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Pagine Meiji

Febbraio è quasi giunto al termine. Con i suoi prepotenti assaggi di prematura primavera e le sue promesse non mantenute di freddi attesi.
Ma anche con le sue strabilianti tavolozze vespertine e gli inaspettati fiori di daikon sbocciati sul mio davanzale della cucina.

Il tempo scorre con quell’immutata velocità che, però, a volte sembra avere un peso diverso.
Febbraio è stato anche il mese in cui, con la stessa imprevedibilità del fiore di daikon, sono entrata in possesso di un pezzo di storia giapponese a cui questo articolo è dedicato. Alle Pagine Meiji, appunto.

Pagine Meiji. Foto di mia proprietà.

Febbraio è trascorso, un passo dopo l’altro, nelle mie solitarie esplorazioni di luoghi che conosco profondamente e che, nonostante ciò, celano sempre qualcosa che scopro nel giro successivo.

E vi sono luoghi che sono rimasti inalterati, quasi come se pazientemente aspettassero qualcosa. O qualcuno.

Intermezzo in un luogo del ricordo: la Cineseria Ming

Come la Cineseria Ming dove ho fatto ritorno di recente. Sono rimasta lì per quasi un’ora, nell’atmosfera di quel microcosmo svanente che conserva – gelosamente ma a fatica – una dimensione divisa a metà tra la realtà tangibile e quella sfumata di ciò che è stato.

Ero lì, in quella bottega in cui i fili d’incenso che arde si uniscono alle orme dei tanti incensi bruciati nel tempo, in una profonda fragranza frutto di pazienti e lunghe sovrapposizioni. Monili, mobili, cassettini rivestiti di velluto, teche di vetro e antiche cartoline: tutto sembra impregnato di quell’incenso del tempo. Una fragranza non replicabile.

Ascoltavo, mai stanca, i racconti del signor Livio, figlio del dott. Lee. Mi parlava di suo padre, in garbate confidenze che ogni volta aggiungevano un prezioso tassello ad un personale mosaico che compongo da tempo. M raccontava di suo nonno, direttore di un importante quotidiano di Shanghai nei primi del Novecento. E di nuovo di suo padre, del suo sentimento anti-giapponese che albergava in lui come in tanti cinesi di allora e di oggi; un comprensibile sentimento conseguenza delle innegabili atrocità commesse dai soldati del Sol Levante, soprattutto durante la seconda guerra sino-giapponese. Un sentimento, tuttavia, che cercò di esorcizzare imparando un po’ di giapponese per poter comunicare con degli amici. Questo ammorbidì il suo cuore, smussando quel forte senso di rabbia e dispiacere che per tanto tempo lo avevano accompagnato.

Preziose cineserie, alcune delle quali in mio possesso.

Racconti inframezzati dalla presenza di oggetti che il signor Livio orgogliosamente mi mostrava, illustrandomene i pregi. Come le scatoline di cloisonné, le aromatiche saponette di sandalo cinese Maxam accuratamente avvolte una ad una. O come quei ciondoli di giada bianca con venature verdi che ricordavano il latte e menta. Oppure cucchiai cinesi adornati da arabeschi: quei cucchiai che i cinesi chiamano tāngchí 湯匙 e che per i giapponesi sono i chirirenge ちり蓮華, ovvero i petali di loto caduti.

Periodo Meiji: qualche cenno contestualizzante

Lascio dietro di me, per adesso, quel piccolo mondo che ho descritto al signor Livio come evanescente, gioioso e malinconico al contempo.

L’articolo, dopotutto, è dedicato ad un qualcosa di assai prezioso nonché testimonianza concreta di un passato importante.

