Skip to Content

Infusione di pensieri e tè verde

Giugno e ormai anche luglio sono scivolati via, fondendosi in un rovente abbraccio fatto di giorni estenuanti, uno più incandescente dell’altro. Un tempo strano, scandito da litanie per il caldo ed accese polemiche climatiche con in più un profluvio di soluzioni per fronteggiare l’inclemente calura: dalle tecniche di respirazione ayurvediche alle versioni fredde di tutti i piatti possibili ed immaginabili. Tutto questo assieme alla rapida comparsa in successione di sedicenti esperti di meteo, curiose figure di una sorta di culto atmosferico nonché presunti depositari di previsioni da cui dipenderà fideisticamente un qualche micro-pubblico.

La corsa spasmodica verso palchi sempre più in alto e più luminosi ormai non risparmia alcun ambito. Nemmeno quello meteorologico. È sempre la solita gara mercatale a chi urla di più.

Nelle ore più ardenti, un po’ drammaticamente ho ripensato a The Midnight Sun (Sole di mezzanotte) di Rod Serling, del 1961. L’incubo di un caldo inesorabile che non sembra arrestarsi in cui la Terra, andata fuori orbita, si dirige rapidamente verso il Sole. Un sole che non tramonta mai e una New York apocalittica, avvolta in temperature costantemente soffocanti.

Il volto madido di sudore e lo sguardo avvilito di Norma, la giovane pittrice protagonista dell’inquietante storia di Rod Serling, facente parte della serie The Twilight Zone (in italiano nota come Ai confini della realtà).

Giorni, dunque, bollenti e alleggeriti solo ogni tanto da qualche agognato intermezzo temporalesco. Corroboranti parentesi spesso irruente che, per qualche istante, smorzano la morsa dell’afa liberando scie di petricore rimaste fino ad allora imprigionate tra gli artigli del cemento magmatico. Anelate tregue che però spesso presentano un conto salato sotto forma di cadute di alberi, frane, esondazioni, danni alle coltivazioni. E allora, davanti alla furia sovversiva della natura, ecco riaccendersi i dibattiti.

Al termine della poesia olfattiva e del momentaneo ristoro psicofisico, ritorna la sovranità dello Zenit.

Scatti di una rovente Torino lugliatica.

E quindi il caldo: una presenza monopolizzante. Se ne parla in strada, nei negozi, nelle sale d’attesa, ai giardinetti, davanti ad un caffè di un bar di Corso San Maurizio, in coda alla posta e naturalmente nella piazza più grande del mondo: la rete. Arriva anche qui, su Biancorosso Giappone.

Condizionatori sì e condizionatori no? Disquisizioni infinite sulle cause di questi stravolgimenti. Temperature record mai viste finora oppure già sperimentate ma il cui ricordo è stato rimosso dall’urgenza del momento?

Escursioni termiche all’ordine del giorno, passando semplicemente da un marciapiede alle temperature semi-polari di un supermercato. Torino diventata per un po’ una sorta di colapasta energetico con le continue interruzioni di corrente. Poi il Sindaco, con la sua ira e i suoi strali.

Ma la vita prosegue. Le quotidianità vanno avanti, ognuna con le sue regole e i suoi protagonisti. Un susseguirsi di microcosmi intorno a noi di cui probabilmente non ci accorgeremo mai.

Infusioni a freddo del tè verde: kōrimizudashi e mizudashi

Lo splendido verde brillante di un sencha infuso con la tecnica del Korimizudashi.

E i tentacoli monopolizzatori del tema del giorno giungono anche qui. E ci portano dritti dritti in dispensa.

Nello sconfinato panorama di refrigeranti possibilità commestibili, c’è una preparazione che a me piace moltissimo: il 氷水出し kōrimizudashi. Si tratta di un’infusione di tè verde giapponese preparata però con acqua fredda e ghiaccio. Una formula ibrida tra il 氷出し kōridashi e il 水出し mizudashi, rispettivamente infusioni con ghiaccio e con acqua.

Per questa preparazione non serve essere un grande conoscitore di tè e nemmeno un purista della prima ora che non transige sui tempi di infusione. O che storce il naso per la scelta di un certo cultivar anziché un altro. Oppure ancora che si scandalizza per l’assenza degli utensili corretti.

Anzi, a ben vedere, probabilmente questo insopportabile signor Sotuttoio avrebbe certamente da ridire sulla preparazione stessa e inorridirebbe davanti a cotanta impudenza nel maneggiare impropriamente la Camellia Sinensis.

Illustrazione di una scatola di tè verde. Sul contenitore è tracciato il carattere 茶 cha (letto cià, secondo le regole fonetiche dell’italiano) ossia tè. Immagine di いらすとや.

Inesistenti radici antiche

Non so oggigiorno quanto interessi riportare alla luce le origini delle cose che ci circondano. A me personalmente, e questo blog ne è una testimonianza, piace moltissimo. Conoscere qualcosa, anche solo un frammento della storia di un utensile o di un profumo mi rende più consapevole e più presente nel mio quotidiano.

Il tè è un universo immenso, composto riccamente dalle impronte dei popoli che nei secoli lo hanno adottato. Insomma, si fa presto a dire: prendiamoci un tè!

Però non serve sempre inerpicarsi in tecnicismi e microlingue per pochi eletti. Insomma, non tutto deve diventare materia di studio: ci si può dissetare con qualche piccola curiosità mentre si sorseggia una buona tazza di 玉露 gyokuro senza per questo sentirsi inadeguati o non sufficientemente preparati.

E a proposito di cose alla portata di tutti o, per usare un aggettivo giapponese adatto, parliamo di qualcosa di molto 気軽い kigarui (rilassato, informale, accessibile a tutti) cioè le tecniche d’infusione a freddo che sono preparazioni del tè con radici antiche…inesistenti!

Già. perché questi metodi di infusione conobbero una crescente diffusione a partire solo dagli anni Ottanta e cioè da quando in Giappone fu introdotta la vendita del tè in bustina.
In realtà, pare che già verso la fine degli anni Sessanta sul mercato giapponese iniziarono ad affacciarsi le prime bustine di tè nero e nello specifico quelle della 日東 Nittoh (o Nittō, secondo la traslitterazione Hepburn).

Il 1961, invece, fu l’anno in cui sul mercato giapponese apparve per la prima volta il tè verde in bustina. Chi detiene questo primato è la celebre 山本山 Yamamotoyama, la storica azienda fondata a Edo nel 1690 da Kahei Yamamoto che divenne il più importante commerciante di tè del tempo grazie anche a due importanti mosse pionieristiche: lo sviluppo della tecnica di lavorazione delle foglie del tè chiamata 青製 aosei (grazie a cui il tè verde giapponese si distingue dagli altri per il suo colore verde brillante) e per aver inventato il pregiato e rinomatissimo 玉露 gyokuro! L’azienda Yamamotoyama, dopo più di trecento anni di onorata carriera, è ancora in attività.

