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Infusione di pensieri e tè verde

Giugno e ormai anche luglio sono scivolati via, fondendosi in un rovente abbraccio fatto di giorni estenuanti, uno più incandescente dell’altro. Un tempo strano, scandito da litanie per il caldo ed accese polemiche climatiche con in più un profluvio di soluzioni per fronteggiare l’inclemente calura: dalle tecniche di respirazione ayurvediche alle versioni fredde di tutti i piatti possibili ed immaginabili. Tutto questo assieme alla rapida comparsa in successione di sedicenti esperti di meteo, curiose figure di una sorta di culto atmosferico nonché presunti depositari di previsioni da cui dipenderà fideisticamente un qualche micro-pubblico.

La corsa spasmodica verso palchi sempre più in alto e più luminosi ormai non risparmia alcun ambito. Nemmeno quello meteorologico. È sempre la solita gara mercatale a chi urla di più.

Nelle ore più ardenti, un po’ drammaticamente ho ripensato a The Midnight Sun (Sole di mezzanotte) di Rod Serling, del 1961. L’incubo di un caldo inesorabile che non sembra arrestarsi in cui la Terra, andata fuori orbita, si dirige rapidamente verso il Sole. Un sole che non tramonta mai e una New York apocalittica, avvolta in temperature costantemente soffocanti.

Il volto madido di sudore e lo sguardo avvilito di Norma, la giovane pittrice protagonista dell’inquietante storia di Rod Serling, facente parte della serie The Twilight Zone (in italiano nota come Ai confini della realtà).

Giorni, dunque, bollenti e alleggeriti solo ogni tanto da qualche agognato intermezzo temporalesco. Corroboranti parentesi spesso irruente che, per qualche istante, smorzano la morsa dell’afa liberando scie di petricore rimaste fino ad allora imprigionate tra gli artigli del cemento magmatico. Anelate tregue che però spesso presentano un conto salato sotto forma di cadute di alberi, frane, esondazioni, danni alle coltivazioni. E allora, davanti alla furia sovversiva della natura, ecco riaccendersi i dibattiti.

Al termine della poesia olfattiva e del momentaneo ristoro psicofisico, ritorna la sovranità dello Zenit.

Scatti di una rovente Torino lugliatica.

E quindi il caldo: una presenza monopolizzante. Se ne parla in strada, nei negozi, nelle sale d’attesa, ai giardinetti, davanti ad un caffè di un bar di Corso San Maurizio, in coda alla posta e naturalmente nella piazza più grande del mondo: la rete. Arriva anche qui, su Biancorosso Giappone.

Condizionatori sì e condizionatori no? Disquisizioni infinite sulle cause di questi stravolgimenti. Temperature record mai viste finora oppure già sperimentate ma il cui ricordo è stato rimosso dall’urgenza del momento?

Escursioni termiche all’ordine del giorno, passando semplicemente da un marciapiede alle temperature semi-polari di un supermercato. Torino diventata per un po’ una sorta di colapasta energetico con le continue interruzioni di corrente. Poi il Sindaco, con la sua ira e i suoi strali.

Ma la vita prosegue. Le quotidianità vanno avanti, ognuna con le sue regole e i suoi protagonisti. Un susseguirsi di microcosmi intorno a noi di cui probabilmente non ci accorgeremo mai.

Infusioni a freddo del tè verde: kōrimizudashi e mizudashi

Lo splendido verde brillante di un sencha infuso con la tecnica del Korimizudashi.

E i tentacoli monopolizzatori del tema del giorno giungono anche qui. E ci portano dritti dritti in dispensa.

Nello sconfinato panorama di refrigeranti possibilità commestibili, c’è una preparazione che a me piace moltissimo: il 氷水出し kōrimizudashi. Si tratta di un’infusione di tè verde giapponese preparata però con acqua fredda e ghiaccio. Una formula ibrida tra il 氷出し kōridashi e il 水出し mizudashi, rispettivamente infusioni con ghiaccio e con acqua.

Per questa preparazione non serve essere un grande conoscitore di tè e nemmeno un purista della prima ora che non transige sui tempi di infusione. O che storce il naso per la scelta di un certo cultivar anziché un altro. Oppure ancora che si scandalizza per l’assenza degli utensili corretti.

Anzi, a ben vedere, probabilmente questo insopportabile signor Sotuttoio avrebbe certamente da ridire sulla preparazione stessa e inorridirebbe davanti a cotanta impudenza nel maneggiare impropriamente la Camellia Sinensis.

Illustrazione di una scatola di tè verde. Sul contenitore è tracciato il carattere 茶 cha (letto cià, secondo le regole fonetiche dell’italiano) ossia tè. Immagine di いらすとや.

Inesistenti radici antiche

Non so oggigiorno quanto interessi riportare alla luce le origini delle cose che ci circondano. A me personalmente, e questo blog ne è una testimonianza, piace moltissimo. Conoscere qualcosa, anche solo un frammento della storia di un utensile o di un profumo mi rende più consapevole e più presente nel mio quotidiano.

Il tè è un universo immenso, composto riccamente dalle impronte dei popoli che nei secoli lo hanno adottato. Insomma, si fa presto a dire: prendiamoci un tè!

Però non serve sempre inerpicarsi in tecnicismi e microlingue per pochi eletti. Insomma, non tutto deve diventare materia di studio: ci si può dissetare con qualche piccola curiosità mentre si sorseggia una buona tazza di 玉露 gyokuro senza per questo sentirsi inadeguati o non sufficientemente preparati.

E a proposito di cose alla portata di tutti o, per usare un aggettivo giapponese adatto, parliamo di qualcosa di molto 気軽い kigarui (rilassato, informale, accessibile a tutti) cioè le tecniche d’infusione a freddo che sono preparazioni del tè con radici antiche…inesistenti!

Già. perché questi metodi di infusione conobbero una crescente diffusione a partire solo dagli anni Ottanta e cioè da quando in Giappone fu introdotta la vendita del tè in bustina.
In realtà, pare che già verso la fine degli anni Sessanta sul mercato giapponese iniziarono ad affacciarsi le prime bustine di tè nero e nello specifico quelle della 日東 Nittoh (o Nittō, secondo la traslitterazione Hepburn).

Il 1961, invece, fu l’anno in cui sul mercato giapponese apparve per la prima volta il tè verde in bustina. Chi detiene questo primato è la celebre 山本山 Yamamotoyama, la storica azienda fondata a Edo nel 1690 da Kahei Yamamoto che divenne il più importante commerciante di tè del tempo grazie anche a due importanti mosse pionieristiche: lo sviluppo della tecnica di lavorazione delle foglie del tè chiamata 青製 aosei (grazie a cui il tè verde giapponese si distingue dagli altri per il suo colore verde brillante) e per aver inventato il pregiato e rinomatissimo 玉露 gyokuro! L’azienda Yamamotoyama, dopo più di trecento anni di onorata carriera, è ancora in attività.

Il nome palindromo dell’azienda: 山本山 Yamamotoyama.
Yamamoto, dal nome del fondatore, e yama – ossia montagna – come simbolo di maestosità, eccellenza e posizione geografica delle migliori piantagioni di tè molto spesso ubicate proprio su pendii montuosi e collinari. Foto di Eisuke Tachikawa.

È a partire però dai frizzanti anni Ottanta che in Giappone si diffonde in maniera capillare l’uso del tè verde in bustina. Gli anni Novanta, invece, accolsero un’altra grande novità (forse non così grande, ripensandoci a posteriori da un punto di vista ecologico): il tè verde nelle bottiglie di plastica.

Forse il primo tè verde giapponese commercializzato in bottiglie di plastica inizialmente da 1,5 litri: il celebre お〜いお茶 Oi Ocha della ITO EN, altro importantissimo produttore di tè verde giapponese, in attività dalla metà degli anni Sessanta del Novecento. Nella foto è raffigurata la bottiglia originale dell’epoca. Foto proveniente dall’archivio storico della 伊藤園 Itō-en.

È quindi a partire tra gli anni Ottanta e Novanta che, parallelamente all’introduzione sul mercato del tè verde in bustine e in bottiglie di plastica, prende piede l’idea di sperimentare con preparazioni diverse e meno convenzionali. Indubbiamente, la presenza ormai ovunque del frigorifero e di acqua che non necessitasse di bollitura per essere potabile hanno contribuito a rendere ancora più apprezzata l’infusione a freddo.

Preparazione con infusione Kōrimizudashi

Non servono istruzioni complicate. La preparazione del kōkrimizudashi o mizudashi (infusione a freddo con ghiaccio e senza, rispettivamente) è molto semplice e diretta.

Vi mostro entrambe le preparazioni, con due tè verdi giapponesi diversi.

Per il korimizudashi ho utilizzato la mia 急須 kyūsu (tipica teiera giapponese col manico laterale), 10g di sencha cioè circa un cucchiaio da minestra abbondante, 200ml d’acqua fredda e qualche cubetto di ghiaccio.

L’occorrente. Non serve avere necessariamente una teiera o delle tazze giapponesi. Usate ciò che avete. Cercate però di procurarvi del buon sencha. Io in questo caso ho utilizzato del prezioso 新茶 shincha che avevo ancora da finire: un regalo della mia cara amica Ryōko.

La semplicissima preparazione del korimizudashi.

Basterà versare un cucchiaio abbondante di tè verde giapponese in foglie in una teiera e aggiungervi qualche cubetto di ghiaccio seguito dai 200ml d’acqua fredda. A questo punto, bisognerà solo aspettare per circa tre minuti e poi versare il vostro tè verde freddissimo e delizioso in una tazza o in un bicchiere.

Qui ho versato un po’ di tè verde freddo in una tazza dove però non si vede bene il verde brillante della bevanda, dettaglio decisamente più evidente nella foto in alto, nel bicchiere in vetro.

Preparazione con infusione Mizudashi

Altro metodo facilissimo è l’infusione mizudashi. Qui ci servono il tè, acqua fredda e una bottiglia.

Per questa infusione ho utilizzato un tè giapponese molto speciale: il 加賀棒茶 kagabōcha, un tè verde leggermente tostato composto unicamente dai gambi e dai rametti della pianta. Questo è un tè tradizionale di Kanazawa, nella prefettura di Ishikawa, e viene coltivato in montagna dall’epoca Meiji ad oggi.

Il kagabōcha di Kanazawa, ricevuto in regalo dalla mia amica Rita. Questa varietà si chiama 宝 Takara che in giapponese significa tesoro perché in effetti è uno dei tesori tra le tante eccellenze di Kanazawa.

Questo formato in particolare è in bustine. Le dosi consigliate dal produttore sono, a mio parere, applicabili anche ad altri tè verdi giapponesi per l’infusione mizudashi: 1 bustina di tè verde per ogni 350ml d’acqua fredda. Tempo d’infusione in frigorifero: 3 ore.

Io ne ho preparato una bottiglia utilizzando due bustine e lasciando riposare il tutto in frigo per il tempo consigliato.

Il kagabōcha è un tè piuttosto difficile da trovare in Italia, purtroppo. Ed è un peccato perché è veramente squisito: in apertura si percepiscono delle note quasi caramellate seguite poi da quelle caratteristiche del tè verde.
Data la leggera tostatura, l’infusione (sia a freddo sia a caldo) produce un liquido ambrato come il miele d’acacia.

Si può servire con del ghiaccio, se lo si desidera. Io ho preferito non metterlo perché il tè era già molto freddo e inoltre volevo apprezzare in purezza la complessità del kagabōcha di Kanazawa.

Ho iniziato a scrivere questo articolo quando ancora eravamo nella morsa torrida di una fiammata che sembrava non estinguersi più. Ora invece scrivo in un sabato di fine luglio che affettuosamente ci culla nei suoi ventotto gradi. Quasi non mi sembra vero.

Il cielo è incolore, l’aria è appena appena effervescente e da dove sono in questo preciso istante vedo nitidamente uno dei simboli della torinesità per eccellenza: la chiesa di Santa Maria del Monte dei Cappuccini. Mi sembra così vicina da poterla quasi toccare con un dito!

È a un passo da me, as the crow flies, come dicono gli inglesi. Cioè come vola il corvo. In linea d’aria.

Per il momento le lunghe giornate bollenti delle settimane scorse sembrano un lontano ricordo. E io gioisco di questa lontananza rievocativa.

Residenza al Kika-Dōjō

In questo maggio appena sbocciato, scrivo.
Scrivo seduta al tavolo di legno chiaro del 帰家道場 Kika Dōjō, il centro di meditazione della mia amica Rita dove sono ospite per qualche giorno, un po’ come se fossi in una specie di residenza artistica in cui ritrovare il filo delle mie ispirazioni.

Biancorosso Giappone in trasferta felino-artistica…al Kika Dōjō.

Sono qui, in questa sala dalla cui finestra scivola dolcemente la luce pallida di un cielo meteorologicamente vago. Intorno a me un silenzio spezzato ogni tanto dal cinguettio di uccellini, dall’abbaiare distante di un cane, dal ticchettio di un piccolo orologio e dallo sfrecciare in lontananza di qualche auto.

Ma qualche volta anche dal quasi impercettibile fruscio setoso dei passi di Amélie che mi viene a cercare.

Miao, fusa e silenzi: un codice di comunicazione sorprendentemente chiaro.

Un timido sole sta cominciando ad illuminare le facciate dei vecchi palazzi di primo Novecento che caratterizzano queste vie. Quegli stessi raggi, gradatamente sempre più disinvolti, svelano qualche frammento visivo di un giardino segreto che si intravede dal sopraluce di un portone grigio dagli ornamenti sobriamente liberty.

La mia mente vaga per un attimo fantasticando sulle possibilità di quel giardino nascosto. Un luogo che preserva il suo fascino proprio perché non liberamente accessibile. Chissà quali piante ospita gelosamente al suo interno? Chissà che fiori vi sbocciano? E ancora: chissà se c’è addirittura una panchina – o forse una piccola fontana il cui fluire dell’acqua, sempre uguale, scandisce incessantemente il tempo che scorre via?

Insomma, un primaverile e precollinare primo maggio torinese.

Istanti…al Kika Dōjō.

In questa stagione che cerca, ancora e nonostante tutto, di stupirci con i suoi trionfi floreali e volteggianti walzer pollinosi, per me diventa impossibile non fermarmi ad ammirare gli splendidi fiori che generosamente adornano Torino un po’ ovunque. Ci sono. Basta alzare lo sguardo e cercarli.

Un collage di fiori che ho incontrato in girula per Torino.

Giorni, dunque, di una quiete non assordante ma stemperata da quella morbida cornice di brusii cittadini sempre amabilmente…distanti. E in questi archi temporali riprendo a scrivere immergendomi profondamente nella lettura e rilettura di libri che desideravo riprendere.

Società e letteratura: letture e riletture al Kika Dōjō.

Il ritorno dei blog: pia illusione o prospettiva concreta?

Se penso alla lunga storia del mio blog quasi mi sembra incredibile che esista ancora. Dopotutto, Biancorosso Giappone è nato nel 2007 ovvero il periodo di particolare splendore in cui i blog erano davvero protagonisti di narrazioni vivaci, entusiaste, dinamiche e sincere perché slegate (tranne forse qualche eccezione divenuta poi la norma, ahimè) da finalità commerciali. Insomma, si scriveva perché si avevano storie da condividere. E una voce, indipendentemente dal fatto che potesse essere o meno conosciuta, veniva comunque ascoltata proprio perché aveva qualcosa da dire.
E benché di lì a poco i social media avrebbero fatto il loro esuberante e chiassoso ingresso nella quotidianità di molti, in quel periodo si era ancora in una fase un po’ innocente.

La blogosfera (compresi i forum di discussione) era la dimensione digitale del muretto, del giardinetto, della piazza, del cortile condominiale e di qualsiasi altro luogo di spontanea aggregazione umana in cui fiorisce la convivialità insaporita da un pizzico di quell’antico animo del cantastorie che in fondo risiede in ognuno di noi.

Si avevano esperienze da raccontare e le si raccontava. Ognuno con la propria penna, col proprio sapore descrittivo arricchito da un mélange distintivo di ironia e creatività.
Ogni tanto mi piace ricordare le grandi penne di quel periodo. Penne realmente prodigiose che lentamente sono svanite nell’oblio di un mondo che ha cominciato ad accelerare sempre di più.

Qualcuno sostiene che l’avvento pervasivo ed invadente delle intelligenze artificiali, assieme alla già capillare presenza radicata dei social, stia innescando un senso di rifiuto per questa logorante deriva di una comunicazione non più comunicativa. Si tratta di pia illusione? Non lo so ma voglio pensare che, anche in questa situazione, si possa ritornare di nuovo un po’ alla semplicità e all’autentico.

Sfuggenti Amarcord di blog che furono

Lo so, ne ho già scritto ma…ci ritorno sempre e volentieri nonostante l’inevitabile venatura malinconica che ossida il ricordo: il blog dell’ingegnere napoletano trasferitosi suo malgrado a Gurgaon, in India, da cui raccontava con irresistibile umorismo le sue disavventure e il suo complicato rapporto con gli indiani. Qualche tempo fa ero riuscita a ritrovare i suoi frizzanti e arguti scritti. Non ci potevo credere: c’erano ancora! Purtroppo non ho più memoria di quel link.

Poi i tanti blog, uno più appassionante dell’altro, di Niki Tesoroni con cui lei raccontava le sue straordinarie avventure di viaggio, di spiritualità e di vita in giro per il mondo, con un doloroso ritorno in Italia in seguito alla scomparsa di Dario, il suo amato marito.
Quel lacerante ritorno a casa come comune denominatore tra me e lei.
I suoi blog, uno per tappa, erano tributi ad una prosa colta ed avvincente in cui Niki ti trasportava nella sua dimensione molto distante ma anche molto riconoscibile, nella sua quotidianità in terre lontanissime dove però lei riusciva, da abile cuoca, a preparare una pizza fragrante oppure una magnifica pasta fresca artigianale. E più esotica la terra che l’accoglieva in quel momento più tutto profumava stranamente d’Italia…anche attraverso lo schermo.

I nostri cammini virtuali s’incrociarono quando lei e il marito gestivano un ristorante italiano in Nepal e il suo blog del periodo s’intitolava appunto Pasta e Nepal.
Un vecchio articolo del quotidiano The Himalayan Times ricorda loro e quel ristorante – il Mamma Mia – gestito con così tanta, tanta fatica.

Ricordo Niki al suo ritorno, straziata e indebolita però con ancora una flebile fiammella che ardeva e che tentò in tutti i modi di alimentare: un progetto editoriale di cucina medicinale tibetana, disciplina a cui il marito aveva dedicato molte energie attraverso lunghi studi e valorizzanti tête-à-tête con studiosi del campo.

Ma Niki, al termine di ogni loro soggiorno in giro per il mondo, cancellava inesorabilmente il blog ad esso collegato. Era come se volesse dare ai suoi scritti una voluta impermanenza che ricorda quelle delle parole tracciate sulla battigia: possono essere le più belle e più sincere ma prima o poi arriverà l’onda e livellerà ineluttabilmente ogni cosa.

Ad un certo punto però, mentre il tutto sembrava prendere faticosamente forma, ecco che scomparve il sito. E con esso svanì anche Niki. L’onda, ancora una volta.

E il blog di un’allora esordiente Laura Imai Messina che frequentava piuttosto assiduamente Biancorosso Giappone e le cui visite ricambiavo con piacere. Dopotutto, scrivevamo entrambe con passione di cose giapponesi e vantavamo un’appartenenza ad una grande comunità senza confini di chi aveva semplicemente qualcosa da raccontare.

Scrivere…per esserci

Mi lascio la parentesi nostalgica alle spalle e continuo a scrivere, nonostante a volte mi chieda se abbia senso continuare a farlo. C’è qualcuno che ancora mi legge? C’è qualcuno che ancora apprezza i ritmi lenti dei blog con le loro storie che sgorgano da un vissuto o dall’estro di ancora sa navigare tra i labirinti della fantasia e dell’immaginazione?

Per il momento sono qui e dunque, scrivo.

Ci rileggiamo al prossimo articolo dove, per l’occasione, tornerò in cucina.

Osechi Ryōri: Storia e Tradizioni del Capodanno Giapponese

松竹梅 Shōchikubai. I tre amici dell’inverno giapponese: susino, bambù e pino. Sono piante in grado di resistere, con forza ed eleganza, ai grandi freddi invernali. L’apprezzamento nei loro confronti, e conseguente simbolizzazione, è uno dei retaggi provenienti dall’antica Cina ove già in tempi remoti rappresentavano rispettivamente fermezza, perseveranza e resistenza ovvero le virtù a cui ambire, secondo il pensiero confuciano.
Il simbolismo applicato a queste tre piante nei secoli si è poi diffuso dalla Cina in tutta la sinosfera ossia i Paesi di quell’area geografica dell’Asia orientale che per cultura e storia sono legati al Regno di Mezzo: le due Coree, Taiwan, Giappone, Vietnam.
Immagine di イラストくん.

Eccoci qui, ad un ennesimo capolinea calendaristico. Un altro anno che ormai volge al termine e al cui epilogo si aggrappano collettivamente sospiri di stanchezza, rapidi resoconti dei momenti più spinosi ma anche desideri e speranze già agganciati alla coda del nuovo capitolo che sta per principiare.

Immagino l’anno come un grosso drago che, giunto agli ultimi giorni di dicembre, si prepara per la muta dopo la quale spiccherà un energico volo verso nuovi obiettivi, sogni, prospettive…illusioni?

Copioni già visti e rivisti che però ogni volta sembrano sorprendere con la brillantezza dell’inedito.

Verso la fine dell’estate ho vissuto un momento personale di crisi che io ho abbastanza affettuosamente denominato le mie nebbie. Le foschie si sono in parte diradate ma ogni tanto riemergono di soppiatto.

Quando si attraversa la nebbia non mi è facile scrivere. La penna non riesce a toccare il foglio con la stessa agilità con cui invece si librano i pensieri, spesso ingarbugliati e quasi strabilianti nella loro flessuosità.

Ad infittire le mie nebbie anche molte perplessità sul destino di chi si esprime artisticamente in qualche modo, soprattutto per chi come me semplicemente scrive. Quali reali pericoli rappresentano le intelligenze artificiali? Il rapido affinamento di queste tecnologie, lo ammetto, mi inquieta. Questo turbamento non è da intendersi come un anacronistico sussulto reazionario ma come la necessità – condivisa certamente da molti – di ragionare su questo argomento con cognizione, senza tifoserie né fanatismi.

Si vocifera della saturazione dei social e del loro lento ma inesorabile decadimento, con un ritorno (forse) dei blog come strumento di condivisione e comunicazione. Non so quanto ci sia di vero in queste previsioni o se siano solo lo specchio di aspettative comuni. Però non sembra una prospettiva così impossibile: dopotutto esistono meccanismi di riequilibrio.

Resta comunque da dipanare l’imponente e aggrovigliata matassa delle IA e delle sue ancora imperscrutabili ramificazioni.

Voi cosa ne pensate?

Ne approfitto per precisare che, naturalmente, in questo blog non ricorro all’intelligenza artificiale per le immagini né tantomeno per i testi: disegni e foto sono di mia proprietà, salvo eccezioni opportunamente segnalate, mentre i testi sono tutti esclusivamente frutto del mio intelletto e di ricerche.

Arriviamo al dunque

Illustrazione di una composizione di osechi. Immagine tratta da AC-Illust.

Osechi: questo è il tema di questo speciale in due parti con cui vorrei chiudere il 2025.

Perché la scelta di questo argomento?

Innanzitutto, poiché gli osechi sono i piatti tradizionali giapponesi per capodanno, questo è certamente il momento giusto per tornare sull’appetitosa questione. E poi perché mi sono presa l’impegno di preparare qualcuno di questi piatti da fare assaggiare a Daniela ed Enrico, due amici che non avevano mai sentito parlare di osechi.

Negli anni ho affrontato questo tema perché a me caro: gli osechi rappresentano una delle piccole nonché mie amatissime tradizioni giapponesi a cui cerco sempre di fare spazio, anche se solo col pensiero.

Tra gli articoli più recenti, vi rimando a questo. Ma se vi mettete un po’ a rovistare tra gli scritti marianneschi ne troverete altri. Anche sul vecchio e storico blog.

In questa prima parte affronteremo un po’ le origini di questi piatti così speciali, con l’aggiunta di gustosi aneddoti. Nella seconda parte, invece, documenterò la preparazione dei semplici osechi che ho scelto.

Le origini dei piatti osechi

Composizione osechi. Immagine tratta dal sito AC-Illust.

Si fa presto a parlare di cucina giapponese, un termine che – complici caduche mode e ipersemplificazioni imperanti – potrebbe evocare sempre le solite pietanze: il sushi, il rāmen, i takoyaki e gli ubiqui mochi (che dovremmo più precisamente chiamare daifuku), ecc.

Le semplificazioni non rendono mai giustizia, neppure ai fornelli.

La cucina giapponese tradizionale, nota col nome di 和食 washoku, è un patrimonio culturale immenso che riunisce preparazioni, ingredienti e abbinamenti caratteristici di varie località e regioni del Giappone. Nel 2013, l’UNESCO l’ha dichiarata Patrimonio Culturale Immateriale.

Sulle pagine di Biancorosso ho trattato molte volte il tema della cucina giapponese, soffermandomi ogni volta su aspetti e criteri diversi. In occasione della ricetta dello ハヤシライス Hayashi-raisu (che trovate qui), ad esempio, vi parlai dei piatti 洋食 Yōshoku che, pur facendo parte della cucina giapponese, sono ispirati a piatti della cucina occidentale. Sempre parte della cucina giapponese in senso lato c’è anche la cosiddetta 中華料理 chūka-ryōri ossia il repertorio di piatti d’ispirazione cinese. Un esempio di pietanza di chūka-ryōri è la 冷やし中華 Hiyashi-chūka di cui trovate la mia ricetta qua.

Ebbene, all’interno invece della cucina giapponese classica tradizionale ritroviamo quei piatti collettivamente noti come お節料理 osechi-ryōri.

I piatti osechi sono caratteristici del repertorio gastronomico giapponese di capodanno, con radici antichissime. Alcuni studiosi sostengono che gli osechi risalgano addirittura al remoto periodo Yayoi (200-300 a.C. – 250-300 d.C.) che, secondo la storiografia ufficiale, tocca il Neolitico, l’età del bronzo e l’età del ferro. In quell’epoca, infatti, il Giappone adottò il calendario lunisolare cinese (il quale, nel computo del tempo, tiene conto delle fasi lunari mensili in relazione all’anno solare). I ritmi di vita erano scanditi perlopiù da quelli agricoli poiché dalla terra dipendeva la sussistenza. La gente dell’epoca, dunque, non solo profondeva le proprie forze nel duro lavoro dei campi ma si dedicava anche a rituali propiziatori che, secondo le loro credenze, avrebbero generato raccolti abbondanti e soddisfacenti. La spiccata sensibilità verso i sottili ma inconfondibili segnali dei cambi di stagione diedero origine a cinque momenti specifici dell’anno.

Le ritualità dei 五節句 Gosekku

Immagine di Kinendar.

Erano cinque le festività che segnalavano il cambio di stagione (節句 sekku), secondo il calendario lunisolare a cui i contadini del tempo (ma anche quelli contemporanei) erano così attenti. Da lì il termine 五節句 gosekku ovvero cinque festività:

人日の節句 Jinjitsu no sekku – 7 gennaio: festa delle sette erbe
上巳の節句 Jōshi no sekku – 3 marzo: Hinamatsuri o festa delle bambole (o bambine), chiamata anche festa dei Fiori di Pesco.
端午の節句 Tango no sekku – 5 maggio: Kodomo no Hi o festa dei bambini.
七夕の節句 Tanabata no sekku – 7 luglio: festa delle stelle.
菊の節句 Kiku no sekku – 9 settembre: festa dei crisantemi.

In occasione di queste importanti festività stagionali, l’Imperatore ordinava la preparazione di banchetti molto elaborati noti col nome di 節会 sechie.
In epoca Heian (794-1185 d.C.), i sechie erano riservati all’Imperatore e al suo entourage. Nelle campagne però si svolgevano in contemporanea delle feste dove si accoglievano festosamente i cambi di stagione in compagnia di piatti specifici, preparati appositamente per l’occasione.

Secondo i linguisti giapponesi, è dal termine sechie che deriva la parola osechi.

Aria di festa nel periodo Edo

Gira e rigira si torna sempre sul mio amato periodo Edo che ebbe inizio nel 1603 (alcuni studiosi preferiscono fissare l’inizio del periodo Edo in coincidenza con la battaglia di Sekigahara del 1600) e si concluse nel 1868.
Se dovessi scegliere una parola chiave da attribuire al periodo Edo penso che opterei per popolarizzazione perché è in quegli anni, profumati di pace e stabilità economica, molto divenne accessibile anche alla gente comune. Le arti come la letteratura e il teatro non erano più solo appannaggio di pochi ma divennero deliziosi piaceri alla portata un po’ di tutti. Non a caso, infatti, l’industria editoriale fiorì inarrestabilmente proprio nel periodo Edo.

E anche tutte quelle festività, che un tempo erano privilegi imperiali, si diffusero gradualmente in tutta la popolazione.
L’osservanza delle cinque festività stagionali, con annessi deliziosi banchetti, venne istituzionalizzata proprio durante il periodo Edo.

Piano piano, però, delle cinque festività quella a ridosso del nuovo anno acquisì particolare rilievo, con i preparativi che iniziarono a svolgersi sempre più comunemente pochi giorni prima del 31 dicembre.

L’eleganza di O-jū

Un o-jū (o jūbako). Immagine di イラストや.

Negli anni tra il tardo periodo Edo e i primi anni del periodo Meiji (1868-1912) si diffuse l’abitudine di disporre i piatti del sekku invernale (il Jinjitsu no sekku) in scatole laccate, composte da piani impilati. Queste scatole si chiamano 重箱 jūbako oppure お重 o-jū.
La maggior parte degli o-jū erano a due piani ma nelle famiglie più ricche i contenitori potevano arrivare anche a cinque ripiani.
E come in ogni cosa giapponese, anche qui vi erano linee guida ben precise su come disporre i cibi all’interno degli o-jū, nel rispetto di criteri che potevano prediligere l’ingrediente principale, la tecnica di cottura oppure addirittura imperniare la propria armonia sui 語呂合わせ Goro-awase ossia sagaci giochi di parole.

Regole da un manuale di epoca Kyōwa

Nel 1801, anno in cui ebbe inizio un’era chiamata 享和 Kyōwa, venne pubblicato un manuale con tutte le dritte necessarie per poter confezionare al meglio, e nel rispetto del galateo dell’epoca, un o-jū coi fiocchi.

Il manuale in questione intitolato 「料理早指南」Ryōri haya-shinan. Manuale di cucina.

Questo libro fu una specie di trendsetter in quanto dettò la moda degli o-jū a quattro ripiani. In esso sono inoltre ben spiegate le regole di disposizione dei cibi accompagnate da illustrazioni che non lasciano dubbi circa la corretta collocazione di ogni piatto.

Da un mio libro riporto la seguente illustrazione, tratta ovviamente dall’opera appena citata:

Immagine tratta dal libro 「江戸の食卓」Edo no shokutaku. La tavola del periodo Edo. Volume di mia proprietà.

Le quattro disposizioni ruotano intorno ai numeri dispari: 3, 5, 7 e 9. Quindi si sistemeranno tre, cinque, sette oppure nove piatti osechi. La disposizione, come si noterà tuttavia, è sempre pensata in modo tale da evitare che i divisori si incrocino. Questo naturalmente non è casuale.
Il manuale del 1801 ovviamente forniva altresì istruzioni precise sulla categorie di cibi da collocare in ogni ripiano. Ad esempio, secondo la moda del tempo il primo ripiano era da riservare ai pesci e crostacei, il secondo era esclusivamente per i piatti della cucina buddista, ecc.

Nella disposizione contemporanea, invece, dall’alto verso il basso troviamo: i piatti 酢の物 sunomono cioè conditi con aceto, piatti 煮物 nimono cioè stufati a fuoco lento, i piatti 焼き物 yakimono ossia grigliati e infine quelli che appartengono alla categoria denominata 口取りkuchitori che svolgono un compito analogo a quello dei nostri antipasti. La parola kuchitori può essere tradotta un po’ pedestremente con “prendi-bocca” perché in effetti risvegliano e stimolano l’appetito. Mentalmente li associo al francese amuse-bouche.

I tre osechi essenziali

Di tutti i piatti osechi in esistenza, tre sono quelli spesso considerati essenziali e che si preparavano anche nelle famiglie più povere:

黒豆 kuromame: fagioli neri stufati lentamente in un brodo dolce a base di salsa di soia
ごまめ gomame o 田作りtazukuri: piccole sardine caramellate
数の子 kazunoko: uova di aringa

Yōko Arimoto e i suoi osechi sinceri

Nella prossima parte cercherò di raccontarvi un po’ la preparazione degli osechi che ho scelto di realizzare, con l’aiuto anche di un prezioso ricettario specifico intitolato 「有元洋子のおせちレシピ」Arimoto Yōko no osechi reshipi. Ricette di osechi di Yōko Arimoto. Un delizioso e agile volumetto che sono riuscita a procurarmi molto recentemente.

Vi parlerò della signora Arimoto, dei miei osechi, dei significati storici associati a questi piatti e qualche curiosità. Ci sarà anche una partecipazione artistica speciale. Vedrete tutto molto presto.


Udon freddi al pomodoro

Udon freddi al pomodoro.

Gli udon ritornano in scena. Ed io insieme a loro.

Aprile è già sulla sua strada del ritorno verso una casa che non vediamo. Al suo posto arriverà Maggio, con la sua botanica effervescenza che farà da ponte con l’estate.
Questo mese ha inaugurato le danze floreali dei glicini, magnifici e profumatissimi fiori che sanno trasformare un anonimo angolo di città in un piccolo sogno fatato creando l’illusione di una soffice cupola lilla sotto cui potersi rifugiare.

Glicini

Ne ho fotografati alcuni durante una mia passeggiata in solitaria tra le vie silenziose della pre-collina torinese, in quei dedali di signorilità e riserbo squisitamente sabaudi. Camminare lentamente per quelle vie, assaporando così ogni passo, evoca in me l’atmosfera onirica di un film che ho citato molte volte in passato: Il posto delle fragole di Ingmar Bergman. Sarà la quiete a volte un po’ inquietante oppure l’impressione complessiva e relativa di una certa inalterabilità architettonica di quei luoghi a creare l’illusione di stasi temporale. Non lo so ma, anche in occasione di questo incontro coi glicini di quelle strade, la sensazione è stata la medesima.

La vita fugge, et non s’arresta una hora – così scriveva Petrarca nel Rerum vulgarium fragmenta, la sua raccolta di poesie più nota come il Canzoniere. E i glicini, come tutti i più bei fiori, sembrano rappresentare la fugacità della nostra vita. Sbocciano, fioriscono in un trionfo viola e donano tutta la loro esuberante fragranza che riesce a librarsi nell’aria segnalando la propria presenza ancor prima che l’occhio se ne accorga.
Ad un certo punto, però, quei petali iniziano ineluttabilmente a virare verso tonalità di lilla sbiadito, lavanda grigia e infine bianco con venature scure in un incanutimento che ricorda vagamente quello dei nostri capelli.

Un fuji floreale

In giapponese il glicine si chiama 藤 fuji. Imparai questo kanji grazie ad un importante cognome in cui esso è orgogliosamente incastonato: 藤原 Fujiwara.

La famiglia del clan Fujiwara ebbe un ruolo di rilievo nella storia e politica giapponesi, soprattutto nei lontani periodi Nara e Heian. Questo potente clan seppe intessere rapporti astutamente strategici con la famiglia imperiale, attraverso calcolate alleanze e la presenza di molti propri membri che ricoprirono il ruolo di reggente agli imperatori. Al fondatore del clan ormai in punto di morte, tale Nakatomi Kamatari, l’imperatore Tenji (seconda metà del 600 d.C.) conferì il nobile nome Fujiwara, divenendo così Fujiwara no Kamatari. Quel nome che contiene il prezioso glicine! Un fiore sulle tonalità del viola che era il colore imperiale – e dunque proibito ai più – per eccellenza ma condivisibile solo su invito ufficiale.

Avrei ritrovato il glicine in altri cognomi giapponesi considerati dei derivati meno altisonanti dei Fujiwara. Penso ai comunissimi 加藤 Katō e 佐藤 Satō, per esempio. Qui il carattere richiede la lettura cinese (on) che corrisponde a tō e non più fuji.

Kamon o stemma della famiglia Fujiwara. Esso rappresenta due glicini tubolari.

In una nota a margine di non-coincidenze, lo stemma dei Fujiwara abbelliva una piccola pasticceria tradizionale a pochi passi da casa mia a Sagamihara perché gestita da lontani discendenti del potente clan!

Sapori freschi

Si può passare di glicine in frasca? Questo prologo flori-malinconico sembra scollegato dall’argomento dell’articolo, ossia gli udon. Tuttavia, nella mia mente vi è un rapporto climatico: l’inesorabile avvicendarsi delle stagioni, e quindi del trascorrere del tempo, e il ritorno precoce del caldo. E con esso riaffiorano i trucchetti per sopportarlo.

Iniziano a comparire di nuovo in scena, dunque, tutti quei piatti rinfrescanti caratterizzati da preparazioni semplici e tempi di cottura ridotti al minimo.

Negli anni ne ho proposti a bizzeffe. Pesco a caso dal mio cilindro magico: Sudachi-sōmen, Zaru-soba, Zaru-udon, Hiyashi-chūka. Oppure la mia ricetta della zuppa di Harusame che è stata recentemente scelta e rilanciata qui dal Consolato Generale del Giappone a Milano che ringrazio.

Ho quindi pensato a degli udon freschi al pomodoro, ovviamente con il consueto tocco giapponese autentico. La ricetta che vi propongo, infatti, non è di mia invenzione ma riprende le preparazioni tipiche della primavera e dell’estate in grado di coniugare sapori occidentali (in questo caso i pomodori) con quelli della tradizione, ossia gli udon e la base di brodo. Insomma, un East Meets West, per dirla con lo chef Ming Tsai.

Ricetta: udon freschi al pomodoro

Per questa ricetta servono davvero pochi ingredienti. Se trovate qualcosa che non avete, nessun timore: fornirò idee per dignitose sostituzioni.

Vediamo subito gli ingredienti.

1 porzione di udon*
1 pomodoro o 4 piccoli. Io ho usato i Piccadilly.
Un paio di estremità verdi di cipollotti
100ml di mentsuyu**
2 cucchiai di olio di sesamo tostato

Sostituzioni
*Io ho usato dei sanuki udon della prefettura di Kagawa. Vanno benissimo altre tipologie di udon oppure degli italici spaghettoni o dei pici toscani.
**La mentsuyu è la base ossia il brodo che farà da sapida cornice al piatto. Potete facilmente prepararla in casa mettendo in un pentolino 100ml d’acqua, tre cucchiai di salsa di soia, mezzo cucchiaio di zucchero, un pizzico di sale e 1 cucchiaino di dashi. Portare il tutto a ebollizione per un minuto. Spegnere e lasciare raffreddare.

Il dashi che si usa generalmente nella mentsuyu è quello di pesce. Potete usare un dashi vegetariano di konbu o di shiitake. Sono tutti reperibili nei negozi di alimentari asiatici. Diversamente, sostituite con dado granulare di verdure.

Dashi granulari che ho sempre in dispensa: a sinistra quello classico di pesce e a destra quello vegetariano a base di alga konbu.

Preparazione

Tagliare a cubetti il pomodoro e a fettine le estremità verdi del cipollotto. Mettere da parte.
In un pentolino portare ad ebollizione dell’acqua e – senza salarla – mettere a cuocere gli udon rispettando i tempi di cottura riportati sulla confezione. Per i miei sono bastati 3 minuti scarsi.
Scolare gli udon e risciacquarli in acqua fredda.

Scolare bene gli udon raffreddati e sistemarli in un piatto. Delicatamente versare sugli udon la mentsuyu dopodiché l’olio di sesamo tostato. Guarnire il tutto con il pomodoro a cubetti e il cipollotto.

トマトの冷やしうどん Tomato no hiyashi udon. Udon freddi al pomodoro.

Pensieri sparsi ed Amarcord gusto-olfattivi

Riemergo da un periodo di impasse creativa. Non so se definirlo blocco dello scrittore (o scrittrice, nel mio caso) perché forse non posso considerarmi tale. Alcuni sostengono che si possa essere scrittori senza essere necessariamente autori. E viceversa.
Sia come sia, un affastellamento di pensieri non sempre leggeri ha ostacolato il mio flusso di idee che trovano istintivamente forma nella scrittura. Il periodo buio di atrocità a cui impotentemente assistiamo ha un peso che inevitabilmente in me si manifesta attraverso una difficoltà espressiva che tenacemente cerco di contrastare.

Eccomi qui, infatti. Risolutamente fedele ad una mia missione narrante. Anche se a volte mi domando a cosa serva, in questo mondo veloce che premia la sintesi e l’ipersemplificazione.

A questo lento ritorno hanno contribuito alcuni piccoli Amarcord gusto-olfattivi.

Il mio amatissimo sapone キレイキレイ Kirei-kirei che la mia cara amica Ryōko mi ha inviato in formato liquido. Ho scritto in passato di questo sapone la cui fragranza per me sa inequivocabilmente di Giappone.

E le gloriose caramelle Kasugai al 黒砂糖 kurozatō ovvero lo zucchero di canna grezzo di Okinawa. Io le chiamo le ninja-caramelle.

Nel mio mondo, numerose letture che porto avanti in contemporanea. Alcune di queste molto molto lentamente perché sento il bisogno di assaporarle un po’ come si fa con le ninja-caramelle.

Sono tutte e quattro letture contemplative, da degustare lentamente pagina dopo pagina per poi, se necessario, tornare indietro più e più volte. Si passa dalle streganti considerazioni di Matthew Furfine sulla natura telica dei verbi fraseologici inglesi a concetti deliziosamente giapponesi attraverso cui comprendere in profondità quel popolo. Concetti cardinali come quello di しつけ shitsuke, けじめ kejime e 人目 hitome la cui non conoscenza (e comprensione) pregiudica molto del nostro rapporto con quella cultura.

In questo blog sono tante le loose ends – le faccende in sospeso – da concludere. Penso alla serie dedicata a Pearl S. Buck oppure i miei racconti. In qualche modo riallaccerò tutto, a tempo debito.

Tornerete a leggermi?

Namio – prima parte

In questa nuvolosa domenica di ottobre, un mese che sa di zucca, tisana alla cannella e incenso di Olibano, ripenso ai due mesi abbondanti che mi separano dall’ultimo articolo pubblicato. Un lasso di tempo in cui sono riuscita a ritagliarmi una vacanza rivierasca di cui avevo molto bisogno.

Atmosfere di riviera, tra l’Italia e la Francia.

La ricerca dedicata a Pearl Buck e al suo rapporto col Giappone non è ancora conclusa ma arriverà il seguito. Questa indagine, infatti, mi sta conducendo a incontri inaspettati, impreziositi da una serie sbalorditiva di coincidenze che tali non sono.
Ecco i rimandi all’introduzione, prima parte e seconda parte.

Oggi ho deciso, finalmente, di tirare fuori dal cassetto un altro mio racconto che pubblicherò a puntate. Qualcuno di voi forse ricorderà Le parole di Sho, un altro mio racconto dalle sfumature giapponesi come quello di oggi, pubblicato tempo fa in tre parti. Qui la seconda parte e qua la terza nonché ultima puntata.

Mi accompagnerà uno squisito hōjicha, un tè verde tostato, proveniente da Kyoto. Un gradito dono di L., una cara lettrice.

Veniamo a noi. O meglio, alla storia. La storia di Namio.

Namio – prima parte

Avrebbe voluto essere ovunque, ma non in quella stanza con suo padre. Chiudeva gli occhi, sospirava senza farsi sentire e mentalmente ricorreva ad un trucchetto che aveva imparato da bambino e che, col tempo, era riuscito a perfezionare: si concentrava sul torrente di parole critiche del padre, ignorandone il significato e convincendosi che fossero pronunciate in una lingua sconosciuta.  

Dall’esterno poteva sembrare che stesse ascoltando con particolare attenzione, ma in realtà era in esplorazione in un suo personalissimo dedalo di parole scomposte e suoni senza più alcun senso. 

Ogni tanto riapriva gli occhi, annuiva, abbozzava un sorriso e proseguiva il suo viaggio tra parole smontate e poi rimesse insieme con la colla del quieto vivere.

“Solo nel tracciare eleganti ideogrammi col pennello troverai le pure stille della bellezza e non in quegli inutili raccontini che scrivi e che mai nessuno leggerà!”.

Namio conosceva a memoria i rimproveri del padre che lo biasimavano, da quando era bambino, per essersi sempre ostinato a non seguire le orme sue e quelle del nonno, entrambi calligrafi e discendenti del maestro calligrafo e di cerimonia del tè, Shōkadō Shōjō. 

La sua infanzia e adolescenza erano trascorse nel timore della costrizione e nella ricerca di continui stratagemmi architettati per sfuggire, seppur solo occasionalmente, alle lunghe e tediose ore di pratica di calligrafia a cui il padre lo obbligava, sotto la guida sua oppure del professor Sakai. 

La madre, dal canto suo, cercava di mediare tra padre e figlio nel tentativo, spesso disperato e quasi patetico, di non contrastare apertamente la volontà del marito e al tempo stesso di proteggere il suo unico figlio dall’inutile convinzione che l’arte di famiglia dovesse essere portata avanti, volenti o nolenti. 

Hiroshi

Hiroshi era un padre autoritario, cosa di questo era pienamente consapevole e niente affatto dispiaciuto. Suo padre, a sua volta, lo aveva educato rigidamente abituandolo da quando aveva cinque anni alla dura disciplina del pennello ricordandogli, ogni giorno senza eccezione, che le attività favorite dagli stolti e dagli ignoranti erano il commercio, i lavori di manovalanza e la scrittura. Nei confronti di quest’ultima in particolar modo il disprezzo era incontenibile e Hiroshi aveva promesso a se stesso, il giorno in cui nacque Namio, che lo avrebbe tenuto alla larga da quella sciocca frivolezza che è lo scrivere storie. 

Ma Namio avrebbe presto manifestato proprio segni inequivocabili di un talento per la scrittura. Era quasi come se, inconsapevolmente, si fosse preparato per contraddire fin da subito il padre. 

Confortanti foschie

La valanga di parole dai suoni arbitrariamente mutati continuava e Namio stava ora passando al piano B. Si era tolto quei grossi occhiali da vista dalla montatura nera e, come suo solito, ne appannava le lenti alitandoci sopra per poi pulirle con un angolo della sua camicia verde tè. 

Senza occhiali Namio si sentiva ancora più in sintonia nel suo labirinto di suoni storpiati perché, venendo meno la vista, anche il volto perennemente severo e accigliato del padre appariva sfumato e come avvolto da un’improvvisa foschia, il che rendeva il genitore meno soffocante, meno reale. La sua miopia insorse nel periodo dello sviluppo ma, anziché detestarla, Namio l’accolse come un’amica, un’alleata che lo aiutava ad ovattare visivamente quel mondo di costrizioni. 

