In questo approfondimento storico esploriamo la vicenda dei cristiani nascosti e degli esiliati a Giacarta nel XVII secolo che merita di emergere dalla coltre polverosa nella quale, lentamente e inesorabilmente, scivolano un po’ tutte le cose del passato.
Ci separano quasi quattrocento anni da quei fatti ma, converrete con me, i sentimenti che li animano sono sempre attuali perché propri dell’essere umano. Poco importano, dunque, l’epoca o la zona geografica.
Prima di aprirvi le porte verso questa toccante vicenda, tuttavia, occorre contestualizzare il periodo storico in cui essa si dipana.
Primo periodo Edo

La nostra storia si svolge intorno al 1630. Il Giappone, in quel periodo, aveva raggiunto l’unificazione da circa tre decenni. Tuttavia, il Paese era ancora immerso in una fase di assestamento e transizione verso la stabilità dopo le lunghe guerre tra daimyō (signori feudali), del periodo precedente denominato non casualmente 戦国時代 Sengoku-jidai, ovvero il periodo degli Stati belligeranti.
Insomma, benché questi processi richiedano tempo, cominciava a profilarsi finalmente un periodo di relativa tranquillità e ordine dopo così tanta sofferenza.
Era infatti iniziata la Pax Tokugawa, un lungo periodo di circa due secoli e mezzo nonché ultimo governo feudale del Paese che sancì la fine del Vecchio Giappone. Era un po’ come se, presagendo che la propria fine non si sarebbe fatta attendere a lungo, si volesse uscire di scena con garbo e dignità prima di consegnare il Paese a nuovi impulsi, nuovi volti, nuove idee. Forse non si sarebbe potuto fare altrimenti: il nuovo premeva per avanzar espingendo bruscamente da un lato tutto ciò che era stato.
L’arrivo dei portoghesi in Giappone

Una delle questioni più spinose del periodo, e che avrebbe caratterizzato il clima nel quale si sviluppò la vicenda protagonista, è proprio il complesso rapporto tra giapponesi ed europei per la cui comprensione occorre andare ulteriormente a ritroso nel tempo.
I primi europei ad approdare in Giappone furono i portoghesi, nel 1543. Qualcuno sostiene che ci fossero già stati tentativi precedenti a quella data ma il 1543 è ufficialmente riconosciuto come l’anno in cui i portoghesi attraccarono nel porto di 種子島 Tanegashima, un’isola nella zona meridionale del Kyūshū, segnando così il primo ingresso di europei su suolo nipponico.
Questi primi portoghesi giunsero in Giappone arrivando dalla Cina meridionale e per questa ragione vennero soprannominati 南蛮 nanban ossia i barbari del sud, un termine originariamente usato dai cinesi (i quali, ricordiamolo, definivano il proprio Paese come il Regno di Mezzo) nei confronti delle popolazioni del Sud-est asiatico.
In seguito, il termine nanban fu utilizzato per etichettare non solo i forestieri ma anche oggetti di artigianato e tessuti realizzati in foggia occidentale o con uno stile insolito ed esotico.

Questa stessa parola si trova anche in riferimento a determinati piatti con possibili legami portoghesi; a tal proposito, mi viene in mente il celebre チキン南蛮 chikin-nanban, ovvero il pollo Nanban, un famoso piatto di pollo fritto accompagnato da una salsa agrodolce e salsa tartara. Il piatto avrebbe origini decisamente più recenti, infatti pare sia stato inventato intorno agli anni Cinquanta del Novecento, ma il suo collegamento coi portoghesi è dovuto alla compresenza di frittura e aceto che suggella il legame coi portoghesi del tempo i quali, tra le varie pratiche, importarono la tecnica del 南蛮漬け nanban-zuke: carni (o pesci) fritti e poi marinati in una salsa agrodolce. Insomma, come lo chiamano sia gli spagnoli sia i portoghesi, il celebre escabeche. Uno stretto parente, dunque, del nostro piemontesissimo carpione!
In merito alle influenze portoghesi sulla cucina giapponese non si può non citare la celebre tenpura di cui vi ho raccontato qualcosa proprio qui.
Lasciamo da parte, per ora, queste gastro-divagazioni e ritorniamo a questioni più ampie.
Commercio, armi e religione

Questi barbari del sud, nel tempo, avrebbero introdotto i giapponesi ad un nuovo flusso commerciale, alle armi da fuoco ma anche ad un nuova dottrina che presto sarebbe stata considerata come sovversiva e pericolosa: il cristianesimo.

