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Tra le pieghe dei furoshiki

Due semplicissimi ed imperfetti pacchetti avvolti in furoshiki con la tecnica dell’otsukai-tsutsumi おつかい包み.

È tra le pieghe dei furoshiki che andremo a curiosare, alla ricerca di storie, aneddoti e spigolature, per riprendere un vocabolo che nella mia mente è indissolubilmente associato alla storica Settimana Enigmistica.

Ritorno ai furoshiki

Tre furoshiki….e un tenugui della mia collezione. Dei tenugui parlerò prossimamente.

Ritorno per modo di dire perché l’atto del ritornare implica prima un allontanamento. Ma io dai furoshiki non mi sono mai del tutto allontanata. Anzi, sono parte della mia quotidianità. Un’ordinarietà che, senza lustri né declamazioni solenni, li ingloba nel suo scorrere, ahimè, sempre più rapido.
Ci ritorno però come argomento. Forse, tra i tanti, ricorderete questo mio scritto.

Riposiziono i riflettori sui furoshiki perché, come per qualsiasi argomento, le nuove angolazioni non finiscono mai. Ovviamente, però, cercando di non scivolare in quell’asettico taglio enciclopedico (ora perlopiù IApedico) che si limita a fornire risposte fredde e impersonali.

D’altra parte, non mancano di certo le solite guide definitive, i tutto quello che non ti hanno mai detto di, tutti i segreti di, e via di questo passo. Tutte frutto di un’intelligenza umana, dunque imperfetta ma per questo unica?

Orientiamoci

Ripartiamo però dalle basi. Che cos’è un furoshiki?

Elemento caratteristico della cultura giapponese, i furoshiki sono panni quadrati di stoffa con cui principalmente si avvolgono varie cose. Insomma, pratici teli che all’occorrenza possono trasformarsi in mille cose: borsette da passeggio, sporte della spesa, elegante involucro per regali, porta-libri, borsina porta-pranzo e tantissimo altro ancora.
Non c’è un limite a ciò che si può avvolgere in questi tessuti: c’è, ad esempio, chi li usa addirittura per trasportare strumenti musicali come chitarre e violini!

Un simpatico personaggio, il Gatto Boss con un vivace furoshiki usato come morbido collare. Immagine di ボス猫日記 Bosu-neko Nikki.

I furoshiki sono di solito quadrati e di misure tendenzialmente standard. Nella fascia dei furoshiki piccoli si parte di norma dai 45cm x 45cm fino ad arrivare al canonico 50cm x 50cm, spesso utilizzato per avvolgere gli obentō.
Le dimensioni medie, invece, vanno dai 68cm x 68cm ai 70cm x 70cm. Quelli grandi vanno dai 90cm x 90cm ai 120cm x 120cm. La gamma extra-large parte dai 130cm fino a quasi 2m (195cm per lato, per l’esattezza).

I materiali possono essere vari come il cotone, seta, lino, rayon ecc.

Una parte della mia collezione di furoshiki.

Nella foto qui in alto è raffigurata una parte della mia piccola collezione di furoshiki, ognuno con una sua storia ben precisa. Alcuni sono in cotone, in rayon e altri in un tessuto chiamato ちりめん chirimen che a me piace particolarmente nei furoshiki perché rende più agevoli le pieghe e i nodi grazie alla sua elasticità.

Dalle terme shogunali…a noi!

Secondo molti documenti storici, pare che i furoshiki siano stati ideati nel lontano Periodo Nara (710-794 d.C.) e utilizzati inizialmente per trasportare con cura oggetti particolarmente preziosi, in particolare se ad essi era assegnata una funzione liturgica all’interno di templi e santuari.

Lo shogun Yoshimitsu Ashikaga 足利義満. Foto trovata su Wikimedia Commons.

Qualche secolo più tardi, quindi già in epoca Muromachi (1338-1573), fu lo shogun Yoshimitsu Ashikaga a contribuire alla popolarizzazione dei furoshiki. Egli, infatti, chiese ai signori feudali che frequentavano il suo stabilimento termale di Kyoto di usare un panno in cui avvolgere i propri abiti puliti ed effetti personali per evitare che si mescolassero tra di loro, scongiurando così confusione e discussioni. Il furoshiki divenne non solo pratica borsa ma anche tappetino perché ben si prestava ad essere poggiato per terra al momento del cambio.

