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Liriche fibre: i tenugui

Un mio tenugui risalente intorno agli Cinquanta, del Novecento. Prefettura del Kanagawa.

In questi giorni di agosto infagottati in una densa coltre canicolare, Torino inizia a rivendicare sé stessa: le sue strade, le sue piazze, i suoi portici, i suoi cortili segreti, i suoi cancelli austeri, i suoi lussureggianti giardini ribelli come capigliature indomite. Egoisticamente si riprende quegli spazi aggregativi che cristallizzerà in incandescenti luoghi metafisici dove si rifletteranno le ombre di monumenti e chiese.

In queste suggestioni dechirichiane, i miei pensieri vagano tra l’atmosfera indolente di una Torino agostana e quella di un vecchio Giappone che dondola tra il reale e l’onirico. Fluttua delicatamente tra una dimensione e l’altra, come sospinto dagli sbuffi svogliati che l’arietta estiva parsimoniosamente elargisce.

Ondeggia con la compostezza delicata dei tenugui stesi al sole.

Liriche fibre: i tenugui

Faccio ritorno negli incanti di stoffe giapponesi, esplorando questa volta i tenugui. La scorsa volta avevo raccontato un po’ invece dei 風呂敷 furoshiki. Proprio qui.

Partiamo dunque dall’inizio. Cosa sono i 手拭い tenugui?

Alcuni tenugui della mia collezione.

La parola tenugui è composta da 手 te che significa mano e da 拭い nugui, dal verbo nugū che significa asciugare. Quindi potremmo tradurre questo nome con asciugamano. Tuttavia, come vedremo, il tenugui è più di un asciugamano nel modo in cui lo intendiamo noi.

Si distinguono dai furoshiki essenzialmente per tre aspetti:

  1. Il tessuto. Un tempo i tenugui erano di lino ma ormai il cotone è l’unico materiale in cui vengono realizzati. I furoshiki invece possono essere di cotone ma anche di seta o stoffe sintetiche.
  2. La forma. I tenugui sono sempre rettangolari mentre i furoshiki sono quadrati.
  3. Le dimensioni. I furoshiki sono disponibili in varie misure standard mentre i tenugui generalmente misurano 38cm x 90cm.
Il grazioso tenugui che mi regalò Megumi qualche tempo fa.

Un’altra caratteristica curiosa del tenugui è l’assenza di orlature: i bordi della stoffa vengono lasciati volutamente senza rifiniture permettendo così una naturale sfilacciatura del tessuto, conseguenza solitamente malvista. Ciò che può sembrare un difetto è in realtà aspetto dell’imperfezione del tenugui. Ed è proprio la sua imperfezione a renderlo unico nonché armoniosamente in linea con la filosofia del 侘び寂び wabisabi che esalta la bellezza dell’incompiutezza, dell’irregolare, del difettoso.

Le sfilacciature volute dei tenugui. Quei fili come manifestazione del wabisabi.

Le origini dei tenugui

L’attore di kabuki Ichikawa Danjurō VIII, con un bel tenugui attorno al collo, nel ruolo di Banzui Chobei, in barca sul fiume Sumida. L’opera, realizzata tra il 1842 e il 1846, è intitolata 「夕すゞみ」Yūsuzumi (Prendere il fresco la sera) ed è di Utagawa Kuniyoshi. Fonte.

I tenugui sono elemento della vita giapponese da secoli. Secondo alcuni studiosi, i primi esemplari risalirebbero al periodo Heian (794-1185 d.C.) in cui però venivano usati esclusivamente dall’aristocrazia in rituali religiosi. A partire dal periodo Edo (1603-1868), grazie alla diffusione del cotone, i tenugui divennero vero elemento della vita quotidiana alla portata di tutti. In quel periodo alcuni tintori molto creativi idearono delle tecniche di colorazione dei tessuti grazie a cui i tenugui acquisirono ulteriore brio e stile.

Illustrazioni di tenugui. Fonte.

Parallelamente a questa diffusione del cotone e dell’emergere di nuove tecniche di tintura, sbocciò la creatività della gente comune del periodo Edo che escogitò mille usi per questi bellissimi panni rettangolari.

Esattamente come successe per il furoshiki, anche in questo caso la mia straordinaria amica Ryōko mi ha regalato un prezioso libro come strumento di studio ed approfondimento sul tema:

Il libro s’intitola 「手ぬぐい使いこなしブック」Tenugui tsukaikonashi-bukku (Manuale per l’uso del tenugui), di Katō Atsuko.

In questo stupendo volumetto, l’autrice ripercorre la storia del tenugui e accompagna i lettori alla scoperta dei suoi tantissimi usi, molti dei quali retaggio diretto dal periodo Edo!

Alcuni usi del tenugui

Nel periodo Edo, il tenugui divenne da subito un panno multiuso per le pulizie di casa, come spugna per lavarsi e – a seconda del decoro e dei colori – anche grazioso accessorio con cui abbellirsi. Erano indispensabili in estate come salvietta asciuga-sudore da tenere attorno al collo, esattamente come vediamo fare all’attore Ichikawa Danjurō VIII nell’ukiyo-e riportato poco più su.

Ma oltre ad avere usi pratici, il tenugui a volte serviva anche per mandare dei segnali, dei messaggi. In alcune stampe ukiyo-e, ad esempio, capita vedere delle figure femminili che tengono un lembo di tenugui con i denti. In questo modo:

Immagine tratta dal libro di Katō Atsuko, pagina 69. Osservate come questa figura femminile tiene il tenugui. Il testo a fianco spiega che questo gesto poteva esprimere varie emozioni: un senso di imbarazzo, vergogna, frustrazione ma anche come segno di civetteria!
Alcuni usi proposti dal libro: salvietta per il viso, asciugamano, copricapo, fascia per capelli, elegante involucro per regali, ecc.

L’autrice suggerisce di usarli come tovagliette per il pranzo, tovaglioli, complementi d’arredo da appendere alla parete, stoffe avvolgi-bentō, ecc.

Ad esempio, a me piace usare alcuni miei tenugui (questo in foto ha un decoro tradizionale chiamato 豆絞り mameshibori) come canovaccio con cui asciugare i piatti. Il potere di assorbenza del cotone dei tenugui è elevatissimo! Insomma, come riassettare quindi la cucina…con praticità e stile.

A me piace usarli anche come sottopentola (dopo averli opportunamente piegati più volte) o come sottobicchiere.

Un tenugui usato come sottopentola.
Un altro tenugui usato come semplice sottobicchiere.

E a volte mi piace utilizzarli anche come copertina di un libro. Come ho fatto qui:

L’evoluzione dei tenugui

Nel periodo Edo, molti attori di kabuki e lottatori di sumō erano soliti farsi realizzare dei tenugui con decori personalizzati da regalare ai propri fan. Col tempo, inoltre, anche i tenugui iniziarono a riflettere la stagionalità e le ricorrenze del calendario giapponese, rispecchiando così quella sensibilità tutta nipponica per il passare del tempo e le bellezze della natura.