Il nome palindromo dell’azienda: 山本山 Yamamotoyama.
Yamamoto, dal nome del fondatore, e yama – ossia montagna – come simbolo di maestosità, eccellenza e posizione geografica delle migliori piantagioni di tè molto spesso ubicate proprio su pendii montuosi e collinari. Foto di Eisuke Tachikawa.

È a partire però dai frizzanti anni Ottanta che in Giappone si diffonde in maniera capillare l’uso del tè verde in bustina. Gli anni Novanta, invece, accolsero un’altra grande novità (forse non così grande, ripensandoci a posteriori da un punto di vista ecologico): il tè verde nelle bottiglie di plastica.

Forse il primo tè verde giapponese commercializzato in bottiglie di plastica inizialmente da 1,5 litri: il celebre お〜いお茶 Oi Ocha della ITO EN, altro importantissimo produttore di tè verde giapponese, in attività dalla metà degli anni Sessanta del Novecento. Nella foto è raffigurata la bottiglia originale dell’epoca. Foto proveniente dall’archivio storico della 伊藤園 Itō-en.

È quindi a partire tra gli anni Ottanta e Novanta che, parallelamente all’introduzione sul mercato del tè verde in bustine e in bottiglie di plastica, prende piede l’idea di sperimentare con preparazioni diverse e meno convenzionali. Indubbiamente, la presenza ormai ovunque del frigorifero e di acqua che non necessitasse di bollitura per essere potabile hanno contribuito a rendere ancora più apprezzata l’infusione a freddo.

Preparazione con infusione Kōrimizudashi

Non servono istruzioni complicate. La preparazione del kōkrimizudashi o mizudashi (infusione a freddo con ghiaccio e senza, rispettivamente) è molto semplice e diretta.

Vi mostro entrambe le preparazioni, con due tè verdi giapponesi diversi.

Per il korimizudashi ho utilizzato la mia 急須 kyūsu (tipica teiera giapponese col manico laterale), 10g di sencha cioè circa un cucchiaio da minestra abbondante, 200ml d’acqua fredda e qualche cubetto di ghiaccio.

L’occorrente. Non serve avere necessariamente una teiera o delle tazze giapponesi. Usate ciò che avete. Cercate però di procurarvi del buon sencha. Io in questo caso ho utilizzato del prezioso 新茶 shincha che avevo ancora da finire: un regalo della mia cara amica Ryōko.

La semplicissima preparazione del korimizudashi.

Basterà versare un cucchiaio abbondante di tè verde giapponese in foglie in una teiera e aggiungervi qualche cubetto di ghiaccio seguito dai 200ml d’acqua fredda. A questo punto, bisognerà solo aspettare per circa tre minuti e poi versare il vostro tè verde freddissimo e delizioso in una tazza o in un bicchiere.

Qui ho versato un po’ di tè verde freddo in una tazza dove però non si vede bene il verde brillante della bevanda, dettaglio decisamente più evidente nella foto in alto, nel bicchiere in vetro.

Preparazione con infusione Mizudashi

Altro metodo facilissimo è l’infusione mizudashi. Qui ci servono il tè, acqua fredda e una bottiglia.

Per questa infusione ho utilizzato un tè giapponese molto speciale: il 加賀棒茶 kagabōcha, un tè verde leggermente tostato composto unicamente dai gambi e dai rametti della pianta. Questo è un tè tradizionale di Kanazawa, nella prefettura di Ishikawa, e viene coltivato in montagna dall’epoca Meiji ad oggi.

Il kagabōcha di Kanazawa, ricevuto in regalo dalla mia amica Rita. Questa varietà si chiama 宝 Takara che in giapponese significa tesoro perché in effetti è uno dei tesori tra le tante eccellenze di Kanazawa.

Questo formato in particolare è in bustine. Le dosi consigliate dal produttore sono, a mio parere, applicabili anche ad altri tè verdi giapponesi per l’infusione mizudashi: 1 bustina di tè verde per ogni 350ml d’acqua fredda. Tempo d’infusione in frigorifero: 3 ore.

Io ne ho preparato una bottiglia utilizzando due bustine e lasciando riposare il tutto in frigo per il tempo consigliato.

Il kagabōcha è un tè piuttosto difficile da trovare in Italia, purtroppo. Ed è un peccato perché è veramente squisito: in apertura si percepiscono delle note quasi caramellate seguite poi da quelle caratteristiche del tè verde.
Data la leggera tostatura, l’infusione (sia a freddo sia a caldo) produce un liquido ambrato come il miele d’acacia.

Si può servire con del ghiaccio, se lo si desidera. Io ho preferito non metterlo perché il tè era già molto freddo e inoltre volevo apprezzare in purezza la complessità del kagabōcha di Kanazawa.

Ho iniziato a scrivere questo articolo quando ancora eravamo nella morsa torrida di una fiammata che sembrava non estinguersi più. Ora invece scrivo in un sabato di fine luglio che affettuosamente ci culla nei suoi ventotto gradi. Quasi non mi sembra vero.

Il cielo è incolore, l’aria è appena appena effervescente e da dove sono in questo preciso istante vedo nitidamente uno dei simboli della torinesità per eccellenza: la chiesa di Santa Maria del Monte dei Cappuccini. Mi sembra così vicina da poterla quasi toccare con un dito!

È a un passo da me, as the crow flies, come dicono gli inglesi. Cioè come vola il corvo. In linea d’aria.

Per il momento le lunghe giornate bollenti delle settimane scorse sembrano un lontano ricordo. E io gioisco di questa lontananza rievocativa.

I 28 giorni di Asabuki Tomiko

Foto scattata qualche tardo pomeriggio fa, a Torino.

Comunicazione di servizio: Mi scuso coi lettori che, cercando di leggermi nelle scorse settimane, hanno riscontrato difficoltà ad accedere al blog. Purtroppo il sito ha avuto delle difficoltà tecniche dovute agli aggiornamenti di WordPress. Ringrazio pubblicamente Ivan M. del team americano di supporto Siteground per avermi aiutata in maniera precisa e veloce.

