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Le parole di Sho – Ultima parte

Le scuole sono iniziate e l’autunno, col suo fogliame decadente e il suo odore di legna che arde nell’aria, è ormai a un passo da noi.

Come promesso, ecco l’ultima parte del mio racconto: Le parole di Sho. Per chi non avesse letto le prime due, ecco qui la prima parte e la seconda.

Aspetto le vostre impressioni, i vostri pensieri. Lasciatemi un commento.

Buona lettura.

Yuko

Era seduta lì, su quella panchina di granito, nella quiete del santuario Iseyama Kotai di Yokohama da circa mezz’ora. Sulle ginocchia aveva un sacchetto di carta viola dai manici di corda. Lei se ne stava lì, con la schiena dritta e le mani delicatamente appoggiate sul sacchetto. 

Con lo sguardo accarezzava dolcemente gli alberi lì intorno e ogni tanto chiudeva gli occhi, inspirava profondamente e poi espirava con lentezza.  

Era lì, Yuko. Coi suoi capelli neri a caschetto e una piccola molletta azzurra con cui teneva all’indietro un ciuffetto ribelle. Indossava un abito di lino grigio chiaro lungo a quadri e al collo una sciarpa di seta di un pallido verde celadon. 

Ai piedi, le sue amate scarpette basse nere.

Vicino a sé, sulla panchina, una bottiglia trasparente di tè verde da cui ogni tanto beveva qualche sorso per poi subito asciugarsi le labbra con una salvietta di cotone, prima di riavvitare il tappo. 

Le visite in ospedale sarebbero riprese intorno alle 14. Mancava ancora un’oretta. Aveva tutto il tempo per stare ancora un po’ lì, nei suoi pensieri, in quel luogo calmo e amato. Era lo stesso santuario dove veniva con sua madre, da bambina. 

La madre non era molto religiosa ma le piaceva questo posto perché lo definiva il suo balsamico rifugio dai tormenti della quotidianità. Nei momenti di maggior tensione in casa, la madre invariabilmente trovava il modo per ritagliarsi almeno un’ora da trascorrere in solitaria al santuario di Iseyama Kotai. 

Ogni tanto si portava anche la piccola Yuko: le spazzolava i capelli, le metteva le sue scarpette preferite, un cappottino quando faceva freddo, la prendeva per mano e insieme percorrevano la strada fino al santuario. 

Una volta arrivate ai piedi della lunga scalinata di pietra che conduce al torii di legno non verniciato, la madre si voltava verso Yuko e – sorridendole – le chiedeva sempre di ricordarsi di lei ogni volta che avrebbe fatto ritorno qui da grande. 

E Yuko avrebbe fatto la stessa cosa con Akane la quale, infatti, come la madre e la nonna, era abituata a venire qui quando il male di vivere si faceva intollerabile. 

La madre di Yuko non c’era più da tempo, ormai, ma il ricordo di lei era sempre vivido. Soprattutto a Iseyama Kotai. 

A Yuko ogni volta sembrava di rivedere sua madre mentre si sedeva sulla panchina, proprio come faceva lei ora. Anche la madre se ne stava in silenzio a respirare quell’aria che pareva più pulita e a gioire del canto degli uccellini. 

Dopo un po’ guardò l’orologio e vide che mancava mezz’ora alle due. Si alzò e con una mano teneva il sacchetto di carta viola e con l’altra si aggiustò un po’ il vestito. Prese la sua bottiglia di tè e la infilò in un angolo della sua borsetta. 

L’ora delle visite

Nel frattempo, Sho si era addormentato. Il telefono era ancora per terra dov’era finito dopo il messaggio di Hiroshi. Rimase scosso da quelle parole e si sentiva responsabile di tante piccole sofferenze che aveva causato alle persone intorno a lui. 

Signor Sho! Signor Sho! Si svegli, su! – lo incalzò Ueda scuotendogli leggermente la spalla e ricordandogli che di lì a poco sarebbero ricominciate le visite. 

Prima le è caduto questo. – disse porgendo a Sho il telefono che  miracolosamente non si era rotto, nonostante avesse preso un colpo piuttosto secco cadendo sul pavimento. 

Sho si svegliò di soprassalto, afferrò il telefono e con un gesto brusco fece segno a Ueda di allontanarsi. 

Allora è vero che il significato di comandante le calza a pennello! Pur senza parlare riesce ad essere scorbutico e antipatico. Ma è sicuro che il carattere del suo nome non sia quello di malattia o supplizio? – commentò sardonicamente Ueda, dirigendosi verso la finestra. 

Lei forse crede che io sia solo un vecchio ficcanaso che non vede l’ora di farsi gli affari suoi. Ma si sbaglia, sa? Capisco perfettamente come si sente. Siamo più simili di quanto creda! Vuole sapere cosa ne pensi? – domandò Ueda voltandosi verso Sho.

In quel momento Sho avrebbe tanto voluto mandarlo all’inferno ma si accontentò di prendere in mano una delle riviste che gli aveva portato Hiroshi e di nascondersi dietro le pagine. 

Beh, anche se fa così glielo dico lo stesso: penso che lei debba rivedere un po’ di cose. La vita a volte accelera i tempi affinché impariamo certe lezioni. – spiegò Ueda con il tono di voce di chi sta rivelando importanti verità. 

Sho decise di chiedere al professor Hasegawa di essere trasferito in un’altra stanza. Non avrebbe retto un giorno di più in compagnia di questo moralizzatore da strapazzo.

Signor Nakamura, c’è una visita per lei! – annunciò la solita infermiera dalla voce squillante e i capelli raccolti in una treccia, affacciandosi brevemente in stanza. 

Sho si sentì ansioso e sollevato al tempo stesso.

Dopo pochi istanti, comparve Yuko. 

Sho sorrise emozionato e cercò di tirarsi su un po’ per potersi sedere. 

Come stai? Come ti senti? Aspetta, ora ti aiuto. – disse Yuko con dolcezza mentre sistemava al marito i cuscini dietro la schiena in modo che potesse sedersi. 

Ci hai fatto prendere un bello spavento, lo sai? Adesso dovrai prenderti più cura della tua salute. – aggiunse la moglie mentre avvicinava la sedia al letto. 

Guarda cosa ti ho portato! – annunciò aprendo il sacchetto di carta viola con i manici a corda. 

E da lì iniziò a tirare fuori della biancheria pulita, tutta meticolosamente piegata. Immediatamente Sho sentì le delicate note dell’ammorbidente Sarasa che usava sempre Yuko. Quello era l’odore della loro biancheria di casa. Era una fragranza leggera che ricordava il profumo di fiori e di limoni. 

Ci sono un paio di pigiami, delle canottiere e dei boxer. Ti ho portato anche delle calze di cotone e un maglione nel caso avessi freddo. – spiegò premurosamente Yuko. 

Sho prese il telefono e iniziò a scrivere alla moglie.

Lo sai che quel pigiama blu scuro non mi piace e mi sta stretto! – scrisse rapidamente Sho facendo segno alla moglie di guardare il testo del messaggio.

Scusami. Ero in ansia oggi quando ho preparato la borsa e ho afferrato le prime cose che ho trovato nel tuo cassetto. Ci sono però gli altri due pigiami. – si giustificò Yuko.

Va bene, non importa. Perdonami ma sono molto teso in queste ore. Vorrei tornare a casa e non so ancora quando questo sarà possibile. Nel frattempo sono costretto a stare rinchiuso qui dentro, in compagnia di quello lì. – rispose Sho nel messaggio.

Non capisco. In compagnia di chi? Di chi parli? Comunque, chiederò al professor Hasegawa di dimetterti presto, non appena avranno finito tutti gli accertamenti. – disse Yuko.

Di quel vecchio che sta lì nel letto. Si chiama Ueda ed è un emerito impiccione rompiscatole. Da quando mi hanno portato qui non fa altro che ficcare il naso nella mia vita. Non lo sopporto. – spiegò Sho il quale avrebbe anche resistito qualche giorno in più in ospedale, purché lontano da quel pettegolo. 

Yuko non vedeva nessuno nell’altro letto. Non diede importanza, tuttavia, a questo Ueda. Forse era andato a fare una passeggiata in giardino sapendo che Sho avrebbe ricevuto visite. 

Ancora piccole premure

Ti ho portato anche un contenitore con il porridge di riso. Alla fine, per noi giapponesi questo è sempre il rimedio migliore, non è vero? – sorrise Yuko estraendo il contenitore ermetico dal sacchetto e appoggiandolo sul comodino, vicino alla pila di libri e giornali che aveva portato Hiroshi. 

E infine ti ho preparato una sorpresa con le mie mani. In realtà, avevo iniziato a fartela diversi giorni fa perché volevo regalartela per l’ufficio e invece mi tocca portartela in ospedale! – ridacchiò Yuko con fare un po’ infantile, coprendosi la bocca con la mano. 

Diede a Sho una scatola tutta colorata, con spruzzi ora di giallo, ora di rosso, ora di blu e ora di verde. Lui, incuriosito, aprì questa scatola così allegra e all’interno vi trovò una piccola vaschetta porta-documenti decorata con la tecnica del decoupage di cui Yuko era praticamente un’esperta.

