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Udon freddi al pomodoro

Udon freddi al pomodoro.

Gli udon ritornano in scena. Ed io insieme a loro.

Aprile è già sulla sua strada del ritorno verso una casa che non vediamo. Al suo posto arriverà Maggio, con la sua botanica effervescenza che farà da ponte con l’estate.
Questo mese ha inaugurato le danze floreali dei glicini, magnifici e profumatissimi fiori che sanno trasformare un anonimo angolo di città in un piccolo sogno fatato creando l’illusione di una soffice cupola lilla sotto cui potersi rifugiare.

Glicini

Ne ho fotografati alcuni durante una mia passeggiata in solitaria tra le vie silenziose della pre-collina torinese, in quei dedali di signorilità e riserbo squisitamente sabaudi. Camminare lentamente per quelle vie, assaporando così ogni passo, evoca in me l’atmosfera onirica di un film che ho citato molte volte in passato: Il posto delle fragole di Ingmar Bergman. Sarà la quiete a volte un po’ inquietante oppure l’impressione complessiva e relativa di una certa inalterabilità architettonica di quei luoghi a creare l’illusione di stasi temporale. Non lo so ma, anche in occasione di questo incontro coi glicini di quelle strade, la sensazione è stata la medesima.

La vita fugge, et non s’arresta una hora – così scriveva Petrarca nel Rerum vulgarium fragmenta, la sua raccolta di poesie più nota come il Canzoniere. E i glicini, come tutti i più bei fiori, sembrano rappresentare la fugacità della nostra vita. Sbocciano, fioriscono in un trionfo viola e donano tutta la loro esuberante fragranza che riesce a librarsi nell’aria segnalando la propria presenza ancor prima che l’occhio se ne accorga.
Ad un certo punto, però, quei petali iniziano ineluttabilmente a virare verso tonalità di lilla sbiadito, lavanda grigia e infine bianco con venature scure in un incanutimento che ricorda vagamente quello dei nostri capelli.

Un fuji floreale

In giapponese il glicine si chiama 藤 fuji. Imparai questo kanji grazie ad un importante cognome in cui esso è orgogliosamente incastonato: 藤原 Fujiwara.

La famiglia del clan Fujiwara ebbe un ruolo di rilievo nella storia e politica giapponesi, soprattutto nei lontani periodi Nara e Heian. Questo potente clan seppe intessere rapporti astutamente strategici con la famiglia imperiale, attraverso calcolate alleanze e la presenza di molti propri membri che ricoprirono il ruolo di reggente agli imperatori. Al fondatore del clan ormai in punto di morte, tale Nakatomi Kamatari, l’imperatore Tenji (seconda metà del 600 d.C.) conferì il nobile nome Fujiwara, divenendo così Fujiwara no Kamatari. Quel nome che contiene il prezioso glicine! Un fiore sulle tonalità del viola che era il colore imperiale – e dunque proibito ai più – per eccellenza ma condivisibile solo su invito ufficiale.

Avrei ritrovato il glicine in altri cognomi giapponesi considerati dei derivati meno altisonanti dei Fujiwara. Penso ai comunissimi 加藤 Katō e 佐藤 Satō, per esempio. Qui il carattere richiede la lettura cinese (on) che corrisponde a tō e non più fuji.

Kamon o stemma della famiglia Fujiwara. Esso rappresenta due glicini tubolari.

In una nota a margine di non-coincidenze, lo stemma dei Fujiwara abbelliva una piccola pasticceria tradizionale a pochi passi da casa mia a Sagamihara perché gestita da lontani discendenti del potente clan!

Sapori freschi

Si può passare di glicine in frasca? Questo prologo flori-malinconico sembra scollegato dall’argomento dell’articolo, ossia gli udon. Tuttavia, nella mia mente vi è un rapporto climatico: l’inesorabile avvicendarsi delle stagioni, e quindi del trascorrere del tempo, e il ritorno precoce del caldo. E con esso riaffiorano i trucchetti per sopportarlo.

Iniziano a comparire di nuovo in scena, dunque, tutti quei piatti rinfrescanti caratterizzati da preparazioni semplici e tempi di cottura ridotti al minimo.

Negli anni ne ho proposti a bizzeffe. Pesco a caso dal mio cilindro magico: Sudachi-sōmen, Zaru-soba, Zaru-udon, Hiyashi-chūka. Oppure la mia ricetta della zuppa di Harusame che è stata recentemente scelta e rilanciata qui dal Consolato Generale del Giappone a Milano che ringrazio.

Ho quindi pensato a degli udon freschi al pomodoro, ovviamente con il consueto tocco giapponese autentico. La ricetta che vi propongo, infatti, non è di mia invenzione ma riprende le preparazioni tipiche della primavera e dell’estate in grado di coniugare sapori occidentali (in questo caso i pomodori) con quelli della tradizione, ossia gli udon e la base di brodo. Insomma, un East Meets West, per dirla con lo chef Ming Tsai.

Ricetta: udon freschi al pomodoro

Per questa ricetta servono davvero pochi ingredienti. Se trovate qualcosa che non avete, nessun timore: fornirò idee per dignitose sostituzioni.

Vediamo subito gli ingredienti.

