L’introduzione e la prima parte di questa mia ricerca dedicata a Pearl S. Buck sono rispettivamente qui e qui.
Torno a scrivere. Questa sorta d’indagine su questa importante scrittrice, finita ingiustamente in un inflessibile oblio, a volte mi fa sentire come se fossi precipitata nella tana del Bianconiglio di Alice.
Si viene inghiottiti dalla complessità della sua vita e dalle introspezioni che da essa scaturiscono.
Allora ci si ritrova a volare giù per quella tana, sorretti quel tanto che basta per riuscire a intravedere curiosi oggetti che celano racconti oppure bizzarre forme che rimandano a un ricordo.
Si cerca di afferrare un po’ questo e un po’ quello ma non si può prendere tutto.
Incredibilmente, questa mia ricerca ha suscitato la curiosità di molte persone le quali mi hanno scritto per condividere le proprie opinioni e soprattutto per chiedermi…che fine avesse fatto il resto!
Settantasei anni

Tra le tante biografie scritte in suo onore nel tentativo di catturare quella complessità, va ricordata quella di Theodore F. Harris. Controversa figura accusata di aver ammaliato Pearl Buck per impossessarsi del suo patrimonio, egli godeva nonostante tutto della massima stima della scrittrice. Era il suo confidente prediletto e forse, come suggeriscono le malelingue, qualcosa di più. I loro cammini s’incrociarono quando Pearl era ormai in età avanzata ed ella – probabilmente abbagliata dalla prospettiva di una seconda fioritura – pare avesse perso i lumi della ragione scegliendo di estraniarsi da tutto e da tutti per Harris.
Tuttavia, se si accantonano per un attimo queste congetture di cui in fondo non abbiamo prove inconfutabili, la biografia che Harris scrisse ha un innegabile sapore di intima confidenza.
Vorrei aver avuto settantasei anni a disposizione per scrivere questo libro; allora forse sarei riuscito ad immortalare ogni singolo dettaglio di una vita che ha impiegato tanto tempo per essere vissuta. Questo, tuttavia, non è possibile e domattina dovrò inviare il manoscritto all’editore.
Scriveva così Theodore F. Harris nel 1969 (1).

La complessità di Pearl S. Buck è tangibile e la percepisco ad ogni passo in questa mia sorta di ricerca esplorativa. L’avvertiva forte e chiara persino Theodore Harris di cui Pearl Buck dichiarò solennemente:
Egli mi conosce meglio di chiunque altro.
Come potrei non sentirla io!
Fini ed inizi da Maruetsu
Ero in Giappone da pochi giorni. Due o tre, non di più. Ancora in balia del malessere da fuso orario. L’emozione e l’incredulità erano però tali da far passare sonnolenza e frastornamento in secondo piano.
Era tutto nuovo, tutto da scoprire. I punti di riferimento, quindi, erano pochi e traballanti: la stazione ferroviaria さがみ野駅 Sagamino-eki, 厚木基地 la base aeronavale di Atsugi e il centro commerciale マルエツ Maruetsu. Tutti e tre posizionati lungo la stessa strada: prima la stazione poi il centro commerciale e infine, la base aeronavale.

E proprio nell’atrio di Sagamino-eki incontrai Natsuki e Rei.
Natsuki era una mia amica di penna, quando ancora ci si definiva così. Ci eravamo conosciute alcuni anni prima, in tempi non sospetti, grazie al forum di discussione di Girolamo Panzetta, un avellinese pressoché sconosciuto in Italia ma famosissimo in Giappone. Si dice, addirittura, che Jirō-san (come viene affettuosamente soprannominato dai giapponesi) sia il secondo italiano più famoso nel Sol Levante dopo Leonardo Da Vinci!
Da anni devo un ringraziamento al signor Panzetta per avermi dato la possibilità di conoscere Natsuki.
Chissà, forse un giorno ne avrò occasione.
Al tavolino di una gelateria all’interno di Maruetsu, completamente sotto l’incantesimo di un disorientamento misto ad un’incontenibile emozione per quel mondo che mi aveva appena accolta, ricordo che le ragazze ed io ci lasciammo travolgere da un turbinio di chiacchiere concitate. Rei, un’ardente italianista, mi fece sentire stranamente a casa con il suo bell’italiano fluente, lì in quella gelateria a metà strada tra la stazione e la base aeronavale.
Nella matassa ingarbugliata di domande che feci alle due ragazze, una in particolare riuscì prima a stupirle e poi a farle scoppiare a ridere. Chiesi loro, infatti, dove avrei potuto frequentare un corso di lingua cinese.
Mi guardarono come se fossi appena atterrata dal pianeta Strambix. Dopo qualche istante di silenzio accompagnato dai loro sguardi sbigottiti, entrambe mi risposero che non ne avevano la benché minima idea e che, comunque, incalzò Natsuki, per il cinese ci sarebbe stato sempre tempo. È al giapponese che avrei dovuto dare priorità.
Lì per lì trovai un po’ insolente questa sua proposta. Tuttavia, mi resi conto che aveva ragione. Che senso avrebbe avuto continuare col cinese proprio in quel periodo quando avevo l’occasione d’oro per acquisire una nuova lingua e con una profondità a cui col cinese non avrei potuto ragionevolmente aspirare?
Nell’arco delle poche settimane che seguirono da quell’incontro, mi sarei iscritta al corso di laurea in Japanese Studies dell’Università del Maryland UMCG, storico ateneo che nel 1949 – ossia durante l’occupazione americana del Giappone avvenuta tra il 1945 e il 1952 – ricevette dal DOD, il Dipartimento della difesa statunitense, l’incarico di mandare un primo gruppo di docenti universitari che potessero formare accademicamente i membri delle forze armate. Il progetto fu inaugurato dapprima in Germania e successivamente portato avanti in altri Paesi d’Europa e in Asia.
Iniziai il mio percorso di studi giapponesi nel semestre autunnale (il fall semester) e il primo corso fu proprio Japanese 101, il primo livello di giapponese e a cui ne sarebbero seguiti moltissimi altri.
Il titolare della cattedra era – ed è tutt’oggi – l’esimio Professor Kanai Moriaki.
Douglas MacArthur
Uno dei tanti corsi di giapponese che avrei frequentato si tenne alla famosa base aeronavale di Atsugi, quella poco distante dalla gelateria di Maruetsu. Storicamente, fu proprio alla base di Atsugi che il Generale Douglas MacArthur arrivò in Giappone per la prima volta atterrandovi il 30 agosto 1945 nel suo aereo C54. In quell’occasione, il Generale accolse formalmente la resa giapponese a bordo della corazzata USS Missouri, ancorata nella baia di Tōkyō, e fu nominato comandante supremo del Paese, supervisionando tutte le fasi di occupazione del Giappone.
L’atterraggio di MacArthur fu preceduto dall’arrivo in 123 aerei di 4200 paracadutisti dell’undicesima divisione aviotrasportata dell’esercito statunitense (11th Airborne Division), completando così il trasferimento da Okinawa al Giappone continentale. La guerra era finita.
Ancora oggi nella base di Atsugi si commemora la sua figura. C’è ad esempio in suo onore una statua che lo ritrae in divisa.

Mi capitava, passando davanti al MacArthur di pietra, di pensare ai quei pochi aneddoti di cui si è a conoscenza e che allontanano un po’ questi personaggi dall’esaltazione agiografica da cui sono puntualmente avvolti. Come quello secondo cui, dopo un intenso diverbio con il presidente Roosevelt nel 1934, il Generale che all’epoca deteneva il titolo di Capo di Stato maggiore dell’esercito, disgustato dall’accesa discussione, uscendo dalla Casa Bianca vomitò sulle scale.
Oppure, del suo lungo soggiorno nelle Filippine dove approdò all’indomani della sua cerimonia di laurea alla prestigiosa accademia militare di West Point. E di come si sarebbe innamorato della cucina filippina, in particolare modo del pesce Lapu Lapu fritto (una specie di cernia), accompagnato da una salsa tropicale a base di tamarindo e aglio, con contorno di frittelle di banana.

Sulla placchetta commemorativa c’è scritto: 「日本の民主々義の生みの親マッカーサー」Nihon no minshushugi no umi no oya Makkāsā. MacArthur, il padre della democrazia giapponese.
Si potrebbe scrivere molto relativamente a questa affermazione ma uscirei decisamente troppo dal seminato.
Alla mia esperienza nella base di Atsugi dovrei forse dedicare uno scritto a parte però mi limito ancora a riportare un’ulteriore bizzarria maccarthuriana che mi colpì molto vedendola la prima volta:

Questo edificio, dall’inconfondibile stile giapponese, era in origine un 道場 dōjō dove i membri dell’esercito giapponese si esercitavano in arti marziali. MacArthur lo trasformò in un luogo di culto cristiano indubbiamente per fornire un punto di ritrovo spirituale ai membri del suo esercito. Ma a mio parere era anche un segnale non poi così sottile della definitiva sconfitta del Giappone e della fine, una volta per tutte, di quel vecchio e orgoglioso mondo autarchico dalle tinte di shogunato Tokugawa che aveva lottato strenuamente contro qualsiasi ingerenza dell’Occidente e del cristianesimo. Una mossa che, secondo me, con chiara eloquenza stabiliva la nuova egemonia.
L’edificio, al giorno d’oggi, ospita ancora una chiesa dove si svolgono messe nei riti cattolici e protestanti.
Il giorno della mia prima lezione era arrivato. Prima di entrare in aula dissi a me stessa che avrei seguito il consiglio di Natsuki: per il cinese, dopotutto, avrei avuto tempo. Era ora del giapponese.
Accolsi il giapponese con un entusiasmo che mi faceva battere forte il cuore.
Tutto questo senza sapere che il cinese non lo avrei mai più ripreso e mi sarei dedicata completamente – heart and soul – al giapponese.
Quindi, devo un po’ tutto questo a Natsuki, a Rei e anche un pochino al signor Panzetta!
La complessità poliedrica di Pearl S. Buck

Il professor David Gordon, docente di storia giapponese alla Shepherd University, in una lezione di alcuni anni fa proprio in merito a Pearl Buck e alla sua visione del Giappone, definì la scrittrice con un aggettivo: complicated. (3)
Un aggettivo che, spiega il professore, utilizzava spesso a sua volta la sua professoressa di storia giapponese nonché relatrice di tesi (prof.ssa Sharon A. Minichiello, dell’Università delle Hawaii) per descrivere in maniera succinta la complessità di una persona. Una specie di sfida lessicale: una sola parola nella quale contenere l’incontenibile.
Non è da intendere come una critica ma come un complimento, un tributo alla profondità ed intricatezza di qualcuno.
E come ho già osservato in precedenza, quella complessità è tangibile immediatamente non appena ci si immerge nel suo mondo.
Pearl S. Buck era una scrittrice prolifica che raccontò, attraverso buona parte delle proprie opere, la Cina agli occidentali. Ma il suo impegno andava ben oltre la letteratura: fu un’attivista che con sollecitudine diede sostegno a numerose cause. La prima fra tutte quella per la tutela dei bambini orfani, soprattutto bambini asiatici nati dall’unione tra membri delle forze armate americane e donne giapponesi, coreane, vietnamite, cinesi, ecc.
A tal proposito, istituì una fondazione, attiva tutt’oggi: la Pearl S. Buck International, con sede a Perkasie, nello stato della Pennsylvania.
Pearl Buck tenne in vita la sua amata fondazione grazie alla vendita dei suoi libri.
Pearl Buck e Ayako Ishigaki: un’amicizia dalle radici profonde
Nel ripercorrere il legame di Pearl col Giappone non si può non ricordare il suo impegno lodevole nella difesa dei giapponesi durante il loro internamento nei campi di concentramento statunitensi, tra il 1941 e il 1944. Il governo americano ricorse agli internamenti come deplorevole misura di ritorsione nel dopo Pearl Harbor.


Poco prima di questi tragici fatti, nel 1940 per la precisione, Pearl Buck incontrò la scrittrice e giornalista Ayako Ishigaki 石垣綾子, divenuta famosa per essere stata la prima donna nippo-americana ad aver scritto e pubblicato le sue memorie in lingua inglese.
Ishigaki era una donna immigrata 一世 issei cioè di prima generazione. Si tratta di un termine usato dai giapponesi residenti in America per riferirsi ai loro primi antenati immigrati.
Pearl e Ayako, oltre ad essere entrambe scrittrici e quindi attivamente coinvolte in svariate attività culturali e di divulgazione inerenti all’Asia, erano legate da una profonda amicizia. Non appena il governo statunitense mise in atto le misure d’internamento nei confronti degli immigrati giapponesi, Pearl Buck scrisse immediatamente una lettera ad Ayako Ishigaki con cui le ribadiva il suo appoggio incondizionato e la sua disponibilità ad aiutarla in qualsiasi modo.
In merito alla traumatica esperienza degli immigrati giapponesi durante l’internamento nei campi, vorrei consigliarvi la lettura di un’opera autobiografica tanto straordinaria quanto straziante: Out of the Frying Pan di Bill Hosokawa.
Hosokawa, scrittore e giornalista di raro talento, era un immigrato di seconda generazione, ovvero un 二世 nisei. La sua testimonianza, racchiusa in questo volume, è indimenticabile.

Nel periodo più violento di ritorsioni e discriminazioni verso i giapponesi in America, Pearl Buck fu una delle pochissime personalità di spicco a dichiarare coraggiosamente il proprio sostegno a queste vittime. In un clima di assoluto conformismo in cui il giapponese era visto come il nemico da eliminare ad ogni costo, Pearl non si perse mai d’animo e scrisse instancabilmente lettere e discorsi con cui metteva in guardia dai pericoli di questi atteggiamenti. Si mise in contatto con tutte le associazioni in difesa dei diritti umani inviando persino un appello a Eleanor Roosevelt.
La sua curiosa argomentazione, tuttavia, sottolineava l’importanza di non discriminare le minoranze poiché esse, se coinvolte positivamente, avrebbero potuto offrire sostegno ad eventuali sforzi bellici. Secondo Buck, quindi, la tutela dei giapponesi in America (e per estensione, di tutte le minoranze) avrebbe prevenuto l’insorgere di ribellioni.
Nel 1942, Pearl Buck partecipò ad una conferenza della Japanese American Committee for Democracy (JACD), un’associazione antifascista che servì come punto di riferimento dei giapponesi residenti nella zona di New York. In quell’occasione, la scrittrice si dichiarò “a favore della fedeltà dei nippo-americani e dichiarò che anziché escluderli il governo americano dovrebbe accogliere la loro partecipazione nella guerra e addestrarli affinché istituiscano la democrazia nel Giappone post-bellico”.
Credo, tuttavia, che questa fosse una sua astuta strategia per ingraziarsi gli ambienti conservatori del tempo. Buck, dopotutto, era politicamente schierata a sinistra e sarebbe stato piuttosto strano se improvvisamente si fosse fatta sostenitrice di tematiche militari.
Tra l’altro, come ricorda il professor Gordon, era proprio questo suo allineamento liberale ad attirare gli strali dell’establishment statunitense dell’epoca. Era spesso vista con fastidio e sospetto in quanto americana sì ma troppo cinese. Alcuni temevano fosse una specie di spia al servizio dei comunisti.
Esiste ancora oggi un dossier dell’FBI a carico di Pearl Buck, desecretato soltanto a partire dai primi anni Settanta!
Tuttavia, nemmeno la sinistra americana la teneva in grande considerazione perché Pearl Buck, dopotutto, era dichiaratamente anti-comunista!
Insomma, una vera spina nel fianco di un sistema accartocciato sulle sue stesse contraddizioni.
Continua
Ciò che inizialmente pensavo di poter sviluppare nell’arco di due o tre scritti, sta prendendo una forma inaspettatamente complessa e articolata.
Nella prossima parte – che cercherò di completare in tempi più brevi rispetto a prima – continuerò ad affrontare il legame tra Pearl Buck e il Giappone, terra che ella stessa considerava la sua seconda casa in Asia, dopo ovviamente la Cina.
Vedremo insieme quanto Pearl fosse attratta dall’idea di un continuo confronto Cina e Giappone, in una specie di stimolante gara intellettuale che mirasse a far emergere gli aspetti positivi di entrambi i Paesi. E ancora una volta, la complessità della sua figura fornirà innumerevoli spunti di riflessione nonché stimolanti strumenti comparativi per un confronto con un singolare studioso giapponese suo contemporaneo.
Vedremo fino a quando e dove mi condurrà questa esplorazione.
- Harris, Theodore F. Pearl S. Buck; a Biography. 1969.
- Robinson, Greg. Pearl S. Buck. (2024, June 23). Densho Encyclopedia. Retrieved 17:35, August 14, 2024 from https://encyclopedia.densho.org/Pearl%20S.%20Buck.
- “Faculty Research Forum: ‘Pearl Buck’s view on Japan’ by Dr. David Gordon.” YouTube, uploaded by Shepherd University, 17th October 2018, www.youtube.com/xxxxx
























































































