Alcuni dei decori nati dall’estro dei tintori del periodo Edo. Da sinistra e dall’alto verso il basso:
青海波 seigaiha: decoro ad onde marine
トンボ tonbo: libellula
麻の葉 asanoha: foglia di canapa
茶かごめ chakagome: decoro cestino di bambù
あじろ ajiro: vimini
唐草 karakusa: arabesco
金魚 kingyo: pesciolini rossi
ひった hitta: tipo quadretti

I tenugui contemporanei continuano a rappresentare esteticamente i canoni del passato, seppur talvolta con aspetti nuovi.
Io ne ho una collezione molto ristretta, certamente più limitata rispetto ai furoshiki. Tra i tenugui in mio possesso, ad esempio, ho quelli dedicati ad un importante evento culturale che amavo particolarmente: 相模大凧祭り Sagami Ōdako Matsuri cioè il festival degli aquiloni giganti di Sagami.
Questo evento si svolge tutti gli anni i primi di maggio, in una zona a pochissima distanza da dove abitavo. Sul vecchio blog raccontai in maniera dettagliata una giornata trascorsa all’Ōdako Matsuri.
L’evento è organizzato e coordinato da un’associazione locale i cui membri si esibiscono nell’esporre e nel far volare questi enormi aquiloni di cui io conservo ancora un esemplare, ovviamente in scala ridotta.

Il mio aquilone originale del Sagami Ōdako Matsuri. Un aquilone che ha volato nel mio amato cielo giapponese di Sagamihara.

Alcuni tenugui dedicati all’evento:

Qui è riportato il nome dell’associazione che si occupa dell’organizzazione dell’evento: 相模の大凧文化保存会 Sagami no ōdako bunka hozonkai. Associazione per la conservazione della cultura degli aquiloni giganti di Sagami.
Tenugui vari tra cui quelli dell’Ōdako Matsuri. In alto a destra un tenugui personalizzato appartenuto ad una certa Kyōko-san di cui non so alcunché: fu un acquisto in un mercatino delle pulci.
Il tenugui in alto a sinistra, invece, è uno dei miei preferiti: è dedicato alla consolidata tradizione giapponese del ラヂオ体操 rajio-taisō ovvero la ginnastica ritmica trasmessa attraverso i programmi radiofonici dell’emittente nazionale NHK, al mattino.
Un particolare di uno dei miei tenugui prediletti dedicato agli esercizi della ginnastica ritmica, il ラヂオ体操 rajio-taisō. Se volete provare a seguire un esempio di rajio-taisō cliccate qui.

Tenugui di Muji: un tributo al dopo Fukushima

Il negozio Muji di Torino, nelle settimane successive al gravissimo incidente nucleare di Fukushima dell’11 marzo 2011 che colpì il Tōhoku, mise in vendita un tenugui molto speciale attraverso cui raccolsero fondi d’emergenza per aiutare la popolazione locale.

Ne acquistai uno che è parte della mia piccola collezione. La caratteristica, certamente non casuale, di questo tenugui è nel suo decoro: una lista di parole contenenti tutte il kanji di 力 cioè forza oppure 気 energia, spirito.

Vi sono vocaboli come 体力 tairyoku forza fisica, 風力 fūryoku energia eolica, 運気 unki destino, 義気 giki eroismo, ecc.

Breve racconto popolare: il tenugui misterioso

Quello che segue è un breve racconto della tradizione popolare giapponese, di quel genere noto come 昔話 mukashi-banashi. Il racconto è intitolato 「ふしぎな手拭」Fushigina tenugui (il tenugui misterioso) e proviene dalla Prefettura di Kōchi, a sud del Giappone, nell’isola maggiore di Shikoku.

Mia è la traduzione in italiano dal giapponese.

Un pellegrino. In giapponese si chiamano お遍路さん o-henrosan.

Tanto tanto tempo fa, un pellegrino dall’aspetto molto trasandato giunse alla casa dell’uomo più ricco di un certo villaggio. Egli si fermò al cancello, intonò un inno religioso e poi chiese una piccola offerta.

La moglie dell’uomo ricco bruscamente gli disse: “Ho troppo da fare in questo momento e non ho tempo per pensare a te. Vattene.” E così lo cacciò in malo modo.

La cameriera di casa, nel vedere cosa stava succedendo, preparò di nascosto e in fretta e furia degli onigiri e corse dietro al pellegrino dicendogli: “Pellegrino, chissà quanta fame hai! Prendi questi!”, e gli porse gli onigiri.

Il pellegrino rispose dicendo: “In segno di mia gratitudine, vorrei darti questo. Per favore, prendilo”. E porse alla ragazza un tenugui bianco.

La mattina seguente, la cameriera si lavò il viso e se lo asciugò con il tenugui che aveva ricevuto in dono dal pellegrino. Quando andò in cucina a preparare da mangiare, tutti erano sorpresi nel vederla e le dissero: “La tua pelle è diventata più diafana, sei ancora più bella! Sei molto diversa da ieri!”.

La ragazza, quindi, si guardò allo specchio e si accorse di essere diventata una bellissima donna dalla pelle candida e perfetta.

“Ma come hai fatto a trasformarti così?”. Le fecero tantissime domande per carpire ogni dettaglio e così lei raccontò del giorno precedente e dell’incontro col pellegrino.

La moglie dell’uomo ricco, pentita per aver cacciato il pellegrino, disse alla cameriera che se le cose erano andate effettivamente così anche lei desiderava donare qualcosa al pellegrino. Le diede istruzioni di avvisarla non appena l’uomo avesse fatto ritorno.

Dopo breve tempo il pellegrino fece ritorno al villaggio. La cameriera lo invitò subito ad entrare e nel frattempo andò a chiamare la padrona di casa avvisandola dell’arrivo del viandante e ricordandole ciò che era successo con l’asciugamano magico.

La donna, risoluta, disse che avrebbe donato al pellegrino qualsiasi cosa volesse. Il viandante accetto i doni e in cambio regalò alla donna un obiage in segno di ringraziamento (fascia di seta per kimono).

Donna che indossa un obiage.

La donna, felicissima, non perse tempo e iniziò subito ad annodarselo intorno alla vita. Ma non fece nemmeno in tempo a rendersene conto che l’obiage si trasformò… in un serpente dalla lunga lingua rossa! Ssssssssss…ssssssssss. Nel vedere il rettile, la donna perse i sensi e cadde a terra.

La storia si conclude qui con una formula usata spesso nelle vecchie fiabe giapponesi, soprattutto quelle provenienti dalla Prefettura di Kōchi da cui ha origine questa che ho appena condiviso con voi:

昔まっこう、猿まっこう。
猿のつべは こんがりこ。

Mukashi makkō, saru makkō. Saru no tsube wa gongariko.

La frase di per sé viene detta per il suono giocoso ed è paragonabile al nostro ambarabà ciccicoccò. Comunque, possiamo fare una traduzione seppur sommaria:

Tanto tempo fa, le scimmie di tanto tempo fa
avevano il didietro d’argento.

Il poeta, Ki no Tsurayuki.

