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Biancorosso Giappone: la residenza dell`anima

Tradizionale cestino giapponese

Tradizionale cestino giapponese intrecciato

Sono appena entrata.

Il tempo di togliermi le scarpe e lasciarle qui nel mio piccolo 玄関 genkan, il tradizionale ingresso giapponese, e sarò subito nel cuore della mia nuova casa.

Delle morbide pantofole grigie attendono di accompagnarmi vellutatamente in giro per questo nuovo luogo ricco di novità, promesse ed eventi non ancora divenuti ricordi.

Gli esseri umani sono spesso strambi: aspettano con trepidazione il futuro, il non ancora avvenuto, ma temono il cambiamento ed edulcorano il disagio intingendolo nell’indugio.

Ci si aggrappa alle cose vecchie, al sentiero già percorso, agli abiti comodi che si lasciano indossare senza sforzo, ai sapori già noti, al ricordo rassicurante, ai luoghi limpidi e senza misteri.

E quanto ho indugiato io!

La mia vecchia casa, il blog dove è nato Biancorosso Giappone, era ormai scura.

Era una casa piena zeppa di ricordi, ma era ormai allo stremo. Era come un bicchiere contenente due o tre dita d’acqua in cui qualcuno si ostinava a voler dissolvere una quantità sempre crescente di zucchero.

Le imposte, corrose dalle intemperie e dall’inclemenza del tempo, sbattevano violentemente e il rumore da esse provocato mi impediva anche solo di riposarmi.

La corrente era stata staccata da tempo e gli ultimi scritti sono avvenuti così, a lume di una metaforica candela il cui tremolante bagliore illuminava il punto esatto dov’ero io creando uno spettrale inseguimento di luci e ombre. Luce qui e tenebre là.

Non era il frutto del sapiente manovrare dell’ombra di cui ci narra Jun’ichirō Tanizaki nel suo In’ei Raisan (titolo italiano: Libro d’ombra), un geniale volumetto dedicato alla vera estetica giapponese dove l’ombra si alterna alla luce in un delicatissimo gioco di spazi, nicchie, paraventi, porte scorrevoli e angoli dimenticati.

Era una piccola isola illuminata fiocamente e circondata da buie acque in cui nuotavano furtivi e minacciosi scuri alligatori.

In quel mare nero, le mie cose. Quello che di esse è rimasto. Cose che aspettavano una nuova dimora.

Testardamente non volevo abbandonare quel luogo credendolo depositario di Biancorosso Giappone, del mio scrivere, della mia arte.

La dispensa ormai non aveva più alcunché da offrire e quel poco rimasto placava solo i morsi della fame più violenti.

I traslocatori mi aspettavano incessantemente. Alcuni si agitavano, sbuffando, imprecando, oppure tamburellando nervosamente con le dita su qualunque superficie fosse disponibile. Altri, invece, mi attendevano seduti – chi per terra e chi su qualche sedia di fortuna – con quella solida e avvolgente pazienza di cui dispongono poche persone nell’arco della propria vita.

Ma una cosa è innegabile: erano e sono una squadra. Chi più indulgente chi meno, non hanno mai smesso di aspettarmi.

E incredibilmente mi hanno attesa fino a stasera.

Fino a quando, con la spossatezza nel fisico e l’estenuazione nella mente, ho aperto la vecchia porta cigolante e con imbarazzo, ma anche il desiderio di voltar pagina, ho lasciato che lentamente il mio sguardo incrociasse il loro e con un mio timido sorriso ho detto loro di essere pronta.

Loro non aspettavano altro.

Ho consegnato alle loro braccia forti ed energiche la mia prima scatola di averi, una scatola a cui ne sono seguite altre.

In cambio, mi hanno consegnato con gentilezza e garbo le chiavi della mia nuova residenza.

Questa.

Ed eccomi, dunque, qua.

Con la vecchia casa ormai alle spalle definitivamente e le scatole da disfare.

Dalle scatole spuntano cose tangibili e non.

Emergono il coraggio. Il cestino intrecciato di Yukiko-san. L’effervescenza della speranza che torna ad ardere. Le caramelle allo zenzero e mango di Ummi.

Caramelle zenzero e mango

Le caramelle allo zenzero e mango, dono di Ummi.

Sì, proprio quelle caramelline che mi fecero sorridere con quell’immagine di una radice di zenzero impegnata in una mossa degna di Bruce Lee. Una mossa decisa, come l’intensità e la tenacia della radice stessa.

Caramelle allo zenzero 1

Un simpatico Bruce Lee gingeresco.

Emerge una forza mai sparita del tutto e che tramuta una giungla di paura in un pacifico boschetto; fameliche tigri in buffi tigrotti di carta pasticciata da un bimbo annoiato; la minaccia di un furioso vento di Maestrale in un innocuo soffio come quelli che estinguono la fragile fiammella di una candela.

E` emerso il mio quaderno rosso sbiadito che mi aveva regalato Annalisa e su cui annoto disordinatamente e incostantemente le mie idee.

Quaderno delle idee e un prezioso libro di letteratura giapponese

Il quaderno delle idee e il libro di Ummi.

E’ emerso, con esso, anche un preziosissimo libro, sempre regalo della generosa Ummi: una dolce e incoraggiante mano che accompagna gli studenti più volenterosi in un viaggio nella letteratura giapponese moderna di Giles Murray.

Il pavimento è di legno profumato. C’è luce. Un’atmosfera accogliente mi annuncia, senza timidezze o cerimonie, che ora questa è la mia casa. Giungono carezzevolmente a me fili di incenso Mainichi-koh e con esso l’effluvio del Giappone che custodisco dentro di me in uno scrigno a cui i malintenzionati non possono accedere.

La nuova casa di Biancorosso Giappone. La residenza dell’anima di una scrittrice.

Doni di gennaio

Mogu-Mogu

Mogu-Mogu – bevanda thailandese

Gennaio è quel mese a cui piace trattenersi a lungo.

Se ne arriva avvolto in abiti pesanti, con in testa un berrettone bianco e ai piedi degli stivali imbottiti e abbelliti da bambineschi pom-pom dello stesso colore del suo berretto.

Si accomoda davanti al caminetto, possibilmente spaparanzandosi su una poltrona accogliente, e inizia a intessere racconti di storiche nevicate, di rocambolesche avventure in gelide bufere, di desolanti paesaggi cristallizzati in glaciali cornici.

Il tutto agitando le mani, come faccio sempre io senza quasi mai accorgermene. O meglio, me ne accorgo nel momento in cui noto come lo sguardo dei miei interlocutori inizi a seguire le rotazioni e i volteggi delle mie mani.

