di cosa si trattasse, ma so di alcune persone che girarono in lungo e in largo i quartieri asiatici della propria città alla ricerca del Black Sugar incontrando, invece, sguardi interrogativi e confusi.

Cercavano il Kokuto, quello zucchero che in giapponese è nero ma in cinese diventa rosso prendendo il nome di hong-tang 红糖. L’estenuante ricerca credo si fosse conclusa con un nulla di fatto, ma oggi sono qui per incoraggiarvi e dirvi che non servirà andare fino ad Okinawa (ma vi invito ad andarci comunque!) o esplorare le China Town della città per trovare il Kokuto.

Uno zucchero sano

Il Kokuto di Okinawa è famoso per essere uno zucchero sano, ricchissimo di potassio e calcio e tanti sali minerali. Non a caso, infatti, nella medicina cinese questo zucchero integrale e non raffinato viene impiegato, da secoli, come rimedio per alleviare i dolori mestruali!

Ne potete sciogliere uno o due cucchiaini in acqua calda e sorseggiare lentamente la bevanda così ottenuta per ritrovare sollievo molto rapidamente.

Nei market asiatici, se guardate bene, troverete confezioni di zucchero di canna con o senza l’aggiunta di datteri rossi cinesi (che in realtà, botanicamente, sono bacche di Jujube e non veramente datteri). E quasi sicuramente, su queste confezioni, troverete scritti i caratteri che indicano il ciclo mestruale.

In Giappone il Kokuto, oltre ad essere impiegato in pasticceria come vedremo, è usato anche per farne delle caramelle balsamiche che portano grande sollievo quando si ha mal di gola.

Dove scovare il Kokuto di Okinawa qui?

A questa domanda vi potrei rispondere usando Google, ma probabilmente sarebbero risposte poco utili ai fini pratici della nostra rubrica che, come sapete, cerca di insegnarvi semplici ricette giapponesi senza l’uso di ingredienti o attrezzi costosi o di difficile reperibilità.

Immagino, tuttavia, che riuscire a trovare del vero Kokuto di Okinawa al Pam, al Crai, alla Coop  sia difficile o quantomeno non così immediato. Immagino anche che, qualora lo trovaste, sia un prodotto costoso.

Che fare, quindi?

Dobbiamo usare dei sostituti. Se il Kokuto di Okinawa non è proprio a portata di mano nei supermercati della Penisola, la buona notizia è che esiste un tipo di zucchero dalle stesse proprietà e dal sapore pressoché identico: lo zucchero di canna Muscovado (chiamato a volte anche Mascobado).

Lo zucchero di canna Muscovado è uno zucchero fine, integrale e non raffinato, dalla consistenza quasi umida. Tende, infatti, a compattarsi molto. Il Muscovado ha un sapore che ricorda molto nitidamente la liquirizia e questo è dovuto all’aggiunta di melasse.

Kurozato

Zucchero Muscovado delle Mauritius

Importante: ignorate del tutto quello che io chiamo zuccheretto di canna, ossia quella specie di finto zucchero marroncino debole granulare che rappresenta sempre l’alternativa sana allo zucchero bianco. Non prendetelo neppure in considerazione!

Kurozato o Kokuto

Zucchero di canna integrale, non raffinato, delle Mauritius.

Nella mia esperienza, i migliori zuccheri di canna Muscovado dal sapore che più si avvicini al Kokuto di Okinawa sono quelli provenienti da piantagioni Fair Trade nelle Mauritius oppure nelle Filippine. Trovate questi zuccheri facilmente nella grande distribuzione, come nei supermercati del gruppo Pam dove ho acquistato il Muscovado che vedrete nella ricetta.

Un ottimo Muscovado è quello commercializzato da AltroMercato, proveniente dalle Filippine.

Che cos’è il Kuromitsu?

Il kuromitsu in Giappone si trova già pronto, in pratici flaconi. E` uno sciroppo a base di questo pregiato zucchero e un po’ d’acqua. E’ dunque un caramello, ma dal colore scuro e dal sapore decisamente particolare e marcato, contraddistinto da quella  intensa nota di liquirizia.

Nella cucina giapponese appare in pasticceria dove spesso accompagna certi mochi, come i miei amatissimi Shingen-mochi 信玄餅 della Prefettura di Yamanashi. Ne parlai qui.

E` dunque un compagno gradito in alcuni wagashi, ma lo troviamo anche come deliziosa alternativa allo sciroppo d’acero per pancakes, sulle macedonie, sul gelato, nei budini, ecc. ecc.

Ricetta lampo del Kuromitsu

Aumentate o diminuite le dosi in base alle vostre necessità tenendo presente che il kuromitsu è difficile da abbandonare una volta assaggiato. E non dite che non vi avevo avvisato.

Ingredienti (per circa quattro cucchiai di kuromitsu)

Kuromitsu

Ecco gli ingredienti per fare il Kuromitsu.

4 cucchiai da minestra di Kokuto o zucchero Muscovado (non sostituite con lo zucchero di canna comune)

4 cucchiaini da caffè di acqua fresca

Procedimento

Versare sia lo zucchero che l’acqua in pentolino e far sobbollire, a fiamma molto bassa, per 3 o 4 minuti. Lasciar raffreddare, trasferire in un barattolino e conservare in frigorifero.

Kuromitsu

Zucchero Muscovado e acqua in un pentolino, a fiamma bassa.

Provatelo sulle macedonie, sui mochi, sui pancakes, sul pane, sul gelato, sulle torte, sulle fette biscottate. Sono sicura che quando lo assaggerete sarete inondati dalle idee!

Kuromitsu

Kuromitsu fatto in casa

E ora posso ritornare ad assaporare non solo il mio kuromitsu, ma anche le parole di Miyazato Senri e dei suoi racconti di un`Okinawa del dopoguerra, vista attraverso i suoi occhi di bimbo.

Kuromitsu

Dolci letture

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Cucina giapponese casalinga: 杏仁豆腐 Annindofu

Annin-dōfu, annin-dofu

Una delizia sino-giapponese.

Il ricordo dell’incessante rapsodia delle cicale è indissolubilmente annodato al sapore delle estati giapponesi.

La lotta era quotidiana. Ogni giorno si sfoderavano nuove armi nel tentativo, spesso insufficiente, di ritrovare del refrigerio.

Dal 麦茶 Mugicha (tè d’orzo) alla soba fredda; dalla 冷やし中華 hiyashi-chuuka a scorpacciate di ガリガリ君 Garigari-kun.

Rievocazione dell’Annindofu

Annindofu

Annindofu: un dolce intermezzo refrigerante.

Ma improvvisamente l’altro giorno mi sono ricordata di una piccola delizia che divoravo molto spesso nei pomeriggi più bollenti: 杏仁豆腐 Annindofu o, a voler essere pignoli nella traslitterazione, Annin-dōfu.

Si tratta di una sorta di budino alla mandorla, di provenienza cinese, ma ampiamente e affettuosamente accolto dai palati nipponici tanto da non lasciarlo più andare.

C’è chi dice sia originario della cucina pechinese, chi di quella cantonese e chi ancora ipotizza sia una specialità che deve i suoi natali alle locande di Hong Kong.

Sia come sia, Annindofu è una rinfrescante nota dolce di sicura provenienza dal Regno di Mezzo, anche se non abbiamo certezze sulla sua esatta località di origine.

In Giappone l`Annindofu viene spesso servito nei ristoranti, soprattutto quelli specializzati in cucina cinese o 中華料理 chuuka-ryoori, mentre nei supermercati questo dessert si trova già pronto oppure in polvere a cui serve aggiungere solo acqua o latte.

Per i più pignoli esiste in commercio la cosiddetta polvere di annin (杏仁 annin significa seme di albicocca, e da qui la somiglianza nel sapore con la mandorla) che richiede una preparazione un po’ più complessa.

Alla ricerca (o forse no) della polvere di annin

Ma la polvere di annin è uno di quei prodotti che penso non troverò mai qui a Torino. O forse sì. Chissà.

Magari un giorno mi attenderà sugli scaffali ingarbugliati dei market asiatici di Porta Palazzo, tra pacchi di fagioli mung e confezioni da un kg di ichimi-togarashi, mentre alle mie spalle si srotolerà il caratteristico walzer linguistico tra cinese, romeno, igbo, spagnolo e arabo che sempre colora quel quartiere.

La golosa missione di questa rubrica

Ma in ogni caso questa polvere non avrebbe posto in questa rubrica che – come sapete ormai – vuole condividere con voi ricette autentiche della tradizione casalinga giapponese, riadattate però per il pubblico italiano.

Attenzione! Non sono ricette italianizzate, ma semplicemente ricette riviste per facilitarne la realizzazione; tengo infatti a mente solo i prodotti comunemente reperibili nei supermercati e negozi di alimentari della nostra Penisola.

Sveliamo l’identità dell’Annindofu

Si tratta dunque di un budino, molto rinfrescante, al delizioso sapore di mandorla! Nel suo nome compare la parola dōfu (variazione fonetica del termine tōfu che non necessita di traduzione) perché, diciamo, che visivamente lo ricorda, specialmente quando si utilizza il latte di soia.

Ne esistono alcune varianti  dell’Annindofu a seconda del latte utilizzato: latte vaccino, latte di soia o latte di mandorla. Vi è chi usa la gelatina animale e chi l’agar-agar.

Generalmente lo si guarnisce con qualche bacca di goji (クコの実 kukonomi in giapponese) ammorbidita in acqua, ma vi è anche chi preferisce optare per delle marmellate, coulisse di frutta oppure frutta fresca.

La ricetta dell’Annindofu (finalmente)

La ricetta dell’Annindofu che vi propongo ha essenzialmente due ingredienti obbligatori e due facoltativi.

Vediamo insieme come procedere.

杏仁豆腐 Annindofu

Ingredienti per 4-5 personeIngredienti annin-dofu

600ml di latte di mandorla*

2-3 g di agar-agar**

Una goccia di essenza di mandorla (facoltativo)

Qualche mandorla, bacca di goji ecc. per guarnire (facoltativo)

*Optando per un latte di mandorla poco dolce sarà necessario aggiungere dello zucchero, motivo per cui ho scelto di usare del latte di mandorla siciliano poiché già sufficientemente dolce.

**L’agar-agar o 寒天 kanten è una gelatina di origine interamente vegetale perché ricavata da un’alga. Al giorno d’oggi la si trova in molti supermercati, nei market asiatici oppure nei negozi di alimentari naturali. Esiste sia in polvere che in barrette. Attenetevi scrupolosamente alle dosi di agar-agar indicate poiché il suo potere gelificante è molto forte e nettamente superiore a quello della gelatina animale.

Procedimento

  1. Versare il latte di mandorla in un pentolino e stemperarvi, a freddo, l’agar-agar. Mescolare molto bene aiutandosi, possibilmente, con una frusta.
  2. Mettere a cuocere, a fuoco medio, continuando a mescolare delicatamente.
  3. Spegnere il fuoco proprio prima che il composto inizi a bollire.
  4. A questo punto, se lo si desidera, è possibile aggiungere una goccia di essenza di mandorla senza però esagerare. Il sapore finale deve ricordare il gusto della mandorla, ma senza eccessi.
  5. Versare il composto in coppette della misura prescelta e lasciare raffreddare a temperatura ambiente e poi riporre in frigorifero.
  6. Se lo si desidera, si potrà decorare l`Annindofu con bacche di goji precedentemente ammorbidite in acqua, con delle mandorle, con frutta, ecc.
  7. Servire.
Annin-dofu

Una pausa refrigerante che ci riporta un po’ in Cina e un po’ in Giappone.

L’invito di Marianna

Lasciandoci ora alle spalle ricordi di rapsodie di cicale, i variopinti scenari dei market orientali di Porta Palazzo, la ricerca non troppo frenetica della polvere di annin andiamo insieme in cucina.

E` lì che con pochi ingredienti della vostra dispensa potremo ricreare alcuni sapori giapponesi della quotidianità.

E’ la mia maniera per tener viva un’esperienza che ha restituito una Marianna diversa. Ed è la vostra maniera per far parte, qualora lo desideriate, di ciò che sono.

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Cucina giapponese casalinga: 抹茶ぐるぐるクッキー Biscotti al matcha

Biscotti al matcha.

Biscottini guruguru al matcha.

Da dietro le quinte di questo palcoscenico dei sapori entra in scena, con un passo vellutato e regale, il 抹茶 matcha.

Si dice che il tè, ingrediente antico e imbevuto del profumo della tradizione, abbia fatto il suo ingresso ufficiale in Giappone verso la fine del dodicesimo secolo giungendo nel Sol Levante grazie ad un monaco zen di nome Eisai, il quale fu il primo importatore dei semi di questa pianta.
A quei tempi la Cina, agli occhi del Giappone, era ammirevole e lodevole modello di civiltà. Il Giappone, già da alcuni secoli precedenti ai viaggi di Eisai, inviava regolarmente delegazioni di studiosi affinché attingessero dal ricco serbatoio di conoscenze della grande e antica Cina. Questi studiosi, dunque, venivano esortati ad imparare il più possibile, dalla politica all’architettura, dalla scienza alla letteratura, dalla filosofia alla religione.

Il monaco Eisai fu una di queste persone. Proveniente da una famiglia di sacerdoti shintoisti, il giovane studiò i precetti del buddismo e presto avvertì la necessità, per vari motivi, di recarsi in Cina per poter fruire meglio degli insegnamenti buddisti traendoli direttamente “dalla fonte”. Riportò in patria molte testimonianze tangibili del suo soggiorno cinese tra cui numerosi manoscritti e i semi della pianta del tè.

Una lattina di matcha

Lattina di buon matcha

Il monaco piantò questi semi nel giardino di un tempio a Kyoto e, avvezzo ormai all’usanza cinese del tempo, cominciò a polverizzare le delicate e brillanti foglioline di questa pianta fino ad ottenerne una polvere finissima che mescolava con garbo ad acqua calda. A quel tempo in Cina si usava il tè in polvere, ma questa abitudine presto s’indebolì nel Regno di Mezzo fino a scomparire del tutto. Nella Cina contemporanea, infatti, di questa usanza restano solo tracce in documenti storici e stampe.
In Giappone, invece, la preparazione del tè in polvere, ossia del matcha 抹茶, e viva più che mai e indissolubilmente legata alla figura di Eisai e allo zen, disciplina introdotta in Giappone per primo proprio dal monaco.

La famosa cerimonia del tè, chadoo o sadoo 茶道, è un momento meditativo proveniente proprio dai tempi di Eisai, volto ad aiutare chi ne prende parte a soffermarsi sulla bellezza custodita nella semplicità.

La produzione di questo tè, tuttavia, al tempo richiedeva una lavorazione molto complessa  rendendo quindi il prodotto finito appannaggio per pochi, come i membri della nobiltà, dell’ aristocrazia e del clero i quali, essendo molto spesso amanti della bellezza, ricercavano nella ritualizzazione del matcha quella raffinata semplicità a cui anelavano quotidianamente.

Solo verso la fine del Settecento, attraverso brillanti idee ed avvincenti innovazioni, si inizierà ad accorciare le distanze tra l’elitario e regale matcha e la gente comune, arrivando pian piano fino ai giorni nostri dove il matcha – pur rimanendo un prodotto di eccellenza e quindi con un prezzo ancora alquanto elevato soprattutto in base alla varietà – ha smesso di rimanere isolato in templi ed esclusive sale da tè per entrare anche nelle pasticcerie, nei ristoranti, nell’industria alimentare e dolciaria e addirittura nelle case.

Da anni ormai in Giappone il matcha gode di stima e affetto nei repertori di cucina casalinga poiché, secondo me, rappresenta un morbido nastro che congiunge delicatamente la tradizione con la modernità, il passato con il presente, l’Oriente con l’Occidente.

E’ il rivedere e rivivere un passato lontano, regale e fiero, in un soffio di profumato tè verde in polvere.

La ricetta di oggi della nostra rubrica è quindi un tributo a questo speciale e prezioso ingrediente che amo sempre chiamare col suo nome anziché optare per il generico “tè verde” in quanto a quest’ultimo, spesso, si associa il sapore occidentalizzato del tè verde cinese che ritroviamo nei gelati e dolcini orientaleggianti.

Il sapore non è quello del matcha.

Il matcha ha un sapore vivo, fresco, di natura, di acqua, di verde, di fogliame, di terreno, di pioggia, di cicli della natura che instancabilmente si alternano.

La ricetta di oggi è un classico ormai amato da tanti in Giappone e frequentemente replicato in milioni di case da mamme e casalinghe sempre più creative:

I biscotti guruguru (questa espressione onomatopeica si riferisce al motivetto a spirale che abbellisce questi dolcini) di pasta frolla al matcha.

Un vero abbraccio tra Oriente e Occidente.

抹茶ぐるぐるクッキー Matcha guruguru kukkii 

Ingredienti:

Ingredienti per i kukiii.

Tutto quello che occorre per preparare i matcha guruguru kukii.

IMPASTO VERDE CHIARO

50g di burro a temperatura ambiente

3 cucchiai di zucchero a velo

60g di farina

1 bustina di vanillina (facoltativa)

1/2 cucchiaino di matcha

un pizzico di lievito per dolci

un pizzico di sale

IMPASTO VERDE SCURO

Replicate gli stessi ingredienti, nelle stesse quantità, elencati per l’impasto verde chiaro usando però questa volta 2 cucchiaini di matcha.

Procedimento

  1. Preparare il primo impasto, ossia quello verde chiaro: con una frusta lavorare il burro con lo zucchero a velo.
  2. A parte, unire la farina al matcha, il sale, il lievito di dolci e la vanillina se la si usa.
  3. Gradatamente, aggiungere il mix dato da questi ultimi ingredienti al burro lavorato con lo zucchero. Impastare bene fino ad ottenere una pasta omogenea.
  4. Avvolgerla in un pezzo di pellicola trasparente e metterla a riposare in frigo per una mezzora circa.
  5. Preparare l’impasto verde scuro ripetendo esattamente gli stessi passaggi appena visti, con l’unica differenza che questa volta la quantità di matcha passa a due cucchiaini.
  6. Avvolgere anche il secondo impasto in un pezzo di pellicola per alimenti e lasciar riposare in frigo.
  7. Tirare fuori entrambi gli impasti e stenderli tra due fogli di carta da forno per evitare che si appiccichino. Cercare di ottenere, suppergiù, due rettangoli di pasta della stessa misura.
  8. Sovrapporre delicatamente un rettangolo sull’altro (a voi la scelta; potete anche lavorare in due tempi invertendo i colori) e, facendo molta attenzione, iniziare ad arrotolare i due impasti su se stessi.
  9. Avvolgere i rotoli in pellicola per alimenti e riporre in frigorifero per un’ora circa.
  10. Riscaldare il forno a 180 gradi centigradi e rivestire una leccarda di carta da forno.
  11. Tirare fuori i rotoli di impasto e con un coltello affilato tagliateli a rondelle di circa mezzo cm.
  12. Disporli con attenzione sulla carta da forno e metterli a cuocere a forno caldo per 10 minuti, non di più. Non aspettate che prendano colorito. Devono mantenere la propria brillantezza del verde.
  13. Lasciarli raffreddare e servire.

E qui di seguito, parte della procedura riportata in una sequenza fotografica:

Preparazione kukkii.

Sequenza fotografica della preparazione dei kukkii.

Modellare il rotolo usando, se lo si desidera, un makisu o stuoietta di bambu.

Modellare il rotolo usando, se lo si desidera, un makisu o stuoietta di bambù.

Non sono biscotti forse molto leggeri dato il contenuto di burro non trascurabile, tuttavia soddisfano appieno il palato. Ne bastano due o tre per accompagnare, con la raffinatezza che distingue il matcha sin dai tempi antichi, un buon caffè oppure del tè nero.

Biscotti al matcha.

Biscotti al matcha.

Mi sono divertita, in questa ricetta, ad utilizzare due varietà di matcha: una è quella raffigurata in una foto un po più in alto, in una lattina di metallo e l’altro invece e un matcha proveniente dalla provincia di Shizuoka, terra ingioiellata dalle smeraldine piantagioni di tè:

Matcha

Matcha di Shizuoka

Per la preparazione dei biscotti al matcha non è certamente necessario scomodare gli utensili tradizionali generalmente riservati alla corretta esecuzione di questa deliziosa bevanda. Tuttavia, la fragranza unica di questo pregiato tè mi ha invogliata a riscoprire il mio chasen 茶筅, ossia il tradizionalissimo frullino di bambù che si usa per mescolare il te con l’acqua e creare la caratteristica schiuma.

Frullino di bambu.

Chasen o frullino di bambù.

Chasen

Frullino di bambù.

Acquistai questo chasen nella Prefettura di Chiba, a Funabashi, per la precisione.

Frullino di bambu.

Chasen di Funabashi.

Concludo avvisandovi che al momento ho alcune difficoltà con il form dei contatti che non mi permette di ricevere i vostri messaggi. Vi chiedo gentilmente, qualora vogliate comunicare con me, di lasciare un commento qui sul blog oppure di scrivermi direttamente a questo indirizzo: biancorossogiappone @ yahoo . it

Lascio volutamente gli spazi per evitare lo spam.

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

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