Lo so che non ami molto questo mio hobby e forse lo trovi stupido. So quanto tu sia critico anche del denaro che spendo per acquistare il materiale però, credimi, mi dà molta gioia e gratificazione il poter realizzare questi oggetti. – spiegò timidamente la moglie. 

Sho osservava l’oggetto nei minimi dettagli e, annuendo col capo, abbozzò un raro sorriso di approvazione. Non era infatti mai successo che Sho apprezzasse una delle creazioni della moglie. 

Certo, qui non ti servirà a molto ma prendilo come un incoraggiamento a guarire e a tornare presto in ufficio dove potrai trovargli un posto sulla tua scrivania! – propose Yuko con ottimismo. 

Mi sto rendendo conto di quanto abbia trascurato e addirittura disprezzato le persone intorno a me. A cominciare da te. Sono molto dispiaciuto. – digitò prontamente Sho.

Affioramento di vecchi malesseri

Yuko abbassò lo sguardo e gli occhi le si riempirono velocemente di lacrime che lavarono via un po’ di quella maschera di gentile circostanza che aveva indossato fino a quel momento.

Una vita al tuo fianco, sempre a sostenerti in tutto, pur di farti felice. Ho sopportato veramente qualsiasi cosa. Come quel periodo in cui, invaghitoti di quella donna di Sendai mi dicesti di volertene andare da lei, lasciando me e Akane che era ancora piccola. Se non fosse stato per quel grand’uomo di tuo padre che ti riservò una sonora strigliata, davvero, non so che fine avremmo fatto. – Yuko ormai aveva deciso di dare sfogo a tutto quell’amaro che aveva dovuto ingoiare. 

Era la sua occasione. I ruoli si erano ribaltati: Sho era costretto al silenzio e ad ascoltare attentamente gli altri.

Ma non riusciva neppure a guardare la moglie tanta era la vergogna. 

Oppure quando ti lasciasti incantare dalle chiacchiere di quel cialtrone e buono a nulla di Okada che ti coinvolse nei suoi giri loschi di partite d’azzardo nelle bische clandestine di Mah Jong. Te lo ricordi quel postaccio? Quel lurido magazzino dietro la stazione, a Takababa? Ti indebitasti per otto milioni di yen e fui costretta a chiedere aiuto a miei per far fronte alle spese primarie, con Akane che aveva appena iniziato l’asilo e con quei malavitosi che ci perseguitavano per avere i loro soldi. – rincarò la dose Yuko che ormai si era stancata dei pesi.

Negli anni le mie parole – anzi, la mia voce – era diventata per te inesistente. Ti parlavo e ti raccontavo cose e tu nemmeno mi ascoltavi. Così, nel tempo e progressivamente, avevo quasi deciso di scegliere il silenzio perché tanto non te ne saresti neppure accorto. Poi, invece, lasciai stare. Fu Hiroshi, innumerevoli volte, a incoraggiarmi ad essere paziente con te e a continuare a volerti bene. – disse Yuko andando avanti a liberarsi di questi malesseri rimasti intrappolati per troppo tempo dentro di lei. 

Hiroshi? – domandò per messaggio Sho.

Sì, proprio lui. Quel povero ragazzo che hai sempre detestato e ostacolato in ogni modo. Come faccia a non odiarti non lo so. Non solo non ti vuole male ma è molto in pensiero per te da quando sei finito qui. D’altra parte, se non fosse stato per lui e per quel portafoglio forse non saremmo qui ora. Vedi che le dimenticanze a volte possono essere un bene? – commentò con un’ironica stoccata Yuko, riferendosi alle tante volte in cui il marito l’aveva rimproverata per la sua presunta sbadataggine cronica. 

Sho avrebbe dovuto dirle la verità, del portafoglio e del perché in realtà Hiroshi fosse rientrato a casa la sera prima. 

Era tempo di verità. Era tempo di onestà.

Il sapore crudo della verità

E così le mostrò il messaggio che Hiroshi gli aveva mandato quel mattino, poco dopo aver lasciato l’ospedale.

Yuko lo lesse, spalancò gli occhi e rimase in silenzio. Poi si girò verso Sho e gli rivolse uno sguardo carico di sdegno. 

Dopodiché si concentrò verso un punto indefinito della stanza e non disse una parola per un lasso di tempo che a Sho sembrò infinito.
Improvvisamente, Yuko si alzò e andò verso la finestra. Lì rimase a guardare il giardinetto dell’ospedale e quel cielo che era un assaggio di libertà per tutti: malati e carcerati compresi.

Poi si voltò di scatto, fissò il marito dritto negli occhi. 

Lo sai cos’ho letto un giorno su una rivista di psicologia? – sbottò Yuko con una risata nervosa.

Ho letto che tutti coloro dotati di carisma sono in fondo dei narcisisti. Carisma e narcisismo viaggiano mano nella mano, come due amanti inseparabili. Non si può essere carismatici senza una buona dose di narcisismo e, al tempo stesso, il narcisista spesso possiede un fascino travolgente a cui pochi sanno resistere. Insomma, sei praticamente tu. – disse Yuko.

Sho, esausto, cominciò a scrivere velocemente qualcosa sul telefono.

Vorrei la possibilità di rimediare ai miei errori. Questa condizione mi ha costretto in un letto e senza la possibilità di parlare. E pensare che volevo essere io a impegnarmi in questo voto del silenzio perché mi sembrava di non venire ascoltato abbastanza. E invece la malattia ha preso le redini di questo complicato discorso e mi ha privato della mia espressività verbale per obbligarmi all’ascolto, alla riflessione, all’ammenda. È proprio vero che la vita, a volte, accelera le cose per metterti nelle condizioni di migliorarti. Me l’ha detto Ueda prima che arrivassi. – spiegò Sho. 

Il porre rimedio a tutto questo dipenderà unicamente da te. Io sono sfinita, Sho. Sono stanca di vivere nella tua ombra, di dovermi sentire sempre inadeguata secondo i tuoi severi standard. E la vuoi sapere un’altra cosa? Non ti sei nemmeno accorto che non ho mai smesso di cenare: ho semplicemente preso l’abitudine di cenare dopo di te oppure a casa di Sachiko. Mi hai sempre riservato tanti complimenti per la mia cucina però, al contempo, non ti sei mai risparmiato le continue critiche quando mi vedevi mangiare. Non ti piaceva il mio modo di tenere le bacchette, mi riprendevi se aggiungevo un po’ di maionese in più sui gamberi oppure se facevo il bis di spaghetti. – Yuko non era più disposta a calpestarsi. 

Senti, io ora devo andare. Akane arriverà tra non molto. Sicuramente ora è a Iseyama Kotai. A proposito, non conosco questo signor Ueda ma mi sembra una persona decisamente saggia. – aggiunse Yuko mentre si preparava ad andare via. 

Akane allo Iseyama Kotai? E cosa ci fa lì? – domandò Sho per messaggio.

Se ci conoscessi bene e ti importasse veramente di altri oltre che di te stesso, lo sapresti. – concluse bruscamente Yuko mentre ripiegava il sacchetto di carta viola coi manici di corda e lo riponeva nella sua borsetta. 

E in un batter d’occhio, scomparve dalla vista di Sho che, rimasto solo con il sole del pomeriggio sugli occhi, provò un senso di amarezza lacerante. 

Akane

Restò lì con se stesso e i suoi fantasmi per un po’. Forse mezzo’ora o forse di più.

Papà!!! Eccoti! Finalmente ti ho trovato. Certo che questo posto è un labirinto! – esordì Akane tutto d’un tratto. 

Era sempre lei, con quei capelli neri raccolti in quella consueta coda di cavallo che teneva ferma con uno spesso elastico bianco. Indossava quasi sempre abiti casual e sportivi tanto che Sho, in più occasioni, l’aveva rimproverata per questa sua sciatteria. E anche questa volta, infatti, portava una tuta nera e un semplice zainetto grigio di Muji. 

Erano le tre e mezza. 

Sho sorrise e tese la mano per toccare quella della figlia che afferrò quella del padre senza esitazioni. 

Da una busta rossa, Akane tirò fuori una fetta di pan di Spagna alla frutta, con panna alla vaniglia. L’aveva presa alla pasticceria francese Suzette di Sakuragicho. Era il dolce preferito di Sho. Nel porgergli il dolce, però, Akane si portò l’indice della mano destra alla bocca per ricordargli che si trattava sicuramente di uno strappo alla regola di cui non fare parola con nessuno. Certamente non col professor Hasegawa o l’infermiera!

Quel professore con quegli occhiali stranissimi! Magari l’avrebbe sequestrata per poi divorarsela nel suo ufficio! – pensò divertita Akane.

Papà, non sai che sollievo saperti fuori pericolo. Lo spavento è stato davvero grande. Persino Hiroshi si è preoccupato! Non ti pare incredibile? – finì la frase scoppiando in una risata canzonatoria.

Hiroshi è un bravo ragazzo. Se non fosse stato per lui non sarei qui con te. – scrisse Sho.