La formula, quasi una sorta d’incantesimo, segnala la fine delle fiabe sin dai tempi quando la prefettura di Kōchi era considerato territorio dell’antica provincia di Tosa.

L’antica Provincia di Tosa richiama subito alla mia mente una delle opere più emozionanti della letteratura giapponese antica: il 土佐日記 Tosa-nikki ossia il Diario di Tosa, del poeta 紀貫之 Ki no Tsurayuki. Nel 930 d.C. al poeta fu conferito l’incarico di governatore di quella provincia ed è in quel periodo che inizia a tenere un diario della sua esperienza, raccontandola però in voce femminile forse per evitare che la sua scrittura molto emotiva potesse intaccare la sua reputazione. Struggente è ciò che Ki no Tsurayuki ci racconta della sua amata bambina. Leggetelo: non lo dimenticherete più.

Sudachi somen e riverberi luglieschi

Un fiore di convolvolo incontrato durante una solitaria passeggiata, in una strada assolata e abbracciata da un silenzio quasi surreale.

Mi rimetto qui a scrivere in compagnia di svariate presenze. Nulla di esoterico. Ad accompagnare il mio scrivere vi è l’incandescente aria di luglio che si diluisce instancabilmente nell’arco di tutta la giornata, dilatandosi fino alle prime pennellate color crepuscolo. Vi è, inoltre, un ventilatore che manda sbuffi di un’aria sfinita, quasi disperata.

C’è anche una curiosa miscela di emozioni che spaziano dal senso di colpa per non aver più scritto all’entusiasmo di essere di nuovo qui. Ancora una volta qui, cocciutamente qui. A dispetto di una spasmodica comunicazione che non comunica e di frivole mode che vorrebbero mercificare qualsiasi cosa, compreso il puro piacere di raccontare.

Non so quali occhi scorreranno su queste parole ma – si sappia – che fintantoché potrò io sarò qua a scrivere. Magari non con i ritmi che vorrei ma ci sarò. Anche a costo di superare un blocco come quello che ha paralizzato la mia espressività in questo periodo.

Intorno a me tanti insidiosi protagonismi, infinite sequele di io io io io io e la sempre più rara capacità di saper ascoltare. Ascoltare, non sentire. Ascoltare parole che dicono, accoglierle con pazienza e gentilezza.

In questa apparente corsa a perdifiato verso qualsiasi brandello di fama, io accetto il fatto che molto probabilmente ciò che scrivo rimarrà per sempre nell’ombra, con queste parole destinate a fluttuare in un indistinguibile ed effervescente vespero.

Mi accompagnano la voce graffiante e consapevole di Rino Gaetano, quella viscerale di Janis Joplin, quella decisa di Jennifer Warnes e le melodie viscose di Sam Cooke le quali, come traboccanti cucchiaiate di melassa, avvolgono il mio cuore di dolcezza.

E malinconia. Sento Rino nei suoi musicali riverberi di un’esistenza che non è più e mi scende una lacrima. Come quando si ammira la luce delle stelle.

Le inflessibili regole di SEO mi bacchetteranno per non aver nemmeno ancora toccato l’argomento accennato nel titolo.

Sudachi somen. Scriverò di somen perché, nipponicamente e culinariamente, di cos’altro si potrebbe scrivere in giornate infuocate come queste?

I somen

Una confezione di somen (o sōmen, secondo la corretta grafia della forma traslitterata).

Ho trattato già in passato l’argomento dedicato alle tipologie di pasta giapponese, quelle che collettivamente in Giappone chiamano 麺類 menrui. Ad ogni nome di pasta, come vedrete, ho inserito un link che rimanda ad una mia ricetta. Nel gruppo dei menrui rientrano i famosi うどん udon, la deliziosa そば soba, il gettonato rāmen, gli spaghettoni da yakisoba. E vi fanno parte anche i sōmen, sottilissimi spaghetti di farina di frumento, un saporito ed immancabile elemento delle tavole estive giapponesi.

I somen si possono preparare in vari modi ma sono quasi tutte preparazioni fredde, adatte quindi ad affrontare le lunghe ed estenuanti giornate estive.

La ricetta che vi propongo oggi è una delle mie preferite. Vi consiglio di provarla perché vi stupirà per la sua freschezza, leggerezza ed una sapidità controbilanciata dal gradevole tocco di un agrume.

Somen: origine della parola

Un mazzetto di somen e fettine di lime fresco. Sulla fascetta che lega i somen, i caratteri: 特選 tokusen, ossia selezione speciale.

L’etimologia – 語源 gogen (letteralmente origine delle parole) – è un campo che non smette mai di affascinarmi. Esso fornisce piccoli ma preziosi strumenti con cui osservare più nitidamente il passato e il presente che ci circonda.

I somen, un po’ come tutti i membri del gruppo dei menrui, hanno origini remote che si perdono in antiche notti sino-giapponesi. D’altronde, il prolungato contatto tra Cina e Giappone ha dato origine ad innumerevoli influenze che quest’ultimo ha accolto con entusiasmo e curiosità.

Una teoria molto diffusa sostiene che i somen siano stati introdotti in Giappone durante il periodo Nara (710-794 d.C.) quindi nel pieno della dinastia Tang cinese. Sempre secondo questa teoria, questi spaghettini inizialmente venivano consumati nella Cina dei Tang come dolci. Inizialmente, infatti, si chiamavano 索餅 somemochi.
È, fra l’altro, molto affascinante il fil rouge che collega un po’ tutti questi elementi: i somemochi dolci a forma di corda intrecciata ricordano le しめ縄 shimenawa ovvero le corde rituali considerate sacre nello shintoismo poiché, secondo la credenza, separano gli spazi terreni da quelli ultraterreni. E i somemochi sono tra i 供え物 sonaemono cioè le offerte votive durante la festa di Tanabata.

Sonaemono cioè offerte votive preparate per la festa di Tanabata. Foto di proprietà di questo blog.

Solo in epoca Muromachi, a cavallo tra il Trecento e il Cinquecento, questi somemochi iniziarono sempre più ad assomigliare ai somen che conosciamo oggi e cioè degli spaghetti consumati con condimenti salati e non come ingredienti di un dolce.

Pare che l’antico nome degli spaghettini somen si scrivesse con i seguenti due caratteri: 索麺. Al tempo la parola si trascriveva さうめん saumen. Il carattere 索 saku significa corda e questo perché, secondo alcuni studiosi, gli spaghettini cotti venivano riuniti in ordinati mazzetti e poi intrecciati fino ad ottenere un qualcosa che effettivamente assomigliava a delle corde.

A partire dal periodo Edo (1603-1868), poi, ortograficamente i suoni さう sau e そう sou iniziarono gradualmente a mescolarsi fino a produrre l’attuale forma: そうめん sōmen (o soumen, dove la u indica l’allungamento vocalico segnalato, comunemente, dal trattino posto sulla vocale coinvolta nel fenomeno).