Diluizioni di pensieri

In queste settimane dolorose in cui assistiamo sgomenti a crescenti spirali di violenza nel mondo, è molto difficile scrivere. I miei pensieri sono diluiti perché appuntati qui con ritmi singhiozzanti. Non so dunque con quale data apparirà l’articolo: uno scritto, questo, che come l’abito di Arlecchino, pare composto da mille toppe romboidali, ognuna raffigurante un momento di aggiunta tra i problemi tecnici e la difficoltà emotiva del riuscire a scrivere in questo periodo umanamente doloroso.

Eccomi nuovamente qui a scrivere in questa ultima domenica di ottobre. Abbiamo superato da poco l’ennesimo cambio d’ora che sembra segnare quasi ufficialmente il passaggio netto – e senza fasi intermedie – dall’estate all’inverno.

Piccoli garbi sino-torinesi

Ieri pomeriggio ho avuto la possibilità di incontrare per la prima volta Daniela, un’amica che conoscevo da anni soltanto virtualmente e che invece ieri ho potuto abbracciare per davvero. La sua visita a Torino, durata poche ore, si è conclusa in mia compagnia. Non potevo non portarla a respirare un po’ dell’aria della mia personalissima malconcia Chinatown cittadina, condita dalle malinconie dei giochi di luce della Galleria Umberto I e della sospensione del tempo e cristallizzazione di epoche passate, alla Cineseria Ming. Le sue vetrine, i suoi oggetti – alcuni rarissimi e preziosi – ornati dai racconti del signor Livio, figlio dello stimato dottor Lee, uno tra i primissimi residenti cinesi a Torino, e di cui sento nel mio piccolo molto la mancanza. Racconti della Cina del ricordo, della Cina che non c’è più.

Così tanto savoir faire e signorilità nelle parole del signor Livio. Un garbo squisitamente torinese – quasi gozzaniano – ma dalle tinte verde giada.

Tra le sue parole ieri, un piccolo cameo ricamato che raccontava del tè verde che amava bere suo padre quotidianamente. E del tè al gelsomino come delicato divertissement degustativo della domenica.

E proprio negli ultimi momenti di luce prima del tramonto, ho trovato casualmente – con mia grande sorpresa – i dolcini vietnamiti del Drago Giallo, preparati con farina di fagioli verdi e cocco. Piccini e fragili parallelepipedi di un dolce impasto dal sapore di cocco tostato e Asia.
Ho voluto così ricordare il dottor Lee con la mia tazza domenicale di prediletto tè al gelsomino accompagnato dai dolcini del Drago Giallo.

Oggi è domenica ed è il giorno della settimana che, più di tutti gli altri sei restanti, ha un sapore e addirittura un odore caratteristici. Forse ha anche un proprio repertorio di suoni e sensazioni che sembrano ripetersi, a prescindere dalle latitudini in cui ci si trova.

Almeno, per me è sempre stato così. Non ho la pretesa di aspettarmi questa stessa percezione di domenicalità da tutti. Ma per me è un giorno che ha sempre mantenuto una sua identità ben distinta. Sia che mi trovassi a Torino, a San Diego in California oppure a Sagamihara.

È un miscuglio di sollievo, dolce ozio e una quantità variabile di angoscia per la settimana che a breve avrà inizio. Per alcuni quest’ultimo ingrediente sovrasta gli altri.

A Torino è un giorno lento che sa di sugo di pomodoro e di acqua di colonia mentre a San Diego profumava di grigliate, di salsedine e dell’odore delle palme che scuotevano le loro viride chiome folte. A Sagamihara, invece, aveva la fragranza dolciastra della salsa di soia e dei tatami, note che erano presenti sempre ma che in certi momenti si accentuavano ad esempio in estate. Oppure, di domenica.

Letture riprese

Il libro di cui vorrei condividere alcune considerazioni mi è capitato tra le mani alla fine di agosto, in quei giorni di calore feroce che ben ricordiamo.

Il libro in questione, e che definisco particolare per svariate ragioni, è questo:

Vingt-huit jours au Japon aver Jean-Paul Sartre et Simone de Beauvoir.
サルトル、ボーヴォワールとの28日間 – 日本 (Sarutoru, Bōvowāru to no nijūhachi-nichikan – Nihon)
Ventotto giorni in Giappone con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir.

Di Asabuki Tomiko

L’opera, scritta originariamente in giapponese, è accessibile in traduzione soltanto attraverso la versione in francese pubblicata dalla casa editrice L’Asiathéque di Rue Deguerry, a Parigi.
Ho cercato di procurarmi l’edizione originale in giapponese ma pare essere fuori stampa da molto tempo e non più di facile reperibilità.

Copertina dell’opera originale in giapponese la cui copertina ha ispirato la realizzazione dell’edizione francese.

Il mio livello di francese è piuttosto scolastico, motivo per cui ho esitato molto prima di acquistare l’edizione de L’Asiathéque. Tuttavia, non avendo quindi molta altra scelta, mi sono fatta coraggio e ho ordinato il libro. Anche se, fino al giorno della consegna, ho temuto di aver fatto un acquisto inutile.

E invece, nonostante tutto, sono riuscita a leggere tutta l’opera senza grosse difficoltà. A parte alcuni vocaboli ed espressioni che non conoscevo, la lettura è stata scorrevole e molto gradevole.

Asabuki Tomiko

Asabuki Tomiko. Fonte immagine.

Asabuki Tomiko 朝吹登水子 è stata un’importante francesista, traduttrice e scrittrice giapponese. Nata a Tokyo nel 1917, discendeva da una famiglia che svolse un ruolo chiave nella nascita del Giappone moderno durante la Restaurazione Meiji. Non è un caso, dunque, che avesse sin da piccola grande curiosità nei confronti dell’Occidente e di tutto il suo bagaglio socio-culturale. Da ragazza, si trasferì in Francia per studio per poi ritornare in Giappone negli anni Cinquanta dove, per tutto il resto della sua vita, avrebbe coltivato profonda ammirazione per la letteratura francese, veicolandone i suoi messaggi attraverso traduzioni qualitativamente elevate.

Sartre disse di lei che era “la Francia da occhi giapponesi e il Giappone da occhi francesi”.

Anche Asabuki Sankichi, fratello di Tomiko, è stato un francesista e traduttore stimato nonché professore di letteratura francese.

Asabuki Tomiko e suo fratello tradussero in giapponese varie opere di Simone de Beauvoir e ben prima di conoscerla personalmente. Si può facilmente immaginare, quindi, la gioia che devono aver provato quando si presentò loro l’occasione di stringere finalmente la mano dell’autrice che aveva segnato la loro carriera accademica in maniera così incisiva.

Nella prefazione del libro di cui scrivo, Tomiko racconta dettagliatamente e con affetto come e quando avvenne questo primo incontro. Fu lei per prima a conoscere di persona de Beauvoir, nel 1963. A presentargliela fu Hélène de Beauvoir, sorella della scrittrice.