La parola furoshiki scritta in giapponese è 風呂敷 e si scompone in questo modo:
風呂 furo che significa bagno
敷 shiki che indica qualcosa che si stende su una superficie

Quindi la presenza del bagno nella parola è un legame con questo passato shogunale, negli ambienti termali amministrati con ordine da Yoshimitsu Ashikaga.

Una risposta ecologica

In epoche così lontane, come quelle del periodo Nara o dello shogun Ashikaga, non ci si poneva il problema di come ridurre la plastica e altri materiali inquinanti semplicemente perché questi ancora non esistevano. Ma i tempi sono cambiati e la situazione ambientale attuale ci richiede di rivedere drasticamente molte abitudini, frutto fondamentalmente di un benessere eccessivo e scarso senso civico.

In Giappone i furoshiki erano comunemente usati come sacchetti, scatole, sporte, custodie ecc. ancora fino a poco dopo la seconda guerra mondiale. Dal boom economico in poi, quel periodo che i giapponesi ricordano come il miracolo economico (高度経済成長 kōdo keizai seichō), purtroppo la presenza sempre più piovresca di altri materiali e soprattutto della plastica spinse nell’ombra il semplice eppur pratico ed ecologico furoshiki, rilegandolo al ruolo di oggetto antiquato e tristemente démodé. Forse perché ricordava momenti non facili e quindi era meglio accogliere novità più emozionanti. Chissà.

Un primo tramonto del furoshiki


Il celebre grande magazzino giapponese Isetan 伊勢丹, fondato nel 1886 quindi in pieno periodo Meiji, a partire prevalentemente dalla fase postbellica del periodo Shōwa, iniziò a usare delle borse di carta al posto dei tradizionali furoshiki col proprio logo per avvolgere gli articoli venduti. Le borse di carta di Isetan, abbellite da un caratteristico tartan scozzese, sarebbero diventate il simbolo inconfondibile del grande magazzino.

A sinistra due esemplari di furoshiki col logo di Isetan. A destra una delle famosissime borse di carta col tartan scozzese.

Insomma, non è difficile immaginare quella deriva ambientale propulsa dalla curiosità per le novità, un nuovo benessere e voglia di innovative soluzioni apparentemente più pratiche.

Mottainai!

Nel 2006, l’allora ministro dell’ambiente Yuriko Koike promosse una campagna di sensibilizzazione verso il tema dell’ecologia. Uno dei punti vincenti della sua strategia fu quello di attingere dalla storia del proprio Paese riscoprendo così l’elegante e pratica soluzione ecologica del furoshiki. Per l’occasione, lanciò una rivoluzionaria linea di questi panni realizzati in un tessuto ricavato dalla lavorazione delle bottiglie in PET. Una linea a cui lei volle dare un nome molto bello ed evocativo per qualsiasi giapponese: もったいない Mottainai, un’espressione che in giapponese indica dispiacere o rammarico per qualsiasi spreco. Un nome significativo perché in grado di comunicare con un filo diretto al cuore dei giapponesi e di invitare ad una nuova consapevolezza ambientale.

La signora Koike con uno dei suoi meravigliosi furoshiki in tessuto ecologico.

Quel 2006 fu proprio l’anno dei furoshiki, dedicato a tante iniziative creative e curate che avevano come obiettivo la rimessa al centro della saggezza del passato come soluzione alla stoltezza del presente.

Yuriko Koike al momento della consegna dei preziosi furoshiki alla nazionale giapponese.

L’ex-ministro Koike fece dono di questi splendidi furoshiki anche alla nazionale giapponese che avrebbe partecipato alle olimpiadi invernali svoltesi a Torino, proprio nel 2006!
Il furoshiki in dono alla squadra nazionale giapponese riprende un particolare di un famoso dipinto del periodo Edo intitolato 「池辺群虫図」Chihen-gunchūzu cioè Insetti e rettili in uno stagno, opera dell’acclamato pittore Itō Jakuchū 伊藤若冲.

Il famoso furoshiki ecologico ispirato a un dipinto naturalistico del periodo Edo. Fonte immagine.
Il dipinto a cui l’ex-ministro Koike prese ispirazione per uno dei suoi furoshiki ecologici. Fonte immagine.

Giocando coi miei furoshiki

Giochi di pieghe e nodi coi miei furoshiki.

Ogni tanto mi ritorna la voglia di ripassare alcune tecniche di avvolgimento dei furoshiki, molte delle quali apprese ad un corso specifico a cui partecipai a Shibuya, a Tokyo, presso la sede dell’azienda Musubi. Fu in quell’occasione che la mia amica-mentore Kyōko mi assegnò il gravoso compito di fare da ambasciatrice dei furoshiki, in Italia. Una nomina ufficialmente ufficiosa ma per me tanto solenne come se mi fosse stata conferita formalmente.

La magia del furoshiki è che lo si può far diventare quasi ciò che si vuole: i nodi e le pieghe necessari saranno la formula per realizzare l’incantesimo.

La mia cara amica Ryōko, sapendo della mia passione per questi incanti di stoffa, mi ha regalato questo libro:

「モダンふろしき案内」Modan furoshiki annai. Guida al furoshiki moderno. Di Ruriko Sasaki e Sumiko Sugawara. Pubblicato dalla 河出書房新社 Kawade Shobō Shinsha, storica casa editrice nata nel periodo della Restaurazione Meiji.

Il libro guida il lettore alla scoperta e riscoperta del furoshiki attraverso un apprezzamento estetico dei suoi decori nel corso del tempo. Le pagine di questo volumetto, infatti, sono ricchissime di foto di furoshiki provenienti dalle collezioni delle autrici e di grandi collezionisti come quella invidiabile di un certo 富田満夫 Tomita Mitsuo, proprietario di esemplari rarissimi.
In quest’opera le autrici propongono un’ampia varietà di idee per un utilizzo quotidiano e pratico del furoshiki: in cucina, come accessorio di bellezza, in viaggio. Insomma, una vera esplorazione a tutto tondo della straordinaria versatilità di questo poliedrico panno.

Dal libro Guida al furoshiki moderno.

Nel mio ripasso di nodi e pieghe, ovvero le formule magiche di quell’incantesimo chiamato furoshiki, ecco alcune idee che potrete seguire anche voi. Non è obbligatorio, infatti, che il vostro panno sia necessariamente giapponese: è sufficiente un pezzo quadrato di un tessuto leggero, possibilmente con bordature sottili o – meglio ancora – assenti. Qualsiasi tessuto può diventare furoshiki. Pensate anche dei semplici ma bellissimi foulard che magari avete in un cassetto.
Tuttavia, se ne desiderate uno originale giapponese potete certamente acquistarlo da Verasia, dalla mia amica Sumie-san di J-okini (dove potete usare il mio codice sconto valevole sui suoi magnifici tè, Marianna15), da Shibui Italia o da Tanabata di Milano.

Bin-tsutsumi: bottiglie avvolte con stile e praticità

La tecnica del bin-tsutsumi 瓶包み (che significa pacchetto per bottiglie) è molto d’effetto perché consente di avvolgere e trasportare con praticità una o due bottiglie. Le pieghe e i nodi, infatti, produrranno un manico molto robusto che vi permetterà di portare con facilità ed eleganza le vostre bottiglie.
Per due bottiglie d’acqua da 1,5 litro ho utilizzato un furoshiki, dono della mia amica Ryōko, della linea Mottainai, in tessuto ecologico ricavato dalla plastica PET, grande da 1.30m per lato.
Potete naturalmente anche avvolgere bottiglie più piccole usando quindi un panno di dimensioni minori.
Qui le istruzioni.

