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Jagatara-bumi: Una storia di lettere, esili e coraggio.

In questo approfondimento storico esploriamo la vicenda dei cristiani nascosti e degli esiliati a Giacarta nel XVII secolo che merita di emergere dalla coltre polverosa nella quale, lentamente e inesorabilmente, scivolano un po’ tutte le cose del passato.

Ci separano quasi quattrocento anni da quei fatti ma, converrete con me, i sentimenti che li animano sono sempre attuali perché propri dell’essere umano. Poco importano, dunque, l’epoca o la zona geografica.

Prima di aprirvi le porte verso questa toccante vicenda, tuttavia, occorre contestualizzare il periodo storico in cui essa si dipana.

Primo periodo Edo

Illustrazione su pergamena della stazione commerciale olandese a Dejima (isola situata nel porto di Nagasaki). Artista sconosciuto. L’opera risale al XIX secolo circa. Nagasaki, Giappone. N. D.151-1905. © Victoria and Albert Museum, Londra.

La nostra storia si svolge intorno al 1630. Il Giappone, in quel periodo, aveva raggiunto l’unificazione da circa tre decenni. Tuttavia, il Paese era ancora immerso in una fase di assestamento e transizione verso la stabilità dopo le lunghe guerre tra daimyō (signori feudali), del periodo precedente denominato non casualmente 戦国時代 Sengoku-jidai, ovvero il periodo degli Stati belligeranti.
Insomma, benché questi processi richiedano tempo, cominciava a profilarsi finalmente un periodo di relativa tranquillità e ordine dopo così tanta sofferenza.
Era infatti iniziata la Pax Tokugawa, un lungo periodo di circa due secoli e mezzo nonché ultimo governo feudale del Paese che sancì la fine del Vecchio Giappone. Era un po’ come se, presagendo che la propria fine non si sarebbe fatta attendere a lungo, si volesse uscire di scena con garbo e dignità prima di consegnare il Paese a nuovi impulsi, nuovi volti, nuove idee. Forse non si sarebbe potuto fare altrimenti: il nuovo premeva per avanzar espingendo bruscamente da un lato tutto ciò che era stato.

L’arrivo dei portoghesi in Giappone

L’arrivo dei portoghesi in Giappone. Artista sconosciuto.

Una delle questioni più spinose del periodo, e che avrebbe caratterizzato il clima nel quale si sviluppò la vicenda protagonista, è proprio il complesso rapporto tra giapponesi ed europei per la cui comprensione occorre andare ulteriormente a ritroso nel tempo.

I primi europei ad approdare in Giappone furono i portoghesi, nel 1543. Qualcuno sostiene che ci fossero già stati tentativi precedenti a quella data ma il 1543 è ufficialmente riconosciuto come l’anno in cui i portoghesi attraccarono nel porto di 種子島 Tanegashima, un’isola nella zona meridionale del Kyūshū, segnando così il primo ingresso di europei su suolo nipponico.

Questi primi portoghesi giunsero in Giappone arrivando dalla Cina meridionale e per questa ragione vennero soprannominati 南蛮 nanban ossia i barbari del sud, un termine originariamente usato dai cinesi (i quali, ricordiamolo, definivano il proprio Paese come il Regno di Mezzo) nei confronti delle popolazioni del Sud-est asiatico.

In seguito, il termine nanban fu utilizzato per etichettare non solo i forestieri ma anche oggetti di artigianato e tessuti realizzati in foggia occidentale o con uno stile insolito ed esotico.

Illustrazione del pollo Nanban. Fonte.

Questa stessa parola si trova anche in riferimento a determinati piatti con possibili legami portoghesi; a tal proposito, mi viene in mente il celebre チキン南蛮 chikin-nanban, ovvero il pollo Nanban, un famoso piatto di pollo fritto accompagnato da una salsa agrodolce e salsa tartara. Il piatto avrebbe origini decisamente più recenti, infatti pare sia stato inventato intorno agli anni Cinquanta del Novecento, ma il suo collegamento coi portoghesi è dovuto alla compresenza di frittura e aceto che suggella il legame coi portoghesi del tempo i quali, tra le varie pratiche, importarono la tecnica del 南蛮漬け nanban-zuke: carni (o pesci) fritti e poi marinati in una salsa agrodolce. Insomma, come lo chiamano sia gli spagnoli sia i portoghesi, il celebre escabeche. Uno stretto parente, dunque, del nostro piemontesissimo carpione!

In merito alle influenze portoghesi sulla cucina giapponese non si può non citare la celebre tenpura di cui vi ho raccontato qualcosa proprio qui.

Lasciamo da parte, per ora, queste gastro-divagazioni e ritorniamo a questioni più ampie.

Commercio, armi e religione

L’arrivo di un bastimento portoghese in Giappone. Dipinto con inchiostro e oro su paravento a sei pannelli. L’opera risale intorno al 1620-1640 circa. Proprietà dell’Asian Art Museum, The Avery Brundage Collection.

Questi barbari del sud, nel tempo, avrebbero introdotto i giapponesi ad un nuovo flusso commerciale, alle armi da fuoco ma anche ad un nuova dottrina che presto sarebbe stata considerata come sovversiva e pericolosa: il cristianesimo.

種子島鉄砲 Tanegashima-teppō: l’archibugio sviluppato dagli armaioli giapponesi sul modello portoghese. Fonte immagine.

Sul piano religioso, infatti, solo sei anni dopo l’arrivo di quei primi portoghesi a Tanegashima (il nome della località venne in seguito utilizzato per denominare la variante giapponese dell’archibugio), il neonato ordine dei Gesuiti iniziò ad inviare dei missionari tra cui lo spagnolo Francesco Saverio, considerato santo dalla chiesa cattolica in seguito alla proclamazione del 1622 ad opera di Papa Gregorio XV, e molti altri predicatori che, per poter condurre al meglio la propria attività di evangelizzazione, spesso si fermavano lì per qualche anno.

Francesco Saverio, in un’illustrazione giapponese contemporanea. Fonte. L’immagine riporta la trascrizione in katakana del nome spagnolo del missionario: Furanshisuko Zabieru (Francisco Javier).

Questi primi missionari mostrarono un particolare entusiasmo nei confronti del Giappone perché lì trovarono in un primo tempo un ambiente accogliente, popolato da persone generose e di mentalità aperta anche se, è giusto precisarlo, all’inizio ci fu una certa diffidenza da parte dei giapponesi. Dopotutto, la barriera linguistica, le diverse abitudini e le notevoli differenze nelle fattezze fisiche dei nuovi arrivati erano aspetti difficili da ignorare.
I giapponesi, così abituati all’etichetta e alle formalità, rimasero esterrefatti davanti ai modi di fare di questi sconosciuti. Alcune cronache del tempo raccontano dell’abitudine dei portoghesi di mangiare con le mani, della loro sconcertante inettitudine con le bacchette e della loro tendenza ad esprimere apertamente le proprie emozioni.
Analogamente, cronache portoghesi dell’epoca riportano un notevole senso di stupore per la scoperta di una civiltà regolata da un complesso apparato di norme sociali e dotata di un sistema di scrittura straordinariamente sofisticato.

Insomma, i primi erano perlopiù scandalizzati mentre i secondi sembravano del tutto… affascinati!

Diffusione del cristianesimo

Superate queste diffidenze iniziali, i rapporti bilaterali presto si consolidarono grazie soprattutto al commercio, allo scambio di nuove conoscenze e alla curiosità reciproca. Sul piano commerciale, i portoghesi seppero sfruttare le tensioni tra Cina e Giappone in veste di intermediari negli scambi tra i due Paesi utilizzando la Via della Seta marittima.

Prima i commercianti e poi i religiosi lasciarono un’indelebile impronta nel tessuto sociale giapponese, nel bene e nel male.

All’inizio i giapponesi accolsero la predicazione cristiana con interesse e senza particolari timori. Dopotutto, questa nuova dottrina pareva loro una variante delle tante sette religiose buddiste ampiamente diffuse ed attive su tutto il territorio. Successivamente il cristianesimo venne addirittura rivisto in una sorta di chiave strategica ovvero come un modo per dar contro – spiritualmente e politicamente – alla crescente influenza dei monaci buddisti (Reischauer).

L’opera di proselitismo diede risultati piuttosto considerevoli: pare, infatti, che i convertiti giapponesi al cristianesimo fossero intorno ai trecentomila, all’inizio del XVII secolo. Questi nuovi cristiani provenienti da vari strati della popolazione: dalla classe contadina a quella dei guerrieri. Molti daimyō del Kyūshū, ad esempio, accettarono la nuova religione per convinzione oppure per ottenere particolari vantaggi nei rapporti commerciali con gli occidentali.

Prima amore e poi…odio

Il daimyō 豊臣秀吉 Toyotomi Hideyoshi, in un’illustrazione. Fonte.

La fase da luna di miele tra i giapponesi e il cristianesimo subì una prima e brusca frenata nel 1587 quando 豊臣秀吉 Toyotomi Hideyoshi, il daimyō più potente dell’epoca, cominciò a guardare con sospetto questa nuova religione straniera che sembrava più uno strumento politico con cui acquisire consensi e potere che non una semplice ed innocua alternativa alle sette buddiste. Se lo sentiva: c’era dell’altro, qualcosa di calcolato e astuto in tutta questa predicazione scaltramente sempre più capillare. Si convinse, dunque, dell’urgenza di intervenire.

L’atteggiamento guardingo del daimyō, tuttavia, non scaturì dal nulla o da un suo capriccioso preconcetto anti-cattolico. La sua fu una reazione di esasperazione maturata nel tempo e provocata soprattutto dai continui scontri tra i missionari gesuiti e i monaci buddisti: tra questi due gruppi svanì l’obiettivo di un costruttivo dialogo interreligioso e al suo posto emerse una prolungata ed aspra diatriba.
Al centro di questa polemica affiorava l’atteggiamento sprezzante dei missionari che biasimavano pesantemente i monaci per varie ragioni. Innanzitutto, i monaci rappresentavano ovviamente un ostacolo agli sforzi di evangelizzazione. Inoltre, essi seguivano pratiche che i missionari ritenevano indiscutibilmente deplorevoli. Non entrerò nel dettaglio di queste controversie ma vorrei ricordare ad esempio l’idolatria (es. venerazione di statue), l’adesione ad un sistema di superstizioni, l’uso di talismani o l’abitudine di alcuni monaci di vivere nel lusso.

I giapponesi erano perfettamente al corrente, ad esempio, di come gli spagnoli avessero introdotto il cristianesimo nelle Filippine a mo’ di cavallo di Troia con cui si assicurarono poderose conquiste politiche. Temevano, dunque, che se non avessero agito per tempo, anche a loro sarebbe toccata una sorte simile.

Toyotomi Hideyoshi quindi assunse una posizione netta e incontrovertibile contro questa nuova religione, vietando ufficialmente il cristianesimo e condannando a morte ventisei cristiani, diciassette dei quali erano convertiti. Scelse crudelmente – e certamente non a caso – la modalità di esecuzione: la crocifissione.

Qualche anno più tardi il daimyō Ieyasu Tokugawa cercò di allentare un po’ le tensioni assumendo un atteggiamento più clemente verso i cattolici ma, in seguito a crescenti disordini, tra il 1606 e il 1612 la situazione degenerò irreparabilmente. Risalgono, infatti, a questo periodo gli editti più rigorosi che spianarono la via a vere e proprie persecuzioni.
Da quel momento, zero tolleranza: i missionari vennero sistematicamente cacciati e i convertiti obbligati all’abiura o al martirio.

Tutti coloro sospettati di essere cattolici venivano condotti davanti ad una miniatura in ferro che riportava il crocifisso oppure un’immagine della Madonna. Al presunto fedele veniva ordinato di calpestare l’immagine e rinnegare così la fede cattolica.
L’alternativa era la pena di morte. Le miniature usate a questo scopo si chiamavano 踏み絵 fumi-e (immagini da calpestare).

Va ricordato però che questi accanimenti, di cui il più grave sarà la rivolta di Shimabara del 1637, non riuscirono nell’intento sperato, ossia nell’estirpazione assoluta dei cattolici. In risposta a queste oppressioni, fiorirono gruppi di convertiti che professavano il cattolicesimo di nascosto. Questi fedeli costretti a praticare la propria religione in clandestinità venivano chiamati col nome di 隠れキリシタン Kakure Kirishitan (cristiani nascosti).
Questo culto nascosto dei Kakure Kirishitan diede in seguito vita ad un fenomeno assai curioso di commistione tra i precetti del cristianesimo e quelli del buddismo, dando origine ad una sorta di ibrido dottrinale che ricorda il sincretismo cristiano-pagano dell’epoca romana.

La pena del fumi-e. Fonte immagine.

Il cristianesimo fu ufficialmente messo al bando e il governo dello shōgun ordinò l’espulsione dal Giappone di tutti i portoghesi e spagnoli, commercianti o religiosi che fossero, dichiarando l’intenzione di voler mantenere rapporti solo ed esclusivamente con inglesi e olandesi. Con quest’ultimi, in particolare, i giapponesi svilupperanno un affascinante rapporto molto complesso.

La fase del Sakoku e il rapporto con inglesi ed olandesi

Sakoku: un Giappone blindato. Fonte immagine.

La proibizione della predicazione cristiana, la cacciata di spagnoli e portoghesi e la chiusura quasi totale ai contatti verso l’esterno condussero il Giappone in una fase isolazionista chiamata 鎖国 Sakoku (Paese incatenato, chiuso a chiave) che sarebbe durata fino all’inizio della seconda metà dell’Ottocento con l’arrivo delle famigerate 黒船 kurofune, ossia le navi nere del Commodoro Matthew Perry, ufficiale di marina statunitense che fu strumentale nella riapertura del Giappone all’Occidente.

Il Sakoku non solo limitò drasticamente gli scambi commerciali con altri Paesi ma, nel tentativo risoluto di impedire qualsiasi nuovo contatto con il cristianesimo, ai giapponesi fu vietato recarsi all’estero e nessun giapponese all’estero poteva fare ritorno in patria. Con le punizioni non si scherzava. Le pene per i trasgressori di queste leggi era sempre e solo una: la morte.

Per disincentivare qualsiasi tentativo di fuga, era inoltre proibita la costruzione di navi in grado di affrontare viaggi oltreoceano.
Il drastico limite agli scambi commerciali, di cui si faceva menzione poc’anzi, permetteva l’accesso ad una sola zona: il porto di Nagasaki, in particolare l’isola artificiale di Dejima e la cittadina di Hirado. Qui erano ammessi scambi, molto selezionati e controllatissimi, solo con olandesi e inglesi.

Se si volesse trasporre ai giorni nostri questa forma così radicale di isolazionismo, per quanto i contesti e le ideologie soggiacenti siano diversi, si dovrebbe prendere in esame la Corea del Nord, Paese che ancora adesso segue un modello di Sakoku contemporaneo attraverso la stretta osservanza dei principi della dottrina Juche che impone limiti per noi quasi impensabili.

William Adams, conosciuto anche col suo nome giapponese 三浦按針 Miura Anjin.

Gli inglesi, nella figura del navigatore William Adams diventato poi consulente personale del daimyō Tokugawa Ieyasu, convinsero ulteriormente le autorità giapponesi a non fidarsi del modus operandi dei portoghesi e degli spagnoli i quali, come si è visto, si servivano della religione per prendere il controllo di un territorio.
Inglesi e olandesi furono accolti come partner commerciali perché, sebbene di fede cristiana, erano protestanti e senza il benché minimo interesse nell’opera di evangelizzazione. Questo fatto rassicurò non poco le autorità giapponesi che, infatti, li premiarono con questo accesso privilegiato a Nagasaki, chiedendo inoltre fedeltà al daimyō.

Nel 1623 gli inglesi decisero però volontariamente di ritirarsi dal Giappone lasciando il campo libero agli olandesi i quali restarono gli unici (oltre qualche sporadica visita da parte di commercianti cinesi) a gestire l’avamposto di Dejima e Hirado attraverso la propria sede della VOC – la Compagnia Olandese delle Indie Orientali.

Questa esclusività riservata agli olandesi permise il fiorire di uno scambio di merci preziose (seta, argento, ceramiche, microscopi e armi) ma anche uno scambio di conoscenze che avrebbero influito notevolmente sulla lingua giapponese e sui saperi di vari ambiti (medico, giuridico ecc.). Il giapponese custodisce ancora molte parole di origine olandese: penso ad esempio a ランドセル randoseru (dall’olandese ransel) ovvero zainetto e レトルト (dall’olandese retort) ossia una busta sterilizzata usata come contenitore per piatti precotti.
Nel periodo Edo infatti si sviluppò un campo di studi chiamato 蘭学 rangaku, ovvero l’insieme di conoscenze tecnico-medico-scientifiche occidentali acquisite grazie ai contatti con gli olandesi durante il Sakoku.

Un manuale di rangaku ad opera di 杉田玄白 Sugita Genpaku (di cui vedete il ritratto a sinistra), medico e studioso nonché fondatore di questo particolarissimo campo di ricerca. Sugita conosceva molto bene, naturalmente, la lingua olandese. Fonte immagine.

La presenza olandese rimase stabile a Dejima in maniera ininterrotta per tutto il periodo Edo, fino alla Restaurazione Meiji in cui semplicemente aprirono nuove sedi dei propri uffici anche a Yokohama.

L’influenza della cultura, lingua e saperi olandesi sul Giappone è stata immensa ed importantissima.

Le due immagini sono tratte da un libro della mia collezione, intitolato 「江戸の料理 e 食生活」Edo no ryōri to shoku-seikatsu. Cucina e abitudini alimentari del periodo Edo.

Torniamo a noi…

Questa lunga premessa era necessaria per preparare il terreno della nostra narrazione. Senza questo preambolo non riusciremmo a cogliere appieno l’atmosfera e le dinamiche che hanno caratterizzato la vicenda che sto per raccontarvi.

Tra le proibizioni previste dal Sakoku ve n’era una particolarmente perniciosa: le unioni miste tra stranieri e giapponesi erano assolutamente vietate e quelle già esistenti – soprattutto se in presenza di figli – erano obbligatoriamente sottoposte a procedimenti di espulsione.
Quindi non importava che uno dei genitori (generalmente la madre) e i figli fossero nati in Giappone: se in questi figli scorreva sangue misto allora l’esilio era inevitabile. Non ne parliamo se poi, oltre il patrimonio genetico non favorevole, ci fossero anche convinzioni religiose sgradite alle autorità! Una ragione in più per allontanare queste presenze indesiderate.

Con l’inasprimento delle politiche del Sakoku, iniziò parallelamente la crudele disgregazione di famiglie che si ritrovarono spezzate senza possibilità alcuna di appello.

Esilio a Jagatara

Ma qual era il luogo dell’esilio? Dove venivano mandate queste famiglie?

In questa cartina si può avere un’idea della distanza tra i due Paesi arcipelago. Giacarta è ubicata sulla costa nord-occidentale dell’isola di Java.

A Batavia, il nome che gli olandesi avevano assegnato alla città di Giacarta in Indonesia. Il vecchio nome giapponese della città però è Jagatara perché proveniva dal toponimo in lingua portoghese, Jacatra. Per evitare confusione, tuttavia, utilizzerò il toponimo olandese Batavia per indicare la città e Jagatara per riferirmi alle lettere.

Jagatara-bumi ジャガタラ文 – che è il titolo di questo articolo e di questa storia – significa Lettere di Giacarta perché a testimonianza di queste tristi e dolorose pagine della storia giapponese esistono ancora alcuni esemplari di sofferti carteggi tra gli esiliati a Giacarta e i loro parenti in Giappone.

Jagatara Oharu: un’esule italo-giapponese

Statua raffigurante il volto di Jagatara Oharu, nella piazza del porto di Hirado (Nagasaki). Fonte immagine.

Tra le tante e drammatiche storie di queste famiglie dilaniate dal dolore della separazione imposta, spicca la storia di Jagatara Oharu.

Il suo vero nome era Jeronima Haru Marino (prese poi il cognome Simonsen sposando un funzionario olandese della VOC, anch’egli in esilio a Batavia) ed era nata a Nagasaki intorno al 1625 (l’anno di nascita non si sa con certezza). D’ora in poi mi riferirò a lei usando il nome con cui è conosciuta: Oharu.

Il padre di Oharu era un marinaio genovese di nome Niccolò Marino che lavorava su una nave mercantile portoghese. Ad un certo punto, però, per ragioni non molto chiare, pare che si allontanò dai portoghesi scegliendo di lavorare a stretto contatto con inglesi e olandesi.
Egli, approdato in Giappone, si era innamorato della figlia di un mercante di Nagasaki che conosciamo soltanto col suo nome cristiano di Maria da cui ebbe due figlie: Oharu e la più grande, Oman (il cui nome era Madarena o Maddalena).
La famiglia Marino risiedeva a オランダ坂 Oranda-zaka (lett. collina olandese), una bellissima strada in pendenza, situata nel quartiere di Higashi-yamate, nella città di Nagasaki.

Un’illustrazione molto evocativa di Oranda-zaka. Il disegno è opera di C)Yotaro Tujimoto/ARTBANK. Fonte.

Purtroppo però Niccolò si ammalò gravemente e morì quando la piccola Oharu aveva solo nove anni.

Dopo la morte del marito, Maria e i suoi figli dovettero trasferirsi nella casa di suo fratello Shichibei che viveva nel quartiere di 酒屋町 Sakaya-machi, a Nagasaki.
Purtroppo qui però accadde un primo fatto doloroso. Oharu aveva dei bellissimi capelli rossicci, una testimonianza genetica delle sue origini europee. A causa del crescente clima di ostilità verso gli stranieri e i figli di coppie miste, Shichibei espresse una certa preoccupazione nell’ospitare questa nipote in particolare che aveva fattezze innegabilmente occidentali. Fu quindi deciso di mandarla a vivere a casa di un parente molto influente e con importanti agganci governativi. Questa soluzione avrebbe consentito alla bambina di vivere un po’ più protetta in questo clima decisamente difficile. Oharu si trovò bene a casa di questo parente che aveva due figli più o meno della sua stessa età e con cui legò immediatamente.

Uno dei due figli, Heikichi, divenne una sorta di fratello maggiore per Oharu difendendola dal bullismo da parte di altri bambini del quartiere e insegnandole a leggere e scrivere.

Le ostilità si intensificano: la rivolta di Shimabara

La rivolta di Shimabara del 1637. Opera di Takato Yamamoto. Fonte immagine.

La sanguinosa rivolta di Shimabara del 1637-1638 rappresenta il punto di massima gravità nei rapporti ormai compromessi tra le comunità cristiane e le autorità giapponesi. Questo fu l’evento che mise definitivamente la parola fine alla tormentata esperienza del cristianesimo in Giappone. Più di ventimila contadini di fede cristiana, esasperati dalle continue persecuzioni e da una tassazione progressivamente sempre più insopportabile, tentarono una ribellione scegliendo come quartier generale un vecchio castello di Shimabara, sull’isola di Kyūshū. La ribellione però fu prontamente repressa con l’uccisione di tutti coloro che erano insorti.

Dopo la rivolta, le comunità cristiane non scomparvero ma continuarono a praticare la propria religione di nascosto. V. i Kakure Kirishitan di cui ho già scritto in questo articolo.

島原城 Shimabara-jō. Il castello di Shimabara. Fonte immagine.

Ai tempi della rivolta di Shimabara, Oharu aveva circa dodici anni. Era chiaro che ormai la situazione fosse drammatica. Le punizioni inflitte ai convertiti e le espulsioni degli stranieri (oltre ai giapponesi sposati con occidentali) procedevano ad una velocità sconcertante, a tal punto che Riemon – il parente presso cui Oharu era ospite – disse alla bambina che si sarebbe dovuta preparare a lasciare il Giappone. Ormai era evidente che nemmeno gli importanti agganci del parente avrebbero più potuto proteggerla dai rastrellamenti in corso.
Provo ad immaginare lo spavento e la tristezza nel cuore di questa bambina che non aveva alcuna colpa se non quella di essere per metà italiana. Dalle cronache però sappiamo che Oharu accettò docilmente la situazione trovando conforto nella sua fede religiosa.

La partenza: l’addio al Giappone

La stazione commerciale olandese di Hirado, nonché sede della VOC, da cui partì Oharu. Fonte immagine.

Il momento tanto temuto arrivò nell’ottobre del 1639, più precisamente il 15 del mese. Oharu si preparò a partire assieme a sua madre, a sua sorella Oman e al figlio di questa che si chiamava Mankichi. Al gruppo si unirono anche tre famiglie di origine straniera. Vennero mandati a Hirado, alla sede del trading post (la stazione commerciale) olandese dove attesero per due settimane l’arrivo di ulteriori istruzioni.

Tipica imbarcazione olandese del periodo

Dopo le due settimane trascorse nell’angoscia a Hirado, Oharu e gli altri salirono a bordo della Breda, una nave olandese che li avrebbe portati in esilio.

La stazione commerciale olandese di Hirado. Da qui Oharu vide per l’ultima volta il mare giapponese e sentì i profumi della sua terra. Frammenti della sua ultima vita giapponese. Fonte immagine.

La nave Breda, dopo aver fatto una sosta intermedia all’isola di Formosa (il nome che i portoghesi diedero all’odierna Taiwan), ormeggiò nel porto di Batavia il 1 gennaio 1640, dopo due mesi di viaggio.

Non si sa esattamente quanti siano stati in totale gli espulsi esiliati a Batavia ma da una dichiarazione del Governatore Generale di Batavia del giorno 8 gennaio 1640 pare fossero circa quattrocento (Shiraishi).

La vita a Batavia

Nonostante le tristi circostanze che caratterizzarono questo trasferimento non voluto, l’accoglienza verso i giapponesi a Batavia fu molto calorosa.

Oharu, sua sorella Oman e le altre donne di cui si hanno notizie piuttosto frammentate, riuscirono a stabilirsi in una vita piuttosto agiata. Oman si risposò con un commerciante giapponese molto ricco che viveva a Batavia e nella loro casa andarono a vivere anche Oharu e la madre Maria.

Oman, purtroppo, si ammalò e morì circa un anno dopo il matrimonio.

Il 29 novembre 1646 Oharu si sposò con Simon Simonsen, un impiegato della VOC, la compagnia olandese delle Indie occidentali, che era nato a Hirado e si trovava tra gli esiliati a Batavia. Simon seppe sfruttare le sue capacità ed esperienza maturata alla sede della VOC di Hirado e fece una gran carriera diventando capo delle dogane olandesi, a Batavia. Questo consentì ai coniugi Simonsen di vivere una vita molto agiata, probabilmente molto di più di quanto non lo sarebbe stata se fossero rimasti a Nagasaki. Chissà.

Anche Simon, purtroppo, morì molto giovane all’età di 46 anni. Oharu, invece, visse fino a 67 anni lasciando una ricca eredità ai suoi figli e anche ai suoi domestici.

Presso la stazione commerciale olandese di Hirado c’è un museo dedicato a Oharu e agli esiliati a Batavia. Tra gli oggetti esposti vi è un dipinto che raffigura una donna giapponese di nome Cornelia, esiliata a Batavia poco tempo prima di Oharu. Da questo dipinto possiamo vedere lo stile di vita agiato di Cornelia dagli abiti che indossa e dal fatto che avesse anche la servitù (raffigurata alla sua sinistra, in un angolo più scuro del dipinto).

Cornelia è la donna che indossa la gonna rossiccia, a destra di quell’uomo dalle fattezze olandesi nonché suo marito. Fonte immagine.

Jagatara-bumi: le lettere

Una bellissima bambola che raffigura la nostra Oharu dai capelli rossi, con in mano un pennello e una delle sue lettere. Fonte immagine.

Di questa triste vicenda colma di ingiustizie, restano dei frammenti di lettere. Gli esiliati a Batavia, soprattutto le donne giapponesi, cercarono in tutti i modi di comunicare con i loro familiari. Proviamo ad immedesimarci nell’angoscia di chi, strappato forzatamente dalla propria terra, si ritrova in un luogo lontano senza la possibilità mai più né di dare proprie notizie né di far ritorno a casa. Ricordiamo infatti che agli esiliati, anche se giapponesi, era proibito far ritorno in patria e nessun giapponese poteva lasciare il proprio Paese, nemmeno per un breve periodo. La pena prevista per chi trasgrediva era la più severa: la morte.

Le donne giapponesi esiliate a Batavia, tra cui Oharu e altre, tentarono nel tempo di inviare loro notizie attraverso delle lettere che consegnavano ai capitani delle navi mercantili dirette a Nagasaki. Le lettere non erano consentite quindi bisognava sperare nella complicità di qualche membro dell’equipaggio e nella bontà eventualmente di chi le avrebbe trovate, una volta giunti a destinazione.
Con la stessa difficoltà qualche volta arrivavano anche le risposte dal Giappone. Nei casi più fortunati, le lettere riuscivano anche ad essere accompagnate da doni e oggetti vari che si desiderava arrivassero ai propri cari, a Nagasaki o a Batavia che fosse.

Una delle lettere presumibilmente di Oharu, indirizzata ai suoi cari a Nagasaki.

I viaggi, inoltre, non erano frequenti e spesso a causa del maltempo le navi naufragavano perdendo tutto: merci, lettere e spesso anche la vita di chi compiva queste rischiose traversate.

Una delle lettere di Oharu, tra le pochissime arrivate a noi, è la seguente:

“Ottobre, un tramonto in cui soffia il vento di fine anno, il cielo e il mio cuore sono entrambi desolati. In questa sera in cui l’autunno finisce con il suono della pioggia autunnale, il giorno in cui lascio il mio villaggio è l’ultimo. La terra che ho raggiunto dopo un lungo viaggio è lontana, E solo le parole delle lettere inviate in ritardo possono trasmettere il mio amore, anche se non riescono a raccontarlo del tutto. Sebbene il Giappone sia lontano, notte dopo notte lo vedo nei miei sogni.”

Oharu morì a 67 anni, senza mai più poter rivedere il suo amato Paese.

Tra le pochissime Jagatara-bumi rimaste vorrei anche ricordare quella di una donna giapponese di nome Koshoro. Di lei non sappiamo nulla, se non appunto il nome con cui ha firmato la lettera. La particolarità della lettera di Koshoro è l’astuzia con cui decise di realizzarla.

Questa donna di nome Koshoro scrisse una lettera su una fukusa (una specie di bustina) patchwork in un tessuto che si chiama chintz, una particolare stoffa di cotone decorata e nota in giapponese come 更紗 Sarasa.

La Jagatara-bumi di Koshoro è indirizzata ad una persona di nome Uba-sama di cui non si conosce l’identità. Ecco le parole di Koshoro:

“
Oh Giappone, oh Giappone
Dopo averti lasciato per capriccio,
sei diventata una patria alla quale non potrò mai tornare,
non riesco a trovare pace.
Piango fino a farmi gonfiare gli occhi, senza sapere se sia un sogno o realtà.
Con nostalgia per la mia patria, ti mando un pacchetto di tè.

Oh Giappone, oh Giappone“

Dettaglio della lettera / involucro di Koshoro.

Ed è nella fukusa stessa che Koshoro mise il pacchetto di tè.

In conclusione

Ho voluto riportare alla luce la storia, quantomeno quel poco che si sa, della sofferenza di queste famiglie e in particolare di queste donne. Nel fare queste ricerche ho pensato molto al loro senso di solitudine, dolore e dispiacere per questo esilio così duro e senza sconti. Ho pensato a ripensato alla struggente malinconia che indubbiamente le coglieva soprattutto la sera, osservando il mare oppure la luna e ricordando i volti dei loro cari che non avrebbero mai più rivisto.
L’amarezza di una punizione che nemmeno gli agi di Batavia seppe mai del tutto mandar via.

A loro è dedicato questo mio semplice scritto.

Questo articolo è frutto delle mie ricerche quindi del mio intelletto. Non è un testo scritto con le intelligenze artificiali.

Bibliografia

Children of the Occupation. UNSW Press, 2012.
Leupp, Gary P. Interracial Intimacy in Japan : Western Men and Japanese Women, 1543-1900. London ; New York, Continuum, 2003.
Reischauer, Edwin O. Storia Del Giappone. 1974.
“和樂Web.” 和樂Web 美の国ニッポンをもっと知る!, 2025, intojapanwaraku.com/rock/travel-rock/270328/. Accessed 8 Feb. 2026.
“平戸紀行” Hirado.nmy.jp, 2026, hirado.nmy.jp/?eid=783268. Accessed 9 Feb. 2026.
白石広子. じゃがたらお春・更紗の時代. 14 Mar. 2025.
原田信男. 江戸の料理と食生活. 1 June 2004

Pagine Noh

Splendide pagine Noh

Sulla scia anche cronologica del mio Pagine Meiji di qualche tempo fa, ritorno a perdermi in dedali di parole passate.

Però questa volta mi lascio alle spalle i banchi di scuola e, in punta di piedi, mi dirigo verso quel gioco quasi onirico di luci e ombre, di suggestioni e di evanescenti allusioni del teatro Noh.

Una delle maschere del teatro Noh chiamata 小面 Ko-omote, nonché simbolo storico di Biancorosso Giappone.

Cos’è il teatro Noh?

Nel ricchissimo panorama artistico giapponese, il Noh (conosciuto altresì come Nō o Nōgaku, termini il cui significato comune e principale è quello di abilità o abilità artistica) si configura come un genere teatrale risalente al periodo intorno al XIV secolo d.C., nonché risultato dell’evoluzione e fusione di forme di teatro più antiche tra cui il 田楽 Dengaku e il 猿楽 Sarugaku. Il Dengaku, letteralmente musica dei campi, era un genere di musiche e danze a carattere ritualistico e propiziatorio con cui la gente del tempo cercava di ingraziarsi divinità agresti affinché queste, secondo determinate credenze, concedessero stabilità e abbondanza nei raccolti. Il Sarugaku, letteralmente musica delle scimmie, era invece un tipo di spettacolo introdotto in Giappone dalla Cina nel periodo Nara (710-794 d.C.). e accoglieva al proprio interno arti acrobatiche, danza e mimica. Insomma, una sorta di antenato del circo.

Sarugaku e Dengaku, due delle forme d’intrattenimento nonché basi di quel fertile humus artistico che in seguito favorì la nascita del teatro Noh. L’immagine, rintracciabile qui, appartiene all’archivio della 国立国会図書館 Kokuritsu Kokkai Toshokan, ossia la Biblioteca della Dieta Nazionale del Giappone.
I padri fondatori del teatro Noh: Kan’ami e Zeami. Simpatica immagine tratta dal blog di Angya.

Verso la metà del XIV secolo, Kan’ami e suo figlio Zeami, entrambi attori e drammaturghi, misero a punto la teoria del Noh codificandone tecniche, canoni e segreti attraverso una serie di trattati ancora oggi considerati essenziali. In questa loro opera di regolamentazione, Kan’ami e Zeami seppero fondere abilmente elementi del Dengaku e Sarugaku con quelli della società samuraica e della cultura buddista zen riuscendo così a conferire uniformità, signorilità ed elevatezza ad una forma artistica che continua ancora oggi nella sua missione incantatrice.

Chi fosse interessato ad approfondire, consiglio la lettura de Il segreto del Teatro Nō di Zeami Motokiyo, edito in Italia da Adelphi, che riunisce i più importanti scritti del figlio di Kan’ami. Zeami non scrisse questo trattato con intento divulgativo ad ampio raggio; al contrario, desiderava rimanessero nella stretta cerchia dei discendenti della sua famiglia in quanto preziosa raccolta di veri e propri segreti professionali. Questi scritti restarono infatti avvolti nel mistero di una riservatezza iniziatica per molti secoli e fu solo all’inizio del Novecento che questi vennero alla luce e cominciarono ad essere oggetto di studio accademico.

Il concetto di Hana

È impossibile avventurarsi nell’intricata quanto ammaliante dimensione del teatro Noh senza prima o poi trovarsi a cercare di cogliere il senso profondo del concetto di fiore, o 花 Hana, teorizzato da Zeami.

Un’idea complessa e sfuggente che però si potrebbe tentare, seppur goffamente, di incapsulare in poche e limitanti parole: la manifestazione sul palco di uno stato di grazia dell’attore in cui s’incontrano, in una condizione d’armonia, il suo spirito e l’energia che da esso riverberano.

È quel fenomeno per cui a volte grandi attori, del cinema o del teatro, ci sembrano soavemente essere un tutt’uno con il ruolo che interpretano. Come se l’imperatore sul palco fosse davvero il sovrano in persona e non un attore che semplicemente finge.
E davanti al manifestarsi del fiore noi spettatori restiamo quasi senza fiato.

Immagine di proprietà di GaijinPot.

Zeami, però, ci mette in guardia dal confondere il falso fiore, dato dalla freschezza e giovinezza dell’attore, dal vero fiore come frutto di uno sforzo artistico consapevole.

E quella segretezza dei contenuti che Zeami tentò di proteggere era, secondo il drammaturgo, alla base della magia del fiore: se l’essenza di Hana fosse stata svelata liberamente questa non avrebbe avuto più effetto poiché è nella sua inaspettatezza che risiede il suo incanto.

Ma in cosa consiste questo Noh?

Per letture più approfondite e certamente più autorevoli, vi rimando ad esempio al sito ufficiale: The-Noh.com .

Nel suo processo evolutivo, il Noh ha acquisito una sua originalità che lo annovera tra le cosiddette arti autoctone come ad esempio il Kyōgen 狂言 (a cui farò cenno a breve), il formidabile teatro delle marionette noto come Bunraku 文楽 e il celebre Kabuki 歌舞伎.

Un attore di Noh. Immagine di Illust AC.


Queste arti visive hanno come comune denominatore la rappresentazione del cambiamento sociale del Giappone, da un punto di vista politico e culturale. Il Noh e il Kyōgen appartengono ad un’epoca in cui l’influenza cinese era ancora prevalente mentre Bunraku e Kabuki sono frutto del periodo di lungo isolamento del Giappone cioè tutto il Periodo Edo, dal 1600 (battaglia di Sekigahara) al 1868 (Restaurazione Meiji).

Allegoria e mimesi

Comunque sia, aderiscono tutte fedelmente ai principi della drammaturgia asiatica che predilige un racconto attraverso simbolismi ed allegorie quindi in netta contrapposizione all’approccio aristotelico della mimesi che invece caratterizza il teatro occidentale. Insomma, interpretazione allegorica da una parte e imitazione della realtà dall’altra.

Nell’immagine: La danza della gru. Momento di particolare emozione nel corso dell’opera Noh intitolata 鶴亀 Tsurukame (Gru e Tartaruga), ambientata nella Cina sotto la dinastia Tang (VII-X secolo d.C.). In occasione dei festeggiamenti per l’anno nuovo, viene annunciato l’ingresso in pompa magna dell’Imperatore al Palazzo della Luna. Ecco dunque che hanno inizio delle danze i cui protagonisti sono due animali ben auguranti nella mitologia asiatica: la gru e la tartaruga. I due amati animali danzano per augurare lunga vita all’Imperatore il quale, in questa gioiosa atmosfera di musica e balli, si unisce a loro nei festeggiamenti prima di ritirarsi e ritornare al Padiglione di Vita Eterna. Foto di un piccolo dipinto di mia proprietà acquistato a Tōkyō.

Sono proprio le atmosfere oniriche e allegoriche del Noh, abitate da personaggi ieratici che si muovono con movimenti precisissimi e col caratteristico passo strascicato (il すり足 suri-ashi di cui trovate un breve esempio qui), le maschere che cambiano espressione in base ai giochi di luci ed ombre abilmente manovrati dallo shite – l’attore principale che salvo rarissime eccezioni è l’unico a cui è concesso il privilegio di indossarle, musiche di flauti e solenni ritmi di tamburi, i suoni gutturali dei canti utai a rendere questa forma teatrale unica e affascinante.

Non è un caso, infatti, che nel 2008 il Noh sia stato annoverato tra i patrimoni culturali immateriali dall’UNESCO.

Il modello del dramma Noh e la vivacità dell’intermezzo Kyōgen

Gli spettacoli di Noh un tempo potevano durare molte ore poiché composti da numerose rappresentazioni inframezzate da momenti di Kyōgen ossia interludi comici; questi servivano a divertire e quindi ad alleggerire l’inevitabile austerità dell’atmosfera creata dal Noh. Il Kyōgen 狂言, termine che significa letteralmente parole di follia, consiste in brevi intermezzi volti a divertire il pubblico. Al giorno d’oggi una giornata al Noh non dura più così tanto ma offrirà comunque il momento effervescente di umorismo che saprà stemperare la tensione solenne e quasi ritualistica del Noh.

Un momento di irresistibile comicità del Kyōgen. Foto di proprietà di Kawanishi Yoshiki.

I drammi del Noh raccontano vicende attinte principalmente dalla letteratura classica e dalle leggende, con temi come l’amore non corrisposto, la vendetta, la malinconia legata al passare del tempo e quindi l’inesorabilità della vecchiaia. Essi rivelano ai nostri occhi la natura effimera della realtà attraverso costumi elaborati, gesti ben studiati, metafore e oggetti simbolici (basti pensare all’onnipresente ventaglio che, all’occorrenza, può diventare una scodella, un pennello da calligrafia, una capanna ma può anche rappresentare stilizzatamente delle emozioni oppure alludere a luoghi lontani, ai movimenti del vento e delle onde e molto altro).

Fotografia proveniente dalla collezione del Museum of Fine Arts di Boston.

I drammi del Noh rispettano in linea di massima un modello che tende ad articolarsi nel seguente modo: una scena di apertura in cui compare un viandante, quasi sempre un monaco (chiamato ワキ waki, cioè l’attore secondario), il quale giunto a destinazione incontra una persona del posto (lo シテ shite ossia l’attore principale) da cui si fa raccontare la storia di quel luogo. Ad un certo punto, quasi invariabilmente, il personaggio che avrà raccontato la storia di quelle terre rivelerà di essere il protagonista della vicenda narrata. Lo shite generalmente esce di scena lasciando da solo il waki sul palco, per poi rientrare successivamente mostrando le sue vere sembianze. Spesso, infatti, lo shite rivela di essere lo spirito o il fantasma di un guerriero, ad esempio. Seguono delle danze che rappresentano alcuni momenti salienti della sua vita. Il dramma si conclude con il viandante che, al risveglio da un sonno profondo, si rende conto di aver vissuto un sogno.

Hiroko-san e la sua prontezza

In un afoso pomeriggio della scorsa estate Hiroko-san era tornata nella sua casa di famiglia, quella che i giapponesi chiamano 実家 jikka, a Ōsaka. Il ritmico frinire incessante delle cicale incorniciava quell’aria pesante e umida che sapeva di legno, muffa e salsa di soia. Era arrivata il giorno precedente. Era primo pomeriggio e, dopo un rinfrescante pranzo a base di morisoba alla locanda Sarashina, proprio in fondo alla strada prima della stazione, Hiroko-san aveva deciso di sdraiarsi sul tatami nella sua stanza, davanti al piccolo ventilatore, quel vecchio Koizumi un po’ cigolante, con le pale color verde salvia, che era sicuramente più vecchio di lei ma che ancora svolgeva egregiamente il proprio compito refrigerante. Hiroko era lì, in compagnia di un bel bicchiere di mugicha ghiacciato. Aveva bisogno di riposarsi e, chissà, magari avrebbe anche schiacciato un pisolino. D’altronde, quello era il luogo dove più di ogni altro riusciva a rilassarsi completamente.

Viveva in Italia già da molti anni, nella riviera ligure di Ponente, luogo che aveva scelto proprio per la bellezza e la tranquillità rivierasche che sperava potessero aiutarla a ritrovare un suo equilibro di pace anche a così tanta distanza dal Giappone. Una sorta di giusto e balsamico compromesso per affrontare l’emozionante ma anche sempre dolorosa condizione dell’espatriato. In effetti era molto orgogliosa della sua scelta e non avrebbe barattato la sua residenza ligure per nessun’altra città italiana.

Però la sua casa a Ōsaka era il suo luogo del cuore per definizione. Era la sua jikka, dopotutto. La sua vera casa.

Il Koizumi continuava instancabilmente a mandare sbuffi d’aria, un po’ di qua e un po’ di là. Hiroko aveva bevuto quasi metà del suo mugicha, in quel bicchiere molto retrò con tanti piccoli girasoli disegnati e in cui si erano rapidamente sciolti i cubetti di ghiaccio, quando appoggiò il capo su un piccolo cuscino giallo e cominciò a chiudere dolcemente gli occhi. La stanchezza del viaggio e le tante emozioni di quelle ore avevano avuto il sopravvento.

“Hiroko!!”.
“Hiroko!! Dove sei?”.

Hiroko aprì gli occhi e, nel frastornamento del risveglio da un sonnellino pomeridiano, ci mise un po’ a orientarsi. Per un attimo le sembrò quasi di essere nella sua casa nel savonese ma il canto sconsolato delle cicale, il ronzio metallico del vecchio ventilatore e le note in lontananza di una melodia enka con la voce struggente di Sayuri Ishikawa mentre canta la sua 津軽海峡冬景色 Tsugaru-kaikyō fuyugeshiki le ricordarono che era tornata a casa.

“Sì, mamma! Arrivo!”.

Sua madre, la signora Yoshiko, la chiamava dalla sua camera.

Hiroko si stiracchiò e, dopo un paio di sbadigli, si alzò e si sistemò i capelli in un veloce codino. Prima di andare dalla madre però si guardò intorno, come se fosse ancora vittima dell’incantesimo del sogno, e posò lo sguardo amorevolmente sui tanti oggetti che avevano sempre reso quella casa la sua casa: la cassettiera tansu della zia Noriko, l’orologio a pendolo che suo padre aveva acquistato a Kamakura, la collezione di volumi di mukashi-banashi che le avevano regalato quando frequentava la scuola elementare.

Quanti ricordi. Come farò mai ad andarmene da questo posto, ancora una volta? – sospirò Hiroko, sopraffatta da quel senso di gioia del presente già guastato da una punta di nostalgia futura.

Una volta giunta nell’altra stanza, Hiroko trovò sua madre impegnata in un’attività di riordino del suo armadio da cui continuava a tirare fuori oggetti di ogni sorta: abiti smessi, furoshiki sbiaditi, souvenir, suppellettili varie e riposte con la promessa del quando servirà saprò dove trovarlo.

La signora Yoshiko però, senza troppi indugi, aveva già messo da parte molte cose che – a detta sua – avrebbe buttato via senza troppi ripensamenti. D’altronde, le case, coi loro spazi talvolta segreti, promettono di custodire i nostri averi riuscendo in certi casi però a inghiottirli e farli sparire chissà dove. E allora ecco che arriva il giorno in cui riemergono cose che non ricordavamo più neppure di possedere.

“Dai, dammi una mano a portare giù quello scatolone!”, disse la signora Yoshiko a Hiroko, indicandole una grossa scatola di cartone bianca che, a giudicare dalle scritte, era stata usata in precedenza per trasportare dei mandarini.

Hiroko, incuriosita dal contenuto della scatola, vi si avvicinò con l’intento prima di tutto di sbirciare al suo interno.

“È tutta paccottiglia che sono stufa di avere in casa. È davvero incredibile quanta roba si riesca ad accumulare negli anni.”

In effetti, non sembravano esserci cose particolarmente interessanti nello scatolone: vecchi indumenti, due flaconi di profumo ormai vuoti, pile di giornali dalle pagine ormai ingiallite e incollate, volantini di negozi non più in attività da tempo, il corso d’inglese in CD-ROM che la madre aveva regalato alla figlia più piccola, delle bambole fatte a mano da chissà chi, un set di asciugamani mai usato ma avvizzito dal tempo, ninnoli e altre cianfrusaglie.

Però, guardando bene tra quella pila di vecchie riviste, Hiroko notò qualcosa con una copertina diversa da quella dei giornaletti ingialliti. Vide infatti un angolo di carta d’altri tempi:

Appoggiò lo scatolone per terra e, non riuscendo a resistere alla curiosità, volle andare a fondo.

“Mamma, ma questi non puoi buttarli!!” esclamò Hiroko dopo aver tirato fuori dallo scatolone due volumetti molto speciali.

“Sono di tanto tempo fa. Ormai…” rispose la signora Yoshiko con un sorriso diluito da una goccia di malinconia.

I libriccini che emersero dallo scatolone e che Hiroko, grazie alla sua prontezza, riuscì a salvare dal macero erano questi:

Due libretti di drammi Noh, risalenti rispettivamente al 1933 e al 1942.

Ramoscelli di susino e vendette

È certamente curiosa la coincidenza nippo-ligure che continua a ripresentarsi: prima con l’incontro, per giunta nel savonese, con Lydia Origlia e poi coi miei giorni sulla riviera di Ponente in cui trovai tracce di Giappone (che potete leggere qui). Pare che nulla – ma proprio nulla – avvenga per caso.

Ho conosciuto Hiroko qui in Italia, dapprima attraverso una corrispondenza. Era già tornata dalla sua vacanza a Ōsaka e dalla permanenza nella sua amata jikka. Dell’amicizia con Hiroko magari vi racconterò in seguito ma, venendo a sapere di questi libricini, rimasi senza parole dall’emozione!

E Hiroko, cogliendo questo mio sentimento, mi fece dono di entrambi.

I testi dei drammi scritti in elegantissima calligrafia.

Il primo dramma è: 「夜討曽我」Yōchi Soga, tradotto come Vendetta notturna dei fratelli Soga. Il libretto è del 1933. Eccolo qui:

Dramma Noh: Yōchi-Soga. Libretto stampato nel giugno dell’ottavo anno Shōwa ossia nel 1933.

Il dramma Yōchi-Soga fu scritto tra il XV e il XVI secolo dall’attore, musicista e drammaturgo Noh, Miyamasu Yazaemon Chikakata.

Yōchi-Soga racconta la vicenda di due fratelli, Jūrō Sukenari e Gorō Tokimune, intenti a vendicare la morte del loro amato padre avvenuta per mano di un certo Kudō Suketsune. Decidono quindi di partecipare ad una battuta di caccia organizzata dallo shōgun Minamoto no Yoritomo ai piedi del Monte Fuji dove sarà presente anche l’uomo che intendono assassinare.

Il prezioso volume del dramma Yōchi Soga, con la tradizionale rilegatura 和綴じ watoji di cui ho scritto qui.

L’unica preoccupazione dei due fratelli è la loro anziana madre che vive nel viaggio di Soga. Sanno perfettamente che la loro decisione li porterà a morte certa e che questo causerà dolore immenso alla loro amata madre ma ormai non è più tempo di ripensamenti. Incaricano dunque i loro servitori affinché ripartano alla volta di Soga e portino alla madre la triste notizia unitamente ad alcuni oggetti appartenuti ai figli. I servitori, obbedienti e fedeli al codice d’onore samuraico, dichiarano di non poter andare a Soga e di voler restare al fianco dei loro signori anche a costo di rimetterci la loro stessa vita. Questa loro resistenza, sebbene apprezzata viene immediatamente respinta: se dovessero disobbedire a quest’ordine, saranno prontamente diseredati.

Un brano tratto da Yōchi Soga.

Ai servitori non resta altra scelta se non quella di eseguire gli ordini. E così si incamminano verso Soga.

Quella stessa notte i due fratelli uccidono Kudō Suketsune e affrontano in battaglia i guerrieri al servizio dello Shōgun. Jūrō è il primo dei fratelli a morire seguito, poche vicissitudini più tardi, da Gorō.

Il secondo dramma, invece, s’intitola 「箙」Ebira che è la faretra dell’arciere. Eccolo:

Dramma Noh Ebira, stampato nel febbraio del diciassettesimo anno Shōwa ovvero nel 1942.

Ebira fu scritto nel XIV secolo da Zeami in persona.

Delle due opere, Ebira è la mia preferita e, guarda caso, era tra i drammi più richiesti durante il Periodo Edo.

Il dramma Ebira segue molto fedelmente il modello classico, già descritto in breve.
Racconta di un monaco in viaggio verso Kyōto che si ferma nei pressi del fiume Ikuta, nell’attuale Prefettura di Hyōgo, nella regione del Kansai. Nelle vicinanze nota un susino in fiore e, mentre ne ammira la notevole bellezza, passa di lì un uomo a cui il monaco chiede il nome esatto dell’albero. L’uomo risponde dicendogli che si chiama 箙の梅 Ebira no ume ossia il Susino della faretra.
Il monaco, incuriosito dal nome di quella pianta, chiede all’uomo di raccontargliene l’origine. L’uomo spiega che, al tempo della guerra tra i clan Heike e Genji per il controllo del Giappone (eventi risalenti al XII secolo d.C.), nei pressi del fiume Ikuta un guerriero di nome Kajiwara no Genda Kagesue infilò un ramoscello di susino nella sua faretra dopodiché lottò con grande coraggio.

L’illustrazione del ramoscello di susino accanto alla katana del guerriero.

L’uomo prosegue descrivendo nel dettaglio alcune scene di questa battaglia e nel frattempo cala la sera.
Il monaco chiede se nelle vicinanze ci sia una locanda dover poter alloggiare ma è allora che l’uomo confessa di essere il fantasma del guerriero Kagesue. Prima di scomparire di scena, il fantasma invita il monaco a pernottare sotto il susino.

Nel cuore della notte, mentre il monaco riposa, appare improvvisamente un giovane guerriero con un ramoscello di susino nella faretra. Il monaco si sveglia e gli domanda chi sia. Il giovane dice di essere il fantasma di Kagesue. Ed è in questo momento che si impegna a descrivere la battaglia che ebbe luogo il giorno in cui infilò il ramoscello di susino nella faretra. E mentre è impegnato a descrivere il suo incontro col nemico, spuntano i primi chiarori dell’alba che segnala il risveglio del monaco e la consapevolezza che era stato tutto un sogno. Il monaco però ricorda che il fantasma di Kagesue, nel sogno, prima di svanire, gli chiese una sorta di benedizione per l’anima prima di sfumare per sempre.

Qui potete vedere una rappresentazione Noh particolarmente suggestiva del dramma Ebira, del 2022, svoltasi a Kamakura in un tardo pomeriggio piovoso di ottobre. Lo spettacolo vero e proprio inizia intorno al minuto 3:31 poiché è preceduto da un rituale shintoista dal momento che la rappresentazione ha luogo presso un santuario. La pioggia accompagna il dramma, accentuandone il fascino e quell’alterità metaforica che è irresistibile marchio distintivo del raffinatissimo Noh.

Tutti i testi su Biancorosso Giappone sono originali e frutto del mio intelletto, ricerche e traduzioni. Non uso software di intelligenza artificiale né per la creazioni dei testi né delle immagini che sono tutte di mia proprietà, salvo ove precisato diversamente.

Tra le pieghe dei furoshiki

Due semplicissimi ed imperfetti pacchetti avvolti in furoshiki con la tecnica dell’otsukai-tsutsumi おつかい包み.

È tra le pieghe dei furoshiki che andremo a curiosare, alla ricerca di storie, aneddoti e spigolature, per riprendere un vocabolo che nella mia mente è indissolubilmente associato alla storica Settimana Enigmistica.

Ritorno ai furoshiki

Tre furoshiki….e un tenugui della mia collezione. Dei tenugui parlerò prossimamente.

Ritorno per modo di dire perché l’atto del ritornare implica prima un allontanamento. Ma io dai furoshiki non mi sono mai del tutto allontanata. Anzi, sono parte della mia quotidianità. Un’ordinarietà che, senza lustri né declamazioni solenni, li ingloba nel suo scorrere, ahimè, sempre più rapido.
Ci ritorno però come argomento. Forse, tra i tanti, ricorderete questo mio scritto.

Riposiziono i riflettori sui furoshiki perché, come per qualsiasi argomento, le nuove angolazioni non finiscono mai. Ovviamente, però, cercando di non scivolare in quell’asettico taglio enciclopedico (ora perlopiù IApedico) che si limita a fornire risposte fredde e impersonali.

D’altra parte, non mancano di certo le solite guide definitive, i tutto quello che non ti hanno mai detto di, tutti i segreti di, e via di questo passo. Tutte frutto di un’intelligenza umana, dunque imperfetta ma per questo unica?

Orientiamoci

Ripartiamo però dalle basi. Che cos’è un furoshiki?

Elemento caratteristico della cultura giapponese, i furoshiki sono panni quadrati di stoffa con cui principalmente si avvolgono varie cose. Insomma, pratici teli che all’occorrenza possono trasformarsi in mille cose: borsette da passeggio, sporte della spesa, elegante involucro per regali, porta-libri, borsina porta-pranzo e tantissimo altro ancora.
Non c’è un limite a ciò che si può avvolgere in questi tessuti: c’è, ad esempio, chi li usa addirittura per trasportare strumenti musicali come chitarre e violini!

Un simpatico personaggio, il Gatto Boss con un vivace furoshiki usato come morbido collare. Immagine di ボス猫日記 Bosu-neko Nikki.

I furoshiki sono di solito quadrati e di misure tendenzialmente standard. Nella fascia dei furoshiki piccoli si parte di norma dai 45cm x 45cm fino ad arrivare al canonico 50cm x 50cm, spesso utilizzato per avvolgere gli obentō.
Le dimensioni medie, invece, vanno dai 68cm x 68cm ai 70cm x 70cm. Quelli grandi vanno dai 90cm x 90cm ai 120cm x 120cm. La gamma extra-large parte dai 130cm fino a quasi 2m (195cm per lato, per l’esattezza).

I materiali possono essere vari come il cotone, seta, lino, rayon ecc.

Una parte della mia collezione di furoshiki.

Nella foto qui in alto è raffigurata una parte della mia piccola collezione di furoshiki, ognuno con una sua storia ben precisa. Alcuni sono in cotone, in rayon e altri in un tessuto chiamato ちりめん chirimen che a me piace particolarmente nei furoshiki perché rende più agevoli le pieghe e i nodi grazie alla sua elasticità.

Dalle terme shogunali…a noi!

Secondo molti documenti storici, pare che i furoshiki siano stati ideati nel lontano Periodo Nara (710-794 d.C.) e utilizzati inizialmente per trasportare con cura oggetti particolarmente preziosi, in particolare se ad essi era assegnata una funzione liturgica all’interno di templi e santuari.

Lo shogun Yoshimitsu Ashikaga 足利義満. Foto trovata su Wikimedia Commons.

Qualche secolo più tardi, quindi già in epoca Muromachi (1338-1573), fu lo shogun Yoshimitsu Ashikaga a contribuire alla popolarizzazione dei furoshiki. Egli, infatti, chiese ai signori feudali che frequentavano il suo stabilimento termale di Kyoto di usare un panno in cui avvolgere i propri abiti puliti ed effetti personali per evitare che si mescolassero tra di loro, scongiurando così confusione e discussioni. Il furoshiki divenne non solo pratica borsa ma anche tappetino perché ben si prestava ad essere poggiato per terra al momento del cambio.

La parola furoshiki scritta in giapponese è 風呂敷 e si scompone in questo modo:
風呂 furo che significa bagno
敷 shiki che indica qualcosa che si stende su una superficie

Quindi la presenza del bagno nella parola è un legame con questo passato shogunale, negli ambienti termali amministrati con ordine da Yoshimitsu Ashikaga.

Una risposta ecologica

In epoche così lontane, come quelle del periodo Nara o dello shogun Ashikaga, non ci si poneva il problema di come ridurre la plastica e altri materiali inquinanti semplicemente perché questi ancora non esistevano. Ma i tempi sono cambiati e la situazione ambientale attuale ci richiede di rivedere drasticamente molte abitudini, frutto fondamentalmente di un benessere eccessivo e scarso senso civico.

In Giappone i furoshiki erano comunemente usati come sacchetti, scatole, sporte, custodie ecc. ancora fino a poco dopo la seconda guerra mondiale. Dal boom economico in poi, quel periodo che i giapponesi ricordano come il miracolo economico (高度経済成長 kōdo keizai seichō), purtroppo la presenza sempre più piovresca di altri materiali e soprattutto della plastica spinse nell’ombra il semplice eppur pratico ed ecologico furoshiki, rilegandolo al ruolo di oggetto antiquato e tristemente démodé. Forse perché ricordava momenti non facili e quindi era meglio accogliere novità più emozionanti. Chissà.

Un primo tramonto del furoshiki


Il celebre grande magazzino giapponese Isetan 伊勢丹, fondato nel 1886 quindi in pieno periodo Meiji, a partire prevalentemente dalla fase postbellica del periodo Shōwa, iniziò a usare delle borse di carta al posto dei tradizionali furoshiki col proprio logo per avvolgere gli articoli venduti. Le borse di carta di Isetan, abbellite da un caratteristico tartan scozzese, sarebbero diventate il simbolo inconfondibile del grande magazzino.

A sinistra due esemplari di furoshiki col logo di Isetan. A destra una delle famosissime borse di carta col tartan scozzese.

Insomma, non è difficile immaginare quella deriva ambientale propulsa dalla curiosità per le novità, un nuovo benessere e voglia di innovative soluzioni apparentemente più pratiche.

Mottainai!

Nel 2006, l’allora ministro dell’ambiente Yuriko Koike promosse una campagna di sensibilizzazione verso il tema dell’ecologia. Uno dei punti vincenti della sua strategia fu quello di attingere dalla storia del proprio Paese riscoprendo così l’elegante e pratica soluzione ecologica del furoshiki. Per l’occasione, lanciò una rivoluzionaria linea di questi panni realizzati in un tessuto ricavato dalla lavorazione delle bottiglie in PET. Una linea a cui lei volle dare un nome molto bello ed evocativo per qualsiasi giapponese: もったいない Mottainai, un’espressione che in giapponese indica dispiacere o rammarico per qualsiasi spreco. Un nome significativo perché in grado di comunicare con un filo diretto al cuore dei giapponesi e di invitare ad una nuova consapevolezza ambientale.

La signora Koike con uno dei suoi meravigliosi furoshiki in tessuto ecologico.

Quel 2006 fu proprio l’anno dei furoshiki, dedicato a tante iniziative creative e curate che avevano come obiettivo la rimessa al centro della saggezza del passato come soluzione alla stoltezza del presente.

Yuriko Koike al momento della consegna dei preziosi furoshiki alla nazionale giapponese.

L’ex-ministro Koike fece dono di questi splendidi furoshiki anche alla nazionale giapponese che avrebbe partecipato alle olimpiadi invernali svoltesi a Torino, proprio nel 2006!
Il furoshiki in dono alla squadra nazionale giapponese riprende un particolare di un famoso dipinto del periodo Edo intitolato 「池辺群虫図」Chihen-gunchūzu cioè Insetti e rettili in uno stagno, opera dell’acclamato pittore Itō Jakuchū 伊藤若冲.

Il famoso furoshiki ecologico ispirato a un dipinto naturalistico del periodo Edo. Fonte immagine.
Il dipinto a cui l’ex-ministro Koike prese ispirazione per uno dei suoi furoshiki ecologici. Fonte immagine.

Giocando coi miei furoshiki

Giochi di pieghe e nodi coi miei furoshiki.

Ogni tanto mi ritorna la voglia di ripassare alcune tecniche di avvolgimento dei furoshiki, molte delle quali apprese ad un corso specifico a cui partecipai a Shibuya, a Tokyo, presso la sede dell’azienda Musubi. Fu in quell’occasione che la mia amica-mentore Kyōko mi assegnò il gravoso compito di fare da ambasciatrice dei furoshiki, in Italia. Una nomina ufficialmente ufficiosa ma per me tanto solenne come se mi fosse stata conferita formalmente.

La magia del furoshiki è che lo si può far diventare quasi ciò che si vuole: i nodi e le pieghe necessari saranno la formula per realizzare l’incantesimo.

La mia cara amica Ryōko, sapendo della mia passione per questi incanti di stoffa, mi ha regalato questo libro:

「モダンふろしき案内」Modan furoshiki annai. Guida al furoshiki moderno. Di Ruriko Sasaki e Sumiko Sugawara. Pubblicato dalla 河出書房新社 Kawade Shobō Shinsha, storica casa editrice nata nel periodo della Restaurazione Meiji.

Il libro guida il lettore alla scoperta e riscoperta del furoshiki attraverso un apprezzamento estetico dei suoi decori nel corso del tempo. Le pagine di questo volumetto, infatti, sono ricchissime di foto di furoshiki provenienti dalle collezioni delle autrici e di grandi collezionisti come quella invidiabile di un certo 富田満夫 Tomita Mitsuo, proprietario di esemplari rarissimi.
In quest’opera le autrici propongono un’ampia varietà di idee per un utilizzo quotidiano e pratico del furoshiki: in cucina, come accessorio di bellezza, in viaggio. Insomma, una vera esplorazione a tutto tondo della straordinaria versatilità di questo poliedrico panno.

Dal libro Guida al furoshiki moderno.

Nel mio ripasso di nodi e pieghe, ovvero le formule magiche di quell’incantesimo chiamato furoshiki, ecco alcune idee che potrete seguire anche voi. Non è obbligatorio, infatti, che il vostro panno sia necessariamente giapponese: è sufficiente un pezzo quadrato di un tessuto leggero, possibilmente con bordature sottili o – meglio ancora – assenti. Qualsiasi tessuto può diventare furoshiki. Pensate anche dei semplici ma bellissimi foulard che magari avete in un cassetto.
Tuttavia, se ne desiderate uno originale giapponese potete certamente acquistarlo da Verasia, dalla mia amica Sumie-san di J-okini (dove potete usare il mio codice sconto valevole sui suoi magnifici tè, Marianna15), da Shibui Italia o da Tanabata di Milano.

Bin-tsutsumi: bottiglie avvolte con stile e praticità

La tecnica del bin-tsutsumi 瓶包み (che significa pacchetto per bottiglie) è molto d’effetto perché consente di avvolgere e trasportare con praticità una o due bottiglie. Le pieghe e i nodi, infatti, produrranno un manico molto robusto che vi permetterà di portare con facilità ed eleganza le vostre bottiglie.
Per due bottiglie d’acqua da 1,5 litro ho utilizzato un furoshiki, dono della mia amica Ryōko, della linea Mottainai, in tessuto ecologico ricavato dalla plastica PET, grande da 1.30m per lato.
Potete naturalmente anche avvolgere bottiglie più piccole usando quindi un panno di dimensioni minori.
Qui le istruzioni.

Hon-tsutsumi: furoshiki che diventano porta-libri

Per gli amanti della lettura ecco che il furoshiki ha una soluzione, come sempre pratica e raffinata: 本包み hon-tsutsumi (pacchetto per libri). Ho scelto questa tecnica per avvolgere due libri contemporaneamente. Un’idea per impacchettare dei libri da regalare o semplicemente per poterli portare in giro, sempre con classe.

Ecco come realizzare il porta-libri doppio.

Furoshiki per scatola di fazzoletti

Uno dei miei usi preferiti del furoshiki è quello che vedete in foto: in poche e rapide mosse, ecco che il panno prescelto abbellirà in un attimo la scatola dei fazzoletti.

Qui potete vedere come fare.

I furoshiki di Cochae

La già citata azienda di furoshiki Musubi è per me importante punto di riferimento perché è da loro che ho imparato le pieghe e i nodi di base.

Alcuni anni fa, la Musubi lanciò un’originalissima linea di furoshiki, frutto di una frizzante collaborazione tra vari illustratori, chiamata Cochae. I furoshiki di questa serie sono tutti caratterizzati da una giocosità irresistibile poiché ognuno di questi panni, dedicato ad un personaggio tradizionale della cultura giapponese, può dare origine a varie scene in base a come viene piegato il tessuto. La genialità di Cochae sta nel traslare la poliedricità dell’origami sui tessuti dei furoshiki.

Per saperne di più, vi lascio qui di seguito il PDF promozionale in inglese:

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CochaeDownload

Sono orgogliosa di poter annoverare nella mia piccola collezione due furoshiki Cochae:

Quello a sinistra, acquistato da Sumie-san di J-Okini (non dimenticatevi di usare il mio codice sconto sui suoi tè, Marianna15), è dedicato alla magnifica Kyōto. Ne riporta, infatti, alcuni simboli caratteristici come le maiko – ovvero le apprendiste geisha – ed elementi architettonici tradizionali.
Il secondo, invece, fu un premio che vinsi anni fa tramite un concorso lanciato da un bellissimo progetto italo-giapponese, Get Obachan. Questo progetto, misteriosamente eclissatosi, si prefiggeva di far conoscere cultura e l’arte giapponese attraverso l’invio di preziosi oggetti di artigianato scelti molto accuratamente da mani esperte.

Ragazzi, se mi leggete, sappiate che mancate molto. Tornate!

Il furoshiki Cochae di Obachan è un tributo alla scimmia, animale considerato mitologicamente come una sorta di tramite tra il mondo altro e quello terreno. La scimmia è anche simbolo di furbizia, sagacia, capacità di trarre gli altri in inganno ma anche di buona sorte. I suoi tanti simbolismi meriterebbero uno studio approfondito, unitamente a tutti quelli degli animali a cui la tradizione folkloristica giapponese riserva un posto speciale.

Il nome Cochae コチャエ: malinconico rimando a Edo

Il nome di questa giocosa linea di furoshiki di Musubi si trascrive normalmente in caratteri latini come Kochae. Questo è il nome di una famosa canzone popolare del genere 端唄 ha-uta, componimenti musicali suonati generalmente con lo shamisen, nati nei quartieri del piacere di Edo, la vecchia Tōkyō.

Kochae, nello specifico, racconta un viaggio percorso lungo alcune delle cinquantatré stazioni del Tokaidō che è il nome di un ciclo famosissimo di xilografie firmate Utagawa Hiroshige. Le stazioni rappresentavano le aree di sosta e ristoro che punteggiavano il percorso lungo l’arteria del Tokaidō che collegava Edo con Kyōto, le più importanti città del tempo. A Edo risiedeva lo shōgun e a Kyōto l’imperatore.
La Tokaidō non era l’unica strada che facesse da collegamento diretto tra le due città; ve n’erano altre tra cui anche la Nakasendō che, a differenza della prima, seguiva un tragitto più nell’entroterra. La Tokaidō, tuttavia, rimase la più importante e sul suo percorso sorse la prima grande linea ferroviaria giapponese.

Da Edo, la prima stazione era quella di Nihonbashi. Il viaggio partiva da lì e il viaggiatore protagonista di Kochae racconta della sua partenza intorno alla settima ora che, secondo l’orologio del periodo Edo, corrispondeva all’ora della tigre cioè verso le 4 del mattino.

Potete ascoltare qui la bellissima e indimenticabile Kochae. Kochae è una parola priva di significato.

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Il caso Karakusa

Tra i decori tradizionali dei furoshiki, ce n’è uno molto speciale chiamato 唐草 karakusa. In italiano di solito si traduce con arabesco ed è proprio come lo vedete nell’illustrazione qui sopra.
Pare che questo motivo decorativo abbia avuto origine in Egitto e sia poi giunto in Giappone, mediante la Cina, attraverso la Via della Seta durante il periodo Nara (710-794). Il nome karakusa significa proprio pianta cinese ed è un disegno che simboleggia la forza, la resistenza, la capacità di adattamento. È un motivo molto amato sui tessuti, dai furoshiki ai kimono, e nell’oggettistica in generale.

La meravigliosa Hara Setsuko 原節子 con in mano un furoshiki con karakusa. Scena tratta dal film 「新しき土」Atarashiki tsuchi, in italiano tradotto come “La figlia del samurai”, del 1939.

Nel già citato periodo Shōwa, quando i furoshiki iniziarono a uscire di scena, in realtà non scomparvero del tutto: finirono un po’ in sordina diventando porta-oggetti con cui riporre cose varie nei cassetti e armadi. Il motivo decorativo più diffuso al tempo era proprio il karakusa per via dei suoi significati propiziatori. Questo vuol dire che la maggior parte delle famiglie dell’epoca aveva almeno un furoshiki con gli arabeschi karakusa che utilizzava per mettere a posto oggetti non necessari nell’immediato. Pensiamo a ripostigli, cassetti, armadi, sgabuzzini, ecc.

I furoshiki preferiti dai…malviventi!

Un curioso risvolto relativo ai furoshiki abbelliti dal motivo karakusa è l’inaspettato legame con il mondo dei malviventi, nello specifico con quello dei ladri!

Nell’immaginario collettivo giapponese, infatti, il ladro viene spesso rappresentato in fuga con in spalla un fagotto avvolto in un furoshiki con gli arabeschi.

Nella serie Cochae non manca, ad esempio, un furoshiki a tema ladresco…con ovviamente il karakusa!

Questo tipo di furoshiki deve la sua insolita associazione al mondo malandrino a causa del suo ruolo di porta-oggetti, spesso nascosti in cassetti, cassepanche, bauli, ecc.
È evidente che, per una questione di comodità, molti ladri si trovavano il bottino-fagotto già fatto o quasi. Spesso poi questi fagotti erano a poca distanza da oggetti di un certo valore (kimono antichi, gioielli, ecc.) e quindi l’approntamento della stuzzicante refurtiva poteva avvenire in tempi piuttosto rapidi e in modalità alquanto pratiche.

Furoshiki e…vanità!

Nell’interrogare quell’affascinante mondo dei modi di dire e dei proverbi depositari di saggezze passate, ovvero i 諺 kotowaza a cui dedicati uno spazio che trovate qui, è emerso un detto insolito:

大風呂敷を広げる。
Ōburoshiki o hirogeru.
Stendere un grande furoshiki.

Notare come la parola furoshiki subisca una trasformazione fonetica dovuta alla presenza del suffisso 大〜Ō, ossia grande qualcosa, acquisendo una sonorizzazione attraverso il suono B.

Ma cosa significa? È simile al nostro stendere un velo pietoso?

No, direi di no.

Stendere un grande furoshiki significa vantarsi, fare sfoggio sfrontato di cose e qualità che non andrebbero ostentate. Fare il gradasso, pavoneggiarsi, gloriarsi.

Interessante, no? È come se il furoshiki, in questo caso di grandi dimensioni quindi visibile, fosse sinonimo di spudoratezza. Stenderne uno, magari un 2m x 2m pure riccamente decorato, potrebbe personificare una certa impertinenza.

Allora, che ne dite se ne stendiamo uno piccino picciò, magari un 45cm x 45cm?

Shio-musubi e ispirazioni varie

Tra i comfort food – ovvero i cibi coccola – giapponesi vi sono senz’altro i musubi, conosciuti altresì con un termine sicuramente più famoso al di fuori del Giappone: onigiri.

A queste deliziose palline di riso, simbolo quintessenziale della semplicità e praticità gastronomiche giapponesi, negli anni ho dedicato molti scritti.

Per esempio, andando indietro nel tempo ovvero alle origini di Biancorosso Giappone, ritroviamo questo scritto.

Sempre sul blog storico, potete fare proprio qui un salto indietro nel tempo che sa di riso e malinconia.

Più recentemente, invece, ho scritto di Onigiri di coste e di Onigiri di Bok Choy.

Differenze? La teoria di Akiko

Musubi (spesso però accompagnato dall’onorifico o- generando così la forma omusubi おむすび) e onigiri おにぎり, termine che include già l’onorifico, sono sinonimi. Indicano, quindi, entrambi la stessa cosa cioè polpette preparate con riso cotto giapponese e spesso condite con vari ingredienti.

Secondo una teoria, il termine omusubi sarebbe più diffuso nel Giappone orientale mentre onigiri più nella zona occidentale.

Tuttavia, ogniqualvolta si parla di omusubi e onigiri, ripenso sempre alla mia amica Akiko e alla sua teoria.

Un giorno, infatti, domandai ad Akiko se ci fosse una differenza reale tra questi due vocaboli, dubitando di un’improbabile sinonimia esatta. Mi rispose che effettivamente percepiva una differenza tra i due ma che non avrebbe saputo dirmi con certezza cosa li rendesse diversi. Con un po’ di titubanza – e precisando che queste erano solo sue congetture – azzardò una teoria: mi spiegò che omusubi era un termine più emotivo, legato alla sfera affettiva e dei ricordi. Avvertiva il termine onigiri, invece, come più asettico: preciso ma, al contempo, privo della profondità sentimentale dell’altro vocabolo.

Omusubi deriva dal verbo musubu 結ぶ che significa legare, collegare, unire. Il kanji del verbo ha come radicale, non a caso, l’elemento 糸 ito, ossia filo, cordicella. E quale migliore immagine per rappresentare un’unione, un legame? Collegare, legare, unire: tutti verbi che ben si prestano a descrivere la sintonia che collega cuori lontani, il ricordo che ci ricongiunge a persone e luoghi passati, l’abbraccio che azzera le distanze e ci riavvicina ai nostri cari.

Satsuma-kiriko e legami

A proposito di legami e affetti, il mio pensiero va spesso all’incantevole Kanagawa dove vivevo e a quei luoghi che, pur nella dimensione del ricordo, non sono mai sbiaditi. Un luogo che ancora adesso, nonostante la distanza, riesce a tenermi legata a sé. E lo fa attraverso amicizie vecchie e nuove. Come l’amicizia straordinaria con Ryōko, residente a poche centinaia di metri dalla casetta blu dove abitavo.

Nei tanti regali che ci siamo scambiate in questi ultimi mesi, vorrei mostrarne uno:

Una piccola e preziosa coppetta in vetro di Satsuma.
Kiriko è il nome che in giapponese si dà al vetro intagliato. Di questa affascinante e antica arte esistono (e resistono!) due stili in Giappone: 江戸切子 Edo-kiriko e 薩摩切子 Satsuma-kiriko. Il primo ebbe origine a Edo, l’antico nome di Tokyo, a metà dell’Ottocento. Il secondo, invece, nacque nel tardo Ottocento, a Kagoshima ovvero in quelle terre che un tempo costituivano l’antico e potente feudo di Satsuma, nel Giappone meridionale.

Di feudi e colori

Vetro di Satsuma. Fonte immagine.

L’arte della fabbricazione e lavorazione del vetro (nota altresì in italiano col termine specifico di ialurgia) di Satsuma nacque nel 1846, ossia nel tardo periodo Edo, era Kōka 弘化.

Shimazu Narioki 島津斉興, grintoso signore feudale del dominio di Satsuma, invitò il rinomato artigiano del vetro Shimoto Kamejirō 四本亀次郎, proveniente da Edo, affinché istituisse e dirigesse una fornace per la produzione di contenitori per medicinali. Serviva, quindi, l’esperienza di un maestro vetraio che realizzasse un vetro sufficientemente resistente da poter accogliere in sicurezza tinture, unguenti e altri preparati farmaceutici.

Boccetta in vetro per medicinali. Fonte immagine.

Nel 1851, Shimazu Nariakira 島津斉彬, potente successore di Shimazu Narioki, intuì possibilità più ambiziose per la fiorente industria vetraria del feudo. Propose, quindi, la realizzazione di manufatti artistici da destinare come regali di pregio ai daimyō e per l’esportazione!

Nacque così questa magnifica forma d’arte vetraria, ancora oggi oggetto di ammirazione e stima da parte di cultori e appassionati da tutto il mondo.

Shimazu Nariakira. Fonte immagine.

Uno dei meriti di Shimazu Nariakira in questo ambito fu l’introduzione di tecniche molto avanzate di colorazione del vetro. Grazie a questi metodi innovativi, i maestri vetrai di Satsuma riuscirono a realizzare una particolare sfumatura intensa di rosso che sarebbe diventato il segno distintivo di questi preziosi oggetti: lo strabiliante rosso di Satsuma o Satsuma-beni 薩摩紅 nonché, comprensibilmente, il preferito di Shimazu Nariakira stesso!
A questo nobile rosso seguirono altri cinque colori che avrebbero costituito la tradizionale base cromatica delle vetrerie di Satsuma: blu, verde, giallo, viola di Shimazu, rosso oro.

I sei colori tradizionali dei vetri intagliati di Satsuma. Fonte immagine.

Satsuma-kiriko…fantasma!

Nel 1858, improvvisamente, Shimazu Nariakira morì. Dopo la sua scomparsa la produzione si ridusse notevolmente fino a interrompersi del tutto. Il 1863, infatti, fu un anno nefasto che vide lo scoppio di un brevissimo ma feroce scontro tra il dominio di Satsuma e la Royal Navy britannica. A causa di questo violento conflitto, furono appiccati incendi che distrussero le fornaci del vetro così care a Shimazu Nariakira.

Questa delicatissima arte non ebbe possibilità di ripresa poiché, pochi anni più tardi e cioè nel 1877, scoppiò la ribellione di Satsuma nonché ultimo e orgoglioso sussulto di risposta al nuovo governo Meiji che aveva sancito per sempre la fine del Giappone feudale.

Questi continui a prolungati disordini costrinsero Satsuma-kiriko all’oblio.

Divenne ciò che in giapponese viene chiamato 「幻の切子」Maboroshi no kiriko cioè il kiriko fantasma! Questo prezioso, fragile e colorato mondo di vetri intagliati sapientemente si eclissò fino a sparire diventando evanescente come un fantasma.

Il ritorno di Satsuma-kiriko

Si sarebbe dovuto attendere fino al vicino 1985, ben cento e otto anni dopo, perché le tecniche di lavorazione del vetro di Satsuma-kiriko venissero abilmente riscoperte da esperti e maestri vetrai contemporanei.

Grazie al loro infaticabile impegno e lavoro oggi possiamo di nuovo ammirare – e perché no, usare! – questi incantevoli oggetti in vetro che abbiamo quasi rischiato di non vedere mai più.

Qui la pagina ufficiale di Satsuma-kiriko.

Di delizie fermentate

Dalla magia del vetro di Satsuma a quella della fermentazione delle verdure, il passo è creativamente audace.

Molto recentemente ho avuto modo di assaggiare le verdure fermentate di un’azienda del torinese che si chiama Che Fermento!

In particolar modo, il loro cavolo verde con ginepro e il limone:

Per chi è a Torino e dintorni e volesse provare questi prodotti, consiglio senza dubbio di passare da Equamente, in Via Fratelli Vasco 6/b (davanti alla Cavallerizza).

Che Fermento! utilizza verdure coltivate nel torinese, a Rodallo di Caluso, e messe a fermentare con sale marino. Il risultato è molto simile, se non addirittura identico, agli 塩漬け shiozuke della tavola giapponese.
Gli shiozuke, infatti, sono verdure cosparse di sale e lasciate a marinare per un certo periodo di tempo.

La versione casalinga semplice e rapida spesso prende il nome di 浅漬け asazuke.

Gli shiozuke fanno parte della grande famiglia degli 漬物 tsukemono ossia verdure fermentate e conservate in vari modi, compagni essenziali nel pasto tradizionale giapponese. Qui potete leggere due miei scritti a riguardo. E qui un altro mio scritto dove l’ortaggio protagonista è il cetriolo.

E qua, per un atletico balzo indietro ne tempo.

Lo shiozuke di cavolo verde e ginepro, il primo che ho assaggiato, mi ha riportato subito alla mente la freschezza e genuinità degli tsukemono giapponesi che acquistavo al mercato dei contadini a Ebina, nel Kanagawa.


Fresco, croccante, col giusto grado di sapidità, questo shiozuke di cavolo verde e ginepro di produzione italiana – anzi torinese! – è una delizia benefica (le proprietà dei cibi fermentati sono moltissime!) e confortante.

Ho pensato, quindi, di prepararmi degli omusubi e di accompagnarli con del cavolo verde fermentato a cui ho riservato il posto d’onore della coppetta in vetro di Satsuma!

Shio-musubi: l’incontro

Tra le tante varietà possibili di omusubi (o onigiri, se preferite), i miei prediletti sono quelli con umeboshi e anche gli shio-musubi, preparati con riso bianco semplice e un’idea di sale marino.

Credo che gli shio-musubi rientrino tra i miei comfort food giapponesi preferiti perché sono stati i primi che ho assaggiato. A Ebina, infatti, c’era una minuscola locanda di omusubi che si chiamava かかしや Kakashi-ya (che tradotto significa ‘La bottega dello spaventapasseri’). La ragione per cui furono i primi che assaggiai era semplicemente perché, ai miei occhi del tempo, quel menù appariva di difficile navigazione e l’unica cosa che sapessi leggere erano le parole nel sillabario Hiragana.
E gli shio-musubi erano tra questi. Il nome era proprio scritto così: しおむすび

Li ordinai perché erano tra le poche varietà con un nome all’epoca per me accessibile.

E da allora sono nel mio cuore dove occupano un posto d’onore.

Cosa serve per preparare due shio-musubi proprio come quelli della locanda dello spaventapasseri? Non vi sembra quasi un titolo perfetto per quei romanzetti giapponesi tanto in voga da noi adesso, del filone delle botteghe, locande, caffetterie e vattelappesca?

Shio-musubi della bottega dello Spaventapasseri

Potrebbe essere un titolo sufficientemente accattivante?

Ricetta per due omusubi sazianti:

150g di riso giapponese crudo
210ml d’acqua
sale marino q.b.
acqua in più con cui inumidirsi le mani

Il riso che ho usato è un semplice riso etichettato come per sushi. I risi per sushi sono adatti a tutte le preparazioni giapponesi che prevedano il riso come ingrediente.

Prepariamo il riso!

Misurare la giusta quantità di riso e di acqua.
In un contenitore versare il riso e cominciare a lavarlo delicatamente, risciacquandolo tre o quattro volte. L’acqua di risciacquo dovrà risultare piuttosto pulita.
Trasferire il riso in una pentola. Io ne ho usata una in ghisa. Ricoprire il riso con i 210ml d’acqua e lasciar riposare per almeno una mezz’oretta. Dopodiché accendere il fuoco a fiamma viva tenendo però la pentola coperta. Quando l’acqua inizierà a bollire, abbassare la fiamma al minimo e lasciar cuocere per circa 12-15 minuti senza mai aprire il coperchio.
Trascorso questo tempo, spegnere la fiamma e spostare la pentola. Lasciar riposare per uno o due minuti.

Per preparare gli omusubi vi serviranno i seguenti:

Al posto di uno shamoji in legno di cipresso andrà benissimo un semplice cucchiaio di legno.

Siamo pronti per modellare i nostri omusubi.

Smuovere delicatamente il riso cotto e trasferire un po’ (circa la metà) in una scodella precedentemente inumidita. Bagnarsi leggermente le mani e intingere tre dita nel sale. Sfregare le mani in modo da distribuire il sale in maniera uniforme. Facendo attenzione a non scottarsi, prelevare il riso dalla scodella e iniziare a modellarlo dandogli la forma prescelta.

Servire subito. Io ho accompagnato i miei deliziosi shio-musubi con lo shiozuke di cavolo verde e ginepro di Che Fermento!, naturalmente nella scodella in vetro blu di Satsuma.

Dedico questi miei shio-musubi a Shimazu Nariakira che, mi piace pensare, molto probabilmente avrebbe gradito questo semplicissimo pasto giapponese preparato da un’estimatrice italiana del suo amatissimo vetro di Satsuma.

Tracce giapponesi in Liguria

Scrivo questo primo post dell’anno in una domenica di febbraio. Anche febbraio, con la sua caratteristica brevità, è prossimo a concludersi.

Tracce giapponesi in Liguria.

Due sono state le spinte che mi hanno incoraggiata a scrivere, uscendo da questa impasse creativa.

Divincolarsi dall’impasse

Il primo sprone è stato l’incontro, forse non fortuito, con questo modo di dire giapponese:

「思い立ったが吉日」omoitatta ga kichijitsu.

Significato non letterale: il momento migliore in cui agire è ora.

Il secondo incoraggiamento mi arriva da una riflessione del filosofo sudcoreano Byung-chul Han che riporto verbatim dal suo libro intitolato Contro la società dell’angoscia.

Byung-Chul Han
Riflessione di Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano.

Ora più che mai è vitale cercare attivamente questi spazi di manovra in cui esprimersi. Non si può e non si deve soccombere al turbinio fagocitante di un’informazione che viaggia sempre più rapidamente, portando dietro sé quantità via via crescenti di detriti.

Rallentare il passo

In questa baraonda di informazioni veloci, i rischi all’orizzonte sono l’appiattimento della comprensione e l’azzeramento della propria espressività. Una bulimia di dati che non consente un’assimilazione ragionata e armonica: un pensiero profondo necessita una decantazione lenta. Forzare i tempi conduce inevitabilmente all’approssimazione e infine ad una mescolanza indefinita in cui nessun colore è più lo stesso.

Il risultato è un’accozzaglia di tanti brandelli di pensieri non sviluppati, di idee monche o ingarbugliate. Questa confusione genera uno smarrimento continuo che si cerca invano di risolvere continuando ad annaspare in un oceano di protagonismi, modelli effimeri, palcoscenici vanesi approntati alla bisogna, devianze, distorsioni. E infine, tragicamente, indifferenza.

Dunque, ecco i nostri occhi ipnotizzati davanti a questo flusso inarrestabile di video, reel, immagini che facciamo scorrere apaticamente col dito, in quella sorta di credulo torpore che anestetizza il ludopatico davanti all’illusione che la prossima mossa sarà quella vincente. Il dito fa scorrere con freddezza video dopo video, reel dopo reel, mentre il cervello non riesce più a distinguere cosa è autentico, cioè prodotto da un’intelligenza umana mossa da sentimento, e cosa invece è frutto di sofisticati artifici.

Un’indifferenza che divora ogni indignazione e permette di guardare la recensione dell’ennesima carabattola di Shein o Temu con la stessa imperturbabilità con cui assistiamo alle immagini di un genocidio.

Il baratto dell’empatia e della solidarietà che Byung-Chul Han ha ben inquadrato nelle sue considerazioni più che mai attuali.

Rallentiamo il passo. Riprendiamoci i nostri spazi di condivisione della creatività e della nostra irripetibile impronta.

Allora ricomincio da qui, cogliendo l’occasione per raccontare di tracce giapponesi in Liguria.

Giorni liguri

Una veduta della riviera di Ponente, a Santo Stefano al Mare (Imperia). Gennaio 2025.

I miei giorni liguri, trascorsi fra dicembre e gennaio in provincia di Imperia, sono stati un momento di riposo, svago e anche scoperta!

Un tardo pomeriggio, in una spensierata esplorazione in un caotico negozio di tre sorelle rigattiere nell’imperiese, mi sono lasciata trasportare dal fascino che questi luoghi emanano.

Era una sorta di magazzino nascosto all’interno di un cortile. L’esterno prometteva al curioso visitatore mille possibilità intravedibili fra file di cappotti, servizi di piatti, bambole, foulard, mobili e montagne di libri. Molto, infatti, era ammonticchiato davanti all’ingresso, come una sorta di scompigliato biglietto da visita.

Questi posti profumano di paradosso: hanno l’odore del tempo che si è fermato e quello di vita. Anzi, tante vite vissute, ognuna chissà come e da chi. Sanno di stasi e di vitalità al contempo, di futuri ormai passati e di passati possibilmente futuri.

Su vecchi tavoli in formica anni Sessanta, pile di piatti scompagnati che un tempo devono aver abbellito le tavole di qualcuno. Appoggiati ad una parete, quadri nati dall’immaginazione speranzosa e stanca di qualche artista condannato, forse ingiustamente, a rimanere nell’ombra.

T-shirt in onore di grandi gruppi musicali del passato, possibili acquisti agognati in occasione di un concerto. Coperte di ogni forma, colore, dimensione e tessuto: da quelle in lana spessa e pungente un po’ militaresca a quelle calde, soffici a quadri multicolori, fatte ai ferri da mani pazienti e operose.

Elaborati centrini come testimonianza di una meticolosa artigianalità ormai, credo, scomparsa. Si rimane esterrefatti davanti alla preziosità di intricati manufatti del passato che coniugavano pazienza, talento, passione, devozione, tradizione e senso del bello.

Tracce inaspettate

La mia attenzione fu catturata subito, però, dai libri. Essi, soprattutto se vissuti, hanno sempre il potere di risvegliare la mia curiosità, indipendentemente dal tema trattato.

Imponenti tomi d’arte classica – e che ho immaginato essere stati parte di qualche autorevole collezione privata – si avvicendavano a romanzi ambientati in Liguria. Alcuni testi di letteratura inglese inframezzavano, in modo imprevedibile, volumi di oscure collane.

Ad un certo punto, i miei occhi intravidero un angolino di una copertina curiosa. Non avevo idea di cosa si trattasse ma qualcosa mi diceva che c’entrava il Giappone. L’indizio: pennellate irregolari dorate su una copertina arancione che richiamavano alcuni decori delle pregiate e antichissime carte di Echizen 越前和紙 (Echizen-washi) la cui tecnica, narra la leggenda, sia stata tramandata alla popolazione locale più di millecinquecento anni fa da una misteriosa principessa poi scomparsa nel fiume. Un dono di conoscenza che l’enigmatica figura fece alla gente di Echizen, nell’attuale prefettura di Fukui, poiché sprovvisti di risaie con cui guadagnarsi da vivere.

Donne di Echizen impegnate nella realizzazione della loro pregiata carta. Fonte immagine.
La misteriosa figura che, secondo la leggenda, avrebbe insegnato alla gente di Echizen a realizzare una carta speciale, prima di svanire nelle acque dello Hinogawa. Questa figura viene chiamata 川上御前 Kawakami-gozen ossia la nobile dama a monte del fiume. Fonte immagine.

Dal Giappone a Venezia…a Imperia!

Un rimando ad un mio scritto di ricordi veneziani, incastonati nella serie colpevolmente incompleta dedicata a Pearl S. Buck è qui.

Con delicatezza, ecco sfilato un esile libro dalla morsa decisa dei maestosi, quanto polverosi, volumi tutt’intorno. Il mio sguardo individua subito il titolo bilingue, giapponese e italiano, e avverto una stretta al cuore!

Il titolo: 「日本伝統・現代工芸手工芸ヴェニス展」Nihon dentō gendai kōgei shukōgei venisu-ten. Mostra dell’artigianato giapponese tradizionale e contemporaneo a Venezia.

Retro del volumetto

Il libro, stampato in Giappone nel 1980, fu realizzato in occasione di un’importante mostra svoltasi tra il maggio e il giugno dello stesso anno, a Ca’ Vendramin Calergi, a Venezia. Un elegantissimo edificio della tradizione architettonica rinascimentale veneziana, a quanto pare in utilizzo, oltre che come spazio espositivo, dal 1946 anche come sede secondaria del Casinò di Venezia.

Ebbene, l’atteso evento fu patrocinato dall’Ambasciata d’Italia in Giappone e dall’Ambasciata Giapponese in Italia, sotto gli auspici di Mario Rigo, l’allora sindaco di Venezia e Boris Biancheri, il neo-ambasciatore italiano a Tokyo di quell’epoca.

Curiosando tra le pagine

A me questi incontri sembrano sempre tutto fuorché mere coincidenze. Sapevo che avrei dovuto acquistare questo catalogo perché, al di là di un possibile valore economico a cui non sono interessata, è un tassello del mio tortuoso percorso. Un pezzo del mio personalissimo rompicapo che ha il Giappone come costante fil rouge.

L’ambasciatore Biancheri, nel suo messaggio istituzionale d’introduzione al catalogo, sottolinea con comprensibile orgoglio, l’impegno divulgativo artistico in cui la città di Venezia era promotrice ai tempi. Infatti, spiega Biancheri, solo due anni prima la città lagunare ospitò, sempre a Ca’ Vendramin Calergi, una prestigiosa mostra dedicata a ben duecentocinquanta pittori giapponesi contemporanei!

La mostra per la quale vennero stampati questi cataloghi, invece, aveva come punto focale oggetti del ricco artigianato giapponese.

Nello sfogliare le pagine patinate e leggermente ingiallite del libro, si possono ammirare foto in bianco e nero degli oggetti che occhi veneziani (e non!) ammirarono in quella primavera-estate del lontano 1980.

Delicate bambole kimekomi; vasi in maiolica di Bizen; preziosi kimono raffiguranti decori simbolici come elementi botanici, case di campagna, volatili; bambole kokeshi di Naruko; borse e sandali con insolite scritte in sanscrito; tazze per la cerimonia del tè, realizzate secondo varie tecniche; bizzarre composizioni di ikebana prodotte con fiori artificiali; bambole di carta; maschere del teatro Nō.

Salta all’occhio il ricco assortimento di bambole presenti in questa mostra.

Toshifumi Magori, direttore del Club degli Amici dell’Europa e delle Arti, nel suo messaggio presente nel catalogo, si compiaceva dell’entusiasmo del sindaco Mario Rigo e dell’intera Municipalità per l’arte giapponese. Dalle sue parole emerge quanto effervescente fosse l’ambiente artistico veneziano di quegli anni, immerso in un percorso di scoperta e apprezzamento guidato da nipponisti di alto calibro che erano già vanto della Serenissima di allora.

Tra i nomi prestigiosi che compaiono nel comitato d’onore troviamo quello della stimata Prof.ssa Adriana Boscaro, venuta a mancare nell’agosto del 2022. Massima conoscitrice e divulgatrice di Jun’ichirō Tanizaki in Italia.

La traduzione dal giapponese all’italiano del catalogo fu, invece, affidata a una figura finita nell’ombra: il Prof. Federico Barbaro, traduttore e salesiano originario di Cimpello, in provincia di Pordenone. Barbaro fu missionario in Giappone negli anni Trenta e poi direttore negli anni Cinquanta della casa editrice salesiana Don Bosco Sha, proprietaria di importanti riviste di divulgazione cattolica in Giappone.

Federico Barbaro oggi viene ricordato per aver curato l’edizione in giapponese moderno popolare (kogo 古語) della Bibbia.

Ricomponendo il mio rompicapo

Non so nulla della storia di questo volumetto: chi fosse il suo primo proprietario, come e dove lo avesse acquistato. Forse era uno dei veneziani appassionati di arte giapponese? O magari era un ligure innamorato del lontano Oriente? O forse ancora un emozionante sguardo in un mondo esotico che qualche colta dama avrà voluto per la propria biblioteca?

Non credo avrò mai risposte a queste domande. Ma non importa. D’altro canto, i libri spesso vivono vite una dietro l’altra, con concatenamenti non sempre visibili ad occhio nudo.

Ora è nella mia di biblioteca e rappresenta un tassello del mio rompicapo. Forse, chissà, un giorno ricomporrà il rompicapo di qualcun altro.

Acquistai il volumetto dalla copertina che mi aveva subito ricordato la carta di Echizen e, uscendo dal microcosmo dinamico e statico di quel negozio, i miei occhi videro il cielo imperiese ormai blu notte.

Genmai-gohan e il mal di Edo

Un alimento che più di ogni altro è legato a doppio filo con la storia del Giappone è senza dubbio il riso. Ad esso ho dedicato molti scritti negli anni, sia semplici ricette sia approfondimenti di carattere più storico-culturale.

お米 okome, ovvero riso crudo. Per il riso cotto la parola cambia: ご飯 gohan. In entrambi i casi, tuttavia, ritroviamo il cosiddetto fenomeno del 美化語 bikago che si manifesta attraverso elementi utili per abbellire la lingua. In queste due parole, ad esempio, il bikago è dato dalla presenza dei prefissi ornamentali お per le parole con lettura kun e ご per quelle con lettura on. Entrambe le parole possono essere staccate dal prefisso ma questo le priverebbe di un certo garbo che, invece, è assai importante.

Il riso è pressoché sempre al centro della tavola giapponese quindi è difficile fare una selezione dei miei articoli ad esso dedicati. Tuttavia, tra i più recenti, vorrei ricordare quello del 豆ご飯 Mame-gohan. Oppure il mio articolo inerente all’okayu お粥, l’amata zuppa di riso nonché rimedio contro svariati malesseri. Tra gli scritti risalenti ad alcuni anni fa, invece, la ricetta per preparare il ご飯 Gohan, il riso bianco classico, cotto al vapore per assorbimento. Non dimenticherei nemmeno quello in cui racconto del mio incontro con un 升 masu qui nel cuore di Torino. Non possono esimersi dall’appello nemmeno gliおにぎり onigiri: Onigiri di Bok Choy e Onigiri di coste. E neppure quella mia sorta di ode ai miei amatissimi いなり寿司 Inari-zushi. E per un tocco di nostalgia canaglia, qualche rimando al mio vecchio blog ovvero la casa originale di Biancorosso Giappone: Un onigiri per l’anima e Otōfu-gohan e varie.

Durante gli inizi del periodo pandemico, inoltre, creai una rubrica intitolata Riso d’argento. Qualcuno di voi la ricorda? Ebbene, naturalmente anche lì il riso entrò in scena accompagnato però dall’orzo: 麦ご飯 Mugi-gohan.

La mia riscoperta del genmai

Fino ad alcuni anni fa era molto difficile riuscire a procurarsi del riso giapponese proveniente dal Giappone. Questo perché il Giappone ha sempre posto paletti abbastanza severi sull’esportazione di questo amato cereale, fissando quantitativi massimi annuali e solo per determinati Paesi.

Nel tempo però qualcosa è iniziato a cambiare. Tanto per cominciare, l’Italia è un Paese con una lunga e antica tradizione di risicoltura. Non a caso qui sono nate collaborazioni tra agronomi giapponesi e italiani che hanno dato il via a varietà di pregio per la cucina giapponese ma coltivate nel nostro Paese. Un fulgido esempio è Italpo, azienda pavese condotta dalla famiglia Morimoto che seleziona con rigore solo le varietà di riso nostrane più prossime a quelle giapponesi. Il loro riso si trova in commercio con il marchio お米さん Okomesan.

Nel tempo, inoltre, sono state sviluppate varietà di risi italiani nati da piantine giapponesi. Penso alla famosa varietà Yume Nishiki, un koshihikari coltivato in Lombardia. Il genmai, ovvero il riso giapponese integrale, che ho acquistato è proprio uno Yume Nishiki.

Ora è anche possibile procurarsi del riso proveniente direttamente dal Giappone. Ed è quello che sono riuscita a fare alcuni mesi fa quando, per puro caso, ho trovato il riso Wadachi, un pregiatissimo koshihikari proveniente dalla prefettura di Nīgata!

La mia riscoperta del genmai, tuttavia, mi ha rallegrata perché era da tempo che non lo mangiavo. E così ho pensato di raccontare qualche aneddoto a riguardo unitamente al procedimento per prepararlo correttamente.

Chicchi del passato

Quando pensiamo alla cucina giapponese tradizionale immaginiamo subito dei piatti molto belli esteticamente, accompagnati da una zuppa di miso e una scodella di riso bianco fumante posizionata tradizionalmente a sinistra, vicino al cuore.

Sebbene la coltivazione del riso sia arrivata in Giappone dalla Cina e dalla Corea nel lontano periodo Jōmon (dal 10.000 al 300 a.C.), il riso bianco è entrato a far parte dell’alimentazione quotidiana della gente comune a Edo (l’antico nome di Tokyo) solo a partire dalla metà del Settecento. Fino ad allora il riso bianco era riservato agli aristocratici e ai signori feudali di rango elevato poiché il processo di raffinazione era faticoso e costoso. Il resto della popolazione consumava prevalentemente riso integrale cioè un riso poco lavorato a cui veniva soltanto rimossa la fibrosa membrana esterna. Poiché si dice che il consumo di riso pro capite al tempo fosse circa tre volte quello attuale, per far quadrare i conti molte famiglie mischiavano l’amato cereale con del miglio oppure orzo.

Nel resto del Paese la gente comune continuava a consumare un riso integrale raffinato parzialmente al 30% chiamato 三分づき sanbuzuki. Esistevano (ed esistono tutt’oggi) però versioni con percentuali di lavorazione più alta, fino al 70%: il cosiddetto 七分づき shichibuzuki. Il riso bianco, chiamato anche 白米 hakumai, rappresenta quindi l’ultimo stadio di raffinatura.

Per quanto diffuso tra la popolazione, il riso bianco non era un alimento propriamente economico. Tutt’altro. Questo spiega il perché si tendesse a cuocerlo assieme ad altri cereali meno costosi.

Riso integrale al 100% e le versioni semilavorate erano comunque molto salutari, certamente di più rispetto al riso bianco.

Edo-wazurai: Mal di Edo

江戸わずらい Edo-wazurai. Graziosa vignetta di proprietà di questo blog.

Tre anni dopo la famosa battaglia di Sekigahara del 1600, vittoria che avrebbe dato inizio ufficialmente al periodo Edo, Tokugawa Ieyasu fece di Edo il quartier generale del nuovo shogunato da egli stesso capeggiato.

Da quel momento in poi lo shōgun e tutto il suo vasto entourage, comprese le famiglie, si sarebbero stabiliti a Edo in maniera permanente.

Trittico del 1898 che illustra il nuovo shōgun, Tokugawa Ieyasu. Davanti a lui, inginocchiati, un soldato e un uomo malconcio, forse un mendicante. Opera facente parte della serie Tokugawa jūgodaiki (I quindici shōgun del clan Tokugawa), dell’artista incisore Tsukioka Yoshitoshi.

I daimyō, ovvero i signori feudali che rendevano conto direttamente allo shōgun, dovevano fermarsi a Edo ogni anno per almeno sei mesi mentre, per i mesi restanti, dovevano tornare ad occuparsi dei territori ad essi assegnati e che potevano essere in qualsiasi parte del Giappone. I vassalli dei daimyō, invece, avevano l’obbligo di risiedere permanentemente a Edo.

Sebbene ci fossero obblighi ben precisi inerenti a chi dovesse necessariamente risiedere a Edo e per quanto tempo ogni anno, alti funzionari dello shogunato e lo shōgun stesso si spostavano periodicamente da Edo a Kyōto (la capitale imperiale dove risiedeva ancora l’imperatore) e viceversa. Per facilitare questi spostamenti, lo shogunato istituì una rete di cinque strade che collegavano, oltre le due città, anche Nikkō e Shirakawa. Lungo queste strade designate erano presenti locande, botteghe e servizi di ogni genere a disposizione dei viaggiatori.

La questione della rete stradale istituita dallo shogunato meriterebbe un approfondimento a parte che, se vi dovesse interessare, inserirò tra gli argomenti da sviluppare.

A proposito di strade, preferirei non perdermi nelle retrovie delle digressioni.

Cosa c’entra tutto questo col riso e soprattutto con questo presunto mal di Edo?

Era a Edo che lo shōgun, i daimyō, i samurai e tutto l’entourage di quel particolarissimo mondo consumavano prevalentemente riso bianco e, a partire dalla metà del Settecento, pian piano anche la gente comune. Come ho precisato poco più su, nel resto del Giappone si continuava a mangiare un riso integrale o semilavorato.

Il consumo giornaliero era elevato: ogni persona mangiava all’incirca il triplo della quantità di riso che un giapponese odierno consuma mediamente al giorno!

Il mistero di kakke

Un prete buddista, al capezzale di un uomo appena spirato, recita le sue preghiere. Opera del 1880 circa. Autore sconosciuto.

Da parecchio tempo, una misteriosa malattia aveva iniziato a mietere moltissime vittime a Edo. Questo strano male colpiva, però, esclusivamente aristocratici, samurai, funzionari dello shogunato, marinai, ecc.
Nel 1877, l’imperatore Meiji assistette atterrito alla morte della sua amata zia, la principessa Kazu.
La donna fu l’ennesima di una lunghissima e preoccupante lista di vittime di una malattia chiamata kakke.

La kakke si manifestava attraverso importanti gonfiori alle gambe, difficoltà nell’eloquio, vomito, convulsioni. In moltissimi casi il quadro degenerava in breve tempo e il paziente moriva. Anche l’imperatore stesso ne aveva sofferto ma, in qualche modo, era riuscito a riprendersi e da allora si era impegnato a contribuire economicamente alla ricerca di una cura.

Casualmente, però, era capitato che alcuni che avevano manifestato i primi sintomi di kakke, allontanandosi da Edo iniziassero a rimettersi in salute superando, così, del tutto la temuta malattia!

Ecco perché vanno presto chiamata 江戸わずらい Edo-wazurai, cioè mal o afflizione di Edo! Bastava allontanarsi dalla capitale per ritrovare nuovamente il benessere!

Alla ricerca di una soluzione

Dottori e studiosi di vario genere cercarono di trovare la chiave di questo lugubre mistero. Alcuni diedero la colpa all’eccessiva umidità di Edo, altri al terreno e altri ancora a non ben specificate energie.

La situazione divenne talmente preoccupante che urgeva trovare al più presto una risposta. Si sarebbe dovuto attendere fino quasi alla fine del XIX secolo perché un medico, Takaki Kanehiro, osservando la diffusione rapidissima della misteriosa malattia tra marinai e alti funzionari della marina militare, iniziasse a collegare i puntini che avrebbero fornito la chiave d’interpretazione di questo lunghissimo e spietato mistero.

Il dott. Takaki capì che la kakke non era altro che il beriberi e di cui era responsabile un alimento del tutto insospettabile: il riso bianco.

Il consumo decisamente eccessivo di riso bianco costituiva una presenza invadente e deleteria in un’alimentazione quasi sempre sbilanciata: troppo riso accompagnato da troppe poche verdure e troppo poco pesce. Il riso bianco, in quanto alimento con un alto grado di raffinazione, se consumato in quantità eccessive e non controbilanciato da altro, a lungo andare provoca una grave carenza di vitamina B1. Ed è proprio questa carenza che provoca l’insorgenza del beriberi.

La gente comune, sia in città che nelle campagne, veniva risparmiata grazie al riso integrale, alla soba oppure alla necessità di miscelare il riso bianco con altro per far fronte ai costi elevati: si stima, infatti, che un kg di riso bianco a Edo costasse circa 1000 yen (poco più di 6 euro). Insomma, carissimo!
E i malati che riuscivano ad allontanarsi da Edo, automaticamente riprendevano a mangiare riso integrale e quindi a colmare la pericolosa carenza vitaminica.

Salvato in corner…da una vongola!

Tokugawa Yoshimune

Tokugawa Yoshimune, ottavo shōgun dello shogunato Tokugawa, si ammalò anch’egli di kakke, o meglio di beriberi. Pare che riuscì a convivere con la malattia per qualche tempo, anche se con comprensibile fatica, fino a quando il suo cuoco personale non gli propose di accompagnare il riso con delle vongole in una salsa a base di miso e aceto. Le vongole sono ricche di vitamina B1!
In poco tempo, lo shōgun si riprese e superò la malattia.
Sarebbe interessante indagare sulla figura di questo chef-guaritore il cui sapere, molto probabilmente, andava ben oltre le ricette di cucina!

Arriviamo al genmai-gohan

Alla luce di quanto visto, credo che il riso integrale giapponese (genmai) meriti, quantomeno in un’ottica di retrospettiva storica, qualche riconoscimento!

Nel Giappone moderno il riso integrale non è più molto diffuso. Più del 70% della popolazione consuma riso bianco mentre il resto integra con genmai e altre miscele di riso e orzo, miglio ecc. L’alimentazione giapponese attuale non è più sproporzionata come in passato, soprattutto se si considera che, come già sottolineato, il consumo quotidiano di riso è diminuito notevolmente.
Tuttavia, non si possono negare i benefici del riso integrale o semilavorato ma, per il momento, essi evidentemente non sono ancora allettanti a sufficienza alla maggioranza, al di fuori di una stretta cerchia salutista.

Curiosando nella mia amata libreria giapponese personale, soprattutto tra i ricettari, ho notato come la maggior parte di essi – addirittura anche quelli con un taglio più attento alla salute – non contempli il genmai come alternativa. L’unico è questo ricettario di obentō, prezioso dono della mia amica Akiko. S’intitola 「粗食のすすめお弁当レシピ」Soshoku no susume obentō reshipi. Ricette consigliate per bentō semplici. Soshoku è un termine che fa riferimento ad un’alimentazione semplice, a base di materie prime naturali e poco lavorate.

Personalmente trovo il genmai-gohan molto gustoso e gradevole come consistenza: ha un sapore più deciso, con lievi note di noci. I chicchi risultano un po’ più sodi ma proprio per questo deliziosi.

Vediamo insieme come prepararlo correttamente, attraverso il metodo dell’assorbimento, usando semplicemente una pentola con coperchio.

Non occorre la cuociriso elettrica.

Preparazione

L’occorrente per due scodelle abbonanti di genmai-gohan: 150g di riso integrale giapponese a chicco corto e 266ml d’acqua, una pentola con coperchio e un cucchiaio di legno.
Lavaggio e ammollo

Per prima cosa, lavare bene ma delicatamente il riso. Saranno sufficienti tre o quattro risciacqui. Dopodiché, versare il riso, sciacquato e scolato, nella pentola che utilizzerete per la cottura e versate l’acqua già misurata cioè i 266ml.

PASSAGGIO FONDAMENTALE: il genmai richiede necessariamente un ammollo piuttosto lungo. Può bastare un’ora anche se alcuni ne consigliano anche tre o quattro. Per questo Yume Nishiki un’ora di ammollo è bastata. Mi raccomando, non saltate l’ammollo perché il genmai, a differenza del riso bianco, è più spesso.

Trascorsa l’ora o più di ammollo, accendere il fuoco a fiamma alta e togliere il coperchio. Portare ad ebollizione dopodiché mescolare col cucchiaio di legno, rimettere il coperchio e abbassare al minimo la fiamma. Lasciar cuocere in questo modo, senza mai aprire il coperchio, per 25-30 minuti.

Momento dell’ebollizione

Trascorsi i 25-30 minuti di cottura, spegnere il fuoco e lasciar riposare per circa 10 minuti.

A questo punto, il riso si presenterà come nella foto in alto:

Con un cucchiaio di legno, smuovere delicatamente il genmai-gohan facendo attenzione a non romperne i chicchi. Servire subito.

Ho servito il mio delizioso genmai-gohan con una semplice umeboshi, creando così l’unione di due alimenti estremamente benefici per il nostro organismo. In questo modo, posso continuare a sognare la mia amata Edo … senza afflizioni!

Aggiungo ancora una curiosità: nel negozio in cui ho acquistato questo genmai, il Kawaii Oriental Food Store di Via Madama Cristina 11 a Torino, ho anche trovato un gustoso furikake che ben si accompagna a questo meraviglioso riso.

Un noto tipo di furikake: un gomashio (o gomasio) chiamato 五穀ごま塩 Gokoku-gomashio.
Gokoku significa cinque cereali. Sono i cinque alimenti della salute, secondo un’antica tradizione cinese dove spesso il cinque è solo un numero che simboleggia l’abbondanza e la prosperità.
In questo gomashio troviamo: avena, orzo, due varietà di miglio e la quinoa.

Bibliografia
“Dai Nihon saiken shishō zenzu” (Shōtō, Sanjin, 1830) at Japanese Maps of the Tokugawa Era
How Killer Rice Crippled Tokyo and the Japanese Navy
Tokugawa Yoshimune
Xilografia della veglia funebre

Pearl S. Buck e il suo Giappone: seconda parte

L’introduzione e la prima parte di questa mia ricerca dedicata a Pearl S. Buck sono rispettivamente qui e qui.

Torno a scrivere. Questa sorta d’indagine su questa importante scrittrice, finita ingiustamente in un inflessibile oblio, a volte mi fa sentire come se fossi precipitata nella tana del Bianconiglio di Alice.

Si viene inghiottiti dalla complessità della sua vita e dalle introspezioni che da essa scaturiscono.

Allora ci si ritrova a volare giù per quella tana, sorretti quel tanto che basta per riuscire a intravedere curiosi oggetti che celano racconti oppure bizzarre forme che rimandano a un ricordo.

Si cerca di afferrare un po’ questo e un po’ quello ma non si può prendere tutto.

Incredibilmente, questa mia ricerca ha suscitato la curiosità di molte persone le quali mi hanno scritto per condividere le proprie opinioni e soprattutto per chiedermi…che fine avesse fatto il resto!

Settantasei anni

Tra le tante biografie scritte in suo onore nel tentativo di catturare quella complessità, va ricordata quella di Theodore F. Harris. Controversa figura accusata di aver ammaliato Pearl Buck per impossessarsi del suo patrimonio, egli godeva nonostante tutto della massima stima della scrittrice. Era il suo confidente prediletto e forse, come suggeriscono le malelingue, qualcosa di più. I loro cammini s’incrociarono quando Pearl era ormai in età avanzata ed ella – probabilmente abbagliata dalla prospettiva di una seconda fioritura – pare avesse perso i lumi della ragione scegliendo di estraniarsi da tutto e da tutti per Harris.

Tuttavia, se si accantonano per un attimo queste congetture di cui in fondo non abbiamo prove inconfutabili, la biografia che Harris scrisse ha un innegabile sapore di intima confidenza.

Vorrei aver avuto settantasei anni a disposizione per scrivere questo libro; allora forse sarei riuscito ad immortalare ogni singolo dettaglio di una vita che ha impiegato tanto tempo per essere vissuta. Questo, tuttavia, non è possibile e domattina dovrò inviare il manoscritto all’editore.

Scriveva così Theodore F. Harris nel 1969 (1).

Pearl S. Buck e Theodore F. Harris

La complessità di Pearl S. Buck è tangibile e la percepisco ad ogni passo in questa mia sorta di ricerca esplorativa. L’avvertiva forte e chiara persino Theodore Harris di cui Pearl Buck dichiarò solennemente:

Egli mi conosce meglio di chiunque altro.

Come potrei non sentirla io!

Fini ed inizi da Maruetsu

Ero in Giappone da pochi giorni. Due o tre, non di più. Ancora in balia del malessere da fuso orario. L’emozione e l’incredulità erano però tali da far passare sonnolenza e frastornamento in secondo piano.

Era tutto nuovo, tutto da scoprire. I punti di riferimento, quindi, erano pochi e traballanti: la stazione ferroviaria さがみ野駅 Sagamino-eki, 厚木基地 la base aeronavale di Atsugi e il centro commerciale マルエツ Maruetsu. Tutti e tre posizionati lungo la stessa strada: prima la stazione poi il centro commerciale e infine, la base aeronavale.

Girolamo Panzetta mentre indossa un kimono maschile estivo, in stile 着流し kinagashi cioè alla maniera più rilassata, ovvero senza la giacchetta haori che normalmente rende il completo decisamente formale. Foto di proprietà di Kimonoman.

E proprio nell’atrio di Sagamino-eki incontrai Natsuki e Rei.
Natsuki era una mia amica di penna, quando ancora ci si definiva così. Ci eravamo conosciute alcuni anni prima, in tempi non sospetti, grazie al forum di discussione di Girolamo Panzetta, un avellinese pressoché sconosciuto in Italia ma famosissimo in Giappone. Si dice, addirittura, che Jirō-san (come viene affettuosamente soprannominato dai giapponesi) sia il secondo italiano più famoso nel Sol Levante dopo Leonardo Da Vinci!

Da anni devo un ringraziamento al signor Panzetta per avermi dato la possibilità di conoscere Natsuki.

Chissà, forse un giorno ne avrò occasione.

Al tavolino di una gelateria all’interno di Maruetsu, completamente sotto l’incantesimo di un disorientamento misto ad un’incontenibile emozione per quel mondo che mi aveva appena accolta, ricordo che le ragazze ed io ci lasciammo travolgere da un turbinio di chiacchiere concitate. Rei, un’ardente italianista, mi fece sentire stranamente a casa con il suo bell’italiano fluente, lì in quella gelateria a metà strada tra la stazione e la base aeronavale.

Nella matassa ingarbugliata di domande che feci alle due ragazze, una in particolare riuscì prima a stupirle e poi a farle scoppiare a ridere. Chiesi loro, infatti, dove avrei potuto frequentare un corso di lingua cinese.

Mi guardarono come se fossi appena atterrata dal pianeta Strambix. Dopo qualche istante di silenzio accompagnato dai loro sguardi sbigottiti, entrambe mi risposero che non ne avevano la benché minima idea e che, comunque, incalzò Natsuki, per il cinese ci sarebbe stato sempre tempo. È al giapponese che avrei dovuto dare priorità.

Lì per lì trovai un po’ insolente questa sua proposta. Tuttavia, mi resi conto che aveva ragione. Che senso avrebbe avuto continuare col cinese proprio in quel periodo quando avevo l’occasione d’oro per acquisire una nuova lingua e con una profondità a cui col cinese non avrei potuto ragionevolmente aspirare?

Nell’arco delle poche settimane che seguirono da quell’incontro, mi sarei iscritta al corso di laurea in Japanese Studies dell’Università del Maryland UMCG, storico ateneo che nel 1949 – ossia durante l’occupazione americana del Giappone avvenuta tra il 1945 e il 1952 – ricevette dal DOD, il Dipartimento della difesa statunitense, l’incarico di mandare un primo gruppo di docenti universitari che potessero formare accademicamente i membri delle forze armate. Il progetto fu inaugurato dapprima in Germania e successivamente portato avanti in altri Paesi d’Europa e in Asia.

Iniziai il mio percorso di studi giapponesi nel semestre autunnale (il fall semester) e il primo corso fu proprio Japanese 101, il primo livello di giapponese e a cui ne sarebbero seguiti moltissimi altri.
Il titolare della cattedra era – ed è tutt’oggi – l’esimio Professor Kanai Moriaki.

Douglas MacArthur

Uno dei tanti corsi di giapponese che avrei frequentato si tenne alla famosa base aeronavale di Atsugi, quella poco distante dalla gelateria di Maruetsu. Storicamente, fu proprio alla base di Atsugi che il Generale Douglas MacArthur arrivò in Giappone per la prima volta atterrandovi il 30 agosto 1945 nel suo aereo C54. In quell’occasione, il Generale accolse formalmente la resa giapponese a bordo della corazzata USS Missouri, ancorata nella baia di Tōkyō, e fu nominato comandante supremo del Paese, supervisionando tutte le fasi di occupazione del Giappone.

L’atterraggio di MacArthur fu preceduto dall’arrivo in 123 aerei di 4200 paracadutisti dell’undicesima divisione aviotrasportata dell’esercito statunitense (11th Airborne Division), completando così il trasferimento da Okinawa al Giappone continentale. La guerra era finita.

Ancora oggi nella base di Atsugi si commemora la sua figura. C’è ad esempio in suo onore una statua che lo ritrae in divisa.

Quante volte avrei visto e rivisto la statua del Generale MacArthur andando e tornando dalle mie amate lezioni di giapponese. Una presenza di pietra rievocativa di un uomo di cui si ricorda principalmente il ruolo nel Giappone dell’immediato dopoguerra. Un uomo che, a detta di chi lo conobbe, era autoritario, severo, rigido. Insomma, un militare dalla testa ai piedi che non smetteva di indossare la divisa nemmeno quando se la toglieva.

Mi capitava, passando davanti al MacArthur di pietra, di pensare ai quei pochi aneddoti di cui si è a conoscenza e che allontanano un po’ questi personaggi dall’esaltazione agiografica da cui sono puntualmente avvolti. Come quello secondo cui, dopo un intenso diverbio con il presidente Roosevelt nel 1934, il Generale che all’epoca deteneva il titolo di Capo di Stato maggiore dell’esercito, disgustato dall’accesa discussione, uscendo dalla Casa Bianca vomitò sulle scale.

Oppure, del suo lungo soggiorno nelle Filippine dove approdò all’indomani della sua cerimonia di laurea alla prestigiosa accademia militare di West Point. E di come si sarebbe innamorato della cucina filippina, in particolare modo del pesce Lapu Lapu fritto (una specie di cernia), accompagnato da una salsa tropicale a base di tamarindo e aglio, con contorno di frittelle di banana.

Sulla placchetta commemorativa c’è scritto: 「日本の民主々義の生みの親マッカーサー」Nihon no minshushugi no umi no oya Makkāsā. MacArthur, il padre della democrazia giapponese.

Si potrebbe scrivere molto relativamente a questa affermazione ma uscirei decisamente troppo dal seminato.

Alla mia esperienza nella base di Atsugi dovrei forse dedicare uno scritto a parte però mi limito ancora a riportare un’ulteriore bizzarria maccarthuriana che mi colpì molto vedendola la prima volta:

Questo edificio, dall’inconfondibile stile giapponese, era in origine un 道場 dōjō dove i membri dell’esercito giapponese si esercitavano in arti marziali. MacArthur lo trasformò in un luogo di culto cristiano indubbiamente per fornire un punto di ritrovo spirituale ai membri del suo esercito. Ma a mio parere era anche un segnale non poi così sottile della definitiva sconfitta del Giappone e della fine, una volta per tutte, di quel vecchio e orgoglioso mondo autarchico dalle tinte di shogunato Tokugawa che aveva lottato strenuamente contro qualsiasi ingerenza dell’Occidente e del cristianesimo. Una mossa che, secondo me, con chiara eloquenza stabiliva la nuova egemonia.

L’edificio, al giorno d’oggi, ospita ancora una chiesa dove si svolgono messe nei riti cattolici e protestanti.

Il giorno della mia prima lezione era arrivato. Prima di entrare in aula dissi a me stessa che avrei seguito il consiglio di Natsuki: per il cinese, dopotutto, avrei avuto tempo. Era ora del giapponese.

Accolsi il giapponese con un entusiasmo che mi faceva battere forte il cuore.

Tutto questo senza sapere che il cinese non lo avrei mai più ripreso e mi sarei dedicata completamente – heart and soul – al giapponese.

Quindi, devo un po’ tutto questo a Natsuki, a Rei e anche un pochino al signor Panzetta!

La complessità poliedrica di Pearl S. Buck

Pearl Buck alle prese con la sua amata macchina da scrivere.

Il professor David Gordon, docente di storia giapponese alla Shepherd University, in una lezione di alcuni anni fa proprio in merito a Pearl Buck e alla sua visione del Giappone, definì la scrittrice con un aggettivo: complicated. (3)

Un aggettivo che, spiega il professore, utilizzava spesso a sua volta la sua professoressa di storia giapponese nonché relatrice di tesi (prof.ssa Sharon A. Minichiello, dell’Università delle Hawaii) per descrivere in maniera succinta la complessità di una persona. Una specie di sfida lessicale: una sola parola nella quale contenere l’incontenibile.

Non è da intendere come una critica ma come un complimento, un tributo alla profondità ed intricatezza di qualcuno.

E come ho già osservato in precedenza, quella complessità è tangibile immediatamente non appena ci si immerge nel suo mondo.

Pearl S. Buck era una scrittrice prolifica che raccontò, attraverso buona parte delle proprie opere, la Cina agli occidentali. Ma il suo impegno andava ben oltre la letteratura: fu un’attivista che con sollecitudine diede sostegno a numerose cause. La prima fra tutte quella per la tutela dei bambini orfani, soprattutto bambini asiatici nati dall’unione tra membri delle forze armate americane e donne giapponesi, coreane, vietnamite, cinesi, ecc.
A tal proposito, istituì una fondazione, attiva tutt’oggi: la Pearl S. Buck International, con sede a Perkasie, nello stato della Pennsylvania.

Pearl Buck tenne in vita la sua amata fondazione grazie alla vendita dei suoi libri.

Pearl Buck e Ayako Ishigaki: un’amicizia dalle radici profonde

Nel ripercorrere il legame di Pearl col Giappone non si può non ricordare il suo impegno lodevole nella difesa dei giapponesi durante il loro internamento nei campi di concentramento statunitensi, tra il 1941 e il 1944. Il governo americano ricorse agli internamenti come deplorevole misura di ritorsione nel dopo Pearl Harbor.

Copertina dell’opera 「石垣綾子日記」Ishigaki Ayako Nikki, il diario di Ayako Ishigaki, publicato dalla casa editrice di Tōkyō, 岩波書店 Iwanami-shoten. L’opera originale fu pubblicata in inglese. Successivamente, Ishigaki tradusse le sue memorie in giapponese presentandole nell’opera raffigurata qui sopra.
Restless Wave: My Life in Two Worlds. Ishigaki divenne famosa proprio per essere stata la prima donna nippo-americana ad aver scritto e pubblicato le sue memorie in lingua inglese.

Poco prima di questi tragici fatti, nel 1940 per la precisione, Pearl Buck incontrò la scrittrice e giornalista Ayako Ishigaki 石垣綾子, divenuta famosa per essere stata la prima donna nippo-americana ad aver scritto e pubblicato le sue memorie in lingua inglese.
Ishigaki era una donna immigrata 一世 issei cioè di prima generazione. Si tratta di un termine usato dai giapponesi residenti in America per riferirsi ai loro primi antenati immigrati.

Pearl e Ayako, oltre ad essere entrambe scrittrici e quindi attivamente coinvolte in svariate attività culturali e di divulgazione inerenti all’Asia, erano legate da una profonda amicizia. Non appena il governo statunitense mise in atto le misure d’internamento nei confronti degli immigrati giapponesi, Pearl Buck scrisse immediatamente una lettera ad Ayako Ishigaki con cui le ribadiva il suo appoggio incondizionato e la sua disponibilità ad aiutarla in qualsiasi modo.

In merito alla traumatica esperienza degli immigrati giapponesi durante l’internamento nei campi, vorrei consigliarvi la lettura di un’opera autobiografica tanto straordinaria quanto straziante: Out of the Frying Pan di Bill Hosokawa.
Hosokawa, scrittore e giornalista di raro talento, era un immigrato di seconda generazione, ovvero un 二世 nisei. La sua testimonianza, racchiusa in questo volume, è indimenticabile.

Nel periodo più violento di ritorsioni e discriminazioni verso i giapponesi in America, Pearl Buck fu una delle pochissime personalità di spicco a dichiarare coraggiosamente il proprio sostegno a queste vittime. In un clima di assoluto conformismo in cui il giapponese era visto come il nemico da eliminare ad ogni costo, Pearl non si perse mai d’animo e scrisse instancabilmente lettere e discorsi con cui metteva in guardia dai pericoli di questi atteggiamenti. Si mise in contatto con tutte le associazioni in difesa dei diritti umani inviando persino un appello a Eleanor Roosevelt.

La sua curiosa argomentazione, tuttavia, sottolineava l’importanza di non discriminare le minoranze poiché esse, se coinvolte positivamente, avrebbero potuto offrire sostegno ad eventuali sforzi bellici. Secondo Buck, quindi, la tutela dei giapponesi in America (e per estensione, di tutte le minoranze) avrebbe prevenuto l’insorgere di ribellioni.
Nel 1942, Pearl Buck partecipò ad una conferenza della Japanese American Committee for Democracy (JACD), un’associazione antifascista che servì come punto di riferimento dei giapponesi residenti nella zona di New York. In quell’occasione, la scrittrice si dichiarò “a favore della fedeltà dei nippo-americani e dichiarò che anziché escluderli il governo americano dovrebbe accogliere la loro partecipazione nella guerra e addestrarli affinché istituiscano la democrazia nel Giappone post-bellico”.

Credo, tuttavia, che questa fosse una sua astuta strategia per ingraziarsi gli ambienti conservatori del tempo. Buck, dopotutto, era politicamente schierata a sinistra e sarebbe stato piuttosto strano se improvvisamente si fosse fatta sostenitrice di tematiche militari.

Tra l’altro, come ricorda il professor Gordon, era proprio questo suo allineamento liberale ad attirare gli strali dell’establishment statunitense dell’epoca. Era spesso vista con fastidio e sospetto in quanto americana sì ma troppo cinese. Alcuni temevano fosse una specie di spia al servizio dei comunisti.
Esiste ancora oggi un dossier dell’FBI a carico di Pearl Buck, desecretato soltanto a partire dai primi anni Settanta!

Tuttavia, nemmeno la sinistra americana la teneva in grande considerazione perché Pearl Buck, dopotutto, era dichiaratamente anti-comunista!

Insomma, una vera spina nel fianco di un sistema accartocciato sulle sue stesse contraddizioni.

Continua

Ciò che inizialmente pensavo di poter sviluppare nell’arco di due o tre scritti, sta prendendo una forma inaspettatamente complessa e articolata.
Nella prossima parte – che cercherò di completare in tempi più brevi rispetto a prima – continuerò ad affrontare il legame tra Pearl Buck e il Giappone, terra che ella stessa considerava la sua seconda casa in Asia, dopo ovviamente la Cina.
Vedremo insieme quanto Pearl fosse attratta dall’idea di un continuo confronto Cina e Giappone, in una specie di stimolante gara intellettuale che mirasse a far emergere gli aspetti positivi di entrambi i Paesi. E ancora una volta, la complessità della sua figura fornirà innumerevoli spunti di riflessione nonché stimolanti strumenti comparativi per un confronto con un singolare studioso giapponese suo contemporaneo.

Vedremo fino a quando e dove mi condurrà questa esplorazione.

  1. Harris, Theodore F. Pearl S. Buck; a Biography. 1969.
  2. Robinson, Greg. Pearl S. Buck. (2024, June 23). Densho Encyclopedia. Retrieved 17:35, August 14, 2024 from https://encyclopedia.densho.org/Pearl%20S.%20Buck.
  3. “Faculty Research Forum: ‘Pearl Buck’s view on Japan’ by Dr. David Gordon.” YouTube, uploaded by Shepherd University, 17th October 2018, www.youtube.com/xxxxx

Onigiri di Bok Choy

Con la continuazione degli articoli dedicati a Pearl S. Buck ancora in cantiere, in questa domenica di maggio torno a trattare un amato argomento di cucina giapponese: gli onigiri.

Tra l’altro oggi è il cinque maggio e in Giappone si festeggia il 子供の日 Kodomo no hi ovvero il giorno dei bambini, festività che di fatto chiude l’agognata ゴールデンウィーク Golden Week.

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Degli onigiri ho scritto molto negli anni, sia qui sia sul vecchio blog. Vi rimando ad alcuni articoli tra quelli che mi vengono ora in mente: Onigiri di coste e un mio vecchio scritto in cui racconto un prezioso ricordo d’infanzia collegato proprio a queste deliziose polpette di riso. Lo trovate qui. Rispolvero volentieri anche questo mio articolo dedicato agli 焼きおにぎり yaki-onigiri, ovvero la versione alla piastra delle famose palline di riso.

Illustrazione di onigiri. Fonte immagine.

Tutti in campo (e a tavola!) con Lotti

Queste polpette di riso al vapore, modellate e condite in vario modo, sono molto conosciute anche da noi ormai, grazie probabilmente a manga e anime in cui essi spesso compaiono. Il mio incontro primordiale con questa specialità avvenne proprio grazie a un anime molto in voga tra gli anni ottanta e novanta, intitolato Tutti in campo con Lotti (il titolo originale giapponese è あした天気になあれ ashita tenki ni naare. Speriamo che domani faccia bello). L’anime è ispirato all’omonimo manga di Chiba Tetsuya.

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Il protagonista è Lotti (il suo nome originale giapponese è 向太陽 Mukai Taiyō), un abile golfista nonché vorace buongustaio. Lo vediamo infatti impegnato non solo in campo ma…anche a tavola!

Ecco qui Lotti alle prese con un polposo onigiri di cui, tra un boccone e l’altro, dice che è 「んまい、んまい」nmai, nmai cioè buono, buono.

Il goloso Lotti appare spesso occupato nella degustazione di varie prelibatezze. Qui lo vediamo addirittura in copertina, seduto davanti ad una tavola riccamente imbandita!

Il simpatico ghiottone, residente dei miei innocenti ricordi d’infanzia. Fonte immagine.

Interroghiamo la storia

Qui vediamo una classica bellezza femminile ispirata agli ukiyo-e, con un piatto di onigiri che però qui vengono chiamati col nome alternativo di おむすび omusubi. Il nome è scritto nel bellissimo carattere tipografico noto come 髭文字 higemoji (lett. lettere coi baffi), appartenente ad una serie di stili tipografici inventati durante il periodo Edo (e che infatti venivano chiamati collettivamente 江戸文字 edomoji cioè lettere di Edo), da usare per scopi pubblicitari su insegne di locande ed etichette di prodotti.

Trovo irresistibile scavare un po’ nel passato delle cose, alla ricerca di aspetti sorprendenti o curiosi aneddoti. Secondo me tutto concorre a restituire tridimensionalità anche a mondi e società ormai scomparsi e da cui, forse, riceviamo in eredità qualcosa.

Gustose teorie

Sono tante le teorie che tentano di ricostruire un po’ la storia di questo caratteristico comfort food giapponese. Sono però tutte concorde nel sottolineare la loro origine decisamente antica.

Pare vi siano testimonianze dell’esistenze di onigiri già a partire dal remoto periodo Yayoi che va, all’incirca, dal 400 a.C. al 300 a.C.! Sappiamo inoltre che ad essi venne attribuito il nome 屯食 tonjiki a partire dal periodo Heian (periodo d’oro della letteratura!) che va dall’VIII al XII secolo d.C.

Secondo il mio amatissimo e già più volte citato libro 「江戸の食卓」Edo no shokutaku (La tavola del periodo Edo), in epoca Heian questi tonjiki (di riso mischiato a miglio ed altri cereali poco pregiati) si servivano ai visitatori di basso rango durante determinati eventi e funzioni presso la corte imperiale. Poiché era considerato un cibo povero, agli ospiti di particolare riguardo si riservavano ben altre leccornie. Alcuni studiosi sostengono che venissero preparati unicamente per la servitù.

Si dice inoltre che questi predecessori degli onigiri venissero modellati a forma di uovo e poi avvolti in foglie di quercia. È la stessa Murasaki Shikibu nel suo celebre Genji Monogatari, capolavoro della letteratura mondiale dell’XI secolo, a descriverceli proprio così, come parte di un picnic.

Sempre secondo il libro Edo no shokutaku, il consumo degli onigiri proseguì fino al periodo Sengoku (noto anche come periodo degli Stati belligeranti), tra il 1467 e il 1603, ovvero l’inizio del periodo Edo. In quel periodo gli onigiri facevano parte della dieta militare, sebbene – secondo alcuni ricercatori – se ne cibassero solo i soldati semplici. I grandi guerrieri di alto rango non rinunciavano a banchetti più sostanziosi, anche se in territorio di guerra.

Graziosa illustrazione tratta dal libro Edo no shokutaku e che ci mostra un samurai ghiottone che divora, con grande appetito, gli onigiri che prepara questa bella fanciulla.

Nel periodo Edo l’onigiri, un po’ come la letteratura, conobbe un periodo di diffusione in tutte le fasce della popolazione arricchendosi della caratteristica alga nori come saporito involucro. Persino in ambito militare non erano più solo uno spuntino per soldati semplici ma anche per i nobili samurai. Anche grazie alle xilografie dell’epoca Edo abbiamo la certezza della maggior accessibilità di questo umile ma gustoso spuntino: sono esse, infatti, a mostrarci la gente comune intente a rifocillarsi con queste squisite e pratiche polpette.

Pellegrini a riposo a Fujisawa. Particolare di una xilografia del XVIII secolo facente parte delle famose Cinquantatré stazioni del Tōkaidō, di Utagawa Hiroshige.

Caratteristiche generali degli onigiri

Lasciamo da parte ora la storia e vediamo quali sono le caratteristiche degli onigiri, diciamo, moderni.

Il nome deriva dal verbo 握る nigiru ossia modellare con le mani. Sono composti da riso cotto al vapore e insaporiti a piacere da farciture varie che possono essere a base di pesce, carne o verdura. Si consumano spesso fuori casa, ad esempio a scuola, al lavoro oppure durante una gita. Generalmente sono le mamme a prepararli in casa ma ovunque andiate in Giappone li trovate anche in vendita già pronti, soprattutto nei konbini (piccoli negozi di quartiere aperti ventiquattrore su ventiquattro) e nei supermercati.

Hanno spesso la caratteristica forma triangolare ma non è l’unica possibilità: gli onigiri, infatti, possono essere a forma cilindrica, sferica oppure li si può modellare con graziosi stampini a forma di cuore, fiore, stellina, orsetto ecc.

Due mie creazioni: a sinistra un bentō contenente onigiri sferici abbelliti da alga nori disposta a raggiera e a destra alcuni onigiri che avevo preparato nella mia cucina di Sagamihara.

L’aceto negli onigiri?!

Gli onigiri si possono farcire a piacimento quindi sfatiamo il mito che debbano essere preparati graniticamente solo in questo modo o quell’altro. Tuttavia, c’è una regola: contrariamente a quanto si vede spesso in rete e addirittura in certi acclamati ricettari (La cucina incantata purtroppo è uno di questi), l’onigiri non è nella maniera più assoluta un sushi. Quindi innanzitutto è molto strano trovarlo sul menù di un ristorante. Inoltre, proprio perché non è un sushi non lo si condisce con l’aceto. Mai!

Farciteli come volete, anche all’italiana con paté di olive e un formaggio spalmabile (versione proposta da un ricettario giapponese autentico) o con pomodori secchi e capperi. Ma non mettete l’aceto nel riso. Se per caso vi doveste trovare lì lì per commettere questo imperdonabile errore, immaginate un mio rimprovero!

Come base si utilizza solo del riso giapponese bianco cotto al vapore, scondito. Immaginatelo come fosse una tela bianca su cui poi sarete voi artisti chef a creare un appetitoso onigiri.

Versioni famose degli onigiri

Ricordiamo solo alcune tra le più famose versioni di onigiri normalmente in commercio in Giappone oppure preparate nelle cucine domestiche:

Shio: riso modellato con mani bagnate di acqua salata
Nori: il classico, solo con un foglietto d’alga nori
Goma: con semi di sesamo
Mame-gohan: con piselli
Umeboshi: con umeboshi o prugne salate
Ten-musu: con gambero in tenpura
Konbu: con alga konbu
Ikura: con uova di salmone
Tsuna-mayo: con tonno e maionese
Takikomi-gohan: con riso arricchito da vari ingredienti
Katsuo-bushi: con scaglie di tonnetto essiccato
Sake: con salmone
Sekihan: con fagioli rossi
Wakame: con alga wakame
Yaki-onigiri: onigiri alla piastra
Tororo-konbu: con alga konbu grattugiata
Tarako: con una specie di caviale di uova di pollack d’Alaska marinate
Nitamago: con uovo sodo morbido
Ume-yukari: con umeboshi e shiso rosso

Cosa occorre?

Come già precisato, non ci sono limiti nelle farciture degli onigiri. L’unica regola è evitare assolutamente di mettere l’aceto nel riso poiché non stiamo preparando il sushi. Per il resto, abbiamo carta bianca.
Nei ricettari moderni e contemporanei giapponesi, infatti, non compaiono solo le versioni tradizionali come quelle che ho citato poco più su ma anche tante nuove varianti frutto della fantasia.

Serve però ovviamente l’ingrediente di base: il riso. Quale? Per non fare errori, acquistate un qualsiasi riso etichettato come riso per sushi o con la dicitura equivalente inglese sushi rice. È importantissimo che non usiate risi a chicco lungo (come il basmati, jasmin o thai) e nemmeno varietà per risotto. Deve essere una riso giapponese, a chicco corto. Per sicurezza acquistate quello appositamente confezionato per sushi.

Riso per sushi che ho utilizzato per la ricetta. Non è necessario che sia di questa marca. L’importante è che sia commercializzato come riso per sushi. Se non doveste trovarlo, usate un originario.

Ciò però non vuol dire condirlo da sushi, mettendoci l’aceto. Forse è da lì che nasce questo vistoso errore?

Per la preparazione corretta del riso alla giapponese vi rimando ad un mio vecchio articolo che trovate qui e che vi aiuterà ad acquisire le basi della preparazione. Vi servirà anche qualora aveste una cuociriso elettrica. Rispetto a quando scrissi quell’articolo, adesso credo sia più facile trovare in commercio il riso giapponese d’importazione. Ma resta valido il consiglio del riso per sushi oppure un semplice originario.

Sono orgogliosa del fatto che questa mia guida e ricetta dedicata alla cottura del riso giapponese sia diventata quella di riferimento di Barbara Fontanel, la Panificatrice Folle.

Per le farciture e condimenti, come già specificato, siete molto liberi di procedere come preferite, anche in base a ciò che avete in dispensa.

Nei negozi di alimentari asiatici trovate spesso i cosiddetti ふりかけ furikake, ossia dei condimenti secchi (a base di verdure ma a volte anche di pesce e carne) da aggiungere direttamente al riso cotto.

Questi sono due furikake che ho nella mia dispensa in questo periodo:

Il furikake di sinistra si chiama Hiroshi a base di una saporita verdura proveniente da Hiroshima. Quello di destra è a base di pepe e scorza di yuzu.

Per la versione che vi propongo oggi non servono furikake.

Per quanto riguarda la forma, invece, potete usare tranquillamente le mani. Tradizionalmente gli onigiri si modellano con le mani dando ad essi la forma che si preferisce: quella classica tradizionale ma anche a forma sferica, cilindrica ecc.

Modellare gli onigiri…senza stampini!

Gli stampini rendono un po’ più veloce e agile il tutto ma non sono assolutamente indispensabili. Per la ricetta di oggi ho modellato il riso con le mani leggermente inumidite.

I miei stampini da onigiri che però non uso quasi mai. Preferisco la forma irregolare data dalle mani.

Il protagonista di oggi: il Bok Choy

La versione degli onigiri che vi propongo oggi non è di mia invenzione; esiste infatti già da tempo nei ricettari giapponesi contemporanei.

L’ingrediente principale, oltre al riso naturalmente, è una verdura asiatica che a me piace molto. È la bietola cinese, chiamata Bok Choy (traslitterazione prescelta nell’inglese americano) oppure Pak Choi, secondo la traslitterazione prevalente nell’inglese britannico.
Io ho conosciuto questo ortaggio come Bok Choy quindi per me resta in questa forma.

Un Bok Choy fresco, acquistato al negozio della mia amica vietnamita Nu.

In giapponese questo ortaggio si chiama チンゲンサイ chingensai.

La ricetta

Vediamo subito gli ingredienti per quattro o cinque onigiri. Il numero di onigiri varierà logicamente in base alla loro grandezza.

Circa 150g di riso giapponese crudo (+ circa 225g d’acqua per la cottura ma per questa fase, se non sapete come fare, vi consiglio il mio procedimento qui)
1 Bok Choy
1 cucchiaino scarso di granulare per dashi di pesce*
mezzo cucchiaio di semi di sesamo tostati
mezzo cucchiaio di olio di sesamo tostato
sale q.b.

*Se si vuole rendere vegetariani questi onigiri, si può omettere il dashi di pesce del tutto. Volendo, lo potete sostituire con del konbu-dashi oppure saltarlo del tutto.

Konbudashi in polvere. Il konbudashi può essere una buona alternativa vegetariana in tutte le ricette in cui è previsto il dashi di pesce. Se non lo trovate in versione granulare si può facilmente preparare in casa con acqua e naturalmente l’alga konbu.

Per prima cosa occorre cuocere il riso. Durante la cottura, preparare il condimento degli onigiri procedendo in questo modo:

Tagliare abbastanza finemente il Bok Choy. Lavarlo bene dopodiché trasferirlo in un contenitore capiente in cui verserete abbondante acqua bollente. Lasciare a mollo per circa due o tre minuti poi scolare e strizzare le verdure bene.
A questo punto, tagliuzzarle ancora e mescolarle al riso cotto, amalgamando bene il tutto con delicatezza per non rompere i chicchi. Aggiungere il sesamo, il dashi (se lo usate) e l’olio di sesamo.
Mescolare ancora una volta.
Inumidirsi le mani con acqua salata e iniziare a modellare gli onigiri nella forma desiderata.

Consumare subito. Gli onigiri si mangiano appena fatti, possibilmente. E se li fate per gli altri, o qualcuno li prepara per voi, ancora meglio: si dice, infatti, che essi assorbano un po’ dell’affetto di chi li prepara e che poi percepirete già dal primo morso.

Eccoli qui i deliziosi onigiri al Bok Choy.

Io li ho serviti per pranzo, accompagnati da una semplice zuppa di miso con spinaci, tofu e cipollotto.
Per la zuppa di miso potete seguire il mio articolo qui oppure il mio video.

L'argomento di oggi sono gli onigiri: ne vediamo la storia, qualche aneddoto e una bellissima ricetta che potrete realizzare facilmente.

Dai ricordi italiani di Mari Yamazaki

Mari Yamazaki è una famosa fumettista che ha studiato Belle Arti a Firenze e ha formato un legame molto forte col nostro Paese in cui vive da moltissimi anni. Nell’arco della sua carriera ha scritto e creato molto di ambientato in Italia, proprio grazie alla sua passione, conoscenza ed esperienza diretta.

Nel 2019 ha pubblicato un saggio intitolato 「パスタ嫌い」Pasuta-girai (Odio la pasta) in cui racconta il suo rapporto col mondo e come esso prenda forma attraverso le papille gustative. Non si definisce una né una pignola gourmet né una fine intenditrice di eccellenze regionali. Semplicemente ama mangiare e scoprire le culture del mondo attraverso i sapori che esse custodiscono. Il titolo dell’opera, volutamente provocatorio, fa proprio riferimento ad una sua presunta indifferenza (se non addirittura antipatia) nei confronti della pasta, a favore di piatti – italiani e non – che secondo lei sono di gran lunga migliori.

In questo saggio, la Yamazaki racconta un fatto buffo capitatole qui in Italia, in treno. Lo riporto perché mi ha fatto sorridere e perché ha smosso le corde della mia esperienza personale all’estero: il sentirsi osservata, diversa ma alla fine – forse – non poi così tanto.

Qui di seguito la mia traduzione del brano tratto da Pasuta-girai:

Non appena iniziai a mangiare questo onigiri, una strana atmosfera pervase lo scompartimento. Forse era l’odore caratteristico delle alghe che probabilmente gli italiani non sono abituati a sentire. A vederli così non sembravano proprio capire cosa stessi mangiucchiando. Nel posto di fronte a me sedeva un bambino in età prescolare e accanto a lui sua madre. Il bambino, che fissava quello che stavo mangiando con gli occhi socchiusi, mormorava timidamente a bassa voce (ma che si riusciva comunque a sentire): “Mamma, quella signora sta mangiando qualcosa che sembra la testa di un bambino ……”.


Zuppa di harusame

Torno a scrivere proponendovi un breve intermezzo gastronomico che stuzzichi un po’ il palato in attesa della continuazione della mia serie dedicata a Pearl S. Buck (introduzione e parte prima). In questo gustoso intervallo, condividerò con voi una ricetta del repertorio della cucina casalinga giapponese: la zuppa di harusame.

Ripenso con affetto alla rubrica, iniziata tempo fa qui sul blog, in cui periodicamente proponevo ricette autentiche ma tutte riproducibili facilmente (e con poca spesa!) anche da noi.

Date un’occhiata, ad esempio, al のり酢あえ Norizuae. Oppure agli おやき Oyaki. O il cliccatissimo カレーライス Karē-raisu. E se vi piacciono ci sono anche i どら焼き Dorayaki che pubblicai proprio agli inizi di quel 2020 che nessuno di noi potrà mai dimenticare. E molto altro ancora. Andate a curiosare nella categoria Ricette.

Provvidenziali rovesci di primavera

La ricetta che ho scelto oggi è la zuppa di harusame. La parola harusame si scrive coi seguenti caratteri:

Il primo carattere in alto si legge haru e significa primavera. Il secondo, che tra l’altro ricorda molto una giornata di pioggia vista da dietro una finestra, in questo caso si legge same e ha il significato di pioggia, appunto.

Insieme formano la parola harusame che indica quella pioggia primaverile molto delicata e che scende senza fare rumore. Viene giù dolcemente, dissetando le piante e la terra che tanto hanno atteso.

È un tipo di pioggia, infatti, noto anche col preziosissimo nome di 慈雨 ji-u ovvero pioggia benedetta: quel ristoro tanto desiderato, soprattutto dopo sofferti periodi di siccità.

Nella mia biblioteca giapponese ho un libro intitolato 「季節の言葉」Kisetsu no kotoba (Parole stagionali) di cui avevo raccontato qualcosa qui. In quell’articolo troverete anche una squisita ricetta!

Kisetsu no kotoba
Kisetsu no kotoba

Non a caso, infatti, harusame è presente in questo meraviglioso libro. Essa, inoltre, fa parte dei cosiddetti 季語 kigo, ossia riferimenti stagionali presenti negli haiku. Per ulteriori approfondimenti in materia, vi consiglio di leggere le Armonie stagionali dello studioso Luca Cenisi.

Cacciatorpedinieri e … legami gastronomici

La parola harusame, tuttavia, ha altri due significati.

Era il nome di un cacciatorpediniere della Marina Imperiale giapponese, impegnato in varie operazioni nel dopo Pearl Harbor. Alcuni bombardieri statunitensi lo colpirono ed affondarono nel giugno del 1944, sancendone, così, la fine.

Fonte immagine.

A causa del bombardamento, settantaquattro persone persero la vita. Fu inviato un altro cacciatorpediniere a soccorrere i naufraghi di Harusame; quest’altra imbarcazione, curiosamente, si chiamava 時雨 Shigure.
Shigure è il nome di quella pioggia tipica del periodo tra la fine dell’autunno e gli inizi dell’inverno.

I nomi delle navi giapponesi, tradizionalmente, hanno caratteristiche specifiche a seconda che si tratti di navi mercantili o da guerra. Nel caso di quest’ultime generalmente ad esse non vengono dati nomi di persone ma solo di animali, montagne, isole oppure fenomeni atmosferici. Come la pioggia.

Il secondo significato di harusame, tuttavia, ci allontana dalle navi di guerra e ci avvicina al confortante mondo della cucina giapponese. Sono infatti quegli spaghettini trasparenti, conosciuti da noi (grazie, prevalentemente, all’influenza della cucina cinese) come spaghetti di soia.
Storicamente gli harusame cinesi e giapponesi si distinguono per il tipo di amido con cui vengono preparati: quelli cinesi con amido di soia verde (fagioli mungo) mentre quelli giapponesi con amido di patate.

Spaghetti di soia cinesi, facilmente reperibili un po’ ovunque ormai. Questi, essendo cinesi, sono a base di amido di soia verde.

Questi spaghetti vengono chiamati harusame perché, effettivamente, ricordano un po’ la forma dei fili sottili di pioggia primaverile. E della pioggia acquisiscono la diafanità dopo la cottura.

Poetici collegamenti tra la natura e la buona tavola. Il tutto condito (è il caso di dirlo!) da una pennellata forse un po’ fosca di tinte belliche.

Origine degli spaghettini harusame

Un pacchetto di harusame giapponesi. Fonte illustrazione.

Le origini di questi spaghetti sono indubbiamente cinesi. Secondo alcuni studiosi, furono introdotti in Giappone nel turbolento periodo Kamakura (1185-1333). Al tempo il Giappone, pur non essendo ancora un Paese unito, aveva già intrapreso da qualche secolo i contatti con la sua prima e grande maestra: la Cina.
A quei tempi gli harusame venivano importati da lì e assaporati prevalentemente nei templi, come parte della 精進料理 shōjin-ryōri cioè la cucina vegetariana buddista.

Un tradizionale vassoio con piatti della cucina vegetariana buddista. Fonte immagine.

Come vedremo in seguito, le coltivazioni di soia verde non ebbero molto successo in Giappone. Questo però non significa che non ci furono dei tentativi. Esistono alcuni documenti risalenti al periodo Edo (1603-1868) in cui sono descritti alcuni metodi di semina e raccolta della soia verde chiamata ヤエナリ Yaenari.
Addirittura, in un ricettario di dolci del tardo periodo Edo (1841), intitolato 「菓子話船橋」Kashiwa Funabashi (consultabile qui) si trova la ricetta dello 八重成羹 Yaenari-kan: uno yōkan di soia verde, appunto. La ricetta appare in elenco proprio qua.
E a proposito di yōkan, ad essi ho dedicato vari scritti negli anni, un po’ come a tutta la pasticceria tradizionale giapponese. Uno piuttosto recente è la mia Ode allo Yōkan.

La produzione nazionale di harusame sarebbe iniziata solo molti secoli dopo, più precisamente nel vicinissimo periodo Shōwa (1926-1989). Dalla Cina arrivarono addirittura dei tecnici specializzati che insegnarono ai vicini giapponesi come realizzare gli harusame. Tuttavia, per ragioni climatiche, pare che la coltivazione della soia verde (da cui ricavare l’ingrediente principale, cioè l’amido) non riuscisse ad attecchire a dovere e si dovette quindi percorrere una via alternativa. Si scelse di usare un ingrediente già molto diffuso in Giappone: l’amido di patate dolci.

Da allora gli harusame, prodotti tra l’altro solo in poche zone del Giappone, sono sempre a base di amido di patate dolci.

A dire la verità le differenze tra le due tipologie sono minime, quasi trascurabili. A livello di spessore, quelli cinesi tendono ad essere un po’ più sottili rispetto a quelli giapponesi. Più marcatamente ciò che salta all’occhio è il loro aspetto da crudi: quelli cinesi solitamente sono piegati e venduti in piccole matasse legate con un filo mentre quelli giapponesi sono dritti, come spaghetti.

Classici harusame giapponesi dritti. Fonte immagine.

Potete tranquillamente usare gli harusame cinesi (chiamati 粉絲 fěnsī) per tutte le ricette giapponesi in quanto sono molto più facili da trovare. In alternativa, potete anche utilizzare quelli coreani (dangmyeon), spesso a base di amido di patate dolce ma caratterizzati da un colore decisamente più scuro. Quindi, per ragioni estetiche, gli harusame cinesi sono un equivalente ideale.

Richiami letterari: Harusame Monogatari

Prima di passare alla ricetta penso sia doveroso anche menzionare un grande scrittore del periodo Edo: 上田秋成 Ueda Akinari.

Scrittore, poeta e anche pittore, Ueda Akinari scrisse numerose opere spesso caratterizzate da elementi fantastici che attingevano dalle tradizioni letterarie cinesi.
Vorrei ricordare due sue opere, entrambe disponibili anche in traduzione italiana: 雨月物語 Ugetsu Monogatari (Racconti di pioggia e di luna, 1768) e 春雨物語 Harusame Monogatari (Racconti della pioggia di primavera, 1808).

Dieci racconti che ripropongono eventi storici rivisti, però, da un’ottica fantastica e satirica.

Zuppa di harusame

Arriviamo finalmente alla ricetta. Si tratta di una specialità della cucina casalinga giapponese, la 家庭料理 katei-ryōri. È considerato un esempio di comfort food cioè di cucina semplice e povera ma – proprio per questo – deliziosa e confortante. Si prepara in pochi attimi, spesso con ciò che si ha a disposizione in frigo e in dispensa.

Vedrete, infatti, che si può facilmente modificare per adeguarla ai propri gusti.

Ingredienti per 2 persone

20g di harusame
Un pezzetto di cipollotto tritato (circa 30g)
1 cucchiaino scarso di alga wakame essiccata
1 cucchiaino di olio di sesamo tostato
semi di sesamo tostati q.b.
un pizzico di sale
un pizzico di pepe
1 cucchiaino di salsa di soia
mezzo cucchiaino di granulare di pollo (o vegetale)
400ml d’acqua

In un pentolino versare: l’acqua, il dado granulare, la salsa di soia, sale e pepe. Portare ad ebollizione e aggiungere il cipollotto tritato, l’alga wakame essiccata e gli harusame. Mettere il coperchio e lasciare cuocere a fiamma dolce per circa 2 o 3 minuti.
Trascorso questo tempo, spegnere il fuoco e aggiungere l’olio di sesamo.
Servire in scodelle e guarnire con i semi di sesamo tostato.

Se si gradiscono spaghettini più corti, potete spezzare gli harusame prima della cottura.

Possibili varianti: molto amata è la versione in cui si aggiunge un uovo sbattuto direttamente nel brodo.
Come verdure, consiglio di sperimentare con carote, shiitake e spinaci.

Estemporanee considerazioni finali

La pioggia è il tema fondante di un mio racconto mai pubblicato intitolato Namio. Non so se mai lo pubblicherò, sulle orme dell’esperimento delle Parole di Sho. Non lo so. Dentro di me sento il desiderio di scrivere, di raccontare, di continuare a distillare il mondo attraverso i miei occhi e il mio sentire. Ma mi domando veramente se ne valga la pena. Ci sono momenti in cui mi sento sopraffare da un senso di scoramento dovuto alla consapevolezza che forse non ho la stoffa per andare oltre il mio blog.

Scrivo quel che sento, con gli strumenti di cui dispongo. E probabilmente è questo che mi relega in una dimensione anacronistica e démodé. Ma io non posso essere diversa da quella che sono e non voglio neppure provarci.

Queste confidenze conclusive hanno deciso di zampillare liberamente, a completamento di questo articolo. Nel complesso chi mi legge resta per me un mistero. In buona parte non so chi siate né se o perché mi leggiate.

Sulla scia di finissime piogge primaverili vi do appuntamento alla continuazione della serie dedicata a Pearl S. Buck.

Pearl S. Buck e il suo Giappone: prima parte

Per la parte introduttiva a queste mie pagine dedicate a Pearl S. Buck e il suo Giappone, cliccate qui.

Pearl S. Buck nel suo studio della casa in 520 Dublin Road, Perkasie, Pennsylvania. Foto di proprietà di Yousuf Karsch.

Attingere dal vissuto altrui, che sia attraverso un libro oppure un’amichevole chiacchierata, è un’esperienza che definirei caleidoscopica. Lo è perché l’ascolto attento di questi racconti è paragonabile al momento in cui l’occhio curioso si avvicina allo spioncino del caleidoscopio e viene dolcemente accompagnato in un mondo nuovo.

Poter, quindi, degustare il ricchissimo vissuto di Pearl S. Buck è essa stessa un’esperienza. Lei non è più qui per poterci raccontare direttamente la sua vita ma mi auto-assegno questa responsabilità. Almeno per quel che riguarda il suo singolare rapporto col Giappone.

Dove eravamo rimasti?

Poco dopo aver finalmente conosciuto Pearl S. Buck attraverso varie sue opere, quell’anno tornai in Italia. Mancavo da diversi anni e l’idea di un ritorno, anche se solo di poche settimane, mi elettrizzava fino a togliermi il sonno. Ero consapevole di essere cambiata profondamente. Ritornavo con una lingua in più che nel frattempo si era sovrapposta prepotentemente sulla mia. E con tutte le ramificazioni che questo comporta.

Tornavo con addosso l’odore di America, come mi diceva sempre mia madre.

Ritornavo, però, anche senza l’innocenza con cui ero partita e con una copiosa spolverata di disincanto in più tra i capelli.

Non mi soffermerò a descrivere quell’esperienza che, forse, appartiene ad un altro capitolo. Qualcosa però accennai nei miei Pensieri fluviali che potete leggere qui.

Quel memorabile, seppur breve, ritorno in Italia fu caratterizzato da una preziosa parentesi.

Interludio lagunare

Se sapessi disegnare avrei illustrato così quel giorno. Fonte immagine.

Nelle settimane prima di partire per l’Italia feci un qualcosa d’insolito. Osai con quella buona sfrontatezza che forse bisognerebbe sfoderare più spesso per evitare piccoli tormentosi rimpianti. Ora vi spiego. Nel mio ostinato studio del cinese, sorretto dalle letture aurorali di Pearl S. Buck, mi accompagnava questo libro:

Un testo fondamentale per chiunque si avvicini con serietà allo studio del cinese. L’autrice è Magda Abbiati, professore ordinario di lingua e letteratura cinese all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Ebbene, scrissi alla professoressa Abbiati. Così, dal nulla. E le raccontai per filo e per segno la mia pervicace avventura autodidattica del cinese. Probabilmente il mio messaggio deve esserle sembrato simile al racconto a perdifiato di una bambina emozionata che si mangia le parole.

Non conoscevo la professoressa, se non solo di nome grazie a questo suo libro che in quel periodo era un punto di riferimento importantissimo.

E altrettanto sfacciatamente le chiesi di poterci incontrare. Non la conoscevo eppure già provavo per lei una profonda ammirazione; dopotutto era riuscita a domare una lingua così complessa come il cinese fino ad averne pieno controllo. Quasi non mi sembrava vero e desideravo poterle stringere la mano in segno di rispetto.

Pensavo a Pearl S. Buck. E pensavo a come questa professoressa, in qualche modo, fosse riuscita a conquistare quel sapere complesso. Figure da cui si resta ammaliati per il loro ricco sapere.
Come anche nel caso di una persona d’eccezione che ho scoperto di recente: la formidabile Tina Kanagaratnam dell’agenzia di relazioni pubbliche AsiaMedia nonché – che coincidenza – esperta appassionata di Pearl S. Buck.

La professoressa mi rispose con eccezionale gentilezza, accettando d’incontrarmi.

Un aereo da San Diego mi portò in Italia, a Torino. E da Torino partii alla volta di Venezia.

Non conoscevo Venezia ma me ne innamorai non appena scesi a Santa Lucia. Un’emozione che culminò la sera seguente quando, in una qualche forma di sindrome di Stendhal, non riuscii a trattenere le lacrime in piazza San Marco.

Alloggiai a Palazzo Sant’Angelo, sul Canal Grande. Quello stesso giorno avevo l’appuntamento con la professoressa Abbiati.

L’incontro

Portai con me il quaderno militare con la copertina in tessuto verde. Sì, proprio quello sulle cui pagine avevo iniziato – da sola e con tratto tremante – a tracciare i primi caratteri con una semplice matita. Con un orgoglio striato di imbarazzo, desideravo mostrarle quelle pagine arricciate ai bordi, cariche di inchiostro e grafite. Pagine che avevano pazientemente accolto i miei tratti molto incerti ma ostinati.

Incontrai la professoressa. Prendemmo un gelato e passeggiammo lentamente per un po’. Mi disse che mi avrebbe portata a scoprire qualcosa della Venezia nascosta, quella che la città gelosamente custodiva dietro un prezioso sipario ornato. E così fu.

In quegli istanti, non so proprio perché, ma nella mia mente riaffiorarono alcune scene del film Anima persa di Dino Risi, con Vittorio Gassman e Catherine Deneuve. Probabilmente perché di quel film, oltre la trama psicologica complessa, mi colpirono in particolare le ambientazioni in una Venezia ombrosa e decadente di cui avrei desiderato sentire l’odore e ammirare i colori cupi.

Camminammo a passo lento per un lasso di tempo che non saprei quantificare. Forse erano due ore o mezza giornata. Non lo so. Non saprei nemmeno ritrovare buona parte delle calli che percorsi con la professoressa, assieme alle sue spiegazioni colte e intriganti. Tra i luoghi visitati, ricordo solo che mi portò al sestiere di Cannaregio, al ghetto ebraico della città.

Non c’era quasi nessun altro oltre noi. E pensare che a pochi metri di distanza, invece, si udiva l’infervorato vociare dei turisti di cui, in quel momento, non mi sentivo parte. Per un breve attimo fu come essere in una delle piazze metafisiche di De Chirico: uniche presenze viventi in mezzo ad un silenzio abitato solo da palazzi, statue e le loro ombre.

Sulla panchina

Ci sedemmo su una panchina di pietra rivolta verso la laguna e rimanemmo per un po’ in quel silenzio greve che affiora tra estranei. Dopotutto, non ci conoscevamo. Chiusi gli occhi, inspirai, presi coraggio e le mostrai il mio quaderno.

Lei lo sfogliò con cura, apprezzando il mio lavoro ed esprimendo stupore per tutto questo mio caparbio entusiasmo. Ricordo che, con amorevole fare didattico, mi chiese di riscrivere il carattere di scodella perché come lo tracciavo io non era ben equilibrato. Un carattere di cui non avrei avuto molta simpatia nemmeno in giapponese ma che avrei sempre cercato di scrivere con attenzione…perché la professoressa mi aveva detto di fare così.

Mi aiutò poi a ripassare i fonemi del cinese, soffermandosi su quelli più ostici.

I nostri occhi lasciarono le pagine del mio quaderno e si posarono sulla laguna. Ci fu altro silenzio che la professoressa interruppe dicendomi che sarebbe stato possibile fare un giro in gondola senza spendere tanto come fanno di solito i turisti. Incredula, accettai la proposta e cominciai a fantasticare di una specie di gondola segreta.

Il mio quaderno verde era esattamente così, un classico log book della Marina Militare americana.

Prima però emerse un altro momento di silenzio. Questa volta fui io ad interromperlo sentendo la bizzarra necessità di raccontarle qualcosa di me. Un coraggio propulso dalla fugacità del momento. In fondo, eravamo estranee e le mie confidenze sarebbero rimaste con lei.

In quell’istante mi sentii perfettamente a mio agio e allora le raccontai alcune cose della mia esperienza americana. Sì, la mia vita poteva sembrare idilliaca dall’esterno ma era, dopotutto, una vita come tante. Con i suoi spigoli e i suoi molti momenti di buio. La professoressa mi ascoltò in un silenzio di comprensione sincera accogliendo la condivisione estemporanea di quei miei frammenti di tenebre.

Che momento singolare, se ci ripenso.

Un garbato arrivederci

Ci alzammo e ci dirigemmo verso lo stazio e salimmo su una gondola semplice, grigia. Era lei! Deliziosamente disadorna e autentica. Mi disse che avremmo attraversato la laguna come dei veri veneziani!

Che emozione scivolare silenziosamente su quelle acque ondeggianti, circondata da così tanta bellezza.

Scendemmo in un luogo inghiottito dalla memoria. Ringraziai di cuore la gentile professoressa per il suo tempo e la sua generosità e – un po’ a malincuore – la salutai.

Un garbato arrivederci che invigorì ancora di più il mio desiderio di continuare a studiare, indipendentemente dalla strada su cui questi studi mi avrebbero condotta.

Pearl S. Buck: un infinito non condensabile

Foto di Clara Sipprell. National Portrait Gallery, Smithsonian Institution; donata da Phyllis Fenner. 

Tornai alla mia vita negli Stati Uniti, alla mia routine di sempre. Alla mia semplice vita californiana: al mio lavoro, ai miei libri, ai miei studi, alle mie letture di Pearl S. Buck.

Pearl Comfort Sydenstricker – questo era il suo nome per esteso – nacque il 26 giugno 1892, venticinquesimo anno Meiji, a Hillsboro, nel West Virginia. Il cognome Buck, che tra l’altro lei detestava, era del suo primo marito, John Lossing Buck con cui convolò a nozze nel 1917.
I suoi genitori, il reverendo Absalom Sydenstricker e Caroline Stulting, erano missionari presbiteriani di stanza in Cina. In quel periodo i genitori avevano quasi concluso il loro periodo di licenza quando, dopo la nascita di Pearl, ripartirono alla volta della Cina dove ripresero il proprio lavoro missionario.

I genitori di Pearl Buck: Caroline Stulting e il reverendo Absalom Sydenstricker.

Pearl e la sua famiglia vissero nella città di Zhenjiang, nel punto in cui il maestoso eppur mansueto Fiume Azzurro incontra il Gran Canale della Cina.

Vecchia veduta della città di Chinkiang (Zhenjiang nella traslitterazione moderna), sul punto di congiunzione tra il Fiume Azzurro e il Gran Canale.

Fin da piccola, Pearl visse tra i cinesi e non nei quartieri privilegiati degli stranieri. Giocava con bambini del posto ed era seguita da una balia cinese. Al mattino sua madre le impartiva lezioni in inglese mentre al pomeriggio la didattica era interamente affidata al Maestro Kung che l’accompagnava nello studio della lingua cinese e dei classici confuciani. La sera, invece, il padre le leggeva dei brani tratti dalla Bibbia.

La sua lingua madre era il cinese e non l’inglese. E per tutta la vita avrebbe sempre trovato più naturale esprimersi in cinese sebbene il suo inglese, naturalmente, fosse impeccabile e impreziosito da una cadenza particolarmente ricercata ed elegante.

Amava definirsi culturally bifocal sebbene, come ci ricorda il suo biografo Peter Conn (1996), fin da giovanissima si sentisse un pesce fuor d’acqua in entrambi i Paesi nonché un’estranea tra persone diverse da lei. Sempre Conn osserva come Pearl, a differenza di quasi tutti i suoi contemporanei americani, crebbe in una Cina che per lei era il suo unico mondo. La sua realtà naturale. Per lei era proprio l’America ad essere una sorta di El Dorado, di terra quasi mitica su cui favoleggiare diffusamente e non il contrario.

All’età di diciassette anni tornò per la prima volta negli Stati Uniti da quando era nata, per frequentare il Randolph-Macon College a Lynchburg, in Virginia. Completati gli studi al college, Pearl fece ritorno in Cina dove sposò John Lossing Buck, professore americano di agraria.
Pearl e suo marito vissero nel nord della Cina per diversi anni durante i quali lei, da buona e fine osservatrice qual era, iniziò a scrutare più da vicino le famiglie contadine del tempo. Ne osservava attentamente lo stile di vita, le abitudini, il linguaggio. Dentro di lei, ne sono certa, già stavano prendendo forma storie e personaggi che avrebbero popolato i suoi tanti, tantissimi romanzi di grande successo. Quelli furono gli anni che avrebbero contribuito alla formazione di un humus creativo da cui sarebbe germogliata la sua opera maestra: The Good Earth (La buona terra), del 1931. Con quest’opera vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1938 “per le sue intense ed epiche descrizioni della vita contadina in Cina” dei primi del XX secolo. Pearl fu la prima donna americana a ricevere l’agognato riconoscimento.

Prima ancora di The Good Earth, i frutti della sua prorompente capacità narrativa si manifestarono un anno prima, nel 1930, con East Wind: West Wind (Vento dell’est, vento dell’ovest), il suo primo romanzo.

I libri nelle edizioni che ho letto io.

A questi due romanzi seguì una moltitudine di opere: romanzi, biografie, saggi, brevi storie, antologie, articoli di giornale, storie per bambini e molto altro. E di tutto questo solo una piccola parte è stata tradotta in italiano. Scrisse addirittura un ricettario di cui racconterò qualcosa prossimamente, sempre all’interno di questo Speciale Pearl Buck.
Sorprendentemente, vi è un discreto numero di sue storie che non sono mai state pubblicate! Alcuni sostengono che complessivamente abbia prodotto all’incirca mille opere appartenenti ai generi appena citati.

Anni complicati

Nel 1921 Pearl diede alla luce la sua prima e unica figlia: Carol. La bambina nacque con un grave ritardo mentale, un fatto che avrebbe per sempre segnato la vita della scrittrice. Parte della sua alacrità nello scrivere, infatti, era dovuta ad un continuo senso di urgenza nel trovare i fondi adeguati con cui provvedere alle cure della piccola Carol.

Pearl e la piccola Caroline Grace, chiamata da tutti affettuosamente Carol.

Pochi anni più tardi la scrittrice, dopo una devastante diagnosi di tumore uterino, si sarebbe sottoposta ad un’isterectomia che le avrebbe per sempre negato la possibilità di avere altri figli.

Sempre nel 1921, Pearl perse sua madre. Il reverendo Seidenstricker, rimasto vedovo, si trasferì a casa della figlia. Questi tanti eventi sconvolgenti culminarono nel 1927 con il cosiddetto incidente di Nanchino.

Pearl risiedeva a Nanchino assieme alla sua famiglia già da alcuni anni.

L’incidente di Nanchino

Si trattò di una serie di fatti avvenuti nell’arco di una settimana, nel marzo del 1927 durante la presa di Nanchino da parte del KMT. Il KMT (Kuomintang) è lo storico partito nazionalista cinese di Taiwan. Inizialmente l’esercito del KMT riuscirono nel proprio intento senza incontrare particolari resistenze. Tuttavia, il 24 marzo esso iniziò a scontrarsi con forze straniere provenienti da Gran Bretagna, America e Giappone. Questa situazione di altissima tensione sfociò in un’azione di saccheggio perpetrata da parte dell’esercito nazionalista nei confronti delle case e attività dei residenti stranieri in città.

Distruzione, terrore e morti furono il disastroso bilancio di quella settimana infernale che sancì una grave rottura dei rapporti diplomatici tra le tre potenze e Taiwan. Gran Bretagna, America e Giappone pretesero ingenti risarcimenti per i propri cittadini nonché punizioni esemplari verso i responsabili dei saccheggi.

Pearl e i suoi famigliari scapparono trovando rifugio per un giorno presso la casa di alcuni amici cinesi. Furono tratti in salvo da una cannoniera americana che li scortò via fiume fino a Shanghai da cui, poi, salparono per il Giappone, più precisamente per la Prefettura di Nagasaki, a Unzen, dove si sarebbero rifugiati per un anno.

The People of Japan

Questo il titolo di un emozionante saggio che l’autrice pubblicò nel 1966. In esso Pearl descrive un Giappone viscerale, quello della sua esperienza, dei suoi ricordi. Ma anche un Giappone più remoto.

L’autrice, infatti, con quel tono confidenziale caratteristico dei suoi saggi, ci svela che il Giappone divenne parte del suo mondo e della storia della sua famiglia ancora prima di nascere. La prima terra asiatica in cui approdarono i suoi genitori, diretti verso la Cina nel 1880, fu proprio il Giappone. La nave fece tappa nelle tre città portuali di spicco: Yokohama, Kobe e Nagasaki.

Pearl sosteneva che questo loro primo giapponese assaggio d’Asia in un certo senso li avesse incantati con l’illusione che in Cina avrebbero trovato un qualcosa di simile. Nulla di più ingannevole.

Continua.

Pearl S. Buck: A Cultural Biography, by Peter Conn, Copyright (c) 1996 Cambridge University Press

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