Skip to Content

Onigiri di Bok Choy

Con la continuazione degli articoli dedicati a Pearl S. Buck ancora in cantiere, in questa domenica di maggio torno a trattare un amato argomento di cucina giapponese: gli onigiri.

Tra l’altro oggi è il cinque maggio e in Giappone si festeggia il 子供の日 Kodomo no hi ovvero il giorno dei bambini, festività che di fatto chiude l’agognata ゴールデンウィーク Golden Week.

Fonte immagine

Degli onigiri ho scritto molto negli anni, sia qui sia sul vecchio blog. Vi rimando ad alcuni articoli tra quelli che mi vengono ora in mente: Onigiri di coste e un mio vecchio scritto in cui racconto un prezioso ricordo d’infanzia collegato proprio a queste deliziose polpette di riso. Lo trovate qui. Rispolvero volentieri anche questo mio articolo dedicato agli 焼きおにぎり yaki-onigiri, ovvero la versione alla piastra delle famose palline di riso.

Illustrazione di onigiri. Fonte immagine.

Tutti in campo (e a tavola!) con Lotti

Queste polpette di riso al vapore, modellate e condite in vario modo, sono molto conosciute anche da noi ormai, grazie probabilmente a manga e anime in cui essi spesso compaiono. Il mio incontro primordiale con questa specialità avvenne proprio grazie a un anime molto in voga tra gli anni ottanta e novanta, intitolato Tutti in campo con Lotti (il titolo originale giapponese è あした天気になあれ ashita tenki ni naare. Speriamo che domani faccia bello). L’anime è ispirato all’omonimo manga di Chiba Tetsuya.

Fonte immagine

Il protagonista è Lotti (il suo nome originale giapponese è 向太陽 Mukai Taiyō), un abile golfista nonché vorace buongustaio. Lo vediamo infatti impegnato non solo in campo ma…anche a tavola!

Ecco qui Lotti alle prese con un polposo onigiri di cui, tra un boccone e l’altro, dice che è 「んまい、んまい」nmai, nmai cioè buono, buono.

Il goloso Lotti appare spesso occupato nella degustazione di varie prelibatezze. Qui lo vediamo addirittura in copertina, seduto davanti ad una tavola riccamente imbandita!

Il simpatico ghiottone, residente dei miei innocenti ricordi d’infanzia. Fonte immagine.

Interroghiamo la storia

Qui vediamo una classica bellezza femminile ispirata agli ukiyo-e, con un piatto di onigiri che però qui vengono chiamati col nome alternativo di おむすび omusubi. Il nome è scritto nel bellissimo carattere tipografico noto come 髭文字 higemoji (lett. lettere coi baffi), appartenente ad una serie di stili tipografici inventati durante il periodo Edo (e che infatti venivano chiamati collettivamente 江戸文字 edomoji cioè lettere di Edo), da usare per scopi pubblicitari su insegne di locande ed etichette di prodotti.

Trovo irresistibile scavare un po’ nel passato delle cose, alla ricerca di aspetti sorprendenti o curiosi aneddoti. Secondo me tutto concorre a restituire tridimensionalità anche a mondi e società ormai scomparsi e da cui, forse, riceviamo in eredità qualcosa.

Gustose teorie

Sono tante le teorie che tentano di ricostruire un po’ la storia di questo caratteristico comfort food giapponese. Sono però tutte concorde nel sottolineare la loro origine decisamente antica.

Pare vi siano testimonianze dell’esistenze di onigiri già a partire dal remoto periodo Yayoi che va, all’incirca, dal 400 a.C. al 300 a.C.! Sappiamo inoltre che ad essi venne attribuito il nome 屯食 tonjiki a partire dal periodo Heian (periodo d’oro della letteratura!) che va dall’VIII al XII secolo d.C.

Secondo il mio amatissimo e già più volte citato libro 「江戸の食卓」Edo no shokutaku (La tavola del periodo Edo), in epoca Heian questi tonjiki (di riso mischiato a miglio ed altri cereali poco pregiati) si servivano ai visitatori di basso rango durante determinati eventi e funzioni presso la corte imperiale. Poiché era considerato un cibo povero, agli ospiti di particolare riguardo si riservavano ben altre leccornie. Alcuni studiosi sostengono che venissero preparati unicamente per la servitù.

Si dice inoltre che questi predecessori degli onigiri venissero modellati a forma di uovo e poi avvolti in foglie di quercia. È la stessa Murasaki Shikibu nel suo celebre Genji Monogatari, capolavoro della letteratura mondiale dell’XI secolo, a descriverceli proprio così, come parte di un picnic.

Sempre secondo il libro Edo no shokutaku, il consumo degli onigiri proseguì fino al periodo Sengoku (noto anche come periodo degli Stati belligeranti), tra il 1467 e il 1603, ovvero l’inizio del periodo Edo. In quel periodo gli onigiri facevano parte della dieta militare, sebbene – secondo alcuni ricercatori – se ne cibassero solo i soldati semplici. I grandi guerrieri di alto rango non rinunciavano a banchetti più sostanziosi, anche se in territorio di guerra.

Graziosa illustrazione tratta dal libro Edo no shokutaku e che ci mostra un samurai ghiottone che divora, con grande appetito, gli onigiri che prepara questa bella fanciulla.

Nel periodo Edo l’onigiri, un po’ come la letteratura, conobbe un periodo di diffusione in tutte le fasce della popolazione arricchendosi della caratteristica alga nori come saporito involucro. Persino in ambito militare non erano più solo uno spuntino per soldati semplici ma anche per i nobili samurai. Anche grazie alle xilografie dell’epoca Edo abbiamo la certezza della maggior accessibilità di questo umile ma gustoso spuntino: sono esse, infatti, a mostrarci la gente comune intente a rifocillarsi con queste squisite e pratiche polpette.

Pellegrini a riposo a Fujisawa. Particolare di una xilografia del XVIII secolo facente parte delle famose Cinquantatré stazioni del Tōkaidō, di Utagawa Hiroshige.

Caratteristiche generali degli onigiri

Lasciamo da parte ora la storia e vediamo quali sono le caratteristiche degli onigiri, diciamo, moderni.

Il nome deriva dal verbo 握る nigiru ossia modellare con le mani. Sono composti da riso cotto al vapore e insaporiti a piacere da farciture varie che possono essere a base di pesce, carne o verdura. Si consumano spesso fuori casa, ad esempio a scuola, al lavoro oppure durante una gita. Generalmente sono le mamme a prepararli in casa ma ovunque andiate in Giappone li trovate anche in vendita già pronti, soprattutto nei konbini (piccoli negozi di quartiere aperti ventiquattrore su ventiquattro) e nei supermercati.

Hanno spesso la caratteristica forma triangolare ma non è l’unica possibilità: gli onigiri, infatti, possono essere a forma cilindrica, sferica oppure li si può modellare con graziosi stampini a forma di cuore, fiore, stellina, orsetto ecc.

Due mie creazioni: a sinistra un bentō contenente onigiri sferici abbelliti da alga nori disposta a raggiera e a destra alcuni onigiri che avevo preparato nella mia cucina di Sagamihara.

L’aceto negli onigiri?!

Gli onigiri si possono farcire a piacimento quindi sfatiamo il mito che debbano essere preparati graniticamente solo in questo modo o quell’altro. Tuttavia, c’è una regola: contrariamente a quanto si vede spesso in rete e addirittura in certi acclamati ricettari (La cucina incantata purtroppo è uno di questi), l’onigiri non è nella maniera più assoluta un sushi. Quindi innanzitutto è molto strano trovarlo sul menù di un ristorante. Inoltre, proprio perché non è un sushi non lo si condisce con l’aceto. Mai!

Farciteli come volete, anche all’italiana con paté di olive e un formaggio spalmabile (versione proposta da un ricettario giapponese autentico) o con pomodori secchi e capperi. Ma non mettete l’aceto nel riso. Se per caso vi doveste trovare lì lì per commettere questo imperdonabile errore, immaginate un mio rimprovero!

Come base si utilizza solo del riso giapponese bianco cotto al vapore, scondito. Immaginatelo come fosse una tela bianca su cui poi sarete voi artisti chef a creare un appetitoso onigiri.

Versioni famose degli onigiri

Ricordiamo solo alcune tra le più famose versioni di onigiri normalmente in commercio in Giappone oppure preparate nelle cucine domestiche:

Shio: riso modellato con mani bagnate di acqua salata
Nori: il classico, solo con un foglietto d’alga nori
Goma: con semi di sesamo
Mame-gohan: con piselli
Umeboshi: con umeboshi o prugne salate
Ten-musu: con gambero in tenpura
Konbu: con alga konbu
Ikura: con uova di salmone
Tsuna-mayo: con tonno e maionese
Takikomi-gohan: con riso arricchito da vari ingredienti
Katsuo-bushi: con scaglie di tonnetto essiccato
Sake: con salmone
Sekihan: con fagioli rossi
Wakame: con alga wakame
Yaki-onigiri: onigiri alla piastra
Tororo-konbu: con alga konbu grattugiata
Tarako: con una specie di caviale di uova di pollack d’Alaska marinate
Nitamago: con uovo sodo morbido
Ume-yukari: con umeboshi e shiso rosso

Cosa occorre?

Come già precisato, non ci sono limiti nelle farciture degli onigiri. L’unica regola è evitare assolutamente di mettere l’aceto nel riso poiché non stiamo preparando il sushi. Per il resto, abbiamo carta bianca.
Nei ricettari moderni e contemporanei giapponesi, infatti, non compaiono solo le versioni tradizionali come quelle che ho citato poco più su ma anche tante nuove varianti frutto della fantasia.

Serve però ovviamente l’ingrediente di base: il riso. Quale? Per non fare errori, acquistate un qualsiasi riso etichettato come riso per sushi o con la dicitura equivalente inglese sushi rice. È importantissimo che non usiate risi a chicco lungo (come il basmati, jasmin o thai) e nemmeno varietà per risotto. Deve essere una riso giapponese, a chicco corto. Per sicurezza acquistate quello appositamente confezionato per sushi.

Riso per sushi che ho utilizzato per la ricetta. Non è necessario che sia di questa marca. L’importante è che sia commercializzato come riso per sushi. Se non doveste trovarlo, usate un originario.

Ciò però non vuol dire condirlo da sushi, mettendoci l’aceto. Forse è da lì che nasce questo vistoso errore?

Per la preparazione corretta del riso alla giapponese vi rimando ad un mio vecchio articolo che trovate qui e che vi aiuterà ad acquisire le basi della preparazione. Vi servirà anche qualora aveste una cuociriso elettrica. Rispetto a quando scrissi quell’articolo, adesso credo sia più facile trovare in commercio il riso giapponese d’importazione. Ma resta valido il consiglio del riso per sushi oppure un semplice originario.

Sono orgogliosa del fatto che questa mia guida e ricetta dedicata alla cottura del riso giapponese sia diventata quella di riferimento di Barbara Fontanel, la Panificatrice Folle.

Per le farciture e condimenti, come già specificato, siete molto liberi di procedere come preferite, anche in base a ciò che avete in dispensa.

Nei negozi di alimentari asiatici trovate spesso i cosiddetti ふりかけ furikake, ossia dei condimenti secchi (a base di verdure ma a volte anche di pesce e carne) da aggiungere direttamente al riso cotto.

Questi sono due furikake che ho nella mia dispensa in questo periodo:

Il furikake di sinistra si chiama Hiroshi a base di una saporita verdura proveniente da Hiroshima. Quello di destra è a base di pepe e scorza di yuzu.

Per la versione che vi propongo oggi non servono furikake.

Per quanto riguarda la forma, invece, potete usare tranquillamente le mani. Tradizionalmente gli onigiri si modellano con le mani dando ad essi la forma che si preferisce: quella classica tradizionale ma anche a forma sferica, cilindrica ecc.

Modellare gli onigiri…senza stampini!

Gli stampini rendono un po’ più veloce e agile il tutto ma non sono assolutamente indispensabili. Per la ricetta di oggi ho modellato il riso con le mani leggermente inumidite.

I miei stampini da onigiri che però non uso quasi mai. Preferisco la forma irregolare data dalle mani.

Il protagonista di oggi: il Bok Choy

La versione degli onigiri che vi propongo oggi non è di mia invenzione; esiste infatti già da tempo nei ricettari giapponesi contemporanei.

L’ingrediente principale, oltre al riso naturalmente, è una verdura asiatica che a me piace molto. È la bietola cinese, chiamata Bok Choy (traslitterazione prescelta nell’inglese americano) oppure Pak Choi, secondo la traslitterazione prevalente nell’inglese britannico.
Io ho conosciuto questo ortaggio come Bok Choy quindi per me resta in questa forma.

Un Bok Choy fresco, acquistato al negozio della mia amica vietnamita Nu.

In giapponese questo ortaggio si chiama チンゲンサイ chingensai.

La ricetta

Vediamo subito gli ingredienti per quattro o cinque onigiri. Il numero di onigiri varierà logicamente in base alla loro grandezza.

Circa 150g di riso giapponese crudo (+ circa 225g d’acqua per la cottura ma per questa fase, se non sapete come fare, vi consiglio il mio procedimento qui)
1 Bok Choy
1 cucchiaino scarso di granulare per dashi di pesce*
mezzo cucchiaio di semi di sesamo tostati
mezzo cucchiaio di olio di sesamo tostato
sale q.b.

*Se si vuole rendere vegetariani questi onigiri, si può omettere il dashi di pesce del tutto. Volendo, lo potete sostituire con del konbu-dashi oppure saltarlo del tutto.

Konbudashi in polvere. Il konbudashi può essere una buona alternativa vegetariana in tutte le ricette in cui è previsto il dashi di pesce. Se non lo trovate in versione granulare si può facilmente preparare in casa con acqua e naturalmente l’alga konbu.

Per prima cosa occorre cuocere il riso. Durante la cottura, preparare il condimento degli onigiri procedendo in questo modo:

Tagliare abbastanza finemente il Bok Choy. Lavarlo bene dopodiché trasferirlo in un contenitore capiente in cui verserete abbondante acqua bollente. Lasciare a mollo per circa due o tre minuti poi scolare e strizzare le verdure bene.
A questo punto, tagliuzzarle ancora e mescolarle al riso cotto, amalgamando bene il tutto con delicatezza per non rompere i chicchi. Aggiungere il sesamo, il dashi (se lo usate) e l’olio di sesamo.
Mescolare ancora una volta.
Inumidirsi le mani con acqua salata e iniziare a modellare gli onigiri nella forma desiderata.

Consumare subito. Gli onigiri si mangiano appena fatti, possibilmente. E se li fate per gli altri, o qualcuno li prepara per voi, ancora meglio: si dice, infatti, che essi assorbano un po’ dell’affetto di chi li prepara e che poi percepirete già dal primo morso.

Eccoli qui i deliziosi onigiri al Bok Choy.

Io li ho serviti per pranzo, accompagnati da una semplice zuppa di miso con spinaci, tofu e cipollotto.
Per la zuppa di miso potete seguire il mio articolo qui oppure il mio video.

L'argomento di oggi sono gli onigiri: ne vediamo la storia, qualche aneddoto e una bellissima ricetta che potrete realizzare facilmente.

Dai ricordi italiani di Mari Yamazaki

Mari Yamazaki è una famosa fumettista che ha studiato Belle Arti a Firenze e ha formato un legame molto forte col nostro Paese in cui vive da moltissimi anni. Nell’arco della sua carriera ha scritto e creato molto di ambientato in Italia, proprio grazie alla sua passione, conoscenza ed esperienza diretta.

Nel 2019 ha pubblicato un saggio intitolato 「パスタ嫌い」Pasuta-girai (Odio la pasta) in cui racconta il suo rapporto col mondo e come esso prenda forma attraverso le papille gustative. Non si definisce una né una pignola gourmet né una fine intenditrice di eccellenze regionali. Semplicemente ama mangiare e scoprire le culture del mondo attraverso i sapori che esse custodiscono. Il titolo dell’opera, volutamente provocatorio, fa proprio riferimento ad una sua presunta indifferenza (se non addirittura antipatia) nei confronti della pasta, a favore di piatti – italiani e non – che secondo lei sono di gran lunga migliori.

In questo saggio, la Yamazaki racconta un fatto buffo capitatole qui in Italia, in treno. Lo riporto perché mi ha fatto sorridere e perché ha smosso le corde della mia esperienza personale all’estero: il sentirsi osservata, diversa ma alla fine – forse – non poi così tanto.

Qui di seguito la mia traduzione del brano tratto da Pasuta-girai:

Non appena iniziai a mangiare questo onigiri, una strana atmosfera pervase lo scompartimento. Forse era l’odore caratteristico delle alghe che probabilmente gli italiani non sono abituati a sentire. A vederli così non sembravano proprio capire cosa stessi mangiucchiando. Nel posto di fronte a me sedeva un bambino in età prescolare e accanto a lui sua madre. Il bambino, che fissava quello che stavo mangiando con gli occhi socchiusi, mormorava timidamente a bassa voce (ma che si riusciva comunque a sentire): “Mamma, quella signora sta mangiando qualcosa che sembra la testa di un bambino ……”.


Pearl S. Buck e il suo Giappone: prima parte

Per la parte introduttiva a queste mie pagine dedicate a Pearl S. Buck e il suo Giappone, cliccate qui.

Pearl S. Buck nel suo studio della casa in 520 Dublin Road, Perkasie, Pennsylvania. Foto di proprietà di Yousuf Karsch.

Attingere dal vissuto altrui, che sia attraverso un libro oppure un’amichevole chiacchierata, è un’esperienza che definirei caleidoscopica. Lo è perché l’ascolto attento di questi racconti è paragonabile al momento in cui l’occhio curioso si avvicina allo spioncino del caleidoscopio e viene dolcemente accompagnato in un mondo nuovo.

Poter, quindi, degustare il ricchissimo vissuto di Pearl S. Buck è essa stessa un’esperienza. Lei non è più qui per poterci raccontare direttamente la sua vita ma mi auto-assegno questa responsabilità. Almeno per quel che riguarda il suo singolare rapporto col Giappone.

Dove eravamo rimasti?

Poco dopo aver finalmente conosciuto Pearl S. Buck attraverso varie sue opere, quell’anno tornai in Italia. Mancavo da diversi anni e l’idea di un ritorno, anche se solo di poche settimane, mi elettrizzava fino a togliermi il sonno. Ero consapevole di essere cambiata profondamente. Ritornavo con una lingua in più che nel frattempo si era sovrapposta prepotentemente sulla mia. E con tutte le ramificazioni che questo comporta.

Tornavo con addosso l’odore di America, come mi diceva sempre mia madre.

Ritornavo, però, anche senza l’innocenza con cui ero partita e con una copiosa spolverata di disincanto in più tra i capelli.

Non mi soffermerò a descrivere quell’esperienza che, forse, appartiene ad un altro capitolo. Qualcosa però accennai nei miei Pensieri fluviali che potete leggere qui.

Quel memorabile, seppur breve, ritorno in Italia fu caratterizzato da una preziosa parentesi.

Interludio lagunare

Se sapessi disegnare avrei illustrato così quel giorno. Fonte immagine.

Nelle settimane prima di partire per l’Italia feci un qualcosa d’insolito. Osai con quella buona sfrontatezza che forse bisognerebbe sfoderare più spesso per evitare piccoli tormentosi rimpianti. Ora vi spiego. Nel mio ostinato studio del cinese, sorretto dalle letture aurorali di Pearl S. Buck, mi accompagnava questo libro:

Un testo fondamentale per chiunque si avvicini con serietà allo studio del cinese. L’autrice è Magda Abbiati, professore ordinario di lingua e letteratura cinese all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Ebbene, scrissi alla professoressa Abbiati. Così, dal nulla. E le raccontai per filo e per segno la mia pervicace avventura autodidattica del cinese. Probabilmente il mio messaggio deve esserle sembrato simile al racconto a perdifiato di una bambina emozionata che si mangia le parole.

Non conoscevo la professoressa, se non solo di nome grazie a questo suo libro che in quel periodo era un punto di riferimento importantissimo.

E altrettanto sfacciatamente le chiesi di poterci incontrare. Non la conoscevo eppure già provavo per lei una profonda ammirazione; dopotutto era riuscita a domare una lingua così complessa come il cinese fino ad averne pieno controllo. Quasi non mi sembrava vero e desideravo poterle stringere la mano in segno di rispetto.

Pensavo a Pearl S. Buck. E pensavo a come questa professoressa, in qualche modo, fosse riuscita a conquistare quel sapere complesso. Figure da cui si resta ammaliati per il loro ricco sapere.
Come anche nel caso di una persona d’eccezione che ho scoperto di recente: la formidabile Tina Kanagaratnam dell’agenzia di relazioni pubbliche AsiaMedia nonché – che coincidenza – esperta appassionata di Pearl S. Buck.

La professoressa mi rispose con eccezionale gentilezza, accettando d’incontrarmi.

Un aereo da San Diego mi portò in Italia, a Torino. E da Torino partii alla volta di Venezia.

Non conoscevo Venezia ma me ne innamorai non appena scesi a Santa Lucia. Un’emozione che culminò la sera seguente quando, in una qualche forma di sindrome di Stendhal, non riuscii a trattenere le lacrime in piazza San Marco.

Alloggiai a Palazzo Sant’Angelo, sul Canal Grande. Quello stesso giorno avevo l’appuntamento con la professoressa Abbiati.

L’incontro

Portai con me il quaderno militare con la copertina in tessuto verde. Sì, proprio quello sulle cui pagine avevo iniziato – da sola e con tratto tremante – a tracciare i primi caratteri con una semplice matita. Con un orgoglio striato di imbarazzo, desideravo mostrarle quelle pagine arricciate ai bordi, cariche di inchiostro e grafite. Pagine che avevano pazientemente accolto i miei tratti molto incerti ma ostinati.

Incontrai la professoressa. Prendemmo un gelato e passeggiammo lentamente per un po’. Mi disse che mi avrebbe portata a scoprire qualcosa della Venezia nascosta, quella che la città gelosamente custodiva dietro un prezioso sipario ornato. E così fu.

In quegli istanti, non so proprio perché, ma nella mia mente riaffiorarono alcune scene del film Anima persa di Dino Risi, con Vittorio Gassman e Catherine Deneuve. Probabilmente perché di quel film, oltre la trama psicologica complessa, mi colpirono in particolare le ambientazioni in una Venezia ombrosa e decadente di cui avrei desiderato sentire l’odore e ammirare i colori cupi.

Camminammo a passo lento per un lasso di tempo che non saprei quantificare. Forse erano due ore o mezza giornata. Non lo so. Non saprei nemmeno ritrovare buona parte delle calli che percorsi con la professoressa, assieme alle sue spiegazioni colte e intriganti. Tra i luoghi visitati, ricordo solo che mi portò al sestiere di Cannaregio, al ghetto ebraico della città.

Non c’era quasi nessun altro oltre noi. E pensare che a pochi metri di distanza, invece, si udiva l’infervorato vociare dei turisti di cui, in quel momento, non mi sentivo parte. Per un breve attimo fu come essere in una delle piazze metafisiche di De Chirico: uniche presenze viventi in mezzo ad un silenzio abitato solo da palazzi, statue e le loro ombre.

Sulla panchina

Ci sedemmo su una panchina di pietra rivolta verso la laguna e rimanemmo per un po’ in quel silenzio greve che affiora tra estranei. Dopotutto, non ci conoscevamo. Chiusi gli occhi, inspirai, presi coraggio e le mostrai il mio quaderno.

Lei lo sfogliò con cura, apprezzando il mio lavoro ed esprimendo stupore per tutto questo mio caparbio entusiasmo. Ricordo che, con amorevole fare didattico, mi chiese di riscrivere il carattere di scodella perché come lo tracciavo io non era ben equilibrato. Un carattere di cui non avrei avuto molta simpatia nemmeno in giapponese ma che avrei sempre cercato di scrivere con attenzione…perché la professoressa mi aveva detto di fare così.

Mi aiutò poi a ripassare i fonemi del cinese, soffermandosi su quelli più ostici.

I nostri occhi lasciarono le pagine del mio quaderno e si posarono sulla laguna. Ci fu altro silenzio che la professoressa interruppe dicendomi che sarebbe stato possibile fare un giro in gondola senza spendere tanto come fanno di solito i turisti. Incredula, accettai la proposta e cominciai a fantasticare di una specie di gondola segreta.

Il mio quaderno verde era esattamente così, un classico log book della Marina Militare americana.

Prima però emerse un altro momento di silenzio. Questa volta fui io ad interromperlo sentendo la bizzarra necessità di raccontarle qualcosa di me. Un coraggio propulso dalla fugacità del momento. In fondo, eravamo estranee e le mie confidenze sarebbero rimaste con lei.

In quell’istante mi sentii perfettamente a mio agio e allora le raccontai alcune cose della mia esperienza americana. Sì, la mia vita poteva sembrare idilliaca dall’esterno ma era, dopotutto, una vita come tante. Con i suoi spigoli e i suoi molti momenti di buio. La professoressa mi ascoltò in un silenzio di comprensione sincera accogliendo la condivisione estemporanea di quei miei frammenti di tenebre.

Che momento singolare, se ci ripenso.

Un garbato arrivederci

Ci alzammo e ci dirigemmo verso lo stazio e salimmo su una gondola semplice, grigia. Era lei! Deliziosamente disadorna e autentica. Mi disse che avremmo attraversato la laguna come dei veri veneziani!

Che emozione scivolare silenziosamente su quelle acque ondeggianti, circondata da così tanta bellezza.

Scendemmo in un luogo inghiottito dalla memoria. Ringraziai di cuore la gentile professoressa per il suo tempo e la sua generosità e – un po’ a malincuore – la salutai.

Un garbato arrivederci che invigorì ancora di più il mio desiderio di continuare a studiare, indipendentemente dalla strada su cui questi studi mi avrebbero condotta.

Pearl S. Buck: un infinito non condensabile

Foto di Clara Sipprell. National Portrait Gallery, Smithsonian Institution; donata da Phyllis Fenner. 

Tornai alla mia vita negli Stati Uniti, alla mia routine di sempre. Alla mia semplice vita californiana: al mio lavoro, ai miei libri, ai miei studi, alle mie letture di Pearl S. Buck.

Pearl Comfort Sydenstricker – questo era il suo nome per esteso – nacque il 26 giugno 1892, venticinquesimo anno Meiji, a Hillsboro, nel West Virginia. Il cognome Buck, che tra l’altro lei detestava, era del suo primo marito, John Lossing Buck con cui convolò a nozze nel 1917.
I suoi genitori, il reverendo Absalom Sydenstricker e Caroline Stulting, erano missionari presbiteriani di stanza in Cina. In quel periodo i genitori avevano quasi concluso il loro periodo di licenza quando, dopo la nascita di Pearl, ripartirono alla volta della Cina dove ripresero il proprio lavoro missionario.

I genitori di Pearl Buck: Caroline Stulting e il reverendo Absalom Sydenstricker.

Pearl e la sua famiglia vissero nella città di Zhenjiang, nel punto in cui il maestoso eppur mansueto Fiume Azzurro incontra il Gran Canale della Cina.

Vecchia veduta della città di Chinkiang (Zhenjiang nella traslitterazione moderna), sul punto di congiunzione tra il Fiume Azzurro e il Gran Canale.

Fin da piccola, Pearl visse tra i cinesi e non nei quartieri privilegiati degli stranieri. Giocava con bambini del posto ed era seguita da una balia cinese. Al mattino sua madre le impartiva lezioni in inglese mentre al pomeriggio la didattica era interamente affidata al Maestro Kung che l’accompagnava nello studio della lingua cinese e dei classici confuciani. La sera, invece, il padre le leggeva dei brani tratti dalla Bibbia.

La sua lingua madre era il cinese e non l’inglese. E per tutta la vita avrebbe sempre trovato più naturale esprimersi in cinese sebbene il suo inglese, naturalmente, fosse impeccabile e impreziosito da una cadenza particolarmente ricercata ed elegante.

Amava definirsi culturally bifocal sebbene, come ci ricorda il suo biografo Peter Conn (1996), fin da giovanissima si sentisse un pesce fuor d’acqua in entrambi i Paesi nonché un’estranea tra persone diverse da lei. Sempre Conn osserva come Pearl, a differenza di quasi tutti i suoi contemporanei americani, crebbe in una Cina che per lei era il suo unico mondo. La sua realtà naturale. Per lei era proprio l’America ad essere una sorta di El Dorado, di terra quasi mitica su cui favoleggiare diffusamente e non il contrario.

All’età di diciassette anni tornò per la prima volta negli Stati Uniti da quando era nata, per frequentare il Randolph-Macon College a Lynchburg, in Virginia. Completati gli studi al college, Pearl fece ritorno in Cina dove sposò John Lossing Buck, professore americano di agraria.
Pearl e suo marito vissero nel nord della Cina per diversi anni durante i quali lei, da buona e fine osservatrice qual era, iniziò a scrutare più da vicino le famiglie contadine del tempo. Ne osservava attentamente lo stile di vita, le abitudini, il linguaggio. Dentro di lei, ne sono certa, già stavano prendendo forma storie e personaggi che avrebbero popolato i suoi tanti, tantissimi romanzi di grande successo. Quelli furono gli anni che avrebbero contribuito alla formazione di un humus creativo da cui sarebbe germogliata la sua opera maestra: The Good Earth (La buona terra), del 1931. Con quest’opera vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1938 “per le sue intense ed epiche descrizioni della vita contadina in Cina” dei primi del XX secolo. Pearl fu la prima donna americana a ricevere l’agognato riconoscimento.

Prima ancora di The Good Earth, i frutti della sua prorompente capacità narrativa si manifestarono un anno prima, nel 1930, con East Wind: West Wind (Vento dell’est, vento dell’ovest), il suo primo romanzo.

I libri nelle edizioni che ho letto io.

A questi due romanzi seguì una moltitudine di opere: romanzi, biografie, saggi, brevi storie, antologie, articoli di giornale, storie per bambini e molto altro. E di tutto questo solo una piccola parte è stata tradotta in italiano. Scrisse addirittura un ricettario di cui racconterò qualcosa prossimamente, sempre all’interno di questo Speciale Pearl Buck.
Sorprendentemente, vi è un discreto numero di sue storie che non sono mai state pubblicate! Alcuni sostengono che complessivamente abbia prodotto all’incirca mille opere appartenenti ai generi appena citati.

Anni complicati

Nel 1921 Pearl diede alla luce la sua prima e unica figlia: Carol. La bambina nacque con un grave ritardo mentale, un fatto che avrebbe per sempre segnato la vita della scrittrice. Parte della sua alacrità nello scrivere, infatti, era dovuta ad un continuo senso di urgenza nel trovare i fondi adeguati con cui provvedere alle cure della piccola Carol.

Pearl e la piccola Caroline Grace, chiamata da tutti affettuosamente Carol.

Pochi anni più tardi la scrittrice, dopo una devastante diagnosi di tumore uterino, si sarebbe sottoposta ad un’isterectomia che le avrebbe per sempre negato la possibilità di avere altri figli.

Sempre nel 1921, Pearl perse sua madre. Il reverendo Seidenstricker, rimasto vedovo, si trasferì a casa della figlia. Questi tanti eventi sconvolgenti culminarono nel 1927 con il cosiddetto incidente di Nanchino.

Pearl risiedeva a Nanchino assieme alla sua famiglia già da alcuni anni.

L’incidente di Nanchino

Si trattò di una serie di fatti avvenuti nell’arco di una settimana, nel marzo del 1927 durante la presa di Nanchino da parte del KMT. Il KMT (Kuomintang) è lo storico partito nazionalista cinese di Taiwan. Inizialmente l’esercito del KMT riuscirono nel proprio intento senza incontrare particolari resistenze. Tuttavia, il 24 marzo esso iniziò a scontrarsi con forze straniere provenienti da Gran Bretagna, America e Giappone. Questa situazione di altissima tensione sfociò in un’azione di saccheggio perpetrata da parte dell’esercito nazionalista nei confronti delle case e attività dei residenti stranieri in città.

Distruzione, terrore e morti furono il disastroso bilancio di quella settimana infernale che sancì una grave rottura dei rapporti diplomatici tra le tre potenze e Taiwan. Gran Bretagna, America e Giappone pretesero ingenti risarcimenti per i propri cittadini nonché punizioni esemplari verso i responsabili dei saccheggi.

Pearl e i suoi famigliari scapparono trovando rifugio per un giorno presso la casa di alcuni amici cinesi. Furono tratti in salvo da una cannoniera americana che li scortò via fiume fino a Shanghai da cui, poi, salparono per il Giappone, più precisamente per la Prefettura di Nagasaki, a Unzen, dove si sarebbero rifugiati per un anno.

The People of Japan

Questo il titolo di un emozionante saggio che l’autrice pubblicò nel 1966. In esso Pearl descrive un Giappone viscerale, quello della sua esperienza, dei suoi ricordi. Ma anche un Giappone più remoto.

L’autrice, infatti, con quel tono confidenziale caratteristico dei suoi saggi, ci svela che il Giappone divenne parte del suo mondo e della storia della sua famiglia ancora prima di nascere. La prima terra asiatica in cui approdarono i suoi genitori, diretti verso la Cina nel 1880, fu proprio il Giappone. La nave fece tappa nelle tre città portuali di spicco: Yokohama, Kobe e Nagasaki.

Pearl sosteneva che questo loro primo giapponese assaggio d’Asia in un certo senso li avesse incantati con l’illusione che in Cina avrebbero trovato un qualcosa di simile. Nulla di più ingannevole.

Continua.

Pearl S. Buck: A Cultural Biography, by Peter Conn, Copyright (c) 1996 Cambridge University Press

Pearl S. Buck e il suo Giappone – introduzione

La mia Asia in America

Fu nei miei anni a stelle e strisce che emerse prepotentemente il mio amore per l’Asia. Esso ardeva in silenzio da molto tempo, come la brace sotto la cenere, nell’attesa di potersi infiammare al momento giusto.

Vivevo nella magnifica San Diego. Quello fu il periodo in cui cominciai a studiare il cinese, inizialmente da autodidatta. I miei strumenti di studio erano: un austero quaderno militare con copertina verde in tessuto, un piccolo dizionario Vallardi e un rudimentale sito web (con arrancante connessione dial-up). Con essi appresi cocciutamente le basi della scrittura cinese e un lessico essenziale. Ricordo ancora la difficoltà nel dare un senso a quel sistema di scrittura così diverso, così distante. Eppure, senza rendermene conto, di lì a pochi anni avrei raccolto i dolci frutti di quell’arduo lavoro.
Successivamente, riuscì a prender parte ad un progetto sperimentale di formazione a distanza promosso dall’Università di Lingua e Cultura di Pechino, la eBLCU. Con enorme fatica completai i moduli del primo livello e sostenni l’esame di lingua cinese 1.

Non avrei più ripreso il cinese ma tutto quel bagaglio di nuove conoscenze, soprattutto in relazione alla scrittura, mi avrebbe aiutata immensamente poco tempo dopo.

Il mio avvicinamento linguistico all’Asia avvenne ufficialmente, dunque, attraverso il cinese. Tuttavia, quando ero ancora in Italia, avevo già tracciata la via coi primi goffi passi nello studio del giapponese con il libro di Marina Speziali. Conservo ancora una pagina di quaderno ormai ingiallita e consunta dal tempo, su cui tracciai i miei primissimi kana grazie alla guida della professoressa Speziali.

Un vero amarcord!

Viaggi tra le pagine

In quel periodo californiano d’intensa ricerca, quasi spasmodica e ossessiva, mi circondai di quanta più Asia possibile. Spaziavo dallo studio del cinese ai romanzi, saggi e film di autori provenienti da qualsiasi latitudine dell’Asia orientale. C’era la Cina nei dolorosi resoconti di fuga di Robert Loh, Nien Cheng e Jung Chang. Ma anche il Vietnam degli straordinari racconti introspettivi di Andrew X. Pham, delle vicende travolgenti di Karin Muller e delle storie traboccanti di passione e malinconia di Dana Sachs.

Alcuni dei primi libri che contribuirono a far divampare la mia fiamma di passione per l’asiatistica. Leggevo quasi esclusivamente in inglese dato che vivevo in America e solo così avrei potuto saziare quella sete di sapere irrefrenabile.

Quelle pagine raccontavano dolori inimmaginabili di chi aveva conosciuto da vicino feroci regimi repressivi. Non potrò mai dimenticare la straziante esperienza di detenzione di Nien Cheng. L’autrice, ex dirigente della Shell, fu accusata dal governo maoista di essere una spia al servizio degli inglesi. La sua tragica vicenda narra, inoltre, della dilaniante sparizione di Meiping, la sua unica figlia, finita nelle mani dell’Armata Rossa cinese e mai più rivista.

Fughe ma anche ritorni

Altre pagine, invece, narravano storie di sospesi risolti, di luoghi del ricordo rivisitati. E allora non posso non pensare ai racconti di Andrew X. Pham e a quel Vietnam, terra dei suoi genitori, che egli decide di esplorare in bicicletta. Oppure l’amore impetuoso che Dana Sachs trovò ad Hanoi negli occhi e tra le braccia di Phai, un meccanico di biciclette.

Non mancò lo studio di alcuni classici. Ad esempio, i Dialoghi di Confucio, il Sogno della camera rossa di Cao Xueqin, il romanzo cinquecentesco dei Tre Regni di Luo Guanzhong e le Poesie di Li Po.

Restavo sveglia fino all’alba e oltre, in compagnia ora di un classico della letteratura cinese e ora di saggi dedicati alle grandi tradizioni culinarie dell’Asia. Mi vengono in mente le invitanti descrizioni del gastronomo pechinese Deh-Ta Hsiung. Ma anche quelle amorevoli e nostalgiche della chef franco-vietnamita Nicole Routhier coi delicatissimi equilibri della cucina del suo Paese.

Non solo Cina e Vietnam

Leggevo tutto il possibile purché il comune denominatore fosse l’Asia. Il mio viaggio era iniziato esplorando Cina e Vietnam ma sarei successivamente approdata anche nelle Coree. Qui, a farmi da guida, sarebbe stata la mia preziosa amica Mia Jinkyoung che m’insegnò moltissimo del suo Paese, della sua storia e tradizioni. Mia che mi fece scoprire il caffè coreano Maxim e le melodie semi-lisergiche di Lee Seung-Hwan.
E avrei iniziato anche a conoscere qualcosa del mio amatissimo Giappone. Senza poter immaginare che ruolo avrebbe avuto quest’ultimo nella mia vita, assaggiai timidamente dapprima il suo cinema. Ripenso a どですかでん Dodes’ka-den del 1970, di Akira Kurosawa; 夢 Yume (Dreams, Sogni), sempre di Kurosawa. E qualcosa di vagamente letterario come l’acclamato Memoirs of a Geisha di Arthur Golden. Oppure, dalla penna spigolosa e poco scorrevole di Lesley Downer, la biografia di Madame Sadayakko, la famosa geisha che ammaliò l’Occidente. Ella fu amica di Giacomo Puccini nonché sua consulente teatrale nella creazione di Madama Butterfly.

Mancava lei…

In quegli anni di famelica voglia di sapere, lontana da casa, sulla Palm Avenue di San Diego, leggevo e studiavo quasi senza sosta. Amavo follemente quella città e – sebbene avvertissi i morsi della nostalgia di casa – ero serena. Nei momenti di svago andavo a passeggiare sul molo di Imperial Beach. Le sue travi, consumate dal sole e dalla salsedine, emanavano il profumo del legno vissuto a metà tra la terraferma e l’infinito. Camminavo fino in fondo, a volte togliendomi le scarpe e toccando coi piedi quel pontile che di giorno diventava rovente.

I Coldplay cantavano Yellow già da qualche anno. E In a Little While degli U2 sarebbe diventato, per me, il brano quintessenziale di quei miei spensierati anni americani sulla Palm Avenue.

Una vita che può sembrare idilliaca ma che, in realtà, era una vita come tante. Forse solo un po’ spensierata. Di certo, però, non priva di quegli spigoli che il filtro della memoria tende generosamente a smussare annacquandone le tinte scure in favore di pennellate più tenui.

In quello spicchio d’America, sfavillante e rigoglioso, le giornate sembravano quasi eterne. Circondata dall’Asia dei miei libri e dei miei studi, coi miei Café du Monde della diaspora vietnamita e i sapori che scoprivo in Convoy Street, mancava ancora lei…

Pearl S. Buck

Incredibilmente non venni subito a sapere di lei. Fu solo grazie ai suggerimenti di Alibris che venni a conoscenza del suo nome. Alibris era la libreria che mi permetteva, a costi molto contenuti, di acquietare la mia voracità letteraria.

Seguì i loro consigli e acquistai, un po’ a casaccio, qualche suo titolo. Ricordo benissimo come ebbe inizio la magia: tra le pagine di Pavilion of Women del 1946.

Bastarono le prime tre o quattro parole per cadere nel suo incantesimo. Da quel giorno non mi avrebbe più lasciata. E sarebbero seguite nuove notti e nuove albe trascorse a divorare insaziabilmente ogni suo racconto.

Pavilion of Women è stato tradotto in italiano col titolo La saggezza di Madama Wu.

L’idea

Dopo il primo incontro letterario con Pearl S. Buck non avrei mai dimenticato la grandezza e straordinarietà di questa scrittrice d’eccezione. Pearl Buck resta, infatti, tra le mie autrici preferite di sempre nonché tra le vere interpreti occidentali del sapere e del sentire asiatici. Un’autentica conoscitrice di Asia. Asiatista con la A maiuscola nonché ineguagliabile mediatrice tra Oriente e Occidente. Una fuoriclasse assoluta.

E nessun aspirante asiatista che si rispetti può definirsi tale senza essersi abbeverato – almeno una volta – dai suoi libri!

L’idea di dedicarle uno scritto nasce dopo aver notato, in più occasioni, la sua ingiusta relegazione nei polverosi antri dei dimenticatoi della cultura. La sua immensa produzione letteraria, tradotta solo in minima parte, sembra perlopiù sopravvivere sulle bancarelle dei libri usati.

A proposito di bancarelle e non coincidenze

E proprio oggi c’è stata la festa del mio quartiere a cui, generalmente, non manco mai. Mi sono subito incamminata verso le bancarelle dei libri dove mi piace sempre curiosare. Tuttavia, dentro di me sentivo che avrei ritrovato Pearl lì ad aspettarmi. Era una sensazione fortissima ed inspiegabile.

Ho iniziato a spulciare un po’, tra un manuale di analisi matematica e i gialli di Ellery Queen, quando…

L’edizione del 1958 della storica collana Medusa, di Mondadori, di nient’altro che La saggezza di Madama Wu. Ovvero il mio amatissimo Pavilion of Women nonché mio primo assaggio della mirabile penna di Pearl S. Buck.

In inglese vi direi che in quel momento my heart skipped a beat!

L’opera fu tradotta in italiano da Orazio Viani. Sorrido leggendo quella precisazione: “unica traduzione autorizzata dall’americano“.
E il tenerissimo refuso Pavillon anziché Pavilion del titolo originale.

Posso interpretarlo come un segno del destino affinché prosegua in questa impresa?

L’influenza giapponese su Pearl S. Buck

Pearl S. Buck in incantevole contemplazione. Fonte immagine.

Pearl S. Buck è inestricabilmente legata alla Cina, suo Paese di adozione. Il suo profondissimo legame con quella terra è l’elemento ricorrente della sua prosa. Pearl Buck e Cina: un legame assiomatico indiscutibile.

Eppure anche il Giappone ebbe un ruolo notevole nella sua vita e nella sua produzione artistica. L’influenza giapponese su Pearl Buck è un argomento pressoché inesplorato in ambito accademico. Eppure, come osserva David Gordon, professore di storia giapponese alla Shepherd University, il Giappone fu la sua “seconda casa”.

Obiettivo di questi miei scritti dedicati a Pearl S. Buck è presentare questa grande autrice e indagare sul suo rapporto con il Sol Levante. In un tentativo, spero soddisfacente, di accostarmi al lavoro pionieristico in questo senso del professor Gordon, offrendo nuove prospettive al pubblico italiano.

Questo mio contributo sarà diviso in più parti.

Pagine Meiji

Febbraio è quasi giunto al termine. Con i suoi prepotenti assaggi di prematura primavera e le sue promesse non mantenute di freddi attesi.
Ma anche con le sue strabilianti tavolozze vespertine e gli inaspettati fiori di daikon sbocciati sul mio davanzale della cucina.

Il tempo scorre con quell’immutata velocità che, però, a volte sembra avere un peso diverso.
Febbraio è stato anche il mese in cui, con la stessa imprevedibilità del fiore di daikon, sono entrata in possesso di un pezzo di storia giapponese a cui questo articolo è dedicato. Alle Pagine Meiji, appunto.

Pagine Meiji. Foto di mia proprietà.

Febbraio è trascorso, un passo dopo l’altro, nelle mie solitarie esplorazioni di luoghi che conosco profondamente e che, nonostante ciò, celano sempre qualcosa che scopro nel giro successivo.

E vi sono luoghi che sono rimasti inalterati, quasi come se pazientemente aspettassero qualcosa. O qualcuno.

Intermezzo in un luogo del ricordo: la Cineseria Ming

Come la Cineseria Ming dove ho fatto ritorno di recente. Sono rimasta lì per quasi un’ora, nell’atmosfera di quel microcosmo svanente che conserva – gelosamente ma a fatica – una dimensione divisa a metà tra la realtà tangibile e quella sfumata di ciò che è stato.

Ero lì, in quella bottega in cui i fili d’incenso che arde si uniscono alle orme dei tanti incensi bruciati nel tempo, in una profonda fragranza frutto di pazienti e lunghe sovrapposizioni. Monili, mobili, cassettini rivestiti di velluto, teche di vetro e antiche cartoline: tutto sembra impregnato di quell’incenso del tempo. Una fragranza non replicabile.

Ascoltavo, mai stanca, i racconti del signor Livio, figlio del dott. Lee. Mi parlava di suo padre, in garbate confidenze che ogni volta aggiungevano un prezioso tassello ad un personale mosaico che compongo da tempo. M raccontava di suo nonno, direttore di un importante quotidiano di Shanghai nei primi del Novecento. E di nuovo di suo padre, del suo sentimento anti-giapponese che albergava in lui come in tanti cinesi di allora e di oggi; un comprensibile sentimento conseguenza delle innegabili atrocità commesse dai soldati del Sol Levante, soprattutto durante la seconda guerra sino-giapponese. Un sentimento, tuttavia, che cercò di esorcizzare imparando un po’ di giapponese per poter comunicare con degli amici. Questo ammorbidì il suo cuore, smussando quel forte senso di rabbia e dispiacere che per tanto tempo lo avevano accompagnato.

Preziose cineserie, alcune delle quali in mio possesso.

Racconti inframezzati dalla presenza di oggetti che il signor Livio orgogliosamente mi mostrava, illustrandomene i pregi. Come le scatoline di cloisonné, le aromatiche saponette di sandalo cinese Maxam accuratamente avvolte una ad una. O come quei ciondoli di giada bianca con venature verdi che ricordavano il latte e menta. Oppure cucchiai cinesi adornati da arabeschi: quei cucchiai che i cinesi chiamano tāngchí 湯匙 e che per i giapponesi sono i chirirenge ちり蓮華, ovvero i petali di loto caduti.

Periodo Meiji: qualche cenno contestualizzante

Lascio dietro di me, per adesso, quel piccolo mondo che ho descritto al signor Livio come evanescente, gioioso e malinconico al contempo.

L’articolo, dopotutto, è dedicato ad un qualcosa di assai prezioso nonché testimonianza concreta di un passato importante.

Torniamo in Giappone, epoca Meiji. Siamo nel periodo tra il 1868 e il 1912. È l’epoca di trasformazione del Giappone: da una società feudale ad uno stato nazionale moderno, con governo centralizzato, ed avviato all’industrializzazione.
È il momento in cui l’imperatore si trasferisce a 江戸 Edo (o Yedo, secondo la vecchia grafia che prevedeva un kana ormai obsoleto: ゑ che era il suono we pronunciato /ye/), l’antica capitale dello shogunato e che verrà rinominata 東京 Tōkyō o capitale dell’est.
Una data spartiacque tra il vecchio e il nuovo mondo: Il 6 aprile 1868, giorno in cui venne promulgato un editto imperiale in cui si dichiara ufficiale l’abolizione del 幕府 bakufu (governo shogunale), del feudalesimo come sistema e la messa in atto di processi di modernizzazione del Paese, con una conseguente riorganizzazione degli assetti governativi e sociali. Questa ristrutturazione toccò tutti i settori: le infrastrutture, l’istruzione, i trasporti, le telecomunicazioni, l’economia ecc.

La restaurazione del potere imperiale è ciò che ha dato il nome a questo momento storico conosciuto come 明治維新 Meiji-ishin o Restaurazione Meiji.

Trasformazioni

La portata di questo periodo storico è incalcolabile. Da quel momento in avanti le energie del Paese vennero vigorosamente convogliate verso politiche di industrializzazione e di modernizzazione che condussero il Giappone al rango di potenza economica e militare. L’obiettivo era recidere i legami col passato e con tutte quelle vecchie istituzioni che si frapponevano al raggiungimento di obiettivi in linea con quelli dell’evoluto (carattere italico d’obbligo) occidente. Il progresso prima di tutto.

In questo clima di epocali stravolgimenti, non è difficile immaginare l’emergere di fazioni di opposizione che avrebbero preferito proteggere il Vecchio Giappone da questi imbarbarimenti. D’altra parte, il discorso dell’occidentalizzazione era sul tavolo delle discussioni da tempo e i dibattiti dedicati erano tutto fuorché spenti. Anche la letteratura diede spazio a molte voci critiche: penso all’Aguranabe di Kanagaki Robun del 1871-72, un’umoristica raccolta di storie che canzonavano quei giapponesi i quali, ammaliati dal fascino occidentale, adottavano senza criterio nuove esotiche abitudini. Come quella di sedersi a gambe incrociate davanti a pentole fumanti di stufati di carne di manzo, innaffiati da abbondanti bevute di sakè e copiose letture di quotidiani.

Scene da un vecchio libro di storia

Testimonianze di rapidi cambiamenti: Illustrazione di una veduta del quartiere di Ginza, nei pressi di Kyobashi, nel settimo anno Meiji (1874). Si possono vedere carrozze trainate da cavalli, risciò coi rispettivi conducenti ed edifici in mattoni.
Immagine tratta da un mio testo di storia giapponese: 「詳説日本史」Shōsetsu Nihonshi, Storia dettagliata del Giappone.

Uno slogan molto in voga al tempo era: 富国強兵 fukoku kyōhei ossia Paese prosperoso, esercito forte.
Erano parole atte ad infondere coraggio ad un Paese che si stava reinventando, con gli occhi però rivolti all’occidente che così tanto ammirava e che sperava di eguagliare in forza e prestigio.

Balli occidentali al controverso Rokumeikan, edificio a due piani di Tokyo (nel quartiere di Hibiya) costruito in stile occidentale e divenuto simbolo dell’occidentalizzazione del Paese, durante il periodo Meiji.
Il Rokumeikan era famoso per i suoi balli e gran feste di gala che introdussero i giapponesi alle usanze occidentali. Si notino gli abiti, la presenza del pianoforte, la moquette, la ringhiera, la tenda. E fuori, ciliegi dolorosamente in fiore forse già sulla via dell’appassimento. Si potrebbe interpretare come il nuovo che avanza e il vecchio che resta in disparte, con le sue malinconie e i suoi rimpianti.
Immagine tratta da un mio libro di storia giapponese: 「詳説日本史」Storia dettagliata del Giappone.

Non mi addentrerò oltre nei fatti determinanti di quel periodo o in analisi circa gli effetti che la Restaurazione Meiji ha prodotto nei decenni successivi fino ad oggi. Per approfondire l’argomento, vi posso consigliare la lettura della Storia del Giappone di Edwin O. Reischauer (ed. Bompiani), testo fondamentale per chiunque desideri capire le radici storiche di questo Paese.

Riforme scolastiche

Nel 1872, il nuovo governo approntò dapprima un nuovo sistema scolastico plasmato sul modello francese. Alcuni anni dopo attuò ulteriori cambiamenti che ne consolidarono il sistema fino al 1949, periodo dell’occupazione americana che terminò tra il 1951 e il 1952.

Fino al 1949, dunque, esistevano i cosiddetti distretti scolastici sede di importanti istituti di scuola superiore (erano scuole normali superiori, sul modello parigino di stampo napoleonico) che avevano il compito di preparare i ragazzi all’ammissione in una delle sette università imperiali.
Nell’arco di un anno venne creata una rete di cinque scuole superiori che poi aumentarono di numero a partire dal 1900, con l’incrementare degli studenti desiderosi di perseguire studi universitari.

Queste scuole servivano a formare i nuovi membri del governo e la nuova dirigenza dal Paese. Infatti, chi riusciva a diplomarsi poteva proseguire in una delle università imperiali che avrebbe poi spianato la via verso incarichi istituzionali di grandissimo rilievo.

Dal 1949, il quartier generale delle forze di occupazione statunitense impose un’ulteriore riorganizzazione del sistema scolastico cosicché le vecchie scuole superiori dei distretti furono trasformate in nuove università alternative a quelle imperiali.

Testi scolastici del Periodo Meiji

Alcune settimane fa sono entrata in possesso di questi magnifici libri, arrivati a me attraverso il consueto intreccio di circostanze quasi incredibili:

Si tratta di tre volumi di scuola superiore, dedicati allo studio della calligrafia attraverso la 國語 kokugo, lingua nazionale, cioè il giapponese. Facevano parte di una serie composta da più volumi di cui però a me sono giunti il terzo, il quarto e il quinto. Tutti e tre i libri sono stati stampati nel dicembre del trentatreesimo anno Meiji ossia 1900!

Questi preziosi volumi provengono da un’antica casa nella città di Takayama, nella Prefettura di Gifu, di proprietà della famiglia della signora Kaoru H. che ho avuto modo di conoscere attraverso una corrispondenza.

L’autore è 香川松石 Kagawa Shōseki (1844-1911), calligrafo nonché ideatore di molti testi scolastici di quel periodo. Il professor Kagawa fu egli stesso docente in una di queste scuole normali, nello specifico quella di Chiba divenuta poi università sede del dipartimento di scienze dell’educazione di Chiba).

Tutti i testi scolastici dovevano prima ricevere l’approvazione dell’allora Ministero dell’Istruzione, il 文部省 Monbushō. Il sigillo di approvazione compare sulla prima pagina a destra che, secondo l’impaginazione dei libri giapponesi scritti in verticale, è la pagina iniziale.

Contenuti e utilizzo

Questi libri erano rivolti agli studenti di queste scuole normali, luoghi propedeutici alla formazione universitaria. Gli utenti erano, quindi, studenti decisamente motivati e ambiziosi.
Dato il prestigio degli obiettivi accademici, occorreva che i ragazzi venissero formati anche sulla calligrafia che doveva essere impeccabile e rispecchiare i canoni estetici classici. Un aspetto piuttosto curioso, a mio avviso, se si pensa che quelli erano tempi di rinnovamento e tagli netti col passato. Evidentemente, anche in un contesto scolastico come quello Meiji, non si poteva resistere al fascino innegabile dei kanji e della scrittura giapponese.

Tutti e tre i volumi riportano frasi, spesso slogan, però improntati su quello stile nazionalistico proiettato al contempo verso la modernità. Alcune frasi sembrano voler ricordare ai discenti le nuove regole del proprio Paese che ormai mirava a raggiungere lo status influente delle super potenze.

Gli studenti dovevano ricopiare queste frasi, attenendosi scrupolosamente allo stile calligrafico presentato.

In una delle pagine leggo: 全国皆兵は日本現今兵制なり。Zenkoku kaihei wa nihon genkon heisei nari. La coscrizione universale nazionale è l’attuale sistema militare del Giappone.

Ma anche: 大和心はなほ美しき櫻花の如し。Yamato-gokoro wa naho utsukushiki sakura hana no gotoshi.
Il cuore di Yamato è come uno splendido fiore di ciliegio.
Ammiriamo insieme la grazia e l’eleganza dei tratti del professor Kagawa!

Firma e sigillo dell’autore, il professor Kagawa.

Lo Yamato-gokoro (lett. il cuore di Yamato cioè l’antico nome del Giappone) è un concetto del pensiero filosofico giapponese che racchiude tutti i valori e le caratteristiche proprie del popolo giapponese. A volte lo si trova come 大和魂 Yamato-damashii, ossia lo spirito di Yamato, e il significato è lo stesso. Concetto nato nell’antichità, nel periodo Heian, con cui si mettevano in risalto le caratteristiche del popolo giapponese in contrapposizione a quello cinese (sotto la dinastia Tang, in particolare) con cui era entrato in contatto.
Lo Yamato-gokoro venne poi ripreso in epoche successive – soprattutto nel periodo Meiji e poi di nuovo nel periodo Shōwa – con cui si propagandava lo spirito coraggioso, valoroso e indomito dei giapponesi. Questo era uno dei punti di forza della campagna politico-militare di quegli anni.

L’amato Lafcadio Hearn (noto ai giapponesi come Koizumi Yakumo) rese in inglese il concetto di Yamato-gokoro o Yamato-damashii come The Soul of Old Japan (l’anima del Vecchio Giappone)*.

Un cenno in merito alla rilegatura

Qualche anno fa ebbi l’opportunità di seguire un corso dedicato alle tecniche di rilegatura dei libri giapponesi nel corso dei secoli. Era stato organizzato dalla prestigiosa università di Keio. Si trattò di un corso solo introduttivo, certamente, però mi fornì qualche strumento per riconoscere qualche elemento di rilegatura classica.
Nel caso di questi libri ho notato che la rilegatura è di tipo 粘葉装 decchōsō (trascritto a volte come detchōsō). Questo tipo di rilegatura prevede delle pagine piegate a metà sovrapposte una sull’altra e incollate sul margine dove c’è la piega. Dove poggiano le parti incollate delle pagine si crea appunto un margine che si chiama 糊代 nori-shiro.
Inoltre, poiché le pagine sono piegate a metà, nell’incollarle si ottiene una sorta di tasca che vedete in questa foto:

Particolarità di questo stile di rilegatura.

Un pensiero gentile da Kaoru-san

La signora Kaoru nell’apprendere del mio interesse verso la storia giapponese, in particolar modo per tutto ciò che ruota attorno all’epoca feudale del periodo Edo, mi ha mandato un numero speciale della famosissima rivista 家庭画報 Kateigahō, storica pubblicazione dedicata alla divulgazione della cultura giapponese a trecentosessanta gradi.

E un graditissimo biglietto:

Sul biglietto, posizionato accanto ai preziosi libri di testo Meiji provenienti dalla sua casa, Kaoru-san mi ha scritto: 素敵な方へこの本が届きとてもうれしいです。ありがとうございます。Sutekina kata e kono hon ga todoki totemo ureshī desu. Arigatō gozaimasu.
Sono felice che questi libri arrivino ad una persona d’eccezione. Grazie molte.

Torno a sfogliare con delicatezza ed un senso di timore quasi reverenziale le pagine di quei testi di scuola. E penso agli studenti su di esse hanno riversato i propri sforzi. Immagino i loro volti, le loro speranze, paure e sogni. Chissà se poi sono riusciti a superare il temibile esame di ammissione ad una delle università imperiali. E chissà dove li ha portati il destino.

Di loro non trovo da nessuna parte i nomi. Solo qualche appunto in katakana preso qua e là a matita, con cui aiutarsi nella lettura dei tanti kanji difficili che abbelliscono indubitabilmente quelle pagine educatrici e spesse.
Non avrebbero mai potuto immaginare che centoventiquattro anni dopo qualcuno in Italia avrebbe sfogliato con stupore i loro libri di scuola. Sicuramente non ci avrebbero creduto se qualcuno glielo avesse detto!

Questo pensiero m’intenerisce.

*Lafcadio, Hearn. Japan: An Attempt at Interpretation. MacMillan Company. 1904.

Congerie di gennaio

Primo scritto sul blog dell’anno e siamo già a metà mese. Ho la sensazione che quanto scriverò oggi sarà un flusso di coscienza, libero e forse anche un po’ indisciplinato. Insomma, una congerie di gennaio.

Ho trascorso il pomeriggio del 31 dicembre e i primi assaggi della sera a passeggiare in quella parte di centro città che amo di più: la zona di Porta Palazzo e le vie limitrofe.

Scatti solitari in un ennesimo fine di qualcosa.

Nell’aria l’odore della trepidazione. Per cosa, però? Forse per quella sorta di speranza che pervicacemente ci si ostina ad esaltare in queste fini e in questi princìpi calendaristici?

A tratti imprevedibili, boati brevi ma intensi di petardi lanciati da chissà chi e dove. Come un’assordante colonna sonora di chiusura, sempre la stessa, di un film che non rivedremo più.

Intorno a me il viavai concitato di persone. Tanta gente come tanti microcosmi, ognuno custode di un piccolo mondo di cui forse non sapremo mai nulla. Mi sono sentita travolgere, in quell’istante, da un velo di solitudine. E allora, anziché avvicinarmi sempre di più alle persone, me ne sono allontanata cercando il conforto solitario di angoli per me preziosi.

Come la Galleria Umberto I che, quel giorno, era quasi deserta.

Galleria Umberto I imbevuta di gradazioni violette.

Sia da una parte sia dall’altra, vetrine spente oppure saracinesche abbassate che sembravano occhi chiusi. Il frastuono che arrivava da fuori era assorbito dolcemente dalla luce violacea. O così mi è parso.

La caffetteria dove sovente prendo il caffè. L’antica erboristeria della Basilica. La gioielleria Casolati. E la mia amata Cineseria Ming, eletto luogo del ricordo in cui convergono momenti cardinali della me ragazzina e della me adulta poiché culla embrionale del mio profondo amore per l’Asia.

Osservare in silenzio questi luoghi chiusi è stato come guardarli per una curiosa prima volta.

Ultimi sapori d’Asia e una sorpresa

La lunga passeggiata in solitaria in quell’ultimo giorno dell’anno, tra i crescendo sonori dei botti di Capodanno e il mutare rapido del cielo da un blu di Savoia ad un indaco profondo, un veloce sguardo agli allegri scaffali di uno dei negozi asiatici del quartiere.

E lì, inaspettatamente, ho trovato ancora una volta il mio consueto fil rouge. Potrei, in un insolito guizzo transalpino, denominarlo il mio personalissimo Nippon Rouge.

Era, dopotutto, il 31 dicembre.

Mi sono strofinata gli occhi per accertarmi di aver visto bene. Erano davvero loro.

I きなこ餅 kinako-mochi di un’azienda nella Prefettura di NĪgata che si chiama Echigo Seika.

I mochi sono dolci fatti con un’impasto di riso glutinoso. Hanno una storia molto antica e in Giappone si mangiano un po’ tutto l’anno ma in particolar modo a Capodanno. Trovarli, quindi, proprio quel giorno è stata per me una sorpresa.

Questi nello specifico sono mochi senza ripieno ma accompagnati da kinako, ovvero farina di soia gialla tostata nonché una delle cose a mio parere più deliziose al mondo.

Preparazione dei kinako-mochi di Echigo

L’aspetto davvero curioso di questi mochi è che, a differenza di quelli classici in mattonella che necessitano di essere grigliati, questi si fanno scaldare per tre minuti in acqua calda e poi si servono.

Preparazione dei kinako-mochi

Le mini mattonelle di mochi sono confezionate una ad una e hanno, al centro, un tratteggio che permette di spezzarle perfettamente a metà. Si immergono i due pezzi in acqua calda e li si lascia a mollo per tre minuti esatti dopodiché si adagiano sopra un piattino e si cospargono di kinako.

Letture di gennaio

In questo mese apripista, che poi è il mese in cui sono nata, ho voluto dare inizio a nuove letture. Per un altro anno all’insegna della conoscenza.

Questa prima perla di carta s’intitola 「日本料理の真髄」Nihon-ryōri no shinzui (L’essenza della cucina giapponese) di Abe Koryū. Un vero tributo alla cucina giapponese classica e alle sue caratteristiche che la rendono indubitabilmente unica. È un’esplorazione delle sue peculiarità che rispecchiano i giapponesi e le loro abitudini e preferenze. L’autore ci accompagna in un’analisi approfondita che va oltre una mera conoscenza merceologica ma diventa proprio chiave di lettura di un popolo.

Affronta argomenti linguisticamente stimolanti come la differenza tra おいしい oishī e うまい umai, due aggettivi che normalmente si usano per descrivere qualcosa di buono, di delizioso. Oppure il vero motivo per cui sulla tavola giapponese il riso si posizione a sinistra e la zuppa di miso a destra. La natura yin e yang delle lame dei coltelli. Vi è addirittura un affascinante approfondimento sulla storia della cucina di Ōsaka e le sue radici nel mondo mercantile dal passato.

La bellezza di alcuni oggetti quotidiani, letture comprese, che mi accompagnano.

L’agendina 2024 dell’Erbolario, dedicata ai fiori di loto: un gradito pensiero della signora Concetta del negozio di alimentari naturali da cui mi servo regolarmente; il portapenne abbellito dall’inconfondibile Fujisan; un righello con un gioco di immagini che a volte sono lanterne e altre, invece, volti di donne del Periodo Edo.

E poi il secondo saggio: 「一汁一菜でよいという提案」Ichijū-issai de yoi to iu teian. Traduzione non letterale: Proposta per un pasto adeguato: ichijū-issai (una zuppa e un contorno).
L’autore è lo chef e gastronomo Doi Yoshiharu.

L’opera è una vera e propria 提案 teian cioè proposta o invito a riscoprire la formula dello ichijū-issai a tavola.

Il pasto giapponese classico è impostato sulla formula 一汁三菜 ichijū-sansai ovvero una zuppa e tre portate. Il che, concretamente, significa: una zuppa, una scodella di riso al vapore, una portata principale (carne, pesce, ecc.) e altri due contorni. A questo si aggiunge, molto spesso ma non sempre, anche una piccola porzione di tsukemono o sottaceti.

Un’illustrazione di un classico pasto giapponese con formula ichijū-sansai. Vediamo il riso a sinistra, zuppa di miso a destra, la portata principale di pesce in questo caso e i due contorni: uno di verdura, probabilmente uno ohitashi (qui la mia ricetta) e lo hiyayakko (piatto di tofu di cui trovate la mia ricetta qua).
Il pesce è accompagnato da una fettina di limone e da un po’ di daikon grattugiato.
Fonte immagine.

Il pasto tradizionale giapponese ci sembra tutto fuorché poco sano. Tuttavia, in un’ottica classica, la formula ichijū-issai è l’ideale, il pasto salutare per eccellenza nonché modello esemplare di una virtù considerata preziosa ai tempi: la frugalità. Questa formula, con origini assai antiche, costituiva il pasto di base dei samurai e dei monaci durante il Periodo Edo, epoca di isolamento al mondo esterno.

Illustrazione di un pasto ichijū-issai: riso a sinistra, zuppa a destra e un’unica portata. Fonte immagine.

La formula una zuppa e tre portate, risalente al periodo tra il XII e il XIII secolo d.C. e diffuso negli ambienti dell’alta aristocrazia e dei militari di rango elevato, ritrovò lentamente popolarità a partire dal Periodo Meiji quindi con la fine dello shogunato, del sistema samuraico e con l’inizio di un’apertura all’occidente.

Doi Yoshiharu, dunque, presenta una sorta di arringa gastronomica in difesa della formula frugale che secondo l’autore è una delle vie da percorrere per riscoprire una vita più semplice, più autentica e più in linea con l’essenzialità.

Ritorno al MAO, suggestioni indiane e varie

Il giorno del mio compleanno ho fatto ritorno, assieme a mia sorella, al MAO ossia il Museo d’Arte Orientale di Torino. L’ultima volta che ci ero andata era stato assieme a Megumi, la primavera scorsa.

E in questo giorno di gennaio, freddo ed effervescente (sebbene striato un po’ di quella consueta malinconia compleannesca), ho rivisto con gioia la collezione permanente del museo che conosco quasi a memoria.

È stato emozionante rivedere quei padiglioni divisi per area geografica. Ed è stato altrettanto suggestivo scoprire l’esposizione esterna dei bonsai, tra cui anche alcuni magnifici esemplari secolari!

Bonsai del MAO, la washitsu del museo e una pregiata edizione del celebre saggio di primo Novecento The Book of Tea di Okakura Kakuzō, acquistata alla libreria interna.

Le lettura procedono prendendo a volte strade un po’ diverse da quelle che di norma percorro. In questi giorni, infatti, ho inspiegabilmente sentito la necessità di rispolverare la figura del poeta indiano Tagore.
Probabilmente il mesto periodo che stiamo vivendo a livello umanitario con ciò che sta succedendo a Gaza mi porta ad orbitare più frequentemente verso la poesia.
Nella poesia, stille di vissuti umani. Essenze di esistenze. Quintessenze di sensazioni. Attar di intuizioni.

In questo meraviglioso volume a cura di Monia Marchetto, ho ritrovato il delicatissimo Tagore che ricordavo dai miei lunghi e appassionati studi di storia indiana. E al di là delle questioni politiche che inevitabilmente spesso si mescolavano con la vita e le opere dei letterati indiani del Novecento, ponendoli ora a favore del nazionalismo di Jawaharlal Nehru oppure della visione separatista di Ali Jinnah (il padre fondatore del Pakistan), ci si delizia della bellezza di quella letteratura così ricca ed evocativa. E che, purtroppo, posso leggere solo in traduzione.

…i pensieri vari

Non ho proprio più voglia di stabilire buoni propositi per l’anno nuovo. Non ne vedo più né il senso né l’utilità. Credo sia meglio procedere sulla strada della gratitudine per ciò che abbiamo, giorno dopo giorno, un passo dopo l’altro. Occorre non dimenticare di cercare la bellezza in ciò che ci circonda e apprezzarla. Bisogna apprezzare chi c’è ma anche chi non c’è: in questi ultimi mesi un paio di amiche che avevo si sono eclissate silenziosamente, imboccando strade ignote oppure del tutto incomprensibili. Come inghiottite.

Un po’ si soffre ma, al tempo stesso, si apprezza il pezzo di strada percorso assieme.

I libri, tanti libri, continueranno a farmi compagnia e ad insegnarmi quasi tutto. Più studio e più mi rendo conto effettivamente di non sapere o di essere in possesso di una frazione infinitesimale di tutto lo scibile.

Ohitashi e soliloqui

Perdersi un po’ in cucina, tra ingredienti in dispensa da pesare con precisione oppure con sentimento. Lasciarsi incantare dai ricordi che permeano ricettari ingialliti dal tempo. Pagine di carta spessa, a volte lucida, impreziosite da macchioline di salsa di pomodoro o di olio, a dimostrazione di missioni compiute.

Gastronomiche missioni che a volte sfociano in disastri oppure in gustosi e memorabili ricordi. Il ricettario come parabola della vita: non sempre tutto va come previsto, pur avendo gli ingredienti giusti. Però spesso sì. Ma comunque sia, tutto concorre a nutrirci.

Un sole di fine dicembre ci incoraggia a scostare le tende e ad aprire un po’ le finestre. La città, seppur già nel consueto fermento pre-natalizio, ha quell’inconfondibile aria pigra della domenica.

Torinesi a passeggio, negozi aperti in speranzosa attesa, la nuova caffetteria all’angolo con un grosso Babbo Natale di legno in vetrina. Una bottega di un fioraio dove vorrei acquistare dei ranuncoli. O forse no: dei giacinti. I miei fiori preferiti di sempre.

E laggiù il Po, nel suo scorrere immutato e lento, circondato dolcemente da pennellate di calde gradazioni dorate che vanno dal giallo pesca delle signorili residenze collinari alle punte mogano e cinabro degli ippocastani e dei pioppi bianchi.

Dalla mia libreria

Dalla mia libreria giapponese personale ho scelto due ricettari:

Ognuno di essi ha una storia che conosco in parte. Io di loro so come sono arrivati a me. Sono volumi pubblicati da case editrici diverse ma hanno lo stesso titolo: 「料理の基礎」Ryōri no kiso. Ovvero le basi della cucina. Entrambi i libri promettono di guidare il principiante alla scoperta delle basi della cucina giapponese, riuscendo a preparare con successo deliziosi piatti di ogni tipo.

E ognuno tenta di attirare l’attenzione dell’aspirante cuoco esordiente con persuasive frasi d’effetto. Il primo in alto, ad esempio, si definisce トラの巻 Tora no maki, letteralmente il rotolo della tigre. L’espressione si usa per indicare un libro o un documento di riferimento definitivo ed autorevole in un determinato campo. Pare abbia avuto origine nel mondo del karatè dove il primo testo di riferimento per questa disciplina fu quello del Maestro Funakoshi. E la tigre, fiero animale non scelto per caso, rappresenta la tenacia, la forza, la capacità di essere sempre vigile e pronto a reagire. I karateka tra i lettori conosceranno sicuramente – e molto meglio di me – la questione.

Il Tora no maki della cucina proviene dall’ormai defunta libreria Mangetsu mentre l’altro – che promette risultati infallibili anche ai neofiti – è un acquisto da una giapponesista di Roma.

Li sfoglio e poi, già sapendo in realtà cosa volessi preparare, cerco una delle mie ricette preferite. Ce l’hanno entrambi, naturalmente, poiché si tratta di una preparazione essenziale. Le due versioni sono però leggermente diverse ma entrambe ineccepibili.

Desidero preparare il ほうれん草のお浸し Hōrensō no ohitashi, uno dei piatti che amo di più della cucina giapponese. Vediamo di cosa si tratta.

La lunga storia degli ohitashi

Gli ohitashi sono piatti di verdure in cui queste vengono generalmente sbollentate e condite con salsa di soia e brodo dashi. Fanno parte dei classici fondamentali della cucina giapponese.

Il termine お浸し ohitashi deriva dal verbo 浸す hitasu che significa immergere o mettere in ammollo. Questo perché le verdure preparare in questo modo vanno effettivamente lasciate riposare a bagno nel condimento apposito.

Illustrazione di un tipico ohitashi di spinaci. Fonte immagine.

Per indicare questi piatti si usa anche un altro termine: 浸しもの hitashimono dove la parola mono significa genericamente cose. Quindi cose a bagno, a mollo. Il termine tradotto non sarà molto invitante ma vi assicuro che tutti gli ohitashi – o hitashimono che dir si voglia – sono deliziosi.

Secondo alcuni documenti, pare che i primi ohitashi risalgano addirittura al lontano periodo Nara (710-794). Nel periodo Edo, invece, sembra che gli ingredienti protagonisti degli ohitashi non fossero solo le verdure ma anche i frutti di mare. D’altra parte, pesce e frutti di mare abbondavano nel Giappone feudale e le specialità della cucina del tempo lo dimostrano. Basti pensare come, ad esempio, i tonni fossero talmente in abbondanza da essere considerati pesci economici!

Dal periodo Meiji in avanti, invece, si dice ci sia stata un’inversione di tendenza che ha restituito rilievo agli ohitashi di sole verdure, soprattutto in foglia.

Poetiche ghiottonerie

Gli ohitashi occupano un posto un po’ speciale nel repertorio delle goloserie d’autore. Il celebre poeta del periodo Edo – Matsuo Bashō – si dice fosse particolarmente goloso di una specialità della Prefettura di Yamagata: ohitashi di fiori di crisantemo. Non tutti i crisantemi sono commestibili ma la varietà viola, originaria proprio di Yamagata, lo è. Questi crisantemi viola esculenti sono conosciuti come カキノモト kakinomoto o もってのほか mottenohoka. Ed erano proprio questi fiori porpora preparati come ohitashi a piacere così tanto al grande maestro degli haiku.

Illustrazione del crisantemo viola di Yamagata, varietà esculenta del famoso fiore che è anche simbolo della famiglia imperiale giapponese. Fonte immagine.

Tra l’altro, il nome mottenohoka in giapponese significa assurdo, fuori discussione, incredibile e pare si riferisca alla bontà di questo fiore che è tale da essere proprio…assurda!

Illustrazione del poeta Matsuo Bashō. Fonte immagine.

Alla suddetta Prefettura avevo dedicato un articolo relativo ad un’altra specialità: lo Yamagata-dashi. Chissà, forse anche questo fresco piatto estivo piaceva al grande poeta!

Illustrazione di un mazzetto di foglie di shungiku, cioè della varietà esculenta del crisantemo. Fonte immagine.

Curiosità nella curiosità: le foglie di crisantemo, sempre ovviamente della varietà commestibile, in giapponese sono note col nome di 春菊 shungiku. Sono molto saporite e a me piacciono sia in ohitashi sia preparate nei nabemono, ovvero gli stufati realizzati nella pentola tradizionale di coccio. Queste foglie si mangiano anche in altre parti dell’Asia, tra cui la Cina, motivo per cui a Torino si trovano facilmente al mercato, dagli agricoltori cinesi. Costano poco, sono gustose e molto ricche di minerali e vitamine.
Qualche anno fa le cercai usando il nome giapponese ma il contadino cinese guardò frastornato i kanji che gli stavo mostrando. Venni a sapere, infatti, che in cinese queste verdure si scrivono con i caratteri 茼蒿 e che si leggono Tong Hao. Il dizionario, tra l’altro, mi rivela sottovoce che il primo carattere cinese di questo nome – 茼 – si può leggere shungiku!

Come si fa a non amare la lingua giapponese?!

Un rompicapo e labirinto continui!

Ohitashi di spinaci: ricetta

Se già gli ohitashi sono tra i miei piatti preferiti, quello di spinaci è per me il non plus ultra. Tra l’altro, questo ortaggio è il più utilizzato nelle preparazioni degli ohitashi ma si possono usare tranquillamente altre verdure in foglia come il crescione, le bietole, le cime di rapa, la verza ecc.

La ricetta, semplicissima, è tratta da uno dei due ricettari di cui ho fatto menzione poco più su. Entrambi i volumi ne riportano la preparazione, con leggeri differenze. Ho scelto la versione più semplice delle due.

Vediamo subito gli ingredienti.

Per due persone serviranno:
250g di spinaci freschi in foglia, ben lavati
2 cucchiai di brodo dashi*
mezzo cucchiaio di salsa di soia
1 cucchiaino scarso di zucchero di canna
sale q.b.
Facoltativi: katsuobushi e semi di sesamo

*Il brodo dashi utilizzato comunemente anche per questa ricetta è quello di pesce. Se preferite una versione vegetariana del piatto, consiglio di optare per un dashi vegetale come quello di alga konbu. Quest’ultimo si può preparare fresco (trovate qui alcune mie indicazioni a riguardo) oppure usare quello granulare che troverete nei negozi di alimentari asiatici.

Konbu-dashi granulare che trovo a volte in alcuni market asiatici qui di Torino.

Preparazione

In uno scodellino, unire il brodo dashi, la salsa di soia, lo zucchero. Mescolare molto bene e mettere da parte. Questo sarà il condimento dell’ammollo.

Per gli spinaci, si procede in questo modo:

li si mette prima a bagno in acqua a temperatura ambiente per cinque o dieci minuti. Nel frattempo, si mette a bollire in una pentola dell’acqua e non appena inizierà l’ebollizione vi si immergeranno gli spinaci partendo dai gambi. Li si scotta per pochi istanti per poi trasferirli in un contenitore d’acqua freddissima, quasi ghiacciata.

Lasciare gli spinaci nell’acqua ghiacciata per un minuto o due dopodiché tirarli fuori e – molto delicatamente – ricomporli per lungo e strizzarli senza esagerare. Disporre il mazzetto strizzato su un tagliere e tagliarlo in pezzi da 3 o 4cm. Strizzare nuovamente i pezzi prima di metterli in un contenitore e irrorarli con la salsa preparare in precedenza.

Spinaci in ammollo

Lasciare a mollo per almeno 15-20 minuti dopodiché servire guarnendo con katsuobushi (se si desidera) o con dei semi di sesamo tostati.

Riassetto la cucina, rimetto accuratamente posto i libri nella mia amata libreria, chiudo le tende. Ormai il sole è tramontato e il cielo sfoggia le sue sequenze di blu che sfumano ancora nei rosati.

L’elogio alla semplicità di Azuma Kanako

Veduta dei laghi di Avigliana in un sabato di novembre.

Quanto ho desiderato scrivere in queste lunghe settimane. Eppure non sono riuscita a tracciare neppure una parola.

Come tanti ormai nel mondo, sono sgomenta davanti alle barbarie inenarrabili che si stanno consumando in Palestina. E per quanto abbia cercato e cerchi di rimanere centrata e calma, un dispiacere profondo mi tormenta.

E con lo scrivere, attività che amo molto, sono paradossalmente ferma ad un bivio: se sto male, fatico a scrivere. Però se scrivo, mi sento meglio.

Ho scattato la foto che vedete in alto un sabato pomeriggio ai laghi di Avigliana. Era una giornata brillante e il sole si specchiava nelle limpide acque lacustri. Mia sorella ed io abbiamo passeggiato lungo la riva del lago, soffermandoci ogni tanto ad ammirare quel paesaggio pulito e rinfrancante.

Ripenso a quelle acque cristalline e alle anatre variopinte che in esse sguazzavano. Rivedo il cielo che lentamente assumeva gradazioni di blu progressivamente più scure mentre l’aria della sera aumentava in effervescenza.

Lì ho ritrovato, ancorché per poco, quella serenità che nasce quando la malinconia scivola via dagli occhi e si dissolve nelle acque.

Una curiosa lettura

Un giorno, attraverso le solite vicissitudini che caratterizzano le mie ricerche di libri giapponesi, sono entrata in possesso di questo volume che è un vero elogio alla semplicità:

Il prezioso libro accompagnato da una scodella in lacca di epoca Taishō, oggetto del passato nonché molto in armonia col messaggio fondante del saggio.

L’emozione che provo nel raccontare di questo libro è molta. Tra le sue pagine ho trovato continui spunti di riflessione e di inviti ad una contemplazione concreta. La preziosità dei pensieri che vi ho trovato è tale da meritare un posto elevato nella mia personale classifica dei migliori saggi letti finora.

Ma procediamo con ordine.

Il titolo originale dell’opera è: 「電気代500円。贅沢な毎日」Denkidai gohyaku-en. Zeitakuna mainichi. Bolletta dell’energia da 500 yen. Lusso ogni giorno.

Al cambio di oggi, cinquecento yen corrispondono a €3,06.

Azuma Kanako, l’autrice del meraviglioso saggio. Foto di proprietà di Shizen Hatch.

L’autrice è Azuma Kanako, nata a Tokyo, classe 1979. Ricercatrice ed appassionata di tutto ciò che riguarda stili di vita a basso impatto energetico. Laureata in Scienze Agrarie presso l’Università della capitale, la signora vive in una località della periferia di Tokyo aderendo ad uno stile di vita fortemente ispirato dai saperi del passato e della tradizione.

Un momento determinante di svolta fu quando i suoi figli erano i piccoli e si accorse che nessuno aveva mai affrontato editorialmente l’argomento dei pannolini in stoffa per bambini.

A questo punto mi vengono in mente le parole di una mia conoscente giapponese che soleva spesso dire: ないなら作る。ないなら始める。Nai nara tsukuru. Nai nara hajimeru. Il che, pressappoco, significa: se una cosa non ce l’ho, la faccio io! Se una cosa non c’è, la inizio io!

Ed è esattamente ciò che fece Azuma Kanako autopubblicando il suo primo libro dedicato proprio alla realizzazione e all’utilizzo dei pannolini in stoffa per bambini. A questo sarebbero seguiti altri saggi (tra cui quello in esame) devoti alla divulgazione di stili di vita semplici e in linea con le reali necessità dell’essere umano.

Negli anni, i media si sono naturalmente interessati ad Azuma Kanako intervistandola e chiedendo il suo parere in merito a questioni di vita quotidiana, riviste però in un’ottica più consapevole.

Una mia breve ricerca ha rivelato che non esistono traduzioni dei suoi libri né in inglese né tantomeno in italiano.

Bolletta da cinquecento yen e lusso ogni giorno?!

Il titolo, volutamente accattivante, ha attirato la mia attenzione grazie alla sua contraddizione apparente: come si può parlare di lusso – addirittura quotidiano – vivendo al lumicino? Una bolletta dell’energia di tre o quattro euro non può rispecchiare di certo le esigenze di una famiglia e di una casa moderne!

Ma la scelta delle parole, anche in giapponese, non è mai casuale. La presenza dell’aggettivo 贅沢 zeitaku (nota per gli studenti: si tratta di un sostantivo che all’occorrenza diventa aggettivo in 〜な) colpisce particolarmente.

Perché zeitaku è proprio il lusso, il fasto, la sontuosità.

Quindi, una bolletta che riflette dei consumi ridotti al minimo come può accompagnare una vita all’insegna del lusso?

Non parlerà però di vite ridotte in miseria. E nemmeno di esistenze consacrate ad un risparmio ossessivo e deleterio, fatto a scapito dei livelli minimi accettabili di benessere psicofisico.

Ho cercato di immaginare i possibili scenari in cui potrebbe verificarsi una situazione simile. Mi sono venuti in mente alcuni folti movimenti di protesta civile inglesi contemporanei che si oppongono al pagamento di qualsiasi bolletta, come quello rappresentato in parte da Stacey Wilkinson.

Tuttavia, senza tante tortuosità, probabilmente la chiave risiede in un’altra comprensione del concetto di lusso!

Il lusso deve necessariamente corrispondere allo sfarzo? A delle normali comodità distorte in un’ottica di eccesso e di sfoggio? All’ostentazione di denaro e di oggetti costosi? Deve esserci inevitabilmente una componente di spreco?

No. Il lusso può essere – ed è precisamente così che viene da inteso da Azuma Kanako – come la condizione di pienezza, benessere, soddisfazione. Un’abbondanza, come contrario di penuria, che nasce non dalla quantità materiale ma dalla qualità intrinseca di ciò che ci circonda e che decidiamo sia parte della nostra esistenza.

La vita inconsueta di una comune casalinga di Tokyo

Sulla sopraccoperta del libro è riportata la seguente descrizione:

「東京に暮らす普通の主婦が実践する、古くて新しい、身の丈生活。」 Tōkyō ni kurasu futsū no shufu ga jissen suru, furukute atarashii mi no take seikatsu. La vita d’altri tempi, nuova e consapevole di una comune casalinga di Tokyo.

D’altri tempi perché il rimando inevitabile è quello al passato, alle saggezze di chi ci ha preceduti. Nuova perché – in quest’epoca – vivere così vuol dire fare qualcosa di nuovo, originale, non comune. E tutto questo non può che essere frutto di una consapevolezza così ricca da riuscire a superare tutte le difficoltà di assestamento, insormontabili solo in apparenza.

L’opera è divisa in sei grandi capitoli, ognuno dei quali affronta un aspetto di una vita quotidiana più cosciente. Il saggio, muovendo dalla premessa della gestione giudiziosa della corrente elettrica come punto imprescindibile di partenza, sviluppa numerosi sottotemi.

Ma prima di iniziare la lettura, si rimane alquanto sorpresi nel venire a sapere che l’autrice non possiede la lavatrice, il frigorifero e nemmeno l’aspirapolvere. Questo intrigante preambolo, anche se perfettamente coerente con il titolo dell’opera, incuriosisce ma suscita anche molte perplessità.

Ci si domanda, forse un po’ troppo precipitosamente, se questo libro non sia il frutto di eco-farneticazioni di una mente esaltata. Ammetto di essermi avvicinata a questa lettura col sopracciglio alzato e una certa diffidenza.

Ma si viene presto accolti calorosamente dalla penna di Azuma Kanako da cui fluiscono pensieri chiari, lucidi e lineari. La sua voce gentile, delicata e umile guida i lettori nel suo mondo, illustrandolo in maniera calma e precisa. L’autrice, infatti, sottolinea da subito che queste sono scelte intraprese da lei e dalla sua famiglia e non vi è la pretesa che chi legge faccia necessariamente altrettanto.

Insomma, un’esposizione tranquilla, non giudicante e scevra da atteggiamenti di superiorità o di disdegno verso chi è di altro avviso.

La parola alle foglie secche

L’idea di riassumere l’intero libro non mi interessava. Si tratta, infatti, di un saggio denso, profondo, traboccante di preziosi inviti alla riflessione che verrebbero ingiustamente appiattiti in un riepilogo. Erroneamente si potrebbe pensare che si tratti di un manualetto con velleità didattico-moralistiche, inframezzato da indicazioni su come sbarazzarsi del tritatutto e del ferro da stiro elettrico.

Invece è un’opera sorprendentemente intensa che, attraverso la grazia del ragionamento logico, conduce il lettore a prendere in considerazione vie alternative.

Riporterò a breve alcuni consigli pratici che l’autrice suggerisce.

L’uso degli elettrodomestici – e della corrente elettrica in generale – non viene demonizzato. Sarebbe ridicolo. Semplicemente l’autrice invita alla moderazione, al riconsiderare certe abitudini il cui mantenimento richiede un dispendio di tempo, energia e denaro.

Durante una mia passeggiata nel mio quartiere, ho raccolto alcune foglie secche che mi sono piaciute in modo particolare. E così ho avuto un’idea: affidare a queste foglie secche il compito di comunicare alcuni dei concetti che – per vari motivi – mi hanno colpita. Naturalmente, si tratta di una minima parte di tutto quello che avevo sottolineato (a matita!) ma è un modo per condividere con chi leggerà un qualcosa di questo libro straordinario.

Vivere secondo le proprie possibilità

Azuma Kanako usa spesso questa espressione, tanto da ritrovarla – come già visto – addirittura sulla sopraccoperta.

L’espressione giapponese 「身の丈生活」Mi no take seikatsu. Letteralmente significa una vita per la propria statura, cioè modellata in base alle proprie possibilità. Quindi, vivere secondo le proprie possibilità e non oltre. Ma non è solo una questione economica ma anche sociale; in questo concetto, l’autrice ravvisa anche i benefici di una vita – per dirla coi sociologi – un po’ più a maglie strette dove anche i rapporti di vicinato, oltre a quelli famigliari, meritano di essere riscoperti e rafforzati.

Non ci dovrebbe sorprendere, infatti, che l’eccessiva comodità abbia generato anche grande solitudine, con tutte le devastanti conseguenze del caso. Teoricamente, basta avere una connessione internet e disporre di denaro a sufficienza per vivere senza mai entrare in contatto con altri esseri umani.

Sapersi accontentare

Un altro concetto ricorrente è quello di 「足るを知る」taru o shiru. Questo modo di dire corrisponde pressappoco al nostro chi si accontenta gode.
Sapersi accontentare non significa rassegnarsi o – peggio – farsi piacere a forza qualcosa che non ci soddisfa. Accontentarsi vuol dire imparare a ritrovare il valore di ciò che si ha e – perché no – di ciò che invece non si ha!

Coltivare uno spirito di profonda gratitudine

「必要なだけ手に入れるのではなくあるものでどうにかする精神を。」Hitsuyōna dake te ni ireru no de wanaku arumonode dōnika suru seishin o. Invito che ho liberamente tradotto come: coltiviamo lo spirito dell’accontentarsi di ciò che abbiamo anziché dell’ottenere tutto ciò che ci serve.

L’autrice, con dolcezza, ci porta a vedere la sua casa. È come se ci prendesse per mano e ci conducesse alla scoperta di questa sua vita così semplice eppure – forse proprio per questo – quasi ribelle. Condivide con il lettore considerazioni quasi liminali sul rapporto tra l’uomo e la luce e come quest’ultima abbia influito sulla sua esistenza. Il pensiero va inevitabilmente alle riflessioni di Tanizaki quando racconta del fascino ormai svanente delle lacche giapponesi che, per colpa della luce artificiale, non riescono più a donare ai nostri occhi quei giochi di chiaroscuro con cui hanno deliziato gli animi sensibili di chissà quante persone.

Alcune bollette dell’energia elettrica dell’autrice. Come si può vedere, effettivamente oscillano tra i ¥400 e i ¥500 mensili! Davvero notevole considerando che mediamente la cifra è ben più alta. La mia bolletta dell’energia in Giappone si aggirava sui ¥4000!

Veniamo a sapere, ad esempio, che in tutta la sua casa vi sono solo tre prese della corrente e che la TV è in una nicchia a scomparsa. La signora Azuma ci spiega che abbiamo piano piano disimparato a rispettare i ritmi naturali scanditi dal giorno e dalla notte e di come tutta questa luce artificiale (lampadine, schermi ecc.) abbia sfalsato parte delle nostre percezioni. Nei suoi racconti ci regala frammenti di ricordi di epoca Shōwa, di sua nonna e dell’abitudine di assaporare gli ultimi sprazzi di luce naturale riuscendo, al contempo, a sentirsi a proprio agio nella penombra e in quella dimensione di sfumata visibilità.

Quanto Tanizaki in queste osservazioni!

Vivere senza frigorifero

Fonte immagine.

Probabilmente sarete curiosi di sapere quali alternative abbia escogitato l’autrice per far fronte a scelte in apparenza molto radicali. Come quella di non avere un frigorifero, elettrodomestico considerato basilare in una casa qualsiasi.

Ebbene, la signora Azuma ci ricorda che, fino a non molto tempo fa, si acquistavano quotidianamente gli ingredienti freschi necessari per i pasti della giornata. Avvalora questa sua affermazione rievocando i racconti di sua nonna e di persone di quelle generazioni. Effettivamente, anche da noi era così: fino verso gli anni Cinquanta i frigoriferi in Italia erano privilegio per poche famiglie molto abbienti. Si sarebbe dovuto aspettare fino agli anni Sessanta perché questo diventasse un bene alla portata di tutti.
Ecco perché nei paesi e nei centri abitati esistevano le ghiacciaie: da esse ci si riforniva di ghiaccio, ricavato dalla neve, da utilizzare per la conservazione di quei pochi ingredienti deperibili come il burro.

In Giappone, fino ancora al secondo dopoguerra, erano in uso le cosiddette 氷室 himuro, cioè vere e proprie ghiacciaie adibite alla formazione e conservazione del ghiaccio per gli abitanti. Alcuni himuro sono stati riportati ai vecchi splendori per poterli rendere visitabili sopratutto in occasione di festival locali.

Un himuro nella Prefettura di Ishikawa. Fonte immagine.

L’autrice sostiene che al giorno d’oggi i nostri frigoriferi non siano diventati altro che meri ripostigli dove riporre quantità eccessive di alimenti che non intendiamo consumare nel breve termine. Effettivamente, basterebbe pensare a cosa abbiamo nel congelatore.

Lei suggerisce di acquistare il fresco quotidianamente e solo nelle quantità necessarie. Eventuali eccedenze – spiega – si possono conservare ricorrendo ai classici metodi dell’essiccazione, della salamoia, della salagione ed altri. Nello specifico, i metodi che usa lei sono tre:

  1. 調味料に漬ける」chōmiryō ni tsukeru. Ossia, la conservazione di alimenti attraverso la marinatura in ingredienti come l’aceto, la salsa di soia, miso, il sale ecc.
  2. 「佃煮にする」tsukudani ni suru. Conservazione del cibo come tsukudani. Lo tsukudani è una preparazione antica, ancora molto diffusa soprattutto nelle comunità rurali, in cui ingredienti come pesciolini, frutti di mare e alghe vengono fatti sobbollire lentamente in salsa di soia e mirin o zucchero. L’autrice ricorre a questa tecnica anche per la carne.
  3. 「干す」hosu. Essiccazione. Metodo le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Permette di conservare pressoché qualsiasi ingrediente.

Ad eccezione dei cibi deperibili i quali, appunto, si acquistano in piccole quantità oppure si conservano attraverso i metodi tradizionali, tutto il resto può essere tranquillamente tenuto fuori dal frigo: frutta, verdura, uova.

Mele piemontesi provenienti da Cellarengo, Asti.

L’argomento cibo e cucina viene trattato con precisione, delicatezza e cura. Il tutto, anche in questo caso, accompagnato da riflessioni importanti. Vi è ad esempio l’invito a rafforzare la comprensione del concetto di stagionalità. In Giappone, normalmente si fa molta attenzione a questo aspetto ma, secondo l’autrice, non abbastanza. I nuovi modelli di consumo spingono anche i giapponesi a diventare un po’ capricciosi desiderando ingredienti fuori stagione.

Quindi, stagionalità e territorialità. Si ribadisce il concetto di 地産地消 chisan-chishō cioè produzione locale di cibi. Un po’ il nostro kilometro zero.

Molto affascinante è anche il suo approccio alla preparazione dei cibi stessi che, secondo l’autrice, dovrebbe essere il più semplice e disadorna possibile. Spiega, infatti, che l’abitudine di decorare troppo i piatti conduce alla noia e ad un senso di insoddisfazione. Insomma, allontana dallo zeitaku sincero.

Lavatrice: come farne a meno

Fonte immagine.

Ci sono stati alcuni periodi della mia vita in cui, non per scelta, ho vissuto senza lavatrice. Questa esperienza personale mi ha permesso di accogliere il punto di vista della scrittrice in maniera meno stranita: ci ero già passata e so cosa aspettarmi.

La signora Azuma spiega che le esperienze delle generazioni passate possono insegnarci molto.

A casa sua, al posto della lavatrice, lei ha una たらい tarai ossia una bacinella, una 洗濯板 sentaku-ita ovvero un’asse lavatoio e del semplice sapone per bucato a mano.

Fonte immagine.

Unico detersivo: un sapone naturale per lavaggi a mano. No ammorbidente, no additivi o sbiancanti.

Lei spiega come l’uso di questi semplici attrezzi permetta una gestione del bucato molto più agevole di quello che si possa pensare: è sufficiente – spiega – lavare subito i panni sporchi senza accumularli. Questo farà sì che eventuali macchie non abbiano il tempo di fissarsi sul tessuto. In caso, invece, di macchie ostinate basterà strofinare la parte interessata sull’asse lavatoio per pochi minuti e procedere al risciacquo.

Un accorgimento interessante è quello di evitare asciugamani troppo grossi ma di preferirne di piccoli proprio per facilitarne il lavaggio e l’asciugatura. Quest’ultima fase, non serve nemmeno specificarlo, avviene all’aria aperta, possibilmente al sole.

Un passaggio, quest’ultimo, che non stupisce nemmeno noi ora.

L’autrice osserva come la società contemporanea sia intrappolata nel paradosso della sensibilizzazione alle tematiche ambientali e al propagarsi incontrollato di elettrodomestici di ogni genere. Effettivamente, a ben vedere, quanto ecologiche sono le asciugatrici per davvero, al netto dei proclami pubblicitari? Certamente mai più del sole.

Foto tratta dal libro.

Aspirapolvere e pulizie generali di casa

Anche l’aspirapolvere, come la lavatrice, in alcuni momenti della mia vita è stato assente in casa mia. Forse, dei tre, questo è il meno doloroso da eliminare eventualmente. L’autrice spiega come siano sufficienti una scopa – preferibilmente di saggina – e uno straccio recuperato da qualche abito smesso. Un secchio, acqua e basta.

Fonte immagine

Naturalmente, una casa alleggerita dagli oggetti in eccesso sarà molto più rapida da pulire. E questo ovviamente dà avvio alla riflessione in merito al superfluo di cui le nostre case sono, in misura più o meno variabile, grandi ripostigli.

Non ho seguito e non seguo il filone di tendenza del magico potere del riordino di Marie Kondō semplicemente perché ho sempre un’avversione per tutto ciò che va di moda. Insomma, la Kondō non insegna alcunché di nuovo. Sono concetti e tecniche di cui si scrive da tempo in Giappone. E Azuma Kanako lo dimostra.

Nella sezione dedicata a come alleggerire la casa dal superfluo, inevitabilmente si affronta il discorso delle mode e delle comodità eccessive che, paradossalmente, diventano scomodità a lungo andare.

Allora il consiglio è di conservare ciò che piace davvero e che si intende soprattutto utilizzare. Poco importa che si tratti di vestiti o altri oggetti. Tutto ciò che etichetteremmo come “cose che prima o poi userò o indosserò” andrebbero venduti o regalati. Senza troppi tentennamenti.

In conclusione

Questo libro insegna così tanto e in maniera così dettagliata che la mia presentazione sommaria non è che un superficiale assaggio.

È un saggio così attuale per le tematiche che tratta ma al contempo così tradizionale e squisitamente giapponese perché impregnato di impliciti rimandi wabi-sabi. L’esaltazione del bello individuato in ciò che si ha, con tutte le sue fratture, sbeccature, sbavature o imperfezioni che possa avere. Anzi, è proprio in queste presunte incompletezze che si ravvisa la bellezza della transitorietà.

Ben vengano le comodità moderne: luce, corrente elettrica, elettrodomestici in generale e tutto il resto. Ma con moderazione. Se, attraverso piccoli accorgimenti magari un po’ d’antan, riusciamo comunque a stare bene e a soddisfare varie necessità (e desideri!), perché non provarci?

A trarne vantaggio non è solo l’ambiente ma soprattutto siamo noi come persone. Uno stile di vita più semplice, più rivolto all’essenza e al cuore dell’essere e dell’esserci non può che ripagarci con quella serenità che, inutilmente, inseguiamo ossessivamente nelle tecnologie e negli eccessi.

Un elogio alla semplicità come via per iniziare a ritrovarsi.

I 28 giorni di Asabuki Tomiko

Foto scattata qualche tardo pomeriggio fa, a Torino.

Comunicazione di servizio: Mi scuso coi lettori che, cercando di leggermi nelle scorse settimane, hanno riscontrato difficoltà ad accedere al blog. Purtroppo il sito ha avuto delle difficoltà tecniche dovute agli aggiornamenti di WordPress. Ringrazio pubblicamente Ivan M. del team americano di supporto Siteground per avermi aiutata in maniera precisa e veloce.

Diluizioni di pensieri

In queste settimane dolorose in cui assistiamo sgomenti a crescenti spirali di violenza nel mondo, è molto difficile scrivere. I miei pensieri sono diluiti perché appuntati qui con ritmi singhiozzanti. Non so dunque con quale data apparirà l’articolo: uno scritto, questo, che come l’abito di Arlecchino, pare composto da mille toppe romboidali, ognuna raffigurante un momento di aggiunta tra i problemi tecnici e la difficoltà emotiva del riuscire a scrivere in questo periodo umanamente doloroso.

Eccomi nuovamente qui a scrivere in questa ultima domenica di ottobre. Abbiamo superato da poco l’ennesimo cambio d’ora che sembra segnare quasi ufficialmente il passaggio netto – e senza fasi intermedie – dall’estate all’inverno.

Piccoli garbi sino-torinesi

Ieri pomeriggio ho avuto la possibilità di incontrare per la prima volta Daniela, un’amica che conoscevo da anni soltanto virtualmente e che invece ieri ho potuto abbracciare per davvero. La sua visita a Torino, durata poche ore, si è conclusa in mia compagnia. Non potevo non portarla a respirare un po’ dell’aria della mia personalissima malconcia Chinatown cittadina, condita dalle malinconie dei giochi di luce della Galleria Umberto I e della sospensione del tempo e cristallizzazione di epoche passate, alla Cineseria Ming. Le sue vetrine, i suoi oggetti – alcuni rarissimi e preziosi – ornati dai racconti del signor Livio, figlio dello stimato dottor Lee, uno tra i primissimi residenti cinesi a Torino, e di cui sento nel mio piccolo molto la mancanza. Racconti della Cina del ricordo, della Cina che non c’è più.

Così tanto savoir faire e signorilità nelle parole del signor Livio. Un garbo squisitamente torinese – quasi gozzaniano – ma dalle tinte verde giada.

Tra le sue parole ieri, un piccolo cameo ricamato che raccontava del tè verde che amava bere suo padre quotidianamente. E del tè al gelsomino come delicato divertissement degustativo della domenica.

E proprio negli ultimi momenti di luce prima del tramonto, ho trovato casualmente – con mia grande sorpresa – i dolcini vietnamiti del Drago Giallo, preparati con farina di fagioli verdi e cocco. Piccini e fragili parallelepipedi di un dolce impasto dal sapore di cocco tostato e Asia.
Ho voluto così ricordare il dottor Lee con la mia tazza domenicale di prediletto tè al gelsomino accompagnato dai dolcini del Drago Giallo.

Oggi è domenica ed è il giorno della settimana che, più di tutti gli altri sei restanti, ha un sapore e addirittura un odore caratteristici. Forse ha anche un proprio repertorio di suoni e sensazioni che sembrano ripetersi, a prescindere dalle latitudini in cui ci si trova.

Almeno, per me è sempre stato così. Non ho la pretesa di aspettarmi questa stessa percezione di domenicalità da tutti. Ma per me è un giorno che ha sempre mantenuto una sua identità ben distinta. Sia che mi trovassi a Torino, a San Diego in California oppure a Sagamihara.

È un miscuglio di sollievo, dolce ozio e una quantità variabile di angoscia per la settimana che a breve avrà inizio. Per alcuni quest’ultimo ingrediente sovrasta gli altri.

A Torino è un giorno lento che sa di sugo di pomodoro e di acqua di colonia mentre a San Diego profumava di grigliate, di salsedine e dell’odore delle palme che scuotevano le loro viride chiome folte. A Sagamihara, invece, aveva la fragranza dolciastra della salsa di soia e dei tatami, note che erano presenti sempre ma che in certi momenti si accentuavano ad esempio in estate. Oppure, di domenica.

Letture riprese

Il libro di cui vorrei condividere alcune considerazioni mi è capitato tra le mani alla fine di agosto, in quei giorni di calore feroce che ben ricordiamo.

Il libro in questione, e che definisco particolare per svariate ragioni, è questo:

Vingt-huit jours au Japon aver Jean-Paul Sartre et Simone de Beauvoir.
サルトル、ボーヴォワールとの28日間 – 日本 (Sarutoru, Bōvowāru to no nijūhachi-nichikan – Nihon)
Ventotto giorni in Giappone con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir.

Di Asabuki Tomiko

L’opera, scritta originariamente in giapponese, è accessibile in traduzione soltanto attraverso la versione in francese pubblicata dalla casa editrice L’Asiathéque di Rue Deguerry, a Parigi.
Ho cercato di procurarmi l’edizione originale in giapponese ma pare essere fuori stampa da molto tempo e non più di facile reperibilità.

Copertina dell’opera originale in giapponese la cui copertina ha ispirato la realizzazione dell’edizione francese.

Il mio livello di francese è piuttosto scolastico, motivo per cui ho esitato molto prima di acquistare l’edizione de L’Asiathéque. Tuttavia, non avendo quindi molta altra scelta, mi sono fatta coraggio e ho ordinato il libro. Anche se, fino al giorno della consegna, ho temuto di aver fatto un acquisto inutile.

E invece, nonostante tutto, sono riuscita a leggere tutta l’opera senza grosse difficoltà. A parte alcuni vocaboli ed espressioni che non conoscevo, la lettura è stata scorrevole e molto gradevole.

Asabuki Tomiko

Asabuki Tomiko. Fonte immagine.

Asabuki Tomiko 朝吹登水子 è stata un’importante francesista, traduttrice e scrittrice giapponese. Nata a Tokyo nel 1917, discendeva da una famiglia che svolse un ruolo chiave nella nascita del Giappone moderno durante la Restaurazione Meiji. Non è un caso, dunque, che avesse sin da piccola grande curiosità nei confronti dell’Occidente e di tutto il suo bagaglio socio-culturale. Da ragazza, si trasferì in Francia per studio per poi ritornare in Giappone negli anni Cinquanta dove, per tutto il resto della sua vita, avrebbe coltivato profonda ammirazione per la letteratura francese, veicolandone i suoi messaggi attraverso traduzioni qualitativamente elevate.

Sartre disse di lei che era “la Francia da occhi giapponesi e il Giappone da occhi francesi”.

Anche Asabuki Sankichi, fratello di Tomiko, è stato un francesista e traduttore stimato nonché professore di letteratura francese.

Asabuki Tomiko e suo fratello tradussero in giapponese varie opere di Simone de Beauvoir e ben prima di conoscerla personalmente. Si può facilmente immaginare, quindi, la gioia che devono aver provato quando si presentò loro l’occasione di stringere finalmente la mano dell’autrice che aveva segnato la loro carriera accademica in maniera così incisiva.

Nella prefazione del libro di cui scrivo, Tomiko racconta dettagliatamente e con affetto come e quando avvenne questo primo incontro. Fu lei per prima a conoscere di persona de Beauvoir, nel 1963. A presentargliela fu Hélène de Beauvoir, sorella della scrittrice.

Poco dopo anche Sankichi, grazie a sua sorella, avrebbe conosciuto la de Beauvoir in un elegante ristorante cinese del quartiere parigino di Saint-Sulpice.

L’incontro con Sartre

Nell’estate del 1966, Sartre fu invitato a recarsi ufficialmente in Giappone nell’autunno di quello stesso anno. Era da una vita che il filosofo sognava di visitare il Paese del Sol Levante tanto da far domanda, all’età di ventiquattro anni, per un posto come professore di francese presso l’Istituto franco-giapponese di Kyōto. Tuttavia, con suo grande dispiacere, non venne selezionato. Trentasette anni più tardi poté realizzare questo suo sogno grazie alla prestigiosa Università Keio che lo invitò a prendere parte ad un ciclo di tre conferenze.

Alcuni mesi prima della partenza, Simone de Beauvoir invitò Tomiko a pranzo per presentarle Sartre. L’appuntamento era presso l’appartamento della filosofa, al civico 11 bis della rue Victor-Schœlcher, a Parigi.
Fu in quell’occasione che i due filosofi chiesero a Tomiko di accompagnarli in questo viaggio che avrebbe avuto inizio il 18 settembre e si sarebbe concluso il 16 ottobre 1966.

Cinquantasette anni fa.

Fotografia tratta dal libro. Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre e Asabuki Tomiko al Museo Nazionale di Tokyo, a Ueno.

Perplessità e decisioni

Qualcosa mi attirava verso questo libro, tanto da trovare il modo di superare l’iniziale barriera linguistica. Forse era l’idea di accompagnare Tomiko in questo suo personalissimo viaggio che in fondo è stato un po’ l’apogeo della sua carriera nonché il coronamento di un sogno su cui, chissà, forse non aveva mai neppure osato fantasticare.

Tuttavia, la presenza dei due filosofi, per quanto celebri e stimati probabilmente ancora adesso, non mi entusiasmava particolarmente. Sebbene apprezzi alcune loro considerazioni (od un’opera, come nel caso dello struggente diario Una morte dolcissima in cui de Beauvoir racconta l’esperienza di un mese in ospedale, attraverso la malattia e poi la morte di sua madre), non condivido la loro teoria esistenzialista né tutta la loro visione filosofica nel complesso. Non potrei essere più distante dalle idee di cui si sono fatti portavoce e rappresentanti in prima persona.

Impacci di pensiero

Ma ciò che trovo riprovevole è che, nel 1977, i due filosofi furono tra i firmatari di una petizione al parlamento francese con cui richiedevano l’abbassamento dell’età del consenso e decriminalizzazione dei reati sessuali commessi con persone al di sotto dei quindici anni di età. Esperienze personali in questo senso, in particolar modo di de Beauvoir, chiariscono il perché del loro coinvolgimento in questo genere di vicende.
Lo so, certi personaggi sono figli del proprio tempo e come tali andrebbero visti però mi riesce difficilissimo far finta di nulla; con le loro idee hanno contribuito a plasmare alcuni pensieri e atteggiamenti che generano conseguenze ancora oggi. Le parole hanno un peso e noi siamo responsabili di quelle che scegliamo di proferire e diffondere.

Al di là di ciò, inoltre, mi deluse profondamente il Sartre politico che, nonostante avesse sempre contestato le guerre difendendo il diritto inalienabile di ogni popolo all’esistenza, seppe mostrare un’indifferenza sconvolgente proprio laddove sarebbe servita la sua voce.
Nel libro si racconta del loro arrivo al campus della Keio dove i due filosofi furono accolti da studenti molto emozionati. I ragazzi mostravano cartelloni con messaggi di protesta alla guerra in Vietnam e l’arrivo dei due beniamini da oltreoceano rappresentava un momento di ufficialità di queste voci sonore e inarrestabili.

Studenti di Keio che accolgono la coppia di filosofi, con striscioni di protesta contro il conflitto in Vietnam. Foto tratta dal libro.

In quest’occasione, uno studente della Keio, in preda ad un intenso trasporto, afferrò Simone de Beauvoir per un braccio. Molto probabilmente voleva solo toccarla ma il gesto sconvolse la donna che fu, da quel momento, scortata dal fratello di Tomiko e che in foto vediamo alla sua destra.

Incongruenze di pensiero

Sartre era al fianco dei rivoluzionari, da Che Guevara a Ho Chi Minh, venendo anche nominato presidente esecutivo nel cosiddetto Tribunale Russell nel 1973 per indagare in merito ai crimini di guerra commessi dagli statunitensi in Vietnam. Il filosofo era molto apprezzato anche nel mondo arabo, venendo considerato come un pensatore in grado di riconoscere le ingiustizie e di saperle esprimere in maniera eloquente ed incisiva.

Fino a quando, verso la fine degli anni Sessanta, Sartre seraficamente dichiarò di non riconoscere il popolo palestinese e il suo inalienabile diritto di esistere e di continuare a risiedere sui propri territori. Tentò tempo dopo di aggiustare il tiro sapendo di aver esagerato. Tuttavia, non sarebbe mai più riuscito a salvare la sua reputazione di anticolonialista dalla parte degli oppressi. Quella vistosa incoerenza e quell’inspiegabile freddezza nei confronti della Palestina, dettate entrambe da chissà quali interessi, avrebbero gettato un’ombra indelebile su tutto l’impegno profuso a favore dei popoli in lotta.

E alla luce di ciò che sta avvenendo in queste laceranti settimane, col beneplacito e l’indifferenza della comunità internazionale, le contraddittorietà di Sartre lasciano ancora una volta esterrefatti.

Momenti cristallizzati

Sartre a cena al famoso ristorante Shinkiraku di Tsukiji a Tokyo. Alla sua destra, s’intravede un uomo: lo scrittore Hotta Yoshie, uno degli esponenti del genere 原爆文学 Genbaku Bungaku o letteratura della bomba atomica.

Ma questo libro è la storia di Tomiko.

Il libro di Asabuki Tomiko e dell’ottimo 玄米茶 genmaicha che ne ha accompagnato dolcemente la lettura.

Ed è grazie all’incoraggiamento e all’affettuosa insistenza di Richard Chambon, amico dell’autrice, che oggi noi abbiamo la possibilità di leggere queste memorie. Nel leggere l’opera, infatti, ho pensato più volte a quel complesso intreccio di emozioni che deve aver provato Tomiko nel ripercorrere quella straordinaria esperienza, rivivendone ogni tappa.

Ho pensato al senso di responsabilità che deve aver accompagnato Tomiko per tutto il viaggio poiché lei era il loro punto di riferimento principale: non solo possedeva un’agile padronanza del francese ma naturalmente conosceva bene il suo Paese ed era perfettamente in grado di mediare tra i due mondi.

Vulnerabilità

Dal libro emerge un ritratto dei due filosofi anche molto intimo perché mette a nudo i loro difetti, le loro debolezze ed idiosincrasie. Ad esempio, apprendiamo dell’abitudine di Sartre di consumare molti alcolici nell’arco della giornata. A tal proposito, l’autrice ricorda un episodio avvenuto durante il loro soggiorno a Kyoto, alla locanda Tawara-ya, in cui il filosofo si ubriacò con il Suntory Old, il suo whisky giapponese preferito. Inciampando, cadde su un tavolino basso dove rimase in uno stato di torpore. Tomiko e de Beauvoir dovettero tirarlo su e – con non poca fatica – accompagnarlo in camera. E poco prima di andarsene, Tomiko di nascosto gli portò via l’ennesima bottiglia di whisky che il filosofo era riuscito ad afferrare.

Anni dopo, in una chiacchierata, Sartre scherzosamente le disse che forse lei non si fidava più tanto di lui visto che gli aveva portato via anche la bottiglia quella volta. Tomiko, altrettanto giocosamente, gli rispose che dopotutto lui sembrava quasi essersi trasformato nella scultura in piombo intitolata La Rivière (Il fiume) dell’artista francese Aristide Maillol.

La Rivière di Aristide Maillol. L’opera si trova al giardino delle Tuileries, a Parigi. Fonte immagine.

L’autrice ci racconta dell’antipatia profonda di Sartre nei confronti della cucina giapponese, con la sola eccezione dei piatti a base di carne, e di una delle tante serate offerte da studiosi e amici e al termine della quale si sentì male dopo aver mangiato del sashimi. Stesse così male che pensò fosse giunta la sua ora.

Poca simpatia per la cucina giapponese classica

Sappiamo, invece, che de Beauvoir amava i crostacei e in particolar modo il cocktail di gamberi che assaporò in varie tappe del loro lungo viaggio giapponese.

Ma entrambi, a parte i piatti di carne e i crostacei per Simone de Beauvoir, non tennero la washoku in grande considerazione. Credo sia comprensibile questo loro atteggiamento: erano persone di una certa età e con abitudini ben radicate. Non deve essere stato semplice. Quello fu, tra l’altro, il loro primo e ultimo viaggio in Giappone.

Nonostante questa loro diffidenza gastronomica, de Beauvoir avrebbe più volte dichiarato il suo apprezzamento per la salsa di soia.

E questo, soprattutto in relazione a Sartre, suscita in me un po’ di tenerezza. Aveva sognato tutta la sua vita di visitare questo Paese riuscendo, finalmente, a concretizzare questo desiderio solo in età avanzata. Sicuramente sperava di farvi ritorno più e più volte ma così non fu.

Un lungo viaggio

Cartina del Giappone su cui sono segnate le tappe del viaggio di Sartre, de Beauvoir e Tomiko. Immagine tratta dal libro.

L’avventura, iniziata con l’atterraggio all’aeroporto di Haneda in una sera di forte maltempo il 18 settembre 1966, si svolse lungo tutto quasi tutto il Giappone, ad eccezione di Hokkaidō e Okinawa.

Il racconto è una vera e propria passeggiata lungo la via del ricordo – ovvero la Stroll Down Memory Lane degli inglesi – che ha il sapore della rievocazione ove i punti sbiaditi dal tempo vengono ravvivati con dettagli forse suggeriti dall’emotività.

L’autrice ci narra di numerosi banchetti organizzati in onore dei due filosofi, di silenziose visite a templi e giardini, di momenti di disorientamento dovuti alle differenze culturali. Come, ad esempio, della ritrosia dei due intellettuali nel seguire l’abitudine giapponese di farsi il bagno la sera e non la mattina, com’erano invece avvezzi a fare. Oppure dello stupore di de Beauvoir nell’osservare il modo molto diverso in cui si comportava socialmente Tomiko in Giappone rispetto ai suoi consueti atteggiamenti a Parigi.

I due filosofi osservano in contemplazione il giardino zen del tempio buddista Ryōanji di Kyoto. È qui che Sartre dice: “È il giardino più bello del mondo”.

L’opera è inframezzata da brani tratti da alcuni interventi dei due filosofi sia nel corso di interviste sia nell’ambito delle tre conferenze per le quali erano stati invitati.

Le scaricatrici portuali di Fukuoka

Ma oltre ciò, Tomiko ci rende partecipi di svariate riflessioni dei due intellettuali, fatte in momenti anche molto informali. Simone de Beauvoir, in particolar modo, era incuriosita dal ruolo delle donne giapponesi. A tal proposito, l’autrice rievoca un momento al porto di Fukuoka, importante città sulla costa settentrionale dell’isola di Kyūshū, quando ebbero la possibilità di scambiare due parole con le scaricatrici portuali, straordinarie donne di mare nonché forza e spina dorsale delle attività marittime della città. Ed è qui che de Beauvoir, avvalendosi naturalmente della mediazione linguistica di Tomiko, domanda a queste donne chi si occupi delle faccende domestiche e quanto collaborativi siano i loro mariti. Indaga inoltre sulle loro condizioni salariali e le differenze in questo senso tra uomini e donne.

Sartre e de Beauvoir, nell’osservare queste donne fisicamente minute ma dotate di strabiliante forza e vigore, provarono ammirazione per la loro capacità di sorridere e coltivare il buon umore nonostante la rigidità ed implacabilità di quello stile di vita.

Un punto di riferimento letterario: Tanizaki Jun’ichirō

La lettura di questo libro è stato un avvicendarsi di pensieri e sensazioni assai contrastanti fra di loro. E questo in parte per le ragioni che ho già spiegato. Ma tanti sono stati anche i momenti che hanno saputo trasmettere soavità, con un pizzico talvolta di ilarità.

Chi mi legge da un po’ forse sa cosa rappresenti per me Jun’ichirō Tanizaki, soprattutto in determinati periodi della sua produzione letteraria. Ne ho scritto molto negli anni. Un altro esempio qui. A Tanizaki è dedicata la mia tesi di laurea.

Valigie piene di libri

Nel leggere dei due esistenzialisti francesi alla volta del Giappone, mi colpì molto il fatto che si portarono dietro tantissimi libri in francese e in inglese. L’ingombro deve essere stato tale da rappresentare un certo disagio nei numerosi spostamenti da una località all’altra. Chissà, forse fu una delle ragioni per cui arrivarono in ritardo in stazione per prendere lo Shinkansen per Kyōto e il capostazione – in maniera del tutto eccezionale – rinviò la partenza di tre minuti per aspettare i due illustri visitatori. Questo fatto scandalizzò abbastanza – e comprensibilmente – l’opinione pubblica giapponese.

Simone de Beauvoir era affascinata dal Genji Monogatari perché rappresentava per lei il massimo ideale estetico giapponese. Ho avuto la sensazione che sperasse di incontrare qualche traccia di quella grande opera nel Giappone che si stava apprestando a scoprire.
Jean-Paul Sartre, invece, aveva una predilezione per Tanizaki. Al tempo, in Francia, non c’erano ancora molte traduzioni delle opere di Tanizaki e così Sartre le leggeva in inglese. Nonostante ciò, la sua influenza sul filosofo fu notevole.

Sartre, infatti, alla prima conferenza stampa rilasciata al loro arrivo presso l’aeroporto di Haneda, nel commentare la sua passione per il grandissimo scrittore disse: “Je regrette beaucoup que sa mort m’interdise de le rencontrer.” (pagina 24). Ovvero: Mi dispiace molto che la sua morte m’impedisca di incontrarlo.
Avrebbe infatti desiderato ardentemente ritrovare qualcosa delle opere di Tanizaki in quel Giappone che finalmente vedeva coi suoi stessi occhi. In particolare, elementi che ricordava dal celebre romanzo Neve sottile (細雪 Sasameyuki) del 1948 e che così tanto aveva amato.

L’incontro con Madame Tanizaki e un po’ di ironia

Ebbero, tuttavia, modo di incontrare Takabatake Masaaki, professore di lettere francesi a Keio e amico di Tanizaki grazie a cui fu possibile conoscere di persona Tanizaki Matsuko, moglie dello scrittore. Madame Tanizaki condusse i due filosofi alla loro residenza di campagna ad Atami dove mostrò ai due lo scrittoio del marito, permettendo loro di toccare con mano e respirare parte della quotidianità privata del celebre scrittore e che Sartre così tanto stimava.

Credo che Tomiko apprezzasse la tagliente ironia del filosofo. Nel visitare la tomba di Tanizaki, Sartre le domandò il significato del carattere inciso sulla lapide. Il carattere, scelto da Tanizaki stesso, è: 寂 jaku.
Serenité du nirvâna” – rispose lei.
Al che lui rispose lapidariamente (è il caso di dirlo!): ” Un peu prétentieux“.

Un pensiero ad una francesista fedele e appassionata

Particolare della foto di copertina che appare sia sull’edizione originale giapponese sia sulla traduzione francese. Qui vediamo da sinistra: Asabuki Tomiko, Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, Asabuki Sankichi, vicino al grande torii in legno di cipresso, al santuario Meiji, a Tokyo.
Foto tratta dal libro.

Ho potuto conoscere la figura di questa appassionata traduttrice solo grazie a queste sue memorie. So che ha scritto un’autobiografia e che cercherò di procurarmi, appena possibile. Ma già da queste pagine ho avuto quasi la sensazione di cogliere aspetti anche un po’ reconditi della sua figura. Ho compreso la sua dedizione alla divulgazione della letteratura francese in Giappone, la sua stima infinita per Simone de Beauvoir e il suo rispetto per Sartre. Ho colto l’impegno, quasi una missione, del fare da guida ai due filosofi affinché il loro ricordo del Giappone fosse indimenticabile.
Dai suoi ricordi emerge l’orgoglio per la sua amicizia con i due intellettuali ma anche il pesante senso di responsabilità nel mediare correttamente tra le due culture: avvertiva, a mio giudizio, l’importanza del riuscire ad adempiere al ruolo di ambasciatrice prescelta nonché tramite di comprensione interculturale.

Chiudo il libro ora, nelle giornate già fredde che sanno di novembre. Le pagine, chiudendosi, portano via questi ricordi dei ricordi.

Pregevoli frammenti di un microcosmo che ormai odora di naftalina.

Le parole di Sho – Ultima parte

Le scuole sono iniziate e l’autunno, col suo fogliame decadente e il suo odore di legna che arde nell’aria, è ormai a un passo da noi.

Come promesso, ecco l’ultima parte del mio racconto: Le parole di Sho. Per chi non avesse letto le prime due, ecco qui la prima parte e la seconda.

Aspetto le vostre impressioni, i vostri pensieri. Lasciatemi un commento.

Buona lettura.

Yuko

Era seduta lì, su quella panchina di granito, nella quiete del santuario Iseyama Kotai di Yokohama da circa mezz’ora. Sulle ginocchia aveva un sacchetto di carta viola dai manici di corda. Lei se ne stava lì, con la schiena dritta e le mani delicatamente appoggiate sul sacchetto. 

Con lo sguardo accarezzava dolcemente gli alberi lì intorno e ogni tanto chiudeva gli occhi, inspirava profondamente e poi espirava con lentezza.  

Era lì, Yuko. Coi suoi capelli neri a caschetto e una piccola molletta azzurra con cui teneva all’indietro un ciuffetto ribelle. Indossava un abito di lino grigio chiaro lungo a quadri e al collo una sciarpa di seta di un pallido verde celadon. 

Ai piedi, le sue amate scarpette basse nere.

Vicino a sé, sulla panchina, una bottiglia trasparente di tè verde da cui ogni tanto beveva qualche sorso per poi subito asciugarsi le labbra con una salvietta di cotone, prima di riavvitare il tappo. 

Le visite in ospedale sarebbero riprese intorno alle 14. Mancava ancora un’oretta. Aveva tutto il tempo per stare ancora un po’ lì, nei suoi pensieri, in quel luogo calmo e amato. Era lo stesso santuario dove veniva con sua madre, da bambina. 

La madre non era molto religiosa ma le piaceva questo posto perché lo definiva il suo balsamico rifugio dai tormenti della quotidianità. Nei momenti di maggior tensione in casa, la madre invariabilmente trovava il modo per ritagliarsi almeno un’ora da trascorrere in solitaria al santuario di Iseyama Kotai. 

Ogni tanto si portava anche la piccola Yuko: le spazzolava i capelli, le metteva le sue scarpette preferite, un cappottino quando faceva freddo, la prendeva per mano e insieme percorrevano la strada fino al santuario. 

Una volta arrivate ai piedi della lunga scalinata di pietra che conduce al torii di legno non verniciato, la madre si voltava verso Yuko e – sorridendole – le chiedeva sempre di ricordarsi di lei ogni volta che avrebbe fatto ritorno qui da grande. 

E Yuko avrebbe fatto la stessa cosa con Akane la quale, infatti, come la madre e la nonna, era abituata a venire qui quando il male di vivere si faceva intollerabile. 

La madre di Yuko non c’era più da tempo, ormai, ma il ricordo di lei era sempre vivido. Soprattutto a Iseyama Kotai. 

A Yuko ogni volta sembrava di rivedere sua madre mentre si sedeva sulla panchina, proprio come faceva lei ora. Anche la madre se ne stava in silenzio a respirare quell’aria che pareva più pulita e a gioire del canto degli uccellini. 

Dopo un po’ guardò l’orologio e vide che mancava mezz’ora alle due. Si alzò e con una mano teneva il sacchetto di carta viola e con l’altra si aggiustò un po’ il vestito. Prese la sua bottiglia di tè e la infilò in un angolo della sua borsetta. 

L’ora delle visite

Nel frattempo, Sho si era addormentato. Il telefono era ancora per terra dov’era finito dopo il messaggio di Hiroshi. Rimase scosso da quelle parole e si sentiva responsabile di tante piccole sofferenze che aveva causato alle persone intorno a lui. 

Signor Sho! Signor Sho! Si svegli, su! – lo incalzò Ueda scuotendogli leggermente la spalla e ricordandogli che di lì a poco sarebbero ricominciate le visite. 

Prima le è caduto questo. – disse porgendo a Sho il telefono che  miracolosamente non si era rotto, nonostante avesse preso un colpo piuttosto secco cadendo sul pavimento. 

Sho si svegliò di soprassalto, afferrò il telefono e con un gesto brusco fece segno a Ueda di allontanarsi. 

Allora è vero che il significato di comandante le calza a pennello! Pur senza parlare riesce ad essere scorbutico e antipatico. Ma è sicuro che il carattere del suo nome non sia quello di malattia o supplizio? – commentò sardonicamente Ueda, dirigendosi verso la finestra. 

Lei forse crede che io sia solo un vecchio ficcanaso che non vede l’ora di farsi gli affari suoi. Ma si sbaglia, sa? Capisco perfettamente come si sente. Siamo più simili di quanto creda! Vuole sapere cosa ne pensi? – domandò Ueda voltandosi verso Sho.

In quel momento Sho avrebbe tanto voluto mandarlo all’inferno ma si accontentò di prendere in mano una delle riviste che gli aveva portato Hiroshi e di nascondersi dietro le pagine. 

Beh, anche se fa così glielo dico lo stesso: penso che lei debba rivedere un po’ di cose. La vita a volte accelera i tempi affinché impariamo certe lezioni. – spiegò Ueda con il tono di voce di chi sta rivelando importanti verità. 

Sho decise di chiedere al professor Hasegawa di essere trasferito in un’altra stanza. Non avrebbe retto un giorno di più in compagnia di questo moralizzatore da strapazzo.

Signor Nakamura, c’è una visita per lei! – annunciò la solita infermiera dalla voce squillante e i capelli raccolti in una treccia, affacciandosi brevemente in stanza. 

Sho si sentì ansioso e sollevato al tempo stesso.

Dopo pochi istanti, comparve Yuko. 

Sho sorrise emozionato e cercò di tirarsi su un po’ per potersi sedere. 

Come stai? Come ti senti? Aspetta, ora ti aiuto. – disse Yuko con dolcezza mentre sistemava al marito i cuscini dietro la schiena in modo che potesse sedersi. 

Ci hai fatto prendere un bello spavento, lo sai? Adesso dovrai prenderti più cura della tua salute. – aggiunse la moglie mentre avvicinava la sedia al letto. 

Guarda cosa ti ho portato! – annunciò aprendo il sacchetto di carta viola con i manici a corda. 

E da lì iniziò a tirare fuori della biancheria pulita, tutta meticolosamente piegata. Immediatamente Sho sentì le delicate note dell’ammorbidente Sarasa che usava sempre Yuko. Quello era l’odore della loro biancheria di casa. Era una fragranza leggera che ricordava il profumo di fiori e di limoni. 

Ci sono un paio di pigiami, delle canottiere e dei boxer. Ti ho portato anche delle calze di cotone e un maglione nel caso avessi freddo. – spiegò premurosamente Yuko. 

Sho prese il telefono e iniziò a scrivere alla moglie.

Lo sai che quel pigiama blu scuro non mi piace e mi sta stretto! – scrisse rapidamente Sho facendo segno alla moglie di guardare il testo del messaggio.

Scusami. Ero in ansia oggi quando ho preparato la borsa e ho afferrato le prime cose che ho trovato nel tuo cassetto. Ci sono però gli altri due pigiami. – si giustificò Yuko.

Va bene, non importa. Perdonami ma sono molto teso in queste ore. Vorrei tornare a casa e non so ancora quando questo sarà possibile. Nel frattempo sono costretto a stare rinchiuso qui dentro, in compagnia di quello lì. – rispose Sho nel messaggio.

Non capisco. In compagnia di chi? Di chi parli? Comunque, chiederò al professor Hasegawa di dimetterti presto, non appena avranno finito tutti gli accertamenti. – disse Yuko.