1 porzione di udon*
1 pomodoro o 4 piccoli. Io ho usato i Piccadilly.
Un paio di estremità verdi di cipollotti
100ml di mentsuyu**
2 cucchiai di olio di sesamo tostato

Sostituzioni
*Io ho usato dei sanuki udon della prefettura di Kagawa. Vanno benissimo altre tipologie di udon oppure degli italici spaghettoni o dei pici toscani.
**La mentsuyu è la base ossia il brodo che farà da sapida cornice al piatto. Potete facilmente prepararla in casa mettendo in un pentolino 100ml d’acqua, tre cucchiai di salsa di soia, mezzo cucchiaio di zucchero, un pizzico di sale e 1 cucchiaino di dashi. Portare il tutto a ebollizione per un minuto. Spegnere e lasciare raffreddare.

Il dashi che si usa generalmente nella mentsuyu è quello di pesce. Potete usare un dashi vegetariano di konbu o di shiitake. Sono tutti reperibili nei negozi di alimentari asiatici. Diversamente, sostituite con dado granulare di verdure.

Dashi granulari che ho sempre in dispensa: a sinistra quello classico di pesce e a destra quello vegetariano a base di alga konbu.

Preparazione

Tagliare a cubetti il pomodoro e a fettine le estremità verdi del cipollotto. Mettere da parte.
In un pentolino portare ad ebollizione dell’acqua e – senza salarla – mettere a cuocere gli udon rispettando i tempi di cottura riportati sulla confezione. Per i miei sono bastati 3 minuti scarsi.
Scolare gli udon e risciacquarli in acqua fredda.

Scolare bene gli udon raffreddati e sistemarli in un piatto. Delicatamente versare sugli udon la mentsuyu dopodiché l’olio di sesamo tostato. Guarnire il tutto con il pomodoro a cubetti e il cipollotto.

トマトの冷やしうどん Tomato no hiyashi udon. Udon freddi al pomodoro.

Pensieri sparsi ed Amarcord gusto-olfattivi

Riemergo da un periodo di impasse creativa. Non so se definirlo blocco dello scrittore (o scrittrice, nel mio caso) perché forse non posso considerarmi tale. Alcuni sostengono che si possa essere scrittori senza essere necessariamente autori. E viceversa.
Sia come sia, un affastellamento di pensieri non sempre leggeri ha ostacolato il mio flusso di idee che trovano istintivamente forma nella scrittura. Il periodo buio di atrocità a cui impotentemente assistiamo ha un peso che inevitabilmente in me si manifesta attraverso una difficoltà espressiva che tenacemente cerco di contrastare.

Eccomi qui, infatti. Risolutamente fedele ad una mia missione narrante. Anche se a volte mi domando a cosa serva, in questo mondo veloce che premia la sintesi e l’ipersemplificazione.

A questo lento ritorno hanno contribuito alcuni piccoli Amarcord gusto-olfattivi.

Il mio amatissimo sapone キレイキレイ Kirei-kirei che la mia cara amica Ryōko mi ha inviato in formato liquido. Ho scritto in passato di questo sapone la cui fragranza per me sa inequivocabilmente di Giappone.

E le gloriose caramelle Kasugai al 黒砂糖 kurozatō ovvero lo zucchero di canna grezzo di Okinawa. Io le chiamo le ninja-caramelle.

Nel mio mondo, numerose letture che porto avanti in contemporanea. Alcune di queste molto molto lentamente perché sento il bisogno di assaporarle un po’ come si fa con le ninja-caramelle.

Sono tutte e quattro letture contemplative, da degustare lentamente pagina dopo pagina per poi, se necessario, tornare indietro più e più volte. Si passa dalle streganti considerazioni di Matthew Furfine sulla natura telica dei verbi fraseologici inglesi a concetti deliziosamente giapponesi attraverso cui comprendere in profondità quel popolo. Concetti cardinali come quello di しつけ shitsuke, けじめ kejime e 人目 hitome la cui non conoscenza (e comprensione) pregiudica molto del nostro rapporto con quella cultura.

In questo blog sono tante le loose ends – le faccende in sospeso – da concludere. Penso alla serie dedicata a Pearl S. Buck oppure i miei racconti. In qualche modo riallaccerò tutto, a tempo debito.

Tornerete a leggermi?

Pearl S. Buck e il suo Giappone – introduzione

La mia Asia in America

Fu nei miei anni a stelle e strisce che emerse prepotentemente il mio amore per l’Asia. Esso ardeva in silenzio da molto tempo, come la brace sotto la cenere, nell’attesa di potersi infiammare al momento giusto.

Vivevo nella magnifica San Diego. Quello fu il periodo in cui cominciai a studiare il cinese, inizialmente da autodidatta. I miei strumenti di studio erano: un austero quaderno militare con copertina verde in tessuto, un piccolo dizionario Vallardi e un rudimentale sito web (con arrancante connessione dial-up). Con essi appresi cocciutamente le basi della scrittura cinese e un lessico essenziale. Ricordo ancora la difficoltà nel dare un senso a quel sistema di scrittura così diverso, così distante. Eppure, senza rendermene conto, di lì a pochi anni avrei raccolto i dolci frutti di quell’arduo lavoro.
Successivamente, riuscì a prender parte ad un progetto sperimentale di formazione a distanza promosso dall’Università di Lingua e Cultura di Pechino, la eBLCU. Con enorme fatica completai i moduli del primo livello e sostenni l’esame di lingua cinese 1.

Non avrei più ripreso il cinese ma tutto quel bagaglio di nuove conoscenze, soprattutto in relazione alla scrittura, mi avrebbe aiutata immensamente poco tempo dopo.

Il mio avvicinamento linguistico all’Asia avvenne ufficialmente, dunque, attraverso il cinese. Tuttavia, quando ero ancora in Italia, avevo già tracciata la via coi primi goffi passi nello studio del giapponese con il libro di Marina Speziali. Conservo ancora una pagina di quaderno ormai ingiallita e consunta dal tempo, su cui tracciai i miei primissimi kana grazie alla guida della professoressa Speziali.

Un vero amarcord!

Viaggi tra le pagine

In quel periodo californiano d’intensa ricerca, quasi spasmodica e ossessiva, mi circondai di quanta più Asia possibile. Spaziavo dallo studio del cinese ai romanzi, saggi e film di autori provenienti da qualsiasi latitudine dell’Asia orientale. C’era la Cina nei dolorosi resoconti di fuga di Robert Loh, Nien Cheng e Jung Chang. Ma anche il Vietnam degli straordinari racconti introspettivi di Andrew X. Pham, delle vicende travolgenti di Karin Muller e delle storie traboccanti di passione e malinconia di Dana Sachs.

Alcuni dei primi libri che contribuirono a far divampare la mia fiamma di passione per l’asiatistica. Leggevo quasi esclusivamente in inglese dato che vivevo in America e solo così avrei potuto saziare quella sete di sapere irrefrenabile.

Quelle pagine raccontavano dolori inimmaginabili di chi aveva conosciuto da vicino feroci regimi repressivi. Non potrò mai dimenticare la straziante esperienza di detenzione di Nien Cheng. L’autrice, ex dirigente della Shell, fu accusata dal governo maoista di essere una spia al servizio degli inglesi. La sua tragica vicenda narra, inoltre, della dilaniante sparizione di Meiping, la sua unica figlia, finita nelle mani dell’Armata Rossa cinese e mai più rivista.

Fughe ma anche ritorni

Altre pagine, invece, narravano storie di sospesi risolti, di luoghi del ricordo rivisitati. E allora non posso non pensare ai racconti di Andrew X. Pham e a quel Vietnam, terra dei suoi genitori, che egli decide di esplorare in bicicletta. Oppure l’amore impetuoso che Dana Sachs trovò ad Hanoi negli occhi e tra le braccia di Phai, un meccanico di biciclette.

Non mancò lo studio di alcuni classici. Ad esempio, i Dialoghi di Confucio, il Sogno della camera rossa di Cao Xueqin, il romanzo cinquecentesco dei Tre Regni di Luo Guanzhong e le Poesie di Li Po.

Restavo sveglia fino all’alba e oltre, in compagnia ora di un classico della letteratura cinese e ora di saggi dedicati alle grandi tradizioni culinarie dell’Asia. Mi vengono in mente le invitanti descrizioni del gastronomo pechinese Deh-Ta Hsiung. Ma anche quelle amorevoli e nostalgiche della chef franco-vietnamita Nicole Routhier coi delicatissimi equilibri della cucina del suo Paese.

Non solo Cina e Vietnam

Leggevo tutto il possibile purché il comune denominatore fosse l’Asia. Il mio viaggio era iniziato esplorando Cina e Vietnam ma sarei successivamente approdata anche nelle Coree. Qui, a farmi da guida, sarebbe stata la mia preziosa amica Mia Jinkyoung che m’insegnò moltissimo del suo Paese, della sua storia e tradizioni. Mia che mi fece scoprire il caffè coreano Maxim e le melodie semi-lisergiche di Lee Seung-Hwan.
E avrei iniziato anche a conoscere qualcosa del mio amatissimo Giappone. Senza poter immaginare che ruolo avrebbe avuto quest’ultimo nella mia vita, assaggiai timidamente dapprima il suo cinema. Ripenso a どですかでん Dodes’ka-den del 1970, di Akira Kurosawa; 夢 Yume (Dreams, Sogni), sempre di Kurosawa. E qualcosa di vagamente letterario come l’acclamato Memoirs of a Geisha di Arthur Golden. Oppure, dalla penna spigolosa e poco scorrevole di Lesley Downer, la biografia di Madame Sadayakko, la famosa geisha che ammaliò l’Occidente. Ella fu amica di Giacomo Puccini nonché sua consulente teatrale nella creazione di Madama Butterfly.

Mancava lei…

In quegli anni di famelica voglia di sapere, lontana da casa, sulla Palm Avenue di San Diego, leggevo e studiavo quasi senza sosta. Amavo follemente quella città e – sebbene avvertissi i morsi della nostalgia di casa – ero serena. Nei momenti di svago andavo a passeggiare sul molo di Imperial Beach. Le sue travi, consumate dal sole e dalla salsedine, emanavano il profumo del legno vissuto a metà tra la terraferma e l’infinito. Camminavo fino in fondo, a volte togliendomi le scarpe e toccando coi piedi quel pontile che di giorno diventava rovente.

I Coldplay cantavano Yellow già da qualche anno. E In a Little While degli U2 sarebbe diventato, per me, il brano quintessenziale di quei miei spensierati anni americani sulla Palm Avenue.

Una vita che può sembrare idilliaca ma che, in realtà, era una vita come tante. Forse solo un po’ spensierata. Di certo, però, non priva di quegli spigoli che il filtro della memoria tende generosamente a smussare annacquandone le tinte scure in favore di pennellate più tenui.

In quello spicchio d’America, sfavillante e rigoglioso, le giornate sembravano quasi eterne. Circondata dall’Asia dei miei libri e dei miei studi, coi miei Café du Monde della diaspora vietnamita e i sapori che scoprivo in Convoy Street, mancava ancora lei…

Pearl S. Buck

Incredibilmente non venni subito a sapere di lei. Fu solo grazie ai suggerimenti di Alibris che venni a conoscenza del suo nome. Alibris era la libreria che mi permetteva, a costi molto contenuti, di acquietare la mia voracità letteraria.

Seguì i loro consigli e acquistai, un po’ a casaccio, qualche suo titolo. Ricordo benissimo come ebbe inizio la magia: tra le pagine di Pavilion of Women del 1946.

Bastarono le prime tre o quattro parole per cadere nel suo incantesimo. Da quel giorno non mi avrebbe più lasciata. E sarebbero seguite nuove notti e nuove albe trascorse a divorare insaziabilmente ogni suo racconto.

Pavilion of Women è stato tradotto in italiano col titolo La saggezza di Madama Wu.

L’idea

Dopo il primo incontro letterario con Pearl S. Buck non avrei mai dimenticato la grandezza e straordinarietà di questa scrittrice d’eccezione. Pearl Buck resta, infatti, tra le mie autrici preferite di sempre nonché tra le vere interpreti occidentali del sapere e del sentire asiatici. Un’autentica conoscitrice di Asia. Asiatista con la A maiuscola nonché ineguagliabile mediatrice tra Oriente e Occidente. Una fuoriclasse assoluta.

E nessun aspirante asiatista che si rispetti può definirsi tale senza essersi abbeverato – almeno una volta – dai suoi libri!

L’idea di dedicarle uno scritto nasce dopo aver notato, in più occasioni, la sua ingiusta relegazione nei polverosi antri dei dimenticatoi della cultura. La sua immensa produzione letteraria, tradotta solo in minima parte, sembra perlopiù sopravvivere sulle bancarelle dei libri usati.

A proposito di bancarelle e non coincidenze

E proprio oggi c’è stata la festa del mio quartiere a cui, generalmente, non manco mai. Mi sono subito incamminata verso le bancarelle dei libri dove mi piace sempre curiosare. Tuttavia, dentro di me sentivo che avrei ritrovato Pearl lì ad aspettarmi. Era una sensazione fortissima ed inspiegabile.

Ho iniziato a spulciare un po’, tra un manuale di analisi matematica e i gialli di Ellery Queen, quando…

L’edizione del 1958 della storica collana Medusa, di Mondadori, di nient’altro che La saggezza di Madama Wu. Ovvero il mio amatissimo Pavilion of Women nonché mio primo assaggio della mirabile penna di Pearl S. Buck.

In inglese vi direi che in quel momento my heart skipped a beat!

L’opera fu tradotta in italiano da Orazio Viani. Sorrido leggendo quella precisazione: “unica traduzione autorizzata dall’americano“.
E il tenerissimo refuso Pavillon anziché Pavilion del titolo originale.

Posso interpretarlo come un segno del destino affinché prosegua in questa impresa?

L’influenza giapponese su Pearl S. Buck

Pearl S. Buck in incantevole contemplazione. Fonte immagine.

Pearl S. Buck è inestricabilmente legata alla Cina, suo Paese di adozione. Il suo profondissimo legame con quella terra è l’elemento ricorrente della sua prosa. Pearl Buck e Cina: un legame assiomatico indiscutibile.

Eppure anche il Giappone ebbe un ruolo notevole nella sua vita e nella sua produzione artistica. L’influenza giapponese su Pearl Buck è un argomento pressoché inesplorato in ambito accademico. Eppure, come osserva David Gordon, professore di storia giapponese alla Shepherd University, il Giappone fu la sua “seconda casa”.

Obiettivo di questi miei scritti dedicati a Pearl S. Buck è presentare questa grande autrice e indagare sul suo rapporto con il Sol Levante. In un tentativo, spero soddisfacente, di accostarmi al lavoro pionieristico in questo senso del professor Gordon, offrendo nuove prospettive al pubblico italiano.

Questo mio contributo sarà diviso in più parti.

Sano e salvo

Akemashite omedetō gozaimasu. Questa è l’espressione che i giapponesi usano per augurarsi buon anno nuovo. Realizzato da me su cielo torinese come sfondo.

Sano e salvo non è solo una locuzione aggettivale ben nota ma è anche il titolo di una delle più belle canzoni scritte da Neffa.
Straordinario cantautore italiano nonché vero poeta urbano dei nostri tempi, Neffa mette in musica un sentire profondo che a volte sfugge persino dalla mia volubile penna.