È stato molto in gamba nel soccorrerti senza farsi prendere dal panico, questo è vero. Gli sono e gli saremo riconoscenti per quello che ha fatto. Però papà, devo ringraziarti per avermi aperto gli occhi e avermi aiutato a capire che non è la persona giusta per me.  – si affrettò a spiegare Akane.

Ancora verità

Sho, consapevole di quanto avesse già distrutto e dei semi maligni da egli stesso gettati con troppa facilità, fece cenno alla figlia di fare silenzio, di sedersi e di guardare il telefono. 

Nei messaggi, Sho rivelò tutto alla figlia. Tutto. Il suo ruolo attivo nella mancata realizzazione professionale di Hiroshi e dunque della crisi che egli stesso aveva innescato fra di loro. Le raccontò del portafoglio e del triste progetto che aveva escogitato suo genero per liberarsi da tutto. 

E di quella possibilità di riscatto data, incredibilmente, dall’infarto.

Le disse di sua madre e del discorso schietto che gli aveva fatto poco prima, mettendolo inequivocabilmente davanti alle sue responsabilità. 

Akane si alzò di scatto e scaraventò a terra la fetta di torta, il sacchetto della pasticceria e rimase lì in piedi, immobile, a guardare suo padre con rabbia e frastornamento.

Ma cosa ti ho fatto? Perché tutto questo?? Avevo cercato di accontentarti dando il meglio di me negli studi. Ci tenevi tanto e anche il nonno. Avrei voluto fare altro ma ero comunque grata dell’opportunità che avevo di studiare a Keio senza preoccuparmi di nulla. 

Poi però ti raccontavo tante cose cercando di coinvolgerti nei miei progressi e successi ma tu avevi sempre da fare. Sempre impegnato in quelle dannate riunioni e quegli odiosi workshop alla Komyu-UP. Eri sempre lì, con quel Mikuni a parlare, parlare, parlare. Ma mai ad ascoltare. – Akane aveva anche lei iniziato il suo sfogo di malesseri mai condivisi.

Sofferenze nelle indifferenze

Dopo qualche tempo, Akane, infatti gradualmente cominciò a trascurare gli studi e a passare sempre più tempo con alcune band emergenti locali. Era attratta dal mondo della musica e le sarebbe piaciuto imparare a suonare la chitarra e cantare. Qualcuno di queste band le aveva promesso di insegnarle le basi per iniziare a prendere parte attiva nella creazione di nuovi brani. 

In quel periodo, poi, quei ragazzi erano tutti in gran fermento perché nel settembre di quell’anno sarebbe stato inaugurato il primo festival della musica emergente al parco di Yoyogi, ad Harajuku, a Tokyo. 

Così divenne una presenza fissa ai ritrovi degli Hiri-Hiri, una di queste band che si ritrovava abitualmente in un garage di una casa nel cuore della Chinatown di Yokohama. 

Ben presto, tuttavia, le informali lezioni di musica e di canto che Akane aveva cominciato a prendere dai musicisti degli Hiri-Hiri si trasformarono in strani ritrovi dove, tra uno spartito e l’altro e tra i vassoi di sushi a domicilio e bottiglie vuote, iniziavano a girare delle piccole pastiglie. 

Inizialmente le dissero che erano solo antidolorifici per sopportare i martellanti mal di testa che perseguitano i musicisti. Poi invece cominciarono a spiegarle che erano solo dei semplici aiuti per tenere testa durante i periodi di grande stress e tensione. 

Akane provò una volta, poi due, tre e infine divennero un’abitudine: prima di trovarsi con questi musicisti ne ingoiava un paio e la vita le sembrava improvvisamente più leggera. La sensazione era straordinaria, di indescrivibile forza e vitalità. Le pareva quasi di poter fare qualsiasi cosa. Anche volare, se lo avesse desiderato!

Certo, poi spariva l’effetto e puntualmente scivolava in una specie di anticamera degli inferi. 

Era l’effetto, breve e con conseguenze devastanti, delle metanfetamine. 

Trascorreva ormai più tempo con gli Hiri-Hiri a Chinatown che a casa. Sho si era a malapena accorto della sua assenza ma aveva dato per scontato che fosse dovuta ai suoi impegni accademici. 

Yuko aveva intuito che la figlia stava attraversando un periodo di crisi ma aveva scelto di confidare poco o nulla alla madre. 

Akane raccontò al padre del suo incontro con Hiroshi quando ormai la dipendenza da metanfetamine la stava portando ad un irreversibile declino fisico e mentale. 

Hiroshi lavorava come cuoco in uno dei ristoranti cinesi del quartiere dove si ritrovava la band. 

Sho si distrasse un istante. Non capiva come fosse possibile che queste visite durassero così tanto senza che passassero mai né il dottore né le infermiere. E poi effettivamente dov’era Ueda? Forse, come aveva detto Yuko, era uscito per lasciarlo in pace coi suoi parenti? Gli sembrava piuttosto strano considerando l’elemento. 

Graduali risvegli

Ristorante cinese? Hiroshi era un cuoco in un ristorante cinese? – pensò Sho stupendosi. Ora aveva capito perché gli piacesse così tanto quella cucina. Ricordava infatti che qualche volta era Yuko che si cimentava nella preparazione di quei piatti non semplici ma il più delle volte era Hiroshi. Sho non gli aveva mai badato e aveva sempre dato per scontato che stesse solo seguendo qualche banale ricetta trovata su Internet. Un modo come un altro per riempire quelle use inutili giornate a fare niente. 

Hiroshi e Akane diventarono amici, in un primo momento. Lui le portava ogni sera degli assaggi di quello che aveva preparato quel giorno, aiutandola a ritrovare piano piano l’appetito che quelle dannate droghe le portavano via come ladri senza scrupoli. 

Giorno dopo giorno, iniziò a prendersi cura di questa ragazza attraverso tanti piccoli gesti affettuosi che riuscirono un po’ per volta a riportare Akane verso ritmi e abitudini più normali, lontana dal disfacimento progressivo in cui erano immersi tutti i membri degli Hiri-Hiri. 

Non mancò, poi, un intervento diretto quando Hiroshi telefonò a Yuko per metterla al corrente della situazione. 

Akane, afferrata per un pelo prima delle tenebre, fece ritorno a casa dove riprese a sbocciare grazie alle cure amorevoli di sua madre, di una naturopata amica di Yuko e alla presenza di Hiroshi. 

Nacque la robusta pianta di un forte legame d’amore tra Akane e Hiroshi, da un humus fatto di generosità, abnegazione, vero amore per il prossimo e dedizione. Erano amici prima e amanti follemente innamorati poi. Ma non era un sentimento passeggero, effimero e precariamente in bilico sul bordo della passione. Il loro era un rapporto solido, nato nell’avversità e maturato proprio in un contesto in cui una sofferenza può dare vita a una gioia.

E Sho non sapeva nulla. Non si era accorto di nulla di tutto ciò e con disgustosa superficialità aveva quasi distrutto irrevocabilmente questi preziosi equilibri, puri e sinceri. 

Si faceva schifo da solo.

Tenebre e luce

Il sole aveva già iniziato a tramontare e il buio dolcemente a divorare gli ultimi strascichi di luce. 

Akane era sparita. Com’era possibile che lui non si fosse nemmeno accorto di quando era andata via? Forse si era addormentato per colpa di quei medicinali che gli avevano dato dopo pranzo.

Si tirò un po’ su per prendere un bicchiere d’acqua e improvvisamente vide Ueda sulla porta, nella semi-oscurità della stanza. 

Giornata piuttosto intensa, vero? – disse Ueda abbozzando un sorriso un po’ beffardo. 

Quanti fantasmi ha dovuto affrontare oggi! Non le viene in mente quella frase di quel vecchio film…oh come si intitolava già? Peonia? Camelia? Ah no, Magnolia! Ecco, sì. Magnolia! Si ricorda quando Jimmy Gator, obbligato a fare i conti con i suoi fantasmi, dice che noi magari pensiamo di aver chiuso con il passato ma il passato non ha ancora chiuso con noi. – spiegò Ueda col suo solito fare un po’ da educatore. 

Sho, intontito, cercò almeno di sedersi per scrivere un messaggio di risposta a Ueda. Non gli aveva mai risposto se non con grugniti e gesti. 

Ma Ueda improvvisamente scomparve. 

Il ritorno

Due giorni dopo, Sho era di nuovo a casa. Gli accertamenti avevano dato esito positivo e il professor Hasegawa gli aveva prescritto una dieta molto precisa accompagnata da importanti raccomandazioni per correggere le pessime abitudini che lo avevano ridotto in quello stato. 

La famiglia lo accolse con gioia, con affetto e con la voglia di ricominciare tutto daccapo. 

Nel frattempo, alla Komyu-UP le attività erano andate avanti secondo le disposizioni che aveva dato Sho prima di stare male. Mikuni e Kinoshita avevano preso il posto rispettivamente di vicedirettore e di segretario. 

Sho sarebbe stato assente ancora per un po’. 

Tuttavia, questo non gli impediva di gestire parte dei suoi compiti, anche se da casa e con comprensibili limiti. 