Di quel vecchio che sta lì nel letto. Si chiama Ueda ed è un emerito impiccione rompiscatole. Da quando mi hanno portato qui non fa altro che ficcare il naso nella mia vita. Non lo sopporto. – spiegò Sho il quale avrebbe anche resistito qualche giorno in più in ospedale, purché lontano da quel pettegolo. 

Yuko non vedeva nessuno nell’altro letto. Non diede importanza, tuttavia, a questo Ueda. Forse era andato a fare una passeggiata in giardino sapendo che Sho avrebbe ricevuto visite. 

Ancora piccole premure

Ti ho portato anche un contenitore con il porridge di riso. Alla fine, per noi giapponesi questo è sempre il rimedio migliore, non è vero? – sorrise Yuko estraendo il contenitore ermetico dal sacchetto e appoggiandolo sul comodino, vicino alla pila di libri e giornali che aveva portato Hiroshi. 

E infine ti ho preparato una sorpresa con le mie mani. In realtà, avevo iniziato a fartela diversi giorni fa perché volevo regalartela per l’ufficio e invece mi tocca portartela in ospedale! – ridacchiò Yuko con fare un po’ infantile, coprendosi la bocca con la mano. 

Diede a Sho una scatola tutta colorata, con spruzzi ora di giallo, ora di rosso, ora di blu e ora di verde. Lui, incuriosito, aprì questa scatola così allegra e all’interno vi trovò una piccola vaschetta porta-documenti decorata con la tecnica del decoupage di cui Yuko era praticamente un’esperta.

Lo so che non ami molto questo mio hobby e forse lo trovi stupido. So quanto tu sia critico anche del denaro che spendo per acquistare il materiale però, credimi, mi dà molta gioia e gratificazione il poter realizzare questi oggetti. – spiegò timidamente la moglie. 

Sho osservava l’oggetto nei minimi dettagli e, annuendo col capo, abbozzò un raro sorriso di approvazione. Non era infatti mai successo che Sho apprezzasse una delle creazioni della moglie. 

Certo, qui non ti servirà a molto ma prendilo come un incoraggiamento a guarire e a tornare presto in ufficio dove potrai trovargli un posto sulla tua scrivania! – propose Yuko con ottimismo. 

Mi sto rendendo conto di quanto abbia trascurato e addirittura disprezzato le persone intorno a me. A cominciare da te. Sono molto dispiaciuto. – digitò prontamente Sho.

Affioramento di vecchi malesseri

Yuko abbassò lo sguardo e gli occhi le si riempirono velocemente di lacrime che lavarono via un po’ di quella maschera di gentile circostanza che aveva indossato fino a quel momento.

Una vita al tuo fianco, sempre a sostenerti in tutto, pur di farti felice. Ho sopportato veramente qualsiasi cosa. Come quel periodo in cui, invaghitoti di quella donna di Sendai mi dicesti di volertene andare da lei, lasciando me e Akane che era ancora piccola. Se non fosse stato per quel grand’uomo di tuo padre che ti riservò una sonora strigliata, davvero, non so che fine avremmo fatto. – Yuko ormai aveva deciso di dare sfogo a tutto quell’amaro che aveva dovuto ingoiare. 

Era la sua occasione. I ruoli si erano ribaltati: Sho era costretto al silenzio e ad ascoltare attentamente gli altri.

Ma non riusciva neppure a guardare la moglie tanta era la vergogna. 

Oppure quando ti lasciasti incantare dalle chiacchiere di quel cialtrone e buono a nulla di Okada che ti coinvolse nei suoi giri loschi di partite d’azzardo nelle bische clandestine di Mah Jong. Te lo ricordi quel postaccio? Quel lurido magazzino dietro la stazione, a Takababa? Ti indebitasti per otto milioni di yen e fui costretta a chiedere aiuto a miei per far fronte alle spese primarie, con Akane che aveva appena iniziato l’asilo e con quei malavitosi che ci perseguitavano per avere i loro soldi. – rincarò la dose Yuko che ormai si era stancata dei pesi.

Negli anni le mie parole – anzi, la mia voce – era diventata per te inesistente. Ti parlavo e ti raccontavo cose e tu nemmeno mi ascoltavi. Così, nel tempo e progressivamente, avevo quasi deciso di scegliere il silenzio perché tanto non te ne saresti neppure accorto. Poi, invece, lasciai stare. Fu Hiroshi, innumerevoli volte, a incoraggiarmi ad essere paziente con te e a continuare a volerti bene. – disse Yuko andando avanti a liberarsi di questi malesseri rimasti intrappolati per troppo tempo dentro di lei. 

Hiroshi? – domandò per messaggio Sho.

Sì, proprio lui. Quel povero ragazzo che hai sempre detestato e ostacolato in ogni modo. Come faccia a non odiarti non lo so. Non solo non ti vuole male ma è molto in pensiero per te da quando sei finito qui. D’altra parte, se non fosse stato per lui e per quel portafoglio forse non saremmo qui ora. Vedi che le dimenticanze a volte possono essere un bene? – commentò con un’ironica stoccata Yuko, riferendosi alle tante volte in cui il marito l’aveva rimproverata per la sua presunta sbadataggine cronica. 

Sho avrebbe dovuto dirle la verità, del portafoglio e del perché in realtà Hiroshi fosse rientrato a casa la sera prima. 

Era tempo di verità. Era tempo di onestà.

Il sapore crudo della verità

E così le mostrò il messaggio che Hiroshi gli aveva mandato quel mattino, poco dopo aver lasciato l’ospedale.

Yuko lo lesse, spalancò gli occhi e rimase in silenzio. Poi si girò verso Sho e gli rivolse uno sguardo carico di sdegno. 

Dopodiché si concentrò verso un punto indefinito della stanza e non disse una parola per un lasso di tempo che a Sho sembrò infinito.
Improvvisamente, Yuko si alzò e andò verso la finestra. Lì rimase a guardare il giardinetto dell’ospedale e quel cielo che era un assaggio di libertà per tutti: malati e carcerati compresi.

Poi si voltò di scatto, fissò il marito dritto negli occhi. 

Lo sai cos’ho letto un giorno su una rivista di psicologia? – sbottò Yuko con una risata nervosa.

Ho letto che tutti coloro dotati di carisma sono in fondo dei narcisisti. Carisma e narcisismo viaggiano mano nella mano, come due amanti inseparabili. Non si può essere carismatici senza una buona dose di narcisismo e, al tempo stesso, il narcisista spesso possiede un fascino travolgente a cui pochi sanno resistere. Insomma, sei praticamente tu. – disse Yuko.

Sho, esausto, cominciò a scrivere velocemente qualcosa sul telefono.

Vorrei la possibilità di rimediare ai miei errori. Questa condizione mi ha costretto in un letto e senza la possibilità di parlare. E pensare che volevo essere io a impegnarmi in questo voto del silenzio perché mi sembrava di non venire ascoltato abbastanza. E invece la malattia ha preso le redini di questo complicato discorso e mi ha privato della mia espressività verbale per obbligarmi all’ascolto, alla riflessione, all’ammenda. È proprio vero che la vita, a volte, accelera le cose per metterti nelle condizioni di migliorarti. Me l’ha detto Ueda prima che arrivassi. – spiegò Sho. 

Il porre rimedio a tutto questo dipenderà unicamente da te. Io sono sfinita, Sho. Sono stanca di vivere nella tua ombra, di dovermi sentire sempre inadeguata secondo i tuoi severi standard. E la vuoi sapere un’altra cosa? Non ti sei nemmeno accorto che non ho mai smesso di cenare: ho semplicemente preso l’abitudine di cenare dopo di te oppure a casa di Sachiko. Mi hai sempre riservato tanti complimenti per la mia cucina però, al contempo, non ti sei mai risparmiato le continue critiche quando mi vedevi mangiare. Non ti piaceva il mio modo di tenere le bacchette, mi riprendevi se aggiungevo un po’ di maionese in più sui gamberi oppure se facevo il bis di spaghetti. – Yuko non era più disposta a calpestarsi. 

Senti, io ora devo andare. Akane arriverà tra non molto. Sicuramente ora è a Iseyama Kotai. A proposito, non conosco questo signor Ueda ma mi sembra una persona decisamente saggia. – aggiunse Yuko mentre si preparava ad andare via. 

Akane allo Iseyama Kotai? E cosa ci fa lì? – domandò Sho per messaggio.

Se ci conoscessi bene e ti importasse veramente di altri oltre che di te stesso, lo sapresti. – concluse bruscamente Yuko mentre ripiegava il sacchetto di carta viola coi manici di corda e lo riponeva nella sua borsetta. 

E in un batter d’occhio, scomparve dalla vista di Sho che, rimasto solo con il sole del pomeriggio sugli occhi, provò un senso di amarezza lacerante. 

Akane

Restò lì con se stesso e i suoi fantasmi per un po’. Forse mezzo’ora o forse di più.

Papà!!! Eccoti! Finalmente ti ho trovato. Certo che questo posto è un labirinto! – esordì Akane tutto d’un tratto. 

Era sempre lei, con quei capelli neri raccolti in quella consueta coda di cavallo che teneva ferma con uno spesso elastico bianco. Indossava quasi sempre abiti casual e sportivi tanto che Sho, in più occasioni, l’aveva rimproverata per questa sua sciatteria. E anche questa volta, infatti, portava una tuta nera e un semplice zainetto grigio di Muji. 

Erano le tre e mezza. 

Sho sorrise e tese la mano per toccare quella della figlia che afferrò quella del padre senza esitazioni. 

Da una busta rossa, Akane tirò fuori una fetta di pan di Spagna alla frutta, con panna alla vaniglia. L’aveva presa alla pasticceria francese Suzette di Sakuragicho. Era il dolce preferito di Sho. Nel porgergli il dolce, però, Akane si portò l’indice della mano destra alla bocca per ricordargli che si trattava sicuramente di uno strappo alla regola di cui non fare parola con nessuno. Certamente non col professor Hasegawa o l’infermiera!

Quel professore con quegli occhiali stranissimi! Magari l’avrebbe sequestrata per poi divorarsela nel suo ufficio! – pensò divertita Akane.

Papà, non sai che sollievo saperti fuori pericolo. Lo spavento è stato davvero grande. Persino Hiroshi si è preoccupato! Non ti pare incredibile? – finì la frase scoppiando in una risata canzonatoria.

Hiroshi è un bravo ragazzo. Se non fosse stato per lui non sarei qui con te. – scrisse Sho.

È stato molto in gamba nel soccorrerti senza farsi prendere dal panico, questo è vero. Gli sono e gli saremo riconoscenti per quello che ha fatto. Però papà, devo ringraziarti per avermi aperto gli occhi e avermi aiutato a capire che non è la persona giusta per me.  – si affrettò a spiegare Akane.

Ancora verità

Sho, consapevole di quanto avesse già distrutto e dei semi maligni da egli stesso gettati con troppa facilità, fece cenno alla figlia di fare silenzio, di sedersi e di guardare il telefono. 

Nei messaggi, Sho rivelò tutto alla figlia. Tutto. Il suo ruolo attivo nella mancata realizzazione professionale di Hiroshi e dunque della crisi che egli stesso aveva innescato fra di loro. Le raccontò del portafoglio e del triste progetto che aveva escogitato suo genero per liberarsi da tutto. 

E di quella possibilità di riscatto data, incredibilmente, dall’infarto.

Le disse di sua madre e del discorso schietto che gli aveva fatto poco prima, mettendolo inequivocabilmente davanti alle sue responsabilità. 

Akane si alzò di scatto e scaraventò a terra la fetta di torta, il sacchetto della pasticceria e rimase lì in piedi, immobile, a guardare suo padre con rabbia e frastornamento.

Ma cosa ti ho fatto? Perché tutto questo?? Avevo cercato di accontentarti dando il meglio di me negli studi. Ci tenevi tanto e anche il nonno. Avrei voluto fare altro ma ero comunque grata dell’opportunità che avevo di studiare a Keio senza preoccuparmi di nulla. 

Poi però ti raccontavo tante cose cercando di coinvolgerti nei miei progressi e successi ma tu avevi sempre da fare. Sempre impegnato in quelle dannate riunioni e quegli odiosi workshop alla Komyu-UP. Eri sempre lì, con quel Mikuni a parlare, parlare, parlare. Ma mai ad ascoltare. – Akane aveva anche lei iniziato il suo sfogo di malesseri mai condivisi.

Sofferenze nelle indifferenze

Dopo qualche tempo, Akane, infatti gradualmente cominciò a trascurare gli studi e a passare sempre più tempo con alcune band emergenti locali. Era attratta dal mondo della musica e le sarebbe piaciuto imparare a suonare la chitarra e cantare. Qualcuno di queste band le aveva promesso di insegnarle le basi per iniziare a prendere parte attiva nella creazione di nuovi brani. 

In quel periodo, poi, quei ragazzi erano tutti in gran fermento perché nel settembre di quell’anno sarebbe stato inaugurato il primo festival della musica emergente al parco di Yoyogi, ad Harajuku, a Tokyo. 

Così divenne una presenza fissa ai ritrovi degli Hiri-Hiri, una di queste band che si ritrovava abitualmente in un garage di una casa nel cuore della Chinatown di Yokohama. 

Ben presto, tuttavia, le informali lezioni di musica e di canto che Akane aveva cominciato a prendere dai musicisti degli Hiri-Hiri si trasformarono in strani ritrovi dove, tra uno spartito e l’altro e tra i vassoi di sushi a domicilio e bottiglie vuote, iniziavano a girare delle piccole pastiglie. 

Inizialmente le dissero che erano solo antidolorifici per sopportare i martellanti mal di testa che perseguitano i musicisti. Poi invece cominciarono a spiegarle che erano solo dei semplici aiuti per tenere testa durante i periodi di grande stress e tensione. 

Akane provò una volta, poi due, tre e infine divennero un’abitudine: prima di trovarsi con questi musicisti ne ingoiava un paio e la vita le sembrava improvvisamente più leggera. La sensazione era straordinaria, di indescrivibile forza e vitalità. Le pareva quasi di poter fare qualsiasi cosa. Anche volare, se lo avesse desiderato!

Certo, poi spariva l’effetto e puntualmente scivolava in una specie di anticamera degli inferi. 

Era l’effetto, breve e con conseguenze devastanti, delle metanfetamine. 

Trascorreva ormai più tempo con gli Hiri-Hiri a Chinatown che a casa. Sho si era a malapena accorto della sua assenza ma aveva dato per scontato che fosse dovuta ai suoi impegni accademici. 

Yuko aveva intuito che la figlia stava attraversando un periodo di crisi ma aveva scelto di confidare poco o nulla alla madre. 

Akane raccontò al padre del suo incontro con Hiroshi quando ormai la dipendenza da metanfetamine la stava portando ad un irreversibile declino fisico e mentale. 

Hiroshi lavorava come cuoco in uno dei ristoranti cinesi del quartiere dove si ritrovava la band. 

Sho si distrasse un istante. Non capiva come fosse possibile che queste visite durassero così tanto senza che passassero mai né il dottore né le infermiere. E poi effettivamente dov’era Ueda? Forse, come aveva detto Yuko, era uscito per lasciarlo in pace coi suoi parenti? Gli sembrava piuttosto strano considerando l’elemento. 

Graduali risvegli

Ristorante cinese? Hiroshi era un cuoco in un ristorante cinese? – pensò Sho stupendosi. Ora aveva capito perché gli piacesse così tanto quella cucina. Ricordava infatti che qualche volta era Yuko che si cimentava nella preparazione di quei piatti non semplici ma il più delle volte era Hiroshi. Sho non gli aveva mai badato e aveva sempre dato per scontato che stesse solo seguendo qualche banale ricetta trovata su Internet. Un modo come un altro per riempire quelle use inutili giornate a fare niente. 

Hiroshi e Akane diventarono amici, in un primo momento. Lui le portava ogni sera degli assaggi di quello che aveva preparato quel giorno, aiutandola a ritrovare piano piano l’appetito che quelle dannate droghe le portavano via come ladri senza scrupoli. 

Giorno dopo giorno, iniziò a prendersi cura di questa ragazza attraverso tanti piccoli gesti affettuosi che riuscirono un po’ per volta a riportare Akane verso ritmi e abitudini più normali, lontana dal disfacimento progressivo in cui erano immersi tutti i membri degli Hiri-Hiri. 

Non mancò, poi, un intervento diretto quando Hiroshi telefonò a Yuko per metterla al corrente della situazione. 

Akane, afferrata per un pelo prima delle tenebre, fece ritorno a casa dove riprese a sbocciare grazie alle cure amorevoli di sua madre, di una naturopata amica di Yuko e alla presenza di Hiroshi. 

Nacque la robusta pianta di un forte legame d’amore tra Akane e Hiroshi, da un humus fatto di generosità, abnegazione, vero amore per il prossimo e dedizione. Erano amici prima e amanti follemente innamorati poi. Ma non era un sentimento passeggero, effimero e precariamente in bilico sul bordo della passione. Il loro era un rapporto solido, nato nell’avversità e maturato proprio in un contesto in cui una sofferenza può dare vita a una gioia.

E Sho non sapeva nulla. Non si era accorto di nulla di tutto ciò e con disgustosa superficialità aveva quasi distrutto irrevocabilmente questi preziosi equilibri, puri e sinceri. 

Si faceva schifo da solo.

Tenebre e luce

Il sole aveva già iniziato a tramontare e il buio dolcemente a divorare gli ultimi strascichi di luce. 

Akane era sparita. Com’era possibile che lui non si fosse nemmeno accorto di quando era andata via? Forse si era addormentato per colpa di quei medicinali che gli avevano dato dopo pranzo.

Si tirò un po’ su per prendere un bicchiere d’acqua e improvvisamente vide Ueda sulla porta, nella semi-oscurità della stanza. 

Giornata piuttosto intensa, vero? – disse Ueda abbozzando un sorriso un po’ beffardo. 

Quanti fantasmi ha dovuto affrontare oggi! Non le viene in mente quella frase di quel vecchio film…oh come si intitolava già? Peonia? Camelia? Ah no, Magnolia! Ecco, sì. Magnolia! Si ricorda quando Jimmy Gator, obbligato a fare i conti con i suoi fantasmi, dice che noi magari pensiamo di aver chiuso con il passato ma il passato non ha ancora chiuso con noi. – spiegò Ueda col suo solito fare un po’ da educatore. 

Sho, intontito, cercò almeno di sedersi per scrivere un messaggio di risposta a Ueda. Non gli aveva mai risposto se non con grugniti e gesti. 

Ma Ueda improvvisamente scomparve. 

Il ritorno

Due giorni dopo, Sho era di nuovo a casa. Gli accertamenti avevano dato esito positivo e il professor Hasegawa gli aveva prescritto una dieta molto precisa accompagnata da importanti raccomandazioni per correggere le pessime abitudini che lo avevano ridotto in quello stato. 

La famiglia lo accolse con gioia, con affetto e con la voglia di ricominciare tutto daccapo. 

Nel frattempo, alla Komyu-UP le attività erano andate avanti secondo le disposizioni che aveva dato Sho prima di stare male. Mikuni e Kinoshita avevano preso il posto rispettivamente di vicedirettore e di segretario. 

Sho sarebbe stato assente ancora per un po’. 

Tuttavia, questo non gli impediva di gestire parte dei suoi compiti, anche se da casa e con comprensibili limiti. 

Piano piano aveva ripreso a parlare e ne approfittò per cercare di mettersi in contatto con Ueda. Domandò al professor Hasegawa informazioni a riguardo ma questi gli disse che non aveva idea di cosa stesse dicendo. Non c’era mai stato nessun paziente di nome Ueda in quei giorni e certamente non nella sua stanza che, infatti, era stata riservata solo per lui. 

Convinto che si trattasse di un fraintendimento, Sho pensò di occuparsene in seguito.

Frattanto, con grande stupore di tutti, nominò Hiroshi direttore della Komyu-UP, una decisione che avrebbe avuto effetto immediato. 

Mikuni, Kinoshita e tutti in azienda rimasero sbigottiti. Ma Sho spiegò che solo uno come Hiroshi avrebbe potuto degnamente occupare quel posto. Aveva dato prova di essere un formidabile comunicatore, un vero diplomatico delle relazioni umane, un uomo umile e fedele al sentimento e ai legami della famiglia. Si può dire che da solo era stato in grado di mantenere integra la famiglia Nakamura, evitandone lo sgretolamento. 

Ed era, dopotutto, una minima riparazione per tutto il dolore che gli aveva portato nella sua vita. 

Avrebbe potuto, così, formarlo e al tempo stesso dedicarsi per davvero ora a sua moglie e ad Akane. E a suo genero che adesso avrebbe tenuto alto il nome della famiglia Nakamura e della Komyu-UP.

Mai avrebbe dimenticato. Mai.

In quella stanza di ospedale, una scuola di vita. In quella stanza del policlinico ricevette lezioni essenziali incontrando suo genero Hiroshi, sua moglie Yuko, sua figlia Akane.

E Ueda. Che altri non era che la sua coscienza.

Marianna Citino

Le parole di Sho – seconda parte

In queste ultimi giorni di vera estate e in queste ultime ore prima dell’inizio ufficiale delle scuole, mi trovo qui ancora a boccheggiare in un caldo invadente. Il ventilatore continua nella sua rapida missione ristoratrice e mi domando fra quanto tutto questo diverrà un ricordo.

La mia cara amica è partita una settimana fa e in questi giorni il dolore è stato più forte del previsto. Passerà tanto tempo prima di poterla rivedere. Quanto, esattamente, ancora non lo so. Forse alcuni mesi o forse un anno.

Nel frattempo, però, devo continuare ad onore la mia promessa. E chissà che non sia una sorta di inizio vero e proprio per la mia scrittura. In fondo, scrivo da molti anni attraverso Biancorosso Giappone ma non ho mai dato spazio ai miei racconti.

Questa è la seconda e penultima parte del racconto di Sho che si concluderà con la terza.

Trovate la prima parte proprio qui.

Buona lettura.

Le parole di Sho – seconda parte

Nell’oscurità una figura, muovendosi rapidamente sullo sfondo luminoso della TV muta, si avvicinò a Sho e inginocchiandosi verso di lui cercò di rianimarlo. Non riuscendo a sortire alcun effetto, la figura rapidamente compose il numero dell’ambulanza e attese, assieme a uno Sho che sembrava morto, l’arrivo dei soccorsi.

