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Takenoko-gohan: ricetta del riso ai germogli di bambù

La primavera, benché ufficialmente ancora in corso, sembra già lontana. E l’estate ogni anno si presenta con crescente impazienza scalpitando alla porta quando ancora dovrebbe essere assopita nei suoi bollenti sonni.
È lì col suo vispo caschetto color del sole e vestita di bianco che, seduta a cavalcioni su una sedia di legno, sbuffa facendo tintinnare i suoi vistosi bracciali dorati. Irrimediabilmente annoiata, brontola perché non è ancora il suo turno. E così che immagino sempre questa estate via via sempre più irrequieta.

Nelle settimane passate, prima che la precoce morsa del caldo ci desse un soffocante assaggio della sua presenza, avevo immortalato alcuni fiori a passeggio per Torino. Piccole testimonianze botaniche di una primavera il cui arco espressivo sembra restringersi a vista d’occhio.

Delicate testimonianze floreali del passaggio della primavera

Nel frattempo il pannello di controllo di WordPress mi ricorda, con eccessivo zelo, che posso usufruire degli strumenti di intelligenza artificiale per rimaneggiare ciò che scrivo. Naturalmente il tutto con il pretesto di volermi aiutare a correggere errori e smussare spigolosità testuali.
No, grazie – rispondo senza tante cerimonie. Non perché la mia scrittura sia al di sopra di ogni valutazione (ci mancherebbe!) ma semplicemente perché vorrei continuare ad esprimermi senza ricorrere a stratagemmi e filtri stilistici. Vorrei continuare ad usare il mio giudizio personale per poter rettificare e sistemare ciò che non va lasciando che difetti ed idiosincrasie della mia scrittura emergano spontaneamente qualora sfuggissero al mio occhio vigile.

D’altra parte, a ben vedere, a cosa serve usare questi strumenti per cesellare e lucidare i propri scritti se poi il risultato è un qualcosa di spersonalizzato, imperniato su formule di testo ormai riconoscibili? Forse l’analogia non regge ma è come preferire una tazza in apparenza perfetta ma dozzinale ad un pezzo artigianale impreziosito da tutti i suoi difetti nonché tracce di vita che hanno modellato quella creta.
In questi spasmodici tentativi di rincorrere una presunta autenticità patinata e rifinita (che ossimoro!) non si rischia invece di esaltare l’omologazione?

O forse è proprio l’omologazione il fine ultimo? Dopotutto il conformarsi conforta e scherma dai mordaci giudizi esterni.
Ma a cosa serve nutrirsi di testi che in fondo sono tutti un po’ uguali, tutti lustrati a dovere, luccicanti e infiocchettati? Cosa mi resta di tutta quella asettica impressione di perfezione camuffata da genuinità?

Di libri e di strascichi

Nei giorni in cui la primavera sembrava essere al suo posto senza il rischio di venir spodestata da un momento all’altro, avevo tirato fuori dalla mia libreria un ricettario a me caro e già citato in precedenza su Biancorosso Giappone. Si tratta del primo volume di ricette delle sorelle Akemi e Satsuki, due signore di Chigasaki (Kanagawa), ideatrici di una cucina liberamente ispirata alla 精進料理 shōjin-ryōri ossia la cucina tradizionale vegetariana (anzi, vegana!) dei templi buddisti. La rivisitazione delle due sorelle propone una cucina leggermente meno ieratica del modello d’ispirazione, perché avvolta da un’aura casalinga nella scelta di ingredienti comuni e dalla concessione vegetariana che ammette – seppur in quantità molto ridotte – uova e formaggio.

Anche il titolo trasmette questo qualcosa di indulgente. Il libro infatti s’intitola 「おばあちゃんの精進ごはん」Obāchan no shōjin gohan, La cucina buddista della nonna. Non è solo il calore famigliare del titolo, col richiamo alla nonna, ma anche la precisa scelta lessicale di usare il termine ごはん – che in giapponese indica non solo il riso cotto ma in senso lato anche il pasto inteso nella sua dimensione più intima – anziché il più austero 料理 cioè la cucina come insieme di tecniche e saperi gastronomici.

Il mitico ricettario delle sorelle Akemi e Satsuki Iori.

Dopotutto è un titolo onesto e coerente trattandosi, come già evidenziato, di una reinterpretazione della cucina buddista tradizionale e d’impostazione vegana.

Con una pizzico di orgoglio posso affermare di essere stata la prima ad aver parlato delle sorelle Iori e del loro ricettario, in italiano. Se spulciate nell’archivio di Biancorosso Giappone troverete alcune ricette che avevo tradotto e proposto dal repertorio di questo magnifico libro. Un esempio è la loro ricetta degli 醤油ラーメン shōyu-rāmen ovvero i ramen in brodo alla salsa di soia. Eccola qui. Oppure ancora gli squisiti いなり寿司 inari-zushi la cui ricetta è proprio qua.

Di germogli e di sapori primaverili

La ricetta del Takenoko-gohan delle sorelle Iori

Dalle pagine delle sorelle Iori ho scelto un piatto della cucina giapponese primaverile: il 竹の子ごはん Takenoko-gohan ossia il riso al vapore con germogli di bambù.

Per l’occasione ho voluto utilizzare del prezioso riso che Megumi mi ha portato dal Giappone.

Sublimi chicchi! Il delizioso riso che mi ha portato Megumi dal Giappone.

Scopriamo la ricetta tradizionale del Takenoko-gohan, il riso giapponese ai germogli di bambù. Almeno, fintantoché calendaristicamente siamo ancora in primavera!

Takenoko-gohan: ricetta delle sorelle Iori

La ricetta è delle sorelle Iori ed è stata tradotta da me. Le note e la spiegazione sulla cottura del riso sono aggiunte mie.

Ingredienti e dosi per 2 persone:

300g di riso crudo giapponese*
400ml d’acqua

1 confezione di germogli di bambù
una fetta di tofu fritto (facoltativo. Io non l’avevo e l’ho semplicemente sostituito con due piccoli shiitake messi in ammollo e tagliati a fettine)
1 cucchiaino di konbudashi granulare**
1 cucchiaio e mezzo di zucchero di canna
1 cucchiaio di salsa di soia
un pizzico di sale

*Usate un riso a chicco piccolo. Per non sbagliare, usate un riso che sia adatto per il sushi.
**Lo trovate nei negozi di alimentari asiatici. Guardate la foto degli ingredienti per avere un’idea della confezione anche se è possibile che troviate altre marche in vendita. Diversamente, nei 400ml d’acqua che serviranno per la cottura del riso lasciate a mollo per un quarto d’ora circa un pezzetto di alga konbu ricordandovi di rimuoverlo prima di procedere con la preparazione.

  1. Tagliare i germogli a fettine sottili. Fare lo stesso per il tofu fritto.
  2. In un pentolino versare i germogli e il tofu affettati e aggiungere: il konbudashi (saltare questa parte se si usa l’acqua saporita all’alga konbu), lo zucchero, la salsa di soia e il sale. Far cuocere a fiamma dolce fino a quando gli ingredienti non si saranno dolcemente asciugati.
  3. Lavare il riso e risciacquarlo per due o tre volte. Scolarlo e metterlo in una pentola aggiungendo i 400ml d’acqua e tutti gli ingredienti che avete fatto saltare poco prima in un pentolino. Mescolare e mettere il coperchio. Far cuocere a fuoco vivo fino ad ebollizione. Non appena l’acqua inizia a bollire abbassare subito la fiamma al minimo e, senza mai aprire il coperchio, lasciar cuocere lentamente per circa 10-12 minuti.
    Trascorso questo tempo, non sollevare il coperchio e lasciar riposare il riso ancora per qualche minuto dopodiché mescolarlo con garbo per non rompere i chicchi.
  4. Servire.
Preparazione del riso
Preparazione del riso
Cottura delle verdure da aggiungere in seguito al riso.
La cottura del riso vera e propria, con l’aggiunta delle verdure.

Piccola nota linguistica: il giapponese è noto per la sua grande varietà di verbi che sembrano esprimere azioni simili solo in apparenza. Oppure verbi che indicano un’azione ben specifica..
Un esempio è il verbo よそう yosou che significa proprio servire il riso cotto nelle scodelle.

Una scodella di saporito takenoko-gohan, guarnito da una fogliolina di prezzemolo … in mancanza di erbe aromatiche giapponesi fresche ci si adatta!

Avreste piacere di scoprire altre ricette delle sorelle Iori? Se sì, sarò felice di condividerne altre.

Takenoko gohan

Residenza al Kika-Dōjō

In questo maggio appena sbocciato, scrivo.
Scrivo seduta al tavolo di legno chiaro del 帰家道場 Kika Dōjō, il centro di meditazione della mia amica Rita dove sono ospite per qualche giorno, un po’ come se fossi in una specie di residenza artistica in cui ritrovare il filo delle mie ispirazioni.

Biancorosso Giappone in trasferta felino-artistica…al Kika Dōjō.

Sono qui, in questa sala dalla cui finestra scivola dolcemente la luce pallida di un cielo meteorologicamente vago. Intorno a me un silenzio spezzato ogni tanto dal cinguettio di uccellini, dall’abbaiare distante di un cane, dal ticchettio di un piccolo orologio e dallo sfrecciare in lontananza di qualche auto.

Ma qualche volta anche dal quasi impercettibile fruscio setoso dei passi di Amélie che mi viene a cercare.

Miao, fusa e silenzi: un codice di comunicazione sorprendentemente chiaro.

Un timido sole sta cominciando ad illuminare le facciate dei vecchi palazzi di primo Novecento che caratterizzano queste vie. Quegli stessi raggi, gradatamente sempre più disinvolti, svelano qualche frammento visivo di un giardino segreto che si intravede dal sopraluce di un portone grigio dagli ornamenti sobriamente liberty.

La mia mente vaga per un attimo fantasticando sulle possibilità di quel giardino nascosto. Un luogo che preserva il suo fascino proprio perché non liberamente accessibile. Chissà quali piante ospita gelosamente al suo interno? Chissà che fiori vi sbocciano? E ancora: chissà se c’è addirittura una panchina – o forse una piccola fontana il cui fluire dell’acqua, sempre uguale, scandisce incessantemente il tempo che scorre via?

Insomma, un primaverile e precollinare primo maggio torinese.

Istanti…al Kika Dōjō.

In questa stagione che cerca, ancora e nonostante tutto, di stupirci con i suoi trionfi floreali e volteggianti walzer pollinosi, per me diventa impossibile non fermarmi ad ammirare gli splendidi fiori che generosamente adornano Torino un po’ ovunque. Ci sono. Basta alzare lo sguardo e cercarli.

Un collage di fiori che ho incontrato in girula per Torino.

Giorni, dunque, di una quiete non assordante ma stemperata da quella morbida cornice di brusii cittadini sempre amabilmente…distanti. E in questi archi temporali riprendo a scrivere immergendomi profondamente nella lettura e rilettura di libri che desideravo riprendere.

Società e letteratura: letture e riletture al Kika Dōjō.

Il ritorno dei blog: pia illusione o prospettiva concreta?

Se penso alla lunga storia del mio blog quasi mi sembra incredibile che esista ancora. Dopotutto, Biancorosso Giappone è nato nel 2007 ovvero il periodo di particolare splendore in cui i blog erano davvero protagonisti di narrazioni vivaci, entusiaste, dinamiche e sincere perché slegate (tranne forse qualche eccezione divenuta poi la norma, ahimè) da finalità commerciali. Insomma, si scriveva perché si avevano storie da condividere. E una voce, indipendentemente dal fatto che potesse essere o meno conosciuta, veniva comunque ascoltata proprio perché aveva qualcosa da dire.
E benché di lì a poco i social media avrebbero fatto il loro esuberante e chiassoso ingresso nella quotidianità di molti, in quel periodo si era ancora in una fase un po’ innocente.

La blogosfera (compresi i forum di discussione) era la dimensione digitale del muretto, del giardinetto, della piazza, del cortile condominiale e di qualsiasi altro luogo di spontanea aggregazione umana in cui fiorisce la convivialità insaporita da un pizzico di quell’antico animo del cantastorie che in fondo risiede in ognuno di noi.

Si avevano esperienze da raccontare e le si raccontava. Ognuno con la propria penna, col proprio sapore descrittivo arricchito da un mélange distintivo di ironia e creatività.
Ogni tanto mi piace ricordare le grandi penne di quel periodo. Penne realmente prodigiose che lentamente sono svanite nell’oblio di un mondo che ha cominciato ad accelerare sempre di più.

Qualcuno sostiene che l’avvento pervasivo ed invadente delle intelligenze artificiali, assieme alla già capillare presenza radicata dei social, stia innescando un senso di rifiuto per questa logorante deriva di una comunicazione non più comunicativa. Si tratta di pia illusione? Non lo so ma voglio pensare che, anche in questa situazione, si possa ritornare di nuovo un po’ alla semplicità e all’autentico.

Sfuggenti Amarcord di blog che furono

Lo so, ne ho già scritto ma…ci ritorno sempre e volentieri nonostante l’inevitabile venatura malinconica che ossida il ricordo: il blog dell’ingegnere napoletano trasferitosi suo malgrado a Gurgaon, in India, da cui raccontava con irresistibile umorismo le sue disavventure e il suo complicato rapporto con gli indiani. Qualche tempo fa ero riuscita a ritrovare i suoi frizzanti e arguti scritti. Non ci potevo credere: c’erano ancora! Purtroppo non ho più memoria di quel link.

Poi i tanti blog, uno più appassionante dell’altro, di Niki Tesoroni con cui lei raccontava le sue straordinarie avventure di viaggio, di spiritualità e di vita in giro per il mondo, con un doloroso ritorno in Italia in seguito alla scomparsa di Dario, il suo amato marito.
Quel lacerante ritorno a casa come comune denominatore tra me e lei.
I suoi blog, uno per tappa, erano tributi ad una prosa colta ed avvincente in cui Niki ti trasportava nella sua dimensione molto distante ma anche molto riconoscibile, nella sua quotidianità in terre lontanissime dove però lei riusciva, da abile cuoca, a preparare una pizza fragrante oppure una magnifica pasta fresca artigianale. E più esotica la terra che l’accoglieva in quel momento più tutto profumava stranamente d’Italia…anche attraverso lo schermo.

I nostri cammini virtuali s’incrociarono quando lei e il marito gestivano un ristorante italiano in Nepal e il suo blog del periodo s’intitolava appunto Pasta e Nepal.
Un vecchio articolo del quotidiano The Himalayan Times ricorda loro e quel ristorante – il Mamma Mia – gestito con così tanta, tanta fatica.

Ricordo Niki al suo ritorno, straziata e indebolita però con ancora una flebile fiammella che ardeva e che tentò in tutti i modi di alimentare: un progetto editoriale di cucina medicinale tibetana, disciplina a cui il marito aveva dedicato molte energie attraverso lunghi studi e valorizzanti tête-à-tête con studiosi del campo.

Ma Niki, al termine di ogni loro soggiorno in giro per il mondo, cancellava inesorabilmente il blog ad esso collegato. Era come se volesse dare ai suoi scritti una voluta impermanenza che ricorda quelle delle parole tracciate sulla battigia: possono essere le più belle e più sincere ma prima o poi arriverà l’onda e livellerà ineluttabilmente ogni cosa.

Ad un certo punto però, mentre il tutto sembrava prendere faticosamente forma, ecco che scomparve il sito. E con esso svanì anche Niki. L’onda, ancora una volta.

E il blog di un’allora esordiente Laura Imai Messina che frequentava piuttosto assiduamente Biancorosso Giappone e le cui visite ricambiavo con piacere. Dopotutto, scrivevamo entrambe con passione di cose giapponesi e vantavamo un’appartenenza ad una grande comunità senza confini di chi aveva semplicemente qualcosa da raccontare.

Scrivere…per esserci

Mi lascio la parentesi nostalgica alle spalle e continuo a scrivere, nonostante a volte mi chieda se abbia senso continuare a farlo. C’è qualcuno che ancora mi legge? C’è qualcuno che ancora apprezza i ritmi lenti dei blog con le loro storie che sgorgano da un vissuto o dall’estro di ancora sa navigare tra i labirinti della fantasia e dell’immaginazione?

Per il momento sono qui e dunque, scrivo.

Ci rileggiamo al prossimo articolo dove, per l’occasione, tornerò in cucina.

Osechi Ryōri: Storia e Tradizioni del Capodanno Giapponese

松竹梅 Shōchikubai. I tre amici dell’inverno giapponese: susino, bambù e pino. Sono piante in grado di resistere, con forza ed eleganza, ai grandi freddi invernali. L’apprezzamento nei loro confronti, e conseguente simbolizzazione, è uno dei retaggi provenienti dall’antica Cina ove già in tempi remoti rappresentavano rispettivamente fermezza, perseveranza e resistenza ovvero le virtù a cui ambire, secondo il pensiero confuciano.
Il simbolismo applicato a queste tre piante nei secoli si è poi diffuso dalla Cina in tutta la sinosfera ossia i Paesi di quell’area geografica dell’Asia orientale che per cultura e storia sono legati al Regno di Mezzo: le due Coree, Taiwan, Giappone, Vietnam.
Immagine di イラストくん.

Eccoci qui, ad un ennesimo capolinea calendaristico. Un altro anno che ormai volge al termine e al cui epilogo si aggrappano collettivamente sospiri di stanchezza, rapidi resoconti dei momenti più spinosi ma anche desideri e speranze già agganciati alla coda del nuovo capitolo che sta per principiare.

Immagino l’anno come un grosso drago che, giunto agli ultimi giorni di dicembre, si prepara per la muta dopo la quale spiccherà un energico volo verso nuovi obiettivi, sogni, prospettive…illusioni?

Copioni già visti e rivisti che però ogni volta sembrano sorprendere con la brillantezza dell’inedito.

Verso la fine dell’estate ho vissuto un momento personale di crisi che io ho abbastanza affettuosamente denominato le mie nebbie. Le foschie si sono in parte diradate ma ogni tanto riemergono di soppiatto.

Quando si attraversa la nebbia non mi è facile scrivere. La penna non riesce a toccare il foglio con la stessa agilità con cui invece si librano i pensieri, spesso ingarbugliati e quasi strabilianti nella loro flessuosità.

Ad infittire le mie nebbie anche molte perplessità sul destino di chi si esprime artisticamente in qualche modo, soprattutto per chi come me semplicemente scrive. Quali reali pericoli rappresentano le intelligenze artificiali? Il rapido affinamento di queste tecnologie, lo ammetto, mi inquieta. Questo turbamento non è da intendersi come un anacronistico sussulto reazionario ma come la necessità – condivisa certamente da molti – di ragionare su questo argomento con cognizione, senza tifoserie né fanatismi.

Si vocifera della saturazione dei social e del loro lento ma inesorabile decadimento, con un ritorno (forse) dei blog come strumento di condivisione e comunicazione. Non so quanto ci sia di vero in queste previsioni o se siano solo lo specchio di aspettative comuni. Però non sembra una prospettiva così impossibile: dopotutto esistono meccanismi di riequilibrio.

Resta comunque da dipanare l’imponente e aggrovigliata matassa delle IA e delle sue ancora imperscrutabili ramificazioni.

Voi cosa ne pensate?

Ne approfitto per precisare che, naturalmente, in questo blog non ricorro all’intelligenza artificiale per le immagini né tantomeno per i testi: disegni e foto sono di mia proprietà, salvo eccezioni opportunamente segnalate, mentre i testi sono tutti esclusivamente frutto del mio intelletto e di ricerche.

Arriviamo al dunque

Illustrazione di una composizione di osechi. Immagine tratta da AC-Illust.

Osechi: questo è il tema di questo speciale in due parti con cui vorrei chiudere il 2025.

Perché la scelta di questo argomento?

Innanzitutto, poiché gli osechi sono i piatti tradizionali giapponesi per capodanno, questo è certamente il momento giusto per tornare sull’appetitosa questione. E poi perché mi sono presa l’impegno di preparare qualcuno di questi piatti da fare assaggiare a Daniela ed Enrico, due amici che non avevano mai sentito parlare di osechi.

Negli anni ho affrontato questo tema perché a me caro: gli osechi rappresentano una delle piccole nonché mie amatissime tradizioni giapponesi a cui cerco sempre di fare spazio, anche se solo col pensiero.

Tra gli articoli più recenti, vi rimando a questo. Ma se vi mettete un po’ a rovistare tra gli scritti marianneschi ne troverete altri. Anche sul vecchio e storico blog.

In questa prima parte affronteremo un po’ le origini di questi piatti così speciali, con l’aggiunta di gustosi aneddoti. Nella seconda parte, invece, documenterò la preparazione dei semplici osechi che ho scelto.

Le origini dei piatti osechi

Composizione osechi. Immagine tratta dal sito AC-Illust.

Si fa presto a parlare di cucina giapponese, un termine che – complici caduche mode e ipersemplificazioni imperanti – potrebbe evocare sempre le solite pietanze: il sushi, il rāmen, i takoyaki e gli ubiqui mochi (che dovremmo più precisamente chiamare daifuku), ecc.

Le semplificazioni non rendono mai giustizia, neppure ai fornelli.

La cucina giapponese tradizionale, nota col nome di 和食 washoku, è un patrimonio culturale immenso che riunisce preparazioni, ingredienti e abbinamenti caratteristici di varie località e regioni del Giappone. Nel 2013, l’UNESCO l’ha dichiarata Patrimonio Culturale Immateriale.

Sulle pagine di Biancorosso ho trattato molte volte il tema della cucina giapponese, soffermandomi ogni volta su aspetti e criteri diversi. In occasione della ricetta dello ハヤシライス Hayashi-raisu (che trovate qui), ad esempio, vi parlai dei piatti 洋食 Yōshoku che, pur facendo parte della cucina giapponese, sono ispirati a piatti della cucina occidentale. Sempre parte della cucina giapponese in senso lato c’è anche la cosiddetta 中華料理 chūka-ryōri ossia il repertorio di piatti d’ispirazione cinese. Un esempio di pietanza di chūka-ryōri è la 冷やし中華 Hiyashi-chūka di cui trovate la mia ricetta qua.

Ebbene, all’interno invece della cucina giapponese classica tradizionale ritroviamo quei piatti collettivamente noti come お節料理 osechi-ryōri.

I piatti osechi sono caratteristici del repertorio gastronomico giapponese di capodanno, con radici antichissime. Alcuni studiosi sostengono che gli osechi risalgano addirittura al remoto periodo Yayoi (200-300 a.C. – 250-300 d.C.) che, secondo la storiografia ufficiale, tocca il Neolitico, l’età del bronzo e l’età del ferro. In quell’epoca, infatti, il Giappone adottò il calendario lunisolare cinese (il quale, nel computo del tempo, tiene conto delle fasi lunari mensili in relazione all’anno solare). I ritmi di vita erano scanditi perlopiù da quelli agricoli poiché dalla terra dipendeva la sussistenza. La gente dell’epoca, dunque, non solo profondeva le proprie forze nel duro lavoro dei campi ma si dedicava anche a rituali propiziatori che, secondo le loro credenze, avrebbero generato raccolti abbondanti e soddisfacenti. La spiccata sensibilità verso i sottili ma inconfondibili segnali dei cambi di stagione diedero origine a cinque momenti specifici dell’anno.

Le ritualità dei 五節句 Gosekku

Immagine di Kinendar.

Erano cinque le festività che segnalavano il cambio di stagione (節句 sekku), secondo il calendario lunisolare a cui i contadini del tempo (ma anche quelli contemporanei) erano così attenti. Da lì il termine 五節句 gosekku ovvero cinque festività:

人日の節句 Jinjitsu no sekku – 7 gennaio: festa delle sette erbe
上巳の節句 Jōshi no sekku – 3 marzo: Hinamatsuri o festa delle bambole (o bambine), chiamata anche festa dei Fiori di Pesco.
端午の節句 Tango no sekku – 5 maggio: Kodomo no Hi o festa dei bambini.
七夕の節句 Tanabata no sekku – 7 luglio: festa delle stelle.
菊の節句 Kiku no sekku – 9 settembre: festa dei crisantemi.

In occasione di queste importanti festività stagionali, l’Imperatore ordinava la preparazione di banchetti molto elaborati noti col nome di 節会 sechie.
In epoca Heian (794-1185 d.C.), i sechie erano riservati all’Imperatore e al suo entourage. Nelle campagne però si svolgevano in contemporanea delle feste dove si accoglievano festosamente i cambi di stagione in compagnia di piatti specifici, preparati appositamente per l’occasione.

Secondo i linguisti giapponesi, è dal termine sechie che deriva la parola osechi.

Aria di festa nel periodo Edo

Gira e rigira si torna sempre sul mio amato periodo Edo che ebbe inizio nel 1603 (alcuni studiosi preferiscono fissare l’inizio del periodo Edo in coincidenza con la battaglia di Sekigahara del 1600) e si concluse nel 1868.
Se dovessi scegliere una parola chiave da attribuire al periodo Edo penso che opterei per popolarizzazione perché è in quegli anni, profumati di pace e stabilità economica, molto divenne accessibile anche alla gente comune. Le arti come la letteratura e il teatro non erano più solo appannaggio di pochi ma divennero deliziosi piaceri alla portata un po’ di tutti. Non a caso, infatti, l’industria editoriale fiorì inarrestabilmente proprio nel periodo Edo.

E anche tutte quelle festività, che un tempo erano privilegi imperiali, si diffusero gradualmente in tutta la popolazione.
L’osservanza delle cinque festività stagionali, con annessi deliziosi banchetti, venne istituzionalizzata proprio durante il periodo Edo.

Piano piano, però, delle cinque festività quella a ridosso del nuovo anno acquisì particolare rilievo, con i preparativi che iniziarono a svolgersi sempre più comunemente pochi giorni prima del 31 dicembre.

L’eleganza di O-jū

Un o-jū (o jūbako). Immagine di イラストや.

Negli anni tra il tardo periodo Edo e i primi anni del periodo Meiji (1868-1912) si diffuse l’abitudine di disporre i piatti del sekku invernale (il Jinjitsu no sekku) in scatole laccate, composte da piani impilati. Queste scatole si chiamano 重箱 jūbako oppure お重 o-jū.
La maggior parte degli o-jū erano a due piani ma nelle famiglie più ricche i contenitori potevano arrivare anche a cinque ripiani.
E come in ogni cosa giapponese, anche qui vi erano linee guida ben precise su come disporre i cibi all’interno degli o-jū, nel rispetto di criteri che potevano prediligere l’ingrediente principale, la tecnica di cottura oppure addirittura imperniare la propria armonia sui 語呂合わせ Goro-awase ossia sagaci giochi di parole.

Regole da un manuale di epoca Kyōwa

Nel 1801, anno in cui ebbe inizio un’era chiamata 享和 Kyōwa, venne pubblicato un manuale con tutte le dritte necessarie per poter confezionare al meglio, e nel rispetto del galateo dell’epoca, un o-jū coi fiocchi.

Il manuale in questione intitolato 「料理早指南」Ryōri haya-shinan. Manuale di cucina.

Questo libro fu una specie di trendsetter in quanto dettò la moda degli o-jū a quattro ripiani. In esso sono inoltre ben spiegate le regole di disposizione dei cibi accompagnate da illustrazioni che non lasciano dubbi circa la corretta collocazione di ogni piatto.

Da un mio libro riporto la seguente illustrazione, tratta ovviamente dall’opera appena citata:

Immagine tratta dal libro 「江戸の食卓」Edo no shokutaku. La tavola del periodo Edo. Volume di mia proprietà.

Le quattro disposizioni ruotano intorno ai numeri dispari: 3, 5, 7 e 9. Quindi si sistemeranno tre, cinque, sette oppure nove piatti osechi. La disposizione, come si noterà tuttavia, è sempre pensata in modo tale da evitare che i divisori si incrocino. Questo naturalmente non è casuale.
Il manuale del 1801 ovviamente forniva altresì istruzioni precise sulla categorie di cibi da collocare in ogni ripiano. Ad esempio, secondo la moda del tempo il primo ripiano era da riservare ai pesci e crostacei, il secondo era esclusivamente per i piatti della cucina buddista, ecc.

Nella disposizione contemporanea, invece, dall’alto verso il basso troviamo: i piatti 酢の物 sunomono cioè conditi con aceto, piatti 煮物 nimono cioè stufati a fuoco lento, i piatti 焼き物 yakimono ossia grigliati e infine quelli che appartengono alla categoria denominata 口取りkuchitori che svolgono un compito analogo a quello dei nostri antipasti. La parola kuchitori può essere tradotta un po’ pedestremente con “prendi-bocca” perché in effetti risvegliano e stimolano l’appetito. Mentalmente li associo al francese amuse-bouche.

I tre osechi essenziali

Di tutti i piatti osechi in esistenza, tre sono quelli spesso considerati essenziali e che si preparavano anche nelle famiglie più povere:

黒豆 kuromame: fagioli neri stufati lentamente in un brodo dolce a base di salsa di soia
ごまめ gomame o 田作りtazukuri: piccole sardine caramellate
数の子 kazunoko: uova di aringa

Yōko Arimoto e i suoi osechi sinceri

Nella prossima parte cercherò di raccontarvi un po’ la preparazione degli osechi che ho scelto di realizzare, con l’aiuto anche di un prezioso ricettario specifico intitolato 「有元洋子のおせちレシピ」Arimoto Yōko no osechi reshipi. Ricette di osechi di Yōko Arimoto. Un delizioso e agile volumetto che sono riuscita a procurarmi molto recentemente.

Vi parlerò della signora Arimoto, dei miei osechi, dei significati storici associati a questi piatti e qualche curiosità. Ci sarà anche una partecipazione artistica speciale. Vedrete tutto molto presto.


Pagine Noh

Splendide pagine Noh

Sulla scia anche cronologica del mio Pagine Meiji di qualche tempo fa, ritorno a perdermi in dedali di parole passate.

Però questa volta mi lascio alle spalle i banchi di scuola e, in punta di piedi, mi dirigo verso quel gioco quasi onirico di luci e ombre, di suggestioni e di evanescenti allusioni del teatro Noh.

Una delle maschere del teatro Noh chiamata 小面 Ko-omote, nonché simbolo storico di Biancorosso Giappone.

Cos’è il teatro Noh?

Nel ricchissimo panorama artistico giapponese, il Noh (conosciuto altresì come Nō o Nōgaku, termini il cui significato comune e principale è quello di abilità o abilità artistica) si configura come un genere teatrale risalente al periodo intorno al XIV secolo d.C., nonché risultato dell’evoluzione e fusione di forme di teatro più antiche tra cui il 田楽 Dengaku e il 猿楽 Sarugaku. Il Dengaku, letteralmente musica dei campi, era un genere di musiche e danze a carattere ritualistico e propiziatorio con cui la gente del tempo cercava di ingraziarsi divinità agresti affinché queste, secondo determinate credenze, concedessero stabilità e abbondanza nei raccolti. Il Sarugaku, letteralmente musica delle scimmie, era invece un tipo di spettacolo introdotto in Giappone dalla Cina nel periodo Nara (710-794 d.C.). e accoglieva al proprio interno arti acrobatiche, danza e mimica. Insomma, una sorta di antenato del circo.

Sarugaku e Dengaku, due delle forme d’intrattenimento nonché basi di quel fertile humus artistico che in seguito favorì la nascita del teatro Noh. L’immagine, rintracciabile qui, appartiene all’archivio della 国立国会図書館 Kokuritsu Kokkai Toshokan, ossia la Biblioteca della Dieta Nazionale del Giappone.
I padri fondatori del teatro Noh: Kan’ami e Zeami. Simpatica immagine tratta dal blog di Angya.

Verso la metà del XIV secolo, Kan’ami e suo figlio Zeami, entrambi attori e drammaturghi, misero a punto la teoria del Noh codificandone tecniche, canoni e segreti attraverso una serie di trattati ancora oggi considerati essenziali. In questa loro opera di regolamentazione, Kan’ami e Zeami seppero fondere abilmente elementi del Dengaku e Sarugaku con quelli della società samuraica e della cultura buddista zen riuscendo così a conferire uniformità, signorilità ed elevatezza ad una forma artistica che continua ancora oggi nella sua missione incantatrice.

Chi fosse interessato ad approfondire, consiglio la lettura de Il segreto del Teatro Nō di Zeami Motokiyo, edito in Italia da Adelphi, che riunisce i più importanti scritti del figlio di Kan’ami. Zeami non scrisse questo trattato con intento divulgativo ad ampio raggio; al contrario, desiderava rimanessero nella stretta cerchia dei discendenti della sua famiglia in quanto preziosa raccolta di veri e propri segreti professionali. Questi scritti restarono infatti avvolti nel mistero di una riservatezza iniziatica per molti secoli e fu solo all’inizio del Novecento che questi vennero alla luce e cominciarono ad essere oggetto di studio accademico.

Il concetto di Hana

È impossibile avventurarsi nell’intricata quanto ammaliante dimensione del teatro Noh senza prima o poi trovarsi a cercare di cogliere il senso profondo del concetto di fiore, o 花 Hana, teorizzato da Zeami.

Un’idea complessa e sfuggente che però si potrebbe tentare, seppur goffamente, di incapsulare in poche e limitanti parole: la manifestazione sul palco di uno stato di grazia dell’attore in cui s’incontrano, in una condizione d’armonia, il suo spirito e l’energia che da esso riverberano.

È quel fenomeno per cui a volte grandi attori, del cinema o del teatro, ci sembrano soavemente essere un tutt’uno con il ruolo che interpretano. Come se l’imperatore sul palco fosse davvero il sovrano in persona e non un attore che semplicemente finge.
E davanti al manifestarsi del fiore noi spettatori restiamo quasi senza fiato.

Immagine di proprietà di GaijinPot.

Zeami, però, ci mette in guardia dal confondere il falso fiore, dato dalla freschezza e giovinezza dell’attore, dal vero fiore come frutto di uno sforzo artistico consapevole.

E quella segretezza dei contenuti che Zeami tentò di proteggere era, secondo il drammaturgo, alla base della magia del fiore: se l’essenza di Hana fosse stata svelata liberamente questa non avrebbe avuto più effetto poiché è nella sua inaspettatezza che risiede il suo incanto.

Ma in cosa consiste questo Noh?

Per letture più approfondite e certamente più autorevoli, vi rimando ad esempio al sito ufficiale: The-Noh.com .

Nel suo processo evolutivo, il Noh ha acquisito una sua originalità che lo annovera tra le cosiddette arti autoctone come ad esempio il Kyōgen 狂言 (a cui farò cenno a breve), il formidabile teatro delle marionette noto come Bunraku 文楽 e il celebre Kabuki 歌舞伎.

Un attore di Noh. Immagine di Illust AC.


Queste arti visive hanno come comune denominatore la rappresentazione del cambiamento sociale del Giappone, da un punto di vista politico e culturale. Il Noh e il Kyōgen appartengono ad un’epoca in cui l’influenza cinese era ancora prevalente mentre Bunraku e Kabuki sono frutto del periodo di lungo isolamento del Giappone cioè tutto il Periodo Edo, dal 1600 (battaglia di Sekigahara) al 1868 (Restaurazione Meiji).

Allegoria e mimesi

Comunque sia, aderiscono tutte fedelmente ai principi della drammaturgia asiatica che predilige un racconto attraverso simbolismi ed allegorie quindi in netta contrapposizione all’approccio aristotelico della mimesi che invece caratterizza il teatro occidentale. Insomma, interpretazione allegorica da una parte e imitazione della realtà dall’altra.

Nell’immagine: La danza della gru. Momento di particolare emozione nel corso dell’opera Noh intitolata 鶴亀 Tsurukame (Gru e Tartaruga), ambientata nella Cina sotto la dinastia Tang (VII-X secolo d.C.). In occasione dei festeggiamenti per l’anno nuovo, viene annunciato l’ingresso in pompa magna dell’Imperatore al Palazzo della Luna. Ecco dunque che hanno inizio delle danze i cui protagonisti sono due animali ben auguranti nella mitologia asiatica: la gru e la tartaruga. I due amati animali danzano per augurare lunga vita all’Imperatore il quale, in questa gioiosa atmosfera di musica e balli, si unisce a loro nei festeggiamenti prima di ritirarsi e ritornare al Padiglione di Vita Eterna. Foto di un piccolo dipinto di mia proprietà acquistato a Tōkyō.

Sono proprio le atmosfere oniriche e allegoriche del Noh, abitate da personaggi ieratici che si muovono con movimenti precisissimi e col caratteristico passo strascicato (il すり足 suri-ashi di cui trovate un breve esempio qui), le maschere che cambiano espressione in base ai giochi di luci ed ombre abilmente manovrati dallo shite – l’attore principale che salvo rarissime eccezioni è l’unico a cui è concesso il privilegio di indossarle, musiche di flauti e solenni ritmi di tamburi, i suoni gutturali dei canti utai a rendere questa forma teatrale unica e affascinante.

Non è un caso, infatti, che nel 2008 il Noh sia stato annoverato tra i patrimoni culturali immateriali dall’UNESCO.

Il modello del dramma Noh e la vivacità dell’intermezzo Kyōgen

Gli spettacoli di Noh un tempo potevano durare molte ore poiché composti da numerose rappresentazioni inframezzate da momenti di Kyōgen ossia interludi comici; questi servivano a divertire e quindi ad alleggerire l’inevitabile austerità dell’atmosfera creata dal Noh. Il Kyōgen 狂言, termine che significa letteralmente parole di follia, consiste in brevi intermezzi volti a divertire il pubblico. Al giorno d’oggi una giornata al Noh non dura più così tanto ma offrirà comunque il momento effervescente di umorismo che saprà stemperare la tensione solenne e quasi ritualistica del Noh.

Un momento di irresistibile comicità del Kyōgen. Foto di proprietà di Kawanishi Yoshiki.

I drammi del Noh raccontano vicende attinte principalmente dalla letteratura classica e dalle leggende, con temi come l’amore non corrisposto, la vendetta, la malinconia legata al passare del tempo e quindi l’inesorabilità della vecchiaia. Essi rivelano ai nostri occhi la natura effimera della realtà attraverso costumi elaborati, gesti ben studiati, metafore e oggetti simbolici (basti pensare all’onnipresente ventaglio che, all’occorrenza, può diventare una scodella, un pennello da calligrafia, una capanna ma può anche rappresentare stilizzatamente delle emozioni oppure alludere a luoghi lontani, ai movimenti del vento e delle onde e molto altro).

Fotografia proveniente dalla collezione del Museum of Fine Arts di Boston.

I drammi del Noh rispettano in linea di massima un modello che tende ad articolarsi nel seguente modo: una scena di apertura in cui compare un viandante, quasi sempre un monaco (chiamato ワキ waki, cioè l’attore secondario), il quale giunto a destinazione incontra una persona del posto (lo シテ shite ossia l’attore principale) da cui si fa raccontare la storia di quel luogo. Ad un certo punto, quasi invariabilmente, il personaggio che avrà raccontato la storia di quelle terre rivelerà di essere il protagonista della vicenda narrata. Lo shite generalmente esce di scena lasciando da solo il waki sul palco, per poi rientrare successivamente mostrando le sue vere sembianze. Spesso, infatti, lo shite rivela di essere lo spirito o il fantasma di un guerriero, ad esempio. Seguono delle danze che rappresentano alcuni momenti salienti della sua vita. Il dramma si conclude con il viandante che, al risveglio da un sonno profondo, si rende conto di aver vissuto un sogno.

Hiroko-san e la sua prontezza

In un afoso pomeriggio della scorsa estate Hiroko-san era tornata nella sua casa di famiglia, quella che i giapponesi chiamano 実家 jikka, a Ōsaka. Il ritmico frinire incessante delle cicale incorniciava quell’aria pesante e umida che sapeva di legno, muffa e salsa di soia. Era arrivata il giorno precedente. Era primo pomeriggio e, dopo un rinfrescante pranzo a base di morisoba alla locanda Sarashina, proprio in fondo alla strada prima della stazione, Hiroko-san aveva deciso di sdraiarsi sul tatami nella sua stanza, davanti al piccolo ventilatore, quel vecchio Koizumi un po’ cigolante, con le pale color verde salvia, che era sicuramente più vecchio di lei ma che ancora svolgeva egregiamente il proprio compito refrigerante. Hiroko era lì, in compagnia di un bel bicchiere di mugicha ghiacciato. Aveva bisogno di riposarsi e, chissà, magari avrebbe anche schiacciato un pisolino. D’altronde, quello era il luogo dove più di ogni altro riusciva a rilassarsi completamente.

Viveva in Italia già da molti anni, nella riviera ligure di Ponente, luogo che aveva scelto proprio per la bellezza e la tranquillità rivierasche che sperava potessero aiutarla a ritrovare un suo equilibro di pace anche a così tanta distanza dal Giappone. Una sorta di giusto e balsamico compromesso per affrontare l’emozionante ma anche sempre dolorosa condizione dell’espatriato. In effetti era molto orgogliosa della sua scelta e non avrebbe barattato la sua residenza ligure per nessun’altra città italiana.

Però la sua casa a Ōsaka era il suo luogo del cuore per definizione. Era la sua jikka, dopotutto. La sua vera casa.

Il Koizumi continuava instancabilmente a mandare sbuffi d’aria, un po’ di qua e un po’ di là. Hiroko aveva bevuto quasi metà del suo mugicha, in quel bicchiere molto retrò con tanti piccoli girasoli disegnati e in cui si erano rapidamente sciolti i cubetti di ghiaccio, quando appoggiò il capo su un piccolo cuscino giallo e cominciò a chiudere dolcemente gli occhi. La stanchezza del viaggio e le tante emozioni di quelle ore avevano avuto il sopravvento.

“Hiroko!!”.
“Hiroko!! Dove sei?”.

Hiroko aprì gli occhi e, nel frastornamento del risveglio da un sonnellino pomeridiano, ci mise un po’ a orientarsi. Per un attimo le sembrò quasi di essere nella sua casa nel savonese ma il canto sconsolato delle cicale, il ronzio metallico del vecchio ventilatore e le note in lontananza di una melodia enka con la voce struggente di Sayuri Ishikawa mentre canta la sua 津軽海峡冬景色 Tsugaru-kaikyō fuyugeshiki le ricordarono che era tornata a casa.

“Sì, mamma! Arrivo!”.

Sua madre, la signora Yoshiko, la chiamava dalla sua camera.

Hiroko si stiracchiò e, dopo un paio di sbadigli, si alzò e si sistemò i capelli in un veloce codino. Prima di andare dalla madre però si guardò intorno, come se fosse ancora vittima dell’incantesimo del sogno, e posò lo sguardo amorevolmente sui tanti oggetti che avevano sempre reso quella casa la sua casa: la cassettiera tansu della zia Noriko, l’orologio a pendolo che suo padre aveva acquistato a Kamakura, la collezione di volumi di mukashi-banashi che le avevano regalato quando frequentava la scuola elementare.

Quanti ricordi. Come farò mai ad andarmene da questo posto, ancora una volta? – sospirò Hiroko, sopraffatta da quel senso di gioia del presente già guastato da una punta di nostalgia futura.

Una volta giunta nell’altra stanza, Hiroko trovò sua madre impegnata in un’attività di riordino del suo armadio da cui continuava a tirare fuori oggetti di ogni sorta: abiti smessi, furoshiki sbiaditi, souvenir, suppellettili varie e riposte con la promessa del quando servirà saprò dove trovarlo.

La signora Yoshiko però, senza troppi indugi, aveva già messo da parte molte cose che – a detta sua – avrebbe buttato via senza troppi ripensamenti. D’altronde, le case, coi loro spazi talvolta segreti, promettono di custodire i nostri averi riuscendo in certi casi però a inghiottirli e farli sparire chissà dove. E allora ecco che arriva il giorno in cui riemergono cose che non ricordavamo più neppure di possedere.

“Dai, dammi una mano a portare giù quello scatolone!”, disse la signora Yoshiko a Hiroko, indicandole una grossa scatola di cartone bianca che, a giudicare dalle scritte, era stata usata in precedenza per trasportare dei mandarini.

Hiroko, incuriosita dal contenuto della scatola, vi si avvicinò con l’intento prima di tutto di sbirciare al suo interno.

“È tutta paccottiglia che sono stufa di avere in casa. È davvero incredibile quanta roba si riesca ad accumulare negli anni.”

In effetti, non sembravano esserci cose particolarmente interessanti nello scatolone: vecchi indumenti, due flaconi di profumo ormai vuoti, pile di giornali dalle pagine ormai ingiallite e incollate, volantini di negozi non più in attività da tempo, il corso d’inglese in CD-ROM che la madre aveva regalato alla figlia più piccola, delle bambole fatte a mano da chissà chi, un set di asciugamani mai usato ma avvizzito dal tempo, ninnoli e altre cianfrusaglie.

Però, guardando bene tra quella pila di vecchie riviste, Hiroko notò qualcosa con una copertina diversa da quella dei giornaletti ingialliti. Vide infatti un angolo di carta d’altri tempi:

Appoggiò lo scatolone per terra e, non riuscendo a resistere alla curiosità, volle andare a fondo.

“Mamma, ma questi non puoi buttarli!!” esclamò Hiroko dopo aver tirato fuori dallo scatolone due volumetti molto speciali.

“Sono di tanto tempo fa. Ormai…” rispose la signora Yoshiko con un sorriso diluito da una goccia di malinconia.

I libriccini che emersero dallo scatolone e che Hiroko, grazie alla sua prontezza, riuscì a salvare dal macero erano questi:

Due libretti di drammi Noh, risalenti rispettivamente al 1933 e al 1942.

Ramoscelli di susino e vendette

È certamente curiosa la coincidenza nippo-ligure che continua a ripresentarsi: prima con l’incontro, per giunta nel savonese, con Lydia Origlia e poi coi miei giorni sulla riviera di Ponente in cui trovai tracce di Giappone (che potete leggere qui). Pare che nulla – ma proprio nulla – avvenga per caso.

Ho conosciuto Hiroko qui in Italia, dapprima attraverso una corrispondenza. Era già tornata dalla sua vacanza a Ōsaka e dalla permanenza nella sua amata jikka. Dell’amicizia con Hiroko magari vi racconterò in seguito ma, venendo a sapere di questi libricini, rimasi senza parole dall’emozione!

E Hiroko, cogliendo questo mio sentimento, mi fece dono di entrambi.

I testi dei drammi scritti in elegantissima calligrafia.

Il primo dramma è: 「夜討曽我」Yōchi Soga, tradotto come Vendetta notturna dei fratelli Soga. Il libretto è del 1933. Eccolo qui:

Dramma Noh: Yōchi-Soga. Libretto stampato nel giugno dell’ottavo anno Shōwa ossia nel 1933.

Il dramma Yōchi-Soga fu scritto tra il XV e il XVI secolo dall’attore, musicista e drammaturgo Noh, Miyamasu Yazaemon Chikakata.

Yōchi-Soga racconta la vicenda di due fratelli, Jūrō Sukenari e Gorō Tokimune, intenti a vendicare la morte del loro amato padre avvenuta per mano di un certo Kudō Suketsune. Decidono quindi di partecipare ad una battuta di caccia organizzata dallo shōgun Minamoto no Yoritomo ai piedi del Monte Fuji dove sarà presente anche l’uomo che intendono assassinare.

Il prezioso volume del dramma Yōchi Soga, con la tradizionale rilegatura 和綴じ watoji di cui ho scritto qui.

L’unica preoccupazione dei due fratelli è la loro anziana madre che vive nel viaggio di Soga. Sanno perfettamente che la loro decisione li porterà a morte certa e che questo causerà dolore immenso alla loro amata madre ma ormai non è più tempo di ripensamenti. Incaricano dunque i loro servitori affinché ripartano alla volta di Soga e portino alla madre la triste notizia unitamente ad alcuni oggetti appartenuti ai figli. I servitori, obbedienti e fedeli al codice d’onore samuraico, dichiarano di non poter andare a Soga e di voler restare al fianco dei loro signori anche a costo di rimetterci la loro stessa vita. Questa loro resistenza, sebbene apprezzata viene immediatamente respinta: se dovessero disobbedire a quest’ordine, saranno prontamente diseredati.

Un brano tratto da Yōchi Soga.

Ai servitori non resta altra scelta se non quella di eseguire gli ordini. E così si incamminano verso Soga.

Quella stessa notte i due fratelli uccidono Kudō Suketsune e affrontano in battaglia i guerrieri al servizio dello Shōgun. Jūrō è il primo dei fratelli a morire seguito, poche vicissitudini più tardi, da Gorō.

Il secondo dramma, invece, s’intitola 「箙」Ebira che è la faretra dell’arciere. Eccolo:

Dramma Noh Ebira, stampato nel febbraio del diciassettesimo anno Shōwa ovvero nel 1942.

Ebira fu scritto nel XIV secolo da Zeami in persona.

Delle due opere, Ebira è la mia preferita e, guarda caso, era tra i drammi più richiesti durante il Periodo Edo.

Il dramma Ebira segue molto fedelmente il modello classico, già descritto in breve.
Racconta di un monaco in viaggio verso Kyōto che si ferma nei pressi del fiume Ikuta, nell’attuale Prefettura di Hyōgo, nella regione del Kansai. Nelle vicinanze nota un susino in fiore e, mentre ne ammira la notevole bellezza, passa di lì un uomo a cui il monaco chiede il nome esatto dell’albero. L’uomo risponde dicendogli che si chiama 箙の梅 Ebira no ume ossia il Susino della faretra.
Il monaco, incuriosito dal nome di quella pianta, chiede all’uomo di raccontargliene l’origine. L’uomo spiega che, al tempo della guerra tra i clan Heike e Genji per il controllo del Giappone (eventi risalenti al XII secolo d.C.), nei pressi del fiume Ikuta un guerriero di nome Kajiwara no Genda Kagesue infilò un ramoscello di susino nella sua faretra dopodiché lottò con grande coraggio.

L’illustrazione del ramoscello di susino accanto alla katana del guerriero.

L’uomo prosegue descrivendo nel dettaglio alcune scene di questa battaglia e nel frattempo cala la sera.
Il monaco chiede se nelle vicinanze ci sia una locanda dover poter alloggiare ma è allora che l’uomo confessa di essere il fantasma del guerriero Kagesue. Prima di scomparire di scena, il fantasma invita il monaco a pernottare sotto il susino.

Nel cuore della notte, mentre il monaco riposa, appare improvvisamente un giovane guerriero con un ramoscello di susino nella faretra. Il monaco si sveglia e gli domanda chi sia. Il giovane dice di essere il fantasma di Kagesue. Ed è in questo momento che si impegna a descrivere la battaglia che ebbe luogo il giorno in cui infilò il ramoscello di susino nella faretra. E mentre è impegnato a descrivere il suo incontro col nemico, spuntano i primi chiarori dell’alba che segnala il risveglio del monaco e la consapevolezza che era stato tutto un sogno. Il monaco però ricorda che il fantasma di Kagesue, nel sogno, prima di svanire, gli chiese una sorta di benedizione per l’anima prima di sfumare per sempre.

Qui potete vedere una rappresentazione Noh particolarmente suggestiva del dramma Ebira, del 2022, svoltasi a Kamakura in un tardo pomeriggio piovoso di ottobre. Lo spettacolo vero e proprio inizia intorno al minuto 3:31 poiché è preceduto da un rituale shintoista dal momento che la rappresentazione ha luogo presso un santuario. La pioggia accompagna il dramma, accentuandone il fascino e quell’alterità metaforica che è irresistibile marchio distintivo del raffinatissimo Noh.

Tutti i testi su Biancorosso Giappone sono originali e frutto del mio intelletto, ricerche e traduzioni. Non uso software di intelligenza artificiale né per la creazioni dei testi né delle immagini che sono tutte di mia proprietà, salvo ove precisato diversamente.

Udon freddi al pomodoro

Udon freddi al pomodoro.

Gli udon ritornano in scena. Ed io insieme a loro.

Aprile è già sulla sua strada del ritorno verso una casa che non vediamo. Al suo posto arriverà Maggio, con la sua botanica effervescenza che farà da ponte con l’estate.
Questo mese ha inaugurato le danze floreali dei glicini, magnifici e profumatissimi fiori che sanno trasformare un anonimo angolo di città in un piccolo sogno fatato creando l’illusione di una soffice cupola lilla sotto cui potersi rifugiare.

Glicini

Ne ho fotografati alcuni durante una mia passeggiata in solitaria tra le vie silenziose della pre-collina torinese, in quei dedali di signorilità e riserbo squisitamente sabaudi. Camminare lentamente per quelle vie, assaporando così ogni passo, evoca in me l’atmosfera onirica di un film che ho citato molte volte in passato: Il posto delle fragole di Ingmar Bergman. Sarà la quiete a volte un po’ inquietante oppure l’impressione complessiva e relativa di una certa inalterabilità architettonica di quei luoghi a creare l’illusione di stasi temporale. Non lo so ma, anche in occasione di questo incontro coi glicini di quelle strade, la sensazione è stata la medesima.

La vita fugge, et non s’arresta una hora – così scriveva Petrarca nel Rerum vulgarium fragmenta, la sua raccolta di poesie più nota come il Canzoniere. E i glicini, come tutti i più bei fiori, sembrano rappresentare la fugacità della nostra vita. Sbocciano, fioriscono in un trionfo viola e donano tutta la loro esuberante fragranza che riesce a librarsi nell’aria segnalando la propria presenza ancor prima che l’occhio se ne accorga.
Ad un certo punto, però, quei petali iniziano ineluttabilmente a virare verso tonalità di lilla sbiadito, lavanda grigia e infine bianco con venature scure in un incanutimento che ricorda vagamente quello dei nostri capelli.

Un fuji floreale

In giapponese il glicine si chiama 藤 fuji. Imparai questo kanji grazie ad un importante cognome in cui esso è orgogliosamente incastonato: 藤原 Fujiwara.

La famiglia del clan Fujiwara ebbe un ruolo di rilievo nella storia e politica giapponesi, soprattutto nei lontani periodi Nara e Heian. Questo potente clan seppe intessere rapporti astutamente strategici con la famiglia imperiale, attraverso calcolate alleanze e la presenza di molti propri membri che ricoprirono il ruolo di reggente agli imperatori. Al fondatore del clan ormai in punto di morte, tale Nakatomi Kamatari, l’imperatore Tenji (seconda metà del 600 d.C.) conferì il nobile nome Fujiwara, divenendo così Fujiwara no Kamatari. Quel nome che contiene il prezioso glicine! Un fiore sulle tonalità del viola che era il colore imperiale – e dunque proibito ai più – per eccellenza ma condivisibile solo su invito ufficiale.

Avrei ritrovato il glicine in altri cognomi giapponesi considerati dei derivati meno altisonanti dei Fujiwara. Penso ai comunissimi 加藤 Katō e 佐藤 Satō, per esempio. Qui il carattere richiede la lettura cinese (on) che corrisponde a tō e non più fuji.

Kamon o stemma della famiglia Fujiwara. Esso rappresenta due glicini tubolari.

In una nota a margine di non-coincidenze, lo stemma dei Fujiwara abbelliva una piccola pasticceria tradizionale a pochi passi da casa mia a Sagamihara perché gestita da lontani discendenti del potente clan!

Sapori freschi

Si può passare di glicine in frasca? Questo prologo flori-malinconico sembra scollegato dall’argomento dell’articolo, ossia gli udon. Tuttavia, nella mia mente vi è un rapporto climatico: l’inesorabile avvicendarsi delle stagioni, e quindi del trascorrere del tempo, e il ritorno precoce del caldo. E con esso riaffiorano i trucchetti per sopportarlo.

Iniziano a comparire di nuovo in scena, dunque, tutti quei piatti rinfrescanti caratterizzati da preparazioni semplici e tempi di cottura ridotti al minimo.

Negli anni ne ho proposti a bizzeffe. Pesco a caso dal mio cilindro magico: Sudachi-sōmen, Zaru-soba, Zaru-udon, Hiyashi-chūka. Oppure la mia ricetta della zuppa di Harusame che è stata recentemente scelta e rilanciata qui dal Consolato Generale del Giappone a Milano che ringrazio.

Ho quindi pensato a degli udon freschi al pomodoro, ovviamente con il consueto tocco giapponese autentico. La ricetta che vi propongo, infatti, non è di mia invenzione ma riprende le preparazioni tipiche della primavera e dell’estate in grado di coniugare sapori occidentali (in questo caso i pomodori) con quelli della tradizione, ossia gli udon e la base di brodo. Insomma, un East Meets West, per dirla con lo chef Ming Tsai.

Ricetta: udon freschi al pomodoro

Per questa ricetta servono davvero pochi ingredienti. Se trovate qualcosa che non avete, nessun timore: fornirò idee per dignitose sostituzioni.

Vediamo subito gli ingredienti.

1 porzione di udon*
1 pomodoro o 4 piccoli. Io ho usato i Piccadilly.
Un paio di estremità verdi di cipollotti
100ml di mentsuyu**
2 cucchiai di olio di sesamo tostato

Sostituzioni
*Io ho usato dei sanuki udon della prefettura di Kagawa. Vanno benissimo altre tipologie di udon oppure degli italici spaghettoni o dei pici toscani.
**La mentsuyu è la base ossia il brodo che farà da sapida cornice al piatto. Potete facilmente prepararla in casa mettendo in un pentolino 100ml d’acqua, tre cucchiai di salsa di soia, mezzo cucchiaio di zucchero, un pizzico di sale e 1 cucchiaino di dashi. Portare il tutto a ebollizione per un minuto. Spegnere e lasciare raffreddare.

Il dashi che si usa generalmente nella mentsuyu è quello di pesce. Potete usare un dashi vegetariano di konbu o di shiitake. Sono tutti reperibili nei negozi di alimentari asiatici. Diversamente, sostituite con dado granulare di verdure.

Dashi granulari che ho sempre in dispensa: a sinistra quello classico di pesce e a destra quello vegetariano a base di alga konbu.

Preparazione

Tagliare a cubetti il pomodoro e a fettine le estremità verdi del cipollotto. Mettere da parte.
In un pentolino portare ad ebollizione dell’acqua e – senza salarla – mettere a cuocere gli udon rispettando i tempi di cottura riportati sulla confezione. Per i miei sono bastati 3 minuti scarsi.
Scolare gli udon e risciacquarli in acqua fredda.

Scolare bene gli udon raffreddati e sistemarli in un piatto. Delicatamente versare sugli udon la mentsuyu dopodiché l’olio di sesamo tostato. Guarnire il tutto con il pomodoro a cubetti e il cipollotto.

トマトの冷やしうどん Tomato no hiyashi udon. Udon freddi al pomodoro.

Pensieri sparsi ed Amarcord gusto-olfattivi

Riemergo da un periodo di impasse creativa. Non so se definirlo blocco dello scrittore (o scrittrice, nel mio caso) perché forse non posso considerarmi tale. Alcuni sostengono che si possa essere scrittori senza essere necessariamente autori. E viceversa.
Sia come sia, un affastellamento di pensieri non sempre leggeri ha ostacolato il mio flusso di idee che trovano istintivamente forma nella scrittura. Il periodo buio di atrocità a cui impotentemente assistiamo ha un peso che inevitabilmente in me si manifesta attraverso una difficoltà espressiva che tenacemente cerco di contrastare.

Eccomi qui, infatti. Risolutamente fedele ad una mia missione narrante. Anche se a volte mi domando a cosa serva, in questo mondo veloce che premia la sintesi e l’ipersemplificazione.

A questo lento ritorno hanno contribuito alcuni piccoli Amarcord gusto-olfattivi.

Il mio amatissimo sapone キレイキレイ Kirei-kirei che la mia cara amica Ryōko mi ha inviato in formato liquido. Ho scritto in passato di questo sapone la cui fragranza per me sa inequivocabilmente di Giappone.

E le gloriose caramelle Kasugai al 黒砂糖 kurozatō ovvero lo zucchero di canna grezzo di Okinawa. Io le chiamo le ninja-caramelle.

Nel mio mondo, numerose letture che porto avanti in contemporanea. Alcune di queste molto molto lentamente perché sento il bisogno di assaporarle un po’ come si fa con le ninja-caramelle.

Sono tutte e quattro letture contemplative, da degustare lentamente pagina dopo pagina per poi, se necessario, tornare indietro più e più volte. Si passa dalle streganti considerazioni di Matthew Furfine sulla natura telica dei verbi fraseologici inglesi a concetti deliziosamente giapponesi attraverso cui comprendere in profondità quel popolo. Concetti cardinali come quello di しつけ shitsuke, けじめ kejime e 人目 hitome la cui non conoscenza (e comprensione) pregiudica molto del nostro rapporto con quella cultura.

In questo blog sono tante le loose ends – le faccende in sospeso – da concludere. Penso alla serie dedicata a Pearl S. Buck oppure i miei racconti. In qualche modo riallaccerò tutto, a tempo debito.

Tornerete a leggermi?

Tracce giapponesi in Liguria

Scrivo questo primo post dell’anno in una domenica di febbraio. Anche febbraio, con la sua caratteristica brevità, è prossimo a concludersi.

Tracce giapponesi in Liguria.

Due sono state le spinte che mi hanno incoraggiata a scrivere, uscendo da questa impasse creativa.

Divincolarsi dall’impasse

Il primo sprone è stato l’incontro, forse non fortuito, con questo modo di dire giapponese:

「思い立ったが吉日」omoitatta ga kichijitsu.

Significato non letterale: il momento migliore in cui agire è ora.

Il secondo incoraggiamento mi arriva da una riflessione del filosofo sudcoreano Byung-chul Han che riporto verbatim dal suo libro intitolato Contro la società dell’angoscia.

Byung-Chul Han
Riflessione di Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano.

Ora più che mai è vitale cercare attivamente questi spazi di manovra in cui esprimersi. Non si può e non si deve soccombere al turbinio fagocitante di un’informazione che viaggia sempre più rapidamente, portando dietro sé quantità via via crescenti di detriti.

Rallentare il passo

In questa baraonda di informazioni veloci, i rischi all’orizzonte sono l’appiattimento della comprensione e l’azzeramento della propria espressività. Una bulimia di dati che non consente un’assimilazione ragionata e armonica: un pensiero profondo necessita una decantazione lenta. Forzare i tempi conduce inevitabilmente all’approssimazione e infine ad una mescolanza indefinita in cui nessun colore è più lo stesso.

Il risultato è un’accozzaglia di tanti brandelli di pensieri non sviluppati, di idee monche o ingarbugliate. Questa confusione genera uno smarrimento continuo che si cerca invano di risolvere continuando ad annaspare in un oceano di protagonismi, modelli effimeri, palcoscenici vanesi approntati alla bisogna, devianze, distorsioni. E infine, tragicamente, indifferenza.

Dunque, ecco i nostri occhi ipnotizzati davanti a questo flusso inarrestabile di video, reel, immagini che facciamo scorrere apaticamente col dito, in quella sorta di credulo torpore che anestetizza il ludopatico davanti all’illusione che la prossima mossa sarà quella vincente. Il dito fa scorrere con freddezza video dopo video, reel dopo reel, mentre il cervello non riesce più a distinguere cosa è autentico, cioè prodotto da un’intelligenza umana mossa da sentimento, e cosa invece è frutto di sofisticati artifici.

Un’indifferenza che divora ogni indignazione e permette di guardare la recensione dell’ennesima carabattola di Shein o Temu con la stessa imperturbabilità con cui assistiamo alle immagini di un genocidio.

Il baratto dell’empatia e della solidarietà che Byung-Chul Han ha ben inquadrato nelle sue considerazioni più che mai attuali.

Rallentiamo il passo. Riprendiamoci i nostri spazi di condivisione della creatività e della nostra irripetibile impronta.

Allora ricomincio da qui, cogliendo l’occasione per raccontare di tracce giapponesi in Liguria.

Giorni liguri

Una veduta della riviera di Ponente, a Santo Stefano al Mare (Imperia). Gennaio 2025.

I miei giorni liguri, trascorsi fra dicembre e gennaio in provincia di Imperia, sono stati un momento di riposo, svago e anche scoperta!

Un tardo pomeriggio, in una spensierata esplorazione in un caotico negozio di tre sorelle rigattiere nell’imperiese, mi sono lasciata trasportare dal fascino che questi luoghi emanano.

Era una sorta di magazzino nascosto all’interno di un cortile. L’esterno prometteva al curioso visitatore mille possibilità intravedibili fra file di cappotti, servizi di piatti, bambole, foulard, mobili e montagne di libri. Molto, infatti, era ammonticchiato davanti all’ingresso, come una sorta di scompigliato biglietto da visita.

Questi posti profumano di paradosso: hanno l’odore del tempo che si è fermato e quello di vita. Anzi, tante vite vissute, ognuna chissà come e da chi. Sanno di stasi e di vitalità al contempo, di futuri ormai passati e di passati possibilmente futuri.

Su vecchi tavoli in formica anni Sessanta, pile di piatti scompagnati che un tempo devono aver abbellito le tavole di qualcuno. Appoggiati ad una parete, quadri nati dall’immaginazione speranzosa e stanca di qualche artista condannato, forse ingiustamente, a rimanere nell’ombra.

T-shirt in onore di grandi gruppi musicali del passato, possibili acquisti agognati in occasione di un concerto. Coperte di ogni forma, colore, dimensione e tessuto: da quelle in lana spessa e pungente un po’ militaresca a quelle calde, soffici a quadri multicolori, fatte ai ferri da mani pazienti e operose.

Elaborati centrini come testimonianza di una meticolosa artigianalità ormai, credo, scomparsa. Si rimane esterrefatti davanti alla preziosità di intricati manufatti del passato che coniugavano pazienza, talento, passione, devozione, tradizione e senso del bello.

Tracce inaspettate

La mia attenzione fu catturata subito, però, dai libri. Essi, soprattutto se vissuti, hanno sempre il potere di risvegliare la mia curiosità, indipendentemente dal tema trattato.

Imponenti tomi d’arte classica – e che ho immaginato essere stati parte di qualche autorevole collezione privata – si avvicendavano a romanzi ambientati in Liguria. Alcuni testi di letteratura inglese inframezzavano, in modo imprevedibile, volumi di oscure collane.

Ad un certo punto, i miei occhi intravidero un angolino di una copertina curiosa. Non avevo idea di cosa si trattasse ma qualcosa mi diceva che c’entrava il Giappone. L’indizio: pennellate irregolari dorate su una copertina arancione che richiamavano alcuni decori delle pregiate e antichissime carte di Echizen 越前和紙 (Echizen-washi) la cui tecnica, narra la leggenda, sia stata tramandata alla popolazione locale più di millecinquecento anni fa da una misteriosa principessa poi scomparsa nel fiume. Un dono di conoscenza che l’enigmatica figura fece alla gente di Echizen, nell’attuale prefettura di Fukui, poiché sprovvisti di risaie con cui guadagnarsi da vivere.

Donne di Echizen impegnate nella realizzazione della loro pregiata carta. Fonte immagine.
La misteriosa figura che, secondo la leggenda, avrebbe insegnato alla gente di Echizen a realizzare una carta speciale, prima di svanire nelle acque dello Hinogawa. Questa figura viene chiamata 川上御前 Kawakami-gozen ossia la nobile dama a monte del fiume. Fonte immagine.

Dal Giappone a Venezia…a Imperia!

Un rimando ad un mio scritto di ricordi veneziani, incastonati nella serie colpevolmente incompleta dedicata a Pearl S. Buck è qui.

Con delicatezza, ecco sfilato un esile libro dalla morsa decisa dei maestosi, quanto polverosi, volumi tutt’intorno. Il mio sguardo individua subito il titolo bilingue, giapponese e italiano, e avverto una stretta al cuore!

Il titolo: 「日本伝統・現代工芸手工芸ヴェニス展」Nihon dentō gendai kōgei shukōgei venisu-ten. Mostra dell’artigianato giapponese tradizionale e contemporaneo a Venezia.

Retro del volumetto

Il libro, stampato in Giappone nel 1980, fu realizzato in occasione di un’importante mostra svoltasi tra il maggio e il giugno dello stesso anno, a Ca’ Vendramin Calergi, a Venezia. Un elegantissimo edificio della tradizione architettonica rinascimentale veneziana, a quanto pare in utilizzo, oltre che come spazio espositivo, dal 1946 anche come sede secondaria del Casinò di Venezia.

Ebbene, l’atteso evento fu patrocinato dall’Ambasciata d’Italia in Giappone e dall’Ambasciata Giapponese in Italia, sotto gli auspici di Mario Rigo, l’allora sindaco di Venezia e Boris Biancheri, il neo-ambasciatore italiano a Tokyo di quell’epoca.

Curiosando tra le pagine

A me questi incontri sembrano sempre tutto fuorché mere coincidenze. Sapevo che avrei dovuto acquistare questo catalogo perché, al di là di un possibile valore economico a cui non sono interessata, è un tassello del mio tortuoso percorso. Un pezzo del mio personalissimo rompicapo che ha il Giappone come costante fil rouge.

L’ambasciatore Biancheri, nel suo messaggio istituzionale d’introduzione al catalogo, sottolinea con comprensibile orgoglio, l’impegno divulgativo artistico in cui la città di Venezia era promotrice ai tempi. Infatti, spiega Biancheri, solo due anni prima la città lagunare ospitò, sempre a Ca’ Vendramin Calergi, una prestigiosa mostra dedicata a ben duecentocinquanta pittori giapponesi contemporanei!

La mostra per la quale vennero stampati questi cataloghi, invece, aveva come punto focale oggetti del ricco artigianato giapponese.

Nello sfogliare le pagine patinate e leggermente ingiallite del libro, si possono ammirare foto in bianco e nero degli oggetti che occhi veneziani (e non!) ammirarono in quella primavera-estate del lontano 1980.

Delicate bambole kimekomi; vasi in maiolica di Bizen; preziosi kimono raffiguranti decori simbolici come elementi botanici, case di campagna, volatili; bambole kokeshi di Naruko; borse e sandali con insolite scritte in sanscrito; tazze per la cerimonia del tè, realizzate secondo varie tecniche; bizzarre composizioni di ikebana prodotte con fiori artificiali; bambole di carta; maschere del teatro Nō.

Salta all’occhio il ricco assortimento di bambole presenti in questa mostra.

Toshifumi Magori, direttore del Club degli Amici dell’Europa e delle Arti, nel suo messaggio presente nel catalogo, si compiaceva dell’entusiasmo del sindaco Mario Rigo e dell’intera Municipalità per l’arte giapponese. Dalle sue parole emerge quanto effervescente fosse l’ambiente artistico veneziano di quegli anni, immerso in un percorso di scoperta e apprezzamento guidato da nipponisti di alto calibro che erano già vanto della Serenissima di allora.

Tra i nomi prestigiosi che compaiono nel comitato d’onore troviamo quello della stimata Prof.ssa Adriana Boscaro, venuta a mancare nell’agosto del 2022. Massima conoscitrice e divulgatrice di Jun’ichirō Tanizaki in Italia.

La traduzione dal giapponese all’italiano del catalogo fu, invece, affidata a una figura finita nell’ombra: il Prof. Federico Barbaro, traduttore e salesiano originario di Cimpello, in provincia di Pordenone. Barbaro fu missionario in Giappone negli anni Trenta e poi direttore negli anni Cinquanta della casa editrice salesiana Don Bosco Sha, proprietaria di importanti riviste di divulgazione cattolica in Giappone.

Federico Barbaro oggi viene ricordato per aver curato l’edizione in giapponese moderno popolare (kogo 古語) della Bibbia.

Ricomponendo il mio rompicapo

Non so nulla della storia di questo volumetto: chi fosse il suo primo proprietario, come e dove lo avesse acquistato. Forse era uno dei veneziani appassionati di arte giapponese? O magari era un ligure innamorato del lontano Oriente? O forse ancora un emozionante sguardo in un mondo esotico che qualche colta dama avrà voluto per la propria biblioteca?

Non credo avrò mai risposte a queste domande. Ma non importa. D’altro canto, i libri spesso vivono vite una dietro l’altra, con concatenamenti non sempre visibili ad occhio nudo.

Ora è nella mia di biblioteca e rappresenta un tassello del mio rompicapo. Forse, chissà, un giorno ricomporrà il rompicapo di qualcun altro.

Acquistai il volumetto dalla copertina che mi aveva subito ricordato la carta di Echizen e, uscendo dal microcosmo dinamico e statico di quel negozio, i miei occhi videro il cielo imperiese ormai blu notte.

Pearl S. Buck e il suo Giappone: seconda parte

L’introduzione e la prima parte di questa mia ricerca dedicata a Pearl S. Buck sono rispettivamente qui e qui.

Torno a scrivere. Questa sorta d’indagine su questa importante scrittrice, finita ingiustamente in un inflessibile oblio, a volte mi fa sentire come se fossi precipitata nella tana del Bianconiglio di Alice.

Si viene inghiottiti dalla complessità della sua vita e dalle introspezioni che da essa scaturiscono.

Allora ci si ritrova a volare giù per quella tana, sorretti quel tanto che basta per riuscire a intravedere curiosi oggetti che celano racconti oppure bizzarre forme che rimandano a un ricordo.

Si cerca di afferrare un po’ questo e un po’ quello ma non si può prendere tutto.

Incredibilmente, questa mia ricerca ha suscitato la curiosità di molte persone le quali mi hanno scritto per condividere le proprie opinioni e soprattutto per chiedermi…che fine avesse fatto il resto!

Settantasei anni

Tra le tante biografie scritte in suo onore nel tentativo di catturare quella complessità, va ricordata quella di Theodore F. Harris. Controversa figura accusata di aver ammaliato Pearl Buck per impossessarsi del suo patrimonio, egli godeva nonostante tutto della massima stima della scrittrice. Era il suo confidente prediletto e forse, come suggeriscono le malelingue, qualcosa di più. I loro cammini s’incrociarono quando Pearl era ormai in età avanzata ed ella – probabilmente abbagliata dalla prospettiva di una seconda fioritura – pare avesse perso i lumi della ragione scegliendo di estraniarsi da tutto e da tutti per Harris.

Tuttavia, se si accantonano per un attimo queste congetture di cui in fondo non abbiamo prove inconfutabili, la biografia che Harris scrisse ha un innegabile sapore di intima confidenza.

Vorrei aver avuto settantasei anni a disposizione per scrivere questo libro; allora forse sarei riuscito ad immortalare ogni singolo dettaglio di una vita che ha impiegato tanto tempo per essere vissuta. Questo, tuttavia, non è possibile e domattina dovrò inviare il manoscritto all’editore.

Scriveva così Theodore F. Harris nel 1969 (1).

Pearl S. Buck e Theodore F. Harris

La complessità di Pearl S. Buck è tangibile e la percepisco ad ogni passo in questa mia sorta di ricerca esplorativa. L’avvertiva forte e chiara persino Theodore Harris di cui Pearl Buck dichiarò solennemente:

Egli mi conosce meglio di chiunque altro.

Come potrei non sentirla io!

Fini ed inizi da Maruetsu

Ero in Giappone da pochi giorni. Due o tre, non di più. Ancora in balia del malessere da fuso orario. L’emozione e l’incredulità erano però tali da far passare sonnolenza e frastornamento in secondo piano.

Era tutto nuovo, tutto da scoprire. I punti di riferimento, quindi, erano pochi e traballanti: la stazione ferroviaria さがみ野駅 Sagamino-eki, 厚木基地 la base aeronavale di Atsugi e il centro commerciale マルエツ Maruetsu. Tutti e tre posizionati lungo la stessa strada: prima la stazione poi il centro commerciale e infine, la base aeronavale.

Girolamo Panzetta mentre indossa un kimono maschile estivo, in stile 着流し kinagashi cioè alla maniera più rilassata, ovvero senza la giacchetta haori che normalmente rende il completo decisamente formale. Foto di proprietà di Kimonoman.

E proprio nell’atrio di Sagamino-eki incontrai Natsuki e Rei.
Natsuki era una mia amica di penna, quando ancora ci si definiva così. Ci eravamo conosciute alcuni anni prima, in tempi non sospetti, grazie al forum di discussione di Girolamo Panzetta, un avellinese pressoché sconosciuto in Italia ma famosissimo in Giappone. Si dice, addirittura, che Jirō-san (come viene affettuosamente soprannominato dai giapponesi) sia il secondo italiano più famoso nel Sol Levante dopo Leonardo Da Vinci!

Da anni devo un ringraziamento al signor Panzetta per avermi dato la possibilità di conoscere Natsuki.

Chissà, forse un giorno ne avrò occasione.

Al tavolino di una gelateria all’interno di Maruetsu, completamente sotto l’incantesimo di un disorientamento misto ad un’incontenibile emozione per quel mondo che mi aveva appena accolta, ricordo che le ragazze ed io ci lasciammo travolgere da un turbinio di chiacchiere concitate. Rei, un’ardente italianista, mi fece sentire stranamente a casa con il suo bell’italiano fluente, lì in quella gelateria a metà strada tra la stazione e la base aeronavale.

Nella matassa ingarbugliata di domande che feci alle due ragazze, una in particolare riuscì prima a stupirle e poi a farle scoppiare a ridere. Chiesi loro, infatti, dove avrei potuto frequentare un corso di lingua cinese.

Mi guardarono come se fossi appena atterrata dal pianeta Strambix. Dopo qualche istante di silenzio accompagnato dai loro sguardi sbigottiti, entrambe mi risposero che non ne avevano la benché minima idea e che, comunque, incalzò Natsuki, per il cinese ci sarebbe stato sempre tempo. È al giapponese che avrei dovuto dare priorità.

Lì per lì trovai un po’ insolente questa sua proposta. Tuttavia, mi resi conto che aveva ragione. Che senso avrebbe avuto continuare col cinese proprio in quel periodo quando avevo l’occasione d’oro per acquisire una nuova lingua e con una profondità a cui col cinese non avrei potuto ragionevolmente aspirare?

Nell’arco delle poche settimane che seguirono da quell’incontro, mi sarei iscritta al corso di laurea in Japanese Studies dell’Università del Maryland UMCG, storico ateneo che nel 1949 – ossia durante l’occupazione americana del Giappone avvenuta tra il 1945 e il 1952 – ricevette dal DOD, il Dipartimento della difesa statunitense, l’incarico di mandare un primo gruppo di docenti universitari che potessero formare accademicamente i membri delle forze armate. Il progetto fu inaugurato dapprima in Germania e successivamente portato avanti in altri Paesi d’Europa e in Asia.

Iniziai il mio percorso di studi giapponesi nel semestre autunnale (il fall semester) e il primo corso fu proprio Japanese 101, il primo livello di giapponese e a cui ne sarebbero seguiti moltissimi altri.
Il titolare della cattedra era – ed è tutt’oggi – l’esimio Professor Kanai Moriaki.

Douglas MacArthur

Uno dei tanti corsi di giapponese che avrei frequentato si tenne alla famosa base aeronavale di Atsugi, quella poco distante dalla gelateria di Maruetsu. Storicamente, fu proprio alla base di Atsugi che il Generale Douglas MacArthur arrivò in Giappone per la prima volta atterrandovi il 30 agosto 1945 nel suo aereo C54. In quell’occasione, il Generale accolse formalmente la resa giapponese a bordo della corazzata USS Missouri, ancorata nella baia di Tōkyō, e fu nominato comandante supremo del Paese, supervisionando tutte le fasi di occupazione del Giappone.

L’atterraggio di MacArthur fu preceduto dall’arrivo in 123 aerei di 4200 paracadutisti dell’undicesima divisione aviotrasportata dell’esercito statunitense (11th Airborne Division), completando così il trasferimento da Okinawa al Giappone continentale. La guerra era finita.

Ancora oggi nella base di Atsugi si commemora la sua figura. C’è ad esempio in suo onore una statua che lo ritrae in divisa.

Quante volte avrei visto e rivisto la statua del Generale MacArthur andando e tornando dalle mie amate lezioni di giapponese. Una presenza di pietra rievocativa di un uomo di cui si ricorda principalmente il ruolo nel Giappone dell’immediato dopoguerra. Un uomo che, a detta di chi lo conobbe, era autoritario, severo, rigido. Insomma, un militare dalla testa ai piedi che non smetteva di indossare la divisa nemmeno quando se la toglieva.

Mi capitava, passando davanti al MacArthur di pietra, di pensare ai quei pochi aneddoti di cui si è a conoscenza e che allontanano un po’ questi personaggi dall’esaltazione agiografica da cui sono puntualmente avvolti. Come quello secondo cui, dopo un intenso diverbio con il presidente Roosevelt nel 1934, il Generale che all’epoca deteneva il titolo di Capo di Stato maggiore dell’esercito, disgustato dall’accesa discussione, uscendo dalla Casa Bianca vomitò sulle scale.

Oppure, del suo lungo soggiorno nelle Filippine dove approdò all’indomani della sua cerimonia di laurea alla prestigiosa accademia militare di West Point. E di come si sarebbe innamorato della cucina filippina, in particolare modo del pesce Lapu Lapu fritto (una specie di cernia), accompagnato da una salsa tropicale a base di tamarindo e aglio, con contorno di frittelle di banana.

Sulla placchetta commemorativa c’è scritto: 「日本の民主々義の生みの親マッカーサー」Nihon no minshushugi no umi no oya Makkāsā. MacArthur, il padre della democrazia giapponese.

Si potrebbe scrivere molto relativamente a questa affermazione ma uscirei decisamente troppo dal seminato.

Alla mia esperienza nella base di Atsugi dovrei forse dedicare uno scritto a parte però mi limito ancora a riportare un’ulteriore bizzarria maccarthuriana che mi colpì molto vedendola la prima volta:

Questo edificio, dall’inconfondibile stile giapponese, era in origine un 道場 dōjō dove i membri dell’esercito giapponese si esercitavano in arti marziali. MacArthur lo trasformò in un luogo di culto cristiano indubbiamente per fornire un punto di ritrovo spirituale ai membri del suo esercito. Ma a mio parere era anche un segnale non poi così sottile della definitiva sconfitta del Giappone e della fine, una volta per tutte, di quel vecchio e orgoglioso mondo autarchico dalle tinte di shogunato Tokugawa che aveva lottato strenuamente contro qualsiasi ingerenza dell’Occidente e del cristianesimo. Una mossa che, secondo me, con chiara eloquenza stabiliva la nuova egemonia.

L’edificio, al giorno d’oggi, ospita ancora una chiesa dove si svolgono messe nei riti cattolici e protestanti.

Il giorno della mia prima lezione era arrivato. Prima di entrare in aula dissi a me stessa che avrei seguito il consiglio di Natsuki: per il cinese, dopotutto, avrei avuto tempo. Era ora del giapponese.

Accolsi il giapponese con un entusiasmo che mi faceva battere forte il cuore.

Tutto questo senza sapere che il cinese non lo avrei mai più ripreso e mi sarei dedicata completamente – heart and soul – al giapponese.

Quindi, devo un po’ tutto questo a Natsuki, a Rei e anche un pochino al signor Panzetta!

La complessità poliedrica di Pearl S. Buck

Pearl Buck alle prese con la sua amata macchina da scrivere.

Il professor David Gordon, docente di storia giapponese alla Shepherd University, in una lezione di alcuni anni fa proprio in merito a Pearl Buck e alla sua visione del Giappone, definì la scrittrice con un aggettivo: complicated. (3)

Un aggettivo che, spiega il professore, utilizzava spesso a sua volta la sua professoressa di storia giapponese nonché relatrice di tesi (prof.ssa Sharon A. Minichiello, dell’Università delle Hawaii) per descrivere in maniera succinta la complessità di una persona. Una specie di sfida lessicale: una sola parola nella quale contenere l’incontenibile.

Non è da intendere come una critica ma come un complimento, un tributo alla profondità ed intricatezza di qualcuno.

E come ho già osservato in precedenza, quella complessità è tangibile immediatamente non appena ci si immerge nel suo mondo.

Pearl S. Buck era una scrittrice prolifica che raccontò, attraverso buona parte delle proprie opere, la Cina agli occidentali. Ma il suo impegno andava ben oltre la letteratura: fu un’attivista che con sollecitudine diede sostegno a numerose cause. La prima fra tutte quella per la tutela dei bambini orfani, soprattutto bambini asiatici nati dall’unione tra membri delle forze armate americane e donne giapponesi, coreane, vietnamite, cinesi, ecc.
A tal proposito, istituì una fondazione, attiva tutt’oggi: la Pearl S. Buck International, con sede a Perkasie, nello stato della Pennsylvania.

Pearl Buck tenne in vita la sua amata fondazione grazie alla vendita dei suoi libri.

Pearl Buck e Ayako Ishigaki: un’amicizia dalle radici profonde

Nel ripercorrere il legame di Pearl col Giappone non si può non ricordare il suo impegno lodevole nella difesa dei giapponesi durante il loro internamento nei campi di concentramento statunitensi, tra il 1941 e il 1944. Il governo americano ricorse agli internamenti come deplorevole misura di ritorsione nel dopo Pearl Harbor.

Copertina dell’opera 「石垣綾子日記」Ishigaki Ayako Nikki, il diario di Ayako Ishigaki, publicato dalla casa editrice di Tōkyō, 岩波書店 Iwanami-shoten. L’opera originale fu pubblicata in inglese. Successivamente, Ishigaki tradusse le sue memorie in giapponese presentandole nell’opera raffigurata qui sopra.
Restless Wave: My Life in Two Worlds. Ishigaki divenne famosa proprio per essere stata la prima donna nippo-americana ad aver scritto e pubblicato le sue memorie in lingua inglese.

Poco prima di questi tragici fatti, nel 1940 per la precisione, Pearl Buck incontrò la scrittrice e giornalista Ayako Ishigaki 石垣綾子, divenuta famosa per essere stata la prima donna nippo-americana ad aver scritto e pubblicato le sue memorie in lingua inglese.
Ishigaki era una donna immigrata 一世 issei cioè di prima generazione. Si tratta di un termine usato dai giapponesi residenti in America per riferirsi ai loro primi antenati immigrati.

Pearl e Ayako, oltre ad essere entrambe scrittrici e quindi attivamente coinvolte in svariate attività culturali e di divulgazione inerenti all’Asia, erano legate da una profonda amicizia. Non appena il governo statunitense mise in atto le misure d’internamento nei confronti degli immigrati giapponesi, Pearl Buck scrisse immediatamente una lettera ad Ayako Ishigaki con cui le ribadiva il suo appoggio incondizionato e la sua disponibilità ad aiutarla in qualsiasi modo.

In merito alla traumatica esperienza degli immigrati giapponesi durante l’internamento nei campi, vorrei consigliarvi la lettura di un’opera autobiografica tanto straordinaria quanto straziante: Out of the Frying Pan di Bill Hosokawa.
Hosokawa, scrittore e giornalista di raro talento, era un immigrato di seconda generazione, ovvero un 二世 nisei. La sua testimonianza, racchiusa in questo volume, è indimenticabile.

Nel periodo più violento di ritorsioni e discriminazioni verso i giapponesi in America, Pearl Buck fu una delle pochissime personalità di spicco a dichiarare coraggiosamente il proprio sostegno a queste vittime. In un clima di assoluto conformismo in cui il giapponese era visto come il nemico da eliminare ad ogni costo, Pearl non si perse mai d’animo e scrisse instancabilmente lettere e discorsi con cui metteva in guardia dai pericoli di questi atteggiamenti. Si mise in contatto con tutte le associazioni in difesa dei diritti umani inviando persino un appello a Eleanor Roosevelt.

La sua curiosa argomentazione, tuttavia, sottolineava l’importanza di non discriminare le minoranze poiché esse, se coinvolte positivamente, avrebbero potuto offrire sostegno ad eventuali sforzi bellici. Secondo Buck, quindi, la tutela dei giapponesi in America (e per estensione, di tutte le minoranze) avrebbe prevenuto l’insorgere di ribellioni.
Nel 1942, Pearl Buck partecipò ad una conferenza della Japanese American Committee for Democracy (JACD), un’associazione antifascista che servì come punto di riferimento dei giapponesi residenti nella zona di New York. In quell’occasione, la scrittrice si dichiarò “a favore della fedeltà dei nippo-americani e dichiarò che anziché escluderli il governo americano dovrebbe accogliere la loro partecipazione nella guerra e addestrarli affinché istituiscano la democrazia nel Giappone post-bellico”.

Credo, tuttavia, che questa fosse una sua astuta strategia per ingraziarsi gli ambienti conservatori del tempo. Buck, dopotutto, era politicamente schierata a sinistra e sarebbe stato piuttosto strano se improvvisamente si fosse fatta sostenitrice di tematiche militari.

Tra l’altro, come ricorda il professor Gordon, era proprio questo suo allineamento liberale ad attirare gli strali dell’establishment statunitense dell’epoca. Era spesso vista con fastidio e sospetto in quanto americana sì ma troppo cinese. Alcuni temevano fosse una specie di spia al servizio dei comunisti.
Esiste ancora oggi un dossier dell’FBI a carico di Pearl Buck, desecretato soltanto a partire dai primi anni Settanta!

Tuttavia, nemmeno la sinistra americana la teneva in grande considerazione perché Pearl Buck, dopotutto, era dichiaratamente anti-comunista!

Insomma, una vera spina nel fianco di un sistema accartocciato sulle sue stesse contraddizioni.

Continua

Ciò che inizialmente pensavo di poter sviluppare nell’arco di due o tre scritti, sta prendendo una forma inaspettatamente complessa e articolata.
Nella prossima parte – che cercherò di completare in tempi più brevi rispetto a prima – continuerò ad affrontare il legame tra Pearl Buck e il Giappone, terra che ella stessa considerava la sua seconda casa in Asia, dopo ovviamente la Cina.
Vedremo insieme quanto Pearl fosse attratta dall’idea di un continuo confronto Cina e Giappone, in una specie di stimolante gara intellettuale che mirasse a far emergere gli aspetti positivi di entrambi i Paesi. E ancora una volta, la complessità della sua figura fornirà innumerevoli spunti di riflessione nonché stimolanti strumenti comparativi per un confronto con un singolare studioso giapponese suo contemporaneo.

Vedremo fino a quando e dove mi condurrà questa esplorazione.

  1. Harris, Theodore F. Pearl S. Buck; a Biography. 1969.
  2. Robinson, Greg. Pearl S. Buck. (2024, June 23). Densho Encyclopedia. Retrieved 17:35, August 14, 2024 from https://encyclopedia.densho.org/Pearl%20S.%20Buck.
  3. “Faculty Research Forum: ‘Pearl Buck’s view on Japan’ by Dr. David Gordon.” YouTube, uploaded by Shepherd University, 17th October 2018, www.youtube.com/xxxxx

Kinako

In questa lunga e curiosa parentesi uggiosa che assomiglia ad una sorta di 梅雨 tsuyu o stagione delle piogge, ritorno a scrivere. E scriverò di kinako.

Il cielo torinese stamattina è quasi tutto bianco, con solo qualche timida spennellata celeste qua e là. In lontananza, il consueto sferragliare del tram accompagnato dallo scampanellio impaziente del conducente rivolto ad automobilisti poco prudenti scandisce questo lunedì mattina. Nel frattempo, alcuni operai di un cantiere si ritagliano un momento di pausa chiacchierando animatamente.

Il tempo inesorabilmente scorre eppure, in certi momenti, si ha l’impressione (e l’illusione) che esso si fermi. Volti, luoghi e situazioni ci sembrano addirittura immutati.

Un po’ come quando ho finalmente riabbracciato la mia cara amica Rita, dopo i suoi lunghi mesi di permanenza tra le mura di un monastero giapponese. Rivederla di nuovo qui, nella cornice torinese dei nostri piccoli e rassicuranti momenti di quotidianità, è stato come se il tempo avesse ripreso a scorrere dopo aver cliccato su un immaginario tasto PLAY.

Rita è sempre Rita. Il suo volto, il suo sorriso, il suo caratteristico entusiasmo nel voler raccontare e condividere. Non era passato nemmeno un attimo da quando ci eravamo salutate. In realtà, sì ma facciamo finta di no.

Mi racconta concitatamente tante cose. Di luoghi, persone e sapori. E tra i sapori che si è portata dietro dal Giappone non sorprende vi siano ad esempio quelli di un buon sencha e del kinako.

Ed è a quest’ultimo che vorrei dedicare lo scritto di oggi, oltre a dedicarlo naturalmente a Rita del cui ritorno sono molto felice.

Cos’è il kinako?

Il きな粉 kinako, essenzialmente, è farina di soia tostata. È un ingrediente della pasticceria tradizionale giapponese, con origini piuttosto antiche. La tostatura conferisce ai fagioli di soia una nota molto aromatica che quasi trasforma completamente il legume d’origine in un qualcosa di squisito, in una ghiottoneria inaspettata.

Illustrazione di una confezione di kinako. Fonte immagine.

Il kinako rientra, a mio parere, tra quei sapori così autenticamente giapponesi in grado di ammaliare un cuore e non lasciarlo mai più. Quei sapori e quegli odori che si imprimono nella memoria con tale vigore da non poter essere dimenticati. Come la fragranza del sencha, del tatami in estate, delle yaki-imo in autunno, delle saponette Kirei-kirei e dell’incenso Mainichi-kō.

Assaggiai per la prima volta il kinako in Giappone. Fino ad allora non ne sospettavo neppure l’esistenza. In qualche locanda mi fu servito un dolce spolverizzato con questo profumato e impalpabile velo beige e da allora è rientrato, a pieno titolo, tra i miei sapori prediletti. L’avrei ritrovato infinite altre volte ma soprattutto in uno dei wagashi che amo di più: gli 信玄餅 shingen-mochi della Prefettura di Yamanashi. Chiamati così perché, si dice, fossero i dolci preferiti di 武田信玄 Takeda Shingen, un potente daimyō, vissuto tra la metà e la fine del Cinquecento, nel periodo Sengoku. Era certamente un goloso buongustaio, il nostro Shingen!

Piccole e soffici nuvolette di pasta di mochi, accompagnate da kinako e kuromitsu, un sublime sciroppo di canna da zucchero integrale. Trovate un mio articolo dedicato al prelibato kuromitsu proprio qui.

Il kinako e un po’ della sua storia

Il kinako, ovvero questa fragrante farina ricavata dalla soia tostata, sembra affondare le proprie origini nel lontano Periodo Nara (710-794 d.C.). Pare che al tempo si chiamasse まめつき mametsuki, scritto però con un nome ormai caduto in disuso: 末女豆岐.

Tokugawa Ieyasu. Fonte.

Un altro nome, non più in un utilizzo, è 豆の粉 mamenoko che viene addirittura citato dal celebre poeta Matsuo Bashō in un suo haiku del 1690:

似合はしや豆の粉飯に桜狩り
Niawashi ya mamenoko meshi ni sakura-gari

Di cui riporto la traduzione del professor David Landis Barnhill:

So fitting
Bean-flower rice balls
While blossom hunting

Il celebre poeta Matsuo Bashō. Fonte immagine.

Mamenoko fa riferimento al kinako che, nell’immagine che Bashō ci regala, insaporisce degli onigiri. Un gustoso spuntino che accompagna il 桜狩り Sakura-gari cioè la ricerca attiva (la caccia) dei fiori di ciliegio. Sakura-gari era un termine in voga nel sofisticato e rarefatto mondo della corte imperiale di epoca Heian. Quell’elegante passatempo che al giorno d’oggi i giapponesi chiamano お花見 o-hanami.

Si hanno però numerose notizie della diffusione del kinako durante il Periodo Edo, un’epoca in cui la produzione di dolci in generale conobbe particolare successo, soprattutto tra la gente comune. Tra i dolci più apprezzati del tempo, infatti, bisogna ricordare il delizioso 安倍川もち Abekawa-mochi, speciali tortini di riso generosamente cosparsi di kinako e kuromitsu e di cui, si vocifera, fossero invece i preferiti addirittura di Tokugawa Ieyasu.
Tokugawa Ieyasu fu il fondatore dello shogunato Tokugawa che si concluse con la Restaurazione Meiji del 1868.

Altre teorie, forse meno ambiziose, sostengono che gli Abekawa-mochi prendano il nome dal fiume Abe, corso d’acqua che attraversa la città di Shizuoka, lungo le cui sponde sorgevano case da tè in cui durante il Periodo Edo si poteva degustare questo succulento dolcetto.

Autoproduzione del kinako

Il kinako è tuttavia un ingrediente che non si trova molto facilmente, quantomeno nei negozi di prodotti asiatici. Mi è capitato, tempo fa, di trovarne un tipo proveniente dalla Cina, uno dei Paesi assieme al Giappone, Corea e Indonesia, in cui si consuma regolarmente il kinako. Ma resta un ingrediente un po’ sfuggente tanto da non averlo più ritrovato sugli scaffali asiatici torinesi.

In questi casi, quindi, l’autoproduzione offre la miglior soluzione.

Ho consultato dunque questo mio libro dedicato interamente all’autoproduzione di moltissime preparazioni, soprattutto (ma non solo!) della tradizione giapponese:

「あれも、これも、おいしい手作り生活」Aremo, koremo, oishī tezukuri seikatsu. Un prezioso volumetto ricchissimo di idee e ricette di autoproduzione. L’autrice del libro, casualità, si firma con il confacente pseudonimo di Mameko.

La preparazione casalinga del kinako, come vedrete, non è affatto difficile. Normalmente si utilizza la soia gialla (l’ortografia precisa di kinako comprende infatti, all’inizio, il kanji del colore giallo: 黄粉. Quindi, polvere gialla).
Esistono, però, anche kinako ricavati dalla soia nera e verde. Da queste varietà si otterranno, comprensibilmente, profili cromatici, olfattivi e degustativi diversi.

L’esperimento di autoproduzione che proporrò oggi, basato sulle indicazioni del libro sopracitato, prevede la soia gialla.

Per evitare di scrivere un papiro, oggi riporterò solamente il procedimento di realizzazione del kinako casalingo. L’esperimento, tuttavia, è continuato con la preparazione di un antico dolce del Periodo Edo che ha il kinako come ingrediente principale. Pubblicherò la ricetta del dolce prossimamente.

Kinako casalingo

Per preparare il kinako casalingo serve solo un ingrediente. Per questa ragione, conviene sceglierlo della miglior qualità. Io ho utilizzato questi fagioli di soia gialla biologici, di coltivazione italiana. La confezione è da 400g. Per questa ricetta potete usare la quantità che volete ma vi consiglio di partire da una quantità minima per poi ripetere, eventualmente, l’operazione in seguito. Questo per poter prendere la mano con questa ricetta e poi per garantire maggior freschezza al kinako.
La mia preparazione prevede 100g di fagioli di soia.

Ecco la soia gialla che ho utilizzato. In giapponese i fagioli di soia si chiamano 大豆 daizu.

La preparazione è riassumibile negli otto passaggi che ho fotografato:

1. Versare la quantità prescelta di fagioli di soia gialla in una padella a secco e tostare dolcemente a fuoco bassissimo per circa mezz’ora. Girare di tanto in tanto i fagioli per una maggior uniformità nella tostatura. Fare attenzione a non bruciarli!
In questa fase, i fagioli inizieranno a cambiare colore (foto 1 e 2) e a spellarsi. Noterete, inoltre, che sprigioneranno un profumo molto gradevole. I giapponesi usano un bellissimo aggettivo per descrivere l’aroma penetrante di fagioli di soia tostati, dei chicchi di caffè o delle foglie di tè: 香ばしい kōbashī.
2. Trasferite con attenzione i fagioli tostati in un canovaccio pulito e avvolgeteli in un fagotto.
3. Aiutandovi con un pestello di legno, iniziate a picchiettare delicatamente i fagioli tostati.
4. PASSAGGIO FACOLTATIVO: se desiderate, a questo punto potete trasferire i fagioli tostati in un suribachi (mortaio tradizionale giapponese) oppure in un mortaio qualsiasi dove pesterete i legumi grossolanamente. Potete eliminare le bucce oppure tenerle. Esistono varietà di kinako preparate sia con sia senza buccia.
5. Concludere l’operazione frullando finemente i fagioli di soia tostati in un frullatore, fino ad ottenere una polvere finissima.
6. Setacciare e travasare in un contenitore pulito e asciutto.

Il kinako è pronto all’uso. Tradizionalmente al kinako viene aggiunto dello zucchero, in proporzioni variabili in base ai gusti ma che possono seguire il rapporto 1:1. Si consiglia di aggiungerlo però solo all’occorrenza cioè senza dolcificare in anticipo tutto il kinako prodotto.

Tra l’altro, alcuni chef consigliano di aggiungere un pizzico di sale per esaltare ancora di più la complessità aromatica del kinako.

La varietà di soia e il grado di tostatura conferiranno al vostro kinako nuove sfumature che saranno affascinanti da scoprire.

Utilizzi consigliati

Il kinako non ha soltanto un ruolo nella pasticceria giapponese classica ma si può usare in maniera creativa anche in altre preparazioni. Dato il suo importante apporto proteico, lo si può aggiungere a piacere allo yogurt, al porridge, ai frappé ecc.

Nella cucina giapponese contemporanea, il kinako si usa per insaporire la pasta frolla per biscotti o delicati impasti di torte. Con questa fragrante farina si può aromatizzare anche il gelato o del cioccolato. Nelle cucine giapponesi contemporanee sono nate anche le crema spalmabili a base di kinako aggiungendo ad esso una componente grassa a scelta e dello zucchero. A me personalmente piace usare questo prelibato ingrediente per dare un tocco originale di sapore alle macedonie di frutta.

Al prossimo articolo con un semplicissimo dolce del Periodo Edo il cui ingrediente principe è, appunto, il kinako.

Onigiri di Bok Choy

Con la continuazione degli articoli dedicati a Pearl S. Buck ancora in cantiere, in questa domenica di maggio torno a trattare un amato argomento di cucina giapponese: gli onigiri.

Tra l’altro oggi è il cinque maggio e in Giappone si festeggia il 子供の日 Kodomo no hi ovvero il giorno dei bambini, festività che di fatto chiude l’agognata ゴールデンウィーク Golden Week.

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Degli onigiri ho scritto molto negli anni, sia qui sia sul vecchio blog. Vi rimando ad alcuni articoli tra quelli che mi vengono ora in mente: Onigiri di coste e un mio vecchio scritto in cui racconto un prezioso ricordo d’infanzia collegato proprio a queste deliziose polpette di riso. Lo trovate qui. Rispolvero volentieri anche questo mio articolo dedicato agli 焼きおにぎり yaki-onigiri, ovvero la versione alla piastra delle famose palline di riso.

Illustrazione di onigiri. Fonte immagine.

Tutti in campo (e a tavola!) con Lotti

Queste polpette di riso al vapore, modellate e condite in vario modo, sono molto conosciute anche da noi ormai, grazie probabilmente a manga e anime in cui essi spesso compaiono. Il mio incontro primordiale con questa specialità avvenne proprio grazie a un anime molto in voga tra gli anni ottanta e novanta, intitolato Tutti in campo con Lotti (il titolo originale giapponese è あした天気になあれ ashita tenki ni naare. Speriamo che domani faccia bello). L’anime è ispirato all’omonimo manga di Chiba Tetsuya.

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Il protagonista è Lotti (il suo nome originale giapponese è 向太陽 Mukai Taiyō), un abile golfista nonché vorace buongustaio. Lo vediamo infatti impegnato non solo in campo ma…anche a tavola!

Ecco qui Lotti alle prese con un polposo onigiri di cui, tra un boccone e l’altro, dice che è 「んまい、んまい」nmai, nmai cioè buono, buono.

Il goloso Lotti appare spesso occupato nella degustazione di varie prelibatezze. Qui lo vediamo addirittura in copertina, seduto davanti ad una tavola riccamente imbandita!

Il simpatico ghiottone, residente dei miei innocenti ricordi d’infanzia. Fonte immagine.

Interroghiamo la storia

Qui vediamo una classica bellezza femminile ispirata agli ukiyo-e, con un piatto di onigiri che però qui vengono chiamati col nome alternativo di おむすび omusubi. Il nome è scritto nel bellissimo carattere tipografico noto come 髭文字 higemoji (lett. lettere coi baffi), appartenente ad una serie di stili tipografici inventati durante il periodo Edo (e che infatti venivano chiamati collettivamente 江戸文字 edomoji cioè lettere di Edo), da usare per scopi pubblicitari su insegne di locande ed etichette di prodotti.

Trovo irresistibile scavare un po’ nel passato delle cose, alla ricerca di aspetti sorprendenti o curiosi aneddoti. Secondo me tutto concorre a restituire tridimensionalità anche a mondi e società ormai scomparsi e da cui, forse, riceviamo in eredità qualcosa.

Gustose teorie

Sono tante le teorie che tentano di ricostruire un po’ la storia di questo caratteristico comfort food giapponese. Sono però tutte concorde nel sottolineare la loro origine decisamente antica.

Pare vi siano testimonianze dell’esistenze di onigiri già a partire dal remoto periodo Yayoi che va, all’incirca, dal 400 a.C. al 300 a.C.! Sappiamo inoltre che ad essi venne attribuito il nome 屯食 tonjiki a partire dal periodo Heian (periodo d’oro della letteratura!) che va dall’VIII al XII secolo d.C.

Secondo il mio amatissimo e già più volte citato libro 「江戸の食卓」Edo no shokutaku (La tavola del periodo Edo), in epoca Heian questi tonjiki (di riso mischiato a miglio ed altri cereali poco pregiati) si servivano ai visitatori di basso rango durante determinati eventi e funzioni presso la corte imperiale. Poiché era considerato un cibo povero, agli ospiti di particolare riguardo si riservavano ben altre leccornie. Alcuni studiosi sostengono che venissero preparati unicamente per la servitù.

Si dice inoltre che questi predecessori degli onigiri venissero modellati a forma di uovo e poi avvolti in foglie di quercia. È la stessa Murasaki Shikibu nel suo celebre Genji Monogatari, capolavoro della letteratura mondiale dell’XI secolo, a descriverceli proprio così, come parte di un picnic.

Sempre secondo il libro Edo no shokutaku, il consumo degli onigiri proseguì fino al periodo Sengoku (noto anche come periodo degli Stati belligeranti), tra il 1467 e il 1603, ovvero l’inizio del periodo Edo. In quel periodo gli onigiri facevano parte della dieta militare, sebbene – secondo alcuni ricercatori – se ne cibassero solo i soldati semplici. I grandi guerrieri di alto rango non rinunciavano a banchetti più sostanziosi, anche se in territorio di guerra.

Graziosa illustrazione tratta dal libro Edo no shokutaku e che ci mostra un samurai ghiottone che divora, con grande appetito, gli onigiri che prepara questa bella fanciulla.

Nel periodo Edo l’onigiri, un po’ come la letteratura, conobbe un periodo di diffusione in tutte le fasce della popolazione arricchendosi della caratteristica alga nori come saporito involucro. Persino in ambito militare non erano più solo uno spuntino per soldati semplici ma anche per i nobili samurai. Anche grazie alle xilografie dell’epoca Edo abbiamo la certezza della maggior accessibilità di questo umile ma gustoso spuntino: sono esse, infatti, a mostrarci la gente comune intente a rifocillarsi con queste squisite e pratiche polpette.

Pellegrini a riposo a Fujisawa. Particolare di una xilografia del XVIII secolo facente parte delle famose Cinquantatré stazioni del Tōkaidō, di Utagawa Hiroshige.

Caratteristiche generali degli onigiri

Lasciamo da parte ora la storia e vediamo quali sono le caratteristiche degli onigiri, diciamo, moderni.

Il nome deriva dal verbo 握る nigiru ossia modellare con le mani. Sono composti da riso cotto al vapore e insaporiti a piacere da farciture varie che possono essere a base di pesce, carne o verdura. Si consumano spesso fuori casa, ad esempio a scuola, al lavoro oppure durante una gita. Generalmente sono le mamme a prepararli in casa ma ovunque andiate in Giappone li trovate anche in vendita già pronti, soprattutto nei konbini (piccoli negozi di quartiere aperti ventiquattrore su ventiquattro) e nei supermercati.

Hanno spesso la caratteristica forma triangolare ma non è l’unica possibilità: gli onigiri, infatti, possono essere a forma cilindrica, sferica oppure li si può modellare con graziosi stampini a forma di cuore, fiore, stellina, orsetto ecc.

Due mie creazioni: a sinistra un bentō contenente onigiri sferici abbelliti da alga nori disposta a raggiera e a destra alcuni onigiri che avevo preparato nella mia cucina di Sagamihara.

L’aceto negli onigiri?!

Gli onigiri si possono farcire a piacimento quindi sfatiamo il mito che debbano essere preparati graniticamente solo in questo modo o quell’altro. Tuttavia, c’è una regola: contrariamente a quanto si vede spesso in rete e addirittura in certi acclamati ricettari (La cucina incantata purtroppo è uno di questi), l’onigiri non è nella maniera più assoluta un sushi. Quindi innanzitutto è molto strano trovarlo sul menù di un ristorante. Inoltre, proprio perché non è un sushi non lo si condisce con l’aceto. Mai!

Farciteli come volete, anche all’italiana con paté di olive e un formaggio spalmabile (versione proposta da un ricettario giapponese autentico) o con pomodori secchi e capperi. Ma non mettete l’aceto nel riso. Se per caso vi doveste trovare lì lì per commettere questo imperdonabile errore, immaginate un mio rimprovero!

Come base si utilizza solo del riso giapponese bianco cotto al vapore, scondito. Immaginatelo come fosse una tela bianca su cui poi sarete voi artisti chef a creare un appetitoso onigiri.

Versioni famose degli onigiri

Ricordiamo solo alcune tra le più famose versioni di onigiri normalmente in commercio in Giappone oppure preparate nelle cucine domestiche:

Shio: riso modellato con mani bagnate di acqua salata
Nori: il classico, solo con un foglietto d’alga nori
Goma: con semi di sesamo
Mame-gohan: con piselli
Umeboshi: con umeboshi o prugne salate
Ten-musu: con gambero in tenpura
Konbu: con alga konbu
Ikura: con uova di salmone
Tsuna-mayo: con tonno e maionese
Takikomi-gohan: con riso arricchito da vari ingredienti
Katsuo-bushi: con scaglie di tonnetto essiccato
Sake: con salmone
Sekihan: con fagioli rossi
Wakame: con alga wakame
Yaki-onigiri: onigiri alla piastra
Tororo-konbu: con alga konbu grattugiata
Tarako: con una specie di caviale di uova di pollack d’Alaska marinate
Nitamago: con uovo sodo morbido
Ume-yukari: con umeboshi e shiso rosso

Cosa occorre?

Come già precisato, non ci sono limiti nelle farciture degli onigiri. L’unica regola è evitare assolutamente di mettere l’aceto nel riso poiché non stiamo preparando il sushi. Per il resto, abbiamo carta bianca.
Nei ricettari moderni e contemporanei giapponesi, infatti, non compaiono solo le versioni tradizionali come quelle che ho citato poco più su ma anche tante nuove varianti frutto della fantasia.

Serve però ovviamente l’ingrediente di base: il riso. Quale? Per non fare errori, acquistate un qualsiasi riso etichettato come riso per sushi o con la dicitura equivalente inglese sushi rice. È importantissimo che non usiate risi a chicco lungo (come il basmati, jasmin o thai) e nemmeno varietà per risotto. Deve essere una riso giapponese, a chicco corto. Per sicurezza acquistate quello appositamente confezionato per sushi.

Riso per sushi che ho utilizzato per la ricetta. Non è necessario che sia di questa marca. L’importante è che sia commercializzato come riso per sushi. Se non doveste trovarlo, usate un originario.

Ciò però non vuol dire condirlo da sushi, mettendoci l’aceto. Forse è da lì che nasce questo vistoso errore?

Per la preparazione corretta del riso alla giapponese vi rimando ad un mio vecchio articolo che trovate qui e che vi aiuterà ad acquisire le basi della preparazione. Vi servirà anche qualora aveste una cuociriso elettrica. Rispetto a quando scrissi quell’articolo, adesso credo sia più facile trovare in commercio il riso giapponese d’importazione. Ma resta valido il consiglio del riso per sushi oppure un semplice originario.

Sono orgogliosa del fatto che questa mia guida e ricetta dedicata alla cottura del riso giapponese sia diventata quella di riferimento di Barbara Fontanel, la Panificatrice Folle.

Per le farciture e condimenti, come già specificato, siete molto liberi di procedere come preferite, anche in base a ciò che avete in dispensa.

Nei negozi di alimentari asiatici trovate spesso i cosiddetti ふりかけ furikake, ossia dei condimenti secchi (a base di verdure ma a volte anche di pesce e carne) da aggiungere direttamente al riso cotto.

Questi sono due furikake che ho nella mia dispensa in questo periodo:

Il furikake di sinistra si chiama Hiroshi a base di una saporita verdura proveniente da Hiroshima. Quello di destra è a base di pepe e scorza di yuzu.

Per la versione che vi propongo oggi non servono furikake.

Per quanto riguarda la forma, invece, potete usare tranquillamente le mani. Tradizionalmente gli onigiri si modellano con le mani dando ad essi la forma che si preferisce: quella classica tradizionale ma anche a forma sferica, cilindrica ecc.

Modellare gli onigiri…senza stampini!

Gli stampini rendono un po’ più veloce e agile il tutto ma non sono assolutamente indispensabili. Per la ricetta di oggi ho modellato il riso con le mani leggermente inumidite.

I miei stampini da onigiri che però non uso quasi mai. Preferisco la forma irregolare data dalle mani.

Il protagonista di oggi: il Bok Choy

La versione degli onigiri che vi propongo oggi non è di mia invenzione; esiste infatti già da tempo nei ricettari giapponesi contemporanei.

L’ingrediente principale, oltre al riso naturalmente, è una verdura asiatica che a me piace molto. È la bietola cinese, chiamata Bok Choy (traslitterazione prescelta nell’inglese americano) oppure Pak Choi, secondo la traslitterazione prevalente nell’inglese britannico.
Io ho conosciuto questo ortaggio come Bok Choy quindi per me resta in questa forma.

Un Bok Choy fresco, acquistato al negozio della mia amica vietnamita Nu.

In giapponese questo ortaggio si chiama チンゲンサイ chingensai.

La ricetta

Vediamo subito gli ingredienti per quattro o cinque onigiri. Il numero di onigiri varierà logicamente in base alla loro grandezza.

Circa 150g di riso giapponese crudo (+ circa 225g d’acqua per la cottura ma per questa fase, se non sapete come fare, vi consiglio il mio procedimento qui)
1 Bok Choy
1 cucchiaino scarso di granulare per dashi di pesce*
mezzo cucchiaio di semi di sesamo tostati
mezzo cucchiaio di olio di sesamo tostato
sale q.b.

*Se si vuole rendere vegetariani questi onigiri, si può omettere il dashi di pesce del tutto. Volendo, lo potete sostituire con del konbu-dashi oppure saltarlo del tutto.

Konbudashi in polvere. Il konbudashi può essere una buona alternativa vegetariana in tutte le ricette in cui è previsto il dashi di pesce. Se non lo trovate in versione granulare si può facilmente preparare in casa con acqua e naturalmente l’alga konbu.

Per prima cosa occorre cuocere il riso. Durante la cottura, preparare il condimento degli onigiri procedendo in questo modo:

Tagliare abbastanza finemente il Bok Choy. Lavarlo bene dopodiché trasferirlo in un contenitore capiente in cui verserete abbondante acqua bollente. Lasciare a mollo per circa due o tre minuti poi scolare e strizzare le verdure bene.
A questo punto, tagliuzzarle ancora e mescolarle al riso cotto, amalgamando bene il tutto con delicatezza per non rompere i chicchi. Aggiungere il sesamo, il dashi (se lo usate) e l’olio di sesamo.
Mescolare ancora una volta.
Inumidirsi le mani con acqua salata e iniziare a modellare gli onigiri nella forma desiderata.

Consumare subito. Gli onigiri si mangiano appena fatti, possibilmente. E se li fate per gli altri, o qualcuno li prepara per voi, ancora meglio: si dice, infatti, che essi assorbano un po’ dell’affetto di chi li prepara e che poi percepirete già dal primo morso.

Eccoli qui i deliziosi onigiri al Bok Choy.

Io li ho serviti per pranzo, accompagnati da una semplice zuppa di miso con spinaci, tofu e cipollotto.
Per la zuppa di miso potete seguire il mio articolo qui oppure il mio video.

L'argomento di oggi sono gli onigiri: ne vediamo la storia, qualche aneddoto e una bellissima ricetta che potrete realizzare facilmente.

Dai ricordi italiani di Mari Yamazaki

Mari Yamazaki è una famosa fumettista che ha studiato Belle Arti a Firenze e ha formato un legame molto forte col nostro Paese in cui vive da moltissimi anni. Nell’arco della sua carriera ha scritto e creato molto di ambientato in Italia, proprio grazie alla sua passione, conoscenza ed esperienza diretta.

Nel 2019 ha pubblicato un saggio intitolato 「パスタ嫌い」Pasuta-girai (Odio la pasta) in cui racconta il suo rapporto col mondo e come esso prenda forma attraverso le papille gustative. Non si definisce una né una pignola gourmet né una fine intenditrice di eccellenze regionali. Semplicemente ama mangiare e scoprire le culture del mondo attraverso i sapori che esse custodiscono. Il titolo dell’opera, volutamente provocatorio, fa proprio riferimento ad una sua presunta indifferenza (se non addirittura antipatia) nei confronti della pasta, a favore di piatti – italiani e non – che secondo lei sono di gran lunga migliori.

In questo saggio, la Yamazaki racconta un fatto buffo capitatole qui in Italia, in treno. Lo riporto perché mi ha fatto sorridere e perché ha smosso le corde della mia esperienza personale all’estero: il sentirsi osservata, diversa ma alla fine – forse – non poi così tanto.

Qui di seguito la mia traduzione del brano tratto da Pasuta-girai:

Non appena iniziai a mangiare questo onigiri, una strana atmosfera pervase lo scompartimento. Forse era l’odore caratteristico delle alghe che probabilmente gli italiani non sono abituati a sentire. A vederli così non sembravano proprio capire cosa stessi mangiucchiando. Nel posto di fronte a me sedeva un bambino in età prescolare e accanto a lui sua madre. Il bambino, che fissava quello che stavo mangiando con gli occhi socchiusi, mormorava timidamente a bassa voce (ma che si riusciva comunque a sentire): “Mamma, quella signora sta mangiando qualcosa che sembra la testa di un bambino ……”.


Zuppa di harusame

Torno a scrivere proponendovi un breve intermezzo gastronomico che stuzzichi un po’ il palato in attesa della continuazione della mia serie dedicata a Pearl S. Buck (introduzione e parte prima). In questo gustoso intervallo, condividerò con voi una ricetta del repertorio della cucina casalinga giapponese: la zuppa di harusame.

Ripenso con affetto alla rubrica, iniziata tempo fa qui sul blog, in cui periodicamente proponevo ricette autentiche ma tutte riproducibili facilmente (e con poca spesa!) anche da noi.

Date un’occhiata, ad esempio, al のり酢あえ Norizuae. Oppure agli おやき Oyaki. O il cliccatissimo カレーライス Karē-raisu. E se vi piacciono ci sono anche i どら焼き Dorayaki che pubblicai proprio agli inizi di quel 2020 che nessuno di noi potrà mai dimenticare. E molto altro ancora. Andate a curiosare nella categoria Ricette.

Provvidenziali rovesci di primavera

La ricetta che ho scelto oggi è la zuppa di harusame. La parola harusame si scrive coi seguenti caratteri:

Il primo carattere in alto si legge haru e significa primavera. Il secondo, che tra l’altro ricorda molto una giornata di pioggia vista da dietro una finestra, in questo caso si legge same e ha il significato di pioggia, appunto.

Insieme formano la parola harusame che indica quella pioggia primaverile molto delicata e che scende senza fare rumore. Viene giù dolcemente, dissetando le piante e la terra che tanto hanno atteso.

È un tipo di pioggia, infatti, noto anche col preziosissimo nome di 慈雨 ji-u ovvero pioggia benedetta: quel ristoro tanto desiderato, soprattutto dopo sofferti periodi di siccità.

Nella mia biblioteca giapponese ho un libro intitolato 「季節の言葉」Kisetsu no kotoba (Parole stagionali) di cui avevo raccontato qualcosa qui. In quell’articolo troverete anche una squisita ricetta!

Kisetsu no kotoba
Kisetsu no kotoba

Non a caso, infatti, harusame è presente in questo meraviglioso libro. Essa, inoltre, fa parte dei cosiddetti 季語 kigo, ossia riferimenti stagionali presenti negli haiku. Per ulteriori approfondimenti in materia, vi consiglio di leggere le Armonie stagionali dello studioso Luca Cenisi.

Cacciatorpedinieri e … legami gastronomici

La parola harusame, tuttavia, ha altri due significati.

Era il nome di un cacciatorpediniere della Marina Imperiale giapponese, impegnato in varie operazioni nel dopo Pearl Harbor. Alcuni bombardieri statunitensi lo colpirono ed affondarono nel giugno del 1944, sancendone, così, la fine.

Fonte immagine.

A causa del bombardamento, settantaquattro persone persero la vita. Fu inviato un altro cacciatorpediniere a soccorrere i naufraghi di Harusame; quest’altra imbarcazione, curiosamente, si chiamava 時雨 Shigure.
Shigure è il nome di quella pioggia tipica del periodo tra la fine dell’autunno e gli inizi dell’inverno.

I nomi delle navi giapponesi, tradizionalmente, hanno caratteristiche specifiche a seconda che si tratti di navi mercantili o da guerra. Nel caso di quest’ultime generalmente ad esse non vengono dati nomi di persone ma solo di animali, montagne, isole oppure fenomeni atmosferici. Come la pioggia.

Il secondo significato di harusame, tuttavia, ci allontana dalle navi di guerra e ci avvicina al confortante mondo della cucina giapponese. Sono infatti quegli spaghettini trasparenti, conosciuti da noi (grazie, prevalentemente, all’influenza della cucina cinese) come spaghetti di soia.
Storicamente gli harusame cinesi e giapponesi si distinguono per il tipo di amido con cui vengono preparati: quelli cinesi con amido di soia verde (fagioli mungo) mentre quelli giapponesi con amido di patate.

Spaghetti di soia cinesi, facilmente reperibili un po’ ovunque ormai. Questi, essendo cinesi, sono a base di amido di soia verde.

Questi spaghetti vengono chiamati harusame perché, effettivamente, ricordano un po’ la forma dei fili sottili di pioggia primaverile. E della pioggia acquisiscono la diafanità dopo la cottura.

Poetici collegamenti tra la natura e la buona tavola. Il tutto condito (è il caso di dirlo!) da una pennellata forse un po’ fosca di tinte belliche.

Origine degli spaghettini harusame

Un pacchetto di harusame giapponesi. Fonte illustrazione.

Le origini di questi spaghetti sono indubbiamente cinesi. Secondo alcuni studiosi, furono introdotti in Giappone nel turbolento periodo Kamakura (1185-1333). Al tempo il Giappone, pur non essendo ancora un Paese unito, aveva già intrapreso da qualche secolo i contatti con la sua prima e grande maestra: la Cina.
A quei tempi gli harusame venivano importati da lì e assaporati prevalentemente nei templi, come parte della 精進料理 shōjin-ryōri cioè la cucina vegetariana buddista.

Un tradizionale vassoio con piatti della cucina vegetariana buddista. Fonte immagine.

Come vedremo in seguito, le coltivazioni di soia verde non ebbero molto successo in Giappone. Questo però non significa che non ci furono dei tentativi. Esistono alcuni documenti risalenti al periodo Edo (1603-1868) in cui sono descritti alcuni metodi di semina e raccolta della soia verde chiamata ヤエナリ Yaenari.
Addirittura, in un ricettario di dolci del tardo periodo Edo (1841), intitolato 「菓子話船橋」Kashiwa Funabashi (consultabile qui) si trova la ricetta dello 八重成羹 Yaenari-kan: uno yōkan di soia verde, appunto. La ricetta appare in elenco proprio qua.
E a proposito di yōkan, ad essi ho dedicato vari scritti negli anni, un po’ come a tutta la pasticceria tradizionale giapponese. Uno piuttosto recente è la mia Ode allo Yōkan.

La produzione nazionale di harusame sarebbe iniziata solo molti secoli dopo, più precisamente nel vicinissimo periodo Shōwa (1926-1989). Dalla Cina arrivarono addirittura dei tecnici specializzati che insegnarono ai vicini giapponesi come realizzare gli harusame. Tuttavia, per ragioni climatiche, pare che la coltivazione della soia verde (da cui ricavare l’ingrediente principale, cioè l’amido) non riuscisse ad attecchire a dovere e si dovette quindi percorrere una via alternativa. Si scelse di usare un ingrediente già molto diffuso in Giappone: l’amido di patate dolci.

Da allora gli harusame, prodotti tra l’altro solo in poche zone del Giappone, sono sempre a base di amido di patate dolci.

A dire la verità le differenze tra le due tipologie sono minime, quasi trascurabili. A livello di spessore, quelli cinesi tendono ad essere un po’ più sottili rispetto a quelli giapponesi. Più marcatamente ciò che salta all’occhio è il loro aspetto da crudi: quelli cinesi solitamente sono piegati e venduti in piccole matasse legate con un filo mentre quelli giapponesi sono dritti, come spaghetti.

Classici harusame giapponesi dritti. Fonte immagine.

Potete tranquillamente usare gli harusame cinesi (chiamati 粉絲 fěnsī) per tutte le ricette giapponesi in quanto sono molto più facili da trovare. In alternativa, potete anche utilizzare quelli coreani (dangmyeon), spesso a base di amido di patate dolce ma caratterizzati da un colore decisamente più scuro. Quindi, per ragioni estetiche, gli harusame cinesi sono un equivalente ideale.

Richiami letterari: Harusame Monogatari

Prima di passare alla ricetta penso sia doveroso anche menzionare un grande scrittore del periodo Edo: 上田秋成 Ueda Akinari.

Scrittore, poeta e anche pittore, Ueda Akinari scrisse numerose opere spesso caratterizzate da elementi fantastici che attingevano dalle tradizioni letterarie cinesi.
Vorrei ricordare due sue opere, entrambe disponibili anche in traduzione italiana: 雨月物語 Ugetsu Monogatari (Racconti di pioggia e di luna, 1768) e 春雨物語 Harusame Monogatari (Racconti della pioggia di primavera, 1808).

Dieci racconti che ripropongono eventi storici rivisti, però, da un’ottica fantastica e satirica.

Zuppa di harusame

Arriviamo finalmente alla ricetta. Si tratta di una specialità della cucina casalinga giapponese, la 家庭料理 katei-ryōri. È considerato un esempio di comfort food cioè di cucina semplice e povera ma – proprio per questo – deliziosa e confortante. Si prepara in pochi attimi, spesso con ciò che si ha a disposizione in frigo e in dispensa.

Vedrete, infatti, che si può facilmente modificare per adeguarla ai propri gusti.

Ingredienti per 2 persone

20g di harusame
Un pezzetto di cipollotto tritato (circa 30g)
1 cucchiaino scarso di alga wakame essiccata
1 cucchiaino di olio di sesamo tostato
semi di sesamo tostati q.b.
un pizzico di sale
un pizzico di pepe
1 cucchiaino di salsa di soia
mezzo cucchiaino di granulare di pollo (o vegetale)
400ml d’acqua

In un pentolino versare: l’acqua, il dado granulare, la salsa di soia, sale e pepe. Portare ad ebollizione e aggiungere il cipollotto tritato, l’alga wakame essiccata e gli harusame. Mettere il coperchio e lasciare cuocere a fiamma dolce per circa 2 o 3 minuti.
Trascorso questo tempo, spegnere il fuoco e aggiungere l’olio di sesamo.
Servire in scodelle e guarnire con i semi di sesamo tostato.

Se si gradiscono spaghettini più corti, potete spezzare gli harusame prima della cottura.

Possibili varianti: molto amata è la versione in cui si aggiunge un uovo sbattuto direttamente nel brodo.
Come verdure, consiglio di sperimentare con carote, shiitake e spinaci.

Estemporanee considerazioni finali

La pioggia è il tema fondante di un mio racconto mai pubblicato intitolato Namio. Non so se mai lo pubblicherò, sulle orme dell’esperimento delle Parole di Sho. Non lo so. Dentro di me sento il desiderio di scrivere, di raccontare, di continuare a distillare il mondo attraverso i miei occhi e il mio sentire. Ma mi domando veramente se ne valga la pena. Ci sono momenti in cui mi sento sopraffare da un senso di scoramento dovuto alla consapevolezza che forse non ho la stoffa per andare oltre il mio blog.

Scrivo quel che sento, con gli strumenti di cui dispongo. E probabilmente è questo che mi relega in una dimensione anacronistica e démodé. Ma io non posso essere diversa da quella che sono e non voglio neppure provarci.

Queste confidenze conclusive hanno deciso di zampillare liberamente, a completamento di questo articolo. Nel complesso chi mi legge resta per me un mistero. In buona parte non so chi siate né se o perché mi leggiate.

Sulla scia di finissime piogge primaverili vi do appuntamento alla continuazione della serie dedicata a Pearl S. Buck.

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