La ricetta: Sudachi somen

Il sudachi-somen è uno dei piatti di somen che preferisco. È il rimedio perfetto per affrontare la 夏バテ natsubate, ovvero la spossatezza dovuta al caldo estivo. È un modo per contrastare l’inappetenza che invariabilmente ci coglie durante i picchi di maggior calore.

Gli ingredienti principi sono due: i sudachi e i somen.

I sudachi sono squisiti agrumi giapponesi molto aromatici e che si collocano un po’ a metà strada tra il lime, il limone e il bergamotto.

Sudachi di Tokushima. Foto di Biancorosso Giappone, proveniente dall’archivio del mio vecchio blog.

Data la difficoltà nel reperire dei succosi sudachi di Tokushima qui a Torino, ho optato per dei profumatissimi lime che ho acquistato dalla mia amica Nu. Il lime, ancor più che il limone, si presta come ottimo e degno sostituto del sudachi in questa ricetta.

Ingredienti per 1 persona

1 mazzetto di some
1 e 1/2 sudachi o lime
50ml di mentsuyu*
150ml di acqua freddissima
il succo di mezzo sudachi o lime
cipollotto verde per guarnire

*per la mentsuyu: unire 1 cucchiaio e mezzo di salsa di soia, 1 cucchiaino e mezzo di zucchero, un pizzico di sale, 50ml d’acqua calda, mezzo cucchiaino di dashi di pesce (o di alga konbu per una versione vegetariana).

Procedimento

  1. Spremere il succo di mezzo lime e versarlo nei 150ml di acqua molto fredda. Aggiungere la mentsuyu e mescolare bene.
  2. In una pentola d’acqua bollente non salata versare i somen e lasciarli cuocere per il tempo indicato sulla confezione, generalmente 1 o 2 minuti.
  3. Scolarli e risciacquarli con acqua fredda, sfregandoli delicatamente con le mani.
  4. Disporre i somen nella scodella e sopra versarvi il condimento. Concludere guarnendo a piacere con le fette di lime e ciò che desiderate. Io ho aggiunto, per un tocco di colore e sapore in più, un’umeboshi.

Provateli. Sono saporiti, dissetanti e molto rinfrescanti.

Se passate da qui, lasciatemi un commento. Mi farebbe piacere e mi darà coraggio a continuare a scrivere, riprendendo quei fili di storie lasciate in sospeso come lo spazio dedicato a Pearl S. Buck, ad esempio.

Navigo l’afa di questo rovente sabato di luglio ritrovando un po’ di refrigerio letterario nella poetica e nelle delicatissime illustrazioni di Takehisa Yumeji, finissimo poeta e pittore rappresentativo del romanticismo di epoca Taishō (1912-1926).

Questa è la sua raccolta di poesie di fanciulle.

Verasia: la mia esperienza

Una sezione della mia amata libreria giapponese personale.

É da quando ero bambina che i libri sono fonte di una gioia elettrizzante che non accenna ad affievolirsi. Ho conosciuto il piacere della lettura quando ancora stavo apprendendo i rudimenti della sillabazione italiana e già i miei occhi curiosi ispezionavano pagine di riviste e volumi che trovavo in casa.
La sete di sapere mi ha condotta negli anni a divorare un numero incalcolabile di libri. Prima unicamente in italiano. Dopodiché, raggiunta la padronanza dell’inglese, ecco spalancarsi le preziose porte intarsiate del panorama letterario anglosassone. E infine, il giapponese. Gloriosa lingua di cui mi sono innamorata perdutamente dal primo giorno sulle pagine del leggendario Japanese for Busy People, sui banchi della mia università a Camp Zama, in Giappone. Un profondo amore che, tra sorprendenti alti ed abissali bassi, mi avrebbe condotta fino alla corona d’alloro, laureandomi in letteratura giapponese con una tesi dedicata a un magnifico libro: 「陰影礼賛」In’ei raisan (Libro d’ombra) di Jun’ichirō Tanizaki.

Leggere: una rigorosa palestra didattica

Per me leggere è la palestra didattica più rigorosa che ci sia. E l’apprendimento di una lingua deve, a mio modesto parere, presupporre necessariamente che si divorino quanti più libri possibili nell’idioma di proprio interesse. Non per tutti è così, sia chiaro. Ma per me questa è una regola. Ricordo ancora le parole del mio caro professor Simmons, docente d’inglese della mia università in Giappone, quando – davanti ai miei indugi nel consegnare i tanti research paper previsti dal programma – m’incoraggiò dicendo che nel mio inglese scritto aveva colto la qualità che acquisisce chi legge tanto.

Non riporto questo episodio per farne un vanto (anche se, lo ammetto, provo una punta di orgoglio a ripensarci) ma perché in effetti la capacità espressiva in una lingua cresce in maniera direttamente proporzionale al numero di libri letti. Tutto si rafforza e splende, in particolar modo la ricchezza lessicale.

Con l’inglese ho scalato un Everest libresco. Un’entusiasmante ma faticosa arrampicata iniziata ufficialmente col mio primo libro in inglese letto per intero, da sola, nella mia stanza ad Orem, Utah, mentre fuori sventolava una fiera Star-Spangled Banner: The Pink Motel, di Carol Ryrie Brink. Giunta all’ultima pagina, mi sentivo spossata ma al contempo immensamente fiera dell’obiettivo raggiunto. Sarebbero seguiti moltissimi altri libri, di tutti i generi e tutti i livelli di difficoltà.

E col giapponese mi sono ritrovata a scalare un altro Everest, forse, per certi versi, ancora più scosceso e inospitale del precedente.

Ma sono una persona dotata di pertinace perseveranza e non mollo la presa fino al raggiungimento del mio obiettivo. Costi quel che costi.

Dunque, la mia scalata cocciutamente procede.

Dove trovare libri in giapponese?

Riuscire a reperire libri in lingua giapponese in Italia è piuttosto un’impresa. È spesso un percorso un po’ dispendioso, ricco di tortuose gincane e non sempre risolvibile passando dal poco amato Amazon. Quest’ultimo, infatti, nella sua versione italiana, ha poco o nulla. I rimandi portano invariabilmente a rivenditori giapponesi o americani presentando, così, l’inquietante incognita delle imposte doganali.
Sono della vecchia generazione che ha studiato sulla carta e che difficilmente riesce a trarre lo stesso piacere da e-book e simili. La sensazione coi testi digitali è quella di non riuscire ad assorbirne appieno il contenuto come invece succede con il cartaceo.
Infatti, per me ogni volume della mia libreria giapponese rappresenta un’avventura e un ricordo. Ognuno di essi è il frutto di pazienti ricerche, trepidanti cacce al tesoro, attese talvolta lunghissime ed esasperanti, folate di serendipità, clamorosi colpacci di fortuna.
Come quando ritrovai l’agognato magazzino delle rimanenze della mitica libreria Mangetsu di Torino. Ne parlai qui. Oppure come quando entrai in contatto con una signora giapponese di Rimini che, volendosi disfare di alcuni suoi libri, me li regalò chiedendomi solo qualche euro per la spedizione.

Dedicherò altri articoli all’argomento libri nella speranza che possano essere d’aiuto a chi, come me, ha sviluppato una sorta di ossessione da libro giapponese. D’altronde, penso di aver accumulato un discreto numero di dritte e trucchetti che potranno, indubitabilmente, aiutare chi si trovasse a far parte di questa nicchia linguistica.

Un’altra mensola della mia amatissima libreria nipponica.

Dei vari punti miei di riferimento per l’acquisizione di libri giapponesi c’è sicuramente Verasia. Ed è proprio di Verasia che vorrei condividere le mie impressioni e la mia esperienza.

Precisazione: questa è una recensione libera e sganciata da qualsiasi programma di affiliazione o altro. Non collaboro con Verasia e dunque le opinioni qui riportate sono liberamente le mie.

Verasia: chi sono e di cosa si occupano

Nella mia imperterrita e tenace ricerca di libri giapponesi a prezzi accessibili, un giorno ho trovato il sito di Verasia. In rete ci sono pochissime recensioni tanto da farmi un po’ indugiare prima dell’acquisto. Questa mia recensione, dunque, è esattamente ciò che avrei voluto trovare.

Il negozio virtuale è presentato interamente in italiano ma la sede fisica di Verasia è a Madrid, in Spagna. Verasia fa capo ad un gruppo che si chiama Aprende Chino Hoy S.L., un’azienda dedicata alla vendita di materiale didattico per l’apprendimento del giapponese, del coreano e del cinese.

Insomma, una vera Eldorado per qualunque asiatista!

Verasia: Assortimento

Il ricco assortimento di libri mi sorprese dal primo momento. Le categorie sono tante e spaziano dai libri di lettura a quelli di testo per lo studio del giapponese. Quest’ultima categoria, tra l’altro, è particolarmente ricca e comprende di tutto: dai dizionari (di vario tipo) ai libri di testo classici fino ad arrivare, ad esempio, a volumi di approfondimento della comprensione orale o dei kanji.
Non mancano, inoltre, testi di supporto alla preparazione di esami di certificazione come il celebre JLPT, il Kanken o addirittura il NAT-test.
Nel vastissimo assortimento offerto da Verasia, sottolineo anche che è possibile trovare ogni mese la copia aggiornata dello storico mensile bilingue (giapponese-inglese) Hiragana Times!

Alcuni dei numerosi libri che ho acquistato da Verasia

Verasia: le mie scelte libresche

Verasia, oltre ad offrire un’ampia selezione di libri di vario genere a prezzi decisamente onesti, ha sul proprio sito anche una sezione dedicata all’oggettistica: scatole per bentō, furoshiki, calze tabi, tazze, poggia-bacchette, articoli di cancelleria assortiti nonché tutto il materiale per chi pratica calligrafia.

Fino adesso tutte le mie scelte hanno sempre riguardato esclusivamente i libri: ho acquistato libri di studio dedicati al perfezionamento di determinate abilità, come l’ascolto. Ho acquistato, ad esempio, un volume straordinario intitolato 「めしあがれ」Meshiagare che, attraverso meravigliosi brani ben strutturati, ripercorre la storia della cucina giapponese e permette di arricchire la propria conoscenza di microlingua.

Meshiagare è il primo libro a sinistra. Al centro il manuale di Shadowing e infine il bellissimo Yonkoma manga de oboeru nihongo.

Oltre lo straordinario Meshiagare che per meticolosità e ricchezza di contenuti meriterebbe di essere un best-seller incontrastato tra i giapponesisti di ogni dove (soprattutto se, come me, hanno il pallino della cucina!), grazie a Verasia sono riuscita a procurarmi anche un grandioso manuale dedicato alla tecnica dello shadowing.

Conviene ricordare che Verasia, inoltre, sconta molto spesso una selezione di articoli (libri e non) che si possono acquistare fino al 50% in meno! Grazie ad una di queste offerte, infatti, ero riuscita ad aggiudicarmi una copia del simpaticissimo 「4コママンガでおぼえる日本語」Yonkoma manga de oboeru nihongo (v. foto qui sopra): un libro che, attraverso gli yonkoma o strisce di fumetto a quattro vignette e solitamente di taglio umoristico, insegna varie espressioni della lingua. È proprio grazie a questo format che l’apprendimento risulta facilitato e di conseguenza la memorizzazione.

Verasia: narrativa

Ma oltre questi libri più di studio, diciamo, mi sono regalata alcune gemme letterarie.

Splendida narrativa giapponese!
Verasia: libri

Piccole grandi meraviglie di narrativa giapponese adornano la mia libreria e allietano le mie ore di nippo-letture. Come ad esempio, 「きまぐれロボット」Kimagure robotto di Shinichi Hoshi. Vi parlai di questo libro proprio qui. Oppure il mio amatissimo 「神様」Kamisama di Kawakami Hiromi a cui ho dedicato un articolo qua.
Non mancano poi l’inquietante ma irresistibile 「ふしぎな図書館」Fushigina toshokan (in italiano tradotto col titolo di ‘La strana biblioteca’) di Murakami Haruki, divorato in poche ore e col fiato sospeso.

E l’ultimo arrivato in casa Biancorosso Giappone: 「旅猫リポート」Tabineko ripōto di Arikawa Hiro. La storia del gatto viaggiatore che ha riscosso talmente tanto successo in Giappone da ispirare la produzione di un film omonimo, del 2018 e noto all’estero col titolo in inglese: The Travelling Cat Chronicles.

Locandina giapponese del film Tabineko ripōto.
Locandina di The Travelling Cat Chronicles.

Scoperta sempre grazie a Verasia, un’altra chicca di narrativa, questa volta però di autori emergenti. Una raccolta di brevi racconti con la cucina come delizioso filo conduttore: 「5分後に美味しいラスト」Gofun go in oishii rasuto.

Verasia: per concludere

Fino adesso tutti miei ordini da Verasia si sono conclusi senza intoppi e con massima soddisfazione da parte mia. La consegna impiega generalmente dai 4 ai 7 giorni circa e avviene tramite corriere. Quasi sempre è DHL ad occuparsene anche se, a volte, capita sia il non amatissimo SDA. Tuttavia, non ho mai avuto alcun problema nel ricevere i miei pacchetti da Verasia.

Altra nota importante è quella relativa ai costi di spedizione che sono decisamente ragionevoli e non scoraggiano: €3.95 indipendentemente dalla somma totale dell’ordine.

Il servizio di assistenza clienti, raggiungibile telefonicamente o via mail sia in italiano sia in inglese (e anche in spagnolo, naturalmente) è eccellente. Su richiesta, procurano anche titoli non presenti in catalogo.

E ad ulteriore dimostrazione della loro professionalità e savoir-faire, in uno dei miei ordini più recenti mi hanno inviato anche un gradito omaggio: un quaderno per esercitarsi coi kanji.

Gradito omaggio da Verasia!

Prossimamente condividerò altri consigli utili a chi legge in giapponese o chi è alla ricerca di letture sul Giappone non reperibili nei consueti circuiti di librerie italiane.

またね。Mata ne!

L’innocente malinconia di Kaneko Misuzu

La poetessa Kaneko Misuzu

In questo primo mio scritto del 2022, vorrei dedicare un pensiero ad una preziosa figura del panorama letterario femminile giapponese: 金子みすゞ Kaneko Misuzu. Di lei vi diedi un accenno qualche anno fa, proprio QUI.

Sono molto legata a questa poetessa perché una delle sue raccolte di poesie mi ha accompagnata in alcuni dei momenti più bui della mia vita. Fu la mia cara amica Akiko a regalarmi questo libro senza sapere che sarebbe stato per me àncora e conforto. E lo è ancora. Anzi, forse ora più che mai.

Kaneko Misuzu (nome d’arte di Kaneko Teru) nacque nel 1903 nella Prefettura di Yamaguchi, regione nella zona sud-est del Giappone. Nacque in un paesino di pescatori di sardine che, non è un caso, avrebbe ispirato molti suoi componimenti poetici.

Vita breve e dolorosa

La vita della poetessa fu breve e traboccante di dolore. Costretta ad un matrimonio combinato dallo zio con un collaboratore nell’attività di famiglia, Misuzu iniziò la sua vita coniugale all’insegna dell’infelicità. Dal matrimonio nacque una bambina di nome Fusae (proprio come la cara signora Fusae che porto sempre nel cuore!). Tuttavia, poco tempo dopo Misuzu scoprì di aver contratto una malattia venerea trasmessale dal marito, assiduo frequentatore dei cosiddetti quartieri del piacere. Il grande patimento fisico si sommò all’insostenibile e tesissimo rapporto col marito e il tutto sfociò in un’agguerrita battaglia legale per la custodia della bambina. La legge giapponese del tempo, infatti, in caso di divorzio garantiva l’affidamento dei figli ai padri.

Per Misuzu tutto questo era semplicemente inaccettabile oltre che indescrivibilmente straziante.

Non potendo sopportare l’idea di questa ingiusta decisione, la giovane poetessa decise di togliersi la vita. Si cita spesso il triste epilogo che così si svolse: il giorno prima dell’affido ufficiale della bambina al padre, Misuzu fece un bagno alla piccola Fusae dopodiché insieme mangiarono un 桜もち sakuramochi. I sakuramochi sono tradizionali dolci morbidi di primavera avvolti in foglie di ciliegio in salamoia.
Qui ne vedete alcuni in una mia foto scattata nella mia cucina di Sagamihara:

I sakuramochi che avevo ricevuto in dono da Ishii-san

Dopo questo struggente e ultimo momento insieme alla sua bambina amata, Misuzu scrisse una lettera al marito chiedendogli di affidare la piccola alle cure della nonna materna poiché non poteva accettare che fosse lui a crescerla.

L’ex marito rispettò le sue volontà e acconsentì affinché l’affido passasse a sua suocera.

Misuzu morì a poca distanza dal suo ventisettesimo compleanno.

Il mio amatissimo みすゞさんぽ Misuzu-sanpo

Le passeggiate di Misuzu

Il giorno prima di lasciare il Giappone, incontrai Akiko in una caffetteria rumorosa e dove le luci sembravano troppo invadenti. O forse erano i miei occhi che, affaticati dalle lacrime già versate, non tolleravano più alcun affronto.

Fu quel giorno che Akiko mi portò questo libro in dono: みすゞさんぽ Misuzu-sanpo (Le passeggiate di Misuzu), una delle raccolte di poesie di Kaneko Misuzu.

Non conoscevo ancora questa straordinaria poetessa né il suo messaggio. Mi stupirono le illustrazioni che accompagnano ogni singola poesia: animali e semplici oggetti di vita quotidiana, tutti realizzati in plastilina. Tutti elementi che erano parte della quotidianità di Misuzu e che di conseguenza popolavano le sue poesie. Gatti, lombrichi, passerotti, gabbiani, sardine, sgabelli, rose, sapone da bucato, castagne, palline di seta e altri piccoli giochini.
Qualcosa di quelle immagini e di quei componimenti puliti mi trasmetteva un senso di innocente malinconia. E senza saperlo, avrei poi scoperto che è proprio quella l’essenza della poetica di Misuzu.

Un animo innocente che nella sua breve vita colma di dolore seppe aggrapparsi alle piccole cose intorno a sé per ritrovare in esse conforto e ristoro.

Kaneko Misuzu e le sue opere finirono in un dimenticatoio letterario dove vi rimasero per lunghissimo tempo. Fino al 1982, per l’esattezza, quando riaffiorò una sua poesia diventata poi famosissima: 私と小鳥と鈴と (watashi to kotori to suzu to – Io, gli uccellini e le campane). La poesia è a pagina 70 di Misuzu-sanpo.

Lo studioso Luca Cenisi riporta sul suo sito tutta la poesia nella versione originale giapponese di cui fornisce una traslitterazione in caratteri latini più una bellissima traduzione in italiano. Ecco QUI.

La mia passeggiata con Misuzu

L’ultimo giorno di questo travagliato e sconvolgente 2021 sono andata a fare una passeggiata in solitaria lungo il Po. Ho camminato lentamente assaporando ogni istante. Mi sono lasciata cullare dal suono delle mie scarpe che calpestavano spessi strati di foglie secche. Con lo sguardo ho accarezzato la superficie iridescente del fiume su cui si specchiava un sole paglierino. Mi sono fermata ad osservare la fauna che popola le rive del vecchio fiume e mi è sembrato d’intravedere un’armonia tra gli animali che vorrei ci fosse anche tra gli esseri umani.

Sono passata vicino ad una storica colonia felina che da decenni è presente ai bordi del fiume. E ho aspettato, anche questa volta, di vedere uno dei gatti che lì abitano. E ne ho visto uno: un grosso gatto nero che, seduto, sembrava contemplare il moto calmo di quelle acque.

Intorno a me tante persone a spasso, ognuna immersa in un’imperscrutabile bolla di pensieri. Pensieri in movimento e tutti inanellati in forme complesse come le linee iridate sulla superficie cangiante di una bolla di sapone.

Nel mio cappotto blu con in testa il mio sgualcito ma amato berretto nero, passeggiavo respirando quell’aria fluviale che mi accompagna dal giorno in cui venni al mondo qui nella mia straordinaria Torino. E tra le mani, la raccolta di poesie di Kaneko Misuzu. Volevo che le sue parole mi facessero compagnia in quella mia solitaria passeggiata tra gli spogli alberi di ginkgo e le mie lacrime di malinconia e stanchezza.

マリさんぽ Mari-sanpo. La mia passeggiata.

Arrivata alla Passerella Chiaves, un piccolo ponte pedonale che collega la “mia” riva a quella già ai piedi della signorile precollina, mi sono fermata ad osservare il dipinto vero davanti ai miei occhi: il lungo e antico Po dolcemente indorato da quei raggi deboli ma caparbi e sullo sfondo i primi accenni di collina ammantata nei suoi colori distintamente torinesi.

Quante volte sono passata lì fermandomi sempre ad ammirare quel delicato scorcio di città. Ho percorso quel piccolo ponte con tante gradazioni di sentimento nel cuore: dalla felicità esultante alla tristezza più amara. Ma ogni volta l’effetto quasi ipnotico del Po che imperturbabilmente lambisce le sue rive catturava i miei occhi.

Dalla Passerella ho scattato una foto guardando il cielo e pensando a Misuzu. E su quella foto ho copiato una sua poesia di cui vi riporto la versione traslitterata in caratteri latini e la mia traduzione in italiano.

Il colore del cielo

Poesia di Kaneko Misuzu con il Po e la precollina torinese sullo sfondo.

Sora no iro

Umi wa, umi wa, naze aoi

sore wa osora ga utsuru kara

sora no kumotteiru toki wa

umi mo kumottemieru mono

yuuyake, yuuyake, naze akai

sore wa yuuhi ga akai kara

dakedo ohiru no ohisama wa,

aokanai noni, naze aoi

sora wa, sora wa, naze aoi.

(traduzione mia)

Il colore del cielo

Il mare, il mare, perché è blu?

Perché il cielo vi si specchia

Quando il cielo è nuvoloso

anche il mare lo è

il tramonto, il tramonto, perché è rosso?

Perché lo è il sole del crepuscolo

Ma il sole del mezzodì

non è blu

Perché è blu?

Il cielo, il cielo, perché è blu?

Non cessate mai di farvi domande perché è in esse il propulsore alla vita, il combustibile che saprà far ardere la fiammella della curiosità e del sapere. E tutte le domande sono lecite. Ora più che mai.

La magia di Kawakami Hiromi

Kawakami Hiromi. Foto di proprietà di The Reading Life.

Ci sono parole ed eventi che, chissà perché, restano impressi indelebilmente nei ricordi. E’ successo, ad esempio, con una riflessione di Michael Emmerich, straordinario traduttore e professore di letteratura giapponese presso il dipartimento di Asian Studies della prestigiosa UCLA. In uno dei suoi volumi, principalmente rivolti a studiosi di lingua e letteratura giapponese, Emmerich paragonò un racconto di Kawakami Hiromi a un dolce. Una ricca torta al cioccolato, se non ricordo male.

Una sequenza di racconti che il professore equiparò a un abbondante banchetto la cui degustazione avviene al contrario cioè partendo da un sontuoso dolce. E quindi dal mondo incantato di Kawakami Hiromi.

Dolce accoglienza a settembre

Fichi maturati sotto i raggi di un sole di fine estate. La parola sulla foto è il nome giapponese del frutto ossia ichijiku.

Avevo iniziato a scrivere questo articolo il primo di settembre ma poi è rimasto in quel cantiere dove ultimamente sempre più cose tendono a stazionare. Voglio lo stesso dare il benvenuto a questo mese perché è l’aggraziata volta d’ingresso verso l’autunno. E il mio benvenuto avviene così, con uno scatto a questi dolcissimi fichi delle colline piemontesi.

Ed è la dolcezza di questo nobile frutto che si presta da gancio naturale all’amabile candore della penna di Kawakami.

Perché è proprio a questa scrittrice che oggi dedico queste mie parole. In questo inizio di settembre di quest’altro anno così turbolento ecco che mi ritaglio un momento di vitale spensieratezza e ricerca di uno spazio di pace. E cascate copiose di bellezza. Salvifica bellezza ovunque, tra le pennellate di artisti di strada e dal cuore libero oppure tra le pagine della più bella letteratura di sempre.

Kamisama

La mia amata copia di Kamisama di Kawakami Hiromi.

Sarà stata l’autorevolezza di Emmerich che traspare dai suoi appassionati ma severi scritti a mettermi un po’ in soggezione. O forse era solo la mia immaginazione. Sia come sia, complici queste impressioni e quelle riflessioni pasticcere del professore, per diverso tempo ho creduto di non essere pronta per avvicinarmi alla scrittura di Kawakami.
Immaginavo la sua penna immersa in uno sfuggente microcosmo fatto d’introspezione, di drammi esistenziali e qualche scintilla di mistero.
Credo ci sia un tempo per ogni cosa ed evidentemente il mio tempo per Kawakami è ora.

Kamisama 神様 è il titolo del primo racconto di questa scrittrice, pubblicato nel 1994. Ma è anche il titolo di una raccolta di brevi racconti (v. foto).
Kamisama significa Dio. La parola viene usata anche per indicare in senso generale le divinità, soprattutto quelle del pantheon shintoista.

Sfogliando Kamisama…qui uno stupendo racconto dedicato ai Kappa. Vi parlai qui di queste creature mitologiche.

Non sapevo bene cosa aspettarmi. Avevo questo distante ricordo delle parole di Emmerich il quale, è bene precisarlo, ha tradotto in inglese moltissimo di questa scrittrice diventando a mio avviso un esperto del suo stile e del suo messaggio.

Ho iniziato dalla prima storia ovvero da Kamisama, appunto.

Ed è stato come entrare in punta di piedi in un giardino fatato, un po’ come quelli che inaspettatamente punteggiano segretamente Torino. Oppure come il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett.

Basta leggere la prima frase del celebre racconto per trovarsi catapultato istantaneamente in un mondo impregnato di quel magico realismo che contraddistingue la penna di Kawakami.

Incontri inaspettati

La prima straordinaria pagina di questo indimenticabile racconto

「くまにさそわれて散歩に出る。」
(Kuma ni sasowarete sanpo ni deru).

L’orso mi invitò a fare una passeggiata.

Inizia così questo incredibile racconto che profuma di realtà e di sogno. Un piccolo e prezioso ritratto in cui le pennellate di parole donano al lettore una scena di aliena familiarità, bizzarro tepore, confortante stravaganza ed innocente bislaccheria.

D’altra parte, raccontare una storia è fare un regalo.

E questa è la storia di una neonata amicizia tra il narratore – un essere umano – e il suo nuovo vicino di casa, un orso. Questa curiosa amicizia muove i primi passi dalla primissima riga quando appunto veniamo a conoscenza di questo invito, da parte dell’orso, a fare una passeggiata. Una passeggiata con annesso un intrigante picnic, sulle rive di un fiume. Per l’orso, una pagnotta alla francese tagliuzzata un po’ qui e un po’ lì e farcita di patè e ravanello. Per il narratore, un confortante omusubi (altresì noto come onigiri) con umeboshi.

Kawakami sembra prendere per mano il lettore e condurlo in questo suo personalissimo giardino segreto per raccontargli di un orso, curiosamente attento al galateo, che si trova a vivere tra gli umani e che si impegna dunque per iniziare nel migliore dei modi il suo rapporto con loro.

Nel leggere questa strana storia sono passata attraverso curiosità e gioia per poi ritrovarmi delicatamente in uno sbalordimento malinconico miscelato ad una punta di terrore. Un ventaglio di sensazioni inaspettato.

Anche se il racconto è scritto, sembra quasi di venir cullati da un dolce yomikikase ovvero le letture ad alta voce generalmente destinate ai bambini. Magari con l’incanto degli Yin Yin in sottofondo.

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The Rabbit That Hunts Tigers

In un pigro pomeriggio qualunque, ecco srotolarsi davanti ai nostri occhi un’amicizia straordinaria che riesce addirittura ad oltrepassare la barriera di confine tra il regno umano e quello degli animali selvatici. Un orso che si avvicina all’uomo cercando di rispettarne le regole ma al tempo stesso preservando la sua orsitudine. Innegabile e inoccultabile.

Ho immaginato l’uomo e l’animale i quali, giunti al cospetto della grande vetrata che separa i loro regni, si ritrovano intenti ad osservarsi vicendevolmente con coinvolgimento, diffidenza ma anche speranza. E ho immaginato anche il punto di quasi contatto tra mano e zampa in cui la barriera si assottiglia fino a sparire del tutto. Anche se solo per pochi istanti, anche se solo per un unico e spensierato pomeriggio.

Purtroppo sia Kamisama il racconto sia il resto delle storie contenute nel volume non sono ancora stati tradotti ufficialmente in italiano. Per chi legge l’inglese, tuttavia, ci sono buone notizie: in seguito al disastro nucleare del 2011 di Fukushima, l’autrice riscrisse il racconto Kamisama apportando alcune modifiche che lo rendessero rilevante alla luce dei tragici fatti appena avvenuti. Lo trovate qui.

Kamisama

Biancorosso Giappone: la residenza dell`anima

Tradizionale cestino giapponese

Tradizionale cestino giapponese intrecciato

Sono appena entrata.

Il tempo di togliermi le scarpe e lasciarle qui nel mio piccolo 玄関 genkan, il tradizionale ingresso giapponese, e sarò subito nel cuore della mia nuova casa.

Delle morbide pantofole grigie attendono di accompagnarmi vellutatamente in giro per questo nuovo luogo ricco di novità, promesse ed eventi non ancora divenuti ricordi.

Gli esseri umani sono spesso strambi: aspettano con trepidazione il futuro, il non ancora avvenuto, ma temono il cambiamento ed edulcorano il disagio intingendolo nell’indugio.

Ci si aggrappa alle cose vecchie, al sentiero già percorso, agli abiti comodi che si lasciano indossare senza sforzo, ai sapori già noti, al ricordo rassicurante, ai luoghi limpidi e senza misteri.

E quanto ho indugiato io!

La mia vecchia casa, il blog dove è nato Biancorosso Giappone, era ormai scura.

Era una casa piena zeppa di ricordi, ma era ormai allo stremo. Era come un bicchiere contenente due o tre dita d’acqua in cui qualcuno si ostinava a voler dissolvere una quantità sempre crescente di zucchero.

Le imposte, corrose dalle intemperie e dall’inclemenza del tempo, sbattevano violentemente e il rumore da esse provocato mi impediva anche solo di riposarmi.

La corrente era stata staccata da tempo e gli ultimi scritti sono avvenuti così, a lume di una metaforica candela il cui tremolante bagliore illuminava il punto esatto dov’ero io creando uno spettrale inseguimento di luci e ombre. Luce qui e tenebre là.

Non era il frutto del sapiente manovrare dell’ombra di cui ci narra Jun’ichirō Tanizaki nel suo In’ei Raisan (titolo italiano: Libro d’ombra), un geniale volumetto dedicato alla vera estetica giapponese dove l’ombra si alterna alla luce in un delicatissimo gioco di spazi, nicchie, paraventi, porte scorrevoli e angoli dimenticati.

Era una piccola isola illuminata fiocamente e circondata da buie acque in cui nuotavano furtivi e minacciosi scuri alligatori.

In quel mare nero, le mie cose. Quello che di esse è rimasto. Cose che aspettavano una nuova dimora.

Testardamente non volevo abbandonare quel luogo credendolo depositario di Biancorosso Giappone, del mio scrivere, della mia arte.

La dispensa ormai non aveva più alcunché da offrire e quel poco rimasto placava solo i morsi della fame più violenti.

I traslocatori mi aspettavano incessantemente. Alcuni si agitavano, sbuffando, imprecando, oppure tamburellando nervosamente con le dita su qualunque superficie fosse disponibile. Altri, invece, mi attendevano seduti – chi per terra e chi su qualche sedia di fortuna – con quella solida e avvolgente pazienza di cui dispongono poche persone nell’arco della propria vita.

Ma una cosa è innegabile: erano e sono una squadra. Chi più indulgente chi meno, non hanno mai smesso di aspettarmi.

E incredibilmente mi hanno attesa fino a stasera.

Fino a quando, con la spossatezza nel fisico e l’estenuazione nella mente, ho aperto la vecchia porta cigolante e con imbarazzo, ma anche il desiderio di voltar pagina, ho lasciato che lentamente il mio sguardo incrociasse il loro e con un mio timido sorriso ho detto loro di essere pronta.

Loro non aspettavano altro.

Ho consegnato alle loro braccia forti ed energiche la mia prima scatola di averi, una scatola a cui ne sono seguite altre.

In cambio, mi hanno consegnato con gentilezza e garbo le chiavi della mia nuova residenza.

Questa.

Ed eccomi, dunque, qua.

Con la vecchia casa ormai alle spalle definitivamente e le scatole da disfare.

Dalle scatole spuntano cose tangibili e non.

Emergono il coraggio. Il cestino intrecciato di Yukiko-san. L’effervescenza della speranza che torna ad ardere. Le caramelle allo zenzero e mango di Ummi.

Caramelle zenzero e mango

Le caramelle allo zenzero e mango, dono di Ummi.

Sì, proprio quelle caramelline che mi fecero sorridere con quell’immagine di una radice di zenzero impegnata in una mossa degna di Bruce Lee. Una mossa decisa, come l’intensità e la tenacia della radice stessa.

Caramelle allo zenzero 1

Un simpatico Bruce Lee gingeresco.

Emerge una forza mai sparita del tutto e che tramuta una giungla di paura in un pacifico boschetto; fameliche tigri in buffi tigrotti di carta pasticciata da un bimbo annoiato; la minaccia di un furioso vento di Maestrale in un innocuo soffio come quelli che estinguono la fragile fiammella di una candela.

E` emerso il mio quaderno rosso sbiadito che mi aveva regalato Annalisa e su cui annoto disordinatamente e incostantemente le mie idee.

Quaderno delle idee e un prezioso libro di letteratura giapponese

Il quaderno delle idee e il libro di Ummi.

E’ emerso, con esso, anche un preziosissimo libro, sempre regalo della generosa Ummi: una dolce e incoraggiante mano che accompagna gli studenti più volenterosi in un viaggio nella letteratura giapponese moderna di Giles Murray.

Il pavimento è di legno profumato. C’è luce. Un’atmosfera accogliente mi annuncia, senza timidezze o cerimonie, che ora questa è la mia casa. Giungono carezzevolmente a me fili di incenso Mainichi-koh e con esso l’effluvio del Giappone che custodisco dentro di me in uno scrigno a cui i malintenzionati non possono accedere.

La nuova casa di Biancorosso Giappone. La residenza dell’anima di una scrittrice.

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