La mia Asia in America

Fu nei miei anni a stelle e strisce che emerse prepotentemente il mio amore per l’Asia. Esso ardeva in silenzio da molto tempo, come la brace sotto la cenere, nell’attesa di potersi infiammare al momento giusto.

Vivevo nella magnifica San Diego. Quello fu il periodo in cui cominciai a studiare il cinese, inizialmente da autodidatta. I miei strumenti di studio erano: un austero quaderno militare con copertina verde in tessuto, un piccolo dizionario Vallardi e un rudimentale sito web (con arrancante connessione dial-up). Con essi appresi cocciutamente le basi della scrittura cinese e un lessico essenziale. Ricordo ancora la difficoltà nel dare un senso a quel sistema di scrittura così diverso, così distante. Eppure, senza rendermene conto, di lì a pochi anni avrei raccolto i dolci frutti di quell’arduo lavoro.
Successivamente, riuscì a prender parte ad un progetto sperimentale di formazione a distanza promosso dall’Università di Lingua e Cultura di Pechino, la eBLCU. Con enorme fatica completai i moduli del primo livello e sostenni l’esame di lingua cinese 1.

Non avrei più ripreso il cinese ma tutto quel bagaglio di nuove conoscenze, soprattutto in relazione alla scrittura, mi avrebbe aiutata immensamente poco tempo dopo.

Il mio avvicinamento linguistico all’Asia avvenne ufficialmente, dunque, attraverso il cinese. Tuttavia, quando ero ancora in Italia, avevo già tracciata la via coi primi goffi passi nello studio del giapponese con il libro di Marina Speziali. Conservo ancora una pagina di quaderno ormai ingiallita e consunta dal tempo, su cui tracciai i miei primissimi kana grazie alla guida della professoressa Speziali.

Un vero amarcord!

Viaggi tra le pagine

In quel periodo californiano d’intensa ricerca, quasi spasmodica e ossessiva, mi circondai di quanta più Asia possibile. Spaziavo dallo studio del cinese ai romanzi, saggi e film di autori provenienti da qualsiasi latitudine dell’Asia orientale. C’era la Cina nei dolorosi resoconti di fuga di Robert Loh, Nien Cheng e Jung Chang. Ma anche il Vietnam degli straordinari racconti introspettivi di Andrew X. Pham, delle vicende travolgenti di Karin Muller e delle storie traboccanti di passione e malinconia di Dana Sachs.

Alcuni dei primi libri che contribuirono a far divampare la mia fiamma di passione per l’asiatistica. Leggevo quasi esclusivamente in inglese dato che vivevo in America e solo così avrei potuto saziare quella sete di sapere irrefrenabile.

Quelle pagine raccontavano dolori inimmaginabili di chi aveva conosciuto da vicino feroci regimi repressivi. Non potrò mai dimenticare la straziante esperienza di detenzione di Nien Cheng. L’autrice, ex dirigente della Shell, fu accusata dal governo maoista di essere una spia al servizio degli inglesi. La sua tragica vicenda narra, inoltre, della dilaniante sparizione di Meiping, la sua unica figlia, finita nelle mani dell’Armata Rossa cinese e mai più rivista.

Fughe ma anche ritorni

Altre pagine, invece, narravano storie di sospesi risolti, di luoghi del ricordo rivisitati. E allora non posso non pensare ai racconti di Andrew X. Pham e a quel Vietnam, terra dei suoi genitori, che egli decide di esplorare in bicicletta. Oppure l’amore impetuoso che Dana Sachs trovò ad Hanoi negli occhi e tra le braccia di Phai, un meccanico di biciclette.

Non mancò lo studio di alcuni classici. Ad esempio, i Dialoghi di Confucio, il Sogno della camera rossa di Cao Xueqin, il romanzo cinquecentesco dei Tre Regni di Luo Guanzhong e le Poesie di Li Po.

Restavo sveglia fino all’alba e oltre, in compagnia ora di un classico della letteratura cinese e ora di saggi dedicati alle grandi tradizioni culinarie dell’Asia. Mi vengono in mente le invitanti descrizioni del gastronomo pechinese Deh-Ta Hsiung. Ma anche quelle amorevoli e nostalgiche della chef franco-vietnamita Nicole Routhier coi delicatissimi equilibri della cucina del suo Paese.

Non solo Cina e Vietnam

Leggevo tutto il possibile purché il comune denominatore fosse l’Asia. Il mio viaggio era iniziato esplorando Cina e Vietnam ma sarei successivamente approdata anche nelle Coree. Qui, a farmi da guida, sarebbe stata la mia preziosa amica Mia Jinkyoung che m’insegnò moltissimo del suo Paese, della sua storia e tradizioni. Mia che mi fece scoprire il caffè coreano Maxim e le melodie semi-lisergiche di Lee Seung-Hwan.
E avrei iniziato anche a conoscere qualcosa del mio amatissimo Giappone. Senza poter immaginare che ruolo avrebbe avuto quest’ultimo nella mia vita, assaggiai timidamente dapprima il suo cinema. Ripenso a どですかでん Dodes’ka-den del 1970, di Akira Kurosawa; 夢 Yume (Dreams, Sogni), sempre di Kurosawa. E qualcosa di vagamente letterario come l’acclamato Memoirs of a Geisha di Arthur Golden. Oppure, dalla penna spigolosa e poco scorrevole di Lesley Downer, la biografia di Madame Sadayakko, la famosa geisha che ammaliò l’Occidente. Ella fu amica di Giacomo Puccini nonché sua consulente teatrale nella creazione di Madama Butterfly.