Poco dopo anche Sankichi, grazie a sua sorella, avrebbe conosciuto la de Beauvoir in un elegante ristorante cinese del quartiere parigino di Saint-Sulpice.

L’incontro con Sartre

Nell’estate del 1966, Sartre fu invitato a recarsi ufficialmente in Giappone nell’autunno di quello stesso anno. Era da una vita che il filosofo sognava di visitare il Paese del Sol Levante tanto da far domanda, all’età di ventiquattro anni, per un posto come professore di francese presso l’Istituto franco-giapponese di Kyōto. Tuttavia, con suo grande dispiacere, non venne selezionato. Trentasette anni più tardi poté realizzare questo suo sogno grazie alla prestigiosa Università Keio che lo invitò a prendere parte ad un ciclo di tre conferenze.

Alcuni mesi prima della partenza, Simone de Beauvoir invitò Tomiko a pranzo per presentarle Sartre. L’appuntamento era presso l’appartamento della filosofa, al civico 11 bis della rue Victor-Schœlcher, a Parigi.
Fu in quell’occasione che i due filosofi chiesero a Tomiko di accompagnarli in questo viaggio che avrebbe avuto inizio il 18 settembre e si sarebbe concluso il 16 ottobre 1966.

Cinquantasette anni fa.

Fotografia tratta dal libro. Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre e Asabuki Tomiko al Museo Nazionale di Tokyo, a Ueno.

Perplessità e decisioni

Qualcosa mi attirava verso questo libro, tanto da trovare il modo di superare l’iniziale barriera linguistica. Forse era l’idea di accompagnare Tomiko in questo suo personalissimo viaggio che in fondo è stato un po’ l’apogeo della sua carriera nonché il coronamento di un sogno su cui, chissà, forse non aveva mai neppure osato fantasticare.

Tuttavia, la presenza dei due filosofi, per quanto celebri e stimati probabilmente ancora adesso, non mi entusiasmava particolarmente. Sebbene apprezzi alcune loro considerazioni (od un’opera, come nel caso dello struggente diario Una morte dolcissima in cui de Beauvoir racconta l’esperienza di un mese in ospedale, attraverso la malattia e poi la morte di sua madre), non condivido la loro teoria esistenzialista né tutta la loro visione filosofica nel complesso. Non potrei essere più distante dalle idee di cui si sono fatti portavoce e rappresentanti in prima persona.

Impacci di pensiero

Ma ciò che trovo riprovevole è che, nel 1977, i due filosofi furono tra i firmatari di una petizione al parlamento francese con cui richiedevano l’abbassamento dell’età del consenso e decriminalizzazione dei reati sessuali commessi con persone al di sotto dei quindici anni di età. Esperienze personali in questo senso, in particolar modo di de Beauvoir, chiariscono il perché del loro coinvolgimento in questo genere di vicende.
Lo so, certi personaggi sono figli del proprio tempo e come tali andrebbero visti però mi riesce difficilissimo far finta di nulla; con le loro idee hanno contribuito a plasmare alcuni pensieri e atteggiamenti che generano conseguenze ancora oggi. Le parole hanno un peso e noi siamo responsabili di quelle che scegliamo di proferire e diffondere.

Al di là di ciò, inoltre, mi deluse profondamente il Sartre politico che, nonostante avesse sempre contestato le guerre difendendo il diritto inalienabile di ogni popolo all’esistenza, seppe mostrare un’indifferenza sconvolgente proprio laddove sarebbe servita la sua voce.
Nel libro si racconta del loro arrivo al campus della Keio dove i due filosofi furono accolti da studenti molto emozionati. I ragazzi mostravano cartelloni con messaggi di protesta alla guerra in Vietnam e l’arrivo dei due beniamini da oltreoceano rappresentava un momento di ufficialità di queste voci sonore e inarrestabili.

Studenti di Keio che accolgono la coppia di filosofi, con striscioni di protesta contro il conflitto in Vietnam. Foto tratta dal libro.

In quest’occasione, uno studente della Keio, in preda ad un intenso trasporto, afferrò Simone de Beauvoir per un braccio. Molto probabilmente voleva solo toccarla ma il gesto sconvolse la donna che fu, da quel momento, scortata dal fratello di Tomiko e che in foto vediamo alla sua destra.

Incongruenze di pensiero

Sartre era al fianco dei rivoluzionari, da Che Guevara a Ho Chi Minh, venendo anche nominato presidente esecutivo nel cosiddetto Tribunale Russell nel 1973 per indagare in merito ai crimini di guerra commessi dagli statunitensi in Vietnam. Il filosofo era molto apprezzato anche nel mondo arabo, venendo considerato come un pensatore in grado di riconoscere le ingiustizie e di saperle esprimere in maniera eloquente ed incisiva.

Fino a quando, verso la fine degli anni Sessanta, Sartre seraficamente dichiarò di non riconoscere il popolo palestinese e il suo inalienabile diritto di esistere e di continuare a risiedere sui propri territori. Tentò tempo dopo di aggiustare il tiro sapendo di aver esagerato. Tuttavia, non sarebbe mai più riuscito a salvare la sua reputazione di anticolonialista dalla parte degli oppressi. Quella vistosa incoerenza e quell’inspiegabile freddezza nei confronti della Palestina, dettate entrambe da chissà quali interessi, avrebbero gettato un’ombra indelebile su tutto l’impegno profuso a favore dei popoli in lotta.

E alla luce di ciò che sta avvenendo in queste laceranti settimane, col beneplacito e l’indifferenza della comunità internazionale, le contraddittorietà di Sartre lasciano ancora una volta esterrefatti.

Momenti cristallizzati

Sartre a cena al famoso ristorante Shinkiraku di Tsukiji a Tokyo. Alla sua destra, s’intravede un uomo: lo scrittore Hotta Yoshie, uno degli esponenti del genere 原爆文学 Genbaku Bungaku o letteratura della bomba atomica.

Ma questo libro è la storia di Tomiko.

Il libro di Asabuki Tomiko e dell’ottimo 玄米茶 genmaicha che ne ha accompagnato dolcemente la lettura.

Ed è grazie all’incoraggiamento e all’affettuosa insistenza di Richard Chambon, amico dell’autrice, che oggi noi abbiamo la possibilità di leggere queste memorie. Nel leggere l’opera, infatti, ho pensato più volte a quel complesso intreccio di emozioni che deve aver provato Tomiko nel ripercorrere quella straordinaria esperienza, rivivendone ogni tappa.