Hon-tsutsumi: furoshiki che diventano porta-libri

Per gli amanti della lettura ecco che il furoshiki ha una soluzione, come sempre pratica e raffinata: 本包み hon-tsutsumi (pacchetto per libri). Ho scelto questa tecnica per avvolgere due libri contemporaneamente. Un’idea per impacchettare dei libri da regalare o semplicemente per poterli portare in giro, sempre con classe.

Ecco come realizzare il porta-libri doppio.

Furoshiki per scatola di fazzoletti

Uno dei miei usi preferiti del furoshiki è quello che vedete in foto: in poche e rapide mosse, ecco che il panno prescelto abbellirà in un attimo la scatola dei fazzoletti.

Qui potete vedere come fare.

I furoshiki di Cochae

La già citata azienda di furoshiki Musubi è per me importante punto di riferimento perché è da loro che ho imparato le pieghe e i nodi di base.

Alcuni anni fa, la Musubi lanciò un’originalissima linea di furoshiki, frutto di una frizzante collaborazione tra vari illustratori, chiamata Cochae. I furoshiki di questa serie sono tutti caratterizzati da una giocosità irresistibile poiché ognuno di questi panni, dedicato ad un personaggio tradizionale della cultura giapponese, può dare origine a varie scene in base a come viene piegato il tessuto. La genialità di Cochae sta nel traslare la poliedricità dell’origami sui tessuti dei furoshiki.

Per saperne di più, vi lascio qui di seguito il PDF promozionale in inglese:

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CochaeDownload

Sono orgogliosa di poter annoverare nella mia piccola collezione due furoshiki Cochae:

Quello a sinistra, acquistato da Sumie-san di J-Okini (non dimenticatevi di usare il mio codice sconto sui suoi tè, Marianna15), è dedicato alla magnifica Kyōto. Ne riporta, infatti, alcuni simboli caratteristici come le maiko – ovvero le apprendiste geisha – ed elementi architettonici tradizionali.
Il secondo, invece, fu un premio che vinsi anni fa tramite un concorso lanciato da un bellissimo progetto italo-giapponese, Get Obachan. Questo progetto, misteriosamente eclissatosi, si prefiggeva di far conoscere cultura e l’arte giapponese attraverso l’invio di preziosi oggetti di artigianato scelti molto accuratamente da mani esperte.

Ragazzi, se mi leggete, sappiate che mancate molto. Tornate!

Il furoshiki Cochae di Obachan è un tributo alla scimmia, animale considerato mitologicamente come una sorta di tramite tra il mondo altro e quello terreno. La scimmia è anche simbolo di furbizia, sagacia, capacità di trarre gli altri in inganno ma anche di buona sorte. I suoi tanti simbolismi meriterebbero uno studio approfondito, unitamente a tutti quelli degli animali a cui la tradizione folkloristica giapponese riserva un posto speciale.

Il nome Cochae コチャエ: malinconico rimando a Edo

Il nome di questa giocosa linea di furoshiki di Musubi si trascrive normalmente in caratteri latini come Kochae. Questo è il nome di una famosa canzone popolare del genere 端唄 ha-uta, componimenti musicali suonati generalmente con lo shamisen, nati nei quartieri del piacere di Edo, la vecchia Tōkyō.

Kochae, nello specifico, racconta un viaggio percorso lungo alcune delle cinquantatré stazioni del Tokaidō che è il nome di un ciclo famosissimo di xilografie firmate Utagawa Hiroshige. Le stazioni rappresentavano le aree di sosta e ristoro che punteggiavano il percorso lungo l’arteria del Tokaidō che collegava Edo con Kyōto, le più importanti città del tempo. A Edo risiedeva lo shōgun e a Kyōto l’imperatore.
La Tokaidō non era l’unica strada che facesse da collegamento diretto tra le due città; ve n’erano altre tra cui anche la Nakasendō che, a differenza della prima, seguiva un tragitto più nell’entroterra. La Tokaidō, tuttavia, rimase la più importante e sul suo percorso sorse la prima grande linea ferroviaria giapponese.

Da Edo, la prima stazione era quella di Nihonbashi. Il viaggio partiva da lì e il viaggiatore protagonista di Kochae racconta della sua partenza intorno alla settima ora che, secondo l’orologio del periodo Edo, corrispondeva all’ora della tigre cioè verso le 4 del mattino.

Potete ascoltare qui la bellissima e indimenticabile Kochae. Kochae è una parola priva di significato.

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Il caso Karakusa

Tra i decori tradizionali dei furoshiki, ce n’è uno molto speciale chiamato 唐草 karakusa. In italiano di solito si traduce con arabesco ed è proprio come lo vedete nell’illustrazione qui sopra.
Pare che questo motivo decorativo abbia avuto origine in Egitto e sia poi giunto in Giappone, mediante la Cina, attraverso la Via della Seta durante il periodo Nara (710-794). Il nome karakusa significa proprio pianta cinese ed è un disegno che simboleggia la forza, la resistenza, la capacità di adattamento. È un motivo molto amato sui tessuti, dai furoshiki ai kimono, e nell’oggettistica in generale.

La meravigliosa Hara Setsuko 原節子 con in mano un furoshiki con karakusa. Scena tratta dal film 「新しき土」Atarashiki tsuchi, in italiano tradotto come “La figlia del samurai”, del 1939.

Nel già citato periodo Shōwa, quando i furoshiki iniziarono a uscire di scena, in realtà non scomparvero del tutto: finirono un po’ in sordina diventando porta-oggetti con cui riporre cose varie nei cassetti e armadi. Il motivo decorativo più diffuso al tempo era proprio il karakusa per via dei suoi significati propiziatori. Questo vuol dire che la maggior parte delle famiglie dell’epoca aveva almeno un furoshiki con gli arabeschi karakusa che utilizzava per mettere a posto oggetti non necessari nell’immediato. Pensiamo a ripostigli, cassetti, armadi, sgabuzzini, ecc.

I furoshiki preferiti dai…malviventi!

Un curioso risvolto relativo ai furoshiki abbelliti dal motivo karakusa è l’inaspettato legame con il mondo dei malviventi, nello specifico con quello dei ladri!

Nell’immaginario collettivo giapponese, infatti, il ladro viene spesso rappresentato in fuga con in spalla un fagotto avvolto in un furoshiki con gli arabeschi.

Nella serie Cochae non manca, ad esempio, un furoshiki a tema ladresco…con ovviamente il karakusa!

Questo tipo di furoshiki deve la sua insolita associazione al mondo malandrino a causa del suo ruolo di porta-oggetti, spesso nascosti in cassetti, cassepanche, bauli, ecc.
È evidente che, per una questione di comodità, molti ladri si trovavano il bottino-fagotto già fatto o quasi. Spesso poi questi fagotti erano a poca distanza da oggetti di un certo valore (kimono antichi, gioielli, ecc.) e quindi l’approntamento della stuzzicante refurtiva poteva avvenire in tempi piuttosto rapidi e in modalità alquanto pratiche.

Furoshiki e…vanità!

Nell’interrogare quell’affascinante mondo dei modi di dire e dei proverbi depositari di saggezze passate, ovvero i 諺 kotowaza a cui dedicati uno spazio che trovate qui, è emerso un detto insolito:

大風呂敷を広げる。
Ōburoshiki o hirogeru.
Stendere un grande furoshiki.

Notare come la parola furoshiki subisca una trasformazione fonetica dovuta alla presenza del suffisso 大〜Ō, ossia grande qualcosa, acquisendo una sonorizzazione attraverso il suono B.

Ma cosa significa? È simile al nostro stendere un velo pietoso?

No, direi di no.

Stendere un grande furoshiki significa vantarsi, fare sfoggio sfrontato di cose e qualità che non andrebbero ostentate. Fare il gradasso, pavoneggiarsi, gloriarsi.

Interessante, no? È come se il furoshiki, in questo caso di grandi dimensioni quindi visibile, fosse sinonimo di spudoratezza. Stenderne uno, magari un 2m x 2m pure riccamente decorato, potrebbe personificare una certa impertinenza.

Allora, che ne dite se ne stendiamo uno piccino picciò, magari un 45cm x 45cm?

Furoshiki per Biancorosso Giappone

La richiesta di Kyoko

“Marianna, quando torni in Italia dovrai fare da ambasciatrice del furoshiki!” – mi disse Kyoko col suo abituale tono autoritario, incorniciato dai suoi drittissimi capelli color mogano e da quei severi occhiali stretti da vista.
Eravamo appena ritornate da un corso di tecniche di annodamento dei furoshiki, tenutosi in una lunga e stretta bottega ad essi dedicata, in un assolato vicolo a Tokyo. Un posto, quello, dove forse non riuscirei più a far ritorno.

Kyoko riusciva sempre a farmi provare un misto tra soggezione, ammirazione e timore. Sapeva impartire ordini con la risolutezza di un generale ma lo faceva con quegli occhi che tradivano una traccia di sorriso. E questo acuiva la confusione.
Se alle volte mi appigliavo a quella scia di sorriso nei suoi occhi cercando di percorrere un’ipotetica linea scherzosa ecco che lei, molto rapidamente, mi richiamava all’ordine.

Se invece, al contrario, ignoravo quella venatura di buonumore e rimanevo saldamente ferma su una linea più seria ecco che lei si ammorbidiva e mi invitava a fare altrettanto.

Insomma, frastornamento a parte, secondo lei avrei dovuto calarmi nei panni dell’ambasciatrice dei furoshiki in suolo italico. Una proposta / ordine, per la verità, che in quel momento non presi seriamente perché già sapevo che avrei dovuto lasciare il mio amato Giappone e solo all’idea mi sentivo pervadere da malessere e nausea.

Furoshiki
Furoshiki frutto della collaborazione tra Biancorosso Giappone e Hug Me Mama

Cosa sono i furoshiki?

I furoshiki sono un elemento distintivo della cultura giapponese. Ne ho scritto tanto negli anni.
In poche parole si tratta di panni di stoffa (cotone, seta, tessuti sintetici ecc.), generalmente quadrati, utilizzati per avvolgere regali oppure tutto ciò che andrà trasportato come ad esempio il pranzo da portare al lavoro o a scuola, libri, bottiglie e molto altro.
I furoshiki sono però anche uno strumento di grande ingegno che nei secoli ha saputo coniugare semplicità, praticità ed eleganza. Infatti, non svolgono solo la funzione di involucro ma anche di contenitore: i furoshiki sanno diventare, all’occorrenza, sporte della spesa, coprispalle, copricapo, borsette da passeggio e tanto altro a cui l’unico limite è dato dalla fantasia.
Saranno le varie tecniche di annodatura a conferire al furoshiki, di volta in volta, un ruolo nuovo.

Furoshiki
Alcuni furoshiki della mia collezione personale

Alcuni miei bento settimanali, i Mariben, che ho avvolto in furoshiki. Qui il panno non serve solo a facilitare il trasporto del pranzo ma ha anche funzione di elegante tovaglietta.

Invenzione ecologica recente?

Niente affatto. E forse sta proprio questo suo filo diretto con l’antichità a renderlo irresistibilmente affascinante. E’ stato un vero apripista, un anticipatore delle proposte dei movimenti ambientalisti che sarebbero sorti parecchi secoli dopo il suo ingresso.
Pare che le sue origini siano da far risalire al Periodo Nara (710-794) quando un predecessore del furoshiki veniva utilizzato per proteggere e trasportare in tutta sicurezza oggetti preziosi, soprattutto appartenenti a templi e santuari.

Circa seicento anni dopo, invece, uno shogun di nome Yoshimitsu Ashikaga – nonché privilegiato residente presso l’acclamatissimo Kinkakuji di Kyoto – fece costruire un complesso termale nell’antica capitale dove furono invitati molti signori feudali provenienti da varie regioni del Giappone. Per evitare che i loro indumenti ed effetti personali si mescolassero, iniziò a diffondersi fra essi l’abitudine di usare dei panni di stoffa con cui trasportare abiti puliti da indossare dopo il bagno. La poliedricità del furoshiki era cosa evidente della prima ora e infatti non si prestava solo come sacca porta-indumenti ed effetti personali ma anche come tappetino su cui poggiarsi durante il cambio.
Il nome stesso furoshiki 風呂敷 è composto da 風呂 furo che significa bagno e da 敷 shiki che indica lo stendere qualcosa, tipo un panno, per terra.

Un precursore…riscoperto.

Come spesso accade a tutti gli antesignani di qualcosa, anche il furoshiki fu riscoperto e rivalutato a più riprese nel tempo ritrovando nuova lucentezza nella primavera del 2006 – l’anno in cui me ne andai in Giappone, guarda caso – grazie alla campagna di sensibilizzazione ambientale promossa dall’allora Ministro dell’Ambiente, Yuriko Koike.
La campagna della signora Koike intendeva sensibilizzare il pubblico ad una riduzione dei rifiuti e a tal scopo lanciò un’innovativa linea di furoshiki realizzati con tessuti ricavati dalla lavorazione delle bottiglie in PET.
La linea di questi furoshiki doppiamente ecologici aveva come nome una dolce parola giapponese – もったいない mottainai – che indica il rammarico o il dispiacere per un qualcosa che viene buttato via senza che prima ne siano state sfruttate tutte le potenzialità.

Furoshiki e libri
Uso spesso i miei furoshiki per avvolgervi libri.

Libro e furoshiki
Un mio libro avvolto nel furoshiki

Il furoshiki di Biancorosso Giappone

Sognavo da veramente molto tempo di poter proporre un furoshiki che fosse in qualche modo collegato al mio blog e a me. Non dimenticate, d’altra parte, che sono l’ambasciatrice dei furoshiki, con la nomina ricevuta direttamente da Kyoko-san!
Certamente scherzo sul mio ruolo di ambasciatrice ma non scherzo sulla volontà presente da tanto tempo di rendere accessibile a tutti questo panno ispirato alla tradizione del Vecchio Giappone e che, menomale per noi, è ancora viva.

Furoshiki
Ecco il furoshiki creato da Francesca di Hug Me Mama per Biancorosso Giappone.
Sullo sfondo, una kokeshi dipinta dalla mia amica Dea.

Nasce così la collaborazione con Francesca, di Hug Me Mama.
Francesca è una sarta autodidatta che ha conquistato la mia simpatia per la sua onestà e la sua voglia di imparare e creare ma sempre nel rispetto della propria arte.
Ma di lei mi ha colpita specialmente la sua spiccata capacità estetica nel saper scegliere tessuti con forti richiami al Sol Levante.

Insomma, mi piaceva l’idea di proporre questo elemento culturale giapponese a me caro, prodotto però con orgoglio in Italia da una giovane sarta volenterosa.

Questo furoshiki che Francesca ha creato appositamente per Biancorosso Giappone è, non a caso, bianco e rosso e riprende un motivo che gioca molto sul richiamo dell’origami.

Caratteristiche

Furoshiki

Furoshiki di Francesca per Biancorosso Giappone

Il furoshiki che ha Francesca ha realizzato per Biancorosso Giappone ha la misura standard di 50cm x 50cm ed è in morbidissimo cotone biologico.
Francesca utilizza solo stoffe a tessitura diagonale. La scelta, così apparentemente insolita, è dovuta alla capacità che queste stoffe hanno di sorreggere e sostenere in maniera confortevole un neonato, accompagnandone la forma del corpo e senza dunque interferire con la sua fisiologia.
Questo perché Francesca coltiva un profondo interesse verso questi marsupi adatti a mamme con bambini molto piccoli.

Furoshiki e bento
Il furoshiki di Francesca utilizzato per avvolgere un bento blu.

Potete contattare Francesca tramite i suoi canali social su Facebook e Instagram per ordinare non solo il furoshiki bianco e rosso di Biancorosso Giappone ma anche altri panni realizzati con stoffe sempre di ispirazione giapponese.
Su richiesta realizza, se lo si desidera, furoshiki abbinato ad una pochette.

Hug Me Mama
Hug Me Mama e Biancorosso Giappone

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