Dotato di un raro virtuosismo artistico, riesce con la sua voce ad infondere nelle sue parole una ricchezza di sfumature inaspettata. Per me la voce di Neffa resta indissolubilmente legata ai miei anni giapponesi perché lì lo ascoltavo tantissimo. E non solo io. Ricordo che anche la mia cara amica Sakura ne rimase affascinata, pur non potendo comprendere le parole di quelle canzoni. Diceva però che le piacevano le melodie e l’espressività di quella voce.

Sano e salvo è un inno alla gratitudine. Ma è anche un inno al coraggio di rialzarsi, nonostante tutto. E ogni anno, come ogni giorno, è un bilancio della vita. A prescindere dalle ammaccature subite, si raccolgono nuove consapevolezze.

E proprio per questo penso sia una preziosa e significativa cornice in questi momenti di fine e di inizio così sentiti. Anche se, a dirla proprio tutta, è lo stesso ciclo che si ripete ogni giorno.

Se ci svegliamo la mattina siamo sani e salvi. Grazie a Dio.

Dal Giappone

In queste ore di passaggio calendaristico dal 2022 al 2023, come di consueto ho potuto fare i miei abituali scambi di messaggi col Giappone. Quattro risate con Sakura che mi ha confermato che anche quest’anno non avrebbe mangiato i piatti osechi. Li detesta e questa sua avversione mi ha sempre fatto sorridere. Infatti, non a caso, ogni anno le chiedo di proposito se degusterà qualche piatto osechi e aspetto divertita la sua invariabile risposta. Non gliene piace nemmeno uno e conoscendola normalmente opta per sapori il più occidentali possibili.

Ho parlato dei piatti osechi, cioè la tipica cucina giapponese di Capodanno, tante volte negli anni. Qualche rimando al passato qui e qui.

Dalla zia di Megumi, a Yokohama, invece ho ricevuto due scatti preziosissimi:

初日の出 Hatsu hinode ovvero la prima alba.

Il primo giorno dell’anno, in giapponese chiamato 元旦 gantan, è caratterizzato da tante cose che si fanno per la prima volta. Per la prima volta nell’anno nuovo. E queste cose hanno un nome. Vi è il primo sogno, la prima visita al santuario. E vi è anche lo 初日の出 hatsu hinode ovvero la prima alba che vedete appunto in foto.

Questo hatsu hinode mi ha fatto piangere. Conosco benissimo quelle gradazioni di arancione che dolcemente si diluiscono in un abbraccio di un blu fiordaliso fumoso per poi stemperarsi nel blu carta da zucchero di quel cielo. Quel cielo che ancora una volta s’illumina per ricominciare un nuovo ciclo.

Questo è il momento dell’anno in cui avverto più tagliente che mai la malinconia per il Giappone.

La seconda fotografia preziosa che mi arriva da Yokohama è questa:

赤富士 Akafuji

赤富士 Akafuji ossia il Fuji rosso. È il monte Fuji nella sua veste vermiglia che appare nelle primissime ore del mattino o dell’ora del tramonto quando i raggi arancioni del sole si riflettono sul manto innevato della montagna.
Il grande pittore ed incisore del periodo Edo – Katsushika Hokusai – onorò Akafuji in molte sue opere. Ed è facile comprenderne il perché.

Usagi

Il Giappone ha ereditato dalla sua maestra storica – la Cina – il sistema zodiacale che chiamano 十二支 jūnishi diviso in dodici parti, ognuna corrispondente ad un animale. Secondo questo sistema, il 2023 è l’anno del coniglio o 兎 usagi.

Il delicatissimo calendario dell’associazione Yamato di Casale Monferrato con i sumi-e del maestro Koike e le calligrafie della maestra Marchini.

L’Associazione Yamato di Casale Monferrato ha realizzato un delicatissimo calendario dedicato proprio al coniglietto del 2023. Un’unione d’intenti artistici che, tra il sumi-e di Shozo Koike e lo shodō di Vera Marchini, ha prodotto questo grazioso momento di bellezza cartacea. Un momento che ho voluto acquistare affinché ci facesse compagnia in questo anno che chissà cosa custodisce.

Camminate torinesi

Ho camminato tanto nel 2022. Tantissimo. Camminate infinite. Conosco Torino come le mie tasche non solo perché è la mia città di nascita ma anche perché ho di lei una conoscenza – potremmo dire – centimetro per centimetro. O poco ci manca, insomma.

Camminate quasi sempre in solitaria che mi portano, passo dopo passo, ora verso il Po e ora lontano da esso. Ma il Po resta un po’ l’ovile a cui far sempre ritorno. Le sue sponde antiche lambite da quelle acque che non sono mai le stesse eppure sembrano accogliermi con familiarità ogni volta.

Ho percorso in lungo e in largo la malconcia Chinatown della città rivedendo, ogni volta, i miei passi già compiuti.

Tra le tante cose che vorrei fare c’è quella di raccontare quel luogo perché va raccontato. O almeno, credo che debba essere raccontato anche da me. Perché io della malconcia Chinatown torinese offro una lettura asiatica che ha iniziato a formarsi in me da quando avevo circa quattordici o quindici anni. Svariate lune fa, insomma.

E l’altro giorno ho scelto di andare al di là dell’Eridano. Sì, perché il fiume Po è linea di demarcazione tra la Torino di sempre e quella signorile e già rarefatta. Quella delle ville collinari protette dai loro giardini e cancelli.
Ho percorso la lunga Corso Casale su cui si affacciano quelle squisite e silenziose viuzze che garbatamente salgono su per la collina: Via Bricca, Via Aporti, Via Segurana, Via Ornati, Via Romani.

Ad ogni angolo di quelle vie mi fermavo per qualche istante a guardarle. Le osservavo immaginando le vite dei loro abitanti. Poi riprendevo la mia camminata lasciando che il mio sguardo si posasse ovunque volesse: a volte su una vetrina di un negozio chiuso e altre volte lo volgevo verso il fiume che, sulla mia destra, mi accompagnava come un premuroso chaperon di altri tempi.

Un tram della linea 15 sferraglia nel quartiere Vanchiglietta, nella mia amata Torino, all’imbrunire.

Pierre Loti e le sue Giapponeserie d’autunno

E proprio in Via Romani, al bizzarro civico zero, ho scoperto L’ibrida Bottega.
Magnifica libreria rifugio, collocata sotto il livello stradale, accessibile attraverso una scala. Mi è sembrato per un brevissimo istante di essere in Giappone, in quei dedali di negozi, botteghe e ristoranti nascosti nei sotterranei o nei piani alti di anonimi palazzi.
Proprio all’ingresso, uno scaffale dedicato all’Asia. La mia amatissima Asia. Ed è lì che mi sono soffermata per una quantità imprecisata di tempo prima di proseguire nel resto del negozio.

Tra gli autori proposti, tante opere del mio Tanizaki. Stretta al cuore condita da una punta di leggero orgoglio.

E poi, nascosto tra volumi spessi e dai nomi altisonanti, c’erano le Giapponeserie d’Autunno di Pierre Loti.

Giapponeserie d’Autunno di Pierre Loti. O barra O edizioni.

Pierre Loti (pseudonimo di Louis Marie Julien Viaud) è stato uno scrittore francese che ha avuto la possibilità di visitare il Giappone in pieno periodo Meiji. Visitò il Paese per ben cinque volte, tra il 1885 e il 1901 e raccolse considerazioni del suo viaggio fatto nell’autunno del 1886.

1886, anno di nascita di Tanizaki. Fra l’altro.

Loti racconta le sue esperienze e impressioni d un Paese che fino a pochi anni prima era blindato e inaccessibile agli stranieri. Racconta quindi da una posizione di stupore, di privilegio ma anche di profonda curiosità.
Ci racconta delle sue visite agli innumerevoli templi di Kyōto, del pellegrinaggio alla Montagna Santa di Nikkō.
Ci racconta la Edo del tempo! La festa dei crisantemi, varie festività religiose e la quotidianità della gente di quel periodo.

Le Giapponeserie d’Autunno di Pierre Loti

La descrizione in quarta di copertina conclude così:
“Giapponeserie d’autunno trasmette da una parte lo stupore di un occidentale di fine XIX secolo davanti a una realtà a tratti impenetrabile, dall’altra la malinconia che nasce dalla consapevolezza che presto quel mondo dalle tradizioni millenarie svanirà sotto le spinte omologanti della modernizzazione.”

A parte qualche pennellata eurocentrica e condiscendente tipica di esploratori – scrittori occidentali del tempo, si tratta di un’opera di valore perché testimonianza diretta di un mondo che era stato completamente stravolto con la fine dello shogunato per poi scomparire, senza quasi lasciar traccia. Se non nei ricordi e nella grande coppa sublimante dell’arte.

Giappone, Vietnam e pensieri

Che estate bizzarra.

Le mie finestre sono costantemente spalancate e sembrano bocche assetate in attesa anche solo di una goccia di ristoro.

Le mie tendine bianche ondeggiano pigramente, sospinte da sparuti sbuffi di un’aria che pare fatta di un immaginario piombo invisibile.

Dai ghirigori del mio ornato parapetto di ferro battuto, rivestito da ostinate pennellate di un torinesissimo verde, s’intrufolano raggi di un sole rovente che rimbalzano sul davanzale di marmo.

Torino, nella sua agostana incandescenza, osserva in silenzio tutto quanto sta avvenendo. E lo fa con gli occhi impauriti di chi tutto questo l’ha già visto. Gli occhi delle nostre città sono gli unici rimasti, assieme a quelli di alcuni anziani che ancora ricordano.

Sulla mia scrivania, pagine di appunti inariditi accompagnati da William Somerset Maugham, Kawakami Hiromi, Tomasi di Lampedusa, Ho Chi Minh.

Alcuni miei libri nonché fedeli amici

Un’estate bizzarra, dicevo.

Gli ingredienti della solita estate ci sono tutti, che sia mare o città poco importa: il sole iroso, il gelato, l’anguria, docce gelide, un affaticato ventilatore in azione h 24, spossatezza da calore (la 夏バテ natsubate di cui parlano i nostri amici giapponesi), sonnolenza, vecchie commedie all’italiana, insalata di riso, soba, l’odore penetrante del Po che lentamente lambisce la sua sponda infuocata.

Quelle commedie che mi facevano ridere e adesso invece risvegliano una lancinante nostalgia per giorni andati catapultandomi in un personalissimo Posto delle fragole (lo Smultronstället di bergmaniana memoria).

Ma questa di estate è diversa. Pesa di più.

Non è solo il mio essere figlia dell’inverno a farmela mal sopportare ma è piuttosto tutto questo clima di palpabile tensione in cui ormai viviamo.

Scrivo liberamente qui perché è casa mia. Almeno fintantoché mi sarà possibile esprimermi in assoluta libertà, valore quest’ultimo che non ci è garantito.

Vivo con grande dolore questo momento storico e di questo non riesco e non voglio fare mistero. Potrete essere d’accordo con me o meno ma questo non cambia alcunché poiché il cammino a passo svelto verso una terrificante deriva è già abbondantemente in atto.

L’estate bizzarra, dicevo, è condita dai pianti singhiozzanti che mi colgono nella notte quando il sonno sfugge via sgattaiolando dalle mia tendine bianche e perdendosi nelle strade silenziose di questa Torino che osserva.

Nella mia vita ho vissuto momenti di paura stritolante. Pochi ma ci sono stati. E rieccoci.

Comunicazioni terrorizzanti giornaliere, odore pungente di costrizioni, divieti che si moltiplicano, discriminazione.

Siamo davanti ad una gigantesca rappresentazione de I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen. Una verità evidente, dolorosamente evidente, che però non si può dire. Si tace. E a forza di tacere sembra quasi come se questa verità non sia più lì.

Ma la verità è lì.

L’incantesimo si frantumerà e sempre più occhi vedranno i veri vestiti dell’imperatore.

Intanto però si continua a vivere perché, come dice la mia cara e coraggiosa amica Rita: “Ci vuole più coraggio a vivere che a morire“. E dichiariamo il nostro coraggio di vivere anche attraverso atti di semplice contemplazione della bellezza che ci circonda e che è accessibile a chiunque. Senza distinzioni.

Lungo Po, Torino

Pensieri d’Asia

Il Giappone è parte del mio percorso di vita da tanti anni ormai. Personalmente, accademicamente e professionalmente. Un legame nato da un’esperienza cadutami dal cielo anni fa e che avrebbe costituito una delle fondamentali trasformazioni della mia vita. Il Giappone e l’affetto che provo per quella terra sono la ragione per cui esiste Biancorosso Giappone.

Il Giappone è per me l’espressione del mio inspiegabile attaccamento all’Asia nato intorno a quando avevo nove anni e sbocciato tra i racconti di mio nonno in Cina alla fine degli anni Ottanta proprio nel cuore di quel periodo di riforme e aperture lanciate da Deng Xiaoping. Un affetto che avrei alimentato anche nei miei anni adolescenziali cercando, a mio modo, l’Asia dell’immaginazione tra le botteghe della già allora malconcia Chinatown torinese.

Nello scrigno dei miei ricordi sono impresse con vividezza memorie delle chiacchierate (che in realtà erano mini lectiones magistrales, solo che non me ne rendevo conto) del prezioso dott. Lee, tra le pareti della storica Cineseria Ming in Galleria Umberto I, a Torino. Il flusso inarrestabile delle mie domande veniva accolto con pazienza e sicurezza dal dott. Lee. E mentre a volte i miei occhi vagavano posandosi sugli antichi vasi e sulle intricate giade, ecco che quel caro Maestro tracciava caratteri tradizionali e me li mostrava.

Porto il Giappone dentro di me ed è un qualcosa che nessuno potrà portarmi via. Qualcuno ci ha provato ma non ci è riuscito.

Chi vi scrive è a Torino fisicamente ma da Sagamihara non si è mai mossa.

Pennellate vietnamite

Dedico queste righe alla preziosa professoressa Sandra Scagliotti, console onoraria del Consolato della Repubblica Socialista del Vietnam di Torino e di cui sono orgoglioso membro.

Quando vivevo nel Texas, ma soprattutto poi quando andai ad abitare nel sud della California ebbi la possibilità di conoscere la cultura vietnamita un po’ più da vicino grazie alla massiccia presenza della diaspora.
Nella rovente Dallas, mi piaceva fare la spesa all’Hong Kong Market sulla Pioneer Parkway di Grand Prairie o al Cho Saigon sulla Collins St. ad Arlington.

Di quei luoghi ricordo il profumo inebriante e zuccherino della frutta tropicale. Ricordo le varietà a perdita d’occhio di pesce e frutti di mare. Ricordo l’emozione palpitante che provavo nel percorrere le corsie delle spezie, dello scatolame e dei tè.

Nell’afa soffocante di quell’angolo di Texas rurale dove mi sono ritrovata a vivere, conobbi Tran e il suo sfortunato figlio Lance.
Tran era nata in Vietnam ma viveva lì, in quell’angolo desolato di Texas dove spadroneggiano i campi di mais e un sole infernale, e sulle spalle portava dolore. I suoi occhi lo rispecchiavano. Capelli neri dritti e lunghissimi, occhi malinconici, carattere taciturno. Chiedeva sempre di essere chiamata Lyn, forse per desiderio di appartenenza o forse perché era stufa di sentire il suo bel nome vietnamita venir mal pronunciato. Chissà.

Tra noi non ci fu simpatia. Sono cose che succedono tra esseri umani. Eppure, nonostante la sua ritrosia, m’incuriosiva.

Abbassò leggermente la guardia un giorno portandomi un durian. Ed ecco ritornare quelle note ammalianti di frutta tropicale, di posti lontani, umidi e roventi. Non disse molto se non che si trattava appunto di un frutto molto amato dalle sue parti ma che gli stranieri accoglievano spesso con disgusto. Non è un frutto semplice, in effetti. Un po’ come Tran.
Una buccia dura e ricoperta di spine appuntite rende difficile maneggiare il frutto ed aprirlo. Ma esso al suo interno contiene una polpa dall’odore pungente e poco invitante che però, assaggiata, sorprenderà con la sua inaspettata dolcezza.

A San Diego avrei ritrovato il Vietnam attraverso la sua diaspora californiana, attraverso scodelle fumanti di Phở, fragranti Bánh mì acquistati sulla Convoy St. e la Miramesa Boulevard. E poi quel caffè straordinario che i vietnamiti della diaspora preparano con il Café du Monde a base di cicoria tostata e caffè.

Sapori e suggestioni vietnamite che avrei ritrovato qui nella mia cara Torino, al mio amato Consolato vietnamita dove in estate è possibile avere un assaggio di quella straordinaria cultura attraverso libri, giornali e ottime bevande tradizionali.

Video girato da me, al caffè all’aperto, del Consolato. In preparazione, un tradizionale Cà phe den caldo. Il tutto condito dall’edificante lettura delle straordinarie pagine della rivista Mekong.

Sono fiera di dirvi che la professoressa Scagliotti mi ha affidato il compito della correzione bozze di una sua opera che verrà pubblicata a breve: una raccolta delle lettere di pace di Ho Chi Minh.

E mentre mi immergo nella lettura degli accorati appelli alla pace, all’armonia, alla collaborazione, alla solidarietà di uno dei più sinceri sostenitori della libertà, fuori il sole infuocato di agosto risucchia con ira ogni goccia d’acqua e ogni pennellata d’ombra.

Parte della mia personale collezione di riviste Mekong e altri libri sul Vietnam. Tutte magnifiche pubblicazioni che potete acquistare direttamente al Consolato.

Leggere quegli appelli angosciati misti però ad un’incrollabile visione di pace e cooperazione tra i popoli mi ha commossa più volte. Una commozione amplificata da quanto stiamo vivendo, periodo in cui le leali sollecitazioni e inviti alla pace del grande rivoluzionario e patriota vietnamita ritrovano ulteriore profondità e rilevanza.

Nel prossimo articolo vi riporto i sapori del mio amatissimo Giappone.

Acque profonde

Quando lo sguardo si posa con dolce riverenza sullo scorrere lento di un corso d’acqua ecco che questi colgono un invisibile sollievo.

E’ la virtù balsamica che fluisce copiosamente da ogni angolo del creato. E’ la fonte rinvigorente per occhi e spiriti stanchi.

Sto piano piano riavvicinandomi a questo mio blog perché è un’amata tavolozza su cui tracciare liberamente schizzi di parole a cui affidare, almeno in parte, il mio malessere. In parte perché a volte il vortice di emozioni sembra sottrarsi a qualunque tentativo di cattura. Come una bolla di sapone che sfugge e poi svanisce nell’aria.
Quanta incertezza e quante fratture. Quanta paura e confusione.

Acque profonde

Questo spazio dedicato alle saggezze di un vecchio Himekuri sta diventando un piccolo momento di sollievo e contemplazione. Uno spazio senza pretese che però mi sta traghettando risolutamente via dal vorace mulinello dei social.

Su ogni pagina di questo vecchio calendario himekuri intonso ecco proverbi, modi di dire, frammenti di saggezze passate ma inalterate.

La saggezza di oggi è un proverbio trovato sulla pagina di sabato, 1 agosto 2015.

深い川は静かに流れる
Fukai kawa wa shizukani nagareru

Traduzione
Il fiume profondo scorre quietamente.

Sono parole che, a pennellate di agili flutti, dipingono una persona che esteriormente è calma e pacifica ma che al suo interno custodisce (o nasconde?) una profondità di emozioni e pensieri. E’ qualcuno talmente immerso in una propria e continua contemplazione da apparire quieto, pacato e silenzioso.
Questo ritratto inevitabilmente mi fa pensare alla proverbiale acqua cheta che rovina i ponti e che riesce a sorprendere proprio per la sua inaspettata reazione ed esplosione.
Ma mi fa anche pensare alla profondità e carattere di chi parla poco e che è in netta contrapposizione alla petulante garrulità di chi ciancia soltanto.

Acque basse come tratto distintivo degli eccessivamente loquaci.

E in questo momento così dolorosamente destabilizzante ecco che il pensiero ritorna alla maestosità delle profonde acque zaffiro e alla ricchezza di pensiero che queste suggeriscono all’animo scosso.

Marianna

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