Consuetudini consunte

Il figlio, finito di pulirsi accuratamente gli occhiali, se li rimetteva aggiustandone con gli indici la posizione per poi alzarsi dalla sedia. La vista ritornava nitida e di conseguenza anche tutto quell’ambiente soffocante tornava ad essere reale. Si avvicinava al padre, ancora impegnato nel suo logorante sermoneggiare, per chiedergli di poter andare. Il padre, invariabilmente, rispondeva che avrebbero continuato dopo il discorso e che lui non si sarebbe mai stancato di indicare al figlio la giusta via da percorrere.

La giusta via da percorrere. “E la giusta via da percorrere sarebbe quella della costrizione?” borbottava fra sé e sé Namio, chiudendosi alle spalle la porta scorrevole di legno scuro della veranda da cui amava osservare in silenziosa contemplazione il giardino di famiglia. 

L’engawa

Rimaneva lì nell’engawa, il lungo corridoio esterno coperto che fa da ponte tra la casa e il mondo là fuori. Era la sua isola liminale. Gli piaceva quel luogo a metà perché lo allontanava fisicamente dallo studio del padre e, al contempo, lo proteggeva dall’incognito che lo attendeva una volta varcata la soglia.

Dopo ogni rimprovero e prima di ritornare alle sue cose di sempre, Namio faceva capolino in questo corridoio.

L’engawa era anche il luogo di un escapismo olfattivo. Era quello, infatti, lo spazio che sua nonna usava per i suoi esperimenti di essiccazione. Tra settembre e ottobre, ad esempio, la fragranza dolciastra degli hoshigaki, i cachi essiccati, permeava l’engawa: una poetica visione di frutti arancioni appesi a cordicelle bianche, in attesa che il tempo ne smussi l’acidità e il vigore cromatico per trasformarli in qualcosa di nuovo.

Una misteriosa consegna

Immerso nei suoi pensieri, Namio ad un tratto notò un pacchetto appoggiato sullo scalino. Era un piccolo parallelepipedo avvolto in una carta beige. Il pacchetto era legato, tutto intorno, con un cordino bianco sottile con cui il mittente aveva fatto un fiocchetto. Sulla parte alta della misteriosa scatola era raffigurata una camelia rossa che sembrava dipinta a mano: i petali cremisi erano spessi, quasi in rilievo. Pareva dovesse, da un momento all’altro, emergere dalla fantasia per entrare nella realtà.

Continua.

Pearl S. Buck e il suo Giappone: seconda parte

L’introduzione e la prima parte di questa mia ricerca dedicata a Pearl S. Buck sono rispettivamente qui e qui.

Torno a scrivere. Questa sorta d’indagine su questa importante scrittrice, finita ingiustamente in un inflessibile oblio, a volte mi fa sentire come se fossi precipitata nella tana del Bianconiglio di Alice.

Si viene inghiottiti dalla complessità della sua vita e dalle introspezioni che da essa scaturiscono.

Allora ci si ritrova a volare giù per quella tana, sorretti quel tanto che basta per riuscire a intravedere curiosi oggetti che celano racconti oppure bizzarre forme che rimandano a un ricordo.

Si cerca di afferrare un po’ questo e un po’ quello ma non si può prendere tutto.

Incredibilmente, questa mia ricerca ha suscitato la curiosità di molte persone le quali mi hanno scritto per condividere le proprie opinioni e soprattutto per chiedermi…che fine avesse fatto il resto!

Settantasei anni

Tra le tante biografie scritte in suo onore nel tentativo di catturare quella complessità, va ricordata quella di Theodore F. Harris. Controversa figura accusata di aver ammaliato Pearl Buck per impossessarsi del suo patrimonio, egli godeva nonostante tutto della massima stima della scrittrice. Era il suo confidente prediletto e forse, come suggeriscono le malelingue, qualcosa di più. I loro cammini s’incrociarono quando Pearl era ormai in età avanzata ed ella – probabilmente abbagliata dalla prospettiva di una seconda fioritura – pare avesse perso i lumi della ragione scegliendo di estraniarsi da tutto e da tutti per Harris.

Tuttavia, se si accantonano per un attimo queste congetture di cui in fondo non abbiamo prove inconfutabili, la biografia che Harris scrisse ha un innegabile sapore di intima confidenza.

Vorrei aver avuto settantasei anni a disposizione per scrivere questo libro; allora forse sarei riuscito ad immortalare ogni singolo dettaglio di una vita che ha impiegato tanto tempo per essere vissuta. Questo, tuttavia, non è possibile e domattina dovrò inviare il manoscritto all’editore.

Scriveva così Theodore F. Harris nel 1969 (1).

Pearl S. Buck e Theodore F. Harris

La complessità di Pearl S. Buck è tangibile e la percepisco ad ogni passo in questa mia sorta di ricerca esplorativa. L’avvertiva forte e chiara persino Theodore Harris di cui Pearl Buck dichiarò solennemente:

Egli mi conosce meglio di chiunque altro.

Come potrei non sentirla io!

Fini ed inizi da Maruetsu

Ero in Giappone da pochi giorni. Due o tre, non di più. Ancora in balia del malessere da fuso orario. L’emozione e l’incredulità erano però tali da far passare sonnolenza e frastornamento in secondo piano.

Era tutto nuovo, tutto da scoprire. I punti di riferimento, quindi, erano pochi e traballanti: la stazione ferroviaria さがみ野駅 Sagamino-eki, 厚木基地 la base aeronavale di Atsugi e il centro commerciale マルエツ Maruetsu. Tutti e tre posizionati lungo la stessa strada: prima la stazione poi il centro commerciale e infine, la base aeronavale.

Girolamo Panzetta mentre indossa un kimono maschile estivo, in stile 着流し kinagashi cioè alla maniera più rilassata, ovvero senza la giacchetta haori che normalmente rende il completo decisamente formale. Foto di proprietà di Kimonoman.

E proprio nell’atrio di Sagamino-eki incontrai Natsuki e Rei.
Natsuki era una mia amica di penna, quando ancora ci si definiva così. Ci eravamo conosciute alcuni anni prima, in tempi non sospetti, grazie al forum di discussione di Girolamo Panzetta, un avellinese pressoché sconosciuto in Italia ma famosissimo in Giappone. Si dice, addirittura, che Jirō-san (come viene affettuosamente soprannominato dai giapponesi) sia il secondo italiano più famoso nel Sol Levante dopo Leonardo Da Vinci!

Da anni devo un ringraziamento al signor Panzetta per avermi dato la possibilità di conoscere Natsuki.

Chissà, forse un giorno ne avrò occasione.

Al tavolino di una gelateria all’interno di Maruetsu, completamente sotto l’incantesimo di un disorientamento misto ad un’incontenibile emozione per quel mondo che mi aveva appena accolta, ricordo che le ragazze ed io ci lasciammo travolgere da un turbinio di chiacchiere concitate. Rei, un’ardente italianista, mi fece sentire stranamente a casa con il suo bell’italiano fluente, lì in quella gelateria a metà strada tra la stazione e la base aeronavale.

Nella matassa ingarbugliata di domande che feci alle due ragazze, una in particolare riuscì prima a stupirle e poi a farle scoppiare a ridere. Chiesi loro, infatti, dove avrei potuto frequentare un corso di lingua cinese.

Mi guardarono come se fossi appena atterrata dal pianeta Strambix. Dopo qualche istante di silenzio accompagnato dai loro sguardi sbigottiti, entrambe mi risposero che non ne avevano la benché minima idea e che, comunque, incalzò Natsuki, per il cinese ci sarebbe stato sempre tempo. È al giapponese che avrei dovuto dare priorità.

Lì per lì trovai un po’ insolente questa sua proposta. Tuttavia, mi resi conto che aveva ragione. Che senso avrebbe avuto continuare col cinese proprio in quel periodo quando avevo l’occasione d’oro per acquisire una nuova lingua e con una profondità a cui col cinese non avrei potuto ragionevolmente aspirare?

Nell’arco delle poche settimane che seguirono da quell’incontro, mi sarei iscritta al corso di laurea in Japanese Studies dell’Università del Maryland UMCG, storico ateneo che nel 1949 – ossia durante l’occupazione americana del Giappone avvenuta tra il 1945 e il 1952 – ricevette dal DOD, il Dipartimento della difesa statunitense, l’incarico di mandare un primo gruppo di docenti universitari che potessero formare accademicamente i membri delle forze armate. Il progetto fu inaugurato dapprima in Germania e successivamente portato avanti in altri Paesi d’Europa e in Asia.

Iniziai il mio percorso di studi giapponesi nel semestre autunnale (il fall semester) e il primo corso fu proprio Japanese 101, il primo livello di giapponese e a cui ne sarebbero seguiti moltissimi altri.
Il titolare della cattedra era – ed è tutt’oggi – l’esimio Professor Kanai Moriaki.

Douglas MacArthur

Uno dei tanti corsi di giapponese che avrei frequentato si tenne alla famosa base aeronavale di Atsugi, quella poco distante dalla gelateria di Maruetsu. Storicamente, fu proprio alla base di Atsugi che il Generale Douglas MacArthur arrivò in Giappone per la prima volta atterrandovi il 30 agosto 1945 nel suo aereo C54. In quell’occasione, il Generale accolse formalmente la resa giapponese a bordo della corazzata USS Missouri, ancorata nella baia di Tōkyō, e fu nominato comandante supremo del Paese, supervisionando tutte le fasi di occupazione del Giappone.

L’atterraggio di MacArthur fu preceduto dall’arrivo in 123 aerei di 4200 paracadutisti dell’undicesima divisione aviotrasportata dell’esercito statunitense (11th Airborne Division), completando così il trasferimento da Okinawa al Giappone continentale. La guerra era finita.

Ancora oggi nella base di Atsugi si commemora la sua figura. C’è ad esempio in suo onore una statua che lo ritrae in divisa.

Quante volte avrei visto e rivisto la statua del Generale MacArthur andando e tornando dalle mie amate lezioni di giapponese. Una presenza di pietra rievocativa di un uomo di cui si ricorda principalmente il ruolo nel Giappone dell’immediato dopoguerra. Un uomo che, a detta di chi lo conobbe, era autoritario, severo, rigido. Insomma, un militare dalla testa ai piedi che non smetteva di indossare la divisa nemmeno quando se la toglieva.

Mi capitava, passando davanti al MacArthur di pietra, di pensare ai quei pochi aneddoti di cui si è a conoscenza e che allontanano un po’ questi personaggi dall’esaltazione agiografica da cui sono puntualmente avvolti. Come quello secondo cui, dopo un intenso diverbio con il presidente Roosevelt nel 1934, il Generale che all’epoca deteneva il titolo di Capo di Stato maggiore dell’esercito, disgustato dall’accesa discussione, uscendo dalla Casa Bianca vomitò sulle scale.

Oppure, del suo lungo soggiorno nelle Filippine dove approdò all’indomani della sua cerimonia di laurea alla prestigiosa accademia militare di West Point. E di come si sarebbe innamorato della cucina filippina, in particolare modo del pesce Lapu Lapu fritto (una specie di cernia), accompagnato da una salsa tropicale a base di tamarindo e aglio, con contorno di frittelle di banana.

Sulla placchetta commemorativa c’è scritto: 「日本の民主々義の生みの親マッカーサー」Nihon no minshushugi no umi no oya Makkāsā. MacArthur, il padre della democrazia giapponese.

Si potrebbe scrivere molto relativamente a questa affermazione ma uscirei decisamente troppo dal seminato.

Alla mia esperienza nella base di Atsugi dovrei forse dedicare uno scritto a parte però mi limito ancora a riportare un’ulteriore bizzarria maccarthuriana che mi colpì molto vedendola la prima volta:

Questo edificio, dall’inconfondibile stile giapponese, era in origine un 道場 dōjō dove i membri dell’esercito giapponese si esercitavano in arti marziali. MacArthur lo trasformò in un luogo di culto cristiano indubbiamente per fornire un punto di ritrovo spirituale ai membri del suo esercito. Ma a mio parere era anche un segnale non poi così sottile della definitiva sconfitta del Giappone e della fine, una volta per tutte, di quel vecchio e orgoglioso mondo autarchico dalle tinte di shogunato Tokugawa che aveva lottato strenuamente contro qualsiasi ingerenza dell’Occidente e del cristianesimo. Una mossa che, secondo me, con chiara eloquenza stabiliva la nuova egemonia.

L’edificio, al giorno d’oggi, ospita ancora una chiesa dove si svolgono messe nei riti cattolici e protestanti.

Il giorno della mia prima lezione era arrivato. Prima di entrare in aula dissi a me stessa che avrei seguito il consiglio di Natsuki: per il cinese, dopotutto, avrei avuto tempo. Era ora del giapponese.

Accolsi il giapponese con un entusiasmo che mi faceva battere forte il cuore.

Tutto questo senza sapere che il cinese non lo avrei mai più ripreso e mi sarei dedicata completamente – heart and soul – al giapponese.

Quindi, devo un po’ tutto questo a Natsuki, a Rei e anche un pochino al signor Panzetta!

La complessità poliedrica di Pearl S. Buck

Pearl Buck alle prese con la sua amata macchina da scrivere.

Il professor David Gordon, docente di storia giapponese alla Shepherd University, in una lezione di alcuni anni fa proprio in merito a Pearl Buck e alla sua visione del Giappone, definì la scrittrice con un aggettivo: complicated. (3)

Un aggettivo che, spiega il professore, utilizzava spesso a sua volta la sua professoressa di storia giapponese nonché relatrice di tesi (prof.ssa Sharon A. Minichiello, dell’Università delle Hawaii) per descrivere in maniera succinta la complessità di una persona. Una specie di sfida lessicale: una sola parola nella quale contenere l’incontenibile.

Non è da intendere come una critica ma come un complimento, un tributo alla profondità ed intricatezza di qualcuno.

E come ho già osservato in precedenza, quella complessità è tangibile immediatamente non appena ci si immerge nel suo mondo.

Pearl S. Buck era una scrittrice prolifica che raccontò, attraverso buona parte delle proprie opere, la Cina agli occidentali. Ma il suo impegno andava ben oltre la letteratura: fu un’attivista che con sollecitudine diede sostegno a numerose cause. La prima fra tutte quella per la tutela dei bambini orfani, soprattutto bambini asiatici nati dall’unione tra membri delle forze armate americane e donne giapponesi, coreane, vietnamite, cinesi, ecc.
A tal proposito, istituì una fondazione, attiva tutt’oggi: la Pearl S. Buck International, con sede a Perkasie, nello stato della Pennsylvania.

Pearl Buck tenne in vita la sua amata fondazione grazie alla vendita dei suoi libri.

Pearl Buck e Ayako Ishigaki: un’amicizia dalle radici profonde

Nel ripercorrere il legame di Pearl col Giappone non si può non ricordare il suo impegno lodevole nella difesa dei giapponesi durante il loro internamento nei campi di concentramento statunitensi, tra il 1941 e il 1944. Il governo americano ricorse agli internamenti come deplorevole misura di ritorsione nel dopo Pearl Harbor.

Copertina dell’opera 「石垣綾子日記」Ishigaki Ayako Nikki, il diario di Ayako Ishigaki, publicato dalla casa editrice di Tōkyō, 岩波書店 Iwanami-shoten. L’opera originale fu pubblicata in inglese. Successivamente, Ishigaki tradusse le sue memorie in giapponese presentandole nell’opera raffigurata qui sopra.
Restless Wave: My Life in Two Worlds. Ishigaki divenne famosa proprio per essere stata la prima donna nippo-americana ad aver scritto e pubblicato le sue memorie in lingua inglese.