Ho pensato al senso di responsabilità che deve aver accompagnato Tomiko per tutto il viaggio poiché lei era il loro punto di riferimento principale: non solo possedeva un’agile padronanza del francese ma naturalmente conosceva bene il suo Paese ed era perfettamente in grado di mediare tra i due mondi.

Vulnerabilità

Dal libro emerge un ritratto dei due filosofi anche molto intimo perché mette a nudo i loro difetti, le loro debolezze ed idiosincrasie. Ad esempio, apprendiamo dell’abitudine di Sartre di consumare molti alcolici nell’arco della giornata. A tal proposito, l’autrice ricorda un episodio avvenuto durante il loro soggiorno a Kyoto, alla locanda Tawara-ya, in cui il filosofo si ubriacò con il Suntory Old, il suo whisky giapponese preferito. Inciampando, cadde su un tavolino basso dove rimase in uno stato di torpore. Tomiko e de Beauvoir dovettero tirarlo su e – con non poca fatica – accompagnarlo in camera. E poco prima di andarsene, Tomiko di nascosto gli portò via l’ennesima bottiglia di whisky che il filosofo era riuscito ad afferrare.

Anni dopo, in una chiacchierata, Sartre scherzosamente le disse che forse lei non si fidava più tanto di lui visto che gli aveva portato via anche la bottiglia quella volta. Tomiko, altrettanto giocosamente, gli rispose che dopotutto lui sembrava quasi essersi trasformato nella scultura in piombo intitolata La Rivière (Il fiume) dell’artista francese Aristide Maillol.

La Rivière di Aristide Maillol. L’opera si trova al giardino delle Tuileries, a Parigi. Fonte immagine.

L’autrice ci racconta dell’antipatia profonda di Sartre nei confronti della cucina giapponese, con la sola eccezione dei piatti a base di carne, e di una delle tante serate offerte da studiosi e amici e al termine della quale si sentì male dopo aver mangiato del sashimi. Stesse così male che pensò fosse giunta la sua ora.

Poca simpatia per la cucina giapponese classica

Sappiamo, invece, che de Beauvoir amava i crostacei e in particolar modo il cocktail di gamberi che assaporò in varie tappe del loro lungo viaggio giapponese.

Ma entrambi, a parte i piatti di carne e i crostacei per Simone de Beauvoir, non tennero la washoku in grande considerazione. Credo sia comprensibile questo loro atteggiamento: erano persone di una certa età e con abitudini ben radicate. Non deve essere stato semplice. Quello fu, tra l’altro, il loro primo e ultimo viaggio in Giappone.

Nonostante questa loro diffidenza gastronomica, de Beauvoir avrebbe più volte dichiarato il suo apprezzamento per la salsa di soia.

E questo, soprattutto in relazione a Sartre, suscita in me un po’ di tenerezza. Aveva sognato tutta la sua vita di visitare questo Paese riuscendo, finalmente, a concretizzare questo desiderio solo in età avanzata. Sicuramente sperava di farvi ritorno più e più volte ma così non fu.

Un lungo viaggio

Cartina del Giappone su cui sono segnate le tappe del viaggio di Sartre, de Beauvoir e Tomiko. Immagine tratta dal libro.

L’avventura, iniziata con l’atterraggio all’aeroporto di Haneda in una sera di forte maltempo il 18 settembre 1966, si svolse lungo tutto quasi tutto il Giappone, ad eccezione di Hokkaidō e Okinawa.

Il racconto è una vera e propria passeggiata lungo la via del ricordo – ovvero la Stroll Down Memory Lane degli inglesi – che ha il sapore della rievocazione ove i punti sbiaditi dal tempo vengono ravvivati con dettagli forse suggeriti dall’emotività.

L’autrice ci narra di numerosi banchetti organizzati in onore dei due filosofi, di silenziose visite a templi e giardini, di momenti di disorientamento dovuti alle differenze culturali. Come, ad esempio, della ritrosia dei due intellettuali nel seguire l’abitudine giapponese di farsi il bagno la sera e non la mattina, com’erano invece avvezzi a fare. Oppure dello stupore di de Beauvoir nell’osservare il modo molto diverso in cui si comportava socialmente Tomiko in Giappone rispetto ai suoi consueti atteggiamenti a Parigi.

I due filosofi osservano in contemplazione il giardino zen del tempio buddista Ryōanji di Kyoto. È qui che Sartre dice: “È il giardino più bello del mondo”.

L’opera è inframezzata da brani tratti da alcuni interventi dei due filosofi sia nel corso di interviste sia nell’ambito delle tre conferenze per le quali erano stati invitati.

Le scaricatrici portuali di Fukuoka

Ma oltre ciò, Tomiko ci rende partecipi di svariate riflessioni dei due intellettuali, fatte in momenti anche molto informali. Simone de Beauvoir, in particolar modo, era incuriosita dal ruolo delle donne giapponesi. A tal proposito, l’autrice rievoca un momento al porto di Fukuoka, importante città sulla costa settentrionale dell’isola di Kyūshū, quando ebbero la possibilità di scambiare due parole con le scaricatrici portuali, straordinarie donne di mare nonché forza e spina dorsale delle attività marittime della città. Ed è qui che de Beauvoir, avvalendosi naturalmente della mediazione linguistica di Tomiko, domanda a queste donne chi si occupi delle faccende domestiche e quanto collaborativi siano i loro mariti. Indaga inoltre sulle loro condizioni salariali e le differenze in questo senso tra uomini e donne.

Sartre e de Beauvoir, nell’osservare queste donne fisicamente minute ma dotate di strabiliante forza e vigore, provarono ammirazione per la loro capacità di sorridere e coltivare il buon umore nonostante la rigidità ed implacabilità di quello stile di vita.

Un punto di riferimento letterario: Tanizaki Jun’ichirō

La lettura di questo libro è stato un avvicendarsi di pensieri e sensazioni assai contrastanti fra di loro. E questo in parte per le ragioni che ho già spiegato. Ma tanti sono stati anche i momenti che hanno saputo trasmettere soavità, con un pizzico talvolta di ilarità.

Chi mi legge da un po’ forse sa cosa rappresenti per me Jun’ichirō Tanizaki, soprattutto in determinati periodi della sua produzione letteraria. Ne ho scritto molto negli anni. Un altro esempio qui. A Tanizaki è dedicata la mia tesi di laurea.