Nell’interminabilità che è tipica di gennaio, ho vissuto con serenità le settimane dal mio ultimo post.

A parte qualche singhiozzo qua e là, un forte raffreddore da cui solo ora mi sto riprendendo, per il resto tutto è stato dolcemente tranquillo e piacevole.

Ho ricevuto, ad esempio, l’ennesima conferma di come sia sempre il Giappone a seguirmi ovunque io vada, spesso senza che vi sia da parte mia la volontà di essere seguita.

In che modo?

Attraverso questa scatola di cioccolatini ricevuta in regalo dalla mia cara amica Dea.

scatola cioccolatini

scatola di cioccolatini

Sono i cioccolatini della Morozoff, uno storico marchio giapponese fondato da un cioccolataio russo nei primi del secolo scorso.

Dea, la mia cara e buona amica, ad una cena in Francia ha incontrato delle persone che erano da poco ritornate dal Giappone. Il periodo di festa li aveva spinti a portare pensieri gentili da portare ai loro amici e conoscenti.

E tra i pensieri c’erano appunto le scatole di metallo rosa della Morozoff, con all’interno questa cioccolatosa meraviglia:

Dettaglio cioccolatini

dettaglio cioccolatini

Vedendo l’etichetta sul retro, scritta naturalmente in giapponese, Dea ha pensato che avrebbe dovuto portare una di queste bellissime scatoline rosa di Morozoff anche a me!

Assieme ai cioccolatini giapponesi, Dea – che come già ho raccontato in precedenza – è pittrice e scultrice (qui il suo sito), mi ha anche fatto un dono speciale e assolutamente prezioso.

Se avete mai ricevuto in dono qualcosa da un artista, allora saprete cosa intendo.

Un artista esprime se stesso attraverso le proprie opere ed ognuna di esse contiene qualche fibra del suo essere.

Ricevere, dunque, in regalo un’opera significa effettivamente entrare in possesso di una parte di quella persona.

Le foto che ho non possono minimamente mostrare la bellezza strabiliante del dipinto ad olio raffigurante una giovane geisha-san che Dea ha deciso di donarmi.

Proverò a scattare foto migliori, cercando di sfruttare angolazioni più clementi che riescano a mostrare la bellezza di questo suo dipinto.

Una delle gioie che questo blog mi ha portato negli anni è stata la possibilità di poter conoscere persone a me affini.

In particolar modo, da quando sono ritornata in Italia e ho ripreso a scrivere, mi è capitato diverse volte di ricevere inviti per un caffè e due chiacchiere da parte di affezionati lettori e lettrici di Biancorosso Giappone.

Inviti che arrivano da chi abita a Torino oppure da chi a Torino ci arriva per curiosità o per affari.

È un qualcosa che, onestamente, mi stupisce sempre.

Mi sorprende il fatto che ci siano persone davvero interessate a conoscermi ed emozionate all’idea di parlarmi!

Mi sorprende, tutto questo, perché in fondo sono solo io.

E proprio giovedì scorso ho avuto il grande onore di conoscere una dolcissima persona che mi legge penso da molto tempo.

Venendo a Torino per turismo, ha subito pensato a me e mi ha chiesto – attraverso un messaggio che lasciava trasparire una certa emozione – se mi avesse fatto piacere incontrarla.

Ho accettato con gratitudine!

E così ho potuto conoscere questa cara ragazza di nome Cristiana che un treno, da Venezia, ha portato fin qui nella mia dolce e malinconica Torino dove un freddo e timido sole l’ha accolta facendo brillare il pallido color vaniglia degli edifici di Piazza Vittorio Veneto.

Abbiamo trascorso insieme alcune ore mentre io, col mio solito passo a metà tra lo svelto e l’esitante, l’ho portata a curiosare tra i quartieri a me più cari della città, passando per storici negozi colmi di delizie piemontesi fino ad arrivare alle botteghe di prodotti orientali.

Ed è proprio nel frigorifero di una di queste botteghe (la mia prediletta, per chiunque passasse da lì: Tan Than di Via delle Orfane 29) che la mia attenzione è stata catturata dalle bottiglie di Mogu Mogu, una bevanda tailandese al gusto cola e contenente cubetti dinata de coco.

Insomma, una bevanda che si beve e si mangia. Da questo, penso, derivi il nome giapponese もぐもぐ mogu-mogu, una parola onomatopeica che indica proprio il rumore che si fa quando si mastica del cibo. Tipo il nostro ciomp-ciomp, ecco.

Mogu-Mogu

Mogu-Mogu – bevanda thailandese

Mogu-Mogu

Mogu-Mogu – bevanda thailandese

E come tutte le persone che questo blog mi ha permesso di conoscere, anche Cristiana è stata così generosa da portarmi dei doni davvero molto speciali, così tanto da chiedermi se veramente io meriti queste gocce di cuore.

Come questi biscotti che mi ha spiegato si chiamano essi, per via della loro forma.

Emanano la fragranza scalda-cuore delle cose buone, fatte in casa, da una persona limpida.

biscotti

biscotti “essi” – dono di Cristiana

Sanno proprio di buono, di semplicità, di una cucina dove riflette un sole pulito che tiene per mano un cuore cristallino e generoso.

Tra i doni di Cristiana, ecco un oggetto che ho amato follemente al primo sguardo:

coppa

coppa in vetro di Murano

Un’incantevole coppa in vetro di Murano, prodotta nella sua azienda di famiglia il cui sito vi invito a visitare: Ars Cenedese.

Striscioline rosa che, come le dolci venature di un lecca-lecca, s’intrecciano fra di loro fondendosi in un cremoso abbraccio col vetro trasparente.

coppa dettaglio

dettaglio della coppa e della trama

Porto nel cuore ora il ricordo di questa ragazza di nome Cristiana, dagli occhi bellissimi, dalla voce allegra e impreziosita dal suo melodioso accento veneto.

E gennaio, nella sua interminabilità, mi ha portato anche due nuove amicizie!

Per caso, spinta dalla mia solita e mariannesca curiosità, ho scoperto un giorno che nel mio quartiere era stato aperto un negozio di biocosmesi.

Ero alla ricerca molto intestardita di prodotti realmente naturali, senza ingredienti di origine animale e che fossero realmente adatti alla mia pelle.

Il mio percorso interiore e spirituale mi ha portata ad eliminare consapevolmente molto superfluo estetico: i troppi gingilli da mettersi addosso, i troppi belletti con cui impastricciarsi, il troppo di tutto che appesantisce e nasconde chi sono per davvero.

