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L’elogio alla semplicità di Azuma Kanako

Veduta dei laghi di Avigliana in un sabato di novembre.

Quanto ho desiderato scrivere in queste lunghe settimane. Eppure non sono riuscita a tracciare neppure una parola.

Come tanti ormai nel mondo, sono sgomenta davanti alle barbarie inenarrabili che si stanno consumando in Palestina. E per quanto abbia cercato e cerchi di rimanere centrata e calma, un dispiacere profondo mi tormenta.

E con lo scrivere, attività che amo molto, sono paradossalmente ferma ad un bivio: se sto male, fatico a scrivere. Però se scrivo, mi sento meglio.

Ho scattato la foto che vedete in alto un sabato pomeriggio ai laghi di Avigliana. Era una giornata brillante e il sole si specchiava nelle limpide acque lacustri. Mia sorella ed io abbiamo passeggiato lungo la riva del lago, soffermandoci ogni tanto ad ammirare quel paesaggio pulito e rinfrancante.

Ripenso a quelle acque cristalline e alle anatre variopinte che in esse sguazzavano. Rivedo il cielo che lentamente assumeva gradazioni di blu progressivamente più scure mentre l’aria della sera aumentava in effervescenza.

Lì ho ritrovato, ancorché per poco, quella serenità che nasce quando la malinconia scivola via dagli occhi e si dissolve nelle acque.

Una curiosa lettura

Un giorno, attraverso le solite vicissitudini che caratterizzano le mie ricerche di libri giapponesi, sono entrata in possesso di questo volume che è un vero elogio alla semplicità:

Il prezioso libro accompagnato da una scodella in lacca di epoca Taishō, oggetto del passato nonché molto in armonia col messaggio fondante del saggio.

L’emozione che provo nel raccontare di questo libro è molta. Tra le sue pagine ho trovato continui spunti di riflessione e di inviti ad una contemplazione concreta. La preziosità dei pensieri che vi ho trovato è tale da meritare un posto elevato nella mia personale classifica dei migliori saggi letti finora.

Ma procediamo con ordine.

Il titolo originale dell’opera è: 「電気代500円。贅沢な毎日」Denkidai gohyaku-en. Zeitakuna mainichi. Bolletta dell’energia da 500 yen. Lusso ogni giorno.

Al cambio di oggi, cinquecento yen corrispondono a €3,06.

Azuma Kanako, l’autrice del meraviglioso saggio. Foto di proprietà di Shizen Hatch.

L’autrice è Azuma Kanako, nata a Tokyo, classe 1979. Ricercatrice ed appassionata di tutto ciò che riguarda stili di vita a basso impatto energetico. Laureata in Scienze Agrarie presso l’Università della capitale, la signora vive in una località della periferia di Tokyo aderendo ad uno stile di vita fortemente ispirato dai saperi del passato e della tradizione.

Un momento determinante di svolta fu quando i suoi figli erano i piccoli e si accorse che nessuno aveva mai affrontato editorialmente l’argomento dei pannolini in stoffa per bambini.

A questo punto mi vengono in mente le parole di una mia conoscente giapponese che soleva spesso dire: ないなら作る。ないなら始める。Nai nara tsukuru. Nai nara hajimeru. Il che, pressappoco, significa: se una cosa non ce l’ho, la faccio io! Se una cosa non c’è, la inizio io!

Ed è esattamente ciò che fece Azuma Kanako autopubblicando il suo primo libro dedicato proprio alla realizzazione e all’utilizzo dei pannolini in stoffa per bambini. A questo sarebbero seguiti altri saggi (tra cui quello in esame) devoti alla divulgazione di stili di vita semplici e in linea con le reali necessità dell’essere umano.

Negli anni, i media si sono naturalmente interessati ad Azuma Kanako intervistandola e chiedendo il suo parere in merito a questioni di vita quotidiana, riviste però in un’ottica più consapevole.

Una mia breve ricerca ha rivelato che non esistono traduzioni dei suoi libri né in inglese né tantomeno in italiano.

Bolletta da cinquecento yen e lusso ogni giorno?!

Il titolo, volutamente accattivante, ha attirato la mia attenzione grazie alla sua contraddizione apparente: come si può parlare di lusso – addirittura quotidiano – vivendo al lumicino? Una bolletta dell’energia di tre o quattro euro non può rispecchiare di certo le esigenze di una famiglia e di una casa moderne!

Ma la scelta delle parole, anche in giapponese, non è mai casuale. La presenza dell’aggettivo 贅沢 zeitaku (nota per gli studenti: si tratta di un sostantivo che all’occorrenza diventa aggettivo in 〜な) colpisce particolarmente.

Perché zeitaku è proprio il lusso, il fasto, la sontuosità.

Quindi, una bolletta che riflette dei consumi ridotti al minimo come può accompagnare una vita all’insegna del lusso?

Non parlerà però di vite ridotte in miseria. E nemmeno di esistenze consacrate ad un risparmio ossessivo e deleterio, fatto a scapito dei livelli minimi accettabili di benessere psicofisico.

Ho cercato di immaginare i possibili scenari in cui potrebbe verificarsi una situazione simile. Mi sono venuti in mente alcuni folti movimenti di protesta civile inglesi contemporanei che si oppongono al pagamento di qualsiasi bolletta, come quello rappresentato in parte da Stacey Wilkinson.

Tuttavia, senza tante tortuosità, probabilmente la chiave risiede in un’altra comprensione del concetto di lusso!

Il lusso deve necessariamente corrispondere allo sfarzo? A delle normali comodità distorte in un’ottica di eccesso e di sfoggio? All’ostentazione di denaro e di oggetti costosi? Deve esserci inevitabilmente una componente di spreco?

No. Il lusso può essere – ed è precisamente così che viene da inteso da Azuma Kanako – come la condizione di pienezza, benessere, soddisfazione. Un’abbondanza, come contrario di penuria, che nasce non dalla quantità materiale ma dalla qualità intrinseca di ciò che ci circonda e che decidiamo sia parte della nostra esistenza.

La vita inconsueta di una comune casalinga di Tokyo

Sulla sopraccoperta del libro è riportata la seguente descrizione:

「東京に暮らす普通の主婦が実践する、古くて新しい、身の丈生活。」 Tōkyō ni kurasu futsū no shufu ga jissen suru, furukute atarashii mi no take seikatsu. La vita d’altri tempi, nuova e consapevole di una comune casalinga di Tokyo.

D’altri tempi perché il rimando inevitabile è quello al passato, alle saggezze di chi ci ha preceduti. Nuova perché – in quest’epoca – vivere così vuol dire fare qualcosa di nuovo, originale, non comune. E tutto questo non può che essere frutto di una consapevolezza così ricca da riuscire a superare tutte le difficoltà di assestamento, insormontabili solo in apparenza.

L’opera è divisa in sei grandi capitoli, ognuno dei quali affronta un aspetto di una vita quotidiana più cosciente. Il saggio, muovendo dalla premessa della gestione giudiziosa della corrente elettrica come punto imprescindibile di partenza, sviluppa numerosi sottotemi.

Ma prima di iniziare la lettura, si rimane alquanto sorpresi nel venire a sapere che l’autrice non possiede la lavatrice, il frigorifero e nemmeno l’aspirapolvere. Questo intrigante preambolo, anche se perfettamente coerente con il titolo dell’opera, incuriosisce ma suscita anche molte perplessità.

Ci si domanda, forse un po’ troppo precipitosamente, se questo libro non sia il frutto di eco-farneticazioni di una mente esaltata. Ammetto di essermi avvicinata a questa lettura col sopracciglio alzato e una certa diffidenza.

Ma si viene presto accolti calorosamente dalla penna di Azuma Kanako da cui fluiscono pensieri chiari, lucidi e lineari. La sua voce gentile, delicata e umile guida i lettori nel suo mondo, illustrandolo in maniera calma e precisa. L’autrice, infatti, sottolinea da subito che queste sono scelte intraprese da lei e dalla sua famiglia e non vi è la pretesa che chi legge faccia necessariamente altrettanto.

Insomma, un’esposizione tranquilla, non giudicante e scevra da atteggiamenti di superiorità o di disdegno verso chi è di altro avviso.

La parola alle foglie secche

L’idea di riassumere l’intero libro non mi interessava. Si tratta, infatti, di un saggio denso, profondo, traboccante di preziosi inviti alla riflessione che verrebbero ingiustamente appiattiti in un riepilogo. Erroneamente si potrebbe pensare che si tratti di un manualetto con velleità didattico-moralistiche, inframezzato da indicazioni su come sbarazzarsi del tritatutto e del ferro da stiro elettrico.

Invece è un’opera sorprendentemente intensa che, attraverso la grazia del ragionamento logico, conduce il lettore a prendere in considerazione vie alternative.

Riporterò a breve alcuni consigli pratici che l’autrice suggerisce.

L’uso degli elettrodomestici – e della corrente elettrica in generale – non viene demonizzato. Sarebbe ridicolo. Semplicemente l’autrice invita alla moderazione, al riconsiderare certe abitudini il cui mantenimento richiede un dispendio di tempo, energia e denaro.

Durante una mia passeggiata nel mio quartiere, ho raccolto alcune foglie secche che mi sono piaciute in modo particolare. E così ho avuto un’idea: affidare a queste foglie secche il compito di comunicare alcuni dei concetti che – per vari motivi – mi hanno colpita. Naturalmente, si tratta di una minima parte di tutto quello che avevo sottolineato (a matita!) ma è un modo per condividere con chi leggerà un qualcosa di questo libro straordinario.

Vivere secondo le proprie possibilità

Azuma Kanako usa spesso questa espressione, tanto da ritrovarla – come già visto – addirittura sulla sopraccoperta.

L’espressione giapponese 「身の丈生活」Mi no take seikatsu. Letteralmente significa una vita per la propria statura, cioè modellata in base alle proprie possibilità. Quindi, vivere secondo le proprie possibilità e non oltre. Ma non è solo una questione economica ma anche sociale; in questo concetto, l’autrice ravvisa anche i benefici di una vita – per dirla coi sociologi – un po’ più a maglie strette dove anche i rapporti di vicinato, oltre a quelli famigliari, meritano di essere riscoperti e rafforzati.

Non ci dovrebbe sorprendere, infatti, che l’eccessiva comodità abbia generato anche grande solitudine, con tutte le devastanti conseguenze del caso. Teoricamente, basta avere una connessione internet e disporre di denaro a sufficienza per vivere senza mai entrare in contatto con altri esseri umani.

Sapersi accontentare

Un altro concetto ricorrente è quello di 「足るを知る」taru o shiru. Questo modo di dire corrisponde pressappoco al nostro chi si accontenta gode.
Sapersi accontentare non significa rassegnarsi o – peggio – farsi piacere a forza qualcosa che non ci soddisfa. Accontentarsi vuol dire imparare a ritrovare il valore di ciò che si ha e – perché no – di ciò che invece non si ha!

Coltivare uno spirito di profonda gratitudine

「必要なだけ手に入れるのではなくあるものでどうにかする精神を。」Hitsuyōna dake te ni ireru no de wanaku arumonode dōnika suru seishin o. Invito che ho liberamente tradotto come: coltiviamo lo spirito dell’accontentarsi di ciò che abbiamo anziché dell’ottenere tutto ciò che ci serve.

L’autrice, con dolcezza, ci porta a vedere la sua casa. È come se ci prendesse per mano e ci conducesse alla scoperta di questa sua vita così semplice eppure – forse proprio per questo – quasi ribelle. Condivide con il lettore considerazioni quasi liminali sul rapporto tra l’uomo e la luce e come quest’ultima abbia influito sulla sua esistenza. Il pensiero va inevitabilmente alle riflessioni di Tanizaki quando racconta del fascino ormai svanente delle lacche giapponesi che, per colpa della luce artificiale, non riescono più a donare ai nostri occhi quei giochi di chiaroscuro con cui hanno deliziato gli animi sensibili di chissà quante persone.

Alcune bollette dell’energia elettrica dell’autrice. Come si può vedere, effettivamente oscillano tra i ¥400 e i ¥500 mensili! Davvero notevole considerando che mediamente la cifra è ben più alta. La mia bolletta dell’energia in Giappone si aggirava sui ¥4000!

Veniamo a sapere, ad esempio, che in tutta la sua casa vi sono solo tre prese della corrente e che la TV è in una nicchia a scomparsa. La signora Azuma ci spiega che abbiamo piano piano disimparato a rispettare i ritmi naturali scanditi dal giorno e dalla notte e di come tutta questa luce artificiale (lampadine, schermi ecc.) abbia sfalsato parte delle nostre percezioni. Nei suoi racconti ci regala frammenti di ricordi di epoca Shōwa, di sua nonna e dell’abitudine di assaporare gli ultimi sprazzi di luce naturale riuscendo, al contempo, a sentirsi a proprio agio nella penombra e in quella dimensione di sfumata visibilità.

Quanto Tanizaki in queste osservazioni!

Vivere senza frigorifero

Fonte immagine.

Probabilmente sarete curiosi di sapere quali alternative abbia escogitato l’autrice per far fronte a scelte in apparenza molto radicali. Come quella di non avere un frigorifero, elettrodomestico considerato basilare in una casa qualsiasi.

Ebbene, la signora Azuma ci ricorda che, fino a non molto tempo fa, si acquistavano quotidianamente gli ingredienti freschi necessari per i pasti della giornata. Avvalora questa sua affermazione rievocando i racconti di sua nonna e di persone di quelle generazioni. Effettivamente, anche da noi era così: fino verso gli anni Cinquanta i frigoriferi in Italia erano privilegio per poche famiglie molto abbienti. Si sarebbe dovuto aspettare fino agli anni Sessanta perché questo diventasse un bene alla portata di tutti.
Ecco perché nei paesi e nei centri abitati esistevano le ghiacciaie: da esse ci si riforniva di ghiaccio, ricavato dalla neve, da utilizzare per la conservazione di quei pochi ingredienti deperibili come il burro.

In Giappone, fino ancora al secondo dopoguerra, erano in uso le cosiddette 氷室 himuro, cioè vere e proprie ghiacciaie adibite alla formazione e conservazione del ghiaccio per gli abitanti. Alcuni himuro sono stati riportati ai vecchi splendori per poterli rendere visitabili sopratutto in occasione di festival locali.

Un himuro nella Prefettura di Ishikawa. Fonte immagine.

L’autrice sostiene che al giorno d’oggi i nostri frigoriferi non siano diventati altro che meri ripostigli dove riporre quantità eccessive di alimenti che non intendiamo consumare nel breve termine. Effettivamente, basterebbe pensare a cosa abbiamo nel congelatore.

Lei suggerisce di acquistare il fresco quotidianamente e solo nelle quantità necessarie. Eventuali eccedenze – spiega – si possono conservare ricorrendo ai classici metodi dell’essiccazione, della salamoia, della salagione ed altri. Nello specifico, i metodi che usa lei sono tre:

  1. 調味料に漬ける」chōmiryō ni tsukeru. Ossia, la conservazione di alimenti attraverso la marinatura in ingredienti come l’aceto, la salsa di soia, miso, il sale ecc.
  2. 「佃煮にする」tsukudani ni suru. Conservazione del cibo come tsukudani. Lo tsukudani è una preparazione antica, ancora molto diffusa soprattutto nelle comunità rurali, in cui ingredienti come pesciolini, frutti di mare e alghe vengono fatti sobbollire lentamente in salsa di soia e mirin o zucchero. L’autrice ricorre a questa tecnica anche per la carne.
  3. 「干す」hosu. Essiccazione. Metodo le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Permette di conservare pressoché qualsiasi ingrediente.

Ad eccezione dei cibi deperibili i quali, appunto, si acquistano in piccole quantità oppure si conservano attraverso i metodi tradizionali, tutto il resto può essere tranquillamente tenuto fuori dal frigo: frutta, verdura, uova.

Mele piemontesi provenienti da Cellarengo, Asti.

L’argomento cibo e cucina viene trattato con precisione, delicatezza e cura. Il tutto, anche in questo caso, accompagnato da riflessioni importanti. Vi è ad esempio l’invito a rafforzare la comprensione del concetto di stagionalità. In Giappone, normalmente si fa molta attenzione a questo aspetto ma, secondo l’autrice, non abbastanza. I nuovi modelli di consumo spingono anche i giapponesi a diventare un po’ capricciosi desiderando ingredienti fuori stagione.

Quindi, stagionalità e territorialità. Si ribadisce il concetto di 地産地消 chisan-chishō cioè produzione locale di cibi. Un po’ il nostro kilometro zero.

Molto affascinante è anche il suo approccio alla preparazione dei cibi stessi che, secondo l’autrice, dovrebbe essere il più semplice e disadorna possibile. Spiega, infatti, che l’abitudine di decorare troppo i piatti conduce alla noia e ad un senso di insoddisfazione. Insomma, allontana dallo zeitaku sincero.

Lavatrice: come farne a meno

Fonte immagine.

Ci sono stati alcuni periodi della mia vita in cui, non per scelta, ho vissuto senza lavatrice. Questa esperienza personale mi ha permesso di accogliere il punto di vista della scrittrice in maniera meno stranita: ci ero già passata e so cosa aspettarmi.

La signora Azuma spiega che le esperienze delle generazioni passate possono insegnarci molto.

A casa sua, al posto della lavatrice, lei ha una たらい tarai ossia una bacinella, una 洗濯板 sentaku-ita ovvero un’asse lavatoio e del semplice sapone per bucato a mano.

Fonte immagine.

Unico detersivo: un sapone naturale per lavaggi a mano. No ammorbidente, no additivi o sbiancanti.

Lei spiega come l’uso di questi semplici attrezzi permetta una gestione del bucato molto più agevole di quello che si possa pensare: è sufficiente – spiega – lavare subito i panni sporchi senza accumularli. Questo farà sì che eventuali macchie non abbiano il tempo di fissarsi sul tessuto. In caso, invece, di macchie ostinate basterà strofinare la parte interessata sull’asse lavatoio per pochi minuti e procedere al risciacquo.

Un accorgimento interessante è quello di evitare asciugamani troppo grossi ma di preferirne di piccoli proprio per facilitarne il lavaggio e l’asciugatura. Quest’ultima fase, non serve nemmeno specificarlo, avviene all’aria aperta, possibilmente al sole.

Un passaggio, quest’ultimo, che non stupisce nemmeno noi ora.

L’autrice osserva come la società contemporanea sia intrappolata nel paradosso della sensibilizzazione alle tematiche ambientali e al propagarsi incontrollato di elettrodomestici di ogni genere. Effettivamente, a ben vedere, quanto ecologiche sono le asciugatrici per davvero, al netto dei proclami pubblicitari? Certamente mai più del sole.

Foto tratta dal libro.

Aspirapolvere e pulizie generali di casa

Anche l’aspirapolvere, come la lavatrice, in alcuni momenti della mia vita è stato assente in casa mia. Forse, dei tre, questo è il meno doloroso da eliminare eventualmente. L’autrice spiega come siano sufficienti una scopa – preferibilmente di saggina – e uno straccio recuperato da qualche abito smesso. Un secchio, acqua e basta.

Fonte immagine

Naturalmente, una casa alleggerita dagli oggetti in eccesso sarà molto più rapida da pulire. E questo ovviamente dà avvio alla riflessione in merito al superfluo di cui le nostre case sono, in misura più o meno variabile, grandi ripostigli.

Non ho seguito e non seguo il filone di tendenza del magico potere del riordino di Marie Kondō semplicemente perché ho sempre un’avversione per tutto ciò che va di moda. Insomma, la Kondō non insegna alcunché di nuovo. Sono concetti e tecniche di cui si scrive da tempo in Giappone. E Azuma Kanako lo dimostra.

Nella sezione dedicata a come alleggerire la casa dal superfluo, inevitabilmente si affronta il discorso delle mode e delle comodità eccessive che, paradossalmente, diventano scomodità a lungo andare.

Allora il consiglio è di conservare ciò che piace davvero e che si intende soprattutto utilizzare. Poco importa che si tratti di vestiti o altri oggetti. Tutto ciò che etichetteremmo come “cose che prima o poi userò o indosserò” andrebbero venduti o regalati. Senza troppi tentennamenti.

In conclusione

Questo libro insegna così tanto e in maniera così dettagliata che la mia presentazione sommaria non è che un superficiale assaggio.

È un saggio così attuale per le tematiche che tratta ma al contempo così tradizionale e squisitamente giapponese perché impregnato di impliciti rimandi wabi-sabi. L’esaltazione del bello individuato in ciò che si ha, con tutte le sue fratture, sbeccature, sbavature o imperfezioni che possa avere. Anzi, è proprio in queste presunte incompletezze che si ravvisa la bellezza della transitorietà.

Ben vengano le comodità moderne: luce, corrente elettrica, elettrodomestici in generale e tutto il resto. Ma con moderazione. Se, attraverso piccoli accorgimenti magari un po’ d’antan, riusciamo comunque a stare bene e a soddisfare varie necessità (e desideri!), perché non provarci?

A trarne vantaggio non è solo l’ambiente ma soprattutto siamo noi come persone. Uno stile di vita più semplice, più rivolto all’essenza e al cuore dell’essere e dell’esserci non può che ripagarci con quella serenità che, inutilmente, inseguiamo ossessivamente nelle tecnologie e negli eccessi.

Un elogio alla semplicità come via per iniziare a ritrovarsi.

Le parole di Sho

Scrivo di getto in questo momento, in questa domenica sera di fine agosto dove l’aria ha già i primi profumi di un autunno non poi così distante. Capitoli della vita che si concludono e cicli che si esauriscono. Ma a queste fini seguono sempre degli inizi.

In un giorno in cui ho pianto in momenti diversi e in cui ho dovuto anche salutare una persona cara che si appresta ad iniziare un lungo viaggio. Un viaggio fisico ma che sarà prevalentemente interiore.

Nella mia incapacità di nascondere i sentimenti e le emozioni, ho perso la lotta contro le lacrime che infatti sono sgorgate copiosamente. Hanno vinto loro. E in quel momento, la mia cara amica mi ha chiesto di prometterle di iniziare a pubblicare i miei racconti. Me lo ha chiesto oggi, sul ponte Regina mentre la pioggia iniziava ad aumentare in intensità e sia il cielo sia le acque del Po avevano assunto malinconiche note cineree.

Le ho detto che avrei iniziato stasera, pubblicando la prima parte di un mio racconto che risale a diversi anni fa ormai.

Cominciamo così. Poi si vedrà.

Non so nemmeno se qualcuno lo leggerà. Ma se lo leggerete scrivetemi o lasciatemi un commento.

Il racconto s’intitola Le parole di Sho.

Tutto il racconto, ed eventuali altri racconti, saranno raccolti nel tag i miei racconti.

Prima parte.

Buona lettura.

Le parole di Sho (parte prima)

Aveva smesso di parlare e lo aveva fatto senza pensarci neppure un attimo.

Non era un capriccio o una risposta piccata a qualche diverbio. No. Questa volta aveva deciso che avrebbe scelto il silenzio.

Per quarantacinque anni aveva insegnato alla gente i trucchi della comunicazione efficace svolgendo la mansione d’istruttore di public speaking, come veniva chiamata l’arte del saper parlare davanti a un pubblico. 

Il suo era un lavoro nato un po’ per caso quando, da ragazzo, accompagnava suo padre alle riunioni di un’azienda produttrice di salsa di pesce vietnamita, di cui era co-fondatore. 

In quelle occasioni il padre diventava un’altra persona: da uomo introverso e anche un po’ burbero si trasformava in un istrione, in un abile atleta della parola che sapeva gestire con maestria e agilità discorsi complessi esponendoli con una chiarezza sbalorditiva. 

Bastava che salisse sul palco, dietro quel microfono, perché  tutte le paure, le ansie, le timidezze e le fragilità, sparissero dissolvendosi in un flusso coinvolgente di parole scandite con entusiasmo e grinta. 

Lo osservava ogni volta con lo stesso stupore della prima occasione quando lo vide parlare in pubblico, alla fiera Dei Mille Sapori, a Hong Kong. 

Il padre era stato chiamato a raccontare la lunga e rocambolesca storia della sua azienda e di come lui e il socio fossero partiti letteralmente da zero per arrivare a costruire un piccolo impero. Si sarebbe potuto pensare ad un inedito racconto alla Horatio Alger. Ma era tutto vero.

Il pubblico, in profondo silenzio, era affascinato e a tratti anche commosso.  Nessuno osava neppure muoversi. Sembravano tutti sotto l’influenza di un fiabesco incanto. 

Dopotutto si trattava solo del racconto del tortuoso percorso di un’attività imprenditoriale che, nonostante i tanti ostacoli, era riuscita a farcela. Una storia comune a tanti imprenditori coraggiosi. 

Suo padre però aveva portato sul palco tutte le speranze, le ambizioni, le paure, gli entusiasmi, le delusioni e le aspettative disattese che, come ingredienti di un’irripetibile ricetta, avevano dato vita a una realtà commerciale di gustoso successo.

Quel discorso terminò con una pausa di pochi secondi di un silenzio assoluto e irreale che sfociò in un applauso scrosciante. 

Sho era rimasto là, in un angolo della sala, seduto con gli occhi immobili, la bocca socchiusa, le mani pesantemente appoggiate sulle ginocchia e la schiena drittissima.  

Suo padre era un vero maestro della comunicazione e un giorno avrebbe carpito da lui questi segreti, li avrebbe messi in pratica e poi insegnati ad altri. 

Gli inizi di Sho e il brillare della sua arte

Dopo le superiori Sho non perse tempo. S’iscrisse all’università e iniziò il suo percorso accademico completamente dedicato al suo grande amore sbocciato nei tenerissimi anni dell’adolescenza: la comunicazione.

A venticinque anni, con l’instancabile aiuto di suo padre, avviò una piccola scuola – la prima e unica nel suo genere a Yokohama: la Komyu-UP, scuola di public speaking e comunicazione efficace. 

La scuola avrebbe riscosso un successo travolgente diventando una pioniera del settore. Dopo la Komyu-UP solo tanti imitatori e spesso nemmeno tanto bravi. 

I migliori istruttori lavoravano tutti per Sho e chi voleva anche solo sperare di avere una chance in questo campo doveva necessariamente passare dalla Komyu-UP.

Quarantacinque anni trascorsi a parlare e a far parlare, a insegnare l’autocontrollo, la giusta postura, le impostazioni del sorriso e della voce. 

Quarantacinque lunghissimi anni all’insegna della parola. 

Decisioni

E adesso aveva deciso che quelle stesse parole, che fino a quel momento erano state la sua miniera, sarebbero finite ingabbiate in un gigantesco contenitore dai muri di silenzio. 

Non avrebbe più parlato. Né con Yuko sua moglie, né con Akane sua figlia né tantomeno con quello sfaccendato di Hiroshi, suo genero. 

Nessuno più alla Komyu-UP avrebbe sentito la sua voce. 

Tanto sapeva che a casa, in quel manicomio che era casa sua, nessuno si sarebbe neppure accorto della sua silenziosa presa di posizione. Yuko avrebbe continuato a cinguettare di scemenze – il decoupage e l’ikebana – mentre sua figlia e suo genero sarebbero sicuramente andati avanti a dissolvere le proprie esistenze nei mari di pixel in cui annegavano. 

Vuoi che ti prepari la colazione? – gli chiese Yuko la mattina seguente, poche ore dopo quella scura parentesi di contemplazione in cui era maturata la decisione del silenzio.

Ovviamente non vi fu risposta ma Yuko, che tanto non prestava mai attenzione alle parole del marito, agì come se una risposta ci fosse stata veramente. 

E andò in cucina. Nel giro di venti minuti apparecchiò il tavolo con una scodella fumante di riso al vapore, una scodella rossa di zuppa di miso, un pesciolino alla griglia e del cetriolo sotto sale. 

Sho, la colazione! Sbrigati! – gli aveva intimato con voce un po’ seccata. Erano già le sette e se non si fosse dato una mossa sarebbe arrivato tardi in azienda.

Contemplazioni

Ma Sho era ancora nel letto, disteso sulla schiena e con le braccia incrociate dietro la testa, a fissare un punto indefinito nello spazio. 

Di scatto si alzò e – appoggiandosi con una mano al muro – s’infilò quelle morbide pantofole a quadretti verdi e blu che tanto amava. 

Arrivato al tavolo della cucina, Yuko lo accolse con una raffica di discorsi ingarbugliati che però lei gli presentava con l’affannata solennità che la contraddistingueva. 

Mentre lavava le pentole, blaterava di insulsaggini: del tofu troppo molle che aveva comprato il giorno prima da Isetan, di quell’oca di Sachiko che era sempre lì a farsi la permanente, della colla apposita per decoupage che aveva ordinato dal Canada, del gatto lagnoso dei vicini e tanti altri argomenti tranquillamente dimenticabili.

La colla dal Canada! Con tutta la colla che abbiamo qui in Giappone lei ordina la colla dal Canada. – pensò infastidito Sho riferendosi in realtà all’atteggiamento spendaccione di sua moglie. 

Sho aveva finito la colazione e – sorseggiando lentamente una tazza di tè verde  – se ne stava con lo sguardo quasi inebetito ad osservare la grande quercia che fiera sorgeva proprio davanti alla finestra della cucina. Pigramente si voltò e gettò un’occhiata in soggiorno dove vide Hiroshi sdraiato sul divano a rimbambirsi – già di prima mattina – sul tablet. 

Akane non c’era. Testarda che non era altro. Sicuramente era andata a fare qualche ora a casa della vecchia signora Inoue che viveva sola in fondo alla strada, proprio vicino alla locanda Tsubame. Di accettare soldi dal padre non ne voleva sapere e preferiva guadagnarsi da sola i soldi per provvedere a se stessa e a quel fannullone di suo marito. Questo, pensava Sho, la rendeva meritevole di onore ma al contempo anche tanto stupida. 

Intanto, in sottofondo, continuava a scorrere il fiume impetuoso di frivoli discorsi di Yuko che non si era ancora neppure accorta che il marito non aveva detto una parola da quando si erano svegliati. 

È ora di avvisare i dipendenti

Quel giorno Sho avrebbe dovuto però trovare il modo di spiegare alla Komyu-UP il suo comportamento. Loro lo stimavano e quindi meritavano spiegazioni. 

Cari colleghi e collaboratori,

vi sorprenderà questo avviso, lo so, ma ho preso una decisione: da oggi osserverò il più rigido silenzio. Ho bisogno di riflettere. Per qualunque cosa, mandatemi un e-mail perché, fino a quando ne sentirò la necessita, non risponderò più a voce. So di poter contare sulla vostra comprensione profonda.

                                                                    Sho

L’avviso, inviato a tutto lo staff dello Komyu-UP oltre che stampato e affisso in bacheca la sera precedente dopo la chiusura, fu accolto con stupore e confusione. 

Sia gli istruttori sia gli impiegati dell’amministrazione pensarono subito si trattasse di uno scherzo tanto che uno di loro – il capo contabile Takahashi – ridacchiando staccò il foglio dalla bacheca, lo strappò e lo buttò nel bidone della carta. 

Però come spiegare la mail che arrivava proprio dalla casella di posta di Sho?

Non servirono spiegazioni perché , mentre lo staff era ancora nell’atrio a discutere concitatamente del fatto, arrivò Sho a passo svelto. Era in ritardo ma nessuno guardava l’orologio perché l’argomento centrale era un altro.

Tutti smisero di parlare e si voltarono a guardarlo con occhi pieni di stupore ma anche di smarrimento.

Sorridendo, Sho fece un leggero inchino di saluto e, togliendosi una vistosa giacca giallognola, si diresse verso il corridoio. 

Lo staff seguì i suoi movimenti con lo sguardo finché Sho non scomparve dietro la porta del suo ufficio.

Interrogativi e comprensioni


In effetti non aveva detto niente e questo era veramente bizzarro. Proprio lui che era solito salutare lo staff a gran voce incoraggiando tutti con una frase che amava ripetere all’infinito: “Buon lavoro a me e buon lavoro a voi!”

Sho, il grande oratore degno allievo di suo padre e fondatore della Komyu-UP ora era muto. Volontariamente muto.

Le attività alla Komyu-UP ripresero in maniera abbastanza regolare anche se, per forza di cose, fu necessario trovare qualcuno che sostituisse Sho nelle lezioni.

Il clima era sereno solo in apparenza perché nascondeva una tensione data dall’interrogativo. In realtà quasi nessuno, tranne una persona, aveva capito il senso del silenzio autoimposto di Sho. 

Furono infatti azzardate mille ipotesi. In mensa, durante la pausa pranzo, ad ogni tavolo non si parlava d’altro. Si passava dalle ipotesi più plausibili alle congetture più bislacche come quella secondo cui il vero Sho sarebbe morto e il falso Sho, quello muto, si troverebbe a capo della scuola ma non in grado di rivelare la propria identità. 

L’unico ad aver compreso perfettamente il suo gesto era il professor Mikuni, il responsabile dell’ufficio didattico. Il professore aveva alle spalle una carriera lunga e onorata ma certamente non priva di momenti di profonda crisi e sconforto. Nel corso della sua esperienza aveva compreso tante verità ma anche tanti paradossi legati alla loro professione. Uno di questi paradossi lo aveva portato, diversi anni prima, a ritirarsi in un monastero Zen a Odawara nella speranza di rimettere ordine in quel grande caos che aveva in testa. 

Il professor Mikuni aveva capito, infatti, che più si parlava e meno si diceva. 

Riorganizzazioni e ostinate quotidianità

Sho e il professor Mikuni si scambiarono diversi messaggi quella sera e quest’ultimo lo rassicurò dicendogli che non solo aveva compreso alla perfezione il suo gesto apparentemente così radicale e stravagante, ma che si sarebbe occupato personalmente di quella parte di lavoro che ora Sho non poteva più svolgere. 

Sho decise di prendere un mese di vacanza. Era tanto, lo sapeva, ma lui era il proprietario dopotutto e poteva decidere. Inoltre aveva incaricato Mikuni e Kinoshita di sostituirlo durante la sua assenza. 

A casa, incredibilmente, ancora nessuno si era accorto del suo silenzio. 

Yuko stava via mezze giornate per partecipare a quei corsi inutili sulle composizioni floreali mentre Akane ormai andava sempre dalla signora Inoue. E Hiroshi? Quello scansafatiche, gira e rigira, era sempre a casa a poltrire sul tablet oppure a bighellonare ai giardini con altri sfaccendati del quartiere. 

Era come se Sho fosse invisibile. In casa sapevano che lui solitamente usciva intorno alle 7:10 e rientrava verso le 18. All’ora del rientro Yuko, meccanicamente, lo aspettava nel genkan per salutarlo e porgergli quelle comode pantofole che erano uno dei pochi piaceri reali in quella casa. Ma lei subito spariva dietro la parete che separava l’ingresso dal soggiorno per tornare in cucina dove certamente preparava diligentemente i pasti – questo non glielo si può negare – ma dove passava anche un numero esagerato di ore dietro infiniti lavoretti di decoupage che puntualmente ricoprivano il tavolo. 

Yuko

Sho era abituato a farsi il bagno prima di cena e per questa ragione, non appena tornava dal lavoro, poteva andare direttamente in bagno e trovare la vasca pronta con già dentro i sali marca Bab al profumo di bosco che tingevano l’acqua di un verde giada molto leggero e riempivano l’aria con gli effluvi balsamici del pino e del cipresso.

Sho e Yuko cenavano raramente insieme perché lei da anni si autoprescriveva  una dieta che prevedeva solo la colazione e il pranzo. La cena, per Yuko, era una tazza di tè. 

Akane a Hiroshi non avevano orari e spesso andavano da Tsubame per un ramen oppure per un gyūdon

Morale della favola: ognuno se ne stava per i fatti propri e le rare volte che ci si ritrovava nella stessa stanza o uno o l’altro era perso nel solito mare di pixel. 

Ti ho preparato il nikujaga . C’è anche un po’ della frittata di ieri sera. Per dolce, la macedonia con le fragole che mi ha portato stamattina Sachiko. – disse Yuko a Sho che aveva appena fatto il bagno ed era in accappatoio. 

Ah sì, Sachiko! Non era quella che passa tutto il tempo a farsi la permanente? Beh, tanto cattiva non deve essere se ci porta le fragole! – pensò sarcastico Sho. 

Ti spiace se anche stasera non ceniamo insieme? Beh lo sai che io di solito a cena non mangio. Andrò a fare un salto da Sachiko. – cinguettò Yuko con la sua vocina squillante. 

Sho si limitò ad annuire col capo e Yuko nemmeno se ne accorse: lei era già salita su in camera a prepararsi. 

Che moglie strana, Yuko. Era bravissima in cucina. Persino sua madre aveva ammesso, con non poca fatica, che la nuora era più in gamba di lei ai fornelli. 

E la casa era uno specchio. I cassetti della biancheria tutti meticolosamente in ordine e non c’era una virgola fuori posto. 

Era stata una mamma modello e infatti Akane le era molto affezionata. Quelle due, quando ci si mettevano, erano di una complicità eccezionale.

Però verso Sho era sfuggente. Eppure lo amava e gli dimostrava il suo affetto in tanti modi. Glielo mostrava ad esempio preparandogli tutte le mattine un o-bentō molto curato; glielo dimostrava con tante piccole premure che, ne era certo, erano la sua costante e rinnovata dichiarazione d’amore. 

Ma lei rimaneva elusiva. 

Akane

Anche questa sciocchezza della cena abolita. I primi tempi lui si arrabbiava pesantemente per questo ma poi, come per tante altre cose, aveva imparato a farsi conquistare dall’indifferenza facendo propria l’arte del navigare nelle ammalianti acque della passività. 

Eppure, nonostante non cenasse più col marito, lei aveva sempre cura di preparargli i suoi piatti preferiti andando anche a cercare a volte ingredienti costosi pur di farlo felice. 

Come quella volta che lei andò fino a Tsukiji solo per prendere una vaschetta di anguille d’acqua salata per farne un kabayaki. Sapeva bene che Sho ammattiva letteralmente per questo piatto. 

E lei non lo aveva deluso.

Erano le due di notte passate e Yuko non era ancora tornata. Akane e Hiroshi erano rientrati solo per un’oretta, il tempo di lavarsi e cambiarsi, per poi subito uscire. Sicuramente andavano da Tsubame. 

Quei due – ne era certo Sho – erano destinati a vivere così, arrabattandosi e accontentandosi della mediocrità. E questo era per lui fonte continua di rabbia. 

Akane, prima di buttarsi via per Hiroshi, quello sfaticato che passava le giornate per i vicoli di Shimokitazawa a far finta di essere un poeta urbano, aveva aspirazioni di non poco conto: era sempre stata un’ottima studentessa e i suoi voti eccellenti le avevano permesso di accedere all’agognato esame di ammissione all’università di Keio superandolo al primo colpo. 

Per Akane quello era uno sogno divenuto realtà. 

A Keio aveva scelto la facoltà di Lingue, specializzandosi in lingua e letteratura vietnamita con immensa gioia del padre e del nonno. 

Aveva superato brillantemente il primo anno e si stava preparando ad affrontare il secondo quando tutto iniziò ad andare a rotoli…

Contemplazioni e parole senza suoni

Ma che ora era? 

Sho si era seduto in poltrona davanti alla televisione accesa ma con il volume azzerato. Sulla NHK era in onda uno speciale reportage dedicato alla cucina italiana. Carrellate di immagini brillanti di tipici paesaggi collinari toscani erano inframezzate da brevi interviste a gente anziana, forse contadini. Muovevano le labbra ma da quelle bocche occidentali non usciva alcun suono. 

Sho vedeva solo volti aggrediti dal tempo, raggrinziti dallo scivolar via di un’esistenza consumata a capo chino a dissodare la terra sotto un sole poco clemente. 

Li guardava come ipnotizzato. I suoi occhi seguivano la sinuosità delle colline senesi e i colori armoniosi di quelle abitazioni così lontane dal suo mondo. Rimase in quello stato forse per un’ora quando avvertì un forte dolore al petto. 

Sentì una scossa violenta come se le dita di un mostro invisibile si fossero scagliate contro il suo petto strappandogli la carne e penetrando fin verso il suo cuore che quasi avrebbero lacerato se – di istinto – Sho non si fosse premuto con le mani la zona dolorante. 

Trovò un sollievo breve ma vitale. 

Il dolore ritornò, con scariche più forti di prima. Gli sembrava quasi di sentire il rombo di quello spasimo che lo teneva imprigionato in una corda di impulsi elettrici. 

Nel tentativo di alzarsi e prendere il telefono dal tavolo, perse l’equilibrio e si accasciò a terra dove perse i sensi.

Nell’oscurità una figura, muovendosi rapidamente sullo sfondo luminoso della TV muta, si avvicinò a Sho…

(Continua)

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