Valigie piene di libri

Nel leggere dei due esistenzialisti francesi alla volta del Giappone, mi colpì molto il fatto che si portarono dietro tantissimi libri in francese e in inglese. L’ingombro deve essere stato tale da rappresentare un certo disagio nei numerosi spostamenti da una località all’altra. Chissà, forse fu una delle ragioni per cui arrivarono in ritardo in stazione per prendere lo Shinkansen per Kyōto e il capostazione – in maniera del tutto eccezionale – rinviò la partenza di tre minuti per aspettare i due illustri visitatori. Questo fatto scandalizzò abbastanza – e comprensibilmente – l’opinione pubblica giapponese.

Simone de Beauvoir era affascinata dal Genji Monogatari perché rappresentava per lei il massimo ideale estetico giapponese. Ho avuto la sensazione che sperasse di incontrare qualche traccia di quella grande opera nel Giappone che si stava apprestando a scoprire.
Jean-Paul Sartre, invece, aveva una predilezione per Tanizaki. Al tempo, in Francia, non c’erano ancora molte traduzioni delle opere di Tanizaki e così Sartre le leggeva in inglese. Nonostante ciò, la sua influenza sul filosofo fu notevole.

Sartre, infatti, alla prima conferenza stampa rilasciata al loro arrivo presso l’aeroporto di Haneda, nel commentare la sua passione per il grandissimo scrittore disse: “Je regrette beaucoup que sa mort m’interdise de le rencontrer.” (pagina 24). Ovvero: Mi dispiace molto che la sua morte m’impedisca di incontrarlo.
Avrebbe infatti desiderato ardentemente ritrovare qualcosa delle opere di Tanizaki in quel Giappone che finalmente vedeva coi suoi stessi occhi. In particolare, elementi che ricordava dal celebre romanzo Neve sottile (細雪 Sasameyuki) del 1948 e che così tanto aveva amato.

L’incontro con Madame Tanizaki e un po’ di ironia

Ebbero, tuttavia, modo di incontrare Takabatake Masaaki, professore di lettere francesi a Keio e amico di Tanizaki grazie a cui fu possibile conoscere di persona Tanizaki Matsuko, moglie dello scrittore. Madame Tanizaki condusse i due filosofi alla loro residenza di campagna ad Atami dove mostrò ai due lo scrittoio del marito, permettendo loro di toccare con mano e respirare parte della quotidianità privata del celebre scrittore e che Sartre così tanto stimava.

Credo che Tomiko apprezzasse la tagliente ironia del filosofo. Nel visitare la tomba di Tanizaki, Sartre le domandò il significato del carattere inciso sulla lapide. Il carattere, scelto da Tanizaki stesso, è: 寂 jaku.
“Serenité du nirvâna” – rispose lei.
Al che lui rispose lapidariamente (è il caso di dirlo!): ” Un peu prétentieux“.

Un pensiero ad una francesista fedele e appassionata

Particolare della foto di copertina che appare sia sull’edizione originale giapponese sia sulla traduzione francese. Qui vediamo da sinistra: Asabuki Tomiko, Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, Asabuki Sankichi, vicino al grande torii in legno di cipresso, al santuario Meiji, a Tokyo.
Foto tratta dal libro.

Ho potuto conoscere la figura di questa appassionata traduttrice solo grazie a queste sue memorie. So che ha scritto un’autobiografia e che cercherò di procurarmi, appena possibile. Ma già da queste pagine ho avuto quasi la sensazione di cogliere aspetti anche un po’ reconditi della sua figura. Ho compreso la sua dedizione alla divulgazione della letteratura francese in Giappone, la sua stima infinita per Simone de Beauvoir e il suo rispetto per Sartre. Ho colto l’impegno, quasi una missione, del fare da guida ai due filosofi affinché il loro ricordo del Giappone fosse indimenticabile.
Dai suoi ricordi emerge l’orgoglio per la sua amicizia con i due intellettuali ma anche il pesante senso di responsabilità nel mediare correttamente tra le due culture: avvertiva, a mio giudizio, l’importanza del riuscire ad adempiere al ruolo di ambasciatrice prescelta nonché tramite di comprensione interculturale.

Chiudo il libro ora, nelle giornate già fredde che sanno di novembre. Le pagine, chiudendosi, portano via questi ricordi dei ricordi.

Pregevoli frammenti di un microcosmo che ormai odora di naftalina.

Mizudashi e pura ispirazione notturna

Un malinconico scorcio della mia città, Torino.

Ricordo un periodo in cui si usava inviare cartoline dai luoghi visitati. Ecco, considerate questo struggente scorcio torinese come una cartolina d’antan trasmessa, però, attraverso la rete.

E’ notte fonda in questo preciso istante. Ottobre è giunto a noi con i suoi già gelidi svolazzi e i suoi cinerei cieli che sembrano offrire uno sguardo sull’infinito.

Torino è addormentata, avvolta nella sua caratteristica coltre di inizio autunno adornata dalle prime pennellate color fumo. Nell’aria la fragranza delle prime pioggerelle della stagione ovvero quelle che i giapponesi – nel loro straordinario lessico delle stagioni – chiamano 秋雨 akisame.

E’ notte fonda, dicevo. Pensieri si avvicendano vorticosamente in un convulso valzer che non accenna a finire. E grazie a un’accurata selezione musicale di Red Ronnie, ho riascoltato dopo tanto tempo la grazia acustica di un grande poeta della musica di alcuni decenni fa: Rod Stewart.
Ascolto il lirismo struggente dei suoi versi intessuto con la soavità di quella musica e…i miei occhi iniziano a riempirsi di lacrime. E non riesco a smettere di piangere.

L’inconfondibile voce roca di Rod mi riporta ai miei primi anni statunitensi quando vivevo a Dallas, più precisamente in quel sobborgo isolato e dolorosamente avvilente agli occhi della Marianna diciannovenne che ero: Glenn Heights.

Rod Stewart accompagnava quei giorni lunghissimi in quel luogo in cui, un giorno, promisi a me stessa di non tornare mai più. E sebbene ancora oggi avverta la pugnalata lancinante della nostalgia per la mia America – quell’America che ho chiamato casa per molti anni – non tornerei a Glenn Heights per nulla al mondo.

Scie di poesia urbana in Lungo Po Cadorna, a Torino.

Squarcia lo scorrere di questa giovinezza.

Così scrive un anonimo poeta urbano sulla balaustra di pietra sul Lungo Po Cadorna.

Veritiera e lacerante constatazione.

Quante volte ho percorso il Lungo Po della mia amata città, instancabilmente sia a monte sia a valle, godendo della caratteristica fragranza che l’antico Eridano emana amalgamandosi con l’aria taurinense.

E squarcia davvero lo scorrere della giovinezza. E’ proprio sul Lungo Po Cadorna che io mi rivedo bambina, in una lontanissima e torrida estate di tanti tanti anni fa. Forse l’estate del 1985. Ero con mia mamma, all’epoca giovanissima ragazza madre, lasciata sola a fronteggiare le immani difficoltà dell’essere madre e padre contemporaneamente. Sedute sulle sedie bianche di una chiosco, ricordo la mia vivacità e lo scambio di battute scherzose tra mia mamma e un giovane ragazzo magrebino.

Era sera. I parapetti di pietra erano illuminati dai lampioni del lungofiume, dalle luci bianche del chiosco e dall’illuminazione della vicina Corso San Maurizio. Dallo scuro manto fluviale si innalzava l’afa della giornata accompagnata dall’odore verde e algoso che il buio Eridano ha per sempre impresso nel mio cuore non lasciandolo più.

Ricordo la mia mamma sorridente in un raro momento di spensieratezza di quegli anni per lei così dolorosi. Ricordo quel giovane ragazzo seduto in un tavolo vicino, da solo. Chissà cosa diede vita a quella momentanea simpatia. Un divertente scambio di battute, alcune a voce ma altre scritte su un pezzo di carta in un francese improvvisato e che io da piccola divertita messaggera portavo al ragazzo da parte di mia mamma e viceversa.

Ce ne andammo dopo il gelato. Un saluto e il piacevole scambio finì. E noi tornammo a casa, allontanandoci – ma mai troppo – da Eridano e dalle sue sponde.

E non avrei di certo immaginato che, molti anni e giramondare dopo, sarei venuta ad abitare proprio a pochi passi da quella stessa balaustra e dunque dall’indomito Eridano che non ha mai smesso di aspettarmi.

Congerie di pensieri e…mizudashi

In questa vera congerie notturna di pensieri un po’ alla rinfusa e mescolati al magma sempre incandescente della nostalgia, ripenso a come solo poche settimane fa regnava ancora quell’afa che riesce a far sembrare l’estate un distante ricordo in bilico sul confine del sogno.

In una giornata di quel caldo distante ormai, ho preparato una semplice quanto benefica bevanda giapponese: il tè verde mizudashi.

Il mio tè verde mizudashi…in una calda giornata d’estate.

Il termine 水出し mizudashi si riferisce a un metodo d’infusione a freddo, applicabile al tè come anche al caffè.

Il procedimento è così semplice da non necessitare nemmeno di una spiegazione. Ci tengo però a condividere con voi il segreto per un delizioso tè verde giapponese mizudashi.

Occorrente:

1 litro d’acqua
10g di tè verde giapponese (consiglio il sencha)
1 bottiglia o contenitore
1 bustina vuota da tè

Dieci grammi di sencha giapponese e una bustina vuota

Naturalmente non sono obbligatorie le bustine. Potete tranquillamente versare le foglie di tè nell’acqua e filtrare la bevanda quando l’infusione sarà pronta.
In un negozio di corso San Martino, a Torino, un giorno ho trovato in maniera del tutto inaspettata proprio una confezione di queste bustine di provenienza giapponese:

Le ocha-pakku trovate inaspettatamente in Corso San Martino, a Torino.

Riempire una bottiglia o una caraffa con un litro d’acqua fresca e tuffarvi dentro i 10g di tè verde giapponese, con o senza bustina. A voi la scelta. Riporre il tutto in frigorifero per almeno un’ora e mezza dopodiché togliere la bustina oppure filtrare il tutto e…gustare!

Il tè verde giapponese preparato con il metodo del mizudashi è una deliziosa alternativa al tè caldo.

E’ ora di riposare

La vena poetico-musicale di questa mia congerie notturna si conclude sulle note commoventi di Paul Simon e la sua struggente American Tune.

Still, tomorrow’s going to be another working day
And I’m trying to get some rest
That’s all I’m trying to get some rest

Cucina giapponese casalinga: 抹茶ぐるぐるクッキー Biscotti al matcha

Biscotti al matcha.

Biscottini guruguru al matcha.

Da dietro le quinte di questo palcoscenico dei sapori entra in scena, con un passo vellutato e regale, il 抹茶 matcha.

Si dice che il tè, ingrediente antico e imbevuto del profumo della tradizione, abbia fatto il suo ingresso ufficiale in Giappone verso la fine del dodicesimo secolo giungendo nel Sol Levante grazie ad un monaco zen di nome Eisai, il quale fu il primo importatore dei semi di questa pianta.
A quei tempi la Cina, agli occhi del Giappone, era ammirevole e lodevole modello di civiltà. Il Giappone, già da alcuni secoli precedenti ai viaggi di Eisai, inviava regolarmente delegazioni di studiosi affinché attingessero dal ricco serbatoio di conoscenze della grande e antica Cina. Questi studiosi, dunque, venivano esortati ad imparare il più possibile, dalla politica all’architettura, dalla scienza alla letteratura, dalla filosofia alla religione.

Il monaco Eisai fu una di queste persone. Proveniente da una famiglia di sacerdoti shintoisti, il giovane studiò i precetti del buddismo e presto avvertì la necessità, per vari motivi, di recarsi in Cina per poter fruire meglio degli insegnamenti buddisti traendoli direttamente “dalla fonte”. Riportò in patria molte testimonianze tangibili del suo soggiorno cinese tra cui numerosi manoscritti e i semi della pianta del tè.

Una lattina di matcha

Lattina di buon matcha

Il monaco piantò questi semi nel giardino di un tempio a Kyoto e, avvezzo ormai all’usanza cinese del tempo, cominciò a polverizzare le delicate e brillanti foglioline di questa pianta fino ad ottenerne una polvere finissima che mescolava con garbo ad acqua calda. A quel tempo in Cina si usava il tè in polvere, ma questa abitudine presto s’indebolì nel Regno di Mezzo fino a scomparire del tutto. Nella Cina contemporanea, infatti, di questa usanza restano solo tracce in documenti storici e stampe.
In Giappone, invece, la preparazione del tè in polvere, ossia del matcha 抹茶, e viva più che mai e indissolubilmente legata alla figura di Eisai e allo zen, disciplina introdotta in Giappone per primo proprio dal monaco.

La famosa cerimonia del tè, chadoo o sadoo 茶道, è un momento meditativo proveniente proprio dai tempi di Eisai, volto ad aiutare chi ne prende parte a soffermarsi sulla bellezza custodita nella semplicità.

La produzione di questo tè, tuttavia, al tempo richiedeva una lavorazione molto complessa  rendendo quindi il prodotto finito appannaggio per pochi, come i membri della nobiltà, dell’ aristocrazia e del clero i quali, essendo molto spesso amanti della bellezza, ricercavano nella ritualizzazione del matcha quella raffinata semplicità a cui anelavano quotidianamente.

Solo verso la fine del Settecento, attraverso brillanti idee ed avvincenti innovazioni, si inizierà ad accorciare le distanze tra l’elitario e regale matcha e la gente comune, arrivando pian piano fino ai giorni nostri dove il matcha – pur rimanendo un prodotto di eccellenza e quindi con un prezzo ancora alquanto elevato soprattutto in base alla varietà – ha smesso di rimanere isolato in templi ed esclusive sale da tè per entrare anche nelle pasticcerie, nei ristoranti, nell’industria alimentare e dolciaria e addirittura nelle case.

Da anni ormai in Giappone il matcha gode di stima e affetto nei repertori di cucina casalinga poiché, secondo me, rappresenta un morbido nastro che congiunge delicatamente la tradizione con la modernità, il passato con il presente, l’Oriente con l’Occidente.

E’ il rivedere e rivivere un passato lontano, regale e fiero, in un soffio di profumato tè verde in polvere.

La ricetta di oggi della nostra rubrica è quindi un tributo a questo speciale e prezioso ingrediente che amo sempre chiamare col suo nome anziché optare per il generico “tè verde” in quanto a quest’ultimo, spesso, si associa il sapore occidentalizzato del tè verde cinese che ritroviamo nei gelati e dolcini orientaleggianti.

Il sapore non è quello del matcha.

Il matcha ha un sapore vivo, fresco, di natura, di acqua, di verde, di fogliame, di terreno, di pioggia, di cicli della natura che instancabilmente si alternano.

La ricetta di oggi è un classico ormai amato da tanti in Giappone e frequentemente replicato in milioni di case da mamme e casalinghe sempre più creative:

I biscotti guruguru (questa espressione onomatopeica si riferisce al motivetto a spirale che abbellisce questi dolcini) di pasta frolla al matcha.

Un vero abbraccio tra Oriente e Occidente.

抹茶ぐるぐるクッキー Matcha guruguru kukkii 

Ingredienti:

Ingredienti per i kukiii.

Tutto quello che occorre per preparare i matcha guruguru kukii.

IMPASTO VERDE CHIARO

50g di burro a temperatura ambiente

3 cucchiai di zucchero a velo

60g di farina

1 bustina di vanillina (facoltativa)

1/2 cucchiaino di matcha

un pizzico di lievito per dolci

un pizzico di sale

IMPASTO VERDE SCURO

Replicate gli stessi ingredienti, nelle stesse quantità, elencati per l’impasto verde chiaro usando però questa volta 2 cucchiaini di matcha.

Procedimento

  1. Preparare il primo impasto, ossia quello verde chiaro: con una frusta lavorare il burro con lo zucchero a velo.
  2. A parte, unire la farina al matcha, il sale, il lievito di dolci e la vanillina se la si usa.
  3. Gradatamente, aggiungere il mix dato da questi ultimi ingredienti al burro lavorato con lo zucchero. Impastare bene fino ad ottenere una pasta omogenea.
  4. Avvolgerla in un pezzo di pellicola trasparente e metterla a riposare in frigo per una mezzora circa.
  5. Preparare l’impasto verde scuro ripetendo esattamente gli stessi passaggi appena visti, con l’unica differenza che questa volta la quantità di matcha passa a due cucchiaini.
  6. Avvolgere anche il secondo impasto in un pezzo di pellicola per alimenti e lasciar riposare in frigo.
  7. Tirare fuori entrambi gli impasti e stenderli tra due fogli di carta da forno per evitare che si appiccichino. Cercare di ottenere, suppergiù, due rettangoli di pasta della stessa misura.
  8. Sovrapporre delicatamente un rettangolo sull’altro (a voi la scelta; potete anche lavorare in due tempi invertendo i colori) e, facendo molta attenzione, iniziare ad arrotolare i due impasti su se stessi.
  9. Avvolgere i rotoli in pellicola per alimenti e riporre in frigorifero per un’ora circa.
  10. Riscaldare il forno a 180 gradi centigradi e rivestire una leccarda di carta da forno.
  11. Tirare fuori i rotoli di impasto e con un coltello affilato tagliateli a rondelle di circa mezzo cm.
  12. Disporli con attenzione sulla carta da forno e metterli a cuocere a forno caldo per 10 minuti, non di più. Non aspettate che prendano colorito. Devono mantenere la propria brillantezza del verde.
  13. Lasciarli raffreddare e servire.

E qui di seguito, parte della procedura riportata in una sequenza fotografica:

Preparazione kukkii.

Sequenza fotografica della preparazione dei kukkii.

Modellare il rotolo usando, se lo si desidera, un makisu o stuoietta di bambu.

Modellare il rotolo usando, se lo si desidera, un makisu o stuoietta di bambù.

Non sono biscotti forse molto leggeri dato il contenuto di burro non trascurabile, tuttavia soddisfano appieno il palato. Ne bastano due o tre per accompagnare, con la raffinatezza che distingue il matcha sin dai tempi antichi, un buon caffè oppure del tè nero.

Biscotti al matcha.

Biscotti al matcha.

Mi sono divertita, in questa ricetta, ad utilizzare due varietà di matcha: una è quella raffigurata in una foto un po più in alto, in una lattina di metallo e l’altro invece e un matcha proveniente dalla provincia di Shizuoka, terra ingioiellata dalle smeraldine piantagioni di tè:

Matcha

Matcha di Shizuoka

Per la preparazione dei biscotti al matcha non è certamente necessario scomodare gli utensili tradizionali generalmente riservati alla corretta esecuzione di questa deliziosa bevanda. Tuttavia, la fragranza unica di questo pregiato tè mi ha invogliata a riscoprire il mio chasen 茶筅, ossia il tradizionalissimo frullino di bambù che si usa per mescolare il te con l’acqua e creare la caratteristica schiuma.

Frullino di bambu.

Chasen o frullino di bambù.

Chasen

Frullino di bambù.

Acquistai questo chasen nella Prefettura di Chiba, a Funabashi, per la precisione.

Frullino di bambu.

Chasen di Funabashi.

Concludo avvisandovi che al momento ho alcune difficoltà con il form dei contatti che non mi permette di ricevere i vostri messaggi. Vi chiedo gentilmente, qualora vogliate comunicare con me, di lasciare un commento qui sul blog oppure di scrivermi direttamente a questo indirizzo: biancorossogiappone @ yahoo . it

Lascio volutamente gli spazi per evitare lo spam.

Alla prossima ricetta di katei-ryoori!

E come si dice in giapponese prima di mangiare e bere:

Itadakimasu!

いただきます!

Ciao! Anche Biancorosso Giappone usa i cookie! Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni?

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi