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Luna, neve e fiori

Sarà il tempo che passa e con esso il desiderio di ricongiungersi all’essenza delle cose ma ritrovo nella contemplazione della natura molto sollievo. Una luna brillante che spicca nel manto blu di Prussia di un cielo notturno. L’inconfondibile fragranza delle ginestre che volteggia libera nell’aria e si insinua in ogni angolo della città. Ondeggianti glicini profumati che come avvolgenti gioielli adornano un rigoglioso pergolato.

La consapevolezza del tempo che passa – soprattutto del proprio – porta con sé un certo dolore ma anche un inaspettato distacco da tutto ciò una volta creava malessere. Ci si percepisce più leggeri, più preparati, più sicuri. Ma ecco che il tempo acquisisce una valenza diversa: è ogni giorno più prezioso. Questo spiega la selettività che inevitabilmente si adotta, in qualsiasi campo della propria vita.

Higashi e un ricordo

Con un pizzico di spensieratezza gioco con dei dolcini speciali, proprio poco prima di gustarmeli a merenda. Sono dei piccoli capolavori dolci della pasticceria giapponese e si chiamano 干菓子 higashi. Si tratta di dolcetti secchi, modellati con forme che richiamano vari elementi della natura, dai fiori di susino alle onde del mare. Minuscoli assaggi contemplativi che rimandano a una dimensione pulita ed essenziale. Sono ideali accompagnamenti ad una tazza di tè verde.
Per me gli higashi sono e saranno per sempre intrecciati al ricordo della dolce signora Fusae e che mi manca tremendamente. Non riesco a trattenere le lacrime ogniqualvolta il mio pensiero va a lei. Le sue visite pomeridiane, le nostre chiacchierate lunghissime che oltrepassavano il tramonto, i suoi dipinti, i suoi regali, i cestini di frutta che mi portava dal suo giardino. Io l’avevo adottata come la mia nonna giapponese. Per me lei era la mia cara nonna Teresa, in Giappone.

Gli higashi di Fusae

Amava portarmi dolci tradizionali e me ne donava di vari tipi. In più occasioni mi portò higashi di cui conservo affettuosamente non solo il ricordo nella mente ma anche nelle tre foto che seguono.

Coloratissimi e leggiadri doni che addolcivano i nostri pomeriggi. Quei pomeriggi ingentiliti dai caldi raggi di un sole quasi rosso e che piano piano sparivano dietro il tavolo della cucina. Eppure le nostre chiacchierate continuavano. Fusae amava Kyoto con tutto il cuore. Amava anche raccontarmi le storie dei kanji, dei proverbi, dei suoi ricordi di quando era piccola e Shinjuku era aperta campagna.

E così, con gli occhi velati di lacrime e la nostalgia che mi saliva su per la gola, ho cercato di sorridere ripensando a lei, a quei nostri pomeriggi chiacchierini e ai suoi doni, ogni volta diversi. E nel mentre ho cercato di catturare la bellezza di questi higashi che per sempre racchiuderanno tra le proprie pareti zuccherine il ricordo di Fusae.

I miei giochi di higashi

Delle volte, anzi no, tante volte mi volto indietro e mi sembra tutto un sogno. Un lungo e irripetibile sogno dal cui risveglio sono ancora frastornata.

Fiori e templi di zucchero finissimo – il pregiato 和三盆糖 wasanbontou – diventano come i dolciumi che Alice trovava disseminati un po’ qui e un po’ lì in quel bizzarro mondo onirico in cui cadde. Assaporandoli non rimpicciolisco né divento gigante ma mi sembra di rivivere nitidamente il mio amatissimo Giappone e tutto ciò che quell’esperienza contiene. A ben pensarci, è stato un po’ come ingigantire così tanto da riuscire a riaffacciarmi sul passato e rivedermi.

Luna, neve e fiori

Prosegue la scoperta dei detti e proverbi del mio vecchio Himekuri iniziata qualche tempo fa. Qui l’inizio e qua il detto precedente a questo.

Sulla pagina del giorno mercoledì 30 settembre 2015 ecco cosa leggiamo:

月雪花は一度に眺められず。
Tsuki yuki hana wa ichidoni nagamerarezu

Traduzione
La luna, la neve, i fiori non possono essere visti contemporaneamente.

Un’ammaliante luna piena che splende nella notte. Una coltre soffice e quasi impalpabile di neve candida. Fiori e ancora fiori di ogni colore e forma. Sono tre esempi che il detto ci propone come un assaggio, un campione di ciò che di straordinariamente bello ci circonda nella natura.

Ma cosa significa il non poterli ammirare contemporaneamente?

Secondo alcune interpretazioni il detto farebbe riferimento alla caratteristica che hanno le cose belle di non arrivare insieme. Generalmente quello è un privilegio che sembra spettare alle disgrazie.
Altri invece spiegano questo proverbio ricordandoci che non si possono ammirare veramente e con attenzione più cose simultaneamente, siano esse paesaggi o fiori, ma che la concentrazione reale può essere dedicata solo ad un qualcosa per volta.
Altri ancora vedono nel proverbio un’esortazione ad apprezzare ciò che si ha, senza aspettare sempre altro.
In fondo, non vi è neve in una notte di plenilunio come i fiori restano nascosti quando nevica.

Mi piace soffermarmi su un’interpretazione che viaggia sul binario centrale: è un invito e un monito a cogliere ciò che di bello vi è nella propria vita, per quanto semplice e raro o distaccato da tutto il resto. Persino in un’esistenza complicata e appesantita dai vari mali di vivere ecco che qualcosa – anche solo una – può e deve essere fonte di quel sollievo e sostentamento dell’anima. Fosse anche solo un fiorellino in un bicchiere o il sole del mattino che si intrufola dalla finestra.

Marianna

Acque profonde

Quando lo sguardo si posa con dolce riverenza sullo scorrere lento di un corso d’acqua ecco che questi colgono un invisibile sollievo.

E’ la virtù balsamica che fluisce copiosamente da ogni angolo del creato. E’ la fonte rinvigorente per occhi e spiriti stanchi.

Sto piano piano riavvicinandomi a questo mio blog perché è un’amata tavolozza su cui tracciare liberamente schizzi di parole a cui affidare, almeno in parte, il mio malessere. In parte perché a volte il vortice di emozioni sembra sottrarsi a qualunque tentativo di cattura. Come una bolla di sapone che sfugge e poi svanisce nell’aria.
Quanta incertezza e quante fratture. Quanta paura e confusione.

Acque profonde

Questo spazio dedicato alle saggezze di un vecchio Himekuri sta diventando un piccolo momento di sollievo e contemplazione. Uno spazio senza pretese che però mi sta traghettando risolutamente via dal vorace mulinello dei social.