Mancava lei…

In quegli anni di famelica voglia di sapere, lontana da casa, sulla Palm Avenue di San Diego, leggevo e studiavo quasi senza sosta. Amavo follemente quella città e – sebbene avvertissi i morsi della nostalgia di casa – ero serena. Nei momenti di svago andavo a passeggiare sul molo di Imperial Beach. Le sue travi, consumate dal sole e dalla salsedine, emanavano il profumo del legno vissuto a metà tra la terraferma e l’infinito. Camminavo fino in fondo, a volte togliendomi le scarpe e toccando coi piedi quel pontile che di giorno diventava rovente.

I Coldplay cantavano Yellow già da qualche anno. E In a Little While degli U2 sarebbe diventato, per me, il brano quintessenziale di quei miei spensierati anni americani sulla Palm Avenue.

Una vita che può sembrare idilliaca ma che, in realtà, era una vita come tante. Forse solo un po’ spensierata. Di certo, però, non priva di quegli spigoli che il filtro della memoria tende generosamente a smussare annacquandone le tinte scure in favore di pennellate più tenui.

In quello spicchio d’America, sfavillante e rigoglioso, le giornate sembravano quasi eterne. Circondata dall’Asia dei miei libri e dei miei studi, coi miei Café du Monde della diaspora vietnamita e i sapori che scoprivo in Convoy Street, mancava ancora lei…

Pearl S. Buck

Incredibilmente non venni subito a sapere di lei. Fu solo grazie ai suggerimenti di Alibris che venni a conoscenza del suo nome. Alibris era la libreria che mi permetteva, a costi molto contenuti, di acquietare la mia voracità letteraria.

Seguì i loro consigli e acquistai, un po’ a casaccio, qualche suo titolo. Ricordo benissimo come ebbe inizio la magia: tra le pagine di Pavilion of Women del 1946.

Bastarono le prime tre o quattro parole per cadere nel suo incantesimo. Da quel giorno non mi avrebbe più lasciata. E sarebbero seguite nuove notti e nuove albe trascorse a divorare insaziabilmente ogni suo racconto.

Pavilion of Women è stato tradotto in italiano col titolo La saggezza di Madama Wu.

L’idea

Dopo il primo incontro letterario con Pearl S. Buck non avrei mai dimenticato la grandezza e straordinarietà di questa scrittrice d’eccezione. Pearl Buck resta, infatti, tra le mie autrici preferite di sempre nonché tra le vere interpreti occidentali del sapere e del sentire asiatici. Un’autentica conoscitrice di Asia. Asiatista con la A maiuscola nonché ineguagliabile mediatrice tra Oriente e Occidente. Una fuoriclasse assoluta.

E nessun aspirante asiatista che si rispetti può definirsi tale senza essersi abbeverato – almeno una volta – dai suoi libri!

L’idea di dedicarle uno scritto nasce dopo aver notato, in più occasioni, la sua ingiusta relegazione nei polverosi antri dei dimenticatoi della cultura. La sua immensa produzione letteraria, tradotta solo in minima parte, sembra perlopiù sopravvivere sulle bancarelle dei libri usati.

A proposito di bancarelle e non coincidenze

E proprio oggi c’è stata la festa del mio quartiere a cui, generalmente, non manco mai. Mi sono subito incamminata verso le bancarelle dei libri dove mi piace sempre curiosare. Tuttavia, dentro di me sentivo che avrei ritrovato Pearl lì ad aspettarmi. Era una sensazione fortissima ed inspiegabile.

Ho iniziato a spulciare un po’, tra un manuale di analisi matematica e i gialli di Ellery Queen, quando…

L’edizione del 1958 della storica collana Medusa, di Mondadori, di nient’altro che La saggezza di Madama Wu. Ovvero il mio amatissimo Pavilion of Women nonché mio primo assaggio della mirabile penna di Pearl S. Buck.

In inglese vi direi che in quel momento my heart skipped a beat!

L’opera fu tradotta in italiano da Orazio Viani. Sorrido leggendo quella precisazione: “unica traduzione autorizzata dall’americano“.
E il tenerissimo refuso Pavillon anziché Pavilion del titolo originale.

Posso interpretarlo come un segno del destino affinché prosegua in questa impresa?

L’influenza giapponese su Pearl S. Buck

Pearl S. Buck in incantevole contemplazione. Fonte immagine.

Pearl S. Buck è inestricabilmente legata alla Cina, suo Paese di adozione. Il suo profondissimo legame con quella terra è l’elemento ricorrente della sua prosa. Pearl Buck e Cina: un legame assiomatico indiscutibile.

Eppure anche il Giappone ebbe un ruolo notevole nella sua vita e nella sua produzione artistica. L’influenza giapponese su Pearl Buck è un argomento pressoché inesplorato in ambito accademico. Eppure, come osserva David Gordon, professore di storia giapponese alla Shepherd University, il Giappone fu la sua “seconda casa”.

Obiettivo di questi miei scritti dedicati a Pearl S. Buck è presentare questa grande autrice e indagare sul suo rapporto con il Sol Levante. In un tentativo, spero soddisfacente, di accostarmi al lavoro pionieristico in questo senso del professor Gordon, offrendo nuove prospettive al pubblico italiano.

Questo mio contributo sarà diviso in più parti.