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Confidenze da dietro un uchiwa

Un uchiwa o ventaglio tradizionale giapponese

Il mio fedele uchiwa che profuma ancora di Kanagawa

Settembre ha un che di militaresco. Richiama tutti, o quasi, all’ordine forzando l’attenzione sugli aspetti del quotidiano ritenuti inevitabili.

E` il mese della sfumata transizione tra gli arroventati toni dell’estate e quelli gradatamente più compassati dell’autunno.

E` la prima tappa verso la mia stagione preferita. E` un po’ come Nihonbashi che era il punto di partenza per chi, da Edo (questo l’antico nome di Tokyo), voleva percorrere il lungo Tokaido e raggiungere Kyoto.

Sono ancora circondata dalle scatole. Alcune grandi, alcune piccole. Ci sono anche sacchetti sempre troppo pieni.

Avverto la fragranza del ricordo sui miei vestiti e le mie cose perché è il profumo del vecchio blog, ovvero la mia vecchia residenza.

Ma qui tutto sa di nuovo. Le luci sembrano anche più brillanti e allegre.

Da dietro una pila di abiti è spuntato il mio うちわ uchiwa. Oh. Pochi istanti senza respiro.

Il mio uchiwa o ventaglio tradizionale.

L`uchiwa che profuma ancora di Giappone.

Questo tradizionale ventaglio era rimasto fino ad oggi avvolto in un foglio trasparente di cellophane.

Perché lo avevo scelto con così tanta cura. Nella vita ho sempre cercato di scegliere le mie cose con amore non distratto, ma quel giorno credo di aver accarezzato questo uchiwa con un lembo del mio essere.

Ricordo perfettamente quando e dove lo acquistai.

Erano gli ultimi e laceranti giorni nel mio Kanagawa. Le cicale avevano appena iniziato il loro struggente canto di vita e di morte; l’aria stava acquisendo l’effluvio dei matsuri e tutti i colori intorno a me sembravano intensificarsi in brillantezza.

I miei occhi, in quei giorni, vestivano un velo sottile di lacrime che solo Saku percepiva. Lo stesso che avvolgeva il mio cuore.

Combattevo contro quel nodo in gola che a tratti mi strangolava con la sua violenza.

E quell’uchiwa aveva qualcosa. Forse io, inconsciamente (o consciamente, chissà) presagivo il ciclone che avrebbe sconvolto la mia esistenza fino al midollo e ho voluto preservare il ricordo di quegli anni giapponesi luccicanti attraverso un semplice involucro in cellophane.

Da dietro di esso, oggi, vi parlo. Perché sì, io vi scrivo, ma in realtà voi che leggete “udite” la mia voce.

Ho liberato l’uchiwa da quella gabbia trasparente che non serve più.

In questi ultimi giorni d’estate e in queste ultime scie di calore io mi faccio aria con la sua aggraziata ala tenendolo delicatamente per il suo pregiato manico di legno laccato.

E da dietro i suoi favoleggianti arabeschi inconfondibilmente nipponici io vi parlo.

Uchiwa o ventaglio tradizionale.

Il ventaglio del ricordo e della confidenza.

Oggi pomeriggio ero su un autobus diretta verso il mio quartiere di nascita e che si chiama Barriera di Milano.

Barriera è un quartiere operaio, uno dei più popolati e popolari di Torino.

Come mio solito, seduta sull’autobus, la mia mente componeva e scriveva parole invisibili che probabilmente mai troveranno la propria forma in inchiostro o in pixel.

E pensavo a come ogni persona sia, in fondo, depositaria di storie che aspettano di essere raccontate.

Ricordi di Giappone.

Ricordi di Yokohama e China Pete`s.

Come i tesori negli scrigni, anche le storie nelle persone possono essere difficili o impossibili da raggiungere.

A volte gli scrigni sono in luoghi remoti e altre volte sono intrappolati negli abissi, forse fusi in un quasi eterno abbraccio con soffocanti alghe o pesanti catenacci di una vecchia nave affondata chissà quanto tempo fa.

E talvolta le storie nelle persone, proprio come quegli scrigni inaccessibili, possono essere intrappolate dal soffocante abbraccio di un orgoglio o frantumati da una quotidianità che si ripete eliminando il desiderio di condivisione.

Il pensiero poi si è arrestato. Dovevo scendere e i miei occhi sono stati attratti dal rigoglioso fogliame dei tanti alberi che caratterizzano quella zona.

Alcune ore dopo ero nuovamente nei pressi della fermata dov’ero scesa. A pochi metri da lì, uno degli ospedali più importanti della mia amorevole città: l`ospedale Giovanni Bosco, inaugurato nel 1961 dall’allora Capo di Stato Giovanni Gronchi. Pensate.

Era già buio. Appese alle mie spalle, due pesanti sporte della spesa. Il peso mi disturbava relativamente perché, come solito, la mia mente era svagata e persa in invisibili componimenti.

Sono svagata sì, ma non totalmente. Con la coda dell’occhio avevo notato, nella penombra, una donna seduta sulla panchina di metallo della fermata dell’autobus.

Gli anni di Giappone mi hanno insegnato, talvolta con le cattive maniere, a non incrociare lo sguardo degli altri ma a guardare sempre un pochino altrove. Anche e soprattutto in conversazione.

E quell’abitudine mi è rimasta, mettendomi a volte in situazioni imbarazzanti perché evitare lo sguardo qui è sempre percepito come un atteggiamento sfuggente di chi nasconde qualcosa.

Quindi ho evitato di incrociare il suo sguardo. Ma la vedevo. Perifericamente, ma la vedevo.

Era silente, ma sembrava scossa da qualcosa.

Sempre nei miei pensieri, io vagavo lasciandomi avvolgere dal profumo della sera, di quei lussureggianti alberi di Barriera e dalla fragranza di carne alla brace che arrivava a me seguendo chissà quale irrintracciabile dedalo di vie.

La donna della penombra, dopo essere rimasta immobile per tutta la durata della mia riflessione in piedi e con le pesanti sporte alle spalle, si è alzata lentamente e mi si è avvicinata e, cercando il mio sguardo, mi ha chiesto notizie dell’autobus ritardatario.

Sorridendo – perché io sorrido davvero sempre – le ho dato gli orari che GTT mi aveva inviato via SMS.

Questa donna, vedendola meglio ora che si era allontanata dalla penombra, aveva un che di spontaneamente signorile. Piccoli gioielli indossati con garbo, morbidi capelli raccolti in un semplice chignon impreziosito da un piccolissimo fermaglio di perle.

E quegli occhi. Azzurri. Un azzurro limpido come il mare di Sardegna.

Ma erano occhi tristi e che avevano chiaramente pianto.

La signora mi parlò del disagio degli autobus ritardatari. Del fastidio provato nell’attendere alla fermata di sera. Delle giornate che si accorciano. Dell’afa che si trascina testardamente.

E poi – come settembre che come un ponte collega l’estate alla stagione fredda – la sua conversazione si appigliò a un gancio che compresi all’istante.

Mi disse che l’afa dell’ospedale era insopportabile, acuita forse dall’evidente sofferenza che per definizione popola quel luogo.

E lì compresi che mi trovavo davanti un essere umano nel bisogno.

Nel bisogno di raccontare una storia.

Di dire qualcosa. Di avere qualcuno disposto ad ascoltare non solo meccanicamente, ma pronto ad accogliere quelle parole, quel racconto.

Dei tesori che, attraverso un inspiegabile intreccio di coincidenze, erano riusciti a liberarsi dalla morsa di possessive alghe che li tenevano imprigionati nell’abisso dell’anima.

Questa donna, per me senza nome e senza storia, aveva scelto Marianna a cui raccontare la sua storia e davanti cui scartare delicatamente il suo dolore.

L’innata raffinatezza dei suoi modi di fare, del suo Italiano, del suo tono di voce mi hanno fatto immaginare la sua estrazione sociale, probabilmente elevata.

In un’anonima sera di settembre, nella periferia torinese, mio luogo di nascita, ero li` con due pesanti borse della spesa e con davanti a me una donna che sanguinava di dolore, con un disperato bisogno di parlare.

La lasciai parlare, ascoltandola con calore umano. La sua sofferenza era reale. Avevo compreso il suo bisogno.

Parole di solitudine, le sue. Di preoccupazione per una figlia giovane e ricoverata, quel giorno, in psichiatria, dopo aver iniziato a rifiutare categoricamente di cibarsi.

Parole amare di un marito inflessibile come un generale e assente, ma solo affezionato al lavoro. Di amiche che prendono e non danno. Dell’affetto che lei, nella sua solitudine, rivolge ad una tartaruga.

Non c’erano superficialità, snobismo, finta frustrazione di chi si lamenta per noia.

In quegli occhi, in quelle parole disperate ho colto i frammenti di un dolore umano.

Lei ogni tanto mi ringraziava perché l`ascoltavo. Mi diceva che il mio volto le aveva fatto capire che ero una persona buona e con cui avrebbe potuto parlare. Poco importava se eravamo due perfette sconosciute. In certi casi la solidarietà umana non ha bisogno di formalità, bon ton o etichette.

Intanto l’autobus era arrivato e vi siamo salite insieme. Più mi parlava e più vedevo dipingersi sul suo dignitoso viso un sorriso lieve.

Iniziò a ringraziarmi profusamente per averle permesso di parlare, di dire, di raccontare, di rinfrancarsi un po’ lo spirito e ritrovare di nuovo il sorriso.

 “Hai anche un bel nome, Marianna. Sei forse un angelo”.

Mi ha detto scendendo dall’autobus.

Ma io non sono un angelo. Sono solo una persona che ha compreso.

Ci siamo strette la mano, abbracciate e poi lei è sparita nel buio, salutandomi ancora una volta e dicendomi della sua speranza di incontrarmi di nuovo un giorno.

Angela, il suo nome.

 

Acquose pennellate di un chiaroscuro dell’anima

Piccole cose belle

Piccole cose belle

Ricordo, con singolare nitidezza, la sensazione che mi accolse e mi accompagnò, in un soleggiato pomeriggio d’autunno, durante una mia passeggiata pigra e rilassante nei giardini del 明治神宮 Meiji-jinguu, a Tokyo. Inutile soffermarsi sui mille dettagli che attirarono la mia attenzione per la loro squisitezza: odori, sensazioni, forme e suoni.

Tutto intorno a me attraversava i filtri delle mie percezioni lasciando sempre un senso di malinconica felicità.

Un punto del vasto giardino che circonda l’antico edificio mi colpì.

Non vi era nulla in quel punto, se non un’aggraziata recinzione di legno e dell’erbetta curata.

Rimasi però affascinata da quell’angolo dove giocavano i raggi di un sole del tardo pomeriggio con i primi segni delle tenebre del tramonto. Era il contrasto fra luce e ombra, in quell’angolo solitario che mi dava l’impressione di essere triste e al contempo serena.

Da qualche parte, nella vasta scia punteggiata dalla miriade di cose perse, lasciate volutamente, sottrattemi oppure semplicemente dimenticate distrattamente chissà dove, vi sono alcune foto che scattai nel goffo e maldestro tentativo di catturare la sensazione provata.

Ma penso sia meglio non ritrovarle perché, le ricordo bene, non mostravano nulla se non un solitario appezzamento di terra in un pomeriggio qualunque.

La macchina fotografica, specie se usata da mani inesperte come le mie, non agirà mai da specchio alle sensazioni ricevute dal cuore. Anzi. Farà da secchio colmo d’acqua gelida che, versato su quelle emozioni non facilmente articolabili, ne spazzerà via ogni traccia.

E in una tranquilla e semplice sera d’autunno torinese, in una biblioteca di periferia circondata dall’oscurità di un muro fatto di alberi e case forse anonime, ho trovato sugli scaffali ben ordinati la versione italiana di 陰影礼賛 In-ei raisan, letteralmente sarebbe “L’elogio dell’ombra” di Tanizaki Jun’ichiroo.

Non amo particolarmente Tanizaki per vari motivi. La sua è una scrittura che porta il lettore ad esplorare confini della mente e dell’etica che io non voglio esplorare e che preferisco evitare. La sua scrittura mi trasmette angoscia e malessere.

Ma In-ei raisan è in una categoria a sè. Nelle sue pagine c’è poco o nulla del malessere che Tanizaki mi trasmette con le parole.

Leggendo In-ei raisan, a dire il vero, dimentico chi sia l’autore. L’autore diventa una voce senza volto e senza nome i cui pensieri, però, per la maggior parte si trovano allineati con tutto ciò che sento io e che tuttavia era relegato nell’angolo delle sensazioni non articolabili.

Non mi dilungherò sul libro e sul suo contenuto. A questo ci pensano già i vari siti di recensioni, di critica letteraria e via discorrendo.

Va precisato però che In-ei raisan è un tributo all’estetica giapponese e ai suoi canoni apparentemente piu’ volatili agli occhi occidentali.

È l’esaltazione della penombra rispetto alla luce abbagliante che sfalsa, acceca, involgarisce e sottrae, a chi osserva, ogni forma di contemplazione.

Tanizaki ci spiega come le lacche giapponesi, ad esempio, siano state create per luoghi dalla luce fioca perchè solo lì riescono a sfoderare il loro ventaglio di contrasti ebano, vermigli e dorati.

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Agli occhi occidentali una stanza tradizionale giapponese, una 和室 washitsu, appare spoglia e triste, ma in realtà e` tutto fuorchè spoglia.

Sono gli spazi vuoti dove la penombra gioca con sprazzi di luce delicata e scivolata attraverso i pannelli di carta delle porte 障子 shooji a possedere l`aggraziata bellezza che non possiamo – e non potremo – replicare addobbando ad nauseam una stanza con decorazioni e suppellettili cariche di colori e luci.

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Pur risultando a tratti schizzinosamente nazionalista, Tanizaki ci spiega ad esempio l’ineguagliata bellezza della carta giapponese che assorbe lentamente i raggi di luce anzichè respingerli come farebbe quella occidentale.

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L’autore dipinge un’immagine della donna giapponese dei tempi che furono e di come essa condusse sempre una vita riservata dove veniva protetta dagli sguardi estranei. La sua esistenza si srotolava essenzialmente fra le mura di casa, una casa ricca di stanze scure e di giochi tra luce e penombra.
E in quella penombra risaltava il candore della sua pelle, messa ancor più in evidenza dall’antica pratica dell’ o-haguro お歯黒 ossia dell’annerimento voluto dei denti attraverso una soluzione a base di ferro e aceto.
Certo, se cercate immagini di donne con o-haguro vi appariranno strane, strambe, addirittura inquietanti.

Nella cultura occidentale, in generale, il nero non viene associato a qualcosa di positivo. Nero spesso significa sporco, poco chiaro, non comprensibile.

Ma bisogna immergersi, anche se solo per un attimo, nella visione nipponica dell’epoca che vedeva la bellezza nelle lacche scure e in tutto ciò che aveva una laccatura nera.

E i denti, anch’essi laccati di nero, assumevano un grado di fascino e bellezza particolari.

E Tanizaki, a tal proposito, fa una riflessione che colpisce:

“forse erano quelle stesse donne (…) a secernere, dalle dentature annerite e dalle punte dei capelli corvini, le tenebre in cui vivevano.”

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Le luccicanti gemme del quotidiano

曲げワッパ弁当箱 Magewappa-bentoobako

曲げワッパ弁当箱 Magewappa-bentoobako

È passata l’estate.

È arrivata, si è accomodata col suo solito fare allegro e ridanciano, ci ha intrattenuti con un alternarsi di piogge e soli cocenti … e poi si è rialzata pigramente dalla poltrona su cui si era spaparanzata con molta naturalezza.

Ha afferrato il suo foulard bianco, si è rimessa i suoi occhialoni da sole un pò retrò ed è sparita.

Al suo posto, come tutti già sapevamo, è arrivato l’autunno, una stagione sempre poco ben accolta per svariati motivi.

Poco prima che finisse l’estate, in quei giorni in cui però già si’percepivano nell’aria i primi profumi dell’autunno, un mercoledì pomeriggio ho invitato la mia cara amica Dea a condividere con me una sorta di pranzo/merenda, ai Giardini Reali qui a Torino.

Avevo bisogno di sapori, forme, colori e sensazioni giapponesi. Ne sentivo la necessità.

Per l’occasione, ho utilizzato una scatola da bento dalla storia e dai ricordi dolce-amari.

Un 曲げワッパ弁当箱 magewappa-bentoobako dai colori scuri, dall’aria retrò e dal sapore 昭和 Shoowa.

L’avevo acquistato in Giappone qualche tempo prima di andar via. In preparazione al mio viaggio per l’Italia – e che si sarebbe poi rivelato definitivo, solo che ancora non lo sapevo – decisi di portarmi in valigia questo magewappa e un altro bento tradizionale acquistato dallo stesso artigiano.
L’intenzione era quella – e sorrido ripensando alla mia ingenuità di allora – di preparare un bento da condividere magari con mia mamma o qualcuno di caro in un bel parco torinese come può esserlo quello del Valentino.

Tutto il resto è storia, ma nel dolore del tutto i due bento se ne rimasero chiusi prima in valigie e poi in cassetti senza mai e poi mai avere il piacere di svolgere la loro funzione. Anzi. Erano una rappresentazione tangibile del mio dolore, della mia sofferenza e per questo motivo non riuscivo a trovare il coraggio di godermeli come avevo tanto sperato in quel mio lontano pomeriggio in Giappone quando, vedendo questi due bento, rimasi ammaliata dalla loro bellezza retrò che racchiudeva molto semplicemente tutta la sobria eleganza tradizionale del Sol Levante che sento così mia.

Insomma, l’idea di invitare Dea a fare una bento-merenda con me ai Giardini Reali era l’occasione giusta per rafforzare la nostra già bella amicizia e per liberarsi dalle ragnatele che si formano sulle cose che releghiamo in angoli dimenticati di vecchi dolori.

Quel bento era stato scelto dal mio cuore per essere usato, apprezzato, vissuto ed era quindi giusto che così fosse.

Nel cuore, nello spirito e nel corpo sono guarita. Ho una vita nuova, piena di gioia e di soddisfazioni. Un cuore ricolmo d’amore più che mai e più di prima, una cerchia strettissima ma selezionata di amicizie preziose e altri tesori.

Quindi sì, era proprio ora di tirare fuori quel bento dalla sua scatola di cartone bianca e rossa pinzata con grossi punti di rame e scartarlo dal suo involucro di carta quasi velina che fino a quel momento lo aveva custodito amorevolmente.

Il bento pronto, poco prima di uscire di casa:RIMG1392

Nel ripiano di sinistra: veg-burger, tamagoyaki, un coniglietto di peperone giallo, olive e pomodorini.
Nel ripiano di destra: due onigiri (uno spolverizzato con 塩こしょう shio-koshoo o sale e pepe giapponese e ripieno di pasta di umeboshi; l’altro abbellito da una fogliolina di basilico e ripieno di おかか okakao katsuobushi mischiato a salsa di soia), pomodorini e qualche uvetta.

Assieme ai bento relegati nel dimenticatoio del dolore, vi erano anche questi picks a forma di 簪 kanzashi:

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Ed eccoli all’opera:

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Seduta su una panchina verde mentre un cielo si velava dietro spesse coltri di nubi grigiastre, ero felice di poter assaporare questo piccolo pasto con Dea e di poter finalmente gioire della semplice ma preziosa gioia di un bento amorevolmente preparato e condiviso.

E di poter chiudere un ennesimo cerchio.

Mentre quel cielo si nascondeva dietro le pesanti nuvole pregne di un acquazzone mai arrivato, i sapori erano puliti, chiari, limpidi e parlavano della genuinità delle cose.

Per strada si perdono amori, amicizie, luoghi e oggetti, ma si acquisisce di nuovo tutto. Non si perde nulla, si cambia solo. O meglio: si perde ciò che ci appesantisce e ci insozza e si acquisisce ciò che fa emergere il meglio che è in ognuno di noi.

Da Dea, amica cara e a me realmente preziosa, ho ricevuto doni dal suo viaggio a Saint Tropez, tra cui questo 煎茶 sencha:

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Questo panno morbido ed una saponetta ai fiori d’arancio.

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Lo stesso giorno in cui ho ricevuto questi doni da Dea, tornando a casa e respirando a pieni polmoni i forti raggi di un sole pomeridiano di fine estate, ho deciso di fermarmi in un negozio di alimentari naturali. Sono quei posti dove amo perdermi nell’ammirare le mille varietà di spezie, di cereali, di sciroppi e burri. Sono quei posti che sembrano infondere mille e uno buoni propositi per un’alimentazione migliore, più bilanciata e più incentrata sulla qualità e sulla preziosità del momento anziché sulla quantità, la moda o altri criteri poco saggi.

Tra le corsie disordinate ma rassicuranti nel loro caos, ho trovato questo libretto di poche pagine ma così carino e dolce da non poterlo ignorare:

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Al suo interno vi sono ricette semplici e sane che dovrebbero poter essere preparate anche da bambini (sotto naturalmente la supervisione di un adulto) e che dovrebbero, al contempo, soddisfare la voglia che i bimbi hanno di dolci o cose un pò pasticciate.

Insomma, la filosofia del libretto è: ogni tanto dolci e cose pasticciate si possono concedere ai piccoli, ma limitando il più possibile il consumo di ingredienti raffinati, non biologici, ecc.

Pur non avendo figli, questo piccolo ricettario mi è piaciuto per le sue illustrazioni innocenti e rassicuranti, per i suoi testi amorevolmente autoritari e che sono un po’ come sentir parlare un genitore. Anche le sue ricette – che non so se o quando realizzerò – ma che per ora soddisfano il mio cuore.

Le gemme luccicanti del quotidiano sono tante e sono nella vita di tutti. Basta solo cercarle.

Vedo ogni giorno tanti volti cupi e musoni che spesso riescono, nella peggior delle ipotesi, a trasmettere e magari contagiare il proprio stato d’animo anche a chi solo li osserva.

In questi anni di esperienze, alcune meravigliose e altre laceranti, ho imparato a ritrovare la gioia anche nelle cose scontate.
Il pensiero, ad esempio, di fare due passi, di ammirare delle foglie che cadono da un albero, di sentire il profumo di caffè fuoriuscire da un bar, di scambiare due parole con un’amica, di fare un regalo a qualcuno riesce a rinfrancarmi.

Quando devo dare lezioni mi capita, abbastanza frequentemente, di andare in un quartiere della città dove è concentrato un alto numero di famiglie poco abbienti o in grosse difficoltà economiche.

Provenendo io stessa da una famiglia povera e avendo vissuto per buona parte della mia vita con lo spettro dello stento – tranne che per un periodo relativamente breve dove ho potuto assaggiare il sapore di una vita benestante e sgombra dalle preoccupazioni del come arrivare a fine mese – riesco immediatamente a percepire certe sensazioni e a solidarizzare con esse.

Ero in questo quartiere proprio l’altro giorno. Entrando in uno di questi palazzi, ho rallentato un pò il passo volutamente.

Il palazzo, vecchio e un pò malconcio, non attrae sguardi e non tenta i cuori di nessuno. Eppure, varcandone la sua soglia consunta, ci si trova in un microcosmo traboccante di emozioni.

Davanti a me un modesto cortiletto che – come spesso accade in stabili come questi – ospita da un lato la parte gioco per i bimbi del condominio e dall’altra garage e piccole officine o laboratori.

Una bella bambina, sugli otto o dieci anni, con lunghi capelli ricci scuri e raccolti in una ordinata coda, faceva le bolle di sapone.

Bolle brillanti che, con un pò di iniziale incertezza, si libravano in volo sfoggiando una superficie cangiante e sempre diversa. Vicino a lei, un bimbo più piccolo. Chissà, forse suo fratello.

Ho osservato per pochi istanti mentre a passo non svelto mi dirigevo verso le scale.

Quelle scale di pietra lisa e percorsa da milioni di passi. Nell’aria il profumo rassicurante e fiero del sapone di Marsiglia. Qualche raggio del sole pomeridiano arrivava un pò di qua e un pò di là, mentre io avanzavo.

Su ogni pianerottolo due appartamenti e ogni appartamento una porta.

Molte di queste famiglie, perlopiù straniere, sembrano essere numerose a giudicare dal vociare a volte allegro altre volte lamentoso di bambini di varie età.

Alcune di queste porte rimanevano spalancate ma davanti cui, per rispetto, mi voltavo per non infrangere coi miei occhi le loro case.

Da ognuna di queste case arrivavano gli odori della quotidianità: cibi che qualcuno stava preparando; l’odore della biancheria appena lavata; la fragranza di un caffè; l’odore della vita che si vive giorno per giorno.

Gli odori erano accompagnati dai suoni della vita semplice di famiglia: il tintinnio di posate e stoviglie; l’apertura e chiusura di cassetti; il clac-clac di zoccoli e tacchetti; il gracchiare di radio oppure di qualche programma televisivo; il vociare a volte vivace di discussioni condotte spesso in lingue a me incomprensibili.

Da una di queste case è spuntata una bambina che, dal pianerottolo, ha alzato gli occhi per guardarmi e con la spontaneità e sincerità dei bimbi mi ha salutata con un brillante “Ciao!” accompagnato dal gesto della sua manina.

Naturalmente ho risposto con grande piacere al suo saluto, ricambiandolo prontamente e sorridendole mentre, gradino dopo gradino e con un pò di fiatone, ero quasi arrivata a destinazione.

È bastato entrare nel portone di un palazzo qualunque, di una zona qualunque della periferia torinese spesso intrisa di grigiore e scoraggianti prospettive, per uscirne col cuore gonfio di contentezza.

E ieri, da Monica, mia cara amica, ho ricevuto questa delizia: una marmellata giapponese di fichi prodotta nella città di 尾道市 Onomichi-shi nella prefettura di 広島 Hiroshima.

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Piccole cose belle

Limpidi mondi di un tempo che fu

Limpidi mondi di un tempo che fu

Mi è capitato, tra ieri ed oggi, d’immergermi in piccoli e limpidi mondi fatti di immagini semplici; di parole un po’ antiquate ma dolci come la carezza dalle mani di una mamma; di descrizioni composte e pulite, ma non per questo inamidate.

Mi è capitato, tra ieri ed oggi, di riscoprire un’infinitesima parte di quella letteratura per ragazzi che, forse e con sommo rammarico, sta scivolando suo malgrado in un oblio dove vengono relegate tutte quelle cose considerate ormai superate, démodé, meritevoli di un armadio e qualche bella pallina di naftalina.

Ad allietarmi e ad immalinconirmi anche un po’, il celebre Giornalino di Gian Burrasca di Vamba e un’opera decisamente più oscura della prima, ma non per questo minore in bellezza: Tre Monelli e un Teatrino di Manlio Mora.

Il motore di ricerca più famoso al mondo mi restituisce poche e scarne notizie su questo Mora.

Pare fosse originario di Parma, un poeta e addirittura un generale del Regio Esercito durante la seconda guerra mondiale.

Esistono ancora alcune copie dei suoi vecchi libri, soprattutto in sale di consultazione oppure attraverso antiquari o semplici rigattieri.

Senza farlo minimamente apposta, i due libri – venuti in mio possesso in due momenti temporalmente ed emotivamente lontani fra loro – raccontano entrambi, seppur con impostazioni differenti, le avventure di bimbi monelli e delle loro innumerevoli marachelle.

Vamba ci narra le rocambolesche avventure di Giannino Stoppana, detto Gian Burrasca, un bimbo dei primi nel Novecento che, combinandone davvero di tutti i colori, ci regala uno scorcio unico di vita in una famiglia toscana nobile di quegli anni.

Mora, invece, ci racconta le avventure di due piccoli monelli, due fratelli di nome Mario ed Enzo e della loro sorellina Dirce, appartenenti ad una povera famiglia dove i lussi erano ben pochi e dove bastava un’umile crosta di formaggio a far venire l’acquolina in bocca a questi umili bimbi.

A coloro che hanno la pazienza di rispolverare le letture dei ragazzi di un tempo, la ricompensa che trovano è quella di un linguaggio garbato, pulito, d’altri tempi ma non per questo noioso.

Vi sembrerà di affondare leggermente la testa in un mondo scomparso, dove ci si dava normalmente del Voi e dove – complice forse l’innegabile fascino di tutte le cose che sono state e non sono più – tutto sembrava infinitamente più genuino, sincero, cristallino e umano.

Le marachelle di Gian Burrasca nascono quasi sempre, infatti, dal desiderio in realtà di fare un favore, di facilitare qualcosa a qualcuno. Come quando, all’arrivo improvviso e inaspettato in casa Stoppani della vecchia zia Bettina, le sorelle del monello Giannino si sentirono enormemente infastidite perché sapevano che questa visita non attesa (e non gradita) avrebbe messo a rischio la riuscita della loro festa.
Gian Burrasca, allora, con cuore innocente decide di riportare all’anziana zia i commenti poco lusinghieri che le sue nipoti le hanno rivolto a sua insaputa. Così facendo, il monellino pensa ingenuamente di risolvere la situazione salvando capra e cavoli, ignaro ovviamente delle mille e disastrose conseguenze.

Un’indole decisamente più birichina anima invece le birbanterie di Mario ed Enzo che spesso si divertono a combinarle grosse semplicemente per il gusto di farsi un gran bella risata. Un pò come quando, nella bottega di Mastro Cesare, il loro padre falegname, decisero di versare della colla sopra una sedia su cui si stava per accomodare un uomo anziano e cliente del papà.

Vi lascio immaginare il resto della scena.

Curiosando nei mercati di cose vecchie, come può essere il nostro celebre Balon qui a Torino, oppure negli oramai numerosi negozi dell’usato che popolano le nostre città, vi può capitare facilmente di trovare molte opere risalenti ai primi anni del Novecento. Libri spesso di autori oscuri oppure eclissatisi dopo forse un breve periodo di gloria a noi troppo distante per poter rievocare un ricordo.

Ma sta proprio in questo il fascino. Il numero di autori viventi o defunti che abbiano pubblicato anche solo una parola è talmente grande da non poter forse essere quantificato. E quindi perché mai dovremmo soffermarci testardamente sui pochi e blasonati nomi riveriti da questa o quella persona? Chi ci dice che nei tanti libri di scrittori meno conosciuti o addirittura anonimi non possano celarsi delle piccole meraviglie, dei piccoli mondi vellutati, delle piccole cose belle?

Testimonianze autentiche di un passato, spesso ammonticchiate in polverose casse dove per ogni pezzo bastano pochi spiccioli.

Sempre dalla mia cara amica Dea, ho ricevuto il dono di parole sentite e bellissime.

Da lei ho ricevuto questa collezione di sue poesie che hanno la delicatezza di un giglio e la bellezza di un velo di seta sospinto da uno sbuffo di vento.

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In passato mi sono stati regalati libri di poesie, in varie occasioni, ma poche volte ho provato la sensazione sentita nel ricevere e poi nel leggere le parole di questi componimenti.
Sono stata trasportata, con forza, in una dimensione però delicata fatta solo di sentimenti che dall’anima vengono convogliati attraverso una penna ed il suo inchiostro.

Sono emozioni che prendono la forma di stille d’inchiostro su fogli di carta leggermente ruvidi.

Chiederò a Dea il permesso di riportare alcune delle sue poesie che ho apprezzato particolarmente affinché possiate leggerle anche voi.

Le piccole cose belle continuano nonostante tutto. Certo, perché noi non cessiamo di esistere anche quando si fa buio e a volte si ha paura.

Negli ultimi mesi la mia vita si è arricchita spiritualmente in maniera molto speciale e preziosa. Un giorno, forse, ve ne parlerò. Ma non ora.
E la mia vita adesso, ricca ora anche sentimentalmente, è rifiorita… come un campo che, inaridito da un caparbio sole, riceve acqua che lo rigenera reidratando le sue vene e il suo essere.

Negli ultimi due mesi o tre, però, la mia vita è stata un po’ come una mongolfiera che salendo sempre più su ha dovuto, a un certo punto, liberarsi di pesi, di zavorre. In realtà, a volte le zavorre si liberano da sole senza che sia tu a volerlo.

Ed è esattamente ciò che mi è successo.

Avevo un’amica a cui volevo molto bene. La stimavo particolarmente. Era una persona che ritenevo, senza ipocrisie, una delle migliori che avessero mai incrociato il mio scombussolato cammino di vita.
Era davvero un piccolo diamante. O così sembrava.

Ho il difetto, il grande, enorme difetto di sopravvalutare sempre le persone anche quando l’istinto mi dice che in realtà vi è qualcosa di bizzarro, di strano, di non del tutto chiaro.
Testardamente ignoro i campanellini d’avvertimento, considerandoli meri pregiudizi sciocchi.

Quei campanellini mi avevano avvisata in più occasioni, ma io ho sempre scelto di non prestar loro alcuna attenzione reputandoli fasulli o fuorvianti.

Ma le cose hanno un perché e anche le sensazioni.

Questa persona non mi era amica. Non lo era affatto.

Ma pazienza. Ha scelto di eliminarmi dalla sua vita come si fa con un vestito smesso, sparendo veramente dall’oggi al domani e negandomi addirittura la basilare ed elementare possibilità di un confronto dove, le persone mature di solito, si dicono sul muso quello che hanno in petto anziché scivolar via vigliaccamente nei meandri del quotidiano e del tempo che scorre.

Di vigliaccherie ve ne sono state già a sufficienza nella mia vita negli ultimi anni e quindi riceverne di nuove, soprattutto da chi si professava molto corretta e capace nella gestione del tempo e mille altre cose, lascia amareggiati e un po’ (tanto) sfiduciati.

Incassato il colpo ed ingoiatane l’amarezza, mi sono rialzata – anche se con meno fiducia nei confronti dell’amicizia – riprendendo il mio cammino.

Vi è sempre qualcosa di più bello dopo.

Leggete cosa scrisse Mora negli anni Trenta, nel libro Tre Monelli e un Teatrino:

(…)Non bisogna dimenticare, del resto, che l’idea informativa del bello e del brutto, nelle cose di questo mondo, il più delle volte non è che una manifestazione di soggettività determinata dalle condizioni di spirito colle quali le cose stesse vengono, ad un dato momento, osservate o sentite. La naturale, istintiva filosofia dei piccoli, aveva portato Mario – ad esempio – a tale grado di sensibilità, da non sentirsi veramente felice se non quando suo padre era in collera con lui, perchè – l’esperienza glielo aveva insegnato – sapeva che così non poteva durare molto a lungo: il maltempo, presto o tardi, la cede al suo rovescio: il sereno.

In questa foto, invece, si riassumono tre concetti:

  • Il desiderio, realizzabile chissà quando, di scrivere un libro. Motivo per cui acquistai quel quadernetto dalla copertina decorata in omaggio di antiche lacche giapponesi che ornavano vecchi 重箱 juubako di un tempo…con la speranza di riempirne le pagine con idee.
  • La signora di Malacca, di Francis de Croisset: un romanzo acquistato in un negozio di libri usati. Mi attirava il suo titolo attorno cui, nella mia testa, iniziai a costruire mille storie.
  • Un vecchissimo libro di cultura giapponese, in giapponese, regalatomi dalla mia amica Monica di ritorno da un suo viaggio nel Sol Levante.

Tre piccole cose belle.

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Tante piccole cose belle.

Come questo testo raro dedicato alle prime generazioni di sino-americani e scovato, una sera per caso, da Mercurio in Via Po.

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Oppure queste riviste giapponesi, di decenni fa, dedicate all’origami e trovate sulla caotica bancarella di alcuni signori, al Balon di Torino.

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Piccole cose belle come questo ストラップ sutorappu (pendaglio giapponese per cellulari o borse) ricevuto dalla mia amata amica Saku e su cui compaiono gli hiragana del mio nome:

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Le perdite non sono mai vane. Tutto ha sempre – sempre – un suo perché anche se a volte non lo si comprende subito.

Ma ad ogni perdita segue un una gioia sempre più grande del dolore che l’ha preceduta.

Coltre fatata, un torii a Torino e un ricordo

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La coltre fatata

Satsuki.

五月 il quinto mese
皐月 il mese dell’azalea

Questo è uno degli antichi nomi giapponesi del mese di maggio.

Scrivo di Torino perchè, oltre ad essere la mia città di nascita, è la città in cui mi ritrovo ora.

Torino, come tutte le città natali, ha quel qualcosa di rincuorante e di scorante al tempo stesso.

Tornare a casa è ritrovarsi e rivivere, ma al contempo è anche lasciarsi alle spalle l’avventura, rimettere i piedi a terra e la testa a posto.

A me Torino ha sempre fatto questo effetto.

Con un aereo che atterra all’aeroporto di Caselle oppure un treno che, chilometro dopo chilometro su pesanti binari, ritorna a Torino buttandosi fra le braccia della stazione di Porta Nuova, beh… la sensazione è sempre quella.

L’emozione e il sollievo di essere di nuovo a casa misti a un’incontenibile nostalgia per quel che è stato.

C’è quel momento in cui si vorrebbe far dietro-front e correre di nuovo via.

Eppure no. La balsamica sensazione di ritorno a casa ci attira verso sè con la forza di un magnete, ma qualcosa dentro il proprio cuore inguaribilmente viaggiatore non si placa e forse mai si placherà.

Torino in questi giorni è avvolta in una morbida nuvola di polline, una dolce e carezzevole copertina di mille fiocchi volanti che si perdono nell’infinità dell’aria, scivolando sulle superfici di fiumi e pozzanghere, posandosi per terra e lasciandosi intrappolare dai fili d’erba.

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Passeggiando non distante da casa mia, con il sole del tardo pomeriggio che fiero illuminava a sprazzi intensi triangoli di asfalto e strisce di vegetazione, mi sono ritrovata accovacciata ad osservare questa soffice carezza bianca, anche se burlona e dispettosa col naso di molti, mentre con grande grazia ricopriva giardini, cigli della strada e ovunque vi fosse un pò d’acqua.

Sembrava una coltre fatata.

Più di un anno fa, passeggiando in solitaria da queste parti, mi capitò di scorgere in lontananza un 鳥居 torii. O almeno, così mi era sembrato.

Ne avevo immediatamente riconosciuto in lontananza la sagoma e il colore.

Talmente impresso nella mia mente fu quel ricordo che dimenticai però dove avessi visto il torii in questione, tanto che girai a lungo tempo dopo nel tentativo di ritrovarlo… invano.

E oggi pomeriggio, mentre ero a spasso e inseguivo la coltre fatata, ecco che da lontano ho rivisto quel torii.

Allora non ricordavo male! Allora non avevo avuto una visione nippo-mistica?!

No. Era un torii vero. Anzi, erano due!

Incredula, mi ci sono avvicinata. Mi è bastato voltarmi per vedere, a poca distanza, il palazzo dove abito.

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Sono rimasta ferma, con dipinta sul mio volto (ne sono certa) un’espressione tra il contento e l’inebetito.

In quel momento però – è comico lo so – ho pensato sì al Giappone naturalmente, ma il primo pensiero è andato al grande torii che accoglie chiunque entri nella base militare navale di Atsugi, in Giappone appunto.

Quella era la mia vita prima. Ho avuto il privilegio di vivere il Giappone a trecentosessanta gradi e con in più la mia presenza attiva all’interno della comunità militare, soprattutto quella navale, sia statunitense che nipponica.

Quel torii grande a pochi passi dall’entrata della base era stato messo lì per stupire i nuovi occhi occidentali che, di quel posto, avevano il loro primo assaggio di Sol Levante.

Era messo lì per affascinare e non si preoccupava minimamente di essere decontestualizzato. Era lì per compiere una missione: era un biglietto da visita tanto ammirevole inizialmente quanto scialbo col tempo.

Un po’ come lo erano i kimono appesi scioccamente alle pareti del Navy Lodge, l’albergo che ospita i militari e le famiglie.

Ricordo ancora la risata di Sakura quando, vedendo quel torii in mezzo alla rotonda, mi chiese cosa ci facesse un cancello sacro shintoista proprio in quel punto.

Le dissi che era lì per bellezza, per figura, per fare. E in effetti era così.

Lei mi guardò con occhi stupiti. Come poteva un torii essere usato per bellezza?

Nello shintoismo, il torii indica la presenza di un santuario. Anzi, simboleggia il punto di transizione tra la vita terrena e profana e il mondo divino.

Con alle spalle il mondo terreno, al di là di un torii dunque troviamo solitamente un santuario, un luogo considerato sacro da chi pratica il buddismo e lo shintoismo.

Ma nella rotonda principale di 厚木基地 Atsugi-kichi, al di là di quel lucidissimo torii laccato di rosso, c’è una strada che di sacro ha poco o nulla. È una strada che si addentra nel cuore della base e conduce a posti che di spirituale – temo – hanno molto poco.

Capii subito, quindi, lo sguardo stupito e la risata non così sommessa di Saku-chan.

Il torii di oggi pomeriggio fece riaffiorare alla mente questo ricordo perchè in fondo svolge la stessa funzione decontestualizzata del collega nella rotonda di Atsugi-kichi.

Anche se…anche se forse un briciolo di sacralità probabilmente tenta di proteggerla. I torii torinesi sono, infatti, davanti all’ingresso di una famosa scuola di arti marziali.

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Mi è capitato, di recente, di vedere le scene di apertura del film Emperor, diretto da Peter Webber, con nel cast Matthew Fox e Tommy Lee Jones, l’amatissimo dai giapponesi e di rivedere, proprio in quelle scene, i luoghi a me famigliari del Giappone e di Atsugi-kichi, un luogo – quest’ultimo – un po’ sospeso fra due mondi. È un Giappone non Giappone.

Ho avuto un tuffo al cuore e nella mia mente sono ritornati milioni di ricordi e di pensieri, travolgendomi con la forza bruta di uno tsunami.

Cerchi di esistenza

bivio

Voglio scrivere di un pomeriggio, un pomeriggio che in realtà era come tutti quelli che lo hanno preceduto e quelli che lo hanno seguito.

Anche quella volta il giorno diede il cambio all’oscurità, il sole alla luna, le strade vive di vita alle strade solitarie della notte.

Il quotidiano faceva il suo dovere e ogni cosa, nel bene e nel male, era al suo posto.

Ma credo che dentro di me quel giorno ci fosse una desolazione simile a quella del deserto del Nevada che, per migliaia di miglia, accompagna il viaggiatore inizialmente ammaliato ma poi inesorabilmente tediato dal susseguirsi senza fine di sterpaglia.

Credo che quel giorno le mie gambe si muovessero per abitudine e non tanto perchè ci fosse bisogno di muoversi.

Non penso che quel pomeriggio rappresenti l’apice del mio dolore, ma certamente potrebbe pretendere il secondo posto sul podio.

Era il periodo in cui pensavo di aver perso tutto. Penso che se mi fossi vista dall’esterno avrei probabilmente gridato dallo sgomento nel realizzare che quel guscio con occhi, bocca, gambe, braccia aveva solo una mia parvenza ma non ero io di certo.

Ero sola in una casa che scelgo di non ricordare. Ero circondata a trecentosessanta gradi da un odore fastidioso di cose vecchie e maltrattate, di un fumo che non mi apparteneva, di stantio, di oggetti pregni di pianto, di ricordi pesanti, di parole malvagie.

Ero in una casa che, per alcuni bui e tetri istanti, ho quasi sperato diventasse la mia tomba.

Era stato teatro del mio baratro, del mio smarrimento fisico e mentale, di una mia tentata capitolazione che però non è avvenuta perché il desiderio di vita – la sopravvivenza a ogni costo – riesce ad avere la meglio anche quando l’abisso ha perso le sue tonalità verdi-blu per vestirsi di viola-nero.

Il dolore dentro di me viaggiava sulle ali di quello stesso vento che soffia sulla sterpaglia dell’interminabile Interstate 15 che unisce in un lungo abbraccio di cemento la California e il Nevada, fermandosi solo in presenza di qualche forma di vita.

Ma il dolore più era intenso e più ardui e patetici diventavano tutti i tentativi di vocalizzazione.

Avevo male e non sapevo dove trovare conforto. Mi sono sentita così sola e così sconfitta che qualunque direzione sarebbe andata bene. Era come trovarsi a un bivio su cui svetta un palo con appiccicati centomila cartelli con frecce che indicano un’infinità di destinazioni.

Ma io non sapevo dove andare e nemmeno m’importava, a dirla tutta.

Ancora non cercavo Dio, anche se come tutti gli esseri umani quando si trovano ad attraversare la strada del dolore, anch’io Lo avevo implorato affinchè ponesse fine a quel tormento.

Fu così che – non so nemmeno io nè perchè nè come – decisi di lavarmi la faccia, raccogliere i miei capelli disordinati in una coda frettolosa ma severa ed educatrice, mettermi le scarpe, infilarmi una giacca e uscire da quella casa che penso gioisse nel vedermi affondare.

Con quella porta scura e ammaccata chiusa alle spalle, mi sembrava di potercela di nuovo fare.

Iniziai a camminare, senza avere una meta. Credo di aver vagato per un lasso di tempo non facilmente quantificabile, ma poco importava.

Ero in un quartiere realmente anonimo, privo delle gradevolezze visive e delle coccole artistiche che adornano in genere i centri storici italiani. I miei occhi non sapevano a cosa appigliarsi, se non alle facciate scialbe di edifici incolori e malinconiche insegne al neon che sembrano comici intenti a intrattenere un pubblico inesistente.

Forse inconsciamente o forse no, arrivai ad una libreria di cui conoscevo l’esistenza ma che – fino a quel pomeriggio uguale a tanti altri – non avevo mai visitato.

Era la libreria Mondadori di Via Digione 23, a Torino.

Vi entrai trafelata e disorientata.

Iniziai a osservare famelica i titoli esposti, senza sapere cosa stessi cercando perchè non cercavo nulla in particolare.

Ero lì perchè soffrivo e in quel momento quella libreria mi sembrò un’oasi, un punto di ristoro spirituale, una sorgente dissetante e terapeutica.

Ho un ricordo sfocato del tempo trascorso dentro la libreria, ma ricordo chiaramente invece di esserne uscita con in mano un libricino intitolato “Lo zen del gatto” di Ludovica Scarpa. Lo vedete in un paio di foto qui, in questo mio articoletto dell’anno scorso.

Quel libricino, con le sue delicate parole e dolci illustrazioni, fu come un abbraccio in un pomeriggio in cui dentro di me sanguinavo a profusione mentre, tutto intorno, il mondo procedeva coi suoi soliti e inesorabili passi.

Sapete, Torino era un tempo la città italiana che vantava il maggior numero di case editrici e di librerie. Adesso le cose sono un pò cambiate (in peggio), ma gli angoli di carta sono ancora molti.

Tanti. Tantissimi.

Eppure, eppure…quando una coincidenza deve accadere lo fa senza tanti scrupoli e nemmeno tante moine.

Quando ho scoperto, infatti, che la presentazione del libro Tokyo Orizzontale di Laura Imai Messina  sarebbe stata tenuta proprio lì io, beh, ho sentito una stretta stritolante al cuore.

La presentazione era oggi.

E io, in quella libreria, non ci ero più tornata da quel lontano e normalissimo pomeriggio.

Ma non potevo mancare.

Del lavoro e una pioggia testarda mi hanno portata all’evento quando questo ormai era finito, ma sono riuscita ad andare a conoscere Laura, scambiare con lei due parole, acquistare il suo libro su cui mi ha lasciato una dedica non casuale e che poi forse vi riporterò.

Mi sentivo disorientata, ma con nel cuore una fiammella confortante.

Le parole di Laura sono state benefiche, dolci e non scelte a caso. Erano lì per me.

Quando poi ha consigliato ai presenti il mio blog dicendo che sono una persona molto giapponese, avevo il cuore che batteva forte ma al contempo mi sentivo serena.

Un paio di foto, un saluto di congedo che avrei voluto rimandare, e via di nuovo per le strade scure di quell’anonimo quartiere torinese, bagnato da una pioggia capricciosa e inconcludente.

Ma prima di andarmene, mi sono guardata intorno e ho immaginato di rivedere la Marianna di quel pomeriggio qualunque mentre, con la sterpaglia desolante nel cuore, cerca conforto in un mondo di carta e parole.

Oggi, in quella libreria, ho chiuso un mio cerchio.

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