Su ogni pagina di questo vecchio calendario himekuri intonso ecco proverbi, modi di dire, frammenti di saggezze passate ma inalterate.

La saggezza di oggi è un proverbio trovato sulla pagina di sabato, 1 agosto 2015.

深い川は静かに流れる
Fukai kawa wa shizukani nagareru

Traduzione
Il fiume profondo scorre quietamente.

Sono parole che, a pennellate di agili flutti, dipingono una persona che esteriormente è calma e pacifica ma che al suo interno custodisce (o nasconde?) una profondità di emozioni e pensieri. E’ qualcuno talmente immerso in una propria e continua contemplazione da apparire quieto, pacato e silenzioso.
Questo ritratto inevitabilmente mi fa pensare alla proverbiale acqua cheta che rovina i ponti e che riesce a sorprendere proprio per la sua inaspettata reazione ed esplosione.
Ma mi fa anche pensare alla profondità e carattere di chi parla poco e che è in netta contrapposizione alla petulante garrulità di chi ciancia soltanto.

Acque basse come tratto distintivo degli eccessivamente loquaci.

E in questo momento così dolorosamente destabilizzante ecco che il pensiero ritorna alla maestosità delle profonde acque zaffiro e alla ricchezza di pensiero che queste suggeriscono all’animo scosso.

Marianna

Fiorire, nonostante tutto

Le pagine di questo mio vecchio himekuri ancora intonso profumano di carta vergine, di polvere e di tempo. Aiutandomi col pollice faccio scorrere velocemente queste pagine e quel ritmo rapido sembra divorare tutto, parole e illustrazioni.

Allora rallento e piano piano mi fermo casualmente su una pagina.

Martedì, 3 febbraio 2015.

Vediamo insieme la saggezza di quel giorno e che, come da nuova consuetudine di questo neonato spazio, vi consegno nella sua elegante forma originale accompagnata da una mia traduzione e riflessione.

Fiorire, nonostante tutto

Ci accompagna nuovamente l’aggraziata calligrafia del Maestro Nagayama Norio che indubitabilmente abbellisce ancora di più questo splendido 諺 kotowaza o proverbio del 3 febbraio 2015.

E questa volta, come sfondo, una vecchia fotografia che scattai nella mia casa di Sagamihara, in Giappone. E quello che vedete appoggiato alla parete è proprio lui, il volto storico e ufficiale di Biancorosso Giappone. La mia amata maschera Ko-omote diventata simbolo e volto narrativo della mia voce.

踏まれた草にも花が咲く
Fumareta kusa nimo hana ga saku

Traduzione
Fiori sbocciano anche nell’erba calpestata

Quanta tenacia in queste parole! Esse catturano tutta quella forza che scorre con impeto soprattutto nei momenti più tetri dell’esistenza. Quel vigore cieco che nasce dalla disperazione, dall’angoscia nell’assistere al livello dell’acqua che sale sempre più su. Quella determinazione radicale che trae carburante dall’umano desiderio di sopravvivenza.

Credo che ognuno di noi abbia da raccontare almeno una storia di fioritura avvenuta contro ogni previsione.

Dal Giappone a qui sono dovuta rifiorire molto molto lentamente, più volte. Sbocciature sorprendenti, a posteriori soprattutto, perché avvenute in terreni che affogavano sotto il peso di acque stagnanti o sotto la soffocante malevolenza di rovi.

Eppure sì, sono rifiorita. Nonostante tutto.

Marianna

Oggi e domani

Ha ufficialmente inizio questo nuovo spazio intitolato Saggezze di un Himekuri, annunciato la volta scorsa qui.

Questo spazio vuole essere una pausa di respiro in questo momento di eccezionali stravolgimenti dove, ne sono certa, in tanti abbiamo avuto un assaggio di una paura che non conoscevamo. Un sorso denso di ombre che non credevamo neppure esistessero.

Vuole anche essere però un invito alla riscoperta dei blog, del piacere sublime di raccontare e farsi raccontare. Una maniera calma e posata con cui divincolarsi, almeno in parte se non del tutto, dalla forza livellante ed esasperante dei social.

Come già anticipato, vi presenterò periodicamente alcune saggezze scelte a caso da un vecchio himekuri. Ognuna sarà tradotta e accompagnata da un mio commento e riflessioni.
Vi consegnerò ognuna di queste saggezze assieme alla speranza che partecipiate con i vostri pensieri.

Oggi e domani

Nello scegliere a caso una pagina dello himekuri, ecco a noi un 諺 kotowaza, ossia proverbio o modo di dire, che ci regala il giorno 19 aprile 2015 (domenica), vergato negli eleganti tratti del calligrafo Nagayama Norio e che ringrazio per il font:

今日考えて明日語れ
Kyou kangaete asu katare

Traduzione
Rifletti oggi e parla domani

Un invito cristallino e piacevolmente diretto (il verbo kataru espresso nella sua forma imperativa katare pone l’accento proprio su questa franchezza) alla riflessione prima di qualunque cosa.
E’ un detto che ricorda quel modo di dire nostrano che ci esorta ad azionare il cervello prima di mettere in moto la lingua.

Un ammonimento gentile che sembra particolarmente rilevante ora più che mai, in quest’epoca dove le voci più prepotenti, seppur spesso solo roboanti ma prive di contenuti, hanno il sopravvento sul resto. Soprattutto ora dove in tanti sembrano solo parlare senza ascoltare e dove di frequente il dialogo è ennesimo esempio di comunicazione a senso unico.

Riprendiamoci con fermezza il lusso di riflettere e ponderare, senza cedere all’invitante tentazione della parola istantanea che deruba il pensiero della sua profondità e lo relega in un angolo di volgare banalità.

Marianna

Saggezze di un Himekuri

Accompagnata dalla riflessione sonora di Paul Simon nella sua straordinaria e rilevante Peace Like a River, riprendo in mano questo mio amato blog. Ma questa volta con una grinta diversa, rinnovata e arricchita di un’effervescenza che può solo nascere dal fermento.

Si deve ritornare a scrivere. Per davvero. Liberamente. Senza tutte quelle imbrigliature che hanno complicato la comunicazione degli ultimi dieci anni, suppergiù. Via dalle miliardi di regole che ingabbiano il narrare spontaneo per poterlo confezionare e renderlo commercialmente appetibile.

Ma soprattutto, lontani dai social che ci hanno famelicamente inghiottiti.

E non ce ne siamo neppure accorti.