Sul piano religioso, infatti, solo sei anni dopo l’arrivo di quei primi portoghesi a Tanegashima (il nome della località venne in seguito utilizzato per denominare la variante giapponese dell’archibugio), il neonato ordine dei Gesuiti iniziò ad inviare dei missionari tra cui lo spagnolo Francesco Saverio, considerato santo dalla chiesa cattolica in seguito alla proclamazione del 1622 ad opera di Papa Gregorio XV, e molti altri predicatori che, per poter condurre al meglio la propria attività di evangelizzazione, spesso si fermavano lì per qualche anno.

Questi primi missionari mostrarono un particolare entusiasmo nei confronti del Giappone perché lì trovarono in un primo tempo un ambiente accogliente, popolato da persone generose e di mentalità aperta anche se, è giusto precisarlo, all’inizio ci fu una certa diffidenza da parte dei giapponesi. Dopotutto, la barriera linguistica, le diverse abitudini e le notevoli differenze nelle fattezze fisiche dei nuovi arrivati erano aspetti difficili da ignorare.
I giapponesi, così abituati all’etichetta e alle formalità, rimasero esterrefatti davanti ai modi di fare di questi sconosciuti. Alcune cronache del tempo raccontano dell’abitudine dei portoghesi di mangiare con le mani, della loro sconcertante inettitudine con le bacchette e della loro tendenza ad esprimere apertamente le proprie emozioni.
Analogamente, cronache portoghesi dell’epoca riportano un notevole senso di stupore per la scoperta di una civiltà regolata da un complesso apparato di norme sociali e dotata di un sistema di scrittura straordinariamente sofisticato.
Insomma, i primi erano perlopiù scandalizzati mentre i secondi sembravano del tutto… affascinati!
Diffusione del cristianesimo
Superate queste diffidenze iniziali, i rapporti bilaterali presto si consolidarono grazie soprattutto al commercio, allo scambio di nuove conoscenze e alla curiosità reciproca. Sul piano commerciale, i portoghesi seppero sfruttare le tensioni tra Cina e Giappone in veste di intermediari negli scambi tra i due Paesi utilizzando la Via della Seta marittima.
Prima i commercianti e poi i religiosi lasciarono un’indelebile impronta nel tessuto sociale giapponese, nel bene e nel male.
All’inizio i giapponesi accolsero la predicazione cristiana con interesse e senza particolari timori. Dopotutto, questa nuova dottrina pareva loro una variante delle tante sette religiose buddiste ampiamente diffuse ed attive su tutto il territorio. Successivamente il cristianesimo venne addirittura rivisto in una sorta di chiave strategica ovvero come un modo per dar contro – spiritualmente e politicamente – alla crescente influenza dei monaci buddisti (Reischauer).
L’opera di proselitismo diede risultati piuttosto considerevoli: pare, infatti, che i convertiti giapponesi al cristianesimo fossero intorno ai trecentomila, all’inizio del XVII secolo. Questi nuovi cristiani provenienti da vari strati della popolazione: dalla classe contadina a quella dei guerrieri. Molti daimyō del Kyūshū, ad esempio, accettarono la nuova religione per convinzione oppure per ottenere particolari vantaggi nei rapporti commerciali con gli occidentali.
Prima amore e poi…odio

La fase da luna di miele tra i giapponesi e il cristianesimo subì una prima e brusca frenata nel 1587 quando 豊臣秀吉 Toyotomi Hideyoshi, il daimyō più potente dell’epoca, cominciò a guardare con sospetto questa nuova religione straniera che sembrava più uno strumento politico con cui acquisire consensi e potere che non una semplice ed innocua alternativa alle sette buddiste. Se lo sentiva: c’era dell’altro, qualcosa di calcolato e astuto in tutta questa predicazione scaltramente sempre più capillare. Si convinse, dunque, dell’urgenza di intervenire.
L’atteggiamento guardingo del daimyō, tuttavia, non scaturì dal nulla o da un suo capriccioso preconcetto anti-cattolico. La sua fu una reazione di esasperazione maturata nel tempo e provocata soprattutto dai continui scontri tra i missionari gesuiti e i monaci buddisti: tra questi due gruppi svanì l’obiettivo di un costruttivo dialogo interreligioso e al suo posto emerse una prolungata ed aspra diatriba.
Al centro di questa polemica affiorava l’atteggiamento sprezzante dei missionari che biasimavano pesantemente i monaci per varie ragioni. Innanzitutto, i monaci rappresentavano ovviamente un ostacolo agli sforzi di evangelizzazione. Inoltre, essi seguivano pratiche che i missionari ritenevano indiscutibilmente deplorevoli. Non entrerò nel dettaglio di queste controversie ma vorrei ricordare ad esempio l’idolatria (es. venerazione di statue), l’adesione ad un sistema di superstizioni, l’uso di talismani o l’abitudine di alcuni monaci di vivere nel lusso.
I giapponesi erano perfettamente al corrente, ad esempio, di come gli spagnoli avessero introdotto il cristianesimo nelle Filippine a mo’ di cavallo di Troia con cui si assicurarono poderose conquiste politiche. Temevano, dunque, che se non avessero agito per tempo, anche a loro sarebbe toccata una sorte simile.
Toyotomi Hideyoshi quindi assunse una posizione netta e incontrovertibile contro questa nuova religione, vietando ufficialmente il cristianesimo e condannando a morte ventisei cristiani, diciassette dei quali erano convertiti. Scelse crudelmente – e certamente non a caso – la modalità di esecuzione: la crocifissione.
Qualche anno più tardi il daimyō Ieyasu Tokugawa cercò di allentare un po’ le tensioni assumendo un atteggiamento più clemente verso i cattolici ma, in seguito a crescenti disordini, tra il 1606 e il 1612 la situazione degenerò irreparabilmente. Risalgono, infatti, a questo periodo gli editti più rigorosi che spianarono la via a vere e proprie persecuzioni.
Da quel momento, zero tolleranza: i missionari vennero sistematicamente cacciati e i convertiti obbligati all’abiura o al martirio.
Tutti coloro sospettati di essere cattolici venivano condotti davanti ad una miniatura in ferro che riportava il crocifisso oppure un’immagine della Madonna. Al presunto fedele veniva ordinato di calpestare l’immagine e rinnegare così la fede cattolica.
L’alternativa era la pena di morte. Le miniature usate a questo scopo si chiamavano 踏み絵 fumi-e (immagini da calpestare).
Va ricordato però che questi accanimenti, di cui il più grave sarà la rivolta di Shimabara del 1637, non riuscirono nell’intento sperato, ossia nell’estirpazione assoluta dei cattolici. In risposta a queste oppressioni, fiorirono gruppi di convertiti che professavano il cattolicesimo di nascosto. Questi fedeli costretti a praticare la propria religione in clandestinità venivano chiamati col nome di 隠れキリシタン Kakure Kirishitan (cristiani nascosti).
Questo culto nascosto dei Kakure Kirishitan diede in seguito vita ad un fenomeno assai curioso di commistione tra i precetti del cristianesimo e quelli del buddismo, dando origine ad una sorta di ibrido dottrinale che ricorda il sincretismo cristiano-pagano dell’epoca romana.

Il cristianesimo fu ufficialmente messo al bando e il governo dello shōgun ordinò l’espulsione dal Giappone di tutti i portoghesi e spagnoli, commercianti o religiosi che fossero, dichiarando l’intenzione di voler mantenere rapporti solo ed esclusivamente con inglesi e olandesi. Con quest’ultimi, in particolare, i giapponesi svilupperanno un affascinante rapporto molto complesso.
La fase del Sakoku e il rapporto con inglesi ed olandesi

La proibizione della predicazione cristiana, la cacciata di spagnoli e portoghesi e la chiusura quasi totale ai contatti verso l’esterno condussero il Giappone in una fase isolazionista chiamata 鎖国 Sakoku (Paese incatenato, chiuso a chiave) che sarebbe durata fino all’inizio della seconda metà dell’Ottocento con l’arrivo delle famigerate 黒船 kurofune, ossia le navi nere del Commodoro Matthew Perry, ufficiale di marina statunitense che fu strumentale nella riapertura del Giappone all’Occidente.
Il Sakoku non solo limitò drasticamente gli scambi commerciali con altri Paesi ma, nel tentativo risoluto di impedire qualsiasi nuovo contatto con il cristianesimo, ai giapponesi fu vietato recarsi all’estero e nessun giapponese all’estero poteva fare ritorno in patria. Con le punizioni non si scherzava. Le pene per i trasgressori di queste leggi era sempre e solo una: la morte.
Per disincentivare qualsiasi tentativo di fuga, era inoltre proibita la costruzione di navi in grado di affrontare viaggi oltreoceano.
Il drastico limite agli scambi commerciali, di cui si faceva menzione poc’anzi, permetteva l’accesso ad una sola zona: il porto di Nagasaki, in particolare l’isola artificiale di Dejima e la cittadina di Hirado. Qui erano ammessi scambi, molto selezionati e controllatissimi, solo con olandesi e inglesi.
Se si volesse trasporre ai giorni nostri questa forma così radicale di isolazionismo, per quanto i contesti e le ideologie soggiacenti siano diversi, si dovrebbe prendere in esame la Corea del Nord, Paese che ancora adesso segue un modello di Sakoku contemporaneo attraverso la stretta osservanza dei principi della dottrina Juche che impone limiti per noi quasi impensabili.

Gli inglesi, nella figura del navigatore William Adams diventato poi consulente personale del daimyō Tokugawa Ieyasu, convinsero ulteriormente le autorità giapponesi a non fidarsi del modus operandi dei portoghesi e degli spagnoli i quali, come si è visto, si servivano della religione per prendere il controllo di un territorio.
Inglesi e olandesi furono accolti come partner commerciali perché, sebbene di fede cristiana, erano protestanti e senza il benché minimo interesse nell’opera di evangelizzazione. Questo fatto rassicurò non poco le autorità giapponesi che, infatti, li premiarono con questo accesso privilegiato a Nagasaki, chiedendo inoltre fedeltà al daimyō.
Nel 1623 gli inglesi decisero però volontariamente di ritirarsi dal Giappone lasciando il campo libero agli olandesi i quali restarono gli unici (oltre qualche sporadica visita da parte di commercianti cinesi) a gestire l’avamposto di Dejima e Hirado attraverso la propria sede della VOC – la Compagnia Olandese delle Indie Orientali.
Questa esclusività riservata agli olandesi permise il fiorire di uno scambio di merci preziose (seta, argento, ceramiche, microscopi e armi) ma anche uno scambio di conoscenze che avrebbero influito notevolmente sulla lingua giapponese e sui saperi di vari ambiti (medico, giuridico ecc.). Il giapponese custodisce ancora molte parole di origine olandese: penso ad esempio a ランドセル randoseru (dall’olandese ransel) ovvero zainetto e レトルト (dall’olandese retort) ossia una busta sterilizzata usata come contenitore per piatti precotti.
Nel periodo Edo infatti si sviluppò un campo di studi chiamato 蘭学 rangaku, ovvero l’insieme di conoscenze tecnico-medico-scientifiche occidentali acquisite grazie ai contatti con gli olandesi durante il Sakoku.

La presenza olandese rimase stabile a Dejima in maniera ininterrotta per tutto il periodo Edo, fino alla Restaurazione Meiji in cui semplicemente aprirono nuove sedi dei propri uffici anche a Yokohama.
L’influenza della cultura, lingua e saperi olandesi sul Giappone è stata immensa ed importantissima.
Le due immagini sono tratte da un libro della mia collezione, intitolato 「江戸の料理 e 食生活」Edo no ryōri to shoku-seikatsu. Cucina e abitudini alimentari del periodo Edo.


Torniamo a noi…
Questa lunga premessa era necessaria per preparare il terreno della nostra narrazione. Senza questo preambolo non riusciremmo a cogliere appieno l’atmosfera e le dinamiche che hanno caratterizzato la vicenda che sto per raccontarvi.
Tra le proibizioni previste dal Sakoku ve n’era una particolarmente perniciosa: le unioni miste tra stranieri e giapponesi erano assolutamente vietate e quelle già esistenti – soprattutto se in presenza di figli – erano obbligatoriamente sottoposte a procedimenti di espulsione.
Quindi non importava che uno dei genitori (generalmente la madre) e i figli fossero nati in Giappone: se in questi figli scorreva sangue misto allora l’esilio era inevitabile. Non ne parliamo se poi, oltre il patrimonio genetico non favorevole, ci fossero anche convinzioni religiose sgradite alle autorità! Una ragione in più per allontanare queste presenze indesiderate.
Con l’inasprimento delle politiche del Sakoku, iniziò parallelamente la crudele disgregazione di famiglie che si ritrovarono spezzate senza possibilità alcuna di appello.
Esilio a Jagatara
Ma qual era il luogo dell’esilio? Dove venivano mandate queste famiglie?

A Batavia, il nome che gli olandesi avevano assegnato alla città di Giacarta in Indonesia. Il vecchio nome giapponese della città però è Jagatara perché proveniva dal toponimo in lingua portoghese, Jacatra. Per evitare confusione, tuttavia, utilizzerò il toponimo olandese Batavia per indicare la città e Jagatara per riferirmi alle lettere.
Jagatara-bumi ジャガタラ文 – che è il titolo di questo articolo e di questa storia – significa Lettere di Giacarta perché a testimonianza di queste tristi e dolorose pagine della storia giapponese esistono ancora alcuni esemplari di sofferti carteggi tra gli esiliati a Giacarta e i loro parenti in Giappone.
Jagatara Oharu: un’esule italo-giapponese

Tra le tante e drammatiche storie di queste famiglie dilaniate dal dolore della separazione imposta, spicca la storia di Jagatara Oharu.
Il suo vero nome era Jeronima Haru Marino (prese poi il cognome Simonsen sposando un funzionario olandese della VOC, anch’egli in esilio a Batavia) ed era nata a Nagasaki intorno al 1625 (l’anno di nascita non si sa con certezza). D’ora in poi mi riferirò a lei usando il nome con cui è conosciuta: Oharu.
Il padre di Oharu era un marinaio genovese di nome Niccolò Marino che lavorava su una nave mercantile portoghese. Ad un certo punto, però, per ragioni non molto chiare, pare che si allontanò dai portoghesi scegliendo di lavorare a stretto contatto con inglesi e olandesi.
Egli, approdato in Giappone, si era innamorato della figlia di un mercante di Nagasaki che conosciamo soltanto col suo nome cristiano di Maria da cui ebbe due figlie: Oharu e la più grande, Oman (il cui nome era Madarena o Maddalena).
La famiglia Marino risiedeva a オランダ坂 Oranda-zaka (lett. collina olandese), una bellissima strada in pendenza, situata nel quartiere di Higashi-yamate, nella città di Nagasaki.

Purtroppo però Niccolò si ammalò gravemente e morì quando la piccola Oharu aveva solo nove anni.
Dopo la morte del marito, Maria e i suoi figli dovettero trasferirsi nella casa di suo fratello Shichibei che viveva nel quartiere di 酒屋町 Sakaya-machi, a Nagasaki.
Purtroppo qui però accadde un primo fatto doloroso. Oharu aveva dei bellissimi capelli rossicci, una testimonianza genetica delle sue origini europee. A causa del crescente clima di ostilità verso gli stranieri e i figli di coppie miste, Shichibei espresse una certa preoccupazione nell’ospitare questa nipote in particolare che aveva fattezze innegabilmente occidentali. Fu quindi deciso di mandarla a vivere a casa di un parente molto influente e con importanti agganci governativi. Questa soluzione avrebbe consentito alla bambina di vivere un po’ più protetta in questo clima decisamente difficile. Oharu si trovò bene a casa di questo parente che aveva due figli più o meno della sua stessa età e con cui legò immediatamente.
Uno dei due figli, Heikichi, divenne una sorta di fratello maggiore per Oharu difendendola dal bullismo da parte di altri bambini del quartiere e insegnandole a leggere e scrivere.
Le ostilità si intensificano: la rivolta di Shimabara

La sanguinosa rivolta di Shimabara del 1637-1638 rappresenta il punto di massima gravità nei rapporti ormai compromessi tra le comunità cristiane e le autorità giapponesi. Questo fu l’evento che mise definitivamente la parola fine alla tormentata esperienza del cristianesimo in Giappone. Più di ventimila contadini di fede cristiana, esasperati dalle continue persecuzioni e da una tassazione progressivamente sempre più insopportabile, tentarono una ribellione scegliendo come quartier generale un vecchio castello di Shimabara, sull’isola di Kyūshū. La ribellione però fu prontamente repressa con l’uccisione di tutti coloro che erano insorti.
Dopo la rivolta, le comunità cristiane non scomparvero ma continuarono a praticare la propria religione di nascosto. V. i Kakure Kirishitan di cui ho già scritto in questo articolo.