Insieme attesero in quella strana oscurità rotta solo dalla luce del televisore che continuava a trasmettere immagini mute di campagne italiane. Rimasero così, incastrati in quel momento tra la vita e forse l’assaggio di una morte, con il suo soccorritore lucido ma al contempo così frastornato da non pensare nemmeno di accendere la luce della stanza. 

I paramedici non tardarono a raggiungere l`appartamento di Minato Mirai dove viveva la famiglia Nakamura. 

Quando giunsero all’appartamento di Sho, al dodicesimo piano di un palazzo dalla facciata color caffè, ad accoglierli trovarono Hiroshi. 

Era stato lui, rientrando velocemente a casa dove aveva dimenticato il portafoglio, a trovare il suocero a terra.

Aveva tentato di rianimarlo ma Sho sembrava morto. Senza farsi prendere dal panico, e soprattutto senza avvisare né Akane né Yuko, telefonò subito ai soccorsi. Sapeva che entrambe si sarebbero spaventate moltissimo e preferì risparmiare loro questa angoscia. Almeno, per ora. 

Sho fu portato d’urgenza al Policlinico Yokohama Chuo. Hiroshi seguì il suocero in ospedale dove, seduto in una saletta dalle pareti verde pistacchio, rimase in attesa di un qualche responso da parte dei medici. 

C’era solo una finestra grande che si affacciava sul cortile interno del policlinico. Provò ad aprirla ma sembrava bloccata. Si accontentò di guardare fuori, per quanto possibile. Era buio ormai e si vedevano solo i lampioni del cortile che gettavano una luce fioca sul giardinetto circostante. 

Reminiscenze nell’oscurità

Improvvisamente gli sembrò di percepire in lontananza le inconfondibili note di apertura della Sonata al chiaro di luna di Beethoven. Ma com’era possibile? Da dove potevano arrivare, in un ospedale? e a quell’ora? Girò delicatamente la testa e con lo sguardo tentò di capire da dove arrivasse quella melodia a lui cara. 

Si affacciò sul corridoio e lo percorse per alcuni passi verso l’ala ovest: gli sembrava che il suono provenisse da lì.  

Dita misteriose continuavano a far lacrimare un pianoforte invisibile. 

Si fermò nel corridoio che sembrava farsi sempre più buio. E quella musica che invece cresceva in intensità. E laggiù gli parve quasi di vedere suo fratello, Shigeru, morto all’indomani del suo quindicesimo compleanno dopo essere stato investito mentre andava a lezione di pianoforte. 

Quanto amava questa Sonata! Diceva che era un inno ad un amore e che sperava, un giorno, di poter dedicare alla sua amata. 

Shigeru! – bisbigliò incredulo Hiroshi, mettendosi poi una mano davanti alla bocca per soffocare quella sua reazione assurda ad una situazione impossibile. 

Hiroshi rimase imbambolato lì, in mezzo al corridoio deserto dell’ospedale, mentre cercava di liberarsi dai tentacoli di un’allucinazione. 

La musica, nel frattempo, era cessata all’improvviso. 

Si strofinò gli occhi e inspirò profondamente. Forse era solo molto stanco. 

Tornò davanti alla finestra a osservare quel giardino. Non c’era niente lì. Solo quel lampione, anonime aiuole che forse portavano un po’ di allegria in quel luogo di malattia e sofferenza. 

Consapevolezze

A Hiroshi si riempirono improvvisamente gli occhi di lacrime ed è per questo che continuava imperterrito a tenere lo sguardo rivolto verso quel giardino solitario e inghiottito nell’oscurità; non voleva rivelare la sua inquietudine ad alcuno, certamente non in questo modo.  Non sapeva se stesse piangendo per Hiroshi oppure per quel bizzarro e fugace incontro col suo amato fratello.
Sapeva bene di non godere della stima di Sho. Era consapevole di essere ai suoi occhi un fannullone, per giunta mantenuto. Questo pensiero lo intristiva perché lui, invece, per il suocero provava molta ammirazione. Gli capitava spesso di ascoltarlo mentre si allenava nelle sue presentazioni. Lo guardava e ascoltava con rispetto e in cuor suo il desiderio di poter essere un pochino come lui. 

E Sho, quando si accorgeva del genero, smetteva di parlare e, con fare sempre seccato, gli faceva cenno con la mano di andarsene in un’altra stanza. 

Il professor Hasegawa

Si stava facendo davvero tardi. Non poteva più aspettare. Doveva avvisare Akane che sicuramente si sarebbe allarmata non vedendolo arrivare. 

Akane rispose al telefono ma non sentiva bene che cosa le stesse dicendo il marito. Da Tsubame c’era la consueta gara di karaoke a cui lei partecipava sempre con un trasporto che a volte sembrava eccessivo. 

Esci un attimo dal locale! Con questo baccano non si sente nulla! – disse Hiroshi in tono seccato, non potendo alzare la voce.

Sono allo Yokohama Chuo!! Tuo padre ha avuto un infarto! – le spiegò con voce ansiosa ma affrettandosi subito a precisare che i soccorsi erano arrivati in tempo.

Akane sembrava intontita dalla notizia e balbettava cose incomprensibili. Si capì soltanto che lo avrebbe raggiunto al più presto.

Venti minuti dopo, infatti, Akane e la madre erano al nono piano del policlinico  nella saletta dalle pareti color pistacchio in cui Hiroshi aspettava da solo, seduto su una panca rosa salmone. 

Un medico, il professor Hasegawa, si affacciò nella saletta e comunicò alla famiglia che Sho era fuori pericolo. Diagnosi: un’ischemia cardiaca preceduta da una paralisi afasica. 

Il professor Hasegawa era un uomo sulla sessantina, alto, con capelli neri ordinatamente pettinati all’indietro. Indossava degli occhiali dalla montatura tonda e spessa, color avorio. Erano occhiali curiosamente vistosi ed era quasi come se fossero loro a monopolizzare l’attenzione di chi ascoltava. Non erano le parole del professore ma quegli occhiali ad essere gli appariscenti protagonisti di quella strana e tesa riunione in una sala d’attesa di un ospedale. 

Chissà chi glieli aveva consigliati? O forse li aveva scelti lui stesso, tradendo così un qualche eccesso di vanità. 

Akane e Yuko erano ancora talmente sbigottite da non riuscire a fare altro che annuire meccanicamente alle parole del professore.

Il ritorno a casa

Hiroshi era riuscito a mantenere la calma ma faticava a seguire le parole del dottore. 

Che tipo strambo questo dottore – pensò Hiroshi, non riuscendo a distogliere lo sguardo da quella montatura color avorio. Gli sembrava, in certi momenti, come se questa montatura fosse sospesa a mezz’aria, senza il volto del professore. Degli occhiali vaganti, forse di un fantasma. 

Lo spavento e la stanchezza lo stavano confondendo con i loro effetti quasi psicotropi. Avrebbe presto avuto bisogno di tornarsene a casa a dormire. Ne aveva avuto abbastanza di fantasmi, musiche e allucinazioni. 

Dal groviglio di parole difficili del professore, si capì però chiaramente che Sho sarebbe dovuto rimanere in ospedale per qualche giorno per accertamenti.

Riuscirono a vederlo di sfuggita da dietro un vetro. Sho era lì, sommerso nelle acque di un sonno medicinale, in un pigiama celeste, sotto un piumino bianco. Immobile come una statua, Sho aveva il volto toccato lievemente dal raggio di luce verde di un monitor. 

Lo osservarono nel più assoluto silenzio. Akane era come ipnotizzata, con lo sguardo fisso. Yuko aveva abbozzato un lieve sorriso di compassione e forse di circostanza. Hiroshi, invece, cercava miseramente di domare quelle dannate lacrime che ormai avevano deciso di sgorgare ad ogni piè sospinto. 

Akane, Yuko e Hiroshi tornarono a casa senza dire una parola. Presero un taxi che scivolò per le strade della Yokohama notturna, sempre punteggiata di luci. E ognuna di esse stava a testimonianza della vita che ricomincia sempre. Ogni giorno. Di lì a poco sarebbe spuntata l’alba e con essa un nuovo inizio. 

Arrivati a Minato Mirai nell’aria si percepiva un profumo intenso di spiedini di pollo alla brace. Quell’appetitoso aroma proveniva sicuramente dalla locanda di Anchan, lì all’angolo tra la lavanderia e il condominio Tajima. 

Hiroshi, senza dire una parola, fece solo cenno che sarebbe andato a casa. Yuko e Akane si guardarono per alcuni istanti, come se si consultassero con le occhiate. Probabilmente avrebbero gradito la gustosa distrazione di uno spuntino insolito, a un’ora dall’aurora. Ma alla fine in silenzio si compresero: era meglio andare a casa.

Lacrime e tisane

L’appartamento, immerso ancora nella quiete notturna e avvolto negli ultimi strascichi di oscurità, accolse i tre con la fragranza di casa e il conforto della familiarità. 

C’era ancora un po’ di disordine dovuto all’intervento dei paramedici ma non era adesso il momento di occuparsene. 

Hiroshi scomparve immediatamente in camera, crollando sul suo futon. Nell’arco di pochi minuti già dormiva profondamente. 

Akane e Yuko si ritrovarono in cucina davanti a una tazza fumante di quella tisana che beve sempre Sho prima di dormire: la tisana Gussuri, alla valeriana e passiflora. L’aveva assaggiata per la prima volta chissà dove e da allora la voleva sempre. Diceva che lo faceva addormentare subito e bene. Gussuri, appunto. 

Yuko, però, appoggiò improvvisamente il capo sul tavolo, proprio vicino alla tazza  e si abbandonò ad un pianto sconsolato. Akane la guardò sorpresa poiché accadeva raramente che la madre si lasciasse andare ad esternazioni emotive così forti.

Dai, mamma, non fare così. Vedrai che papà si riprenderà sicuramente! – le disse Akane, toccandole con affetto la spalla. 

Yuko, singhiozzando, si tirò su e, asciugandosi gli occhi con le dita, prese in mano la tazza e la portò subito alla bocca. Era come se sperasse di trovare un conforto immediato in quella bevanda calda ed erbacea. 

Madre e figlia finirono di bere la tisana, nella calma che era rotta solo dai loro respiri, da Yuko che tirava su dal naso e dai rami di una quercia che sfioravano delicatamente la finestra della cucina. 

Senza dire una parola, andarono a dormire mentre fuori nasceva un nuovo giorno. 

L’incontro col signor Ueda

Quella mattina Sho venne trasferito in una stanza dove c’era già un paziente. Sarebbe rimasto lì per tutto il periodo degli accertamenti. 

Sho era già sveglio. Si guardava intorno frastornato cercando di tirare su la testa per poi, esausto, lasciarsi andare sul cuscino. 

Una volta in stanza osservò il cielo dalla finestra. 

La giornata era serena. 

Dopo alcuni minuti si accorse della presenza di un uomo sdraiato su un letto, sul lato opposto. Era anziano: avrà avuto un’ottantina d’anni. Si vedeva che non era molto alto. Capelli grigi radi, volto emaciato e punteggiato da una spinosa barba da fare.  Anche lui abbigliato in quello stesso pigiama celeste, come una specie di divisa d’ordinanza dell’infermità. 

Sho si accorse che gli occhi di quell’uomo lo stavano scrutando con un’attenzione insistente. 

Capisco la curiosità ma mi chiedo cos’abbia da fissare questo qua! – pensò irritato Sho. 

Cercando di ignorare lo sguardo importuno dell’uomo, Sho chiuse gli occhi sospirando con infastidita rassegnazione. Chissà quanto sarebbe dovuto rimanere qui, in questo posto, in questo letto scomodo e in compagnia di questo tizio. 

Ancora non poteva – e non voleva – parlare. 

L’ischemia e la volontà di non parlare più si erano incontrate nello stesso punto, sovrapponendosi l’un sull’altra: la volontà che si realizza nella malattia e la malattia che, a sua volta, si manifesta nel pensiero. 

I due uomini rimasero così a lungo, sospesi in quel silenzio singolare generato dal malessere, dal desiderio di non comunicare e forse anche dalla diffidenza. 

Sho con gli occhi chiusi e l’anziano con gli occhi aperti fissi sul suo nuovo compagno di stanza. 

Comunque io sono Ueda. Ueda Akito. Piacere di conoscerla … anche se una stanza d’ospedale non è il posto più allegro dove poter stringere nuove amicizie. – esordì l’uomo tutto ad un tratto, rompendo improvvisamente quella strana atmosfera. 

Sho lo guardò per qualche istante e poi fece un cenno col capo e richiuse nuovamente gli occhi. 

So bene che non parla. Ho sentito il professor Hasegawa informare l’infermiera del reparto. Mi pare di aver capito che lei si chiami Sho. È così? – domandò Ueda con evidente curiosità. 

Sho annuì. Sul volto un’espressione seria e al contempo stanca. 

Prima mi fissa per ore e poi inizia a farmi l’interrogatorio. Non mi interessa nulla di questo Ueda e spero che mi lasci in pace al più presto. – pensò Sho, già ampiamente irritato dalla presenza di quest’uomo invadente. 

Con quale carattere si scrive il suo nome? È forse quello di comandante? – domandò Ueda, iniziando – com’è consuetudine dei giapponesi –  a tracciare in aria col dito indice della mano sinistra i tratti del sinogramma da lui ipotizzato. 

Dieci tratti esatti! Dieci. Un bel numero chiaro e schietto! Forse come lei? Certo che essere chiari e schietti senza poter parlare diventa abbastanza complicato! – osservò tagliente Ueda in questa sua analisi estemporanea non richiesta. 

Sho decise di ignorarlo. Anche volendo sarebbe stato difficile comunicare e di certo non avrebbe sprecato energie per tentare di dialogare con un vecchio impiccione. Chissà, forse uno dei due sarebbe stato presto dimesso e questo incontro sarebbe finito rapidamente nel dimenticatoio della vita. 

Sapori cinesi e domande

Era ora di pranzo e anche in ospedale il momento del pasto è atteso con una certa trepidazione. 

Al policlinico Yokohama Chuo si mangia piuttosto bene per essere un ospedale – ricorda di aver sentito dire Sho da un suo dipendente che era stato ricoverato qui per un’appendicite. 

Il menù di oggi e che, combinazione, sarebbe stato lo stesso per entrambi i pazienti:

Happosai: verdure otto tesori. Piatto di chiara origine cinese composto da carote, cavolo verza, germogli di bambù, funghi, scalogno, calamari, gamberi e un po’ di carne. Il tutto condito con una salsa molto saporita. 

Sho amava la cucina d’ispirazione cinese e l’idea di riassaggiarla, anche se in ospedale, lo aveva messo di buon umore. 

Poi le alghe hijiki bollite in salsa di soia e zucchero. Una leggera insalata di bianchetti e aceto, una scodella di zuppa di miso, riso al vapore e frutta di stagione. 

Non male! – pensò Sho assaggiando le varie pietanze. Certo, non era la cucina di Yuko ma non ci si poteva lamentare.

A proposito! Yuko! Akane! Chissà dov’erano e che cosa sapevano di quanto era successo. 

Una visita…inaspettata?

Non aveva nemmeno il suo telefono con sé. Quell’inetto di Hiroshi sicuramente poltriva come suo solito e non sarebbe stato di aiuto in niente. 

Signor Nakamura, c’è una visita per lei. Mi raccomando non si affatichi troppo. Il professor Hasegawa passerà più tardi per darle alcuni aggiornamenti. – disse con una vocina squillante un’infermiera dai capelli lucidissimi neri e raccolti in una treccia rivolgendosi a Sho, mentre versava ad entrambi del tè verde caldo.

Comunque, so perché ha fatto questa specie di voto del silenzio. Anch’io ho avuto un’esperienza simile. Le racconterò magari più tardi. Adesso provo a riposare un pochino. – annunciò Ueda pulendosi la bocca col tovagliolo e appoggiando il vassoio del pranzo sul comodino vicino al letto. 

Dal silenzio alla logorrea! – osservò sarcasticamente Sho fra sé e sé. 

Sulla porta apparve Hiroshi. 

Sho lo guardò stupefatto. 

Lo so che non si aspettava di vedermi. Come sta? Okāsan** e Akane stanno ancora riposando. Sono rimaste qui in ospedale insieme a me fino verso le 4 di stamattina. Erano stremate. – spiegò Hiroshi, prendendo posto su una sedia vicino al letto. 

Sho fece un cenno di comprensione col capo ma senza distogliere lo sguardo sbalordito dal genero. 

In quel momento Hiroshi tirò fuori dal suo zaino il telefono del suocero e glielo porse. Era rimasto a casa, nella fretta e confusione della sera prima. 

Sho venne presto a scoprire com’erano andate le cose e che era stato proprio Hiroshi ad intervenire tempestivamente, salvandogli di fatto la vita. 

Messaggi

Utilizzò il programma di messaggistica istantanea per comunicare col genero che era seduto lì affianco a lui. 

Grazie. Non so che dire. Ricordo solo che stavo guardando la TV quando tutto ad un tratto ho avvertito un dolore lancinante al petto. – scrisse nel suo messaggio a Hiroshi. 

Se tu non fossi rientrato per il portafoglio forse a quest’ora stareste pianificando il mio funerale. – aggiunse con una punta di drammaticità. 

Otōsan*, l’importante è che lei ora sia qui, fuori pericolo. Fra qualche giorno la rimanderanno a casa e piano piano potrà cominciare il suo percorso di guarigione. Okāsan** e Akane si sono molto spaventate. Verranno più tardi a farle visita. – rispose Hiroshi mentre si apprestava a sorseggiare un po’ del tè verde bollente che gli aveva portato l’infermiera con la treccia e dalla vocina squillante.  

Dlin dlon

Arrivò un altro messaggio di Sho. 

Responsabilità

Io non sono molto gentile nei tuoi confronti eppure mi hai aiutato. Perché? – domandò Sho arrivando subito al punto che creava imbarazzo e tensione tra i due.

Otōsan, anche se lei non mi vede di buon occhio, io l’ammiro e la tengo in grande considerazione sebbene mi abbia sempre maltrattato. Da quando Akane ed io ci siamo sposati lei ha fatto di tutto per escludermi e farmi sentire un perdente. 

Non posso negare di aver sofferto molto per questo suo atteggiamento ma cosa potevo fare? E soprattutto, cosa avrei potuto fare in una situazione d’emergenza? Vendicarmi, forse, evitando di chiamare i soccorsi in tempo? – commentò con voce rapida e concitata Hiroshi. 

Sho si vergognava profondamente. E non solo delle parole di Hiroshi che lo mettevano davanti alle sue responsabilità ma anche delle meschinità che aveva commesso per mettere volutamente zizzania tra lui e Akane. 

Come quelle volte in cui consapevolmente sabotò i vari tentativi di Hiroshi di trovare lavoro, abusando della sua posizione e sparlando del genero coi potenziali datori. 

Ancora responsabilità

Hiroshi non sapeva che era stato proprio lui a mettergli i bastoni fra le ruote nella maligna speranza che questo portasse allo sfascio il matrimonio con Akane la quale, secondo Sho, meritava certamente qualcuno di meglio. 

L’ora delle visite era terminata. Prima di andare via, Hiroshi appoggiò sul comodino dei libri e alcune riviste che piacevano al suocero.

Ho pensato di portarle qualcosa da leggere. In un posto come questo serve un po’ di aiuto a far passare il tempo, no? Si riguardi, otōsan. Ci risentiamo più tardi. – e con un lieve inchino si congedò, scomparendo in un attimo dietro la porta scorrevole bianca in vetro e PVC. 

Dolorose verità e gratitudini

Sento aria di confessioni. Vero, signor Sho? – intervenne di punto in bianco Ueda che non aveva dormito ma, come ci si sarebbe potuto aspettare, era rimasto sveglio cercando di carpire il più possibile da quella conversazione a metà tra Sho e il genero.

Sho lo ignorò. Quel Ueda era solo un vecchio borbottone con la passione per il pettegolezzo. 

Dlin dlon. 

Era appena arrivato un messaggio a Sho. 

Era Hiroshi.

Otōsan, ieri sera non ero tornato a casa per il portafoglio ma per farla finita. – confessò Hiroshi nel messaggio.

Sho sbiancò. 

Ero da Tsubame con Akane, come sempre. Non trovavo il portafoglio e Akane ne approfittò per schernirmi dicendo che tanto non avrebbe fatto alcuna differenza dal momento che i soldi per pagare il conto sarebbero usciti dalle sue tasche. Era da tempo che me ne diceva di ogni, ricordandomi che ero solo un fallito per il quale aveva buttato via un futuro brillante. Aveva iniziato a ricordarmi sempre più spesso che avrebbe dovuto darle retta quando si oppose al nostro matrimonio. – proseguì Hiroshi come un fiume in piena.

E invece aveva scelto di rimanere con me e di abbassarsi al mio livello. Forse le facevo pena. Eppure ho tentato in tutti i modi di cercare lavoro, sempre senza successo. Così, ieri sera, dopo quest’ennesima lite umiliante in cui davanti a tutti mi ha accusato di essere la sua rovina, mi sono alzato e con la scusa di venire a prendere il portafoglio volevo invece togliermi la vita. Non ne potevo più. – aggiunse. Le sue parole grondavano di dolore e Sho questo lo percepiva. E ad ogni parola, si sentiva stringere sempre di più la gola dal rimorso.

Entrando in casa, però, ho trovato lei otōsan. A terra, in preda a qualcosa che non era benevolo. In quel momento, nonostante il suo disprezzo continuo, in lei ho visto solo una persona inerme e debole. Ho abbandonato immediatamente il mio malsano piano e le sono venuto in aiuto.

In un certo senso è lei che ha salvato la vita a me. – concluse Hiroshi.

A Sho scivolò il telefono dalle mani, cadendo rumorosamente sul pavimento a quadretti bianchi e celesti della stanza.

(Continua)

Note:

*Il termine otōsan è un onorifico che significa papà ma che spesso viene usato anche nei confronti del suocero.
** Il termine okāsan, allo stesso modo, significa mamma e nella cultura giapponese viene spesso usato come titolo affettuoso e al tempo stesso rispettoso nei confronti della propria suocera. Normalmente non è consuetudine rivolgersi ai suoceri chiamandoli direttamente per nome.

Ciao! Anche Biancorosso Giappone usa i cookie! Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni?

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi