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Ohitashi e soliloqui

Perdersi un po’ in cucina, tra ingredienti in dispensa da pesare con precisione oppure con sentimento. Lasciarsi incantare dai ricordi che permeano ricettari ingialliti dal tempo. Pagine di carta spessa, a volte lucida, impreziosite da macchioline di salsa di pomodoro o di olio, a dimostrazione di missioni compiute.

Gastronomiche missioni che a volte sfociano in disastri oppure in gustosi e memorabili ricordi. Il ricettario come parabola della vita: non sempre tutto va come previsto, pur avendo gli ingredienti giusti. Però spesso sì. Ma comunque sia, tutto concorre a nutrirci.

Un sole di fine dicembre ci incoraggia a scostare le tende e ad aprire un po’ le finestre. La città, seppur già nel consueto fermento pre-natalizio, ha quell’inconfondibile aria pigra della domenica.

Torinesi a passeggio, negozi aperti in speranzosa attesa, la nuova caffetteria all’angolo con un grosso Babbo Natale di legno in vetrina. Una bottega di un fioraio dove vorrei acquistare dei ranuncoli. O forse no: dei giacinti. I miei fiori preferiti di sempre.

E laggiù il Po, nel suo scorrere immutato e lento, circondato dolcemente da pennellate di calde gradazioni dorate che vanno dal giallo pesca delle signorili residenze collinari alle punte mogano e cinabro degli ippocastani e dei pioppi bianchi.

Dalla mia libreria

Dalla mia libreria giapponese personale ho scelto due ricettari:

Ognuno di essi ha una storia che conosco in parte. Io di loro so come sono arrivati a me. Sono volumi pubblicati da case editrici diverse ma hanno lo stesso titolo: 「料理の基礎」Ryōri no kiso. Ovvero le basi della cucina. Entrambi i libri promettono di guidare il principiante alla scoperta delle basi della cucina giapponese, riuscendo a preparare con successo deliziosi piatti di ogni tipo.

E ognuno tenta di attirare l’attenzione dell’aspirante cuoco esordiente con persuasive frasi d’effetto. Il primo in alto, ad esempio, si definisce トラの巻 Tora no maki, letteralmente il rotolo della tigre. L’espressione si usa per indicare un libro o un documento di riferimento definitivo ed autorevole in un determinato campo. Pare abbia avuto origine nel mondo del karatè dove il primo testo di riferimento per questa disciplina fu quello del Maestro Funakoshi. E la tigre, fiero animale non scelto per caso, rappresenta la tenacia, la forza, la capacità di essere sempre vigile e pronto a reagire. I karateka tra i lettori conosceranno sicuramente – e molto meglio di me – la questione.

Il Tora no maki della cucina proviene dall’ormai defunta libreria Mangetsu mentre l’altro – che promette risultati infallibili anche ai neofiti – è un acquisto da una giapponesista di Roma.

Li sfoglio e poi, già sapendo in realtà cosa volessi preparare, cerco una delle mie ricette preferite. Ce l’hanno entrambi, naturalmente, poiché si tratta di una preparazione essenziale. Le due versioni sono però leggermente diverse ma entrambe ineccepibili.

Desidero preparare il ほうれん草のお浸し Hōrensō no ohitashi, uno dei piatti che amo di più della cucina giapponese. Vediamo di cosa si tratta.

La lunga storia degli ohitashi

Gli ohitashi sono piatti di verdure in cui queste vengono generalmente sbollentate e condite con salsa di soia e brodo dashi. Fanno parte dei classici fondamentali della cucina giapponese.

Il termine お浸し ohitashi deriva dal verbo 浸す hitasu che significa immergere o mettere in ammollo. Questo perché le verdure preparare in questo modo vanno effettivamente lasciate riposare a bagno nel condimento apposito.

Illustrazione di un tipico ohitashi di spinaci. Fonte immagine.

Per indicare questi piatti si usa anche un altro termine: 浸しもの hitashimono dove la parola mono significa genericamente cose. Quindi cose a bagno, a mollo. Il termine tradotto non sarà molto invitante ma vi assicuro che tutti gli ohitashi – o hitashimono che dir si voglia – sono deliziosi.

Secondo alcuni documenti, pare che i primi ohitashi risalgano addirittura al lontano periodo Nara (710-794). Nel periodo Edo, invece, sembra che gli ingredienti protagonisti degli ohitashi non fossero solo le verdure ma anche i frutti di mare. D’altra parte, pesce e frutti di mare abbondavano nel Giappone feudale e le specialità della cucina del tempo lo dimostrano. Basti pensare come, ad esempio, i tonni fossero talmente in abbondanza da essere considerati pesci economici!

Dal periodo Meiji in avanti, invece, si dice ci sia stata un’inversione di tendenza che ha restituito rilievo agli ohitashi di sole verdure, soprattutto in foglia.

Poetiche ghiottonerie

Gli ohitashi occupano un posto un po’ speciale nel repertorio delle goloserie d’autore. Il celebre poeta del periodo Edo – Matsuo Bashō – si dice fosse particolarmente goloso di una specialità della Prefettura di Yamagata: ohitashi di fiori di crisantemo. Non tutti i crisantemi sono commestibili ma la varietà viola, originaria proprio di Yamagata, lo è. Questi crisantemi viola esculenti sono conosciuti come カキノモト kakinomoto o もってのほか mottenohoka. Ed erano proprio questi fiori porpora preparati come ohitashi a piacere così tanto al grande maestro degli haiku.

Illustrazione del crisantemo viola di Yamagata, varietà esculenta del famoso fiore che è anche simbolo della famiglia imperiale giapponese. Fonte immagine.

Tra l’altro, il nome mottenohoka in giapponese significa assurdo, fuori discussione, incredibile e pare si riferisca alla bontà di questo fiore che è tale da essere proprio…assurda!

Illustrazione del poeta Matsuo Bashō. Fonte immagine.

Alla suddetta Prefettura avevo dedicato un articolo relativo ad un’altra specialità: lo Yamagata-dashi. Chissà, forse anche questo fresco piatto estivo piaceva al grande poeta!

Illustrazione di un mazzetto di foglie di shungiku, cioè della varietà esculenta del crisantemo. Fonte immagine.

Curiosità nella curiosità: le foglie di crisantemo, sempre ovviamente della varietà commestibile, in giapponese sono note col nome di 春菊 shungiku. Sono molto saporite e a me piacciono sia in ohitashi sia preparate nei nabemono, ovvero gli stufati realizzati nella pentola tradizionale di coccio. Queste foglie si mangiano anche in altre parti dell’Asia, tra cui la Cina, motivo per cui a Torino si trovano facilmente al mercato, dagli agricoltori cinesi. Costano poco, sono gustose e molto ricche di minerali e vitamine.
Qualche anno fa le cercai usando il nome giapponese ma il contadino cinese guardò frastornato i kanji che gli stavo mostrando. Venni a sapere, infatti, che in cinese queste verdure si scrivono con i caratteri 茼蒿 e che si leggono Tong Hao. Il dizionario, tra l’altro, mi rivela sottovoce che il primo carattere cinese di questo nome – 茼 – si può leggere shungiku!

Come si fa a non amare la lingua giapponese?!

Un rompicapo e labirinto continui!

Ohitashi di spinaci: ricetta

Se già gli ohitashi sono tra i miei piatti preferiti, quello di spinaci è per me il non plus ultra. Tra l’altro, questo ortaggio è il più utilizzato nelle preparazioni degli ohitashi ma si possono usare tranquillamente altre verdure in foglia come il crescione, le bietole, le cime di rapa, la verza ecc.

La ricetta, semplicissima, è tratta da uno dei due ricettari di cui ho fatto menzione poco più su. Entrambi i volumi ne riportano la preparazione, con leggeri differenze. Ho scelto la versione più semplice delle due.

Vediamo subito gli ingredienti.

Per due persone serviranno:
250g di spinaci freschi in foglia, ben lavati
2 cucchiai di brodo dashi*
mezzo cucchiaio di salsa di soia
1 cucchiaino scarso di zucchero di canna
sale q.b.
Facoltativi: katsuobushi e semi di sesamo

*Il brodo dashi utilizzato comunemente anche per questa ricetta è quello di pesce. Se preferite una versione vegetariana del piatto, consiglio di optare per un dashi vegetale come quello di alga konbu. Quest’ultimo si può preparare fresco (trovate qui alcune mie indicazioni a riguardo) oppure usare quello granulare che troverete nei negozi di alimentari asiatici.

Konbu-dashi granulare che trovo a volte in alcuni market asiatici qui di Torino.

Preparazione

In uno scodellino, unire il brodo dashi, la salsa di soia, lo zucchero. Mescolare molto bene e mettere da parte. Questo sarà il condimento dell’ammollo.

Per gli spinaci, si procede in questo modo:

li si mette prima a bagno in acqua a temperatura ambiente per cinque o dieci minuti. Nel frattempo, si mette a bollire in una pentola dell’acqua e non appena inizierà l’ebollizione vi si immergeranno gli spinaci partendo dai gambi. Li si scotta per pochi istanti per poi trasferirli in un contenitore d’acqua freddissima, quasi ghiacciata.

Lasciare gli spinaci nell’acqua ghiacciata per un minuto o due dopodiché tirarli fuori e – molto delicatamente – ricomporli per lungo e strizzarli senza esagerare. Disporre il mazzetto strizzato su un tagliere e tagliarlo in pezzi da 3 o 4cm. Strizzare nuovamente i pezzi prima di metterli in un contenitore e irrorarli con la salsa preparare in precedenza.

Spinaci in ammollo

Lasciare a mollo per almeno 15-20 minuti dopodiché servire guarnendo con katsuobushi (se si desidera) o con dei semi di sesamo tostati.

Riassetto la cucina, rimetto accuratamente posto i libri nella mia amata libreria, chiudo le tende. Ormai il sole è tramontato e il cielo sfoggia le sue sequenze di blu che sfumano ancora nei rosati.

Le parole di Sho

Scrivo di getto in questo momento, in questa domenica sera di fine agosto dove l’aria ha già i primi profumi di un autunno non poi così distante. Capitoli della vita che si concludono e cicli che si esauriscono. Ma a queste fini seguono sempre degli inizi.

In un giorno in cui ho pianto in momenti diversi e in cui ho dovuto anche salutare una persona cara che si appresta ad iniziare un lungo viaggio. Un viaggio fisico ma che sarà prevalentemente interiore.

Nella mia incapacità di nascondere i sentimenti e le emozioni, ho perso la lotta contro le lacrime che infatti sono sgorgate copiosamente. Hanno vinto loro. E in quel momento, la mia cara amica mi ha chiesto di prometterle di iniziare a pubblicare i miei racconti. Me lo ha chiesto oggi, sul ponte Regina mentre la pioggia iniziava ad aumentare in intensità e sia il cielo sia le acque del Po avevano assunto malinconiche note cineree.

Le ho detto che avrei iniziato stasera, pubblicando la prima parte di un mio racconto che risale a diversi anni fa ormai.

Cominciamo così. Poi si vedrà.

Non so nemmeno se qualcuno lo leggerà. Ma se lo leggerete scrivetemi o lasciatemi un commento.

Il racconto s’intitola Le parole di Sho.

Tutto il racconto, ed eventuali altri racconti, saranno raccolti nel tag i miei racconti.

Prima parte.

Buona lettura.

Le parole di Sho (parte prima)

Aveva smesso di parlare e lo aveva fatto senza pensarci neppure un attimo.

Non era un capriccio o una risposta piccata a qualche diverbio. No. Questa volta aveva deciso che avrebbe scelto il silenzio.

Per quarantacinque anni aveva insegnato alla gente i trucchi della comunicazione efficace svolgendo la mansione d’istruttore di public speaking, come veniva chiamata l’arte del saper parlare davanti a un pubblico. 

Il suo era un lavoro nato un po’ per caso quando, da ragazzo, accompagnava suo padre alle riunioni di un’azienda produttrice di salsa di pesce vietnamita, di cui era co-fondatore. 

In quelle occasioni il padre diventava un’altra persona: da uomo introverso e anche un po’ burbero si trasformava in un istrione, in un abile atleta della parola che sapeva gestire con maestria e agilità discorsi complessi esponendoli con una chiarezza sbalorditiva. 

Bastava che salisse sul palco, dietro quel microfono, perché  tutte le paure, le ansie, le timidezze e le fragilità, sparissero dissolvendosi in un flusso coinvolgente di parole scandite con entusiasmo e grinta. 

Lo osservava ogni volta con lo stesso stupore della prima occasione quando lo vide parlare in pubblico, alla fiera Dei Mille Sapori, a Hong Kong. 

Il padre era stato chiamato a raccontare la lunga e rocambolesca storia della sua azienda e di come lui e il socio fossero partiti letteralmente da zero per arrivare a costruire un piccolo impero. Si sarebbe potuto pensare ad un inedito racconto alla Horatio Alger. Ma era tutto vero.

Il pubblico, in profondo silenzio, era affascinato e a tratti anche commosso.  Nessuno osava neppure muoversi. Sembravano tutti sotto l’influenza di un fiabesco incanto. 

Dopotutto si trattava solo del racconto del tortuoso percorso di un’attività imprenditoriale che, nonostante i tanti ostacoli, era riuscita a farcela. Una storia comune a tanti imprenditori coraggiosi. 

Suo padre però aveva portato sul palco tutte le speranze, le ambizioni, le paure, gli entusiasmi, le delusioni e le aspettative disattese che, come ingredienti di un’irripetibile ricetta, avevano dato vita a una realtà commerciale di gustoso successo.

Quel discorso terminò con una pausa di pochi secondi di un silenzio assoluto e irreale che sfociò in un applauso scrosciante. 

Sho era rimasto là, in un angolo della sala, seduto con gli occhi immobili, la bocca socchiusa, le mani pesantemente appoggiate sulle ginocchia e la schiena drittissima.  

Suo padre era un vero maestro della comunicazione e un giorno avrebbe carpito da lui questi segreti, li avrebbe messi in pratica e poi insegnati ad altri. 

Gli inizi di Sho e il brillare della sua arte

Dopo le superiori Sho non perse tempo. S’iscrisse all’università e iniziò il suo percorso accademico completamente dedicato al suo grande amore sbocciato nei tenerissimi anni dell’adolescenza: la comunicazione.

A venticinque anni, con l’instancabile aiuto di suo padre, avviò una piccola scuola – la prima e unica nel suo genere a Yokohama: la Komyu-UP, scuola di public speaking e comunicazione efficace. 

La scuola avrebbe riscosso un successo travolgente diventando una pioniera del settore. Dopo la Komyu-UP solo tanti imitatori e spesso nemmeno tanto bravi. 

I migliori istruttori lavoravano tutti per Sho e chi voleva anche solo sperare di avere una chance in questo campo doveva necessariamente passare dalla Komyu-UP.

Quarantacinque anni trascorsi a parlare e a far parlare, a insegnare l’autocontrollo, la giusta postura, le impostazioni del sorriso e della voce. 

Quarantacinque lunghissimi anni all’insegna della parola. 

Decisioni

E adesso aveva deciso che quelle stesse parole, che fino a quel momento erano state la sua miniera, sarebbero finite ingabbiate in un gigantesco contenitore dai muri di silenzio. 

Non avrebbe più parlato. Né con Yuko sua moglie, né con Akane sua figlia né tantomeno con quello sfaccendato di Hiroshi, suo genero. 

Nessuno più alla Komyu-UP avrebbe sentito la sua voce. 

Tanto sapeva che a casa, in quel manicomio che era casa sua, nessuno si sarebbe neppure accorto della sua silenziosa presa di posizione. Yuko avrebbe continuato a cinguettare di scemenze – il decoupage e l’ikebana – mentre sua figlia e suo genero sarebbero sicuramente andati avanti a dissolvere le proprie esistenze nei mari di pixel in cui annegavano. 

Vuoi che ti prepari la colazione? – gli chiese Yuko la mattina seguente, poche ore dopo quella scura parentesi di contemplazione in cui era maturata la decisione del silenzio.

Ovviamente non vi fu risposta ma Yuko, che tanto non prestava mai attenzione alle parole del marito, agì come se una risposta ci fosse stata veramente. 

E andò in cucina. Nel giro di venti minuti apparecchiò il tavolo con una scodella fumante di riso al vapore, una scodella rossa di zuppa di miso, un pesciolino alla griglia e del cetriolo sotto sale. 

Sho, la colazione! Sbrigati! – gli aveva intimato con voce un po’ seccata. Erano già le sette e se non si fosse dato una mossa sarebbe arrivato tardi in azienda.

Contemplazioni

Ma Sho era ancora nel letto, disteso sulla schiena e con le braccia incrociate dietro la testa, a fissare un punto indefinito nello spazio. 

Di scatto si alzò e – appoggiandosi con una mano al muro – s’infilò quelle morbide pantofole a quadretti verdi e blu che tanto amava. 

Arrivato al tavolo della cucina, Yuko lo accolse con una raffica di discorsi ingarbugliati che però lei gli presentava con l’affannata solennità che la contraddistingueva. 

Mentre lavava le pentole, blaterava di insulsaggini: del tofu troppo molle che aveva comprato il giorno prima da Isetan, di quell’oca di Sachiko che era sempre lì a farsi la permanente, della colla apposita per decoupage che aveva ordinato dal Canada, del gatto lagnoso dei vicini e tanti altri argomenti tranquillamente dimenticabili.

La colla dal Canada! Con tutta la colla che abbiamo qui in Giappone lei ordina la colla dal Canada. – pensò infastidito Sho riferendosi in realtà all’atteggiamento spendaccione di sua moglie. 

Sho aveva finito la colazione e – sorseggiando lentamente una tazza di tè verde  – se ne stava con lo sguardo quasi inebetito ad osservare la grande quercia che fiera sorgeva proprio davanti alla finestra della cucina. Pigramente si voltò e gettò un’occhiata in soggiorno dove vide Hiroshi sdraiato sul divano a rimbambirsi – già di prima mattina – sul tablet. 

Akane non c’era. Testarda che non era altro. Sicuramente era andata a fare qualche ora a casa della vecchia signora Inoue che viveva sola in fondo alla strada, proprio vicino alla locanda Tsubame. Di accettare soldi dal padre non ne voleva sapere e preferiva guadagnarsi da sola i soldi per provvedere a se stessa e a quel fannullone di suo marito. Questo, pensava Sho, la rendeva meritevole di onore ma al contempo anche tanto stupida. 

Intanto, in sottofondo, continuava a scorrere il fiume impetuoso di frivoli discorsi di Yuko che non si era ancora neppure accorta che il marito non aveva detto una parola da quando si erano svegliati. 

È ora di avvisare i dipendenti

Quel giorno Sho avrebbe dovuto però trovare il modo di spiegare alla Komyu-UP il suo comportamento. Loro lo stimavano e quindi meritavano spiegazioni. 

Cari colleghi e collaboratori,

vi sorprenderà questo avviso, lo so, ma ho preso una decisione: da oggi osserverò il più rigido silenzio. Ho bisogno di riflettere. Per qualunque cosa, mandatemi un e-mail perché, fino a quando ne sentirò la necessita, non risponderò più a voce. So di poter contare sulla vostra comprensione profonda.

                                                                    Sho

L’avviso, inviato a tutto lo staff dello Komyu-UP oltre che stampato e affisso in bacheca la sera precedente dopo la chiusura, fu accolto con stupore e confusione. 

Sia gli istruttori sia gli impiegati dell’amministrazione pensarono subito si trattasse di uno scherzo tanto che uno di loro – il capo contabile Takahashi – ridacchiando staccò il foglio dalla bacheca, lo strappò e lo buttò nel bidone della carta. 

Però come spiegare la mail che arrivava proprio dalla casella di posta di Sho?

Non servirono spiegazioni perché , mentre lo staff era ancora nell’atrio a discutere concitatamente del fatto, arrivò Sho a passo svelto. Era in ritardo ma nessuno guardava l’orologio perché l’argomento centrale era un altro.

Tutti smisero di parlare e si voltarono a guardarlo con occhi pieni di stupore ma anche di smarrimento.

Sorridendo, Sho fece un leggero inchino di saluto e, togliendosi una vistosa giacca giallognola, si diresse verso il corridoio. 

Lo staff seguì i suoi movimenti con lo sguardo finché Sho non scomparve dietro la porta del suo ufficio.

Interrogativi e comprensioni


In effetti non aveva detto niente e questo era veramente bizzarro. Proprio lui che era solito salutare lo staff a gran voce incoraggiando tutti con una frase che amava ripetere all’infinito: “Buon lavoro a me e buon lavoro a voi!”

Sho, il grande oratore degno allievo di suo padre e fondatore della Komyu-UP ora era muto. Volontariamente muto.

Le attività alla Komyu-UP ripresero in maniera abbastanza regolare anche se, per forza di cose, fu necessario trovare qualcuno che sostituisse Sho nelle lezioni.

Il clima era sereno solo in apparenza perché nascondeva una tensione data dall’interrogativo. In realtà quasi nessuno, tranne una persona, aveva capito il senso del silenzio autoimposto di Sho. 

Furono infatti azzardate mille ipotesi. In mensa, durante la pausa pranzo, ad ogni tavolo non si parlava d’altro. Si passava dalle ipotesi più plausibili alle congetture più bislacche come quella secondo cui il vero Sho sarebbe morto e il falso Sho, quello muto, si troverebbe a capo della scuola ma non in grado di rivelare la propria identità. 

L’unico ad aver compreso perfettamente il suo gesto era il professor Mikuni, il responsabile dell’ufficio didattico. Il professore aveva alle spalle una carriera lunga e onorata ma certamente non priva di momenti di profonda crisi e sconforto. Nel corso della sua esperienza aveva compreso tante verità ma anche tanti paradossi legati alla loro professione. Uno di questi paradossi lo aveva portato, diversi anni prima, a ritirarsi in un monastero Zen a Odawara nella speranza di rimettere ordine in quel grande caos che aveva in testa. 

Il professor Mikuni aveva capito, infatti, che più si parlava e meno si diceva. 

Riorganizzazioni e ostinate quotidianità

Sho e il professor Mikuni si scambiarono diversi messaggi quella sera e quest’ultimo lo rassicurò dicendogli che non solo aveva compreso alla perfezione il suo gesto apparentemente così radicale e stravagante, ma che si sarebbe occupato personalmente di quella parte di lavoro che ora Sho non poteva più svolgere. 

Sho decise di prendere un mese di vacanza. Era tanto, lo sapeva, ma lui era il proprietario dopotutto e poteva decidere. Inoltre aveva incaricato Mikuni e Kinoshita di sostituirlo durante la sua assenza. 

A casa, incredibilmente, ancora nessuno si era accorto del suo silenzio. 

Yuko stava via mezze giornate per partecipare a quei corsi inutili sulle composizioni floreali mentre Akane ormai andava sempre dalla signora Inoue. E Hiroshi? Quello scansafatiche, gira e rigira, era sempre a casa a poltrire sul tablet oppure a bighellonare ai giardini con altri sfaccendati del quartiere. 

Era come se Sho fosse invisibile. In casa sapevano che lui solitamente usciva intorno alle 7:10 e rientrava verso le 18. All’ora del rientro Yuko, meccanicamente, lo aspettava nel genkan per salutarlo e porgergli quelle comode pantofole che erano uno dei pochi piaceri reali in quella casa. Ma lei subito spariva dietro la parete che separava l’ingresso dal soggiorno per tornare in cucina dove certamente preparava diligentemente i pasti – questo non glielo si può negare – ma dove passava anche un numero esagerato di ore dietro infiniti lavoretti di decoupage che puntualmente ricoprivano il tavolo. 

Yuko

Sho era abituato a farsi il bagno prima di cena e per questa ragione, non appena tornava dal lavoro, poteva andare direttamente in bagno e trovare la vasca pronta con già dentro i sali marca Bab al profumo di bosco che tingevano l’acqua di un verde giada molto leggero e riempivano l’aria con gli effluvi balsamici del pino e del cipresso.

Sho e Yuko cenavano raramente insieme perché lei da anni si autoprescriveva  una dieta che prevedeva solo la colazione e il pranzo. La cena, per Yuko, era una tazza di tè. 

Akane a Hiroshi non avevano orari e spesso andavano da Tsubame per un ramen oppure per un gyūdon

Morale della favola: ognuno se ne stava per i fatti propri e le rare volte che ci si ritrovava nella stessa stanza o uno o l’altro era perso nel solito mare di pixel. 

Ti ho preparato il nikujaga . C’è anche un po’ della frittata di ieri sera. Per dolce, la macedonia con le fragole che mi ha portato stamattina Sachiko. – disse Yuko a Sho che aveva appena fatto il bagno ed era in accappatoio. 

Ah sì, Sachiko! Non era quella che passa tutto il tempo a farsi la permanente? Beh, tanto cattiva non deve essere se ci porta le fragole! – pensò sarcastico Sho. 

Ti spiace se anche stasera non ceniamo insieme? Beh lo sai che io di solito a cena non mangio. Andrò a fare un salto da Sachiko. – cinguettò Yuko con la sua vocina squillante. 

Sho si limitò ad annuire col capo e Yuko nemmeno se ne accorse: lei era già salita su in camera a prepararsi. 

Che moglie strana, Yuko. Era bravissima in cucina. Persino sua madre aveva ammesso, con non poca fatica, che la nuora era più in gamba di lei ai fornelli. 

E la casa era uno specchio. I cassetti della biancheria tutti meticolosamente in ordine e non c’era una virgola fuori posto. 

Era stata una mamma modello e infatti Akane le era molto affezionata. Quelle due, quando ci si mettevano, erano di una complicità eccezionale.

Però verso Sho era sfuggente. Eppure lo amava e gli dimostrava il suo affetto in tanti modi. Glielo mostrava ad esempio preparandogli tutte le mattine un o-bentō molto curato; glielo dimostrava con tante piccole premure che, ne era certo, erano la sua costante e rinnovata dichiarazione d’amore. 

Ma lei rimaneva elusiva. 

Akane

Anche questa sciocchezza della cena abolita. I primi tempi lui si arrabbiava pesantemente per questo ma poi, come per tante altre cose, aveva imparato a farsi conquistare dall’indifferenza facendo propria l’arte del navigare nelle ammalianti acque della passività. 

Eppure, nonostante non cenasse più col marito, lei aveva sempre cura di preparargli i suoi piatti preferiti andando anche a cercare a volte ingredienti costosi pur di farlo felice. 

Come quella volta che lei andò fino a Tsukiji solo per prendere una vaschetta di anguille d’acqua salata per farne un kabayaki. Sapeva bene che Sho ammattiva letteralmente per questo piatto. 

E lei non lo aveva deluso.

Erano le due di notte passate e Yuko non era ancora tornata. Akane e Hiroshi erano rientrati solo per un’oretta, il tempo di lavarsi e cambiarsi, per poi subito uscire. Sicuramente andavano da Tsubame. 

Quei due – ne era certo Sho – erano destinati a vivere così, arrabattandosi e accontentandosi della mediocrità. E questo era per lui fonte continua di rabbia. 

Akane, prima di buttarsi via per Hiroshi, quello sfaticato che passava le giornate per i vicoli di Shimokitazawa a far finta di essere un poeta urbano, aveva aspirazioni di non poco conto: era sempre stata un’ottima studentessa e i suoi voti eccellenti le avevano permesso di accedere all’agognato esame di ammissione all’università di Keio superandolo al primo colpo. 

Per Akane quello era uno sogno divenuto realtà. 

A Keio aveva scelto la facoltà di Lingue, specializzandosi in lingua e letteratura vietnamita con immensa gioia del padre e del nonno. 

Aveva superato brillantemente il primo anno e si stava preparando ad affrontare il secondo quando tutto iniziò ad andare a rotoli…

Contemplazioni e parole senza suoni

Ma che ora era? 

Sho si era seduto in poltrona davanti alla televisione accesa ma con il volume azzerato. Sulla NHK era in onda uno speciale reportage dedicato alla cucina italiana. Carrellate di immagini brillanti di tipici paesaggi collinari toscani erano inframezzate da brevi interviste a gente anziana, forse contadini. Muovevano le labbra ma da quelle bocche occidentali non usciva alcun suono. 

Sho vedeva solo volti aggrediti dal tempo, raggrinziti dallo scivolar via di un’esistenza consumata a capo chino a dissodare la terra sotto un sole poco clemente. 

Li guardava come ipnotizzato. I suoi occhi seguivano la sinuosità delle colline senesi e i colori armoniosi di quelle abitazioni così lontane dal suo mondo. Rimase in quello stato forse per un’ora quando avvertì un forte dolore al petto. 

Sentì una scossa violenta come se le dita di un mostro invisibile si fossero scagliate contro il suo petto strappandogli la carne e penetrando fin verso il suo cuore che quasi avrebbero lacerato se – di istinto – Sho non si fosse premuto con le mani la zona dolorante. 

Trovò un sollievo breve ma vitale. 

Il dolore ritornò, con scariche più forti di prima. Gli sembrava quasi di sentire il rombo di quello spasimo che lo teneva imprigionato in una corda di impulsi elettrici. 

Nel tentativo di alzarsi e prendere il telefono dal tavolo, perse l’equilibrio e si accasciò a terra dove perse i sensi.

Nell’oscurità una figura, muovendosi rapidamente sullo sfondo luminoso della TV muta, si avvicinò a Sho…

(Continua)

Matcha alle rose e floreali silenzi

Prima di iniziare ad immergermi nei miei racconti di oggi di matcha, rose, fiori, silenzi e letteratura, vorrei ritagliare uno spazio per delle comunicazioni di servizio:

1. Il blog ha avuto qualche difficoltà tecnica nei giorni scorsi dovute ad aggiornamenti di WordPress. Questo ha reso Biancorosso Giappone, purtroppo, non accessibile per alcuni giorni. Dunque, se avete avuto difficoltà a leggermi, questo è il motivo.

Clicca qui per saperne di più.

2. Non avrei mai creduto di dover fare un giorno questa precisazione ma tant’è: sono la proprietaria ed autrice di Biancorosso Giappone, sin dai suoi albori. Non utilizzo ChatGPT, chatbot, AI e altre tecno-bizzarrie analoghe per scrivere i miei testi o per realizzare le mie foto. Tutto ciò che leggete e vedete sul mio blog è frutto del mio intelletto e della mia capacità di rielaborare in forma scritta pensieri, sensazioni, ricordi, opinioni, informazioni ecc.
Il risultato non sarà mai privo di imperfezioni e sbavature ma è certamente autentico. E soprattutto, umano.
Il mio impegno continua ad essere quello di scrivere di mio pugno tutto ciò che leggete e di realizzare da sola le foto che spesso corredano i miei scritti. Naturalmente, posso garantire l’autenticità solo dei miei scritti e delle mie foto: non posso garantire altrettanto per quel che riguarda illustrazioni e foto provenienti da altri siti.

Matcha alle rose

Questi giorni di agosto scorrono lenti, come l’acqua di un fiume in secca che langue sotto i raggi inferociti di un sole implacabile. Agosto sembra un po’ una parentesi illusoria tra i restanti undici mesi in cui il tempo, invece, si affretta a raggomitolarsi nell’eternità.

Un corvo gracchia lamentosamente ogni mattina, appollaiato sulle tegole del palazzo dirimpetto. Il quartiere è ancora molto silenzioso: qualche automobile che ogni tanto sfreccia sul corso principale, dei cani in lontananza abbaiano, il vociare di alcuni bambini forse impegnati in un gioco.

La collina, laggiù sulla sinistra, è avvolta in una spessa coltre bluverde. Era la stessa collina che vedevo da bambina quando mi portavano su dai nonni, in Viale Curreno. Infatti, è un vero punto fermo, immobile nel tempo.

Anche il cielo sembra muto, perforato da venature rosa salmone.

È ad agosto che l’illusione bergmaniana, di cui ho parlato qui, si fa particolarmente intensa e vivida.

Oggi non tocca ancora alla quinta e ultima ricetta della rubrica estiva.

Questa volta scrivo liberamente ciò che zampilla dalla mente, cercando comunque di seguire sempre un filo logico su cui i pensieri ogni tanto faranno acrobazie da trapezisti provetti.

In uno di questi pomeriggi afosi e svogliati, ho avuto l’idea di preparare una bevanda fredda al matcha con qualche nota di rosa.

Il matcha ha un sapore che accoglie molto bene le note fragranti e inconfondibili della rosa. Visivamente è come se creassero un abbraccio tra i due colori predominanti: il verde e il rosa, in tutte le loro delicate sfumature.

Quella che riporto non è proprio una ricetta: è più che altro un procedimento. Sentitevi liberi di variare le proporzioni a vostro piacimento.

Indicazioni per preparare il matcha alla rosa

Per due matcha freddi alla rosa:

100ml d’acqua calda
1 cucchiaino abbondante di matcha di qualità
190ml di latte freddo* (io ho usato un latte di soia non zuccherato)
1 cucchiaio di acqua di rose per uso alimentare**
dolcificante a piacere (zucchero, miele, sciroppo d’acero ecc.)
boccioli di rose essiccati (facoltativo)

*Qualsiasi latte andrà bene: animale o vegetale. L’importante è che sia ben freddo. Potete aggiungere del ghiaccio, se preferite. Potete usarne uno già zuccherato evitando, in seguito, di aggiungere dolcificanti.
**L’acqua di rose è un ingrediente molto diffuso nella pasticceria mediorientale. È economica e la potete acquistare nei negozi cosiddetti etnici oppure nei negozi di alimentari provenienti prevalentemente dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Verificate che sia per uso alimentare. Non usate l’acqua di rosa cosmetica!

In una tazzina stemperare il matcha nell’acqua calda e mescolare benissimo, evitando che si formino grumi. Potete usare il chasen di bambù oppure un frullino a mano o elettrico.
Al latte di soia freddo aggiungere un cucchiaio di acqua di rose e mescolare bene.
In due bicchieri, versare il matcha stemperato e aggiungere il latte di soia aromatizzato alla rosa.
Se lo desiderate, potete zuccherare con un dolcificante di vostra scelta. Se lo gradite, unite anche qualche cubetto di ghiaccio.

Per finire, si può guarnire con qualche bocciolo di rosa essiccato.

Servire immediatamente.

Silenzi floreali

In questa atmosfera avvolta nel pigro e torrido silenzio agostano, ho pensato ad un detto giapponese che ben si accompagna alle rose del nostro matcha freddo:

Questo color rosa ricorrente segue il filo floreale e non certo l’assillo modaiolo del momento, di un film incentrato sulla figura di una famosa bambola.

Il detto è:

「言わぬが花」
Iwanu ga hana.
Traduzione non letterale: il non dire (ossia il silenzio) è un fiore.

Non servono sbrodolamenti filosofistici per comprenderne il senso. Anche perché, d’altra parte, troppe parole per spiegarlo sarebbero in netta contraddizione con la sua stessa essenza.

Molto si può dire – e spesso si dice – non dicendo. Nel non detto, l’esplicito.

In questo messaggio ritrovo, ad esempio, una chiave di lettura delle favole giapponesi ma anche di molta letteratura del Giappone, di varie epoche. Non sempre c’è una conclusione soddisfacente (secondo i nostri canoni) o una morale sazievole.
Sovente, il racconto sembra quasi concludersi in una sorta di dissolvenza narrativa dai contorni liquidi e anche un po’ sbiaditi. Oppure, un’interruzione decisa che può generare un punto interrogativo.

Ma anche l’inizio di un silenzio eloquente in cui vi sia spazio all’interpretazione oppure, più sottilmente, il messaggio non detto.

Il fiore, appunto.

Piccola nota per gli studenti di giapponese

La forma verbale negativa che appare nel detto ha la desinenza in 〜ぬ: questa è una forma arcaica e corrisponde all’attuale 〜ない . Quindi: 言わぬ 言わない.

Oltre il matcha ma con i silenzi: I microcosmi di Kawakami Hiromi

Tempo fa dedicai un articolo ad una delle mie scrittrici giapponesi contemporanee preferite: 川上弘美 Kawakami Hiromi. Potete leggerlo qui.

Torno spesso sui suoi racconti perché mi trasportano in una dimensione immaginaria e confortante in cui mi rifugio volentieri quando il livello delle forze è a secco. E questa volta ho ripreso questa sua straordinaria raccolta di mini racconti intitolata 「このあたりの人たち」Kono atari no hitotachi (lett. le persone di questo quartiere). L’opera, di cui non credo vi sia ancora la traduzione in italiano, è disponibile in inglese col titolo di People From My Neighborhood, (tradotto da Ted Goossen).

Per me il nome di Kawakami Hiromi sarà per sempre legato all’immagine e al profumo di una golosa torta al cioccolato.

E incredibilmente, ritorna il rimando gastronomico non necessariamente a ciò che scrive ma a ciò che le sue opere suscitano nei lettori. Infatti, il giornalista americano Eric Margolis del Japan Times paragona la lettura di questa raccolta di racconti ad uno spuntino insolito ma appagante (like an unusual but satisfying snack). Qui l’articolo originale della sua analisi.

Una raccolta di ventisei storie brevissime, di tre o quattro pagine al massimo. Postfazione di Furukawa Hideo.
Le storie sono dei microcosmi interconnessi ma al tempo stesso indipendenti. Il fil rouge sono i rapporti interpersonali o tra umani e personaggi frutto della fantasia della scrittrice. Una prosa che incanta perché tocca mondi a volte lontani e altre volte vicinissimi. Un po’ come in Kamisama, di cui ho scritto nell’altro articolo: il mondo degli esseri umani che si avvicina a quello degli animali.

C’è la storia dell’uomo con due ombre o del bambino (o forse qualcosa che gli assomiglia) monello che vive vicino a un albero, nascosto sotto un telo bianco. Vi è la storia dell’amicizia tra la protagonista e una nonnina (che in realtà avrà avuto circa una quarantina d’anni), dal carattere capriccioso e che vediamo impegnata a fare gli origami con delle carte dai colori sgargianti.

E la nonnina che, improvvisamente, esordisce con un singolare:” Mi è stato detto che l’inferno odora di olio di fegato di merluzzo”.

Floreali silenzi e conclusioni sfumate

E anche qui ritroviamo storie irrisolte, soluzioni sfuggenti o del tutto assenti. Di nuovo quei contorni soffusi che, in realtà se ascoltati, comunicano più delle parole.

Collage di fiori incontrati casualmente durante le mie passeggiate torinesi in solitaria.

I fiori (e il matcha) hanno punteggiato questo mio scritto e a questi stessi fiori lascio l’onore di custodire il non detto.

言わぬが花。Iwanu ga hana.

Ode allo Yokan

Nella densa incandescenza di queste giornate di fine luglio scrivo un’ode allo Yokan.

Uno scritto in onore dello Yokan oppure al sapore di Yokan?

Forse entrambe le cose. Anzi sì, tutte e due.

Uno Yokan a metà tra realtà e immaginazione.

Nel ferreo rigore di questo feroce caldo le ore sembrano veramente scorrere ad una velocità diversa dal solito. Flussi di tempo saturi che fluiscono con fatica mentre con difficoltà cerco di concentrarmi sulle pagine di un libro. Ma quelle pagine sono improvvisamente più spesse, quasi umide. Mi sembra quasi di intravederne i bordi leggermente ondulati, il che provoca in me un fastidio lieve ma pungente.

Cedo alle lusinghe di un breve sonno come onirica tregua alle roventi ore di veglia. Ma poi me ne pento. Quel leggero sonno si trasforma presto in un tormentato girarsi e rigirarsi che mi catapulta in un odioso dormiveglia.

Desidero una folata di brezza anche gelida. Qualsiasi cosa purché porti sollievo.

Mi perdo allora in una fantasia. Insomma, se non posso mandare via il caldo posso però immaginarmi il fresco. Posso rievocarlo con le emozioni.

Penso allora al buio, all’oscurità, a quel territorio dove i nostri occhi s’indeboliscono e devono fidarsi di altri sensi. Quel territorio che sfugge alla luce e ai raggi irosi di questo irremovibile sole.

E penso a Tanizaki.

In’ei raisan e lo Yokan

『陰影礼賛』In’ei raisan di Jun’ichirō Tanizaki. La poca luce della foto è certamente voluta.

In’ei raisan è un saggio che io chiamo casa. Lo conosco davvero come le mie tasche. O come casa mia. È una delle mie opere letterarie preferite in assoluto. Infatti non è un caso che sia stato oggetto d’indagine della mia tesi di laurea. Attraverso l’analisi approfondita di questo libro ho avuto quasi la sensazione di aver conosciuto Tanizaki. E in un certo senso è così.
In’ei raisan è un po’ il manifesto del mio sentire giapponese più profondo.

La traduzione italiana di In’ei raisan: Libro d’ombra. Traduzione di Atsuko Ricca Suga.

In un bislacco intrecciarsi di suggestioni, penso all’esaltazione dell’oscurità di Tanizaki mentre ascolto la voce struggentemente americana di Garth Brooks nella sua The Thunder Rolls.
Giappone e America. I miei due mondi. Le mie due dimensioni dove mi sono trovata intrappolata in un ciclo di fioriture, appassimenti. E poi nuovi sbocciare.

Dalle pagine di In’ei raisan

Nel 1933, anno di pubblicazione di In’ei raisan, Tanizaki così scriveva:

“Si dice spesso che la nostra cucina non bada tanto a deliziare il palato, quanto a lusingare con le seduzioni proprie alle arti decorative. Io penso che le sue composizioni mirino anche più in alto. Si direbbe che intendano sprofondarci in meditazioni silenziose. Nel suo romanzo Il guanciale d’erba, Natsume Sōseki lodò, per il colore, quel dolce di pasta di fagioli e zucchero che chiamiamo yōkan. Che cosa più dello yōkan, e della sua tonalità, possono indurre alle meditazione? Solo a metà trasparente, e come rannuvolata, la pasta somiglia alla giada. Dall’interno si sprigiona un chiarore di sogno, quasi una sorgente di luce solare, che la liscia superficie abbia risucchiata e inabissata nel centro del dessert. Quale, fra i dolci occidentali, potrebbe rivaleggiare con questo impasto, e con il suo sapore così complesso? Non certo la panna montata, infantile, superficiale, esuberante. Nella penombra di una stanza, disponete i blocchi dello yōkan in un recipiente di legno laccato: il suo fascino misterioso aumenterà; il suo colore delicato e indefinibile si sposerà perfettamente con le tonalità della lacca. Sulla punta della lingua, il liscio, il compatto e il freddo dello yōkan si combineranno armoniosamente, come se tutta la tenebra circostante si fosse fusa in un’unica massa.” (tratto da Libro d’ombra, pagine 25 e 26).

Il mio Yokan, assaporato in una semi-penombra. Accompagnato da un matcha nella mia solita tazza da Nodate, coi bordi dipinti di cielo. Ho seguito il consiglio estetico di Tanizaki servendo lo Yokan su un vassoio hangetsu (cioè a forma di mezza luna) di lacca.

Cos’è lo Yokan?

Proprio come ha spiegato Tanizaki, lo Yokan (o yōkan, nella traslitterazione corretta, quindi con l’allungamento vocalico sulla o), è un dolce di pasta di fagioli e zucchero. Si presenta come un blocchetto di consistenza gelatinosa.
È un wagashi ossia uno dei dolci tradizionali della pasticceria giapponese classica. La sua composizione è semplice.
Esistono diverse versioni di questo dolce dove l’elemento differenziante sono le proporzioni degli ingredienti:
練り羊羹 neri-yōkan contiene più gelificante e quindi ha una consistenza più soda;
水羊羹 mizu-yōkan contiene più acqua il che contribuisce a renderlo più fresco e dunque adatto all’estate;
蒸し羊羹 mushi-yōkan preparato senza gelificante. Al suo posto si usano alcuni amidi come quello di arrowroot. Il tutto viene poi cotto al vapore.

Illustrazione di un classico mizu-yōkan estivo.

Quali sono le sue origini?

Lo Yokan è uno dei dolci giapponesi più antichi. Si dice, infatti, sia stato introdotto in Giappone nel periodo Kamakura-Muromachi (1185-1573). Quello fu un periodo caratterizzato da enormi instabilità interne e conflitti. Fu però anche il periodo in cui fiorì la cultura sotto l’influenza del buddismo Zen. Molte delle arti classiche conosciute in tutto il mondo sono nate in questo tumultuoso ed effervescente periodo della storia giapponese. Si pensi al teatro Nō, all’ikebana, alla cerimonia del tè.

In quel periodo i rapporti con la Cina erano all’apice dell’intensità, in un rapporto di massima ammirazione del Giappone verso il millenario Regno di Mezzo. Erano gli anni dei grandi viaggi dal Giappone verso la Cina, alla ricerca del sapere. La grande Cina era modello di civilizzazione e di saperi avanzati in tutti i campi conosciuti dell’epoca.

Studiosi, avventurieri ma soprattutto i monaci erano i protagonisti indiscussi di quei leggendari viaggi. Si sapeva quando si partiva ma non quando si sarebbe potuti ritornare in patria. Alcune volte i viaggiatori ci impiegavano anni a ritornare. Altre volte, invece, il ritorno non sarebbe mai avvenuto.

Fu proprio un monaco di ritorno dalla Cina ad introdurre questa specialità in Giappone.

Ma c’è una curiosità piuttosto affascinante.

Un dolce che non era un dolce

I bellissimi caratteri che compongono il nome Yokan sono questi: 羊羹.

I caratteri non hanno bisogno di essere interrogati. Basta osservarli. Sono loro a raccontarci storie che a volte sembrano dissoltesi via da un sogno verso la dimensione di veglia.

I due caratteri, infatti, ci restituiscono due vocaboli curiosi: pecora e brodo caldo.

Nell’antica Cina si consumavano abitualmente solo due pasti al giorno: uno al mattino e uno alla sera. Però capitava che magari durante il giorno le persone trovassero ristoro in un piccolo spuntino leggero. Questi intermezzi gastronomici si diffusero soprattutto tra i viaggiatori della Via della Seta che, come si può immaginare, avevano bisogno di fermarsi spesso durante il tragitto per rifocillarsi.

Ebbene, al tempo del monaco che importò la ricetta in Giappone, i cinesi erano ancora abituati a questi due pasti principali inframezzati ogni tanto da spuntini che chiamavano 点心 tenshin (ovvero quelli che ora conosciamo col vocabolo cantonese Dim Sum). I tenshin erano e sono tradizionalmente accompagnati dal tè. Il nome in cinese indica qualcosa che tocca il cuore, che conforta, che ristora.

Tra i tenshin in voga all’epoca ce n’era uno a base di una leggera gelatina prodotta dalla bollitura di un brodo di montone.

Il monaco portò con sé la ricetta della preparazione di questo particolare tenshin ma, ovviamente, la riadattò perché fosse in linea coi precetti alimentari del buddismo zen che vietavano il consumo di ingredienti di origine animale.

Il riadattamento prevedeva l’uso di fagioli dolci, il che generò proprio lo Yokan come lo conosciamo noi oggi.

La ricetta

La ricetta dello Yokan è sorprendentemente semplice. Si tratta, in fondo, di un composto che viene unito ad un gelificante vegetale.

La difficoltà, tuttavia, sta nella realizzazione della marmellata di azuki che è molto più complessa e insidiosa di quanto non sembri.
E una buona marmellata di azuki realizzata correttamente richiede una certa esperienza ma è un qualcosa che sa regalare ricordi indelebili.

Marmellata di azuki e varie

In Giappone ho mangiato molte marmellate di azuki artigianali e casalinghe. Era un dono piuttosto comune e mi capitava abbastanza spesso di riceverne dei vasetti da amiche e conoscenti.

Erano tutte diverse, ognuna col tocco personale di chi l’aveva preparata. Alcune erano più dolci e spesse mentre altre viravano verso una dolcezza più sobria, più contenuta, quasi educatrice.

La migliore era la marmellata di azuki della signora Fusae. Me ne portava spesso dei piccoli vasetti, a volte come ringraziamento per le nostre indimenticabili lezioni pomeridiane d’italiano. La sua era veramente straordinaria: perfettamente equilibrata nella dolcezza e nella cremosità che a volte tendeva ad una leggera cristallizzazione.

Insomma, ho pensato che la via migliore per invitarvi a preparare il vostro primo Yokan senza impelagarvi nelle insidie della marmellata di azuki artigianale fosse quella di iniziare usando degli azuki bolliti.

Ossia questi:

Yude-azuki o azuki bolliti.

Gli azuki bolliti si trovano molto facilmente nei negozi di alimentari asiatici qui da noi. Li ho visti veramente ovunque, addirittura nel reparto etnico di qualche grande supermercato!

Quasi sicuramente troverete proprio questi della marca Imuraya.

Yude-azuki di Imuraya.

Gli yude-azuki sono azuki già bolliti al punto giusto. Sono già zuccherati e pronti da consumare. Sono la base ideale per preparare una buona marmellata di azuki senza sbagliare.

Della marmellata di azuki esistono due tipi principalmente: la 粒あん tsubuan e la こしあん koshian. La prima è la più rustica e grossolana avendo pezzi visibili di fagioli al suo interno. La koshian, invece, è la versione più raffinata in quanto liscia e priva di bucce. Quest’ultima è molto indicata per farcire dolci oppure per uno Yokan elegante.

Yokan: finalmente la ricetta

Con questa ricetta si realizza un blocchetto di Yokan adatto ad una pausa tè per due o tre persone.

La ricetta si divide in tre fasi: la preparazione della koshian, dello Yokan e dello stampo.

Preparazione della koshian:

Preparazione Koshian

Servirà una lattina di Yude-azuki da 200g (questo è il formato standard che si trova qui da noi). Aprirla e versarne il contenuto nella coppa di un frullatore ad immersione. Frullare fino ad ottenere una crema omogenea. Trasferire la crema in un tegame e far cuocere a fiamma bassa per circa dieci minuti. La crema si asciugherà parecchio. Attenzione a non bruciarla. Otterrete così circa 100g di koshian.

Preparazione dello Yokan:

Servono i seguenti ingredienti:

Ingredienti

100g di koshian
63ml d’acqua
4g di agar-agar in polvere

La procedura è semplice e veloce.

Preparazione Yokan

In un pentolino versare l’acqua e l’agar-agar. Mescolare bene con una frusta. Mettere a cuocere a fiamma media e portare ad ebollizione. Far bollire per due minuti. A questo punto stemperare all’interno la koshian. Mescolare bene e far cuocere per circa un minuto. Il composto ricorderà molto come consistenza la cioccolata calda.

Preparazione dello stampo:

Per lo Yokan servirebbe uno stampo apposito in metallo ma non è obbligatorio. Possiamo fare altrimenti.
È sufficiente un contenitore quadrato o rettangolare di vetro che rivestirete di pellicola per alimenti. È importante che la pellicola aderisca bene alla superficie interna del contenitore. Inumidire l’interno con acqua.

Preparazione stampo

Quando il composto dello Yokan sarà pronto, lasciarlo raffreddare per un paio di minuti dopodiché versarlo nello stampo rivestito di pellicola inumidita. Coprire e riporre in frigorifero per almeno un’ora.

Trascorso questo tempo, lo Yokan si presenterà come un blocchetto sodo. Tagliarlo nella forma che si preferisce e servirlo accompagnato da matcha, sencha o dalla bevanda che preferite.

Il mio Yokan pronto da tagliare.

In conclusione

Il mio Yokan è un mizu-yōkan quindi adatto proprio a queste temperature infuocate di questo periodo. In esso c’è tutta la magia estetica di Tanizaki nonché la struggente malinconia dell’estate giapponese con i suoi matsuri, i canti delle sue cicale, la prepotenza di quell’afa che sembra penetrare fin negli abissi dello spirito. E lo Yokan sembra proprio che risucchi la luce, come scriveva Tanizaki, per custodirla al suo interno.

E allora pare prender forma l’illusione di oscurità, di penombra, di tregua dal caldo. Di ristoro fisico e mentale.

Il mio Yokan casalingo, assaporato nell’illusione della frescura di una penombra piuttosto immaginaria.

Verasia: la mia esperienza

Una sezione della mia amata libreria giapponese personale.

É da quando ero bambina che i libri sono fonte di una gioia elettrizzante che non accenna ad affievolirsi. Ho conosciuto il piacere della lettura quando ancora stavo apprendendo i rudimenti della sillabazione italiana e già i miei occhi curiosi ispezionavano pagine di riviste e volumi che trovavo in casa.
La sete di sapere mi ha condotta negli anni a divorare un numero incalcolabile di libri. Prima unicamente in italiano. Dopodiché, raggiunta la padronanza dell’inglese, ecco spalancarsi le preziose porte intarsiate del panorama letterario anglosassone. E infine, il giapponese. Gloriosa lingua di cui mi sono innamorata perdutamente dal primo giorno sulle pagine del leggendario Japanese for Busy People, sui banchi della mia università a Camp Zama, in Giappone. Un profondo amore che, tra sorprendenti alti ed abissali bassi, mi avrebbe condotta fino alla corona d’alloro, laureandomi in letteratura giapponese con una tesi dedicata a un magnifico libro: 「陰影礼賛」In’ei raisan (Libro d’ombra) di Jun’ichirō Tanizaki.

Leggere: una rigorosa palestra didattica

Per me leggere è la palestra didattica più rigorosa che ci sia. E l’apprendimento di una lingua deve, a mio modesto parere, presupporre necessariamente che si divorino quanti più libri possibili nell’idioma di proprio interesse. Non per tutti è così, sia chiaro. Ma per me questa è una regola. Ricordo ancora le parole del mio caro professor Simmons, docente d’inglese della mia università in Giappone, quando – davanti ai miei indugi nel consegnare i tanti research paper previsti dal programma – m’incoraggiò dicendo che nel mio inglese scritto aveva colto la qualità che acquisisce chi legge tanto.

Non riporto questo episodio per farne un vanto (anche se, lo ammetto, provo una punta di orgoglio a ripensarci) ma perché in effetti la capacità espressiva in una lingua cresce in maniera direttamente proporzionale al numero di libri letti. Tutto si rafforza e splende, in particolar modo la ricchezza lessicale.

Con l’inglese ho scalato un Everest libresco. Un’entusiasmante ma faticosa arrampicata iniziata ufficialmente col mio primo libro in inglese letto per intero, da sola, nella mia stanza ad Orem, Utah, mentre fuori sventolava una fiera Star-Spangled Banner: The Pink Motel, di Carol Ryrie Brink. Giunta all’ultima pagina, mi sentivo spossata ma al contempo immensamente fiera dell’obiettivo raggiunto. Sarebbero seguiti moltissimi altri libri, di tutti i generi e tutti i livelli di difficoltà.

E col giapponese mi sono ritrovata a scalare un altro Everest, forse, per certi versi, ancora più scosceso e inospitale del precedente.

Ma sono una persona dotata di pertinace perseveranza e non mollo la presa fino al raggiungimento del mio obiettivo. Costi quel che costi.

Dunque, la mia scalata cocciutamente procede.

Dove trovare libri in giapponese?

Riuscire a reperire libri in lingua giapponese in Italia è piuttosto un’impresa. È spesso un percorso un po’ dispendioso, ricco di tortuose gincane e non sempre risolvibile passando dal poco amato Amazon. Quest’ultimo, infatti, nella sua versione italiana, ha poco o nulla. I rimandi portano invariabilmente a rivenditori giapponesi o americani presentando, così, l’inquietante incognita delle imposte doganali.
Sono della vecchia generazione che ha studiato sulla carta e che difficilmente riesce a trarre lo stesso piacere da e-book e simili. La sensazione coi testi digitali è quella di non riuscire ad assorbirne appieno il contenuto come invece succede con il cartaceo.
Infatti, per me ogni volume della mia libreria giapponese rappresenta un’avventura e un ricordo. Ognuno di essi è il frutto di pazienti ricerche, trepidanti cacce al tesoro, attese talvolta lunghissime ed esasperanti, folate di serendipità, clamorosi colpacci di fortuna.
Come quando ritrovai l’agognato magazzino delle rimanenze della mitica libreria Mangetsu di Torino. Ne parlai qui. Oppure come quando entrai in contatto con una signora giapponese di Rimini che, volendosi disfare di alcuni suoi libri, me li regalò chiedendomi solo qualche euro per la spedizione.

Dedicherò altri articoli all’argomento libri nella speranza che possano essere d’aiuto a chi, come me, ha sviluppato una sorta di ossessione da libro giapponese. D’altronde, penso di aver accumulato un discreto numero di dritte e trucchetti che potranno, indubitabilmente, aiutare chi si trovasse a far parte di questa nicchia linguistica.

Un’altra mensola della mia amatissima libreria nipponica.

Dei vari punti miei di riferimento per l’acquisizione di libri giapponesi c’è sicuramente Verasia. Ed è proprio di Verasia che vorrei condividere le mie impressioni e la mia esperienza.

Precisazione: questa è una recensione libera e sganciata da qualsiasi programma di affiliazione o altro. Non collaboro con Verasia e dunque le opinioni qui riportate sono liberamente le mie.

Verasia: chi sono e di cosa si occupano

Nella mia imperterrita e tenace ricerca di libri giapponesi a prezzi accessibili, un giorno ho trovato il sito di Verasia. In rete ci sono pochissime recensioni tanto da farmi un po’ indugiare prima dell’acquisto. Questa mia recensione, dunque, è esattamente ciò che avrei voluto trovare.

Il negozio virtuale è presentato interamente in italiano ma la sede fisica di Verasia è a Madrid, in Spagna. Verasia fa capo ad un gruppo che si chiama Aprende Chino Hoy S.L., un’azienda dedicata alla vendita di materiale didattico per l’apprendimento del giapponese, del coreano e del cinese.

Insomma, una vera Eldorado per qualunque asiatista!

Verasia: Assortimento

Il ricco assortimento di libri mi sorprese dal primo momento. Le categorie sono tante e spaziano dai libri di lettura a quelli di testo per lo studio del giapponese. Quest’ultima categoria, tra l’altro, è particolarmente ricca e comprende di tutto: dai dizionari (di vario tipo) ai libri di testo classici fino ad arrivare, ad esempio, a volumi di approfondimento della comprensione orale o dei kanji.
Non mancano, inoltre, testi di supporto alla preparazione di esami di certificazione come il celebre JLPT, il Kanken o addirittura il NAT-test.
Nel vastissimo assortimento offerto da Verasia, sottolineo anche che è possibile trovare ogni mese la copia aggiornata dello storico mensile bilingue (giapponese-inglese) Hiragana Times!

Alcuni dei numerosi libri che ho acquistato da Verasia

Verasia: le mie scelte libresche

Verasia, oltre ad offrire un’ampia selezione di libri di vario genere a prezzi decisamente onesti, ha sul proprio sito anche una sezione dedicata all’oggettistica: scatole per bentō, furoshiki, calze tabi, tazze, poggia-bacchette, articoli di cancelleria assortiti nonché tutto il materiale per chi pratica calligrafia.

Fino adesso tutte le mie scelte hanno sempre riguardato esclusivamente i libri: ho acquistato libri di studio dedicati al perfezionamento di determinate abilità, come l’ascolto. Ho acquistato, ad esempio, un volume straordinario intitolato 「めしあがれ」Meshiagare che, attraverso meravigliosi brani ben strutturati, ripercorre la storia della cucina giapponese e permette di arricchire la propria conoscenza di microlingua.

Meshiagare è il primo libro a sinistra. Al centro il manuale di Shadowing e infine il bellissimo Yonkoma manga de oboeru nihongo.

Oltre lo straordinario Meshiagare che per meticolosità e ricchezza di contenuti meriterebbe di essere un best-seller incontrastato tra i giapponesisti di ogni dove (soprattutto se, come me, hanno il pallino della cucina!), grazie a Verasia sono riuscita a procurarmi anche un grandioso manuale dedicato alla tecnica dello shadowing.

Conviene ricordare che Verasia, inoltre, sconta molto spesso una selezione di articoli (libri e non) che si possono acquistare fino al 50% in meno! Grazie ad una di queste offerte, infatti, ero riuscita ad aggiudicarmi una copia del simpaticissimo 「4コママンガでおぼえる日本語」Yonkoma manga de oboeru nihongo (v. foto qui sopra): un libro che, attraverso gli yonkoma o strisce di fumetto a quattro vignette e solitamente di taglio umoristico, insegna varie espressioni della lingua. È proprio grazie a questo format che l’apprendimento risulta facilitato e di conseguenza la memorizzazione.

Verasia: narrativa

Ma oltre questi libri più di studio, diciamo, mi sono regalata alcune gemme letterarie.

Splendida narrativa giapponese!
Verasia: libri

Piccole grandi meraviglie di narrativa giapponese adornano la mia libreria e allietano le mie ore di nippo-letture. Come ad esempio, 「きまぐれロボット」Kimagure robotto di Shinichi Hoshi. Vi parlai di questo libro proprio qui. Oppure il mio amatissimo 「神様」Kamisama di Kawakami Hiromi a cui ho dedicato un articolo qua.
Non mancano poi l’inquietante ma irresistibile 「ふしぎな図書館」Fushigina toshokan (in italiano tradotto col titolo di ‘La strana biblioteca’) di Murakami Haruki, divorato in poche ore e col fiato sospeso.

E l’ultimo arrivato in casa Biancorosso Giappone: 「旅猫リポート」Tabineko ripōto di Arikawa Hiro. La storia del gatto viaggiatore che ha riscosso talmente tanto successo in Giappone da ispirare la produzione di un film omonimo, del 2018 e noto all’estero col titolo in inglese: The Travelling Cat Chronicles.

Locandina giapponese del film Tabineko ripōto.
Locandina di The Travelling Cat Chronicles.

Scoperta sempre grazie a Verasia, un’altra chicca di narrativa, questa volta però di autori emergenti. Una raccolta di brevi racconti con la cucina come delizioso filo conduttore: 「5分後に美味しいラスト」Gofun go in oishii rasuto.

Verasia: per concludere

Fino adesso tutti miei ordini da Verasia si sono conclusi senza intoppi e con massima soddisfazione da parte mia. La consegna impiega generalmente dai 4 ai 7 giorni circa e avviene tramite corriere. Quasi sempre è DHL ad occuparsene anche se, a volte, capita sia il non amatissimo SDA. Tuttavia, non ho mai avuto alcun problema nel ricevere i miei pacchetti da Verasia.

Altra nota importante è quella relativa ai costi di spedizione che sono decisamente ragionevoli e non scoraggiano: €3.95 indipendentemente dalla somma totale dell’ordine.

Il servizio di assistenza clienti, raggiungibile telefonicamente o via mail sia in italiano sia in inglese (e anche in spagnolo, naturalmente) è eccellente. Su richiesta, procurano anche titoli non presenti in catalogo.

E ad ulteriore dimostrazione della loro professionalità e savoir-faire, in uno dei miei ordini più recenti mi hanno inviato anche un gradito omaggio: un quaderno per esercitarsi coi kanji.

Gradito omaggio da Verasia!

Prossimamente condividerò altri consigli utili a chi legge in giapponese o chi è alla ricerca di letture sul Giappone non reperibili nei consueti circuiti di librerie italiane.

またね。Mata ne!

I piaceri della letteratura giapponese

I piaceri della letteratura giapponese di Donald Keene

Il grande scrittore americano Francis Scott Fitzgerald, uno dei protagonisti della Jazz Age e dei Roaring Twenties nonché autore del romanzo The Great Gatsby, in merito al valore della letteratura scrisse:

That is part of the beauty of all literature. You discover that your longings are universal longings, that you’re not lonely and isolated from anyone. You belong.

Parte della bellezza di tutta la letteratura è scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato da nessuno. Tu appartieni.

In questo breve pensiero di Fitzgerald è racchiuso, a mio parere, il motivo per cui il piacere di produrre e consumare letteratura resiste. Nonostante tutto.
La letteratura è uno specchio in cui ognuno di noi può vedere la propria immagine riflessa e ritrovarvi familiarità, appigli e, di conseguenza, un conforto.
E’ la conferma che tutto il mondo è davvero paese e l’essere umano, in fondo, è sempre lo stesso. Indipendentemente dalle latitudini in cui risiede, dalla sua lingua, dal colore della pelle, dallo stile degli abiti che indossa e da tutte quelle caratteristiche che percepiamo come distintive.

In tanti momenti ho tratto conforto e beneficio dalla letteratura di ogni dove individuando nei libri i miei unici amici.
In molti momenti bui della mia vita sono riuscita a rintracciare rassicuranti giacigli tra vicende frutto dell’immaginazione ma anche di resoconti di realtà. Tutto però avvolto in una coltre di continua consapevolezza in cui, come osserva il sociologo Edgar Morin nei suoi studi applicati all’antropologia del cinema, il senso di realtà non è mai disgiunto dall’illusione di realtà.

Dunque, a mio modesto avviso, anche nel piacere della letteratura si verificano dinamiche simili a quelle che Morin acutamente osserva nel rapporto tra lo spettatore e l’illusione cinematografica.

Una chiave per la conoscenza

La letteratura non è solo conforto e momento di balsamico ristoro ma anche una chiave per la conoscenza.
Una chiave con cui aprire porte che, altrimenti, resterebbero sigillate oppure socchiuse quel tanto da impedire un agile accesso verso ciò che si cela al di là di esse.

Un modo con cui avvicinarsi alla cultura di un popolo che ci affascina è proprio attraverso la sua espressione artistica. Una scoperta che può avvenire tramite la narrativa, la poesia, il teatro, la pittura, la musica, le tradizioni orali di trasmissione di leggende, miti cosmogonici, favole, canti.

I piaceri della letteratura giapponese

Questo il titolo della preziosa raccolta di saggi di Donald Keene, riproposti dalla casa editrice torinese Lindau per la collana i Bambù. Una collana irrinunciabile per qualunque nipponista o semplicemente appassionato di Giappone. Indipendentemente dal proprio livello di preparazione in materia.

La raccolta, uscita nell’ottobre del 2021, contiene cinque saggi basati su conferenze che il professor Keene tenne alla New York Public Library, al Metropolitan Museum of Art e alla UCLA.

Donald Keene è un esperto incontrastato nel campo degli studi giapponesi e una delle voci più autorevoli in materia in tutto l’Occidente. Il compianto professore è stato docente di letteratura giapponese alla prestigiosa Columbia University ed è autore di alcune monografie nonché di un’immensa opera in più volumi che ripercorre la storia della letteratura del Giappone. Un’opera, quest’ultima, straordinaria e monumentale, da cui tutti i nipponisti e aspiranti tali, prima o poi, devono passare se intendono acquisire una comprensione solida dell’argomento.

Per me non è stato molto diverso. Ho preparato tutti i miei esami di letteratura giapponese antica, moderna e contemporanea sul suo mirabile magnum opus nonché tributo d’amore al ricchissimo patrimonio letterario del Giappone.

I piaceri della letteratura giapponese è un’eccellente introduzione all’argomento perché la trattazione è rigorosissima ma avvicinabile anche dai non addetti ai lavori. Questo è il punto di forza dell’opera: un vero e proprio assaggio esaustivo per chi muove i primi passi in questo straordinario campo.

Una parte dei miei libri di letteratura giapponese tradotti in italiano

Struttura dell’opera

Ho apprezzato particolarmente la scelta della copertina che adorna il volume. L’opera riprodotta s’intitola Strumenti per la scrittura di Yashima Gakutei, del 1820 circa.

La raccolta contiene cinque saggi:

L’estetica giapponese
La poesia giapponese

Gli usi della poesia giapponese
La narrativa giapponese
Il teatro giapponese

Ogni saggio fornisce al lettore una panoramica sintetica ma precisa dove la sintesi non pregiudica la completezza del messaggio. Inoltre, in ogni capitolo sono chiari i contesti storico-culturali in cui le varie forme letterarie si sono sviluppate nonché le caratteristiche tecniche della poesia, della narrativa ecc.
Il linguaggio è comprensibile e assai coinvolgente grazie allo stile distintivo del professor Keene che amava profondamente la letteratura giapponese e che di questo amore rendeva partecipi tutti noi.

Il mio preferito

Ho amato tutti e cinque i saggi ma il mio preferito è il primo, quello dedicato alla concezione estetica giapponese. Un magistrale intervento che, in poche pagine, riesce a dipingere un quadro acuto della sensibilità estetica di un popolo che percepisce ed esprime con indiscutibile raffinatezza.
Non poteva che essere il primo saggio a piacermi più di ogni altro. Dopotutto, dedicai la mia tesi di laurea proprio al concetto di estetica come proposto da Jun’ichirō Tanizaki in quel breve ma straordinario saggio che scrisse nel 1933: 陰翳礼讃 In’ei raisan. Un finissimo gioco di luci ed ombre che ci conduce proprio nei meandri di una elevatissima concezione del bello.

La mia copia originale giapponese di 陰翳礼讃 In’ei raisan di Tanizaki, opera che ispirò la mia tesi di laurea
Traduzione italiana del saggio, col titolo di Libro d’ombra, edito da Bompiani.

Tuttavia non è da In’ei raisan che il professor Keene imposta la sua premessa ma da un’opera di molto antecedente nonché uno dei grandi classici della letteratura giapponese medievale: 徒然草 Tsurezuregusa (tradotto in italiano come Ore d’ozio), di Kenkō Hōshi, risalente all’incirca al 1330.
E’ proprio in questa raccolta di prose ispirate da riflessioni, ricordi, pensieri, sensazioni che Keene rintraccia le quattro caratteristiche che spiegano il gusto giapponese. Attraverso questa analisi anche il semplice lettore appassionato acquisirà importantissimi strumenti di indagine e comprensione della sensibilità estetica giapponese.

I quattro aspetti che Keene individua in Tsurezuregusa sono: suggestività, irregolarità, semplicità e deteriorabilità.

Non è un caso che il tema dell’estetica sia primo nell’opera perché la comprensione profonda e attenta dei quattro criteri renderà possibile l’intendimento della poesia, della prosa e del teatro. Il contrario è forse possibile ma certamente più arduo.

Dunque, vi invito alla lettura de I piaceri della letteratura giapponese dell’eminente professor Donald Keene. Esso vi fornirà uno squisito strumento di comprensione utile per qualsiasi aspetto della cultura giapponese vogliate esplorare ed approfondire.

I piaceri della letteratura giapponese

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