Ai tempi della rivolta di Shimabara, Oharu aveva circa dodici anni. Era chiaro che ormai la situazione fosse drammatica. Le punizioni inflitte ai convertiti e le espulsioni degli stranieri (oltre ai giapponesi sposati con occidentali) procedevano ad una velocità sconcertante, a tal punto che Riemon – il parente presso cui Oharu era ospite – disse alla bambina che si sarebbe dovuta preparare a lasciare il Giappone. Ormai era evidente che nemmeno gli importanti agganci del parente avrebbero più potuto proteggerla dai rastrellamenti in corso.
Provo ad immaginare lo spavento e la tristezza nel cuore di questa bambina che non aveva alcuna colpa se non quella di essere per metà italiana. Dalle cronache però sappiamo che Oharu accettò docilmente la situazione trovando conforto nella sua fede religiosa.
La partenza: l’addio al Giappone

Il momento tanto temuto arrivò nell’ottobre del 1639, più precisamente il 15 del mese. Oharu si preparò a partire assieme a sua madre, a sua sorella Oman e al figlio di questa che si chiamava Mankichi. Al gruppo si unirono anche tre famiglie di origine straniera. Vennero mandati a Hirado, alla sede del trading post (la stazione commerciale) olandese dove attesero per due settimane l’arrivo di ulteriori istruzioni.

Dopo le due settimane trascorse nell’angoscia a Hirado, Oharu e gli altri salirono a bordo della Breda, una nave olandese che li avrebbe portati in esilio.

La nave Breda, dopo aver fatto una sosta intermedia all’isola di Formosa (il nome che i portoghesi diedero all’odierna Taiwan), ormeggiò nel porto di Batavia il 1 gennaio 1640, dopo due mesi di viaggio.
Non si sa esattamente quanti siano stati in totale gli espulsi esiliati a Batavia ma da una dichiarazione del Governatore Generale di Batavia del giorno 8 gennaio 1640 pare fossero circa quattrocento (Shiraishi).
La vita a Batavia
Nonostante le tristi circostanze che caratterizzarono questo trasferimento non voluto, l’accoglienza verso i giapponesi a Batavia fu molto calorosa.
Oharu, sua sorella Oman e le altre donne di cui si hanno notizie piuttosto frammentate, riuscirono a stabilirsi in una vita piuttosto agiata. Oman si risposò con un commerciante giapponese molto ricco che viveva a Batavia e nella loro casa andarono a vivere anche Oharu e la madre Maria.
Oman, purtroppo, si ammalò e morì circa un anno dopo il matrimonio.
Il 29 novembre 1646 Oharu si sposò con Simon Simonsen, un impiegato della VOC, la compagnia olandese delle Indie occidentali, che era nato a Hirado e si trovava tra gli esiliati a Batavia. Simon seppe sfruttare le sue capacità ed esperienza maturata alla sede della VOC di Hirado e fece una gran carriera diventando capo delle dogane olandesi, a Batavia. Questo consentì ai coniugi Simonsen di vivere una vita molto agiata, probabilmente molto di più di quanto non lo sarebbe stata se fossero rimasti a Nagasaki. Chissà.
Anche Simon, purtroppo, morì molto giovane all’età di 46 anni. Oharu, invece, visse fino a 67 anni lasciando una ricca eredità ai suoi figli e anche ai suoi domestici.
Presso la stazione commerciale olandese di Hirado c’è un museo dedicato a Oharu e agli esiliati a Batavia. Tra gli oggetti esposti vi è un dipinto che raffigura una donna giapponese di nome Cornelia, esiliata a Batavia poco tempo prima di Oharu. Da questo dipinto possiamo vedere lo stile di vita agiato di Cornelia dagli abiti che indossa e dal fatto che avesse anche la servitù (raffigurata alla sua sinistra, in un angolo più scuro del dipinto).

Jagatara-bumi: le lettere

Di questa triste vicenda colma di ingiustizie, restano dei frammenti di lettere. Gli esiliati a Batavia, soprattutto le donne giapponesi, cercarono in tutti i modi di comunicare con i loro familiari. Proviamo ad immedesimarci nell’angoscia di chi, strappato forzatamente dalla propria terra, si ritrova in un luogo lontano senza la possibilità mai più né di dare proprie notizie né di far ritorno a casa. Ricordiamo infatti che agli esiliati, anche se giapponesi, era proibito far ritorno in patria e nessun giapponese poteva lasciare il proprio Paese, nemmeno per un breve periodo. La pena prevista per chi trasgrediva era la più severa: la morte.
Le donne giapponesi esiliate a Batavia, tra cui Oharu e altre, tentarono nel tempo di inviare loro notizie attraverso delle lettere che consegnavano ai capitani delle navi mercantili dirette a Nagasaki. Le lettere non erano consentite quindi bisognava sperare nella complicità di qualche membro dell’equipaggio e nella bontà eventualmente di chi le avrebbe trovate, una volta giunti a destinazione.
Con la stessa difficoltà qualche volta arrivavano anche le risposte dal Giappone. Nei casi più fortunati, le lettere riuscivano anche ad essere accompagnate da doni e oggetti vari che si desiderava arrivassero ai propri cari, a Nagasaki o a Batavia che fosse.

I viaggi, inoltre, non erano frequenti e spesso a causa del maltempo le navi naufragavano perdendo tutto: merci, lettere e spesso anche la vita di chi compiva queste rischiose traversate.
Una delle lettere di Oharu, tra le pochissime arrivate a noi, è la seguente:
“Ottobre, un tramonto in cui soffia il vento di fine anno, il cielo e il mio cuore sono entrambi desolati. In questa sera in cui l’autunno finisce con il suono della pioggia autunnale, il giorno in cui lascio il mio villaggio è l’ultimo. La terra che ho raggiunto dopo un lungo viaggio è lontana, E solo le parole delle lettere inviate in ritardo possono trasmettere il mio amore, anche se non riescono a raccontarlo del tutto. Sebbene il Giappone sia lontano, notte dopo notte lo vedo nei miei sogni.”
Oharu morì a 67 anni, senza mai più poter rivedere il suo amato Paese.
Tra le pochissime Jagatara-bumi rimaste vorrei anche ricordare quella di una donna giapponese di nome Koshoro. Di lei non sappiamo nulla, se non appunto il nome con cui ha firmato la lettera. La particolarità della lettera di Koshoro è l’astuzia con cui decise di realizzarla.

Questa donna di nome Koshoro scrisse una lettera su una fukusa (una specie di bustina) patchwork in un tessuto che si chiama chintz, una particolare stoffa di cotone decorata e nota in giapponese come 更紗 Sarasa.
La Jagatara-bumi di Koshoro è indirizzata ad una persona di nome Uba-sama di cui non si conosce l’identità. Ecco le parole di Koshoro:
“
Oh Giappone, oh Giappone
Dopo averti lasciato per capriccio,
sei diventata una patria alla quale non potrò mai tornare,
non riesco a trovare pace.
Piango fino a farmi gonfiare gli occhi, senza sapere se sia un sogno o realtà.
Con nostalgia per la mia patria, ti mando un pacchetto di tè.
Oh Giappone, oh Giappone“

Ed è nella fukusa stessa che Koshoro mise il pacchetto di tè.
In conclusione
Ho voluto riportare alla luce la storia, quantomeno quel poco che si sa, della sofferenza di queste famiglie e in particolare di queste donne. Nel fare queste ricerche ho pensato molto al loro senso di solitudine, dolore e dispiacere per questo esilio così duro e senza sconti. Ho pensato a ripensato alla struggente malinconia che indubbiamente le coglieva soprattutto la sera, osservando il mare oppure la luna e ricordando i volti dei loro cari che non avrebbero mai più rivisto.
L’amarezza di una punizione che nemmeno gli agi di Batavia seppe mai del tutto mandar via.
A loro è dedicato questo mio semplice scritto.
Questo articolo è frutto delle mie ricerche quindi del mio intelletto. Non è un testo scritto con le intelligenze artificiali.
Bibliografia
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