Piano piano aveva ripreso a parlare e ne approfittò per cercare di mettersi in contatto con Ueda. Domandò al professor Hasegawa informazioni a riguardo ma questi gli disse che non aveva idea di cosa stesse dicendo. Non c’era mai stato nessun paziente di nome Ueda in quei giorni e certamente non nella sua stanza che, infatti, era stata riservata solo per lui. 

Convinto che si trattasse di un fraintendimento, Sho pensò di occuparsene in seguito.

Frattanto, con grande stupore di tutti, nominò Hiroshi direttore della Komyu-UP, una decisione che avrebbe avuto effetto immediato. 

Mikuni, Kinoshita e tutti in azienda rimasero sbigottiti. Ma Sho spiegò che solo uno come Hiroshi avrebbe potuto degnamente occupare quel posto. Aveva dato prova di essere un formidabile comunicatore, un vero diplomatico delle relazioni umane, un uomo umile e fedele al sentimento e ai legami della famiglia. Si può dire che da solo era stato in grado di mantenere integra la famiglia Nakamura, evitandone lo sgretolamento. 

Ed era, dopotutto, una minima riparazione per tutto il dolore che gli aveva portato nella sua vita. 

Avrebbe potuto, così, formarlo e al tempo stesso dedicarsi per davvero ora a sua moglie e ad Akane. E a suo genero che adesso avrebbe tenuto alto il nome della famiglia Nakamura e della Komyu-UP.

Mai avrebbe dimenticato. Mai.

In quella stanza di ospedale, una scuola di vita. In quella stanza del policlinico ricevette lezioni essenziali incontrando suo genero Hiroshi, sua moglie Yuko, sua figlia Akane.

E Ueda. Che altri non era che la sua coscienza.

Marianna Citino

Le parole di Sho – seconda parte

In queste ultimi giorni di vera estate e in queste ultime ore prima dell’inizio ufficiale delle scuole, mi trovo qui ancora a boccheggiare in un caldo invadente. Il ventilatore continua nella sua rapida missione ristoratrice e mi domando fra quanto tutto questo diverrà un ricordo.

La mia cara amica è partita una settimana fa e in questi giorni il dolore è stato più forte del previsto. Passerà tanto tempo prima di poterla rivedere. Quanto, esattamente, ancora non lo so. Forse alcuni mesi o forse un anno.

Nel frattempo, però, devo continuare ad onore la mia promessa. E chissà che non sia una sorta di inizio vero e proprio per la mia scrittura. In fondo, scrivo da molti anni attraverso Biancorosso Giappone ma non ho mai dato spazio ai miei racconti.

Questa è la seconda e penultima parte del racconto di Sho che si concluderà con la terza.

Trovate la prima parte proprio qui.

Buona lettura.

Le parole di Sho – seconda parte

Nell’oscurità una figura, muovendosi rapidamente sullo sfondo luminoso della TV muta, si avvicinò a Sho e inginocchiandosi verso di lui cercò di rianimarlo. Non riuscendo a sortire alcun effetto, la figura rapidamente compose il numero dell’ambulanza e attese, assieme a uno Sho che sembrava morto, l’arrivo dei soccorsi.

Insieme attesero in quella strana oscurità rotta solo dalla luce del televisore che continuava a trasmettere immagini mute di campagne italiane. Rimasero così, incastrati in quel momento tra la vita e forse l’assaggio di una morte, con il suo soccorritore lucido ma al contempo così frastornato da non pensare nemmeno di accendere la luce della stanza. 

I paramedici non tardarono a raggiungere l`appartamento di Minato Mirai dove viveva la famiglia Nakamura. 

Quando giunsero all’appartamento di Sho, al dodicesimo piano di un palazzo dalla facciata color caffè, ad accoglierli trovarono Hiroshi. 

Era stato lui, rientrando velocemente a casa dove aveva dimenticato il portafoglio, a trovare il suocero a terra.

Aveva tentato di rianimarlo ma Sho sembrava morto. Senza farsi prendere dal panico, e soprattutto senza avvisare né Akane né Yuko, telefonò subito ai soccorsi. Sapeva che entrambe si sarebbero spaventate moltissimo e preferì risparmiare loro questa angoscia. Almeno, per ora. 

Sho fu portato d’urgenza al Policlinico Yokohama Chuo. Hiroshi seguì il suocero in ospedale dove, seduto in una saletta dalle pareti verde pistacchio, rimase in attesa di un qualche responso da parte dei medici. 

C’era solo una finestra grande che si affacciava sul cortile interno del policlinico. Provò ad aprirla ma sembrava bloccata. Si accontentò di guardare fuori, per quanto possibile. Era buio ormai e si vedevano solo i lampioni del cortile che gettavano una luce fioca sul giardinetto circostante. 

Reminiscenze nell’oscurità

Improvvisamente gli sembrò di percepire in lontananza le inconfondibili note di apertura della Sonata al chiaro di luna di Beethoven. Ma com’era possibile? Da dove potevano arrivare, in un ospedale? e a quell’ora? Girò delicatamente la testa e con lo sguardo tentò di capire da dove arrivasse quella melodia a lui cara. 

Si affacciò sul corridoio e lo percorse per alcuni passi verso l’ala ovest: gli sembrava che il suono provenisse da lì.  

Dita misteriose continuavano a far lacrimare un pianoforte invisibile. 

Si fermò nel corridoio che sembrava farsi sempre più buio. E quella musica che invece cresceva in intensità. E laggiù gli parve quasi di vedere suo fratello, Shigeru, morto all’indomani del suo quindicesimo compleanno dopo essere stato investito mentre andava a lezione di pianoforte. 

Quanto amava questa Sonata! Diceva che era un inno ad un amore e che sperava, un giorno, di poter dedicare alla sua amata. 

Shigeru! – bisbigliò incredulo Hiroshi, mettendosi poi una mano davanti alla bocca per soffocare quella sua reazione assurda ad una situazione impossibile. 

Hiroshi rimase imbambolato lì, in mezzo al corridoio deserto dell’ospedale, mentre cercava di liberarsi dai tentacoli di un’allucinazione. 

La musica, nel frattempo, era cessata all’improvviso. 

Si strofinò gli occhi e inspirò profondamente. Forse era solo molto stanco. 

Tornò davanti alla finestra a osservare quel giardino. Non c’era niente lì. Solo quel lampione, anonime aiuole che forse portavano un po’ di allegria in quel luogo di malattia e sofferenza. 

Consapevolezze

A Hiroshi si riempirono improvvisamente gli occhi di lacrime ed è per questo che continuava imperterrito a tenere lo sguardo rivolto verso quel giardino solitario e inghiottito nell’oscurità; non voleva rivelare la sua inquietudine ad alcuno, certamente non in questo modo.  Non sapeva se stesse piangendo per Hiroshi oppure per quel bizzarro e fugace incontro col suo amato fratello.
Sapeva bene di non godere della stima di Sho. Era consapevole di essere ai suoi occhi un fannullone, per giunta mantenuto. Questo pensiero lo intristiva perché lui, invece, per il suocero provava molta ammirazione. Gli capitava spesso di ascoltarlo mentre si allenava nelle sue presentazioni. Lo guardava e ascoltava con rispetto e in cuor suo il desiderio di poter essere un pochino come lui. 

E Sho, quando si accorgeva del genero, smetteva di parlare e, con fare sempre seccato, gli faceva cenno con la mano di andarsene in un’altra stanza. 

Il professor Hasegawa

Si stava facendo davvero tardi. Non poteva più aspettare. Doveva avvisare Akane che sicuramente si sarebbe allarmata non vedendolo arrivare. 

Akane rispose al telefono ma non sentiva bene che cosa le stesse dicendo il marito. Da Tsubame c’era la consueta gara di karaoke a cui lei partecipava sempre con un trasporto che a volte sembrava eccessivo. 

Esci un attimo dal locale! Con questo baccano non si sente nulla! – disse Hiroshi in tono seccato, non potendo alzare la voce.

Sono allo Yokohama Chuo!! Tuo padre ha avuto un infarto! – le spiegò con voce ansiosa ma affrettandosi subito a precisare che i soccorsi erano arrivati in tempo.

Akane sembrava intontita dalla notizia e balbettava cose incomprensibili. Si capì soltanto che lo avrebbe raggiunto al più presto.

Venti minuti dopo, infatti, Akane e la madre erano al nono piano del policlinico  nella saletta dalle pareti color pistacchio in cui Hiroshi aspettava da solo, seduto su una panca rosa salmone. 

Un medico, il professor Hasegawa, si affacciò nella saletta e comunicò alla famiglia che Sho era fuori pericolo. Diagnosi: un’ischemia cardiaca preceduta da una paralisi afasica. 

Il professor Hasegawa era un uomo sulla sessantina, alto, con capelli neri ordinatamente pettinati all’indietro. Indossava degli occhiali dalla montatura tonda e spessa, color avorio. Erano occhiali curiosamente vistosi ed era quasi come se fossero loro a monopolizzare l’attenzione di chi ascoltava. Non erano le parole del professore ma quegli occhiali ad essere gli appariscenti protagonisti di quella strana e tesa riunione in una sala d’attesa di un ospedale. 

