
Gli udon ritornano in scena. Ed io insieme a loro.
Aprile è già sulla sua strada del ritorno verso una casa che non vediamo. Al suo posto arriverà Maggio, con la sua botanica effervescenza che farà da ponte con l’estate.
Questo mese ha inaugurato le danze floreali dei glicini, magnifici e profumatissimi fiori che sanno trasformare un anonimo angolo di città in un piccolo sogno fatato creando l’illusione di una soffice cupola lilla sotto cui potersi rifugiare.
Glicini

Ne ho fotografati alcuni durante una mia passeggiata in solitaria tra le vie silenziose della pre-collina torinese, in quei dedali di signorilità e riserbo squisitamente sabaudi. Camminare lentamente per quelle vie, assaporando così ogni passo, evoca in me l’atmosfera onirica di un film che ho citato molte volte in passato: Il posto delle fragole di Ingmar Bergman. Sarà la quiete a volte un po’ inquietante oppure l’impressione complessiva e relativa di una certa inalterabilità architettonica di quei luoghi a creare l’illusione di stasi temporale. Non lo so ma, anche in occasione di questo incontro coi glicini di quelle strade, la sensazione è stata la medesima.
La vita fugge, et non s’arresta una hora – così scriveva Petrarca nel Rerum vulgarium fragmenta, la sua raccolta di poesie più nota come il Canzoniere. E i glicini, come tutti i più bei fiori, sembrano rappresentare la fugacità della nostra vita. Sbocciano, fioriscono in un trionfo viola e donano tutta la loro esuberante fragranza che riesce a librarsi nell’aria segnalando la propria presenza ancor prima che l’occhio se ne accorga.
Ad un certo punto, però, quei petali iniziano ineluttabilmente a virare verso tonalità di lilla sbiadito, lavanda grigia e infine bianco con venature scure in un incanutimento che ricorda vagamente quello dei nostri capelli.
Un fuji floreale
In giapponese il glicine si chiama 藤 fuji. Imparai questo kanji grazie ad un importante cognome in cui esso è orgogliosamente incastonato: 藤原 Fujiwara.
La famiglia del clan Fujiwara ebbe un ruolo di rilievo nella storia e politica giapponesi, soprattutto nei lontani periodi Nara e Heian. Questo potente clan seppe intessere rapporti astutamente strategici con la famiglia imperiale, attraverso calcolate alleanze e la presenza di molti propri membri che ricoprirono il ruolo di reggente agli imperatori. Al fondatore del clan ormai in punto di morte, tale Nakatomi Kamatari, l’imperatore Tenji (seconda metà del 600 d.C.) conferì il nobile nome Fujiwara, divenendo così Fujiwara no Kamatari. Quel nome che contiene il prezioso glicine! Un fiore sulle tonalità del viola che era il colore imperiale – e dunque proibito ai più – per eccellenza ma condivisibile solo su invito ufficiale.
Avrei ritrovato il glicine in altri cognomi giapponesi considerati dei derivati meno altisonanti dei Fujiwara. Penso ai comunissimi 加藤 Katō e 佐藤 Satō, per esempio. Qui il carattere richiede la lettura cinese (on) che corrisponde a tō e non più fuji.

In una nota a margine di non-coincidenze, lo stemma dei Fujiwara abbelliva una piccola pasticceria tradizionale a pochi passi da casa mia a Sagamihara perché gestita da lontani discendenti del potente clan!
Sapori freschi
Si può passare di glicine in frasca? Questo prologo flori-malinconico sembra scollegato dall’argomento dell’articolo, ossia gli udon. Tuttavia, nella mia mente vi è un rapporto climatico: l’inesorabile avvicendarsi delle stagioni, e quindi del trascorrere del tempo, e il ritorno precoce del caldo. E con esso riaffiorano i trucchetti per sopportarlo.
Iniziano a comparire di nuovo in scena, dunque, tutti quei piatti rinfrescanti caratterizzati da preparazioni semplici e tempi di cottura ridotti al minimo.
Negli anni ne ho proposti a bizzeffe. Pesco a caso dal mio cilindro magico: Sudachi-sōmen, Zaru-soba, Zaru-udon, Hiyashi-chūka. Oppure la mia ricetta della zuppa di Harusame che è stata recentemente scelta e rilanciata qui dal Consolato Generale del Giappone a Milano che ringrazio.
Ho quindi pensato a degli udon freschi al pomodoro, ovviamente con il consueto tocco giapponese autentico. La ricetta che vi propongo, infatti, non è di mia invenzione ma riprende le preparazioni tipiche della primavera e dell’estate in grado di coniugare sapori occidentali (in questo caso i pomodori) con quelli della tradizione, ossia gli udon e la base di brodo. Insomma, un East Meets West, per dirla con lo chef Ming Tsai.
Ricetta: udon freschi al pomodoro
Per questa ricetta servono davvero pochi ingredienti. Se trovate qualcosa che non avete, nessun timore: fornirò idee per dignitose sostituzioni.
Vediamo subito gli ingredienti.

1 porzione di udon*
1 pomodoro o 4 piccoli. Io ho usato i Piccadilly.
Un paio di estremità verdi di cipollotti
100ml di mentsuyu**
2 cucchiai di olio di sesamo tostato
Sostituzioni
*Io ho usato dei sanuki udon della prefettura di Kagawa. Vanno benissimo altre tipologie di udon oppure degli italici spaghettoni o dei pici toscani.
**La mentsuyu è la base ossia il brodo che farà da sapida cornice al piatto. Potete facilmente prepararla in casa mettendo in un pentolino 100ml d’acqua, tre cucchiai di salsa di soia, mezzo cucchiaio di zucchero, un pizzico di sale e 1 cucchiaino di dashi. Portare il tutto a ebollizione per un minuto. Spegnere e lasciare raffreddare.
Il dashi che si usa generalmente nella mentsuyu è quello di pesce. Potete usare un dashi vegetariano di konbu o di shiitake. Sono tutti reperibili nei negozi di alimentari asiatici. Diversamente, sostituite con dado granulare di verdure.

Preparazione
Tagliare a cubetti il pomodoro e a fettine le estremità verdi del cipollotto. Mettere da parte.
In un pentolino portare ad ebollizione dell’acqua e – senza salarla – mettere a cuocere gli udon rispettando i tempi di cottura riportati sulla confezione. Per i miei sono bastati 3 minuti scarsi.
Scolare gli udon e risciacquarli in acqua fredda.

Scolare bene gli udon raffreddati e sistemarli in un piatto. Delicatamente versare sugli udon la mentsuyu dopodiché l’olio di sesamo tostato. Guarnire il tutto con il pomodoro a cubetti e il cipollotto.

Pensieri sparsi ed Amarcord gusto-olfattivi
Riemergo da un periodo di impasse creativa. Non so se definirlo blocco dello scrittore (o scrittrice, nel mio caso) perché forse non posso considerarmi tale. Alcuni sostengono che si possa essere scrittori senza essere necessariamente autori. E viceversa.
Sia come sia, un affastellamento di pensieri non sempre leggeri ha ostacolato il mio flusso di idee che trovano istintivamente forma nella scrittura. Il periodo buio di atrocità a cui impotentemente assistiamo ha un peso che inevitabilmente in me si manifesta attraverso una difficoltà espressiva che tenacemente cerco di contrastare.
Eccomi qui, infatti. Risolutamente fedele ad una mia missione narrante. Anche se a volte mi domando a cosa serva, in questo mondo veloce che premia la sintesi e l’ipersemplificazione.
A questo lento ritorno hanno contribuito alcuni piccoli Amarcord gusto-olfattivi.
Il mio amatissimo sapone キレイキレイ Kirei-kirei che la mia cara amica Ryōko mi ha inviato in formato liquido. Ho scritto in passato di questo sapone la cui fragranza per me sa inequivocabilmente di Giappone.

E le gloriose caramelle Kasugai al 黒砂糖 kurozatō ovvero lo zucchero di canna grezzo di Okinawa. Io le chiamo le ninja-caramelle.

Nel mio mondo, numerose letture che porto avanti in contemporanea. Alcune di queste molto molto lentamente perché sento il bisogno di assaporarle un po’ come si fa con le ninja-caramelle.

Sono tutte e quattro letture contemplative, da degustare lentamente pagina dopo pagina per poi, se necessario, tornare indietro più e più volte. Si passa dalle streganti considerazioni di Matthew Furfine sulla natura telica dei verbi fraseologici inglesi a concetti deliziosamente giapponesi attraverso cui comprendere in profondità quel popolo. Concetti cardinali come quello di しつけ shitsuke, けじめ kejime e 人目 hitome la cui non conoscenza (e comprensione) pregiudica molto del nostro rapporto con quella cultura.
In questo blog sono tante le loose ends – le faccende in sospeso – da concludere. Penso alla serie dedicata a Pearl S. Buck oppure i miei racconti. In qualche modo riallaccerò tutto, a tempo debito.
Tornerete a leggermi?


