Torniamo in Giappone, epoca Meiji. Siamo nel periodo tra il 1868 e il 1912. È l’epoca di trasformazione del Giappone: da una società feudale ad uno stato nazionale moderno, con governo centralizzato, ed avviato all’industrializzazione.
È il momento in cui l’imperatore si trasferisce a 江戸 Edo (o Yedo, secondo la vecchia grafia che prevedeva un kana ormai obsoleto: ゑ che era il suono we pronunciato /ye/), l’antica capitale dello shogunato e che verrà rinominata 東京 Tōkyō o capitale dell’est.
Una data spartiacque tra il vecchio e il nuovo mondo: Il 6 aprile 1868, giorno in cui venne promulgato un editto imperiale in cui si dichiara ufficiale l’abolizione del 幕府 bakufu (governo shogunale), del feudalesimo come sistema e la messa in atto di processi di modernizzazione del Paese, con una conseguente riorganizzazione degli assetti governativi e sociali. Questa ristrutturazione toccò tutti i settori: le infrastrutture, l’istruzione, i trasporti, le telecomunicazioni, l’economia ecc.

La restaurazione del potere imperiale è ciò che ha dato il nome a questo momento storico conosciuto come 明治維新 Meiji-ishin o Restaurazione Meiji.

Trasformazioni

La portata di questo periodo storico è incalcolabile. Da quel momento in avanti le energie del Paese vennero vigorosamente convogliate verso politiche di industrializzazione e di modernizzazione che condussero il Giappone al rango di potenza economica e militare. L’obiettivo era recidere i legami col passato e con tutte quelle vecchie istituzioni che si frapponevano al raggiungimento di obiettivi in linea con quelli dell’evoluto (carattere italico d’obbligo) occidente. Il progresso prima di tutto.

In questo clima di epocali stravolgimenti, non è difficile immaginare l’emergere di fazioni di opposizione che avrebbero preferito proteggere il Vecchio Giappone da questi imbarbarimenti. D’altra parte, il discorso dell’occidentalizzazione era sul tavolo delle discussioni da tempo e i dibattiti dedicati erano tutto fuorché spenti. Anche la letteratura diede spazio a molte voci critiche: penso all’Aguranabe di Kanagaki Robun del 1871-72, un’umoristica raccolta di storie che canzonavano quei giapponesi i quali, ammaliati dal fascino occidentale, adottavano senza criterio nuove esotiche abitudini. Come quella di sedersi a gambe incrociate davanti a pentole fumanti di stufati di carne di manzo, innaffiati da abbondanti bevute di sakè e copiose letture di quotidiani.

Scene da un vecchio libro di storia

Testimonianze di rapidi cambiamenti: Illustrazione di una veduta del quartiere di Ginza, nei pressi di Kyobashi, nel settimo anno Meiji (1874). Si possono vedere carrozze trainate da cavalli, risciò coi rispettivi conducenti ed edifici in mattoni.
Immagine tratta da un mio testo di storia giapponese: 「詳説日本史」Shōsetsu Nihonshi, Storia dettagliata del Giappone.

Uno slogan molto in voga al tempo era: 富国強兵 fukoku kyōhei ossia Paese prosperoso, esercito forte.
Erano parole atte ad infondere coraggio ad un Paese che si stava reinventando, con gli occhi però rivolti all’occidente che così tanto ammirava e che sperava di eguagliare in forza e prestigio.

Balli occidentali al controverso Rokumeikan, edificio a due piani di Tokyo (nel quartiere di Hibiya) costruito in stile occidentale e divenuto simbolo dell’occidentalizzazione del Paese, durante il periodo Meiji.
Il Rokumeikan era famoso per i suoi balli e gran feste di gala che introdussero i giapponesi alle usanze occidentali. Si notino gli abiti, la presenza del pianoforte, la moquette, la ringhiera, la tenda. E fuori, ciliegi dolorosamente in fiore forse già sulla via dell’appassimento. Si potrebbe interpretare come il nuovo che avanza e il vecchio che resta in disparte, con le sue malinconie e i suoi rimpianti.
Immagine tratta da un mio libro di storia giapponese: 「詳説日本史」Storia dettagliata del Giappone.

Non mi addentrerò oltre nei fatti determinanti di quel periodo o in analisi circa gli effetti che la Restaurazione Meiji ha prodotto nei decenni successivi fino ad oggi. Per approfondire l’argomento, vi posso consigliare la lettura della Storia del Giappone di Edwin O. Reischauer (ed. Bompiani), testo fondamentale per chiunque desideri capire le radici storiche di questo Paese.

Riforme scolastiche

Nel 1872, il nuovo governo approntò dapprima un nuovo sistema scolastico plasmato sul modello francese. Alcuni anni dopo attuò ulteriori cambiamenti che ne consolidarono il sistema fino al 1949, periodo dell’occupazione americana che terminò tra il 1951 e il 1952.

Fino al 1949, dunque, esistevano i cosiddetti distretti scolastici sede di importanti istituti di scuola superiore (erano scuole normali superiori, sul modello parigino di stampo napoleonico) che avevano il compito di preparare i ragazzi all’ammissione in una delle sette università imperiali.
Nell’arco di un anno venne creata una rete di cinque scuole superiori che poi aumentarono di numero a partire dal 1900, con l’incrementare degli studenti desiderosi di perseguire studi universitari.

Queste scuole servivano a formare i nuovi membri del governo e la nuova dirigenza dal Paese. Infatti, chi riusciva a diplomarsi poteva proseguire in una delle università imperiali che avrebbe poi spianato la via verso incarichi istituzionali di grandissimo rilievo.

Dal 1949, il quartier generale delle forze di occupazione statunitense impose un’ulteriore riorganizzazione del sistema scolastico cosicché le vecchie scuole superiori dei distretti furono trasformate in nuove università alternative a quelle imperiali.

Testi scolastici del Periodo Meiji

Alcune settimane fa sono entrata in possesso di questi magnifici libri, arrivati a me attraverso il consueto intreccio di circostanze quasi incredibili:

Si tratta di tre volumi di scuola superiore, dedicati allo studio della calligrafia attraverso la 國語 kokugo, lingua nazionale, cioè il giapponese. Facevano parte di una serie composta da più volumi di cui però a me sono giunti il terzo, il quarto e il quinto. Tutti e tre i libri sono stati stampati nel dicembre del trentatreesimo anno Meiji ossia 1900!

Questi preziosi volumi provengono da un’antica casa nella città di Takayama, nella Prefettura di Gifu, di proprietà della famiglia della signora Kaoru H. che ho avuto modo di conoscere attraverso una corrispondenza.

L’autore è 香川松石 Kagawa Shōseki (1844-1911), calligrafo nonché ideatore di molti testi scolastici di quel periodo. Il professor Kagawa fu egli stesso docente in una di queste scuole normali, nello specifico quella di Chiba divenuta poi università sede del dipartimento di scienze dell’educazione di Chiba).

Tutti i testi scolastici dovevano prima ricevere l’approvazione dell’allora Ministero dell’Istruzione, il 文部省 Monbushō. Il sigillo di approvazione compare sulla prima pagina a destra che, secondo l’impaginazione dei libri giapponesi scritti in verticale, è la pagina iniziale.

Contenuti e utilizzo

Questi libri erano rivolti agli studenti di queste scuole normali, luoghi propedeutici alla formazione universitaria. Gli utenti erano, quindi, studenti decisamente motivati e ambiziosi.
Dato il prestigio degli obiettivi accademici, occorreva che i ragazzi venissero formati anche sulla calligrafia che doveva essere impeccabile e rispecchiare i canoni estetici classici. Un aspetto piuttosto curioso, a mio avviso, se si pensa che quelli erano tempi di rinnovamento e tagli netti col passato. Evidentemente, anche in un contesto scolastico come quello Meiji, non si poteva resistere al fascino innegabile dei kanji e della scrittura giapponese.

Tutti e tre i volumi riportano frasi, spesso slogan, però improntati su quello stile nazionalistico proiettato al contempo verso la modernità. Alcune frasi sembrano voler ricordare ai discenti le nuove regole del proprio Paese che ormai mirava a raggiungere lo status influente delle super potenze.

Gli studenti dovevano ricopiare queste frasi, attenendosi scrupolosamente allo stile calligrafico presentato.

In una delle pagine leggo: 全国皆兵は日本現今兵制なり。Zenkoku kaihei wa nihon genkon heisei nari. La coscrizione universale nazionale è l’attuale sistema militare del Giappone.

Ma anche: 大和心はなほ美しき櫻花の如し。Yamato-gokoro wa naho utsukushiki sakura hana no gotoshi.
Il cuore di Yamato è come uno splendido fiore di ciliegio.
Ammiriamo insieme la grazia e l’eleganza dei tratti del professor Kagawa!

Firma e sigillo dell’autore, il professor Kagawa.

Lo Yamato-gokoro (lett. il cuore di Yamato cioè l’antico nome del Giappone) è un concetto del pensiero filosofico giapponese che racchiude tutti i valori e le caratteristiche proprie del popolo giapponese. A volte lo si trova come 大和魂 Yamato-damashii, ossia lo spirito di Yamato, e il significato è lo stesso. Concetto nato nell’antichità, nel periodo Heian, con cui si mettevano in risalto le caratteristiche del popolo giapponese in contrapposizione a quello cinese (sotto la dinastia Tang, in particolare) con cui era entrato in contatto.
Lo Yamato-gokoro venne poi ripreso in epoche successive – soprattutto nel periodo Meiji e poi di nuovo nel periodo Shōwa – con cui si propagandava lo spirito coraggioso, valoroso e indomito dei giapponesi. Questo era uno dei punti di forza della campagna politico-militare di quegli anni.

L’amato Lafcadio Hearn (noto ai giapponesi come Koizumi Yakumo) rese in inglese il concetto di Yamato-gokoro o Yamato-damashii come The Soul of Old Japan (l’anima del Vecchio Giappone)*.

Un cenno in merito alla rilegatura

Qualche anno fa ebbi l’opportunità di seguire un corso dedicato alle tecniche di rilegatura dei libri giapponesi nel corso dei secoli. Era stato organizzato dalla prestigiosa università di Keio. Si trattò di un corso solo introduttivo, certamente, però mi fornì qualche strumento per riconoscere qualche elemento di rilegatura classica.
Nel caso di questi libri ho notato che la rilegatura è di tipo 粘葉装 decchōsō (trascritto a volte come detchōsō). Questo tipo di rilegatura prevede delle pagine piegate a metà sovrapposte una sull’altra e incollate sul margine dove c’è la piega. Dove poggiano le parti incollate delle pagine si crea appunto un margine che si chiama 糊代 nori-shiro.
Inoltre, poiché le pagine sono piegate a metà, nell’incollarle si ottiene una sorta di tasca che vedete in questa foto:

Particolarità di questo stile di rilegatura.

Un pensiero gentile da Kaoru-san

La signora Kaoru nell’apprendere del mio interesse verso la storia giapponese, in particolar modo per tutto ciò che ruota attorno all’epoca feudale del periodo Edo, mi ha mandato un numero speciale della famosissima rivista 家庭画報 Kateigahō, storica pubblicazione dedicata alla divulgazione della cultura giapponese a trecentosessanta gradi.

E un graditissimo biglietto:

Sul biglietto, posizionato accanto ai preziosi libri di testo Meiji provenienti dalla sua casa, Kaoru-san mi ha scritto: 素敵な方へこの本が届きとてもうれしいです。ありがとうございます。Sutekina kata e kono hon ga todoki totemo ureshī desu. Arigatō gozaimasu.
Sono felice che questi libri arrivino ad una persona d’eccezione. Grazie molte.

Torno a sfogliare con delicatezza ed un senso di timore quasi reverenziale le pagine di quei testi di scuola. E penso agli studenti su di esse hanno riversato i propri sforzi. Immagino i loro volti, le loro speranze, paure e sogni. Chissà se poi sono riusciti a superare il temibile esame di ammissione ad una delle università imperiali. E chissà dove li ha portati il destino.

Di loro non trovo da nessuna parte i nomi. Solo qualche appunto in katakana preso qua e là a matita, con cui aiutarsi nella lettura dei tanti kanji difficili che abbelliscono indubitabilmente quelle pagine educatrici e spesse.
Non avrebbero mai potuto immaginare che centoventiquattro anni dopo qualcuno in Italia avrebbe sfogliato con stupore i loro libri di scuola. Sicuramente non ci avrebbero creduto se qualcuno glielo avesse detto!

Questo pensiero m’intenerisce.

*Lafcadio, Hearn. Japan: An Attempt at Interpretation. MacMillan Company. 1904.

Saggezze di un Himekuri 5: il bene

Saggezze di un Himekuri, parte 5
Ritorna, dopo diverso tempo, questa rubrica.

Quasi esattamente due anni fa ho pubblicato l’ultimo articolo della mia rubrica intitolata Saggezze di un Himekuri.

Uno spazio che nasceva dal desiderio di trovare spunti di riflessioni da alcuni detti giapponesi contenuti in un vecchio himekuri (un tipo di calendario). Era un’idea scaturita nel complicato 2021 e alimentata dalla necessità di trovare conforto ma – forse – darne anche.

Qui trovate i quattro precedenti articoli della rubrica:

  1. Oggi e domani;
  2. Fiorire, nonostante tutto;
  3. Acque profonde;
  4. Luna, neve e fiori;

E oggi torna questo spazio con il suo quinto articolo.

E non torna per caso. Nulla è per caso. Lo sappiamo.

Scegliere il bene

Il quinto modo di dire della rubrica

Questo è il detto – o 諺 kotowaza – apparso sulla pagina del 23 dicembre, 2015.

一日一善
Ichinichi ichizen

Traduzione
Ogni giorno, una buona azione.

Il messaggio è chiaro, forse talmente tanto da sembrare banale. Eppure di banale qui non vi è nulla.

Mi trovo in una fase della mia vita in cui la necessità di selezionare le amicizie diventa fondamentale. È già da qualche anno, a dire la verità, che ho imparato ad essere selettiva. La selettività non è snobismo ma un’esigenza dettata dal bisogno di valorizzare il tempo che resta. Contestualmente, è anche un’armatura.

Ci troviamo sempre a dover fare i conti col tempo che resta ma la consapevolezza della sua preziosità non è immediata e, come in tutte le cose, essa inizia ad aumentare quando realizziamo che non è infinito.

Da bambini e da ragazzi non ci si pone la domanda della durata del tempo perché esso semplicemente c’è.

Ad un certo punto, invece, è come se ci accorgessimo di avere fra le mani una candela che getta una luce confortante sul nostro cammino ma che, contemporaneamente, si consuma ogni giorno di più. Occorre, dunque, usare con saggezza quella luce affinché il giusto cammino sia chiaro.

Fare del bene, ogni giorno. Questo è il messaggio del detto di oggi.

Fare del bene, anche attraverso azioni piccole e poco significative in apparenza, è un gesto rivoluzionario in quest’epoca in cui ormai moltissimi sembrano assorbiti da se stessi.

Parenti, conoscenti, amici – o presunti tali – che parlano e basta. Ma non ascoltano. Valanghe di parole, di sfoghi, di lamentele, di vanti. Tutto gira intorno a loro poiché il resto non esiste.

E tu sei lì, ad ascoltare, cercando di non venir travolto dall’ondata di lagne o di autoreferenzialità che ha sostituito la conversazione costruttiva e mutualmente benefica.

Ora il beneficio è unidirezionale.

Ichinichi-ichizen. Fonte immagine.

Non voglio generalizzare perché farlo significherebbe essere ingiusti nei confronti di chi invece cerca l’equilibrio del dare e avere.

Serve, quindi, imparare il distacco elegante e diplomatico senza però mai rinunciare a fare del bene. Il rischio, quando si perde la pazienza, è di chiudersi in se stessi privandosi così della possibilità di contribuire al mondo con tante piccole buone azioni giornaliere.

Pagina del mio himekuri da cui proviene il detto di oggi: mercoledì, 23 dicembre 2015.

Basta poco per fare del bene ogni giorno: un saluto, una domanda sincera del tipo come stai? Hai bisogno di qualcosa?, un sorriso, un dono, un’informazione utile condivisa con chi potrebbe averne bisogno. Una scodella di acqua fresca da offrire ad un cane assetato. Una carezza ad un gatto. Due parole scambiate amichevolmente con qualcuno che sta attraversando una tempesta. Un caffè sospeso. Basta anche solo mostrare rispetto non alzando la voce, dicendo grazie, chiedendo scusa.

A me piace molto, ad esempio, anche ringraziare commessi, camerieri e altre figure professionali del loro lavoro e impegno. E invariabilmente ricevo in cambio espressioni timide ma grate.

Esempio di ichinichi-ichizen. Fonte immagine.

一日一善 ichinichi-ichizen significa fare del proprio meglio per gettare un semino di gentilezza ogni giorno e – aggiungo io – ripararsi da ciò che potrebbe esasperarci e scoraggiarci dal fare del bene.

Origini del detto

Come spesso accade con questi modi di dire tradizionali giapponesi, anche 一日一善 ichinichi-ichizen ha una derivazione buddista. Proverrebbe dal concetto di 六度万行 rokudo-mangyō conosciute altresì come le sei paramita, dove il termine sanscrito paramita significa all’incirca perfezioni. Si tratta di una lista di comportamenti positivi che, secondo la dottrina buddista, possono essere antidoti contro alcune delle insidie insite nell’essere umano come la pigrizia, l’avarizia, la rabbia, l’invidia ecc. Atteggiamenti quali la generosità, la pazienza, l’autodisciplina ecc. possono contrastare queste trappole.

Storicamente, dunque, l’origine di questo kotowaza è buddista ma al di là di ciò ritroviamo facilmente saggezza in questo pensiero perché la gentilezza verso il prossimo è un valore universale.

Gentili…abbuffate?

Concludo questo quinto articolo della rubrica Saggezze di un himekuri con un sorriso.

Esiste, infatti, una buffa modifica al detto di oggi proposto dal calendario himekuri: in esso si invita – ogni giorno – non tanto alla gentilezza quanto all’abbuffata di ben sette scodelle di riso!

Sette scodelle di riso al dì del golosone sono l’abbiccì.
Fonte immagine.

Il detto originale dello himekuri, se modificato, si legge: 一日七膳 ichinichi-shichizen.

Oltre ad essere stato cambiato il numero da 1 a 7, qui il vero gioco di parole si ha sulla parola zen che – come tantissime parole giapponesi – può corrispondere a molteplici significati. Tutto dipende dal kanji con cui lo si rappresenta.

È un classico caso di omofonia ovvero di relazione che intercorre tra due o più parole che hanno la stessa pronuncia ma significati diversi. E come potrete immaginare, è proprio su questo fenomeno che si basano molti giochi di parole giapponesi.

L’accezione a cui viene più immediato pensare è quella riferita allo Zen come forma di buddismo giapponese rielaborata sul modello del buddismo cinese della scuola Chán. Il carattere che rappresenta questo concetto è che in giapponese si legge zen mentre in cinese si legge chán.

Ma nel detto di oggi, lo zen protagonista non c’entra con monaci e monasteri, se non tangenzialmente. Si tratta del carattere 善 ossia il bene, la virtù. E lo si legge appunto zen. Ecco perché si invita a fare del bene una volta al giorno.

Illustrazione di una scodella di riso giapponese al vapore. Fonte immagine.

Infine, il motto del ghiottone invita al consumo di sette scodelle di riso al giorno. Ecco, qui non vi sono né monaci né virtù ma solo insaziabile voracità. Lo zen del mangione, infatti, è rappresentato dal carattere 膳 che curiosamente può significare: piccolo tavolino in legno (ho scritto qui dei tavolini o-zen)o pasto. Ma è un termine che rimane in ambito squisitamente gastronomico poiché può essere usato anche come contatore per contare bacchette e scodelle di riso secondo il complesso sistema di conteggio previsto nella lingua giapponese.

E anche questo si legge zen.

Corso di giapponese base

Immagine di proprietà di Irasutoya イラストや

I tanti buoni propositi di aggiornare questo mio amato e fedele blog, rimpolpando il suo archivio con tanti nuovi contenuti ancora in cantiere, purtroppo sono sfociati in un momento di stallo.
Tuttavia, piano piano, alla fine torno sempre a scrivere.
Sembra un po’, dopotutto, il destino di Biancorosso Giappone.

A metà febbraio di questo 2021, dunque, eccomi qui.

Con un’emozionante notizia: è in partenza il mio corso online di giapponese base, con la scuola Academy International di Venaria!

A chi è rivolto?

E’ un corso base da me progettato e pensato appositamente per chi non ha mai studiato questa lingua ma sa di esserne attratto, qualunque sia la ragione. Quindi è un corso ideale per chi parte completamente da zero e vuole acquisire le prime basi di scrittura e di grammatica.

In cosa consiste?

Si tratta di un corso che ho già sperimentato, con successo, e che quindi già vanta edizioni passate. Quest’anno tuttavia, data l’attuale situazione dovuta alla pandemia, il corso è stato ripensato in veste interattiva e online e si svolgerà dunque interamente attraverso una piattaforma in cui ritroveremo la sensazione di aula e di socializzazione in ambito didattico.

Massima priorità verrà dato all’apprendimento dello hiragana, ovvero il primo dei due sillabari della lingua. Gli studenti quindi impareranno a leggerlo e a scriverlo correttamente ricevendo, al contempo, anche importanti indicazioni di carattere stilistico. In questo modo gli studenti saranno in grado, già in tempi brevi, di acquisire una prima autonomia nel leggere e scrivere.
Successivamente si inizieranno a gettare le prime basi della grammatica creando così una cornice in cui poter inserire primi vocaboli (e qualche primissimo kanji) ed espressioni di uso quotidiano. Il tutto sarà accompagnato da note culturali che serviranno a chiarire certi aspetti un po’ distanti.
A seconda poi del ritmo di classe, ci si dedicherà ad una prima esplorazione del katakana ovvero del secondo sillabario il cui studio più ravvicinato sarà eventualmente approfondito in seguito.

Un obiettivo a portata di tutti

In molti pensano all’impenetrabilità di una lingua come il giapponese credendola difficilissima se non addirittura impossibile. Naturalmente sono richiesti impegno e dedizione, oltre che a ore di studio individuale da sommare alle ore di lezione in aula (cosa che succede in qualunque corso, d’altronde) ma con un buon metodo si riuscirà a presentare la materia in maniera avvicinabile e a fornire gli strumenti per affrontarne lo studio nel tempo.

Dalla mia esperienza

Mi piace sempre pensare alla mia personale esperienza quando iniziai a studiare giapponese in Giappone, sotto la guida di Kanai-sensei, il mio professore nonché il miglior docente mai incontrato in tutta la mia carriera accademica. Fu proprio Kanai-sensei a insegnarmi ad amare il giapponese e a coglierne la sua straordinaria bellezza. Riuscì infatti a trasmettermi con logica e chiarezza le caratteristiche della sua struttura e dei suoi meccanismi.
Mi dedico al giapponese da molti anni ormai. Ho conseguito una laurea in Lingue, in un percorso orientalistico, (con tesi su In’ei Raisan di Tanizaki) e al momento sono iscritta a una laurea specialistica in traduzione, dal giapponese all’italiano.

Vi aspetto

Vi aspetto allora per iniziare insieme questo percorso di studio e di vita. Per qualunque informazione relativa a questo corso, potete contattare la scuola Academy International cliccando QUI.

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