Chissà chi glieli aveva consigliati? O forse li aveva scelti lui stesso, tradendo così un qualche eccesso di vanità. 

Akane e Yuko erano ancora talmente sbigottite da non riuscire a fare altro che annuire meccanicamente alle parole del professore.

Il ritorno a casa

Hiroshi era riuscito a mantenere la calma ma faticava a seguire le parole del dottore. 

Che tipo strambo questo dottore – pensò Hiroshi, non riuscendo a distogliere lo sguardo da quella montatura color avorio. Gli sembrava, in certi momenti, come se questa montatura fosse sospesa a mezz’aria, senza il volto del professore. Degli occhiali vaganti, forse di un fantasma. 

Lo spavento e la stanchezza lo stavano confondendo con i loro effetti quasi psicotropi. Avrebbe presto avuto bisogno di tornarsene a casa a dormire. Ne aveva avuto abbastanza di fantasmi, musiche e allucinazioni. 

Dal groviglio di parole difficili del professore, si capì però chiaramente che Sho sarebbe dovuto rimanere in ospedale per qualche giorno per accertamenti.

Riuscirono a vederlo di sfuggita da dietro un vetro. Sho era lì, sommerso nelle acque di un sonno medicinale, in un pigiama celeste, sotto un piumino bianco. Immobile come una statua, Sho aveva il volto toccato lievemente dal raggio di luce verde di un monitor. 

Lo osservarono nel più assoluto silenzio. Akane era come ipnotizzata, con lo sguardo fisso. Yuko aveva abbozzato un lieve sorriso di compassione e forse di circostanza. Hiroshi, invece, cercava miseramente di domare quelle dannate lacrime che ormai avevano deciso di sgorgare ad ogni piè sospinto. 

Akane, Yuko e Hiroshi tornarono a casa senza dire una parola. Presero un taxi che scivolò per le strade della Yokohama notturna, sempre punteggiata di luci. E ognuna di esse stava a testimonianza della vita che ricomincia sempre. Ogni giorno. Di lì a poco sarebbe spuntata l’alba e con essa un nuovo inizio. 

Arrivati a Minato Mirai nell’aria si percepiva un profumo intenso di spiedini di pollo alla brace. Quell’appetitoso aroma proveniva sicuramente dalla locanda di Anchan, lì all’angolo tra la lavanderia e il condominio Tajima. 

Hiroshi, senza dire una parola, fece solo cenno che sarebbe andato a casa. Yuko e Akane si guardarono per alcuni istanti, come se si consultassero con le occhiate. Probabilmente avrebbero gradito la gustosa distrazione di uno spuntino insolito, a un’ora dall’aurora. Ma alla fine in silenzio si compresero: era meglio andare a casa.

Lacrime e tisane

L’appartamento, immerso ancora nella quiete notturna e avvolto negli ultimi strascichi di oscurità, accolse i tre con la fragranza di casa e il conforto della familiarità. 

C’era ancora un po’ di disordine dovuto all’intervento dei paramedici ma non era adesso il momento di occuparsene. 

Hiroshi scomparve immediatamente in camera, crollando sul suo futon. Nell’arco di pochi minuti già dormiva profondamente. 

Akane e Yuko si ritrovarono in cucina davanti a una tazza fumante di quella tisana che beve sempre Sho prima di dormire: la tisana Gussuri, alla valeriana e passiflora. L’aveva assaggiata per la prima volta chissà dove e da allora la voleva sempre. Diceva che lo faceva addormentare subito e bene. Gussuri, appunto. 

Yuko, però, appoggiò improvvisamente il capo sul tavolo, proprio vicino alla tazza  e si abbandonò ad un pianto sconsolato. Akane la guardò sorpresa poiché accadeva raramente che la madre si lasciasse andare ad esternazioni emotive così forti.

Dai, mamma, non fare così. Vedrai che papà si riprenderà sicuramente! – le disse Akane, toccandole con affetto la spalla. 

Yuko, singhiozzando, si tirò su e, asciugandosi gli occhi con le dita, prese in mano la tazza e la portò subito alla bocca. Era come se sperasse di trovare un conforto immediato in quella bevanda calda ed erbacea. 

Madre e figlia finirono di bere la tisana, nella calma che era rotta solo dai loro respiri, da Yuko che tirava su dal naso e dai rami di una quercia che sfioravano delicatamente la finestra della cucina. 

Senza dire una parola, andarono a dormire mentre fuori nasceva un nuovo giorno. 

L’incontro col signor Ueda

Quella mattina Sho venne trasferito in una stanza dove c’era già un paziente. Sarebbe rimasto lì per tutto il periodo degli accertamenti. 

Sho era già sveglio. Si guardava intorno frastornato cercando di tirare su la testa per poi, esausto, lasciarsi andare sul cuscino. 

Una volta in stanza osservò il cielo dalla finestra. 

La giornata era serena. 

Dopo alcuni minuti si accorse della presenza di un uomo sdraiato su un letto, sul lato opposto. Era anziano: avrà avuto un’ottantina d’anni. Si vedeva che non era molto alto. Capelli grigi radi, volto emaciato e punteggiato da una spinosa barba da fare.  Anche lui abbigliato in quello stesso pigiama celeste, come una specie di divisa d’ordinanza dell’infermità. 

Sho si accorse che gli occhi di quell’uomo lo stavano scrutando con un’attenzione insistente. 

Capisco la curiosità ma mi chiedo cos’abbia da fissare questo qua! – pensò irritato Sho. 

Cercando di ignorare lo sguardo importuno dell’uomo, Sho chiuse gli occhi sospirando con infastidita rassegnazione. Chissà quanto sarebbe dovuto rimanere qui, in questo posto, in questo letto scomodo e in compagnia di questo tizio. 

Ancora non poteva – e non voleva – parlare. 

L’ischemia e la volontà di non parlare più si erano incontrate nello stesso punto, sovrapponendosi l’un sull’altra: la volontà che si realizza nella malattia e la malattia che, a sua volta, si manifesta nel pensiero. 

I due uomini rimasero così a lungo, sospesi in quel silenzio singolare generato dal malessere, dal desiderio di non comunicare e forse anche dalla diffidenza. 

Sho con gli occhi chiusi e l’anziano con gli occhi aperti fissi sul suo nuovo compagno di stanza. 

Comunque io sono Ueda. Ueda Akito. Piacere di conoscerla … anche se una stanza d’ospedale non è il posto più allegro dove poter stringere nuove amicizie. – esordì l’uomo tutto ad un tratto, rompendo improvvisamente quella strana atmosfera. 

Sho lo guardò per qualche istante e poi fece un cenno col capo e richiuse nuovamente gli occhi. 

So bene che non parla. Ho sentito il professor Hasegawa informare l’infermiera del reparto. Mi pare di aver capito che lei si chiami Sho. È così? – domandò Ueda con evidente curiosità. 

Sho annuì. Sul volto un’espressione seria e al contempo stanca. 

Prima mi fissa per ore e poi inizia a farmi l’interrogatorio. Non mi interessa nulla di questo Ueda e spero che mi lasci in pace al più presto. – pensò Sho, già ampiamente irritato dalla presenza di quest’uomo invadente. 

Con quale carattere si scrive il suo nome? È forse quello di comandante? – domandò Ueda, iniziando – com’è consuetudine dei giapponesi –  a tracciare in aria col dito indice della mano sinistra i tratti del sinogramma da lui ipotizzato. 

Dieci tratti esatti! Dieci. Un bel numero chiaro e schietto! Forse come lei? Certo che essere chiari e schietti senza poter parlare diventa abbastanza complicato! – osservò tagliente Ueda in questa sua analisi estemporanea non richiesta. 

Sho decise di ignorarlo. Anche volendo sarebbe stato difficile comunicare e di certo non avrebbe sprecato energie per tentare di dialogare con un vecchio impiccione. Chissà, forse uno dei due sarebbe stato presto dimesso e questo incontro sarebbe finito rapidamente nel dimenticatoio della vita. 

Sapori cinesi e domande

Era ora di pranzo e anche in ospedale il momento del pasto è atteso con una certa trepidazione. 

Al policlinico Yokohama Chuo si mangia piuttosto bene per essere un ospedale – ricorda di aver sentito dire Sho da un suo dipendente che era stato ricoverato qui per un’appendicite. 

Il menù di oggi e che, combinazione, sarebbe stato lo stesso per entrambi i pazienti:

Happosai: verdure otto tesori. Piatto di chiara origine cinese composto da carote, cavolo verza, germogli di bambù, funghi, scalogno, calamari, gamberi e un po’ di carne. Il tutto condito con una salsa molto saporita. 

Sho amava la cucina d’ispirazione cinese e l’idea di riassaggiarla, anche se in ospedale, lo aveva messo di buon umore. 

Poi le alghe hijiki bollite in salsa di soia e zucchero. Una leggera insalata di bianchetti e aceto, una scodella di zuppa di miso, riso al vapore e frutta di stagione. 

Non male! – pensò Sho assaggiando le varie pietanze. Certo, non era la cucina di Yuko ma non ci si poteva lamentare.