Poco prima di questi tragici fatti, nel 1940 per la precisione, Pearl Buck incontrò la scrittrice e giornalista Ayako Ishigaki 石垣綾子, divenuta famosa per essere stata la prima donna nippo-americana ad aver scritto e pubblicato le sue memorie in lingua inglese.
Ishigaki era una donna immigrata 一世 issei cioè di prima generazione. Si tratta di un termine usato dai giapponesi residenti in America per riferirsi ai loro primi antenati immigrati.

Pearl e Ayako, oltre ad essere entrambe scrittrici e quindi attivamente coinvolte in svariate attività culturali e di divulgazione inerenti all’Asia, erano legate da una profonda amicizia. Non appena il governo statunitense mise in atto le misure d’internamento nei confronti degli immigrati giapponesi, Pearl Buck scrisse immediatamente una lettera ad Ayako Ishigaki con cui le ribadiva il suo appoggio incondizionato e la sua disponibilità ad aiutarla in qualsiasi modo.

In merito alla traumatica esperienza degli immigrati giapponesi durante l’internamento nei campi, vorrei consigliarvi la lettura di un’opera autobiografica tanto straordinaria quanto straziante: Out of the Frying Pan di Bill Hosokawa.
Hosokawa, scrittore e giornalista di raro talento, era un immigrato di seconda generazione, ovvero un 二世 nisei. La sua testimonianza, racchiusa in questo volume, è indimenticabile.

Nel periodo più violento di ritorsioni e discriminazioni verso i giapponesi in America, Pearl Buck fu una delle pochissime personalità di spicco a dichiarare coraggiosamente il proprio sostegno a queste vittime. In un clima di assoluto conformismo in cui il giapponese era visto come il nemico da eliminare ad ogni costo, Pearl non si perse mai d’animo e scrisse instancabilmente lettere e discorsi con cui metteva in guardia dai pericoli di questi atteggiamenti. Si mise in contatto con tutte le associazioni in difesa dei diritti umani inviando persino un appello a Eleanor Roosevelt.

La sua curiosa argomentazione, tuttavia, sottolineava l’importanza di non discriminare le minoranze poiché esse, se coinvolte positivamente, avrebbero potuto offrire sostegno ad eventuali sforzi bellici. Secondo Buck, quindi, la tutela dei giapponesi in America (e per estensione, di tutte le minoranze) avrebbe prevenuto l’insorgere di ribellioni.
Nel 1942, Pearl Buck partecipò ad una conferenza della Japanese American Committee for Democracy (JACD), un’associazione antifascista che servì come punto di riferimento dei giapponesi residenti nella zona di New York. In quell’occasione, la scrittrice si dichiarò “a favore della fedeltà dei nippo-americani e dichiarò che anziché escluderli il governo americano dovrebbe accogliere la loro partecipazione nella guerra e addestrarli affinché istituiscano la democrazia nel Giappone post-bellico”.

Credo, tuttavia, che questa fosse una sua astuta strategia per ingraziarsi gli ambienti conservatori del tempo. Buck, dopotutto, era politicamente schierata a sinistra e sarebbe stato piuttosto strano se improvvisamente si fosse fatta sostenitrice di tematiche militari.

Tra l’altro, come ricorda il professor Gordon, era proprio questo suo allineamento liberale ad attirare gli strali dell’establishment statunitense dell’epoca. Era spesso vista con fastidio e sospetto in quanto americana sì ma troppo cinese. Alcuni temevano fosse una specie di spia al servizio dei comunisti.
Esiste ancora oggi un dossier dell’FBI a carico di Pearl Buck, desecretato soltanto a partire dai primi anni Settanta!

Tuttavia, nemmeno la sinistra americana la teneva in grande considerazione perché Pearl Buck, dopotutto, era dichiaratamente anti-comunista!

Insomma, una vera spina nel fianco di un sistema accartocciato sulle sue stesse contraddizioni.

Continua

Ciò che inizialmente pensavo di poter sviluppare nell’arco di due o tre scritti, sta prendendo una forma inaspettatamente complessa e articolata.
Nella prossima parte – che cercherò di completare in tempi più brevi rispetto a prima – continuerò ad affrontare il legame tra Pearl Buck e il Giappone, terra che ella stessa considerava la sua seconda casa in Asia, dopo ovviamente la Cina.
Vedremo insieme quanto Pearl fosse attratta dall’idea di un continuo confronto Cina e Giappone, in una specie di stimolante gara intellettuale che mirasse a far emergere gli aspetti positivi di entrambi i Paesi. E ancora una volta, la complessità della sua figura fornirà innumerevoli spunti di riflessione nonché stimolanti strumenti comparativi per un confronto con un singolare studioso giapponese suo contemporaneo.

Vedremo fino a quando e dove mi condurrà questa esplorazione.

  1. Harris, Theodore F. Pearl S. Buck; a Biography. 1969.
  2. Robinson, Greg. Pearl S. Buck. (2024, June 23). Densho Encyclopedia. Retrieved 17:35, August 14, 2024 from https://encyclopedia.densho.org/Pearl%20S.%20Buck.
  3. “Faculty Research Forum: ‘Pearl Buck’s view on Japan’ by Dr. David Gordon.” YouTube, uploaded by Shepherd University, 17th October 2018, www.youtube.com/xxxxx

Pearl S. Buck e il suo Giappone: prima parte

Per la parte introduttiva a queste mie pagine dedicate a Pearl S. Buck e il suo Giappone, cliccate qui.

Pearl S. Buck nel suo studio della casa in 520 Dublin Road, Perkasie, Pennsylvania. Foto di proprietà di Yousuf Karsch.

Attingere dal vissuto altrui, che sia attraverso un libro oppure un’amichevole chiacchierata, è un’esperienza che definirei caleidoscopica. Lo è perché l’ascolto attento di questi racconti è paragonabile al momento in cui l’occhio curioso si avvicina allo spioncino del caleidoscopio e viene dolcemente accompagnato in un mondo nuovo.

Poter, quindi, degustare il ricchissimo vissuto di Pearl S. Buck è essa stessa un’esperienza. Lei non è più qui per poterci raccontare direttamente la sua vita ma mi auto-assegno questa responsabilità. Almeno per quel che riguarda il suo singolare rapporto col Giappone.

Dove eravamo rimasti?

Poco dopo aver finalmente conosciuto Pearl S. Buck attraverso varie sue opere, quell’anno tornai in Italia. Mancavo da diversi anni e l’idea di un ritorno, anche se solo di poche settimane, mi elettrizzava fino a togliermi il sonno. Ero consapevole di essere cambiata profondamente. Ritornavo con una lingua in più che nel frattempo si era sovrapposta prepotentemente sulla mia. E con tutte le ramificazioni che questo comporta.

Tornavo con addosso l’odore di America, come mi diceva sempre mia madre.

Ritornavo, però, anche senza l’innocenza con cui ero partita e con una copiosa spolverata di disincanto in più tra i capelli.

Non mi soffermerò a descrivere quell’esperienza che, forse, appartiene ad un altro capitolo. Qualcosa però accennai nei miei Pensieri fluviali che potete leggere qui.

Quel memorabile, seppur breve, ritorno in Italia fu caratterizzato da una preziosa parentesi.

Interludio lagunare

Se sapessi disegnare avrei illustrato così quel giorno. Fonte immagine.

Nelle settimane prima di partire per l’Italia feci un qualcosa d’insolito. Osai con quella buona sfrontatezza che forse bisognerebbe sfoderare più spesso per evitare piccoli tormentosi rimpianti. Ora vi spiego. Nel mio ostinato studio del cinese, sorretto dalle letture aurorali di Pearl S. Buck, mi accompagnava questo libro:

Un testo fondamentale per chiunque si avvicini con serietà allo studio del cinese. L’autrice è Magda Abbiati, professore ordinario di lingua e letteratura cinese all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Ebbene, scrissi alla professoressa Abbiati. Così, dal nulla. E le raccontai per filo e per segno la mia pervicace avventura autodidattica del cinese. Probabilmente il mio messaggio deve esserle sembrato simile al racconto a perdifiato di una bambina emozionata che si mangia le parole.

Non conoscevo la professoressa, se non solo di nome grazie a questo suo libro che in quel periodo era un punto di riferimento importantissimo.

E altrettanto sfacciatamente le chiesi di poterci incontrare. Non la conoscevo eppure già provavo per lei una profonda ammirazione; dopotutto era riuscita a domare una lingua così complessa come il cinese fino ad averne pieno controllo. Quasi non mi sembrava vero e desideravo poterle stringere la mano in segno di rispetto.

Pensavo a Pearl S. Buck. E pensavo a come questa professoressa, in qualche modo, fosse riuscita a conquistare quel sapere complesso. Figure da cui si resta ammaliati per il loro ricco sapere.
Come anche nel caso di una persona d’eccezione che ho scoperto di recente: la formidabile Tina Kanagaratnam dell’agenzia di relazioni pubbliche AsiaMedia nonché – che coincidenza – esperta appassionata di Pearl S. Buck.

La professoressa mi rispose con eccezionale gentilezza, accettando d’incontrarmi.

Un aereo da San Diego mi portò in Italia, a Torino. E da Torino partii alla volta di Venezia.

Non conoscevo Venezia ma me ne innamorai non appena scesi a Santa Lucia. Un’emozione che culminò la sera seguente quando, in una qualche forma di sindrome di Stendhal, non riuscii a trattenere le lacrime in piazza San Marco.

Alloggiai a Palazzo Sant’Angelo, sul Canal Grande. Quello stesso giorno avevo l’appuntamento con la professoressa Abbiati.

L’incontro

Portai con me il quaderno militare con la copertina in tessuto verde. Sì, proprio quello sulle cui pagine avevo iniziato – da sola e con tratto tremante – a tracciare i primi caratteri con una semplice matita. Con un orgoglio striato di imbarazzo, desideravo mostrarle quelle pagine arricciate ai bordi, cariche di inchiostro e grafite. Pagine che avevano pazientemente accolto i miei tratti molto incerti ma ostinati.

Incontrai la professoressa. Prendemmo un gelato e passeggiammo lentamente per un po’. Mi disse che mi avrebbe portata a scoprire qualcosa della Venezia nascosta, quella che la città gelosamente custodiva dietro un prezioso sipario ornato. E così fu.

In quegli istanti, non so proprio perché, ma nella mia mente riaffiorarono alcune scene del film Anima persa di Dino Risi, con Vittorio Gassman e Catherine Deneuve. Probabilmente perché di quel film, oltre la trama psicologica complessa, mi colpirono in particolare le ambientazioni in una Venezia ombrosa e decadente di cui avrei desiderato sentire l’odore e ammirare i colori cupi.

Camminammo a passo lento per un lasso di tempo che non saprei quantificare. Forse erano due ore o mezza giornata. Non lo so. Non saprei nemmeno ritrovare buona parte delle calli che percorsi con la professoressa, assieme alle sue spiegazioni colte e intriganti. Tra i luoghi visitati, ricordo solo che mi portò al sestiere di Cannaregio, al ghetto ebraico della città.

Non c’era quasi nessun altro oltre noi. E pensare che a pochi metri di distanza, invece, si udiva l’infervorato vociare dei turisti di cui, in quel momento, non mi sentivo parte. Per un breve attimo fu come essere in una delle piazze metafisiche di De Chirico: uniche presenze viventi in mezzo ad un silenzio abitato solo da palazzi, statue e le loro ombre.

Sulla panchina

Ci sedemmo su una panchina di pietra rivolta verso la laguna e rimanemmo per un po’ in quel silenzio greve che affiora tra estranei. Dopotutto, non ci conoscevamo. Chiusi gli occhi, inspirai, presi coraggio e le mostrai il mio quaderno.

Lei lo sfogliò con cura, apprezzando il mio lavoro ed esprimendo stupore per tutto questo mio caparbio entusiasmo. Ricordo che, con amorevole fare didattico, mi chiese di riscrivere il carattere di scodella perché come lo tracciavo io non era ben equilibrato. Un carattere di cui non avrei avuto molta simpatia nemmeno in giapponese ma che avrei sempre cercato di scrivere con attenzione…perché la professoressa mi aveva detto di fare così.

Mi aiutò poi a ripassare i fonemi del cinese, soffermandosi su quelli più ostici.

I nostri occhi lasciarono le pagine del mio quaderno e si posarono sulla laguna. Ci fu altro silenzio che la professoressa interruppe dicendomi che sarebbe stato possibile fare un giro in gondola senza spendere tanto come fanno di solito i turisti. Incredula, accettai la proposta e cominciai a fantasticare di una specie di gondola segreta.

Il mio quaderno verde era esattamente così, un classico log book della Marina Militare americana.

Prima però emerse un altro momento di silenzio. Questa volta fui io ad interromperlo sentendo la bizzarra necessità di raccontarle qualcosa di me. Un coraggio propulso dalla fugacità del momento. In fondo, eravamo estranee e le mie confidenze sarebbero rimaste con lei.

In quell’istante mi sentii perfettamente a mio agio e allora le raccontai alcune cose della mia esperienza americana. Sì, la mia vita poteva sembrare idilliaca dall’esterno ma era, dopotutto, una vita come tante. Con i suoi spigoli e i suoi molti momenti di buio. La professoressa mi ascoltò in un silenzio di comprensione sincera accogliendo la condivisione estemporanea di quei miei frammenti di tenebre.

Che momento singolare, se ci ripenso.

Un garbato arrivederci

Ci alzammo e ci dirigemmo verso lo stazio e salimmo su una gondola semplice, grigia. Era lei! Deliziosamente disadorna e autentica. Mi disse che avremmo attraversato la laguna come dei veri veneziani!

Che emozione scivolare silenziosamente su quelle acque ondeggianti, circondata da così tanta bellezza.

Scendemmo in un luogo inghiottito dalla memoria. Ringraziai di cuore la gentile professoressa per il suo tempo e la sua generosità e – un po’ a malincuore – la salutai.

Un garbato arrivederci che invigorì ancora di più il mio desiderio di continuare a studiare, indipendentemente dalla strada su cui questi studi mi avrebbero condotta.

Pearl S. Buck: un infinito non condensabile

Foto di Clara Sipprell. National Portrait Gallery, Smithsonian Institution; donata da Phyllis Fenner. 

Tornai alla mia vita negli Stati Uniti, alla mia routine di sempre. Alla mia semplice vita californiana: al mio lavoro, ai miei libri, ai miei studi, alle mie letture di Pearl S. Buck.

Pearl Comfort Sydenstricker – questo era il suo nome per esteso – nacque il 26 giugno 1892, venticinquesimo anno Meiji, a Hillsboro, nel West Virginia. Il cognome Buck, che tra l’altro lei detestava, era del suo primo marito, John Lossing Buck con cui convolò a nozze nel 1917.
I suoi genitori, il reverendo Absalom Sydenstricker e Caroline Stulting, erano missionari presbiteriani di stanza in Cina. In quel periodo i genitori avevano quasi concluso il loro periodo di licenza quando, dopo la nascita di Pearl, ripartirono alla volta della Cina dove ripresero il proprio lavoro missionario.

I genitori di Pearl Buck: Caroline Stulting e il reverendo Absalom Sydenstricker.

Pearl e la sua famiglia vissero nella città di Zhenjiang, nel punto in cui il maestoso eppur mansueto Fiume Azzurro incontra il Gran Canale della Cina.

Vecchia veduta della città di Chinkiang (Zhenjiang nella traslitterazione moderna), sul punto di congiunzione tra il Fiume Azzurro e il Gran Canale.

Fin da piccola, Pearl visse tra i cinesi e non nei quartieri privilegiati degli stranieri. Giocava con bambini del posto ed era seguita da una balia cinese. Al mattino sua madre le impartiva lezioni in inglese mentre al pomeriggio la didattica era interamente affidata al Maestro Kung che l’accompagnava nello studio della lingua cinese e dei classici confuciani. La sera, invece, il padre le leggeva dei brani tratti dalla Bibbia.

La sua lingua madre era il cinese e non l’inglese. E per tutta la vita avrebbe sempre trovato più naturale esprimersi in cinese sebbene il suo inglese, naturalmente, fosse impeccabile e impreziosito da una cadenza particolarmente ricercata ed elegante.

Amava definirsi culturally bifocal sebbene, come ci ricorda il suo biografo Peter Conn (1996), fin da giovanissima si sentisse un pesce fuor d’acqua in entrambi i Paesi nonché un’estranea tra persone diverse da lei. Sempre Conn osserva come Pearl, a differenza di quasi tutti i suoi contemporanei americani, crebbe in una Cina che per lei era il suo unico mondo. La sua realtà naturale. Per lei era proprio l’America ad essere una sorta di El Dorado, di terra quasi mitica su cui favoleggiare diffusamente e non il contrario.

All’età di diciassette anni tornò per la prima volta negli Stati Uniti da quando era nata, per frequentare il Randolph-Macon College a Lynchburg, in Virginia. Completati gli studi al college, Pearl fece ritorno in Cina dove sposò John Lossing Buck, professore americano di agraria.
Pearl e suo marito vissero nel nord della Cina per diversi anni durante i quali lei, da buona e fine osservatrice qual era, iniziò a scrutare più da vicino le famiglie contadine del tempo. Ne osservava attentamente lo stile di vita, le abitudini, il linguaggio. Dentro di lei, ne sono certa, già stavano prendendo forma storie e personaggi che avrebbero popolato i suoi tanti, tantissimi romanzi di grande successo. Quelli furono gli anni che avrebbero contribuito alla formazione di un humus creativo da cui sarebbe germogliata la sua opera maestra: The Good Earth (La buona terra), del 1931. Con quest’opera vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1938 “per le sue intense ed epiche descrizioni della vita contadina in Cina” dei primi del XX secolo. Pearl fu la prima donna americana a ricevere l’agognato riconoscimento.

Prima ancora di The Good Earth, i frutti della sua prorompente capacità narrativa si manifestarono un anno prima, nel 1930, con East Wind: West Wind (Vento dell’est, vento dell’ovest), il suo primo romanzo.

I libri nelle edizioni che ho letto io.

A questi due romanzi seguì una moltitudine di opere: romanzi, biografie, saggi, brevi storie, antologie, articoli di giornale, storie per bambini e molto altro. E di tutto questo solo una piccola parte è stata tradotta in italiano. Scrisse addirittura un ricettario di cui racconterò qualcosa prossimamente, sempre all’interno di questo Speciale Pearl Buck.
Sorprendentemente, vi è un discreto numero di sue storie che non sono mai state pubblicate! Alcuni sostengono che complessivamente abbia prodotto all’incirca mille opere appartenenti ai generi appena citati.

Anni complicati

Nel 1921 Pearl diede alla luce la sua prima e unica figlia: Carol. La bambina nacque con un grave ritardo mentale, un fatto che avrebbe per sempre segnato la vita della scrittrice. Parte della sua alacrità nello scrivere, infatti, era dovuta ad un continuo senso di urgenza nel trovare i fondi adeguati con cui provvedere alle cure della piccola Carol.

Pearl e la piccola Caroline Grace, chiamata da tutti affettuosamente Carol.

Pochi anni più tardi la scrittrice, dopo una devastante diagnosi di tumore uterino, si sarebbe sottoposta ad un’isterectomia che le avrebbe per sempre negato la possibilità di avere altri figli.

Sempre nel 1921, Pearl perse sua madre. Il reverendo Seidenstricker, rimasto vedovo, si trasferì a casa della figlia. Questi tanti eventi sconvolgenti culminarono nel 1927 con il cosiddetto incidente di Nanchino.

Pearl risiedeva a Nanchino assieme alla sua famiglia già da alcuni anni.

L’incidente di Nanchino

Si trattò di una serie di fatti avvenuti nell’arco di una settimana, nel marzo del 1927 durante la presa di Nanchino da parte del KMT. Il KMT (Kuomintang) è lo storico partito nazionalista cinese di Taiwan. Inizialmente l’esercito del KMT riuscirono nel proprio intento senza incontrare particolari resistenze. Tuttavia, il 24 marzo esso iniziò a scontrarsi con forze straniere provenienti da Gran Bretagna, America e Giappone. Questa situazione di altissima tensione sfociò in un’azione di saccheggio perpetrata da parte dell’esercito nazionalista nei confronti delle case e attività dei residenti stranieri in città.

Distruzione, terrore e morti furono il disastroso bilancio di quella settimana infernale che sancì una grave rottura dei rapporti diplomatici tra le tre potenze e Taiwan. Gran Bretagna, America e Giappone pretesero ingenti risarcimenti per i propri cittadini nonché punizioni esemplari verso i responsabili dei saccheggi.

Pearl e i suoi famigliari scapparono trovando rifugio per un giorno presso la casa di alcuni amici cinesi. Furono tratti in salvo da una cannoniera americana che li scortò via fiume fino a Shanghai da cui, poi, salparono per il Giappone, più precisamente per la Prefettura di Nagasaki, a Unzen, dove si sarebbero rifugiati per un anno.

The People of Japan

Questo il titolo di un emozionante saggio che l’autrice pubblicò nel 1966. In esso Pearl descrive un Giappone viscerale, quello della sua esperienza, dei suoi ricordi. Ma anche un Giappone più remoto.

L’autrice, infatti, con quel tono confidenziale caratteristico dei suoi saggi, ci svela che il Giappone divenne parte del suo mondo e della storia della sua famiglia ancora prima di nascere. La prima terra asiatica in cui approdarono i suoi genitori, diretti verso la Cina nel 1880, fu proprio il Giappone. La nave fece tappa nelle tre città portuali di spicco: Yokohama, Kobe e Nagasaki.

Pearl sosteneva che questo loro primo giapponese assaggio d’Asia in un certo senso li avesse incantati con l’illusione che in Cina avrebbero trovato un qualcosa di simile. Nulla di più ingannevole.

Continua.

Pearl S. Buck: A Cultural Biography, by Peter Conn, Copyright (c) 1996 Cambridge University Press

Congerie di gennaio

Primo scritto sul blog dell’anno e siamo già a metà mese. Ho la sensazione che quanto scriverò oggi sarà un flusso di coscienza, libero e forse anche un po’ indisciplinato. Insomma, una congerie di gennaio.

Ho trascorso il pomeriggio del 31 dicembre e i primi assaggi della sera a passeggiare in quella parte di centro città che amo di più: la zona di Porta Palazzo e le vie limitrofe.

Scatti solitari in un ennesimo fine di qualcosa.

Nell’aria l’odore della trepidazione. Per cosa, però? Forse per quella sorta di speranza che pervicacemente ci si ostina ad esaltare in queste fini e in questi princìpi calendaristici?

A tratti imprevedibili, boati brevi ma intensi di petardi lanciati da chissà chi e dove. Come un’assordante colonna sonora di chiusura, sempre la stessa, di un film che non rivedremo più.

Intorno a me il viavai concitato di persone. Tanta gente come tanti microcosmi, ognuno custode di un piccolo mondo di cui forse non sapremo mai nulla. Mi sono sentita travolgere, in quell’istante, da un velo di solitudine. E allora, anziché avvicinarmi sempre di più alle persone, me ne sono allontanata cercando il conforto solitario di angoli per me preziosi.

Come la Galleria Umberto I che, quel giorno, era quasi deserta.

Galleria Umberto I imbevuta di gradazioni violette.

Sia da una parte sia dall’altra, vetrine spente oppure saracinesche abbassate che sembravano occhi chiusi. Il frastuono che arrivava da fuori era assorbito dolcemente dalla luce violacea. O così mi è parso.

La caffetteria dove sovente prendo il caffè. L’antica erboristeria della Basilica. La gioielleria Casolati. E la mia amata Cineseria Ming, eletto luogo del ricordo in cui convergono momenti cardinali della me ragazzina e della me adulta poiché culla embrionale del mio profondo amore per l’Asia.

Osservare in silenzio questi luoghi chiusi è stato come guardarli per una curiosa prima volta.

Ultimi sapori d’Asia e una sorpresa

La lunga passeggiata in solitaria in quell’ultimo giorno dell’anno, tra i crescendo sonori dei botti di Capodanno e il mutare rapido del cielo da un blu di Savoia ad un indaco profondo, un veloce sguardo agli allegri scaffali di uno dei negozi asiatici del quartiere.

E lì, inaspettatamente, ho trovato ancora una volta il mio consueto fil rouge. Potrei, in un insolito guizzo transalpino, denominarlo il mio personalissimo Nippon Rouge.

Era, dopotutto, il 31 dicembre.

Mi sono strofinata gli occhi per accertarmi di aver visto bene. Erano davvero loro.

I きなこ餅 kinako-mochi di un’azienda nella Prefettura di NĪgata che si chiama Echigo Seika.

I mochi sono dolci fatti con un’impasto di riso glutinoso. Hanno una storia molto antica e in Giappone si mangiano un po’ tutto l’anno ma in particolar modo a Capodanno. Trovarli, quindi, proprio quel giorno è stata per me una sorpresa.

Questi nello specifico sono mochi senza ripieno ma accompagnati da kinako, ovvero farina di soia gialla tostata nonché una delle cose a mio parere più deliziose al mondo.

Preparazione dei kinako-mochi di Echigo

L’aspetto davvero curioso di questi mochi è che, a differenza di quelli classici in mattonella che necessitano di essere grigliati, questi si fanno scaldare per tre minuti in acqua calda e poi si servono.

Preparazione dei kinako-mochi

Le mini mattonelle di mochi sono confezionate una ad una e hanno, al centro, un tratteggio che permette di spezzarle perfettamente a metà. Si immergono i due pezzi in acqua calda e li si lascia a mollo per tre minuti esatti dopodiché si adagiano sopra un piattino e si cospargono di kinako.

Letture di gennaio

In questo mese apripista, che poi è il mese in cui sono nata, ho voluto dare inizio a nuove letture. Per un altro anno all’insegna della conoscenza.

Questa prima perla di carta s’intitola 「日本料理の真髄」Nihon-ryōri no shinzui (L’essenza della cucina giapponese) di Abe Koryū. Un vero tributo alla cucina giapponese classica e alle sue caratteristiche che la rendono indubitabilmente unica. È un’esplorazione delle sue peculiarità che rispecchiano i giapponesi e le loro abitudini e preferenze. L’autore ci accompagna in un’analisi approfondita che va oltre una mera conoscenza merceologica ma diventa proprio chiave di lettura di un popolo.

Affronta argomenti linguisticamente stimolanti come la differenza tra おいしい oishī e うまい umai, due aggettivi che normalmente si usano per descrivere qualcosa di buono, di delizioso. Oppure il vero motivo per cui sulla tavola giapponese il riso si posizione a sinistra e la zuppa di miso a destra. La natura yin e yang delle lame dei coltelli. Vi è addirittura un affascinante approfondimento sulla storia della cucina di Ōsaka e le sue radici nel mondo mercantile dal passato.

La bellezza di alcuni oggetti quotidiani, letture comprese, che mi accompagnano.

L’agendina 2024 dell’Erbolario, dedicata ai fiori di loto: un gradito pensiero della signora Concetta del negozio di alimentari naturali da cui mi servo regolarmente; il portapenne abbellito dall’inconfondibile Fujisan; un righello con un gioco di immagini che a volte sono lanterne e altre, invece, volti di donne del Periodo Edo.

E poi il secondo saggio: 「一汁一菜でよいという提案」Ichijū-issai de yoi to iu teian. Traduzione non letterale: Proposta per un pasto adeguato: ichijū-issai (una zuppa e un contorno).
L’autore è lo chef e gastronomo Doi Yoshiharu.

L’opera è una vera e propria 提案 teian cioè proposta o invito a riscoprire la formula dello ichijū-issai a tavola.

Il pasto giapponese classico è impostato sulla formula 一汁三菜 ichijū-sansai ovvero una zuppa e tre portate. Il che, concretamente, significa: una zuppa, una scodella di riso al vapore, una portata principale (carne, pesce, ecc.) e altri due contorni. A questo si aggiunge, molto spesso ma non sempre, anche una piccola porzione di tsukemono o sottaceti.

Un’illustrazione di un classico pasto giapponese con formula ichijū-sansai. Vediamo il riso a sinistra, zuppa di miso a destra, la portata principale di pesce in questo caso e i due contorni: uno di verdura, probabilmente uno ohitashi (qui la mia ricetta) e lo hiyayakko (piatto di tofu di cui trovate la mia ricetta qua).
Il pesce è accompagnato da una fettina di limone e da un po’ di daikon grattugiato.
Fonte immagine.

Il pasto tradizionale giapponese ci sembra tutto fuorché poco sano. Tuttavia, in un’ottica classica, la formula ichijū-issai è l’ideale, il pasto salutare per eccellenza nonché modello esemplare di una virtù considerata preziosa ai tempi: la frugalità. Questa formula, con origini assai antiche, costituiva il pasto di base dei samurai e dei monaci durante il Periodo Edo, epoca di isolamento al mondo esterno.

Illustrazione di un pasto ichijū-issai: riso a sinistra, zuppa a destra e un’unica portata. Fonte immagine.

La formula una zuppa e tre portate, risalente al periodo tra il XII e il XIII secolo d.C. e diffuso negli ambienti dell’alta aristocrazia e dei militari di rango elevato, ritrovò lentamente popolarità a partire dal Periodo Meiji quindi con la fine dello shogunato, del sistema samuraico e con l’inizio di un’apertura all’occidente.

Doi Yoshiharu, dunque, presenta una sorta di arringa gastronomica in difesa della formula frugale che secondo l’autore è una delle vie da percorrere per riscoprire una vita più semplice, più autentica e più in linea con l’essenzialità.

Ritorno al MAO, suggestioni indiane e varie

Il giorno del mio compleanno ho fatto ritorno, assieme a mia sorella, al MAO ossia il Museo d’Arte Orientale di Torino. L’ultima volta che ci ero andata era stato assieme a Megumi, la primavera scorsa.

E in questo giorno di gennaio, freddo ed effervescente (sebbene striato un po’ di quella consueta malinconia compleannesca), ho rivisto con gioia la collezione permanente del museo che conosco quasi a memoria.

È stato emozionante rivedere quei padiglioni divisi per area geografica. Ed è stato altrettanto suggestivo scoprire l’esposizione esterna dei bonsai, tra cui anche alcuni magnifici esemplari secolari!

Bonsai del MAO, la washitsu del museo e una pregiata edizione del celebre saggio di primo Novecento The Book of Tea di Okakura Kakuzō, acquistata alla libreria interna.

Le lettura procedono prendendo a volte strade un po’ diverse da quelle che di norma percorro. In questi giorni, infatti, ho inspiegabilmente sentito la necessità di rispolverare la figura del poeta indiano Tagore.
Probabilmente il mesto periodo che stiamo vivendo a livello umanitario con ciò che sta succedendo a Gaza mi porta ad orbitare più frequentemente verso la poesia.
Nella poesia, stille di vissuti umani. Essenze di esistenze. Quintessenze di sensazioni. Attar di intuizioni.

In questo meraviglioso volume a cura di Monia Marchetto, ho ritrovato il delicatissimo Tagore che ricordavo dai miei lunghi e appassionati studi di storia indiana. E al di là delle questioni politiche che inevitabilmente spesso si mescolavano con la vita e le opere dei letterati indiani del Novecento, ponendoli ora a favore del nazionalismo di Jawaharlal Nehru oppure della visione separatista di Ali Jinnah (il padre fondatore del Pakistan), ci si delizia della bellezza di quella letteratura così ricca ed evocativa. E che, purtroppo, posso leggere solo in traduzione.

…i pensieri vari

Non ho proprio più voglia di stabilire buoni propositi per l’anno nuovo. Non ne vedo più né il senso né l’utilità. Credo sia meglio procedere sulla strada della gratitudine per ciò che abbiamo, giorno dopo giorno, un passo dopo l’altro. Occorre non dimenticare di cercare la bellezza in ciò che ci circonda e apprezzarla. Bisogna apprezzare chi c’è ma anche chi non c’è: in questi ultimi mesi un paio di amiche che avevo si sono eclissate silenziosamente, imboccando strade ignote oppure del tutto incomprensibili. Come inghiottite.

Un po’ si soffre ma, al tempo stesso, si apprezza il pezzo di strada percorso assieme.

I libri, tanti libri, continueranno a farmi compagnia e ad insegnarmi quasi tutto. Più studio e più mi rendo conto effettivamente di non sapere o di essere in possesso di una frazione infinitesimale di tutto lo scibile.

Ohitashi e soliloqui

Perdersi un po’ in cucina, tra ingredienti in dispensa da pesare con precisione oppure con sentimento. Lasciarsi incantare dai ricordi che permeano ricettari ingialliti dal tempo. Pagine di carta spessa, a volte lucida, impreziosite da macchioline di salsa di pomodoro o di olio, a dimostrazione di missioni compiute.

Gastronomiche missioni che a volte sfociano in disastri oppure in gustosi e memorabili ricordi. Il ricettario come parabola della vita: non sempre tutto va come previsto, pur avendo gli ingredienti giusti. Però spesso sì. Ma comunque sia, tutto concorre a nutrirci.

Un sole di fine dicembre ci incoraggia a scostare le tende e ad aprire un po’ le finestre. La città, seppur già nel consueto fermento pre-natalizio, ha quell’inconfondibile aria pigra della domenica.

Torinesi a passeggio, negozi aperti in speranzosa attesa, la nuova caffetteria all’angolo con un grosso Babbo Natale di legno in vetrina. Una bottega di un fioraio dove vorrei acquistare dei ranuncoli. O forse no: dei giacinti. I miei fiori preferiti di sempre.

E laggiù il Po, nel suo scorrere immutato e lento, circondato dolcemente da pennellate di calde gradazioni dorate che vanno dal giallo pesca delle signorili residenze collinari alle punte mogano e cinabro degli ippocastani e dei pioppi bianchi.

Dalla mia libreria

Dalla mia libreria giapponese personale ho scelto due ricettari:

Ognuno di essi ha una storia che conosco in parte. Io di loro so come sono arrivati a me. Sono volumi pubblicati da case editrici diverse ma hanno lo stesso titolo: 「料理の基礎」Ryōri no kiso. Ovvero le basi della cucina. Entrambi i libri promettono di guidare il principiante alla scoperta delle basi della cucina giapponese, riuscendo a preparare con successo deliziosi piatti di ogni tipo.

E ognuno tenta di attirare l’attenzione dell’aspirante cuoco esordiente con persuasive frasi d’effetto. Il primo in alto, ad esempio, si definisce トラの巻 Tora no maki, letteralmente il rotolo della tigre. L’espressione si usa per indicare un libro o un documento di riferimento definitivo ed autorevole in un determinato campo. Pare abbia avuto origine nel mondo del karatè dove il primo testo di riferimento per questa disciplina fu quello del Maestro Funakoshi. E la tigre, fiero animale non scelto per caso, rappresenta la tenacia, la forza, la capacità di essere sempre vigile e pronto a reagire. I karateka tra i lettori conosceranno sicuramente – e molto meglio di me – la questione.

Il Tora no maki della cucina proviene dall’ormai defunta libreria Mangetsu mentre l’altro – che promette risultati infallibili anche ai neofiti – è un acquisto da una giapponesista di Roma.

Li sfoglio e poi, già sapendo in realtà cosa volessi preparare, cerco una delle mie ricette preferite. Ce l’hanno entrambi, naturalmente, poiché si tratta di una preparazione essenziale. Le due versioni sono però leggermente diverse ma entrambe ineccepibili.

Desidero preparare il ほうれん草のお浸し Hōrensō no ohitashi, uno dei piatti che amo di più della cucina giapponese. Vediamo di cosa si tratta.

La lunga storia degli ohitashi

Gli ohitashi sono piatti di verdure in cui queste vengono generalmente sbollentate e condite con salsa di soia e brodo dashi. Fanno parte dei classici fondamentali della cucina giapponese.

Il termine お浸し ohitashi deriva dal verbo 浸す hitasu che significa immergere o mettere in ammollo. Questo perché le verdure preparare in questo modo vanno effettivamente lasciate riposare a bagno nel condimento apposito.

Illustrazione di un tipico ohitashi di spinaci. Fonte immagine.

Per indicare questi piatti si usa anche un altro termine: 浸しもの hitashimono dove la parola mono significa genericamente cose. Quindi cose a bagno, a mollo. Il termine tradotto non sarà molto invitante ma vi assicuro che tutti gli ohitashi – o hitashimono che dir si voglia – sono deliziosi.

Secondo alcuni documenti, pare che i primi ohitashi risalgano addirittura al lontano periodo Nara (710-794). Nel periodo Edo, invece, sembra che gli ingredienti protagonisti degli ohitashi non fossero solo le verdure ma anche i frutti di mare. D’altra parte, pesce e frutti di mare abbondavano nel Giappone feudale e le specialità della cucina del tempo lo dimostrano. Basti pensare come, ad esempio, i tonni fossero talmente in abbondanza da essere considerati pesci economici!

Dal periodo Meiji in avanti, invece, si dice ci sia stata un’inversione di tendenza che ha restituito rilievo agli ohitashi di sole verdure, soprattutto in foglia.

Poetiche ghiottonerie

Gli ohitashi occupano un posto un po’ speciale nel repertorio delle goloserie d’autore. Il celebre poeta del periodo Edo – Matsuo Bashō – si dice fosse particolarmente goloso di una specialità della Prefettura di Yamagata: ohitashi di fiori di crisantemo. Non tutti i crisantemi sono commestibili ma la varietà viola, originaria proprio di Yamagata, lo è. Questi crisantemi viola esculenti sono conosciuti come カキノモト kakinomoto o もってのほか mottenohoka. Ed erano proprio questi fiori porpora preparati come ohitashi a piacere così tanto al grande maestro degli haiku.

Illustrazione del crisantemo viola di Yamagata, varietà esculenta del famoso fiore che è anche simbolo della famiglia imperiale giapponese. Fonte immagine.

Tra l’altro, il nome mottenohoka in giapponese significa assurdo, fuori discussione, incredibile e pare si riferisca alla bontà di questo fiore che è tale da essere proprio…assurda!

Illustrazione del poeta Matsuo Bashō. Fonte immagine.

Alla suddetta Prefettura avevo dedicato un articolo relativo ad un’altra specialità: lo Yamagata-dashi. Chissà, forse anche questo fresco piatto estivo piaceva al grande poeta!

Illustrazione di un mazzetto di foglie di shungiku, cioè della varietà esculenta del crisantemo. Fonte immagine.

Curiosità nella curiosità: le foglie di crisantemo, sempre ovviamente della varietà commestibile, in giapponese sono note col nome di 春菊 shungiku. Sono molto saporite e a me piacciono sia in ohitashi sia preparate nei nabemono, ovvero gli stufati realizzati nella pentola tradizionale di coccio. Queste foglie si mangiano anche in altre parti dell’Asia, tra cui la Cina, motivo per cui a Torino si trovano facilmente al mercato, dagli agricoltori cinesi. Costano poco, sono gustose e molto ricche di minerali e vitamine.
Qualche anno fa le cercai usando il nome giapponese ma il contadino cinese guardò frastornato i kanji che gli stavo mostrando. Venni a sapere, infatti, che in cinese queste verdure si scrivono con i caratteri 茼蒿 e che si leggono Tong Hao. Il dizionario, tra l’altro, mi rivela sottovoce che il primo carattere cinese di questo nome – 茼 – si può leggere shungiku!

Come si fa a non amare la lingua giapponese?!

Un rompicapo e labirinto continui!

Ohitashi di spinaci: ricetta

Se già gli ohitashi sono tra i miei piatti preferiti, quello di spinaci è per me il non plus ultra. Tra l’altro, questo ortaggio è il più utilizzato nelle preparazioni degli ohitashi ma si possono usare tranquillamente altre verdure in foglia come il crescione, le bietole, le cime di rapa, la verza ecc.

La ricetta, semplicissima, è tratta da uno dei due ricettari di cui ho fatto menzione poco più su. Entrambi i volumi ne riportano la preparazione, con leggeri differenze. Ho scelto la versione più semplice delle due.

Vediamo subito gli ingredienti.

Per due persone serviranno:
250g di spinaci freschi in foglia, ben lavati
2 cucchiai di brodo dashi*
mezzo cucchiaio di salsa di soia
1 cucchiaino scarso di zucchero di canna
sale q.b.
Facoltativi: katsuobushi e semi di sesamo

*Il brodo dashi utilizzato comunemente anche per questa ricetta è quello di pesce. Se preferite una versione vegetariana del piatto, consiglio di optare per un dashi vegetale come quello di alga konbu. Quest’ultimo si può preparare fresco (trovate qui alcune mie indicazioni a riguardo) oppure usare quello granulare che troverete nei negozi di alimentari asiatici.

Konbu-dashi granulare che trovo a volte in alcuni market asiatici qui di Torino.

Preparazione

In uno scodellino, unire il brodo dashi, la salsa di soia, lo zucchero. Mescolare molto bene e mettere da parte. Questo sarà il condimento dell’ammollo.

Per gli spinaci, si procede in questo modo:

li si mette prima a bagno in acqua a temperatura ambiente per cinque o dieci minuti. Nel frattempo, si mette a bollire in una pentola dell’acqua e non appena inizierà l’ebollizione vi si immergeranno gli spinaci partendo dai gambi. Li si scotta per pochi istanti per poi trasferirli in un contenitore d’acqua freddissima, quasi ghiacciata.

Lasciare gli spinaci nell’acqua ghiacciata per un minuto o due dopodiché tirarli fuori e – molto delicatamente – ricomporli per lungo e strizzarli senza esagerare. Disporre il mazzetto strizzato su un tagliere e tagliarlo in pezzi da 3 o 4cm. Strizzare nuovamente i pezzi prima di metterli in un contenitore e irrorarli con la salsa preparare in precedenza.

Spinaci in ammollo

Lasciare a mollo per almeno 15-20 minuti dopodiché servire guarnendo con katsuobushi (se si desidera) o con dei semi di sesamo tostati.

Riassetto la cucina, rimetto accuratamente posto i libri nella mia amata libreria, chiudo le tende. Ormai il sole è tramontato e il cielo sfoggia le sue sequenze di blu che sfumano ancora nei rosati.

L’elogio alla semplicità di Azuma Kanako

Veduta dei laghi di Avigliana in un sabato di novembre.

Quanto ho desiderato scrivere in queste lunghe settimane. Eppure non sono riuscita a tracciare neppure una parola.

Come tanti ormai nel mondo, sono sgomenta davanti alle barbarie inenarrabili che si stanno consumando in Palestina. E per quanto abbia cercato e cerchi di rimanere centrata e calma, un dispiacere profondo mi tormenta.

E con lo scrivere, attività che amo molto, sono paradossalmente ferma ad un bivio: se sto male, fatico a scrivere. Però se scrivo, mi sento meglio.

Ho scattato la foto che vedete in alto un sabato pomeriggio ai laghi di Avigliana. Era una giornata brillante e il sole si specchiava nelle limpide acque lacustri. Mia sorella ed io abbiamo passeggiato lungo la riva del lago, soffermandoci ogni tanto ad ammirare quel paesaggio pulito e rinfrancante.

Ripenso a quelle acque cristalline e alle anatre variopinte che in esse sguazzavano. Rivedo il cielo che lentamente assumeva gradazioni di blu progressivamente più scure mentre l’aria della sera aumentava in effervescenza.

Lì ho ritrovato, ancorché per poco, quella serenità che nasce quando la malinconia scivola via dagli occhi e si dissolve nelle acque.

Una curiosa lettura

Un giorno, attraverso le solite vicissitudini che caratterizzano le mie ricerche di libri giapponesi, sono entrata in possesso di questo volume che è un vero elogio alla semplicità:

Il prezioso libro accompagnato da una scodella in lacca di epoca Taishō, oggetto del passato nonché molto in armonia col messaggio fondante del saggio.

L’emozione che provo nel raccontare di questo libro è molta. Tra le sue pagine ho trovato continui spunti di riflessione e di inviti ad una contemplazione concreta. La preziosità dei pensieri che vi ho trovato è tale da meritare un posto elevato nella mia personale classifica dei migliori saggi letti finora.

Ma procediamo con ordine.

Il titolo originale dell’opera è: 「電気代500円。贅沢な毎日」Denkidai gohyaku-en. Zeitakuna mainichi. Bolletta dell’energia da 500 yen. Lusso ogni giorno.

Al cambio di oggi, cinquecento yen corrispondono a €3,06.

Azuma Kanako, l’autrice del meraviglioso saggio. Foto di proprietà di Shizen Hatch.

L’autrice è Azuma Kanako, nata a Tokyo, classe 1979. Ricercatrice ed appassionata di tutto ciò che riguarda stili di vita a basso impatto energetico. Laureata in Scienze Agrarie presso l’Università della capitale, la signora vive in una località della periferia di Tokyo aderendo ad uno stile di vita fortemente ispirato dai saperi del passato e della tradizione.

Un momento determinante di svolta fu quando i suoi figli erano i piccoli e si accorse che nessuno aveva mai affrontato editorialmente l’argomento dei pannolini in stoffa per bambini.

A questo punto mi vengono in mente le parole di una mia conoscente giapponese che soleva spesso dire: ないなら作る。ないなら始める。Nai nara tsukuru. Nai nara hajimeru. Il che, pressappoco, significa: se una cosa non ce l’ho, la faccio io! Se una cosa non c’è, la inizio io!

Ed è esattamente ciò che fece Azuma Kanako autopubblicando il suo primo libro dedicato proprio alla realizzazione e all’utilizzo dei pannolini in stoffa per bambini. A questo sarebbero seguiti altri saggi (tra cui quello in esame) devoti alla divulgazione di stili di vita semplici e in linea con le reali necessità dell’essere umano.

Negli anni, i media si sono naturalmente interessati ad Azuma Kanako intervistandola e chiedendo il suo parere in merito a questioni di vita quotidiana, riviste però in un’ottica più consapevole.

Una mia breve ricerca ha rivelato che non esistono traduzioni dei suoi libri né in inglese né tantomeno in italiano.

Bolletta da cinquecento yen e lusso ogni giorno?!

Il titolo, volutamente accattivante, ha attirato la mia attenzione grazie alla sua contraddizione apparente: come si può parlare di lusso – addirittura quotidiano – vivendo al lumicino? Una bolletta dell’energia di tre o quattro euro non può rispecchiare di certo le esigenze di una famiglia e di una casa moderne!

Ma la scelta delle parole, anche in giapponese, non è mai casuale. La presenza dell’aggettivo 贅沢 zeitaku (nota per gli studenti: si tratta di un sostantivo che all’occorrenza diventa aggettivo in 〜な) colpisce particolarmente.

Perché zeitaku è proprio il lusso, il fasto, la sontuosità.

Quindi, una bolletta che riflette dei consumi ridotti al minimo come può accompagnare una vita all’insegna del lusso?

Non parlerà però di vite ridotte in miseria. E nemmeno di esistenze consacrate ad un risparmio ossessivo e deleterio, fatto a scapito dei livelli minimi accettabili di benessere psicofisico.

Ho cercato di immaginare i possibili scenari in cui potrebbe verificarsi una situazione simile. Mi sono venuti in mente alcuni folti movimenti di protesta civile inglesi contemporanei che si oppongono al pagamento di qualsiasi bolletta, come quello rappresentato in parte da Stacey Wilkinson.

Tuttavia, senza tante tortuosità, probabilmente la chiave risiede in un’altra comprensione del concetto di lusso!

Il lusso deve necessariamente corrispondere allo sfarzo? A delle normali comodità distorte in un’ottica di eccesso e di sfoggio? All’ostentazione di denaro e di oggetti costosi? Deve esserci inevitabilmente una componente di spreco?

No. Il lusso può essere – ed è precisamente così che viene da inteso da Azuma Kanako – come la condizione di pienezza, benessere, soddisfazione. Un’abbondanza, come contrario di penuria, che nasce non dalla quantità materiale ma dalla qualità intrinseca di ciò che ci circonda e che decidiamo sia parte della nostra esistenza.

La vita inconsueta di una comune casalinga di Tokyo

Sulla sopraccoperta del libro è riportata la seguente descrizione:

「東京に暮らす普通の主婦が実践する、古くて新しい、身の丈生活。」 Tōkyō ni kurasu futsū no shufu ga jissen suru, furukute atarashii mi no take seikatsu. La vita d’altri tempi, nuova e consapevole di una comune casalinga di Tokyo.

D’altri tempi perché il rimando inevitabile è quello al passato, alle saggezze di chi ci ha preceduti. Nuova perché – in quest’epoca – vivere così vuol dire fare qualcosa di nuovo, originale, non comune. E tutto questo non può che essere frutto di una consapevolezza così ricca da riuscire a superare tutte le difficoltà di assestamento, insormontabili solo in apparenza.

L’opera è divisa in sei grandi capitoli, ognuno dei quali affronta un aspetto di una vita quotidiana più cosciente. Il saggio, muovendo dalla premessa della gestione giudiziosa della corrente elettrica come punto imprescindibile di partenza, sviluppa numerosi sottotemi.

Ma prima di iniziare la lettura, si rimane alquanto sorpresi nel venire a sapere che l’autrice non possiede la lavatrice, il frigorifero e nemmeno l’aspirapolvere. Questo intrigante preambolo, anche se perfettamente coerente con il titolo dell’opera, incuriosisce ma suscita anche molte perplessità.

Ci si domanda, forse un po’ troppo precipitosamente, se questo libro non sia il frutto di eco-farneticazioni di una mente esaltata. Ammetto di essermi avvicinata a questa lettura col sopracciglio alzato e una certa diffidenza.

Ma si viene presto accolti calorosamente dalla penna di Azuma Kanako da cui fluiscono pensieri chiari, lucidi e lineari. La sua voce gentile, delicata e umile guida i lettori nel suo mondo, illustrandolo in maniera calma e precisa. L’autrice, infatti, sottolinea da subito che queste sono scelte intraprese da lei e dalla sua famiglia e non vi è la pretesa che chi legge faccia necessariamente altrettanto.

Insomma, un’esposizione tranquilla, non giudicante e scevra da atteggiamenti di superiorità o di disdegno verso chi è di altro avviso.

La parola alle foglie secche

L’idea di riassumere l’intero libro non mi interessava. Si tratta, infatti, di un saggio denso, profondo, traboccante di preziosi inviti alla riflessione che verrebbero ingiustamente appiattiti in un riepilogo. Erroneamente si potrebbe pensare che si tratti di un manualetto con velleità didattico-moralistiche, inframezzato da indicazioni su come sbarazzarsi del tritatutto e del ferro da stiro elettrico.

Invece è un’opera sorprendentemente intensa che, attraverso la grazia del ragionamento logico, conduce il lettore a prendere in considerazione vie alternative.

Riporterò a breve alcuni consigli pratici che l’autrice suggerisce.

L’uso degli elettrodomestici – e della corrente elettrica in generale – non viene demonizzato. Sarebbe ridicolo. Semplicemente l’autrice invita alla moderazione, al riconsiderare certe abitudini il cui mantenimento richiede un dispendio di tempo, energia e denaro.

Durante una mia passeggiata nel mio quartiere, ho raccolto alcune foglie secche che mi sono piaciute in modo particolare. E così ho avuto un’idea: affidare a queste foglie secche il compito di comunicare alcuni dei concetti che – per vari motivi – mi hanno colpita. Naturalmente, si tratta di una minima parte di tutto quello che avevo sottolineato (a matita!) ma è un modo per condividere con chi leggerà un qualcosa di questo libro straordinario.

Vivere secondo le proprie possibilità

Azuma Kanako usa spesso questa espressione, tanto da ritrovarla – come già visto – addirittura sulla sopraccoperta.

L’espressione giapponese 「身の丈生活」Mi no take seikatsu. Letteralmente significa una vita per la propria statura, cioè modellata in base alle proprie possibilità. Quindi, vivere secondo le proprie possibilità e non oltre. Ma non è solo una questione economica ma anche sociale; in questo concetto, l’autrice ravvisa anche i benefici di una vita – per dirla coi sociologi – un po’ più a maglie strette dove anche i rapporti di vicinato, oltre a quelli famigliari, meritano di essere riscoperti e rafforzati.

Non ci dovrebbe sorprendere, infatti, che l’eccessiva comodità abbia generato anche grande solitudine, con tutte le devastanti conseguenze del caso. Teoricamente, basta avere una connessione internet e disporre di denaro a sufficienza per vivere senza mai entrare in contatto con altri esseri umani.

Sapersi accontentare

Un altro concetto ricorrente è quello di 「足るを知る」taru o shiru. Questo modo di dire corrisponde pressappoco al nostro chi si accontenta gode.
Sapersi accontentare non significa rassegnarsi o – peggio – farsi piacere a forza qualcosa che non ci soddisfa. Accontentarsi vuol dire imparare a ritrovare il valore di ciò che si ha e – perché no – di ciò che invece non si ha!

Coltivare uno spirito di profonda gratitudine

「必要なだけ手に入れるのではなくあるものでどうにかする精神を。」Hitsuyōna dake te ni ireru no de wanaku arumonode dōnika suru seishin o. Invito che ho liberamente tradotto come: coltiviamo lo spirito dell’accontentarsi di ciò che abbiamo anziché dell’ottenere tutto ciò che ci serve.

L’autrice, con dolcezza, ci porta a vedere la sua casa. È come se ci prendesse per mano e ci conducesse alla scoperta di questa sua vita così semplice eppure – forse proprio per questo – quasi ribelle. Condivide con il lettore considerazioni quasi liminali sul rapporto tra l’uomo e la luce e come quest’ultima abbia influito sulla sua esistenza. Il pensiero va inevitabilmente alle riflessioni di Tanizaki quando racconta del fascino ormai svanente delle lacche giapponesi che, per colpa della luce artificiale, non riescono più a donare ai nostri occhi quei giochi di chiaroscuro con cui hanno deliziato gli animi sensibili di chissà quante persone.

Alcune bollette dell’energia elettrica dell’autrice. Come si può vedere, effettivamente oscillano tra i ¥400 e i ¥500 mensili! Davvero notevole considerando che mediamente la cifra è ben più alta. La mia bolletta dell’energia in Giappone si aggirava sui ¥4000!

Veniamo a sapere, ad esempio, che in tutta la sua casa vi sono solo tre prese della corrente e che la TV è in una nicchia a scomparsa. La signora Azuma ci spiega che abbiamo piano piano disimparato a rispettare i ritmi naturali scanditi dal giorno e dalla notte e di come tutta questa luce artificiale (lampadine, schermi ecc.) abbia sfalsato parte delle nostre percezioni. Nei suoi racconti ci regala frammenti di ricordi di epoca Shōwa, di sua nonna e dell’abitudine di assaporare gli ultimi sprazzi di luce naturale riuscendo, al contempo, a sentirsi a proprio agio nella penombra e in quella dimensione di sfumata visibilità.

Quanto Tanizaki in queste osservazioni!

Vivere senza frigorifero

Fonte immagine.

Probabilmente sarete curiosi di sapere quali alternative abbia escogitato l’autrice per far fronte a scelte in apparenza molto radicali. Come quella di non avere un frigorifero, elettrodomestico considerato basilare in una casa qualsiasi.

Ebbene, la signora Azuma ci ricorda che, fino a non molto tempo fa, si acquistavano quotidianamente gli ingredienti freschi necessari per i pasti della giornata. Avvalora questa sua affermazione rievocando i racconti di sua nonna e di persone di quelle generazioni. Effettivamente, anche da noi era così: fino verso gli anni Cinquanta i frigoriferi in Italia erano privilegio per poche famiglie molto abbienti. Si sarebbe dovuto aspettare fino agli anni Sessanta perché questo diventasse un bene alla portata di tutti.
Ecco perché nei paesi e nei centri abitati esistevano le ghiacciaie: da esse ci si riforniva di ghiaccio, ricavato dalla neve, da utilizzare per la conservazione di quei pochi ingredienti deperibili come il burro.

In Giappone, fino ancora al secondo dopoguerra, erano in uso le cosiddette 氷室 himuro, cioè vere e proprie ghiacciaie adibite alla formazione e conservazione del ghiaccio per gli abitanti. Alcuni himuro sono stati riportati ai vecchi splendori per poterli rendere visitabili sopratutto in occasione di festival locali.

Un himuro nella Prefettura di Ishikawa. Fonte immagine.

L’autrice sostiene che al giorno d’oggi i nostri frigoriferi non siano diventati altro che meri ripostigli dove riporre quantità eccessive di alimenti che non intendiamo consumare nel breve termine. Effettivamente, basterebbe pensare a cosa abbiamo nel congelatore.

Lei suggerisce di acquistare il fresco quotidianamente e solo nelle quantità necessarie. Eventuali eccedenze – spiega – si possono conservare ricorrendo ai classici metodi dell’essiccazione, della salamoia, della salagione ed altri. Nello specifico, i metodi che usa lei sono tre:

  1. 調味料に漬ける」chōmiryō ni tsukeru. Ossia, la conservazione di alimenti attraverso la marinatura in ingredienti come l’aceto, la salsa di soia, miso, il sale ecc.
  2. 「佃煮にする」tsukudani ni suru. Conservazione del cibo come tsukudani. Lo tsukudani è una preparazione antica, ancora molto diffusa soprattutto nelle comunità rurali, in cui ingredienti come pesciolini, frutti di mare e alghe vengono fatti sobbollire lentamente in salsa di soia e mirin o zucchero. L’autrice ricorre a questa tecnica anche per la carne.
  3. 「干す」hosu. Essiccazione. Metodo le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Permette di conservare pressoché qualsiasi ingrediente.

Ad eccezione dei cibi deperibili i quali, appunto, si acquistano in piccole quantità oppure si conservano attraverso i metodi tradizionali, tutto il resto può essere tranquillamente tenuto fuori dal frigo: frutta, verdura, uova.

Mele piemontesi provenienti da Cellarengo, Asti.

L’argomento cibo e cucina viene trattato con precisione, delicatezza e cura. Il tutto, anche in questo caso, accompagnato da riflessioni importanti. Vi è ad esempio l’invito a rafforzare la comprensione del concetto di stagionalità. In Giappone, normalmente si fa molta attenzione a questo aspetto ma, secondo l’autrice, non abbastanza. I nuovi modelli di consumo spingono anche i giapponesi a diventare un po’ capricciosi desiderando ingredienti fuori stagione.

Quindi, stagionalità e territorialità. Si ribadisce il concetto di 地産地消 chisan-chishō cioè produzione locale di cibi. Un po’ il nostro kilometro zero.

Molto affascinante è anche il suo approccio alla preparazione dei cibi stessi che, secondo l’autrice, dovrebbe essere il più semplice e disadorna possibile. Spiega, infatti, che l’abitudine di decorare troppo i piatti conduce alla noia e ad un senso di insoddisfazione. Insomma, allontana dallo zeitaku sincero.

Lavatrice: come farne a meno

Fonte immagine.

Ci sono stati alcuni periodi della mia vita in cui, non per scelta, ho vissuto senza lavatrice. Questa esperienza personale mi ha permesso di accogliere il punto di vista della scrittrice in maniera meno stranita: ci ero già passata e so cosa aspettarmi.

La signora Azuma spiega che le esperienze delle generazioni passate possono insegnarci molto.

A casa sua, al posto della lavatrice, lei ha una たらい tarai ossia una bacinella, una 洗濯板 sentaku-ita ovvero un asse lavatoio e del semplice sapone per bucato a mano.

Fonte immagine.

Unico detersivo: un sapone naturale per lavaggi a mano. No ammorbidente, no additivi o sbiancanti.

Lei spiega come l’uso di questi semplici attrezzi permetta una gestione del bucato molto più agevole di quello che si possa pensare: è sufficiente – spiega – lavare subito i panni sporchi senza accumularli. Questo farà sì che eventuali macchie non abbiano il tempo di fissarsi sul tessuto. In caso, invece, di macchie ostinate basterà strofinare la parte interessata sull’asse lavatoio per pochi minuti e procedere al risciacquo.

Un accorgimento interessante è quello di evitare asciugamani troppo grossi ma di preferirne di piccoli proprio per facilitarne il lavaggio e l’asciugatura. Quest’ultima fase, non serve nemmeno specificarlo, avviene all’aria aperta, possibilmente al sole.

Un passaggio, quest’ultimo, che non stupisce nemmeno noi ora.

L’autrice osserva come la società contemporanea sia intrappolata nel paradosso della sensibilizzazione alle tematiche ambientali e al propagarsi incontrollato di elettrodomestici di ogni genere. Effettivamente, a ben vedere, quanto ecologiche sono le asciugatrici per davvero, al netto dei proclami pubblicitari? Certamente mai più del sole.

Foto tratta dal libro.

Aspirapolvere e pulizie generali di casa

Anche l’aspirapolvere, come la lavatrice, in alcuni momenti della mia vita è stato assente in casa mia. Forse, dei tre, questo è il meno doloroso da eliminare eventualmente. L’autrice spiega come siano sufficienti una scopa – preferibilmente di saggina – e uno straccio recuperato da qualche abito smesso. Un secchio, acqua e basta.

Fonte immagine

Naturalmente, una casa alleggerita dagli oggetti in eccesso sarà molto più rapida da pulire. E questo ovviamente dà avvio alla riflessione in merito al superfluo di cui le nostre case sono, in misura più o meno variabile, grandi ripostigli.

Non ho seguito e non seguo il filone di tendenza del magico potere del riordino di Marie Kondō semplicemente perché ho sempre un’avversione per tutto ciò che va di moda. Insomma, la Kondō non insegna alcunché di nuovo. Sono concetti e tecniche di cui si scrive da tempo in Giappone. E Azuma Kanako lo dimostra.

Nella sezione dedicata a come alleggerire la casa dal superfluo, inevitabilmente si affronta il discorso delle mode e delle comodità eccessive che, paradossalmente, diventano scomodità a lungo andare.

Allora il consiglio è di conservare ciò che piace davvero e che si intende soprattutto utilizzare. Poco importa che si tratti di vestiti o altri oggetti. Tutto ciò che etichetteremmo come “cose che prima o poi userò o indosserò” andrebbero venduti o regalati. Senza troppi tentennamenti.

In conclusione

Questo libro insegna così tanto e in maniera così dettagliata che la mia presentazione sommaria non è che un superficiale assaggio.

È un saggio così attuale per le tematiche che tratta ma al contempo così tradizionale e squisitamente giapponese perché impregnato di impliciti rimandi wabi-sabi. L’esaltazione del bello individuato in ciò che si ha, con tutte le sue fratture, sbeccature, sbavature o imperfezioni che possa avere. Anzi, è proprio in queste presunte incompletezze che si ravvisa la bellezza della transitorietà.

Ben vengano le comodità moderne: luce, corrente elettrica, elettrodomestici in generale e tutto il resto. Ma con moderazione. Se, attraverso piccoli accorgimenti magari un po’ d’antan, riusciamo comunque a stare bene e a soddisfare varie necessità (e desideri!), perché non provarci?

A trarne vantaggio non è solo l’ambiente ma soprattutto siamo noi come persone. Uno stile di vita più semplice, più rivolto all’essenza e al cuore dell’essere e dell’esserci non può che ripagarci con quella serenità che, inutilmente, inseguiamo ossessivamente nelle tecnologie e negli eccessi.

Un elogio alla semplicità come via per iniziare a ritrovarsi.

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