Si sono cibati di noi, delle nostre energie, dei nostri pensieri, delle nostre forze, dei nostri occhi, persino del nostro sonno. E in cambio ci hanno restituito complessi, apatie, malsani desideri di competizione, invidie, litigi, ripicche, censure. Generosamente ci hanno ricoperti di insicurezze, insoddisfazioni, deboli concentrazioni.

Qualche beneficio sì ma a caro prezzo.

Ho assistito casualmente a lezioni di fotografia per Instagram dove era tutto finto e dove, al termine degli scatti vincenti, il cibo e le bevande venivano impietosamente gettati nella spazzatura poiché meri arredi scenici.

Vaneggi sugli algoritmi delle piattaforme in grado di sancire o meno sodalizi. Numeri apparentemente in lievitante crescita di esperti di social che sembrano disporre di una riserva infinita di strategie su come e cosa dire. E a che ora.

Una insidiosa trappola fatta di facile condivisione e di rapido ed ipnotico scorrimento di migliaia di quelle che gli anglosassoni etichettano come eye candy.

I social vanno dosati se non li si può eliminare tout court.

E’ ora di ritornare a scrivere. A narrare veramente. Qui. A casa mia.

Antidoti

In questo anno e mezzo di epocali sconvolgimenti, confusione, paure palpabili e in grado di depredarci addirittura del desiderio di vivere, cosa si può fare?

Pensare con la propria testa. Dobbiamo riprendere possesso delle nostre capacità di analisi e critica. Ho la nausea di VIP, influencer, dei personaggi più disparati e che a vario titolo dispensano dall’alto lezioni di qualunque cosa.

Chi di voi è attento capirà perfettamente a cosa mi stia riferendo. Non ho bisogno di insozzare le pagine di questo mio prediletto blog per spiegare, condividere (magari nella speranza di appoggio) le mie posizioni su quanto sta avvenendo. Non mi interessa farlo.

Le saggezze di un Himekuri sono un mio antidoto a questo tsunami che ha micro e macro-travolto le nostre vite.

Saggezze di un Himekuri

Lo 日めくり himekuri è un calendario composto da un foglio per ogni giorno dell’anno. Al termine della giornata si strappa il foglio e si lascia spazio alla nuova pagina.

Anni fa Akiko mi regalò un himekuri per l’anno 2015 ovvero il ventisettesimo anno dell’ormai passata era Heisei. Anno anche di rinascita di Biancorosso Giappone in questa nuova veste.

Mi dispiaceva però l’idea di usarlo strappandone le pagine e decisi così di conservarlo. Sulle sue pagine sono riportati dei proverbi, modi di dire, consigli di una saggezza che sarebbe ora riscoprissimo. Sono inviti alla riflessione e all’apprezzamento delle piccole cose. Sono incoraggiamenti, piccole pacche sulla spalla, veloci pennellate d’ironia.

E così Biancorosso Giappone riprende a respirare con le Saggezze di un Himekuri e che pubblicherò soltanto qui sul blog. Ci saranno ogni tanto dei promemoria su Instagram e Facebook ma i contenuti saranno qui e qui dovranno essere assaporati.

Sceglierò a caso dallo himekuri il proverbio da proporre, lo tradurrò, lo commenterò e lascerò a voi lo spazio per riflettere e – se lo desidererete – esternare le vostre sensazioni in merito.

Marianna

Zuppa di miso alla zucca

Il miso è un ingrediente talmente di casa nella mia vita che per me sarebbe impensabile non averlo sempre in dispensa. Sono anni che mi accompagna nella mia alimentazione fornendomi non solo conclamati benefici di salute ma anche nutrimento dell’anima.

Non è un caso, dunque, che al miso io abbia dedicato tanti scritti negli anni. Andando un po’ a memoria vi rimando ad esempio QUI dove troverete una spiegazione un po’ intrecciata con la storia.
Al miso, inoltre, e nello specifico alla zuppa di miso, è dedicato l’unico video di Biancorosso Giappone, con la produzione e montaggio a cura di Laura di WEeKanDesignit e che potete guardare in tutto il suo nipponico splendore proprio qui:

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E la zuppa di miso, dunque, è veramente uno scrigno di sapori profondi o quello che io affettuosamente da anni chiamo il teletrasporto dell’anima.

La zuppa di miso è inoltre un elemento irrinunciabile della tavola giapponese tradizionale e accompagna persino la colazione! E, come tutte le cose giapponesi, anche questa zuppa riflette qualcosa della stagione in cui ci si trova in un dato momento. Le varianti sono quasi infinite e possono – anzi devono – riflettere i gusti personali di chi cucina ma sempre con un’attenzione rivolta al ventaglio dei sapori stagionali a nostra disposizione.

Il fascino della Kokonabe

La magnifica Kokonabe di Noda-Horo

Ritorno in cucina con la mia Kokonabe di Noda-Horo, questo recipiente multifunzione che coniuga la praticità all’ineguagliabile eleganza giapponese. Ve ne avevo parlato già dettagliatamente in precedenza QUI e anche QUA in occasione della ricetta del pot-au-feu alla giapponese.

Un elegante recipiente, dunque, multiuso ma anche irresistibilmente minimal e raffinato con cui poter non solo cucinare piatti giapponesi (e non) ma con cui poter servire anche direttamente in tavola i vostri manicaretti.
Se ne avete piacere, potete acquistare la Kokonabe QUI sapendo che il vostro acquisto mi darà un piccolo aiuto e sostegno per portare avanti questo amatissimo progetto a cui, come saprete, mi dedico instancabilmente da anni. Ossia, Biancorosso Giappone: la mia voce dal lontano 2006.

L’amata Kokonabe

Zuppa di miso autunnale

La ricetta che vi propongo oggi è una delle tante possibilità che l’autunno ci suggerisce in ai fornelli: zuppa di miso con zucca e cipolla.
Vedrete, gli ingredienti sono pochissimi, semplici e tutti con un unico obiettivo: la realizzazione di una sana e gustosa zuppa di miso valorizzata dalla naturale dolcezza della zucca, inconfondibile simbolo di questa straordinaria ed evocativa stagione.

L’occorrente

Ingredienti per due persone

100g di zucca (varietà a scelta)
1/4 di cipolla
400ml d’acqua
1 cucchiaino di dashi granulare*
1 cucchiaio di miso fresco

*Nella cucina giapponese il dashi di pesce, purtroppo, diventa difficile da sostituire senza alterare il risultato finale in maniera sostanziale. Se consumate pesce, allora potete preparare il dashi in casa usando katsuobushi ossia scaglie di tonnetto essiccato più acqua e alga konbu. Potete usare la scorciatoia e affidarvi al granulare che uso anch’io tantissimo e che si trova nei negozi di alimentari asiatici. Se invece non tollerate il pesce, allora dovrete ricorrere ai dashi vegetariani: konbudashi o shiitakedashi. Trovate tutte le indicazioni QUI.

Preparazione

  1. Cominciare pulendo la zucca e privandola della buccia, soprattutto se troppo coriacea. Tagliare ora la zucca a fettine sottili. Affettare anche la cipolla.

Per questa ricetta potete usare un comunissimo pentolino. Io utilizzerò la mia amata Kokonabe che, per questa preparazione, farà da tegame per la cottura.

Passaggi in sequenza

2. Versare l’acqua nel pentolino, aggiungervi il dashi e portare il tutto a ebollizione a fiamma media.
3. Aggiungere la zucca e la cipolla. Lasciar cuocere a fiamma dolce fino a quando entrambi gli ortaggi non saranno teneri.
4. Spegnere il fuoco e, con l’aiuto di un colino, stemperare il miso nel brodo. Il colino serve a facilitare questo passaggio. Non mettete il miso direttamente nel brodo altrimenti rimarranno i grumi.
5. Mescolare bene e servire subito.

Zuppa di miso autunnale, con zucca e cipolla.

Una scodella di zuppa di miso fumante è quanto più di confortante e rinvigorente possiate regalarvi. In essa è racchiusa la magia della cucina giapponese casalinga con tutte le sue speranze, le sue aspettative, le sue evocazioni e la sua lunga, lunghissima storia.

Da quando ho lasciato dolorosamente quella terra, ho sempre detto di essermi portata dietro qualcosa dello spirito giapponese che cerco di trasmettere attraverso ciò che scrivo. E’ mia speranza, anche questa volta, di riuscire in questo intento.

Hiyayakko e memorie di Edo

Illustrazione di uno hiyayakko, condito con pasta di umeboshi e foglia di shiso. イラスト屋

Hiyayakko 冷奴 è la ricetta protagonista di oggi. Forse sarebbe meglio considerarla una ricetta non ricetta ma vi spiegherò meglio fra poco.
Nel frattempo mettetevi comodi perché ci lasceremo incantare da qualche scheggia di memoria di Edo.

Al tofu ho dedicato nel tempo molti scritti, sia nei miei anni nel Kanagawa sia qui. Come saprà chi mi segue da tempo, Biancorosso Giappone una volta era sulla piattaforma Blogspot (QUI trovate la vecchia sede!) ma poi qualche anno fa poté fregiarsi del proprio dominio a cui siete collegati al momento.

In entrambe le sedi virtuali di Biancorosso Giappone, dunque, troverete molti riferimenti a questo alimento di antica origine cinese segnalando così la mia predilezione per questo delizioso ingrediente.
Tempo fa, ad esempio, vi parlai dello Yudofu 湯豆腐 ossia il tofu bollito, ricetta che stagionalmente è in perfetta antitesi rispetto allo hiyayakko poiché il primo è una preparazione tipica dei mesi freddi mentre il secondo è elemento irrinunciabile della tavola giapponese estiva.
L’articolo summenzionato vi accompagnerà anche un po’ indietro nel tempo alla (ri)scoperta della storia del tofu e quindi ve ne consiglio la lettura.

Illustrazione dello 湯豆腐 yudofu. イラスト屋

CURIOSITA` LINGUISTICA

Illustrazione di una confezione di tofu. Di イラスト屋

La parola tofu in giapponese si scrive con questi due kanji o logogrammi di origine cinese: 豆腐
La forma utilizzata dei due caratteri e il loro accostamento riflettono esattamente l’attuale uso in cinese moderno dove il secondo carattere indica una sostanza che si rapprende, si solidifica. In giapponese, tuttavia, quello stesso carattere 腐 nel tempo ha assunto i poco appetitosi significati di marcescenza ed imputridimento.
Nonostante questo, si conserva la forma cinese.

Tuttavia, il giapponese resta una lingua molto attenta al garbo motivo per cui esiste una forma alternativa per indicare graficamente questo alimento: 豆富
La lettura rimane sempre la stessa, ossia tofu con un allungamento vocalico sulla “o”.
Questo abbinamento, generalmente prescelto dai ristoratori da indicare sui menù, ha valore fonetico ma anche visivo: il secondo carattere 富 infatti significa fortuna, ricchezza. Decisamente meglio di qualunque marciume! Incidentalmente, 富 è il primo logogramma del nome del celebre Monte Fuji: 富士.

Uno sguardo al passato

In Giappone il tofu rappresentava un alimento di gran lusso, riservato solo agli alti ranghi della società. Era già ampiamente conosciuto dai monaci buddisti che lo avevano perfettamente integrato nel ricchissimo e creativo repertorio della 精進料理 shōjinryōri ossia la cucina vegetariana dei templi. A tal proposito, vi rimando al mio articolo Delizie mistiche dedicato proprio alla mia esperienza gastronomica al tempio 光明 Koomyoo di Kamakura.

Il tofu dunque rimase un privilegio riservato alle tavole più prestigiose fino verso la metà del Seicento, più precisamente durante il comando dello shogun Tokugawa Iemitsu. Fino a quel momento – pensate – il tofu non era solo un lusso per pochi ma era addirittura proibito a chi non facesse parte dell’elitaria cerchia. Persino gli agricoltori di soia, pur coltivando l’amata pianta, avevano il divieto assoluto di consumarlo.
Col tempo, tuttavia, aumentarono i coltivatori di soia e le botteghe di tofu creando così le giuste condizioni per una diffusione a livello popolare di questo alimento destinato al successo.

Illustrazione di una tradizionale locanda di tofu. イラスト屋



Ai giorni nostri il tofu si declina, a grandi e semplicistiche linee, in due varietà: 木綿豆腐 il tipo momen, caratterizzato da grande compattezza e da un aspetto ruvido e rustico. La sua consistenza resistente lo rende adatto a preparazioni come la frittura o la bollitura, ad esempio. Appartengono a questa tipologia la quasi totalità dei tofu prodotti e commercializzati in Italia per un pubblico italiano.
La seconda varietà è la 絹ごし kinugoshi, una variante molto cremosa e simile ad un budino. Per la sua consistenza delicata si presta bene se consumato nella zuppa di miso oppure freddo. Questa variante si trova anche in Italia però non nella grande distribuzione; è necessario rivolgersi a negozi specializzati in alimentari orientali e/o naturali.

Tipica vaschetta di tofu giapponese, nella varietà momen.

Per buona parte del Periodo Edo (1603-1868) comunque la tipologia di tofu principalmente consumata era il momen. La variante kinugoshi, cremosa e vellutata, avrebbe avuto il suo momento di gloria più in là.
Pensate che a Tokyo esiste ancora un antichissimo ristorante che è riconosciuto come uno dei migliori produttori storici di tofu. Si trova vicino a Ueno ed è il leggendario 笹の雪 Sasanoyuki .
Il poetico nome fa riferimento alla neve che aggraziatamente si poggia sul bambù e fu assegnato alla locanda da un principe che trovò in questa delicata immagine il giusto paragone al tofu qui prodotto e servito.

Un caso editoriale: il Tōfu Hyakuchin 豆腐百珍

Copertina di una ristampa contemporanea del Tōfu Hyakuchin豆腐百珍. Fonte: Amazon Japan.

Con il diffondersi del tofu anche tra la gente comune ben presto emerse la natura da veri buongustai che, a mio avviso, caratterizza i giapponesi. Con buona pace di qualunque seccante forma di italocentrismo gastronomico.
Uno dei segnali di questo fenomeno fu, a mio parere, il fortunatissimo caso editoriale del Tōfu Hyakuchin, un formidabile ricettario composto – come indica il titolo stesso – da ben cento ricette a base di tofu.
Fu pubblicato nel 1782 ed è opera di un certo 醒狂道人何必醇 Seikyōdōjin Kahitsujun che, inaspettatamente, non era uno chef ma uno studioso e – si vocifera -uno scultore di sigilli. Il ricettario fu accolto con enorme successo, un qualcosa di straordinario testimoniato dal fatto che l’opera ha avuto dei seguiti è ancora in stampa ai giorni nostri.

L’opera, fra l’altro, deve molto del proprio successo allo spirito innovativo che lo caratterizza. Lo studioso era riuscito a proporre alla gente comune ricette nuove che si distaccassero dai soliti due o tre modi con cui il tofu veniva preparato (generalmente freddo, nelle zuppe o in stile 田楽 dengaku).

Negli anni successivi seguirono addirittura ricettari in un format analogo, dedicati ogni volta ad un ingrediente specifico. Grande successo ebbe, ad esempio, la raccolta delle cento ricette a base di uova.

Un delizioso refrigerio: hiyayakko

Tra le cento famosissime ricette proposte nel Tōfu Hyakuchin ce n’è una un po’ particolare: 冷奴 hiyayakko.
Particolare perché l’autore la presenta come una ricetta talmente famosa, e aggiungo semplice, da non necessitare di alcuna spiegazione.

Varianti assortite di hiyayakko. イラスト屋

Lo hiyayakko è semplicemente un blocchetto di tofu fresco, possibilmente di varietà kinugoshi, servito freddo e condito con alcuni ingredienti quali lo zenzero grattugiato, il wasabi, il cipollotto verde, la pasta di umeboshi, lo shiso, ecc. e poi insaporito da una generosa dose di salsa di soia. Non ci sono limiti alle versioni possibili. Allo hiyayakko si può dare un’impronta tradizionale giapponese oppure sapori in stile cinese o – perché no – occidentali ricorrendo a pomodorini, erbe di Provenza, basilico fresco ecc.

E’ un elemento irrinunciabile dell’estate perché, grazie alla sua semplicità estrema di preparazione e alla sua freschezza naturale, rappresenta il rimedio ideale nelle giornate di insopportabile afa.

La parola yakko indica un blocchetto di tofu freddo mentre hiya significa fresco. Tuttavia, il termine yakko un tempo indicava i domestici al servizio presso le famiglie samuraiche. Erano dei servitori che avevano come compito la cura dei giardini e della manutenzione in generale ma anche quello di accompagnare il proprio signore nei suoi viaggi e nei suoi spostamenti.

L’etimologia ha spesso indagato sul collegamento tra queste figure, il tofu e soprattutto lo hiyayakko.

Come spesso accade con le cose vecchie e mezze sbiadite dal tempo, anche qui non abbiamo notizie certe. Tra le tante teorie in circolazione, però, una delle più accreditate individua il nesso tra il caratteristico stemma che adornava le giacchette degli yakko e un modo di dire diffusosi tra la gente del popolo: 奴に切る yakkoni kiru ossia tagliare alla yakko, in riferimento di solito al taglio di un ingrediente.
Tagliare alla yakko significava dare all’ingrediente una forma quadrata, cubettare, quasi ad imitare il particolare stemma delle giacchette chiamato 釘抜き kuginuki (letteralmente, levachiodi).

Lo stemma kuginuki riportato sulle giacchette degli yakko. Fonte: Kamon Myoji

Gli yakko non esistono più ma ne possiamo ancora vedere qualche traccia negli aquiloni tradizionali. Ne esiste un tipo, ad esempio, dedicato proprio agli yakko e che non a caso si chiama 奴凧 yakkodako.

Illustrazione di uno yakkodako. Come vedete, è riportato lo stemma a quadretto. Notare anche come lo yakko portasse una spada, prezioso privilegio che gli era concesso dal suo signore solo in certi momenti della giornata. イラスト屋

Finalmente la ricetta…non ricetta.

Per questa ricetta non ricetta potete usare la varietà di tofu che preferite o che riuscite più agevolmente a trovare.
Qui a Torino riesco a trovare del kinugoshi giapponese generalmente di questi due marchi:

E’ importante che il tofu scelto sia freddo. Nel Periodo Edo i blocchetti di tofu venivano messi a rinfrescare nelle acque di un pozzo ma noi chiaramente ci accontenteremo del frigorifero domestico.

Il tofu andrebbe poi tagliato a cubi ma non succede alcunché se doveste optare per un parallelepipedo. Vi discostereste dalla teoria etimologica ma nessuno se la prenderebbe.

Ingredienti che ho usato io, in base a ciò che avevo:

Panetto di tofu da tagliare
Erba cipollina
Zenzero fresco grattugiato q.b.
Katsuobushi o tonnetto essiccato q.b.
Salsa di soia q.b.

Potete sostituire e aggiungere ingredienti a piacimento.

Posizionare un ingrediente per volta sul blocchetto di tofu e, per ultimo, cospargere con una dose non troppo parsimoniosa di salsa di soia di qualità.

Servire subito.




Riso d’argento

Riso d'argento e ricette giapponesi di guerra

Nei momenti di difficoltà – soprattutto dove all’opera vi sono le forze dolorose ma educatrici del cambiamento – si attinge spesso al passato e alla saggezza di chi ci ha preceduti.

L’attuale emergenza sanitaria sta indubitabilmente condizionando le nostre abitudini costringendoci a rivederle.

In alcuni il senso di frugalità era già spiccato mentre in altri sta forse affiorando ora. Sia come sia, dobbiamo fare i conti con uno stravolgimento epocale che ci segnerà e ci sta già segnando.

E dipenderà anche molto da noi se l’impronta di questo rinnovamento sarà benefica e duratura nel tempo.

L’idea

In queste lunghe settimane in cui lo scorrere del tempo sembra essersi addensato, ho vissuto dei momenti di frastornamento intensi e quasi sicuramente condivisi da molti.
La ricerca di appigli e di micro obiettivi che mi permettessero di affrontare ogni giorno con coraggio è stata minata dai dubbi e dallo sconforto.

Poi è arrivata un’idea figlia della necessità: uno sguardo al passato.

Sfogliando 生活 Seikatsu, una rivista giapponese della metà degli anni Quaranta, ecco l’ispirazione giungere da quel periodo:
La cucina del Giappone durante e verso la fine della seconda guerra mondiale.

Riso d’argento

Questa espressione è una traduzione letterale della parola 銀シャリ ginshari: un termine particolarmente in voga tra la popolazione, in un Giappone stremato dal secondo conflitto mondiale.
Il riso bianco, l’alimento base giapponese per eccellenza, era ormai diventato introvabile e allora le persone ne rammentavano – con nostalgia e amarezza – le qualità paragonando l’amato cereale all’argento.

Da Chiba a noi

Ho iniziato a immaginare uno spazio qui su Biancorosso Giappone dedicato alla cucina comprensibilmente povera e umile di quegli anni. Nello sviluppare l’idea ho passato in rassegna montagne di scartoffie, cartacee e digitali, e ho trovato materiale prezioso.

Tra questi, una micro raccolta di ricette di guerra preparate dalla Prefettura di Chiba.

Alcune di queste ricette, da me tradotte, costituiranno il punto focale di questo spazio. Saranno preparazioni, come vedrete, veramente semplici perché rispecchiano un periodo di carenza e di ingegno.

Saggezza delle nonne giapponesi

Un amato volume della mia biblioteca giapponese

Mi verranno in aiuto anche alcune astuzie contenute in uno straordinario libro: おばあちゃんからの暮らしの知恵 Obaachan karano kurashi no chie (trad. Saggezza di vita delle nonne).
Questo è uno dei meravigliosi libri che ho ricevuto da Sakura poco prima dello stravolgimento nazionale che tutti ben conosciamo. Come sempre, nulla avviene per caso.
Stille di saggezza provenienti proprio da coloro che hanno vissuto in prima persona quel periodo e che possono certamente insegnarci qualcosa.

Un ricordo speciale

In coda, a Tokyo, durante la distribuzione di generi alimentari razionati.
Foto di proprietà di The Asia-Pacific Journal

Tra le persone che ho avuto l’indescrivibile privilegio di incontrare c’è stata la signora Fusae che ricordo con immenso affetto e nostalgia. Qualche mese fa ho ricevuto la triste notizia della sua scomparsa e – credetemi – a parte un incontrollabile pianto continuato per giorni, non sono ancora riuscita psicologicamente a dedicarle un giusto tributo.

E allora inizio da questo breve ricordo di un suo racconto.

Nei nostri pomeriggi attorno al grande tavolo di legno della mia cucina di Sagamihara mettevamo spesso da parte le nostre lezioni e io mi perdevo nei suoi racconti.
Facevamo spesso le cinque o le sei del pomeriggio in questo modo.

Ricordo che il sole del tardo pomeriggio faceva brillare di arancione le mie finestre e noi eravamo ancora lì a parlare. O meglio, ero ancora lì ad ascoltare le parole garbate di Fusae-san e le sue rievocazioni di un passato che nella sua mente era vivo e nitido.

Mi parlava di una Shinjuku aperta in cui regnavano incontrastati prati e campi.

Mi parlava di una crema densa di mais che preparava sua madre per placare i morsi della fame di quegli anni bui e intrisi di sofferenza.

La guardai e con stupore le dissi: “Come la polenta!”.

“Sì, proprio così. Era la nostra polenta”.

Sakura e il libro di bento

Luci ad Ebina

Era ormai sera. Il cielo era scuro e nella sua oscurità si erano già dissolte quelle venature violacee e bluastre che non sono nient’altro che strascichi di un giorno in declino.

Le luci della stazione di Ebina facevano da luminosa cornice al concludersi di quel giorno prezioso e che avrei percorso e ripercorso nel tempo con la mente, soprattutto nei momenti bui perché quello era il giorno in cui Sakura ed io ci salutammo prima della mia dolorosa partenza dal Giappone.

Nell’abitacolo della sua utilitaria, quella stessa auto con cui avevamo esplorato in lungo e in largo le strade delle campagne del Kanagawa alla ricerca di bislacche e a volte tetre botteghe di rigattieri, ora era diventato luogo non luogo di un arrivederci. O forse di un addio.

Cercavo, un po’ goffamente, di sorridere perché non trapelassero la pesantezza di un distacco non ancora avvenuto e di una nostalgia per un passato non ancora diventato tale. Ma dentro di me un pianto sconsolato rimbombava per tutto il mio essere rimanendo però muto all’esterno.

Anche Sakura aveva tentato di camuffare quella malinconia che ci stava lentamente divorando. La nascondeva con il sorriso, lo scherzo e con fantasiose bozze di progetti per il futuro. 
Lei dava una pennellata di colore acceso sulla tela di questo futuro immaginato e io proseguivo il disegno. Poi mi fermavo e continuava lei. 
Pennellata dopo pennellata, tratto dopo tratto, ecco affiorare un trionfo brillante e ingarbugliato di piccoli progetti che avrebbero dovuto coinvolgerci direttamente ma soprattutto azzerare quella distanza che di lì a poco si sarebbe materializzata in tutta la sua soffocante desolazione .

Arrivederci, addii e onde marine

Nei giorni precedenti avevo già salutato le persone a me care e che mi erano state amiche e maestre lungo l’arco di quegli anni straordinari. E ad ogni saluto quel pianto interiore, che sarebbe stato inopportuno manifestare, aumentava di volume inglobando tutte le lacrime trattenute. 
Stava diventando una sorta di onda marina che, seguendo la direzione del vento, impetuosamente s’ingrossava assomigliando sempre più ad un cavallone.

Erano stati arrivederci, e in un caso purtroppo un addio permanente, e ogni volta ho provato un intenso dolore che mi lacerava il sorriso. 
Erano persone con cui avevo percorso quell’incredibile esperienza e che, spesso inconsapevolmente, mi avevano non solo aiutata ad ambientarmi e ad abituarmi alla miriade di differenze ma soprattutto a ricercare le somiglianze. O quantomeno ad innamorarmi follemente di quella diversità che, in fondo, non è che l’altra faccia della luna. 

Reminescenze

Era arrivata davvero l’ora di salutarsi e io non sapevo come fare. 
Non ce l’avrei fatta a congedarmi secondo quelle rigide regole di bonton che avevano alimentato l’onda marina. 

Ma poi come avrei potuto limitarmi ad un garbo e contenuto arrivederci, così come se niente fosse, proprio con la mia cara amica Sakura con cui l’amicizia era arrivata improvvisamente senza cerimonie per poi decantare lentamente attraverso il filtro della graduale comprensione linguistica che dava finalmente una tridimensionalità al tutto?  

Con Sakura, o Saku-chan come mi permise di chiamarla non appena iniziò a sgretolarsi il muro linguistico, a cui avevo fatto assaggiare nella mia cucina la pasta al gorgonzola;

Saku-chan che, in un delicato pomeriggio che profumava di bacche di ginepro, mi portò a visitare il giardino silenzioso di un vecchio tempio le cui incisioni sulla grande stele commemorativa di pietra, proprio davanti all’ingresso, mi aiutò a leggere navigando insieme a me in una giungla di caratteri obsoleti;

Saku-chan ed io, passeggiando un pomeriggio soleggiato per la Zama Kamijuku, avevamo abbozzato un progetto a cui avrei ripensato tante, tante volte soprattutto nei miei momenti bui in cui il bagliore di quei miei giorni giapponesi sembrava così dolorosamente lontano;

Saku-chan che fedelmente mi accompagnò a scovare, in un bizzarro negozio di cose vecchie sembravano porte temporali affacciate sul periodo Edo, un intero servizio di scodelle di una particolarissima lacca rossa e che erano appartenute ai monaci di chissà quale tempio;

La partita Danimarca-Giappone dei Mondiali di calcio del 2010 che Saku-chan ed io seguimmo in contemporanea, aggiornandoci sui risultati tramite messenger;

L’assaggio della cucina di Okinawa là, in quella locanda scura che aveva un solo tavolo, assieme a Saku.

Sigillo dell’amicizia

Ci guardammo in silenzio. I nostri occhi avevano assunto quel sottile ma percettibile velo di lacrime che per il momento aderiva ancora a noi…ma avrebbe resistito poco.

Ci abbracciamo forte e un pianto liberatorio ma anche tanto sconfortato ci investì contemporaneamente.

Che andassero a quel paese la compostezza, la calma, il sorriso fintamente rilassato e le frasette di circostanza ricamate da ringraziamenti, promesse più o meno attendibili di futuri incontri e inchini. 

La nostra amicizia aveva ricevuto il suo suggello in quel preciso istante, nell’abitacolo di quell’utilitaria, nel piazzale trafficato della stazione di Ebina, in quella sera di fine luglio.

L’aria estiva satura di umidità e pregna della mia malinconica inquietudine perché il Giappone non lo avrei mai lasciato.

Il dono

Singhiozzando, Sakura spezzò dolcemente l’abbraccio e mi diede dei doni che avrei conservato gelosamente e che mi avrebbero seguita nel buio tunnel che mi aspettava qui in Italia. Lontana da quella luminosità che aveva caratterizzato i miei anni giapponesi.

Tra i regali che Sakura mi diede, e che si erano un po’ inumiditi delle nostre lacrime, un ricettario per preparare gli o-bentō.

Il ricettario di bento di cui mi fece dono Sakura, in quel piazzale di Ebina.

Non era un libro qualsiasi ma un volume che lei stessa acquistò nei suoi primi giorni di matrimonio quando, resasi conto delle sue scarse (a suo dire) doti culinarie in fatto di bento, necessitava di un supporto che la guidasse passo dopo passo nella buona realizzazione di un pasto da portare via. 

Il suo ricettario è ancora qui con me e lo consulto ogni tanto, forse non troppo spesso perché inevitabilmente riaccende una malinconia che non sempre sono pronta ad accogliere, ma è uno dei miei fedeli compagni di libreria.

Gli ultimi istanti

Ci abbracciammo ancora una volta. Nel sacchetto avevo messo tutti i suoi regali compresa una lettera che mi chiese di leggere durante il viaggio e non subito. Una richiesta che rispettai e onorai.

Riuscire a raccogliere tutte le proprie energie in quel momento e poter scendere da quell’auto richiese molta forza di volontà. 
Mi chiusi la portiera alle spalle e rimasi immobile per qualche istante fingendo che quella era una sera qualunque e che avrei rivisto Saku-chan nei giorni successivi e ci saremmo inventate qualche altra avventura.

Quando mi voltai, vidi che Sakura sorrideva ma aveva il volto rigato di lacrime e gli occhi che parevano luccicare. 
Aveva sul volto il sorriso di chi sa che deve sorridere per non soccombere al pianto.

La salutai con la mano, le sorrisi e mi mescolai nella penombra che divideva il piazzale da uno degli ingressi alla stazione. 
Salii le scale grigie e percorsi il corridoio che conduceva alla linea Sagami, quella piccola linea ferroviaria che attraversava il cuore verde delle risaie e mi portava fino a casa… là, in quella mia casa bianca e blu che ancora in un certo senso mi conserva.


Furoshiki per Biancorosso Giappone

La richiesta di Kyoko

“Marianna, quando torni in Italia dovrai fare da ambasciatrice del furoshiki!” – mi disse Kyoko col suo abituale tono autoritario, incorniciato dai suoi drittissimi capelli color mogano e da quei severi occhiali stretti da vista.
Eravamo appena ritornate da un corso di tecniche di annodamento dei furoshiki, tenutosi in una lunga e stretta bottega ad essi dedicata, in un assolato vicolo a Tokyo. Un posto, quello, dove forse non riuscirei più a far ritorno.

Kyoko riusciva sempre a farmi provare un misto tra soggezione, ammirazione e timore. Sapeva impartire ordini con la risolutezza di un generale ma lo faceva con quegli occhi che tradivano una traccia di sorriso. E questo acuiva la confusione.
Se alle volte mi appigliavo a quella scia di sorriso nei suoi occhi cercando di percorrere un’ipotetica linea scherzosa ecco che lei, molto rapidamente, mi richiamava all’ordine.

Se invece, al contrario, ignoravo quella venatura di buonumore e rimanevo saldamente ferma su una linea più seria ecco che lei si ammorbidiva e mi invitava a fare altrettanto.

Insomma, frastornamento a parte, secondo lei avrei dovuto calarmi nei panni dell’ambasciatrice dei furoshiki in suolo italico. Una proposta / ordine, per la verità, che in quel momento non presi seriamente perché già sapevo che avrei dovuto lasciare il mio amato Giappone e solo all’idea mi sentivo pervadere da malessere e nausea.

Furoshiki
Furoshiki frutto della collaborazione tra Biancorosso Giappone e Hug Me Mama

Cosa sono i furoshiki?

I furoshiki sono un elemento distintivo della cultura giapponese. Ne ho scritto tanto negli anni.
In poche parole si tratta di panni di stoffa (cotone, seta, tessuti sintetici ecc.), generalmente quadrati, utilizzati per avvolgere regali oppure tutto ciò che andrà trasportato come ad esempio il pranzo da portare al lavoro o a scuola, libri, bottiglie e molto altro.
I furoshiki sono però anche uno strumento di grande ingegno che nei secoli ha saputo coniugare semplicità, praticità ed eleganza. Infatti, non svolgono solo la funzione di involucro ma anche di contenitore: i furoshiki sanno diventare, all’occorrenza, sporte della spesa, coprispalle, copricapo, borsette da passeggio e tanto altro a cui l’unico limite è dato dalla fantasia.
Saranno le varie tecniche di annodatura a conferire al furoshiki, di volta in volta, un ruolo nuovo.

Furoshiki
Alcuni furoshiki della mia collezione personale

Alcuni miei bento settimanali, i Mariben, che ho avvolto in furoshiki. Qui il panno non serve solo a facilitare il trasporto del pranzo ma ha anche funzione di elegante tovaglietta.

Invenzione ecologica recente?

Niente affatto. E forse sta proprio questo suo filo diretto con l’antichità a renderlo irresistibilmente affascinante. E’ stato un vero apripista, un anticipatore delle proposte dei movimenti ambientalisti che sarebbero sorti parecchi secoli dopo il suo ingresso.
Pare che le sue origini siano da far risalire al Periodo Nara (710-794) quando un predecessore del furoshiki veniva utilizzato per proteggere e trasportare in tutta sicurezza oggetti preziosi, soprattutto appartenenti a templi e santuari.

Circa seicento anni dopo, invece, uno shogun di nome Yoshimitsu Ashikaga – nonché privilegiato residente presso l’acclamatissimo Kinkakuji di Kyoto – fece costruire un complesso termale nell’antica capitale dove furono invitati molti signori feudali provenienti da varie regioni del Giappone. Per evitare che i loro indumenti ed effetti personali si mescolassero, iniziò a diffondersi fra essi l’abitudine di usare dei panni di stoffa con cui trasportare abiti puliti da indossare dopo il bagno. La poliedricità del furoshiki era cosa evidente della prima ora e infatti non si prestava solo come sacca porta-indumenti ed effetti personali ma anche come tappetino su cui poggiarsi durante il cambio.
Il nome stesso furoshiki 風呂敷 è composto da 風呂 furo che significa bagno e da 敷 shiki che indica lo stendere qualcosa, tipo un panno, per terra.

Un precursore…riscoperto.

Come spesso accade a tutti gli antesignani di qualcosa, anche il furoshiki fu riscoperto e rivalutato a più riprese nel tempo ritrovando nuova lucentezza nella primavera del 2006 – l’anno in cui me ne andai in Giappone, guarda caso – grazie alla campagna di sensibilizzazione ambientale promossa dall’allora Ministro dell’Ambiente, Yuriko Koike.
La campagna della signora Koike intendeva sensibilizzare il pubblico ad una riduzione dei rifiuti e a tal scopo lanciò un’innovativa linea di furoshiki realizzati con tessuti ricavati dalla lavorazione delle bottiglie in PET.
La linea di questi furoshiki doppiamente ecologici aveva come nome una dolce parola giapponese – もったいない mottainai – che indica il rammarico o il dispiacere per un qualcosa che viene buttato via senza che prima ne siano state sfruttate tutte le potenzialità.

Furoshiki e libri
Uso spesso i miei furoshiki per avvolgervi libri.

Libro e furoshiki
Un mio libro avvolto nel furoshiki

Il furoshiki di Biancorosso Giappone

Sognavo da veramente molto tempo di poter proporre un furoshiki che fosse in qualche modo collegato al mio blog e a me. Non dimenticate, d’altra parte, che sono l’ambasciatrice dei furoshiki, con la nomina ricevuta direttamente da Kyoko-san!
Certamente scherzo sul mio ruolo di ambasciatrice ma non scherzo sulla volontà presente da tanto tempo di rendere accessibile a tutti questo panno ispirato alla tradizione del Vecchio Giappone e che, menomale per noi, è ancora viva.

Furoshiki
Ecco il furoshiki creato da Francesca di Hug Me Mama per Biancorosso Giappone.
Sullo sfondo, una kokeshi dipinta dalla mia amica Dea.

Nasce così la collaborazione con Francesca, di Hug Me Mama.
Francesca è una sarta autodidatta che ha conquistato la mia simpatia per la sua onestà e la sua voglia di imparare e creare ma sempre nel rispetto della propria arte.
Ma di lei mi ha colpita specialmente la sua spiccata capacità estetica nel saper scegliere tessuti con forti richiami al Sol Levante.

Insomma, mi piaceva l’idea di proporre questo elemento culturale giapponese a me caro, prodotto però con orgoglio in Italia da una giovane sarta volenterosa.

Questo furoshiki che Francesca ha creato appositamente per Biancorosso Giappone è, non a caso, bianco e rosso e riprende un motivo che gioca molto sul richiamo dell’origami.

Caratteristiche

Furoshiki

Furoshiki di Francesca per Biancorosso Giappone

Il furoshiki che ha Francesca ha realizzato per Biancorosso Giappone ha la misura standard di 50cm x 50cm ed è in morbidissimo cotone biologico.
Francesca utilizza solo stoffe a tessitura diagonale. La scelta, così apparentemente insolita, è dovuta alla capacità che queste stoffe hanno di sorreggere e sostenere in maniera confortevole un neonato, accompagnandone la forma del corpo e senza dunque interferire con la sua fisiologia.
Questo perché Francesca coltiva un profondo interesse verso questi marsupi adatti a mamme con bambini molto piccoli.

Furoshiki e bento
Il furoshiki di Francesca utilizzato per avvolgere un bento blu.

Potete contattare Francesca tramite i suoi canali social su Facebook e Instagram per ordinare non solo il furoshiki bianco e rosso di Biancorosso Giappone ma anche altri panni realizzati con stoffe sempre di ispirazione giapponese.
Su richiesta realizza, se lo si desidera, furoshiki abbinato ad una pochette.

Hug Me Mama
Hug Me Mama e Biancorosso Giappone

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