A proposito! Yuko! Akane! Chissà dov’erano e che cosa sapevano di quanto era successo. 

Una visita…inaspettata?

Non aveva nemmeno il suo telefono con sé. Quell’inetto di Hiroshi sicuramente poltriva come suo solito e non sarebbe stato di aiuto in niente. 

Signor Nakamura, c’è una visita per lei. Mi raccomando non si affatichi troppo. Il professor Hasegawa passerà più tardi per darle alcuni aggiornamenti. – disse con una vocina squillante un’infermiera dai capelli lucidissimi neri e raccolti in una treccia rivolgendosi a Sho, mentre versava ad entrambi del tè verde caldo.

Comunque, so perché ha fatto questa specie di voto del silenzio. Anch’io ho avuto un’esperienza simile. Le racconterò magari più tardi. Adesso provo a riposare un pochino. – annunciò Ueda pulendosi la bocca col tovagliolo e appoggiando il vassoio del pranzo sul comodino vicino al letto. 

Dal silenzio alla logorrea! – osservò sarcasticamente Sho fra sé e sé. 

Sulla porta apparve Hiroshi. 

Sho lo guardò stupefatto. 

Lo so che non si aspettava di vedermi. Come sta? Okāsan** e Akane stanno ancora riposando. Sono rimaste qui in ospedale insieme a me fino verso le 4 di stamattina. Erano stremate. – spiegò Hiroshi, prendendo posto su una sedia vicino al letto. 

Sho fece un cenno di comprensione col capo ma senza distogliere lo sguardo sbalordito dal genero. 

In quel momento Hiroshi tirò fuori dal suo zaino il telefono del suocero e glielo porse. Era rimasto a casa, nella fretta e confusione della sera prima. 

Sho venne presto a scoprire com’erano andate le cose e che era stato proprio Hiroshi ad intervenire tempestivamente, salvandogli di fatto la vita. 

Messaggi

Utilizzò il programma di messaggistica istantanea per comunicare col genero che era seduto lì affianco a lui. 

Grazie. Non so che dire. Ricordo solo che stavo guardando la TV quando tutto ad un tratto ho avvertito un dolore lancinante al petto. – scrisse nel suo messaggio a Hiroshi. 

Se tu non fossi rientrato per il portafoglio forse a quest’ora stareste pianificando il mio funerale. – aggiunse con una punta di drammaticità. 

Otōsan*, l’importante è che lei ora sia qui, fuori pericolo. Fra qualche giorno la rimanderanno a casa e piano piano potrà cominciare il suo percorso di guarigione. Okāsan** e Akane si sono molto spaventate. Verranno più tardi a farle visita. – rispose Hiroshi mentre si apprestava a sorseggiare un po’ del tè verde bollente che gli aveva portato l’infermiera con la treccia e dalla vocina squillante.  

Dlin dlon

Arrivò un altro messaggio di Sho. 

Responsabilità

Io non sono molto gentile nei tuoi confronti eppure mi hai aiutato. Perché? – domandò Sho arrivando subito al punto che creava imbarazzo e tensione tra i due.

Otōsan, anche se lei non mi vede di buon occhio, io l’ammiro e la tengo in grande considerazione sebbene mi abbia sempre maltrattato. Da quando Akane ed io ci siamo sposati lei ha fatto di tutto per escludermi e farmi sentire un perdente. 

Non posso negare di aver sofferto molto per questo suo atteggiamento ma cosa potevo fare? E soprattutto, cosa avrei potuto fare in una situazione d’emergenza? Vendicarmi, forse, evitando di chiamare i soccorsi in tempo? – commentò con voce rapida e concitata Hiroshi. 

Sho si vergognava profondamente. E non solo delle parole di Hiroshi che lo mettevano davanti alle sue responsabilità ma anche delle meschinità che aveva commesso per mettere volutamente zizzania tra lui e Akane. 

Come quelle volte in cui consapevolmente sabotò i vari tentativi di Hiroshi di trovare lavoro, abusando della sua posizione e sparlando del genero coi potenziali datori. 

Ancora responsabilità

Hiroshi non sapeva che era stato proprio lui a mettergli i bastoni fra le ruote nella maligna speranza che questo portasse allo sfascio il matrimonio con Akane la quale, secondo Sho, meritava certamente qualcuno di meglio. 

L’ora delle visite era terminata. Prima di andare via, Hiroshi appoggiò sul comodino dei libri e alcune riviste che piacevano al suocero.

Ho pensato di portarle qualcosa da leggere. In un posto come questo serve un po’ di aiuto a far passare il tempo, no? Si riguardi, otōsan. Ci risentiamo più tardi. – e con un lieve inchino si congedò, scomparendo in un attimo dietro la porta scorrevole bianca in vetro e PVC. 

Dolorose verità e gratitudini

Sento aria di confessioni. Vero, signor Sho? – intervenne di punto in bianco Ueda che non aveva dormito ma, come ci si sarebbe potuto aspettare, era rimasto sveglio cercando di carpire il più possibile da quella conversazione a metà tra Sho e il genero.

Sho lo ignorò. Quel Ueda era solo un vecchio borbottone con la passione per il pettegolezzo. 

Dlin dlon. 

Era appena arrivato un messaggio a Sho. 

Era Hiroshi.

Otōsan, ieri sera non ero tornato a casa per il portafoglio ma per farla finita. – confessò Hiroshi nel messaggio.

Sho sbiancò. 

Ero da Tsubame con Akane, come sempre. Non trovavo il portafoglio e Akane ne approfittò per schernirmi dicendo che tanto non avrebbe fatto alcuna differenza dal momento che i soldi per pagare il conto sarebbero usciti dalle sue tasche. Era da tempo che me ne diceva di ogni, ricordandomi che ero solo un fallito per il quale aveva buttato via un futuro brillante. Aveva iniziato a ricordarmi sempre più spesso che avrebbe dovuto darle retta quando si oppose al nostro matrimonio. – proseguì Hiroshi come un fiume in piena.

E invece aveva scelto di rimanere con me e di abbassarsi al mio livello. Forse le facevo pena. Eppure ho tentato in tutti i modi di cercare lavoro, sempre senza successo. Così, ieri sera, dopo quest’ennesima lite umiliante in cui davanti a tutti mi ha accusato di essere la sua rovina, mi sono alzato e con la scusa di venire a prendere il portafoglio volevo invece togliermi la vita. Non ne potevo più. – aggiunse. Le sue parole grondavano di dolore e Sho questo lo percepiva. E ad ogni parola, si sentiva stringere sempre di più la gola dal rimorso.

Entrando in casa, però, ho trovato lei otōsan. A terra, in preda a qualcosa che non era benevolo. In quel momento, nonostante il suo disprezzo continuo, in lei ho visto solo una persona inerme e debole. Ho abbandonato immediatamente il mio malsano piano e le sono venuto in aiuto.

In un certo senso è lei che ha salvato la vita a me. – concluse Hiroshi.

A Sho scivolò il telefono dalle mani, cadendo rumorosamente sul pavimento a quadretti bianchi e celesti della stanza.

(Continua)

Note:

*Il termine otōsan è un onorifico che significa papà ma che spesso viene usato anche nei confronti del suocero.
** Il termine okāsan, allo stesso modo, significa mamma e nella cultura giapponese viene spesso usato come titolo affettuoso e al tempo stesso rispettoso nei confronti della propria suocera. Normalmente non è consuetudine rivolgersi ai suoceri chiamandoli direttamente per nome.

Le parole di Sho

Scrivo di getto in questo momento, in questa domenica sera di fine agosto dove l’aria ha già i primi profumi di un autunno non poi così distante. Capitoli della vita che si concludono e cicli che si esauriscono. Ma a queste fini seguono sempre degli inizi.

In un giorno in cui ho pianto in momenti diversi e in cui ho dovuto anche salutare una persona cara che si appresta ad iniziare un lungo viaggio. Un viaggio fisico ma che sarà prevalentemente interiore.

Nella mia incapacità di nascondere i sentimenti e le emozioni, ho perso la lotta contro le lacrime che infatti sono sgorgate copiosamente. Hanno vinto loro. E in quel momento, la mia cara amica mi ha chiesto di prometterle di iniziare a pubblicare i miei racconti. Me lo ha chiesto oggi, sul ponte Regina mentre la pioggia iniziava ad aumentare in intensità e sia il cielo sia le acque del Po avevano assunto malinconiche note cineree.

Le ho detto che avrei iniziato stasera, pubblicando la prima parte di un mio racconto che risale a diversi anni fa ormai.

Cominciamo così. Poi si vedrà.

Non so nemmeno se qualcuno lo leggerà. Ma se lo leggerete scrivetemi o lasciatemi un commento.

Il racconto s’intitola Le parole di Sho.

Tutto il racconto, ed eventuali altri racconti, saranno raccolti nel tag i miei racconti.

Prima parte.

Buona lettura.

Le parole di Sho (parte prima)

Aveva smesso di parlare e lo aveva fatto senza pensarci neppure un attimo.

Non era un capriccio o una risposta piccata a qualche diverbio. No. Questa volta aveva deciso che avrebbe scelto il silenzio.

Per quarantacinque anni aveva insegnato alla gente i trucchi della comunicazione efficace svolgendo la mansione d’istruttore di public speaking, come veniva chiamata l’arte del saper parlare davanti a un pubblico. 

Il suo era un lavoro nato un po’ per caso quando, da ragazzo, accompagnava suo padre alle riunioni di un’azienda produttrice di salsa di pesce vietnamita, di cui era co-fondatore. 

In quelle occasioni il padre diventava un’altra persona: da uomo introverso e anche un po’ burbero si trasformava in un istrione, in un abile atleta della parola che sapeva gestire con maestria e agilità discorsi complessi esponendoli con una chiarezza sbalorditiva. 

Bastava che salisse sul palco, dietro quel microfono, perché  tutte le paure, le ansie, le timidezze e le fragilità, sparissero dissolvendosi in un flusso coinvolgente di parole scandite con entusiasmo e grinta. 

Lo osservava ogni volta con lo stesso stupore della prima occasione quando lo vide parlare in pubblico, alla fiera Dei Mille Sapori, a Hong Kong. 

Il padre era stato chiamato a raccontare la lunga e rocambolesca storia della sua azienda e di come lui e il socio fossero partiti letteralmente da zero per arrivare a costruire un piccolo impero. Si sarebbe potuto pensare ad un inedito racconto alla Horatio Alger. Ma era tutto vero.

Il pubblico, in profondo silenzio, era affascinato e a tratti anche commosso.  Nessuno osava neppure muoversi. Sembravano tutti sotto l’influenza di un fiabesco incanto. 

Dopotutto si trattava solo del racconto del tortuoso percorso di un’attività imprenditoriale che, nonostante i tanti ostacoli, era riuscita a farcela. Una storia comune a tanti imprenditori coraggiosi. 

Suo padre però aveva portato sul palco tutte le speranze, le ambizioni, le paure, gli entusiasmi, le delusioni e le aspettative disattese che, come ingredienti di un’irripetibile ricetta, avevano dato vita a una realtà commerciale di gustoso successo.

Quel discorso terminò con una pausa di pochi secondi di un silenzio assoluto e irreale che sfociò in un applauso scrosciante. 

Sho era rimasto là, in un angolo della sala, seduto con gli occhi immobili, la bocca socchiusa, le mani pesantemente appoggiate sulle ginocchia e la schiena drittissima.  

Suo padre era un vero maestro della comunicazione e un giorno avrebbe carpito da lui questi segreti, li avrebbe messi in pratica e poi insegnati ad altri. 

Gli inizi di Sho e il brillare della sua arte

Dopo le superiori Sho non perse tempo. S’iscrisse all’università e iniziò il suo percorso accademico completamente dedicato al suo grande amore sbocciato nei tenerissimi anni dell’adolescenza: la comunicazione.

A venticinque anni, con l’instancabile aiuto di suo padre, avviò una piccola scuola – la prima e unica nel suo genere a Yokohama: la Komyu-UP, scuola di public speaking e comunicazione efficace. 

La scuola avrebbe riscosso un successo travolgente diventando una pioniera del settore. Dopo la Komyu-UP solo tanti imitatori e spesso nemmeno tanto bravi. 

I migliori istruttori lavoravano tutti per Sho e chi voleva anche solo sperare di avere una chance in questo campo doveva necessariamente passare dalla Komyu-UP.

Quarantacinque anni trascorsi a parlare e a far parlare, a insegnare l’autocontrollo, la giusta postura, le impostazioni del sorriso e della voce. 

Quarantacinque lunghissimi anni all’insegna della parola. 

Decisioni

E adesso aveva deciso che quelle stesse parole, che fino a quel momento erano state la sua miniera, sarebbero finite ingabbiate in un gigantesco contenitore dai muri di silenzio. 

Non avrebbe più parlato. Né con Yuko sua moglie, né con Akane sua figlia né tantomeno con quello sfaccendato di Hiroshi, suo genero. 

Nessuno più alla Komyu-UP avrebbe sentito la sua voce. 

Tanto sapeva che a casa, in quel manicomio che era casa sua, nessuno si sarebbe neppure accorto della sua silenziosa presa di posizione. Yuko avrebbe continuato a cinguettare di scemenze – il decoupage e l’ikebana – mentre sua figlia e suo genero sarebbero sicuramente andati avanti a dissolvere le proprie esistenze nei mari di pixel in cui annegavano. 

Vuoi che ti prepari la colazione? – gli chiese Yuko la mattina seguente, poche ore dopo quella scura parentesi di contemplazione in cui era maturata la decisione del silenzio.

Ovviamente non vi fu risposta ma Yuko, che tanto non prestava mai attenzione alle parole del marito, agì come se una risposta ci fosse stata veramente. 

E andò in cucina. Nel giro di venti minuti apparecchiò il tavolo con una scodella fumante di riso al vapore, una scodella rossa di zuppa di miso, un pesciolino alla griglia e del cetriolo sotto sale. 

Sho, la colazione! Sbrigati! – gli aveva intimato con voce un po’ seccata. Erano già le sette e se non si fosse dato una mossa sarebbe arrivato tardi in azienda.

Contemplazioni

Ma Sho era ancora nel letto, disteso sulla schiena e con le braccia incrociate dietro la testa, a fissare un punto indefinito nello spazio. 

Di scatto si alzò e – appoggiandosi con una mano al muro – s’infilò quelle morbide pantofole a quadretti verdi e blu che tanto amava. 

Arrivato al tavolo della cucina, Yuko lo accolse con una raffica di discorsi ingarbugliati che però lei gli presentava con l’affannata solennità che la contraddistingueva. 

Mentre lavava le pentole, blaterava di insulsaggini: del tofu troppo molle che aveva comprato il giorno prima da Isetan, di quell’oca di Sachiko che era sempre lì a farsi la permanente, della colla apposita per decoupage che aveva ordinato dal Canada, del gatto lagnoso dei vicini e tanti altri argomenti tranquillamente dimenticabili.

La colla dal Canada! Con tutta la colla che abbiamo qui in Giappone lei ordina la colla dal Canada. – pensò infastidito Sho riferendosi in realtà all’atteggiamento spendaccione di sua moglie. 

Sho aveva finito la colazione e – sorseggiando lentamente una tazza di tè verde  – se ne stava con lo sguardo quasi inebetito ad osservare la grande quercia che fiera sorgeva proprio davanti alla finestra della cucina. Pigramente si voltò e gettò un’occhiata in soggiorno dove vide Hiroshi sdraiato sul divano a rimbambirsi – già di prima mattina – sul tablet. 

Akane non c’era. Testarda che non era altro. Sicuramente era andata a fare qualche ora a casa della vecchia signora Inoue che viveva sola in fondo alla strada, proprio vicino alla locanda Tsubame. Di accettare soldi dal padre non ne voleva sapere e preferiva guadagnarsi da sola i soldi per provvedere a se stessa e a quel fannullone di suo marito. Questo, pensava Sho, la rendeva meritevole di onore ma al contempo anche tanto stupida. 

Intanto, in sottofondo, continuava a scorrere il fiume impetuoso di frivoli discorsi di Yuko che non si era ancora neppure accorta che il marito non aveva detto una parola da quando si erano svegliati. 

È ora di avvisare i dipendenti

Quel giorno Sho avrebbe dovuto però trovare il modo di spiegare alla Komyu-UP il suo comportamento. Loro lo stimavano e quindi meritavano spiegazioni. 

Cari colleghi e collaboratori,

vi sorprenderà questo avviso, lo so, ma ho preso una decisione: da oggi osserverò il più rigido silenzio. Ho bisogno di riflettere. Per qualunque cosa, mandatemi un e-mail perché, fino a quando ne sentirò la necessita, non risponderò più a voce. So di poter contare sulla vostra comprensione profonda.

                                                                    Sho

L’avviso, inviato a tutto lo staff dello Komyu-UP oltre che stampato e affisso in bacheca la sera precedente dopo la chiusura, fu accolto con stupore e confusione. 

Sia gli istruttori sia gli impiegati dell’amministrazione pensarono subito si trattasse di uno scherzo tanto che uno di loro – il capo contabile Takahashi – ridacchiando staccò il foglio dalla bacheca, lo strappò e lo buttò nel bidone della carta. 

Però come spiegare la mail che arrivava proprio dalla casella di posta di Sho?

Non servirono spiegazioni perché , mentre lo staff era ancora nell’atrio a discutere concitatamente del fatto, arrivò Sho a passo svelto. Era in ritardo ma nessuno guardava l’orologio perché l’argomento centrale era un altro.

Tutti smisero di parlare e si voltarono a guardarlo con occhi pieni di stupore ma anche di smarrimento.

Sorridendo, Sho fece un leggero inchino di saluto e, togliendosi una vistosa giacca giallognola, si diresse verso il corridoio. 

Lo staff seguì i suoi movimenti con lo sguardo finché Sho non scomparve dietro la porta del suo ufficio.

Interrogativi e comprensioni


In effetti non aveva detto niente e questo era veramente bizzarro. Proprio lui che era solito salutare lo staff a gran voce incoraggiando tutti con una frase che amava ripetere all’infinito: “Buon lavoro a me e buon lavoro a voi!”

