
È tra le pieghe dei furoshiki che andremo a curiosare, alla ricerca di storie, aneddoti e spigolature, per riprendere un vocabolo che nella mia mente è indissolubilmente associato alla storica Settimana Enigmistica.
Ritorno ai furoshiki

Ritorno per modo di dire perché l’atto del ritornare implica prima un allontanamento. Ma io dai furoshiki non mi sono mai del tutto allontanata. Anzi, sono parte della mia quotidianità. Un’ordinarietà che, senza lustri né declamazioni solenni, li ingloba nel suo scorrere, ahimè, sempre più rapido.
Ci ritorno però come argomento. Forse, tra i tanti, ricorderete questo mio scritto.
Riposiziono i riflettori sui furoshiki perché, come per qualsiasi argomento, le nuove angolazioni non finiscono mai. Ovviamente, però, cercando di non scivolare in quell’asettico taglio enciclopedico (ora perlopiù IApedico) che si limita a fornire risposte fredde e impersonali.
D’altra parte, non mancano di certo le solite guide definitive, i tutto quello che non ti hanno mai detto di, tutti i segreti di, e via di questo passo. Tutte frutto di un’intelligenza umana, dunque imperfetta ma per questo unica?
Orientiamoci

Ripartiamo però dalle basi. Che cos’è un furoshiki?
Elemento caratteristico della cultura giapponese, i furoshiki sono panni quadrati di stoffa con cui principalmente si avvolgono varie cose. Insomma, pratici teli che all’occorrenza possono trasformarsi in mille cose: borsette da passeggio, sporte della spesa, elegante involucro per regali, porta-libri, borsina porta-pranzo e tantissimo altro ancora.
Non c’è un limite a ciò che si può avvolgere in questi tessuti: c’è, ad esempio, chi li usa addirittura per trasportare strumenti musicali come chitarre e violini!

I furoshiki sono di solito quadrati e di misure tendenzialmente standard. Nella fascia dei furoshiki piccoli si parte di norma dai 45cm x 45cm fino ad arrivare al canonico 50cm x 50cm, spesso utilizzato per avvolgere gli obentō.
Le dimensioni medie, invece, vanno dai 68cm x 68cm ai 70cm x 70cm. Quelli grandi vanno dai 90cm x 90cm ai 120cm x 120cm. La gamma extra-large parte dai 130cm fino a quasi 2m (195cm per lato, per l’esattezza).
I materiali possono essere vari come il cotone, seta, lino, rayon ecc.

Nella foto qui in alto è raffigurata una parte della mia piccola collezione di furoshiki, ognuno con una sua storia ben precisa. Alcuni sono in cotone, in rayon e altri in un tessuto chiamato ちりめん chirimen che a me piace particolarmente nei furoshiki perché rende più agevoli le pieghe e i nodi grazie alla sua elasticità.
Dalle terme shogunali…a noi!
Secondo molti documenti storici, pare che i furoshiki siano stati ideati nel lontano Periodo Nara (710-794 d.C.) e utilizzati inizialmente per trasportare con cura oggetti particolarmente preziosi, in particolare se ad essi era assegnata una funzione liturgica all’interno di templi e santuari.

Qualche secolo più tardi, quindi già in epoca Muromachi (1338-1573), fu lo shogun Yoshimitsu Ashikaga a contribuire alla popolarizzazione dei furoshiki. Egli, infatti, chiese ai signori feudali che frequentavano il suo stabilimento termale di Kyoto di usare un panno in cui avvolgere i propri abiti puliti ed effetti personali per evitare che si mescolassero tra di loro, scongiurando così confusione e discussioni. Il furoshiki divenne non solo pratica borsa ma anche tappetino perché ben si prestava ad essere poggiato per terra al momento del cambio.
La parola furoshiki scritta in giapponese è 風呂敷 e si scompone in questo modo:
風呂 furo che significa bagno
敷 shiki che indica qualcosa che si stende su una superficie
Quindi la presenza del bagno nella parola è un legame con questo passato shogunale, negli ambienti termali amministrati con ordine da Yoshimitsu Ashikaga.
Una risposta ecologica
In epoche così lontane, come quelle del periodo Nara o dello shogun Ashikaga, non ci si poneva il problema di come ridurre la plastica e altri materiali inquinanti semplicemente perché questi ancora non esistevano. Ma i tempi sono cambiati e la situazione ambientale attuale ci richiede di rivedere drasticamente molte abitudini, frutto fondamentalmente di un benessere eccessivo e scarso senso civico.
In Giappone i furoshiki erano comunemente usati come sacchetti, scatole, sporte, custodie ecc. ancora fino a poco dopo la seconda guerra mondiale. Dal boom economico in poi, quel periodo che i giapponesi ricordano come il miracolo economico (高度経済成長 kōdo keizai seichō), purtroppo la presenza sempre più piovresca di altri materiali e soprattutto della plastica spinse nell’ombra il semplice eppur pratico ed ecologico furoshiki, rilegandolo al ruolo di oggetto antiquato e tristemente démodé. Forse perché ricordava momenti non facili e quindi era meglio accogliere novità più emozionanti. Chissà.
Un primo tramonto del furoshiki

Il celebre grande magazzino giapponese Isetan 伊勢丹, fondato nel 1886 quindi in pieno periodo Meiji, a partire prevalentemente dalla fase postbellica del periodo Shōwa, iniziò a usare delle borse di carta al posto dei tradizionali furoshiki col proprio logo per avvolgere gli articoli venduti. Le borse di carta di Isetan, abbellite da un caratteristico tartan scozzese, sarebbero diventate il simbolo inconfondibile del grande magazzino.

Insomma, non è difficile immaginare quella deriva ambientale propulsa dalla curiosità per le novità, un nuovo benessere e voglia di innovative soluzioni apparentemente più pratiche.
Mottainai!
Nel 2006, l’allora ministro dell’ambiente Yuriko Koike promosse una campagna di sensibilizzazione verso il tema dell’ecologia. Uno dei punti vincenti della sua strategia fu quello di attingere dalla storia del proprio Paese riscoprendo così l’elegante e pratica soluzione ecologica del furoshiki. Per l’occasione, lanciò una rivoluzionaria linea di questi panni realizzati in un tessuto ricavato dalla lavorazione delle bottiglie in PET. Una linea a cui lei volle dare un nome molto bello ed evocativo per qualsiasi giapponese: もったいない Mottainai, un’espressione che in giapponese indica dispiacere o rammarico per qualsiasi spreco. Un nome significativo perché in grado di comunicare con un filo diretto al cuore dei giapponesi e di invitare ad una nuova consapevolezza ambientale.
Quel 2006 fu proprio l’anno dei furoshiki, dedicato a tante iniziative creative e curate che avevano come obiettivo la rimessa al centro della saggezza del passato come soluzione alla stoltezza del presente.

L’ex-ministro Koike fece dono di questi splendidi furoshiki anche alla nazionale giapponese che avrebbe partecipato alle olimpiadi invernali svoltesi a Torino, proprio nel 2006!
Il furoshiki in dono alla squadra nazionale giapponese riprende un particolare di un famoso dipinto del periodo Edo intitolato 「池辺群虫図」Chihen-gunchūzu cioè Insetti e rettili in uno stagno, opera dell’acclamato pittore Itō Jakuchū 伊藤若冲.


Giocando coi miei furoshiki

Ogni tanto mi ritorna la voglia di ripassare alcune tecniche di avvolgimento dei furoshiki, molte delle quali apprese ad un corso specifico a cui partecipai a Shibuya, a Tokyo, presso la sede dell’azienda Musubi. Fu in quell’occasione che la mia amica-mentore Kyōko mi assegnò il gravoso compito di fare da ambasciatrice dei furoshiki, in Italia. Una nomina ufficialmente ufficiosa ma per me tanto solenne come se mi fosse stata conferita formalmente.
La magia del furoshiki è che lo si può far diventare quasi ciò che si vuole: i nodi e le pieghe necessari saranno la formula per realizzare l’incantesimo.
La mia cara amica Ryōko, sapendo della mia passione per questi incanti di stoffa, mi ha regalato questo libro:

Il libro guida il lettore alla scoperta e riscoperta del furoshiki attraverso un apprezzamento estetico dei suoi decori nel corso del tempo. Le pagine di questo volumetto, infatti, sono ricchissime di foto di furoshiki provenienti dalle collezioni delle autrici e di grandi collezionisti come quella invidiabile di un certo 富田満夫 Tomita Mitsuo, proprietario di esemplari rarissimi.
In quest’opera le autrici propongono un’ampia varietà di idee per un utilizzo quotidiano e pratico del furoshiki: in cucina, come accessorio di bellezza, in viaggio. Insomma, una vera esplorazione a tutto tondo della straordinaria versatilità di questo poliedrico panno.

Nel mio ripasso di nodi e pieghe, ovvero le formule magiche di quell’incantesimo chiamato furoshiki, ecco alcune idee che potrete seguire anche voi. Non è obbligatorio, infatti, che il vostro panno sia necessariamente giapponese: è sufficiente un pezzo quadrato di un tessuto leggero, possibilmente con bordature sottili o – meglio ancora – assenti. Qualsiasi tessuto può diventare furoshiki. Pensate anche dei semplici ma bellissimi foulard che magari avete in un cassetto.
Tuttavia, se ne desiderate uno originale giapponese potete certamente acquistarlo da Verasia, dalla mia amica Sumie-san di J-okini (dove potete usare il mio codice sconto valevole sui suoi magnifici tè, Marianna15), da Shibui Italia o da Tanabata di Milano.
Bin-tsutsumi: bottiglie avvolte con stile e praticità

La tecnica del bin-tsutsumi 瓶包み (che significa pacchetto per bottiglie) è molto d’effetto perché consente di avvolgere e trasportare con praticità una o due bottiglie. Le pieghe e i nodi, infatti, produrranno un manico molto robusto che vi permetterà di portare con facilità ed eleganza le vostre bottiglie.
Per due bottiglie d’acqua da 1,5 litro ho utilizzato un furoshiki, dono della mia amica Ryōko, della linea Mottainai, in tessuto ecologico ricavato dalla plastica PET, grande da 1.30m per lato.
Potete naturalmente anche avvolgere bottiglie più piccole usando quindi un panno di dimensioni minori.
Qui le istruzioni.
Hon-tsutsumi: furoshiki che diventano porta-libri
Per gli amanti della lettura ecco che il furoshiki ha una soluzione, come sempre pratica e raffinata: 本包み hon-tsutsumi (pacchetto per libri). Ho scelto questa tecnica per avvolgere due libri contemporaneamente. Un’idea per impacchettare dei libri da regalare o semplicemente per poterli portare in giro, sempre con classe.

Ecco come realizzare il porta-libri doppio.
Furoshiki per scatola di fazzoletti

Uno dei miei usi preferiti del furoshiki è quello che vedete in foto: in poche e rapide mosse, ecco che il panno prescelto abbellirà in un attimo la scatola dei fazzoletti.
Qui potete vedere come fare.
I furoshiki di Cochae
La già citata azienda di furoshiki Musubi è per me importante punto di riferimento perché è da loro che ho imparato le pieghe e i nodi di base.
Alcuni anni fa, la Musubi lanciò un’originalissima linea di furoshiki, frutto di una frizzante collaborazione tra vari illustratori, chiamata Cochae. I furoshiki di questa serie sono tutti caratterizzati da una giocosità irresistibile poiché ognuno di questi panni, dedicato ad un personaggio tradizionale della cultura giapponese, può dare origine a varie scene in base a come viene piegato il tessuto. La genialità di Cochae sta nel traslare la poliedricità dell’origami sui tessuti dei furoshiki.
Per saperne di più, vi lascio qui di seguito il PDF promozionale in inglese:
Sono orgogliosa di poter annoverare nella mia piccola collezione due furoshiki Cochae:

Quello a sinistra, acquistato da Sumie-san di J-Okini (non dimenticatevi di usare il mio codice sconto sui suoi tè, Marianna15), è dedicato alla magnifica Kyōto. Ne riporta, infatti, alcuni simboli caratteristici come le maiko – ovvero le apprendiste geisha – ed elementi architettonici tradizionali.
Il secondo, invece, fu un premio che vinsi anni fa tramite un concorso lanciato da un bellissimo progetto italo-giapponese, Get Obachan. Questo progetto, misteriosamente eclissatosi, si prefiggeva di far conoscere cultura e l’arte giapponese attraverso l’invio di preziosi oggetti di artigianato scelti molto accuratamente da mani esperte.

Il furoshiki Cochae di Obachan è un tributo alla scimmia, animale considerato mitologicamente come una sorta di tramite tra il mondo altro e quello terreno. La scimmia è anche simbolo di furbizia, sagacia, capacità di trarre gli altri in inganno ma anche di buona sorte. I suoi tanti simbolismi meriterebbero uno studio approfondito, unitamente a tutti quelli degli animali a cui la tradizione folkloristica giapponese riserva un posto speciale.


Il nome Cochae コチャエ: malinconico rimando a Edo
Il nome di questa giocosa linea di furoshiki di Musubi si trascrive normalmente in caratteri latini come Kochae. Questo è il nome di una famosa canzone popolare del genere 端唄 ha-uta, componimenti musicali suonati generalmente con lo shamisen, nati nei quartieri del piacere di Edo, la vecchia Tōkyō.
Kochae, nello specifico, racconta un viaggio percorso lungo alcune delle cinquantatré stazioni del Tokaidō che è il nome di un ciclo famosissimo di xilografie firmate Utagawa Hiroshige. Le stazioni rappresentavano le aree di sosta e ristoro che punteggiavano il percorso lungo l’arteria del Tokaidō che collegava Edo con Kyōto, le più importanti città del tempo. A Edo risiedeva lo shōgun e a Kyōto l’imperatore.
La Tokaidō non era l’unica strada che facesse da collegamento diretto tra le due città; ve n’erano altre tra cui anche la Nakasendō che, a differenza della prima, seguiva un tragitto più nell’entroterra. La Tokaidō, tuttavia, rimase la più importante e sul suo percorso sorse la prima grande linea ferroviaria giapponese.
Da Edo, la prima stazione era quella di Nihonbashi. Il viaggio partiva da lì e il viaggiatore protagonista di Kochae racconta della sua partenza intorno alla settima ora che, secondo l’orologio del periodo Edo, corrispondeva all’ora della tigre cioè verso le 4 del mattino.
Potete ascoltare qui la bellissima e indimenticabile Kochae. Kochae è una parola priva di significato.
Il caso Karakusa

Tra i decori tradizionali dei furoshiki, ce n’è uno molto speciale chiamato 唐草 karakusa. In italiano di solito si traduce con arabesco ed è proprio come lo vedete nell’illustrazione qui sopra.
Pare che questo motivo decorativo abbia avuto origine in Egitto e sia poi giunto in Giappone, mediante la Cina, attraverso la Via della Seta durante il periodo Nara (710-794). Il nome karakusa significa proprio pianta cinese ed è un disegno che simboleggia la forza, la resistenza, la capacità di adattamento. È un motivo molto amato sui tessuti, dai furoshiki ai kimono, e nell’oggettistica in generale.

Nel già citato periodo Shōwa, quando i furoshiki iniziarono a uscire di scena, in realtà non scomparvero del tutto: finirono un po’ in sordina diventando porta-oggetti con cui riporre cose varie nei cassetti e armadi. Il motivo decorativo più diffuso al tempo era proprio il karakusa per via dei suoi significati propiziatori. Questo vuol dire che la maggior parte delle famiglie dell’epoca aveva almeno un furoshiki con gli arabeschi karakusa che utilizzava per mettere a posto oggetti non necessari nell’immediato. Pensiamo a ripostigli, cassetti, armadi, sgabuzzini, ecc.
I furoshiki preferiti dai…malviventi!

Un curioso risvolto relativo ai furoshiki abbelliti dal motivo karakusa è l’inaspettato legame con il mondo dei malviventi, nello specifico con quello dei ladri!
Nell’immaginario collettivo giapponese, infatti, il ladro viene spesso rappresentato in fuga con in spalla un fagotto avvolto in un furoshiki con gli arabeschi.


Nella serie Cochae non manca, ad esempio, un furoshiki a tema ladresco…con ovviamente il karakusa!

Questo tipo di furoshiki deve la sua insolita associazione al mondo malandrino a causa del suo ruolo di porta-oggetti, spesso nascosti in cassetti, cassepanche, bauli, ecc.
È evidente che, per una questione di comodità, molti ladri si trovavano il bottino-fagotto già fatto o quasi. Spesso poi questi fagotti erano a poca distanza da oggetti di un certo valore (kimono antichi, gioielli, ecc.) e quindi l’approntamento della stuzzicante refurtiva poteva avvenire in tempi piuttosto rapidi e in modalità alquanto pratiche.
Furoshiki e…vanità!
Nell’interrogare quell’affascinante mondo dei modi di dire e dei proverbi depositari di saggezze passate, ovvero i 諺 kotowaza a cui dedicati uno spazio che trovate qui, è emerso un detto insolito:

大風呂敷を広げる。
Ōburoshiki o hirogeru.
Stendere un grande furoshiki.
Notare come la parola furoshiki subisca una trasformazione fonetica dovuta alla presenza del suffisso 大〜Ō, ossia grande qualcosa, acquisendo una sonorizzazione attraverso il suono B.
Ma cosa significa? È simile al nostro stendere un velo pietoso?
No, direi di no.
Stendere un grande furoshiki significa vantarsi, fare sfoggio sfrontato di cose e qualità che non andrebbero ostentate. Fare il gradasso, pavoneggiarsi, gloriarsi.
Interessante, no? È come se il furoshiki, in questo caso di grandi dimensioni quindi visibile, fosse sinonimo di spudoratezza. Stenderne uno, magari un 2m x 2m pure riccamente decorato, potrebbe personificare una certa impertinenza.
Allora, che ne dite se ne stendiamo uno piccino picciò, magari un 45cm x 45cm?