Sono ritornata.
E sono ritornata alle cose di base, alle radici, alla semplicità e ne sono immensamente felice.

Ed esplorando questo negozio di biocosmetica, ho scoperto che era stato aperto da pochissimo.

Le due ragazze proprietarie sono due persone con cui si è instaurata una simpatia istantanea. Le ammiro per la loro tenacia, il loro coraggio, la loro voglia di mettersi in gioco e di non farsi intimidire da chi cerca di sminuire il tuo sogno.

Le ammiro per la loro grinta, il loro sapere, i loro sorrisi, la loro gentilezza genuina, la loro umiltà.

Il loro incantevole negozio si chiama La Dama Verde ed è realmente il posto giusto per chi cerca prodotti scelti con buonsenso, con cuore, con criterio, con lungimiranza e saggezza.

E tra i piccoli tesori che sono riuscita a concedermi tra i prodotti in vendita alla Dama Verde, ecco queste due delizie per il palato:

prodotti naturali

prodotti de La Dama Verde

Un tè e una tisana della Pukka, un‘azienda inglese specializzata appunto in tè e tisane provenienti da agricoltura biologica ed equo-solidale.

La scatola grigia contiene un Earl Grey dalle spiccate, ma delicate, note di lavanda e l’altra confezione una tisana fiabesca che profuma di mela, cannella e zenzero.

Due esplosioni di mirabili effluvi che riflettono, per come interpreto io sempre le cose, questa nuova amicizia nata con due ragazze che ammiro e che mi fanno sempre sentire ben accolta e stimata.

Se siete a Torino o da qui passate, andate alla Dama Verde. Sarà uno dei posti dove percepirete la purezza della passione per un progetto, per un’idea, per un sogno. Lì percepirete l’armonia del credere in qualcosa e portarlo avanti con fierezza.

Perle di nobile zucchero e dorayaki artigianali

干菓子 Higashi di Saku-chan

干菓子 Higashi di Saku-chan

Più spesso di quanto vorrei la mia mente realizza la distanza geografica che mi separa dal Giappone.Rendersene conto fa un pò male ogni volta.Il Giappone, è inutile stare a girarci tanto intorno, è realmente una parte di me.

Anche quando qui in Italia mi aspettavano tempi bui, dolorosamente strazianti, scoranti fino all’inverosimile – momenti in cui mi allontanai dal blog e da tutto ciò che era giapponese per non infierire ulteriormente sul mio delicato stato d’animo di allora – anche in quei frangenti il Giappone non riusciva ad allontanarsi da me.

Lo ritrovavo continuamente: nelle domande delle persone, da qualche parte in giro per la città, sulle bancarelle di un mercatino delle pulci, oppure nella buca delle lettere.

Il Giappone che trovavo nella cassetta della posta erano le lettere e i pacchetti di Saku-chan che ogni volta mi facevano sanguinare il cuore al solo pensiero di vederne il contenuto, ma al contempo mi facevano provare una confortante felicità nella consapevolezza di essere ancora legata a quella terra e a quelle persone a me così care.

A Saku-chan raccontai tutto quello che successe gradatamente. Sapevo che se le avessi detto tutto quando ancora brancolavo senza appigli e senza meta lei si sarebbe preoccupata molto e questa volevo evitarlo.

Sapevo che da parte sua avrei avuto un instancabile appoggio. E così fu.

L’otto dicembre, quindi molto recentemente, ho scoperto che era arrivato un pacchetto per me pochi giorni prima ma, non essendo a casa al momento della consegna, era stato ritirato gentilmente dai miei vicini.

Il pacchetto, una vera ed inaspettata sorpresa, arrivava da Saku-chan.

Il delicato incarto con due bamboline e i 紋 mon di una pasticceria di Sagamihara

Il delicato incarto con due bamboline e i 紋 mon di una pasticceria di Sagamihara

Saku mi ha inviato una confezione di 干菓子 higashi. Gli higashi fanno parte della grande famiglia dei wagashi, ma si distinguono dagli altri dolci essendo secchi. Il primo kanji 干 significa proprio secco.

Gli higashi sono a base generalmente di un ingrediente tanto particolare quanto tradizionale: il 和三盆 wasanbon.

Il wasanbon è uno zucchero indigeno che ha la consistenza pressappoco dello zucchero a velo. Viene prodotto, dal Periodo Edo, esclusivamente con le canne da zucchero coltivate nelle prefetture di Tokushima e Kagawa.

Pur avendo una somiglianza con l’occidentale zucchero a velo, il wasanbon possiede però un sapore particolare che lo distingue nettamente dal suo parente. Delicate note di burro e miele lo rendono davvero una prelibatezza.

Il wasanbon viene utilizzato principalmente nella pasticceria tradizionale, soprattutto in prodotti di qualita’ particolarmente elevata, e anche nelle preparazioni dolciarie domestiche ogniqualvolta si desidera conferire un tocco di nipponica eleganza ai propri dolci.

Gli higashi sono uno dei prodotti piu’ conosciuti a base appunto diwasanbon.

Questi sono i dolci che generalmente presenziano durante la cerimonia del tè proprio grazie alla loro bellezza, alle loro forme e colori che rispecchiano sempre le stagioni oppure determinate ricorrenze.

L’incantevole confezione che racchiude gli higashi di Saku-chan. Dietro la sua lettera con in alto il mio nome.

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Il nome di questa composizione di higashi è particolarmente evocativo: 松籟 shoorai, ossia il suono, il sussurro, il bisbiglio del vento che soffia tra i pini.

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Ammirate insieme a me la delicatezza di questi dolcini:

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Ci sono uno ひょうたん hyootan e due 波nami (onde)

Ci sono uno ひょうたん hyootan e due 波nami (onde)

La spontaneità e sincerità di Saku la rendono una delle persone più limpide che io abbia mai incontrato.

E senza nemmeno farlo apposta, rimaniamo in tema di wagashi con alcuni どら焼き dorayaki che ho preparato e confezionato con pochi e semplici ingredienti.

Ho parlato tante volte di questi dolcini qui su Biancorosso Giappone, presentandone anche una ricetta attraverso la rubrica che curavo sul sito Insieme a Tè. Ricordate?

Era da tanto che non li preparavo.

Ho iniziato con una scorciatoia. Questi ゆであずき yude-azuki, azuki bolliti in latta, della 井村屋 Imuraya, un`azienda nella Prefettura di Mie.

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La striscia gialla sulla confezione ci indica che sono stati usati solo fagioli azuki provenienti da Hokkaido, da cui arriva una delle varietà più pregiate.

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Ho preparato le frittelle dei dorayaki con un semplice impasto a base di farina 00, zucchero, miele, lievito chimico, uova e acqua.

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Come mi piace sempre fare quando preparo i dorayaki, ho aromatizzato una parte dell’impasto con del buon 抹茶 matcha che conferisce al dolce un gradevole color verde brillante unitamente ad un delicato sapore inconfondibilmente giapponese.
Preparate le frittelle, le ho farcite con gli azuki bolliti i quali e` stato sufficiente utilizzarli così com’erano direttamente dalla latta.
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Ed ecco i どら焼き pronti, confezionati in semplice carta trasparente per alimenti.
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Le luccicanti gemme del quotidiano

曲げワッパ弁当箱 Magewappa-bentoobako

曲げワッパ弁当箱 Magewappa-bentoobako

È passata l’estate.

È arrivata, si è accomodata col suo solito fare allegro e ridanciano, ci ha intrattenuti con un alternarsi di piogge e soli cocenti … e poi si è rialzata pigramente dalla poltrona su cui si era spaparanzata con molta naturalezza.

Ha afferrato il suo foulard bianco, si è rimessa i suoi occhialoni da sole un pò retrò ed è sparita.

Al suo posto, come tutti già sapevamo, è arrivato l’autunno, una stagione sempre poco ben accolta per svariati motivi.

Poco prima che finisse l’estate, in quei giorni in cui però già si’percepivano nell’aria i primi profumi dell’autunno, un mercoledì pomeriggio ho invitato la mia cara amica Dea a condividere con me una sorta di pranzo/merenda, ai Giardini Reali qui a Torino.

Avevo bisogno di sapori, forme, colori e sensazioni giapponesi. Ne sentivo la necessità.

Per l’occasione, ho utilizzato una scatola da bento dalla storia e dai ricordi dolce-amari.

Un 曲げワッパ弁当箱 magewappa-bentoobako dai colori scuri, dall’aria retrò e dal sapore 昭和 Shoowa.

L’avevo acquistato in Giappone qualche tempo prima di andar via. In preparazione al mio viaggio per l’Italia – e che si sarebbe poi rivelato definitivo, solo che ancora non lo sapevo – decisi di portarmi in valigia questo magewappa e un altro bento tradizionale acquistato dallo stesso artigiano.
L’intenzione era quella – e sorrido ripensando alla mia ingenuità di allora – di preparare un bento da condividere magari con mia mamma o qualcuno di caro in un bel parco torinese come può esserlo quello del Valentino.

Tutto il resto è storia, ma nel dolore del tutto i due bento se ne rimasero chiusi prima in valigie e poi in cassetti senza mai e poi mai avere il piacere di svolgere la loro funzione. Anzi. Erano una rappresentazione tangibile del mio dolore, della mia sofferenza e per questo motivo non riuscivo a trovare il coraggio di godermeli come avevo tanto sperato in quel mio lontano pomeriggio in Giappone quando, vedendo questi due bento, rimasi ammaliata dalla loro bellezza retrò che racchiudeva molto semplicemente tutta la sobria eleganza tradizionale del Sol Levante che sento così mia.

Insomma, l’idea di invitare Dea a fare una bento-merenda con me ai Giardini Reali era l’occasione giusta per rafforzare la nostra già bella amicizia e per liberarsi dalle ragnatele che si formano sulle cose che releghiamo in angoli dimenticati di vecchi dolori.

Quel bento era stato scelto dal mio cuore per essere usato, apprezzato, vissuto ed era quindi giusto che così fosse.

Nel cuore, nello spirito e nel corpo sono guarita. Ho una vita nuova, piena di gioia e di soddisfazioni. Un cuore ricolmo d’amore più che mai e più di prima, una cerchia strettissima ma selezionata di amicizie preziose e altri tesori.

Quindi sì, era proprio ora di tirare fuori quel bento dalla sua scatola di cartone bianca e rossa pinzata con grossi punti di rame e scartarlo dal suo involucro di carta quasi velina che fino a quel momento lo aveva custodito amorevolmente.

Il bento pronto, poco prima di uscire di casa:RIMG1392

Nel ripiano di sinistra: veg-burger, tamagoyaki, un coniglietto di peperone giallo, olive e pomodorini.
Nel ripiano di destra: due onigiri (uno spolverizzato con 塩こしょう shio-koshoo o sale e pepe giapponese e ripieno di pasta di umeboshi; l’altro abbellito da una fogliolina di basilico e ripieno di おかか okakao katsuobushi mischiato a salsa di soia), pomodorini e qualche uvetta.

Assieme ai bento relegati nel dimenticatoio del dolore, vi erano anche questi picks a forma di 簪 kanzashi:

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Ed eccoli all’opera:

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Seduta su una panchina verde mentre un cielo si velava dietro spesse coltri di nubi grigiastre, ero felice di poter assaporare questo piccolo pasto con Dea e di poter finalmente gioire della semplice ma preziosa gioia di un bento amorevolmente preparato e condiviso.

E di poter chiudere un ennesimo cerchio.

Mentre quel cielo si nascondeva dietro le pesanti nuvole pregne di un acquazzone mai arrivato, i sapori erano puliti, chiari, limpidi e parlavano della genuinità delle cose.

Per strada si perdono amori, amicizie, luoghi e oggetti, ma si acquisisce di nuovo tutto. Non si perde nulla, si cambia solo. O meglio: si perde ciò che ci appesantisce e ci insozza e si acquisisce ciò che fa emergere il meglio che è in ognuno di noi.

Da Dea, amica cara e a me realmente preziosa, ho ricevuto doni dal suo viaggio a Saint Tropez, tra cui questo 煎茶 sencha:

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Questo panno morbido ed una saponetta ai fiori d’arancio.

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Lo stesso giorno in cui ho ricevuto questi doni da Dea, tornando a casa e respirando a pieni polmoni i forti raggi di un sole pomeridiano di fine estate, ho deciso di fermarmi in un negozio di alimentari naturali. Sono quei posti dove amo perdermi nell’ammirare le mille varietà di spezie, di cereali, di sciroppi e burri. Sono quei posti che sembrano infondere mille e uno buoni propositi per un’alimentazione migliore, più bilanciata e più incentrata sulla qualità e sulla preziosità del momento anziché sulla quantità, la moda o altri criteri poco saggi.

Tra le corsie disordinate ma rassicuranti nel loro caos, ho trovato questo libretto di poche pagine ma così carino e dolce da non poterlo ignorare:

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Al suo interno vi sono ricette semplici e sane che dovrebbero poter essere preparate anche da bambini (sotto naturalmente la supervisione di un adulto) e che dovrebbero, al contempo, soddisfare la voglia che i bimbi hanno di dolci o cose un pò pasticciate.

Insomma, la filosofia del libretto è: ogni tanto dolci e cose pasticciate si possono concedere ai piccoli, ma limitando il più possibile il consumo di ingredienti raffinati, non biologici, ecc.

Pur non avendo figli, questo piccolo ricettario mi è piaciuto per le sue illustrazioni innocenti e rassicuranti, per i suoi testi amorevolmente autoritari e che sono un po’ come sentir parlare un genitore. Anche le sue ricette – che non so se o quando realizzerò – ma che per ora soddisfano il mio cuore.

Le gemme luccicanti del quotidiano sono tante e sono nella vita di tutti. Basta solo cercarle.

Vedo ogni giorno tanti volti cupi e musoni che spesso riescono, nella peggior delle ipotesi, a trasmettere e magari contagiare il proprio stato d’animo anche a chi solo li osserva.

In questi anni di esperienze, alcune meravigliose e altre laceranti, ho imparato a ritrovare la gioia anche nelle cose scontate.
Il pensiero, ad esempio, di fare due passi, di ammirare delle foglie che cadono da un albero, di sentire il profumo di caffè fuoriuscire da un bar, di scambiare due parole con un’amica, di fare un regalo a qualcuno riesce a rinfrancarmi.

Quando devo dare lezioni mi capita, abbastanza frequentemente, di andare in un quartiere della città dove è concentrato un alto numero di famiglie poco abbienti o in grosse difficoltà economiche.

Provenendo io stessa da una famiglia povera e avendo vissuto per buona parte della mia vita con lo spettro dello stento – tranne che per un periodo relativamente breve dove ho potuto assaggiare il sapore di una vita benestante e sgombra dalle preoccupazioni del come arrivare a fine mese – riesco immediatamente a percepire certe sensazioni e a solidarizzare con esse.

Ero in questo quartiere proprio l’altro giorno. Entrando in uno di questi palazzi, ho rallentato un pò il passo volutamente.

Il palazzo, vecchio e un pò malconcio, non attrae sguardi e non tenta i cuori di nessuno. Eppure, varcandone la sua soglia consunta, ci si trova in un microcosmo traboccante di emozioni.

Davanti a me un modesto cortiletto che – come spesso accade in stabili come questi – ospita da un lato la parte gioco per i bimbi del condominio e dall’altra garage e piccole officine o laboratori.

Una bella bambina, sugli otto o dieci anni, con lunghi capelli ricci scuri e raccolti in una ordinata coda, faceva le bolle di sapone.

Bolle brillanti che, con un pò di iniziale incertezza, si libravano in volo sfoggiando una superficie cangiante e sempre diversa. Vicino a lei, un bimbo più piccolo. Chissà, forse suo fratello.

Ho osservato per pochi istanti mentre a passo non svelto mi dirigevo verso le scale.

Quelle scale di pietra lisa e percorsa da milioni di passi. Nell’aria il profumo rassicurante e fiero del sapone di Marsiglia. Qualche raggio del sole pomeridiano arrivava un pò di qua e un pò di là, mentre io avanzavo.

Su ogni pianerottolo due appartamenti e ogni appartamento una porta.

Molte di queste famiglie, perlopiù straniere, sembrano essere numerose a giudicare dal vociare a volte allegro altre volte lamentoso di bambini di varie età.

Alcune di queste porte rimanevano spalancate ma davanti cui, per rispetto, mi voltavo per non infrangere coi miei occhi le loro case.

Da ognuna di queste case arrivavano gli odori della quotidianità: cibi che qualcuno stava preparando; l’odore della biancheria appena lavata; la fragranza di un caffè; l’odore della vita che si vive giorno per giorno.

Gli odori erano accompagnati dai suoni della vita semplice di famiglia: il tintinnio di posate e stoviglie; l’apertura e chiusura di cassetti; il clac-clac di zoccoli e tacchetti; il gracchiare di radio oppure di qualche programma televisivo; il vociare a volte vivace di discussioni condotte spesso in lingue a me incomprensibili.

Da una di queste case è spuntata una bambina che, dal pianerottolo, ha alzato gli occhi per guardarmi e con la spontaneità e sincerità dei bimbi mi ha salutata con un brillante “Ciao!” accompagnato dal gesto della sua manina.

Naturalmente ho risposto con grande piacere al suo saluto, ricambiandolo prontamente e sorridendole mentre, gradino dopo gradino e con un pò di fiatone, ero quasi arrivata a destinazione.

È bastato entrare nel portone di un palazzo qualunque, di una zona qualunque della periferia torinese spesso intrisa di grigiore e scoraggianti prospettive, per uscirne col cuore gonfio di contentezza.

E ieri, da Monica, mia cara amica, ho ricevuto questa delizia: una marmellata giapponese di fichi prodotta nella città di 尾道市 Onomichi-shi nella prefettura di 広島 Hiroshima.

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Piccole cose belle

Limpidi mondi di un tempo che fu

Limpidi mondi di un tempo che fu

Mi è capitato, tra ieri ed oggi, d’immergermi in piccoli e limpidi mondi fatti di immagini semplici; di parole un po’ antiquate ma dolci come la carezza dalle mani di una mamma; di descrizioni composte e pulite, ma non per questo inamidate.

Mi è capitato, tra ieri ed oggi, di riscoprire un’infinitesima parte di quella letteratura per ragazzi che, forse e con sommo rammarico, sta scivolando suo malgrado in un oblio dove vengono relegate tutte quelle cose considerate ormai superate, démodé, meritevoli di un armadio e qualche bella pallina di naftalina.

Ad allietarmi e ad immalinconirmi anche un po’, il celebre Giornalino di Gian Burrasca di Vamba e un’opera decisamente più oscura della prima, ma non per questo minore in bellezza: Tre Monelli e un Teatrino di Manlio Mora.

Il motore di ricerca più famoso al mondo mi restituisce poche e scarne notizie su questo Mora.

Pare fosse originario di Parma, un poeta e addirittura un generale del Regio Esercito durante la seconda guerra mondiale.

Esistono ancora alcune copie dei suoi vecchi libri, soprattutto in sale di consultazione oppure attraverso antiquari o semplici rigattieri.

Senza farlo minimamente apposta, i due libri – venuti in mio possesso in due momenti temporalmente ed emotivamente lontani fra loro – raccontano entrambi, seppur con impostazioni differenti, le avventure di bimbi monelli e delle loro innumerevoli marachelle.

Vamba ci narra le rocambolesche avventure di Giannino Stoppana, detto Gian Burrasca, un bimbo dei primi nel Novecento che, combinandone davvero di tutti i colori, ci regala uno scorcio unico di vita in una famiglia toscana nobile di quegli anni.

Mora, invece, ci racconta le avventure di due piccoli monelli, due fratelli di nome Mario ed Enzo e della loro sorellina Dirce, appartenenti ad una povera famiglia dove i lussi erano ben pochi e dove bastava un’umile crosta di formaggio a far venire l’acquolina in bocca a questi umili bimbi.

A coloro che hanno la pazienza di rispolverare le letture dei ragazzi di un tempo, la ricompensa che trovano è quella di un linguaggio garbato, pulito, d’altri tempi ma non per questo noioso.

Vi sembrerà di affondare leggermente la testa in un mondo scomparso, dove ci si dava normalmente del Voi e dove – complice forse l’innegabile fascino di tutte le cose che sono state e non sono più – tutto sembrava infinitamente più genuino, sincero, cristallino e umano.

Le marachelle di Gian Burrasca nascono quasi sempre, infatti, dal desiderio in realtà di fare un favore, di facilitare qualcosa a qualcuno. Come quando, all’arrivo improvviso e inaspettato in casa Stoppani della vecchia zia Bettina, le sorelle del monello Giannino si sentirono enormemente infastidite perché sapevano che questa visita non attesa (e non gradita) avrebbe messo a rischio la riuscita della loro festa.
Gian Burrasca, allora, con cuore innocente decide di riportare all’anziana zia i commenti poco lusinghieri che le sue nipoti le hanno rivolto a sua insaputa. Così facendo, il monellino pensa ingenuamente di risolvere la situazione salvando capra e cavoli, ignaro ovviamente delle mille e disastrose conseguenze.

Un’indole decisamente più birichina anima invece le birbanterie di Mario ed Enzo che spesso si divertono a combinarle grosse semplicemente per il gusto di farsi un gran bella risata. Un pò come quando, nella bottega di Mastro Cesare, il loro padre falegname, decisero di versare della colla sopra una sedia su cui si stava per accomodare un uomo anziano e cliente del papà.

Vi lascio immaginare il resto della scena.

Curiosando nei mercati di cose vecchie, come può essere il nostro celebre Balon qui a Torino, oppure negli oramai numerosi negozi dell’usato che popolano le nostre città, vi può capitare facilmente di trovare molte opere risalenti ai primi anni del Novecento. Libri spesso di autori oscuri oppure eclissatisi dopo forse un breve periodo di gloria a noi troppo distante per poter rievocare un ricordo.

Ma sta proprio in questo il fascino. Il numero di autori viventi o defunti che abbiano pubblicato anche solo una parola è talmente grande da non poter forse essere quantificato. E quindi perché mai dovremmo soffermarci testardamente sui pochi e blasonati nomi riveriti da questa o quella persona? Chi ci dice che nei tanti libri di scrittori meno conosciuti o addirittura anonimi non possano celarsi delle piccole meraviglie, dei piccoli mondi vellutati, delle piccole cose belle?

Testimonianze autentiche di un passato, spesso ammonticchiate in polverose casse dove per ogni pezzo bastano pochi spiccioli.

Sempre dalla mia cara amica Dea, ho ricevuto il dono di parole sentite e bellissime.

Da lei ho ricevuto questa collezione di sue poesie che hanno la delicatezza di un giglio e la bellezza di un velo di seta sospinto da uno sbuffo di vento.

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In passato mi sono stati regalati libri di poesie, in varie occasioni, ma poche volte ho provato la sensazione sentita nel ricevere e poi nel leggere le parole di questi componimenti.
Sono stata trasportata, con forza, in una dimensione però delicata fatta solo di sentimenti che dall’anima vengono convogliati attraverso una penna ed il suo inchiostro.

Sono emozioni che prendono la forma di stille d’inchiostro su fogli di carta leggermente ruvidi.

Chiederò a Dea il permesso di riportare alcune delle sue poesie che ho apprezzato particolarmente affinché possiate leggerle anche voi.

Le piccole cose belle continuano nonostante tutto. Certo, perché noi non cessiamo di esistere anche quando si fa buio e a volte si ha paura.

Negli ultimi mesi la mia vita si è arricchita spiritualmente in maniera molto speciale e preziosa. Un giorno, forse, ve ne parlerò. Ma non ora.
E la mia vita adesso, ricca ora anche sentimentalmente, è rifiorita… come un campo che, inaridito da un caparbio sole, riceve acqua che lo rigenera reidratando le sue vene e il suo essere.

Negli ultimi due mesi o tre, però, la mia vita è stata un po’ come una mongolfiera che salendo sempre più su ha dovuto, a un certo punto, liberarsi di pesi, di zavorre. In realtà, a volte le zavorre si liberano da sole senza che sia tu a volerlo.

Ed è esattamente ciò che mi è successo.

Avevo un’amica a cui volevo molto bene. La stimavo particolarmente. Era una persona che ritenevo, senza ipocrisie, una delle migliori che avessero mai incrociato il mio scombussolato cammino di vita.
Era davvero un piccolo diamante. O così sembrava.

Ho il difetto, il grande, enorme difetto di sopravvalutare sempre le persone anche quando l’istinto mi dice che in realtà vi è qualcosa di bizzarro, di strano, di non del tutto chiaro.
Testardamente ignoro i campanellini d’avvertimento, considerandoli meri pregiudizi sciocchi.

Quei campanellini mi avevano avvisata in più occasioni, ma io ho sempre scelto di non prestar loro alcuna attenzione reputandoli fasulli o fuorvianti.

Ma le cose hanno un perché e anche le sensazioni.

Questa persona non mi era amica. Non lo era affatto.

Ma pazienza. Ha scelto di eliminarmi dalla sua vita come si fa con un vestito smesso, sparendo veramente dall’oggi al domani e negandomi addirittura la basilare ed elementare possibilità di un confronto dove, le persone mature di solito, si dicono sul muso quello che hanno in petto anziché scivolar via vigliaccamente nei meandri del quotidiano e del tempo che scorre.

Di vigliaccherie ve ne sono state già a sufficienza nella mia vita negli ultimi anni e quindi riceverne di nuove, soprattutto da chi si professava molto corretta e capace nella gestione del tempo e mille altre cose, lascia amareggiati e un po’ (tanto) sfiduciati.

Incassato il colpo ed ingoiatane l’amarezza, mi sono rialzata – anche se con meno fiducia nei confronti dell’amicizia – riprendendo il mio cammino.

Vi è sempre qualcosa di più bello dopo.

Leggete cosa scrisse Mora negli anni Trenta, nel libro Tre Monelli e un Teatrino:

(…)Non bisogna dimenticare, del resto, che l’idea informativa del bello e del brutto, nelle cose di questo mondo, il più delle volte non è che una manifestazione di soggettività determinata dalle condizioni di spirito colle quali le cose stesse vengono, ad un dato momento, osservate o sentite. La naturale, istintiva filosofia dei piccoli, aveva portato Mario – ad esempio – a tale grado di sensibilità, da non sentirsi veramente felice se non quando suo padre era in collera con lui, perchè – l’esperienza glielo aveva insegnato – sapeva che così non poteva durare molto a lungo: il maltempo, presto o tardi, la cede al suo rovescio: il sereno.

In questa foto, invece, si riassumono tre concetti:

  • Il desiderio, realizzabile chissà quando, di scrivere un libro. Motivo per cui acquistai quel quadernetto dalla copertina decorata in omaggio di antiche lacche giapponesi che ornavano vecchi 重箱 juubako di un tempo…con la speranza di riempirne le pagine con idee.
  • La signora di Malacca, di Francis de Croisset: un romanzo acquistato in un negozio di libri usati. Mi attirava il suo titolo attorno cui, nella mia testa, iniziai a costruire mille storie.
  • Un vecchissimo libro di cultura giapponese, in giapponese, regalatomi dalla mia amica Monica di ritorno da un suo viaggio nel Sol Levante.

Tre piccole cose belle.

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Tante piccole cose belle.

Come questo testo raro dedicato alle prime generazioni di sino-americani e scovato, una sera per caso, da Mercurio in Via Po.

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Oppure queste riviste giapponesi, di decenni fa, dedicate all’origami e trovate sulla caotica bancarella di alcuni signori, al Balon di Torino.

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Piccole cose belle come questo ストラップ sutorappu (pendaglio giapponese per cellulari o borse) ricevuto dalla mia amata amica Saku e su cui compaiono gli hiragana del mio nome:

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Le perdite non sono mai vane. Tutto ha sempre – sempre – un suo perché anche se a volte non lo si comprende subito.

Ma ad ogni perdita segue un una gioia sempre più grande del dolore che l’ha preceduta.

Nipponiche scie d’affetto

blog4Gennaio è un mese strano: ha trentuno giorni eppure è come se ne avesse il doppio.

Davvero, sembra non finire mai.

D’altra parte non è certo l’unico mese del calendario ad avere trentuno giorni, ma lui è particolare. È come se le sue mezzore durassero un’ora e le sue giornate equivalessero a due.
Sarà forse perché, in questo mese, inevitabilmente mi ricordo che anagraficamente invecchio di un anno? Chissà. È probabile che sia questo inesorabile campanello che trilla ad ogni inizio anno a rallentare il ritmo di tutto il mese. O magari dovrebbe fare l’esatto contrario. Non so spiegarmi questo improvviso rallentamento temporale che però, varcata la soglia del palazzo del Principe Febbraio, sparisce all’istante.

Nonostante i tanti e spesso tragicomici incidenti con le Poste Italiane e lo spaventoso corriere SDA di cui basta nominare il nome per sentirsi pervadere da brividi di terrore, nella mia casetta sono arrivate preziosissime scie nipponiche d’affetto.

Regali speciali che racchiudono l’affetto ed il pensiero di chi li ha scelti, incartati amorevolmente e spediti al mio indirizzo.

Uno dei doni più recenti è stato quello da parte di Saku-chan e suo papè, Ishii-san. Un pacco gigantesco contenente tante di quelle meraviglie che penso ve le mostrerò a più riprese.

Il tema predominante di questo pacco erano gli 縁起物 engimono, ossia delicate statuine raffiguranti gli animali dello zodiaco cinese. Ogni anno corrisponde ad un animale. Il 2014 èl’anno del cavallo o 馬uma in giapponese.

Gli engimono equini regnavano sovrani nel pacco, tutti accompagnati dal loro personalissimo sfondo dorato, piedistallo o cuscinetto rosso e placchetta di legno.

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A me che non piacciono molto le statuine in generale, questi cavallini mi sono stati simpatici da subito.

Sugli sfondi pieghevoli dorati che accompagnano ogni cavallino, ecco brillare il kanji 寿 kotobuki, un ideogramma imbevuto di positività ed ottimismo. E’ il kanji di longevità, ma anche di festeggiamenti, congratulazioni, momento di festa e gioia.

Tra l’altro, è uno dei kanji che compone la parola sushi: 寿司 sebbene entrambi gli ideogrammi siano stati scelti per una questione principalmente fonetica…anche se, noto io, il sushi è un piatto che in Giappone spesso (non sempre) si consuma proprio in occasione di qualche evento positivo e che si desidera festeggiare!

Ecco 寿 kotobuki:

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Particolare molto grazioso della sella di uno dei miei nuovi amici equini:

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Ci sono le つる tsuru, ossia le gru di origami!

Siamo a gennaio, questo primo mese che apre le danze del nuovo anno e – per poter stare dietro a tutti gli impegni o date importanti che ci accompagneranno durante i trecentosessantaepassa giorni che ci aspettano, normalmente si ricorre ad un calendario.

I tempi moderni quasi ci spingono ad usarne la versione digitale, ma io continuo a preferire il calendario cartaceo, quello con le pagine che vanno girate ogni mese e su cui compaiono paesaggi o soggetti sempre diversi.

Ecco il magnifico calendario che ho ricevuto da Saku-chan:

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Con un calendario elegante così, sarà quasi un dolore annotarvi sopra qualsivoglia appunto!

Guardate che incantevole vista viene dedicata a gennaio! Lo riconoscete, vero?

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Continuo delicatamente ad ammirare tutti i doni in quella scatola, ma sono davvero tanti! Il cuore mi batte a mille e mi sembra di essere in un sogno.

Scorgo, ad un tratto, una busta…mi basta guardarla per lanciare involontariamente un gridolino di gioia ed incredulità!

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Capisco subito di che si tratta e quasi non riesco a crederci!

Capisco che Saku, co-fondatrice di Dadakko-ya, ha fatto fare su misura due timbri con il nome del nostro negozietto!!!

Guardate che meraviglia. Uno in verticale e l’altro in orizzontale:

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Nel pacco, vi erano altri timbri che Saku ha pensato potessero servirmi per il negozietto, ma ve li mostrerò un’altra volta.

In un’altra busta, però, ecco una preziosa scatola di 朱肉 shuniku, ossia di inchiostro giapponese color vermiglio usato proprio per i timbri, soprattutto quelli ufficiali per la firma (v. ハンコ hanko).

Ecco la scatoletta di 朱肉 shuniku accompagnata da un messaggio di Saku nella sua dolce calligrafia:

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Ecco il colore dello shuniku:

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Nel post-it verde, Saku mi ricorda che – essendo i miei timbri dei timbri giapponesi – è giusto che io utilizzi l’inchiostro giapponese.

Avevo una scatoletta di shuniku ancora inutilizzata, ma anche avevo acquistato in Giappone per il mio hanko.

Vi ricordate quando vi parlai del mio timbro? Proprio qui.

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Ed ecco di nuovo il mio fedele hanko che è ancora con me e con cui firmo tutto quello che ricevete da me, che siano lettere, biglietti, origami, ecc.

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Finirò di parlarvi dei doni di Sakura in un altro momento perchè ci metterei davvero tanto ad illustrarveli tutti.

Vediamo ora alcune scie nipponiche d`affetto da parte di Akiko-chan, la quale mi ha inviato tante piccole gemme e di cui vi mostro una parte:

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Questi sono お祝箸 o-iwaibashi, ossia bacchette per mangiare ma riservati alle feste e ricorrenze speciali.
Come vedete, eccoli adornati da 寿 kotobuki!

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Ecco una bustina di ゆかり Yukari, un tipo di furikake molto conosciuto in Giappone e a base di しそ shiso tritato.

 

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Ed un suo bento-ricettario…e che mi è bastato vedere per sentirmi stringere il cuore dall’emozione!

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Il libro è intitolato 粗食のすすめお弁当レシピ Soshoku no susume obentoo reshipi, ossia ricettario per bento a base di ingredienti semplici (e forse anche poveri, inteso come materie prime non troppo lavorate o pasticciate industrialmente. Sono ricette, queste, per creare dei bento sani e gustosi).

Vi parlerò del resto in un prossimo post, ma intanto ci tenevo a condividere la gioia nell`aver ricevuto queste meravigliose scie nipponiche d`affetto da parte di persone a me infinitamente care. Persone che non hanno mai smesso di volermi bene e che non hanno di certo lasciato che la distanza fisica intaccasse la nostra forte amicizia. Sono persone che, pur avendo di mezzo migliaia di kilometri, non hanno mai per un attimo cessato di starmi vicine e darmi sostegno soprattutto durante i momenti più dolorosi vissuti da quando sono ritornata in Italia.

Ogni loro dono, ogni loro gesto d`affetto, ha per me un valore incommensurabile e che forse non potrò nemmeno mai descrivervi.

Prima di concludere, però, vorrei scrivere ancora.

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Vorrei scrivere del grande Emilio Salgari, il famoso scrittore italiano divenuto celebre soprattutto per i suoi romanzi d`avventura come I misteri della jungla nera, Sandokan, I pirati della Malesia, ecc.

Fa un certo effetto scoprire che l`ultima dimora di Salgari è stata a poca distanza da casa mia. Fa effetto perché riscoprendolo mi sono sentita quasi come se lo conoscessi, come se avessimo fatto tante chiacchierate su mille viaggi e mille esplorazioni.

In uno di quei mucchi di libri a poco prezzo che ogni tanto s`incontrano nei supermercati, tempo fa scovai proprio L`eroina di Port-Arthur, una piccola perla di letteratura salgariana imbevuta ed ammantata di quel fascino mitizzato che il Lontano Oriente esercitava sugli Europei in un`epoca in cui ancora i viaggi oceanici non erano alla portata di tutti e approdare a terre così esotiche poteva essere solo un sogno o un raro privilegio concesso a pochi.

In questo breve ma prezioso romanzo, Salgari ci racconta una storia di tradimento, aspettative dolorosamente infrante, cuori spezzati irrimediabilmente, coraggio e orgoglio, tutto ambientato durante il conflitto russo-giapponese all`ombra del Monte Fuji o – come lo chiamava l`autore usando un vetusto nipponismo “Fusi-yama”.
Il racconto, che non rovinerò facendone un piatto riassunto, narra la storia della bellissima Shima, figlia di un potente daimyoo e del suo amore per Boris, un giovante tenente della marina militare russa.

Questo romanzo è puro incanto.

Aprendolo ed iniziando a leggerlo, mi è sembrato di ritrovarmi fra le mani uno di quei libri da bambini con paesaggi e castelli di cartone e che fuoriescono dalle pagine, con l`unica differenza che qui al posto di palazzi e boschi tridimensionali, vi sono le magiche parole di Salgari infuse di una bellezza narrativa strabiliante.

Ogni parola profuma di antico e sembra sfoggiare preziosi ricami di tempi che furono.

Ogni parola racchiude con forza il fascino che il Sol Levante aveva sugli Occidentali, in epoche dove la maggior parte delle persone non poteva che fantasticare su ciò che ci poteva essere o non essere in quelle terre lontane e ricche di misteri!

Quei pochi elementi che arrivavano dal Giappone venivano prontamente rielaborati e idealizzati, fino a stuzzicare l`appetito di poeti, scrittori, artisti che – con qualche descrizione frammentaria di una geisha-san oppure di un tatami – ecco che si riusciva a scrivere sognando.

Si dice che Salgari non riuscì mai a visitare i luoghi esotici da lui così amorevolmente descritti nei suoi romanzi e questo ogni volta non smette di infondermi un po’ di malinconia.

Dal suo appartamento qui di Torino, lo scrittore era solito prendere un tram che lo conduceva alla Biblioteca Civica Centrale dove poteva procurarsi tutte le mappe ed atlanti del mondo, sue preziose fonti d`informazione e spunti per la creazione dei suoi memorabili romanzi.

Leggete L`Eroina di Port-Arthur e verrete stregati dalla prosa di Salgari, delicata ma al tempo stesso ornata come piatti di Imari.

Vi sembrerà di vedere l`incantevole Shima mentre sconsolata appoggia il mento sulle mani pigramente aggrappate alla ringhiera del suo principesco balcone.

Vi sembrerà di vedere i vasi di pregio e le stoffe ricamate che abbelliscono la sua casa.

Vi sembrerà quasi di scorgere il volto severo e orgoglioso del Daimyoo, mentre ordina ai fedeli samurai di affilare le katana.

Appena cesserà questa pioggia ostinata e poco simpatica, andrò a fare due passi con l`intenzione di passare sotto casa di Salgari. Spero di trovare un piccolo bar dove potrò ordinare un buon caffè e berlo alla sua memoria.

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