Sho, il grande oratore degno allievo di suo padre e fondatore della Komyu-UP ora era muto. Volontariamente muto.

Le attività alla Komyu-UP ripresero in maniera abbastanza regolare anche se, per forza di cose, fu necessario trovare qualcuno che sostituisse Sho nelle lezioni.

Il clima era sereno solo in apparenza perché nascondeva una tensione data dall’interrogativo. In realtà quasi nessuno, tranne una persona, aveva capito il senso del silenzio autoimposto di Sho. 

Furono infatti azzardate mille ipotesi. In mensa, durante la pausa pranzo, ad ogni tavolo non si parlava d’altro. Si passava dalle ipotesi più plausibili alle congetture più bislacche come quella secondo cui il vero Sho sarebbe morto e il falso Sho, quello muto, si troverebbe a capo della scuola ma non in grado di rivelare la propria identità. 

L’unico ad aver compreso perfettamente il suo gesto era il professor Mikuni, il responsabile dell’ufficio didattico. Il professore aveva alle spalle una carriera lunga e onorata ma certamente non priva di momenti di profonda crisi e sconforto. Nel corso della sua esperienza aveva compreso tante verità ma anche tanti paradossi legati alla loro professione. Uno di questi paradossi lo aveva portato, diversi anni prima, a ritirarsi in un monastero Zen a Odawara nella speranza di rimettere ordine in quel grande caos che aveva in testa. 

Il professor Mikuni aveva capito, infatti, che più si parlava e meno si diceva. 

Riorganizzazioni e ostinate quotidianità

Sho e il professor Mikuni si scambiarono diversi messaggi quella sera e quest’ultimo lo rassicurò dicendogli che non solo aveva compreso alla perfezione il suo gesto apparentemente così radicale e stravagante, ma che si sarebbe occupato personalmente di quella parte di lavoro che ora Sho non poteva più svolgere. 

Sho decise di prendere un mese di vacanza. Era tanto, lo sapeva, ma lui era il proprietario dopotutto e poteva decidere. Inoltre aveva incaricato Mikuni e Kinoshita di sostituirlo durante la sua assenza. 

A casa, incredibilmente, ancora nessuno si era accorto del suo silenzio. 

Yuko stava via mezze giornate per partecipare a quei corsi inutili sulle composizioni floreali mentre Akane ormai andava sempre dalla signora Inoue. E Hiroshi? Quello scansafatiche, gira e rigira, era sempre a casa a poltrire sul tablet oppure a bighellonare ai giardini con altri sfaccendati del quartiere. 

Era come se Sho fosse invisibile. In casa sapevano che lui solitamente usciva intorno alle 7:10 e rientrava verso le 18. All’ora del rientro Yuko, meccanicamente, lo aspettava nel genkan per salutarlo e porgergli quelle comode pantofole che erano uno dei pochi piaceri reali in quella casa. Ma lei subito spariva dietro la parete che separava l’ingresso dal soggiorno per tornare in cucina dove certamente preparava diligentemente i pasti – questo non glielo si può negare – ma dove passava anche un numero esagerato di ore dietro infiniti lavoretti di decoupage che puntualmente ricoprivano il tavolo. 

Yuko

Sho era abituato a farsi il bagno prima di cena e per questa ragione, non appena tornava dal lavoro, poteva andare direttamente in bagno e trovare la vasca pronta con già dentro i sali marca Bab al profumo di bosco che tingevano l’acqua di un verde giada molto leggero e riempivano l’aria con gli effluvi balsamici del pino e del cipresso.

Sho e Yuko cenavano raramente insieme perché lei da anni si autoprescriveva  una dieta che prevedeva solo la colazione e il pranzo. La cena, per Yuko, era una tazza di tè. 

Akane a Hiroshi non avevano orari e spesso andavano da Tsubame per un ramen oppure per un gyūdon

Morale della favola: ognuno se ne stava per i fatti propri e le rare volte che ci si ritrovava nella stessa stanza o uno o l’altro era perso nel solito mare di pixel. 

Ti ho preparato il nikujaga . C’è anche un po’ della frittata di ieri sera. Per dolce, la macedonia con le fragole che mi ha portato stamattina Sachiko. – disse Yuko a Sho che aveva appena fatto il bagno ed era in accappatoio. 

Ah sì, Sachiko! Non era quella che passa tutto il tempo a farsi la permanente? Beh, tanto cattiva non deve essere se ci porta le fragole! – pensò sarcastico Sho. 

Ti spiace se anche stasera non ceniamo insieme? Beh lo sai che io di solito a cena non mangio. Andrò a fare un salto da Sachiko. – cinguettò Yuko con la sua vocina squillante. 

Sho si limitò ad annuire col capo e Yuko nemmeno se ne accorse: lei era già salita su in camera a prepararsi. 

Che moglie strana, Yuko. Era bravissima in cucina. Persino sua madre aveva ammesso, con non poca fatica, che la nuora era più in gamba di lei ai fornelli. 

E la casa era uno specchio. I cassetti della biancheria tutti meticolosamente in ordine e non c’era una virgola fuori posto. 

Era stata una mamma modello e infatti Akane le era molto affezionata. Quelle due, quando ci si mettevano, erano di una complicità eccezionale.

Però verso Sho era sfuggente. Eppure lo amava e gli dimostrava il suo affetto in tanti modi. Glielo mostrava ad esempio preparandogli tutte le mattine un o-bentō molto curato; glielo dimostrava con tante piccole premure che, ne era certo, erano la sua costante e rinnovata dichiarazione d’amore. 

Ma lei rimaneva elusiva. 

Akane

Anche questa sciocchezza della cena abolita. I primi tempi lui si arrabbiava pesantemente per questo ma poi, come per tante altre cose, aveva imparato a farsi conquistare dall’indifferenza facendo propria l’arte del navigare nelle ammalianti acque della passività. 

Eppure, nonostante non cenasse più col marito, lei aveva sempre cura di preparargli i suoi piatti preferiti andando anche a cercare a volte ingredienti costosi pur di farlo felice. 

Come quella volta che lei andò fino a Tsukiji solo per prendere una vaschetta di anguille d’acqua salata per farne un kabayaki. Sapeva bene che Sho ammattiva letteralmente per questo piatto. 

E lei non lo aveva deluso.

Erano le due di notte passate e Yuko non era ancora tornata. Akane e Hiroshi erano rientrati solo per un’oretta, il tempo di lavarsi e cambiarsi, per poi subito uscire. Sicuramente andavano da Tsubame. 

Quei due – ne era certo Sho – erano destinati a vivere così, arrabattandosi e accontentandosi della mediocrità. E questo era per lui fonte continua di rabbia. 

Akane, prima di buttarsi via per Hiroshi, quello sfaticato che passava le giornate per i vicoli di Shimokitazawa a far finta di essere un poeta urbano, aveva aspirazioni di non poco conto: era sempre stata un’ottima studentessa e i suoi voti eccellenti le avevano permesso di accedere all’agognato esame di ammissione all’università di Keio superandolo al primo colpo. 

Per Akane quello era uno sogno divenuto realtà. 

A Keio aveva scelto la facoltà di Lingue, specializzandosi in lingua e letteratura vietnamita con immensa gioia del padre e del nonno. 

Aveva superato brillantemente il primo anno e si stava preparando ad affrontare il secondo quando tutto iniziò ad andare a rotoli…

Contemplazioni e parole senza suoni

Ma che ora era? 

Sho si era seduto in poltrona davanti alla televisione accesa ma con il volume azzerato. Sulla NHK era in onda uno speciale reportage dedicato alla cucina italiana. Carrellate di immagini brillanti di tipici paesaggi collinari toscani erano inframezzate da brevi interviste a gente anziana, forse contadini. Muovevano le labbra ma da quelle bocche occidentali non usciva alcun suono. 

Sho vedeva solo volti aggrediti dal tempo, raggrinziti dallo scivolar via di un’esistenza consumata a capo chino a dissodare la terra sotto un sole poco clemente. 

Li guardava come ipnotizzato. I suoi occhi seguivano la sinuosità delle colline senesi e i colori armoniosi di quelle abitazioni così lontane dal suo mondo. Rimase in quello stato forse per un’ora quando avvertì un forte dolore al petto. 

Sentì una scossa violenta come se le dita di un mostro invisibile si fossero scagliate contro il suo petto strappandogli la carne e penetrando fin verso il suo cuore che quasi avrebbero lacerato se – di istinto – Sho non si fosse premuto con le mani la zona dolorante. 

Trovò un sollievo breve ma vitale. 

Il dolore ritornò, con scariche più forti di prima. Gli sembrava quasi di sentire il rombo di quello spasimo che lo teneva imprigionato in una corda di impulsi elettrici. 

Nel tentativo di alzarsi e prendere il telefono dal tavolo, perse l’equilibrio e si accasciò a terra dove perse i sensi.

Nell’oscurità una figura, muovendosi rapidamente sullo sfondo luminoso della TV muta, si avvicinò a Sho…

(Continua)

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