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L’innocente malinconia di Kaneko Misuzu

La poetessa Kaneko Misuzu

In questo primo mio scritto del 2022, vorrei dedicare un pensiero ad una preziosa figura del panorama letterario femminile giapponese: 金子みすゞ Kaneko Misuzu. Di lei vi diedi un accenno qualche anno fa, proprio QUI.

Sono molto legata a questa poetessa perché una delle sue raccolte di poesie mi ha accompagnata in alcuni dei momenti più bui della mia vita. Fu la mia cara amica Akiko a regalarmi questo libro senza sapere che sarebbe stato per me àncora e conforto. E lo è ancora. Anzi, forse ora più che mai.

Kaneko Misuzu (nome d’arte di Kaneko Teru) nacque nel 1903 nella Prefettura di Yamaguchi, regione nella zona sud-est del Giappone. Nacque in un paesino di pescatori di sardine che, non è un caso, avrebbe ispirato molti suoi componimenti poetici.

Vita breve e dolorosa

La vita della poetessa fu breve e traboccante di dolore. Costretta ad un matrimonio combinato dallo zio con un collaboratore nell’attività di famiglia, Misuzu iniziò la sua vita coniugale all’insegna dell’infelicità. Dal matrimonio nacque una bambina di nome Fusae (proprio come la cara signora Fusae che porto sempre nel cuore!). Tuttavia, poco tempo dopo Misuzu scoprì di aver contratto una malattia venerea trasmessale dal marito, assiduo frequentatore dei cosiddetti quartieri del piacere. Il grande patimento fisico si sommò all’insostenibile e tesissimo rapporto col marito e il tutto sfociò in un’agguerrita battaglia legale per la custodia della bambina. La legge giapponese del tempo, infatti, in caso di divorzio garantiva l’affidamento dei figli ai padri.

Per Misuzu tutto questo era semplicemente inaccettabile oltre che indescrivibilmente straziante.

Non potendo sopportare l’idea di questa ingiusta decisione, la giovane poetessa decise di togliersi la vita. Si cita spesso il triste epilogo che così si svolse: il giorno prima dell’affido ufficiale della bambina al padre, Misuzu fece un bagno alla piccola Fusae dopodiché insieme mangiarono un 桜もち sakuramochi. I sakuramochi sono tradizionali dolci morbidi di primavera avvolti in foglie di ciliegio in salamoia.
Qui ne vedete alcuni in una mia foto scattata nella mia cucina di Sagamihara:

I sakuramochi che avevo ricevuto in dono da Ishii-san

Dopo questo struggente e ultimo momento insieme alla sua bambina amata, Misuzu scrisse una lettera al marito chiedendogli di affidare la piccola alle cure della nonna materna poiché non poteva accettare che fosse lui a crescerla.

L’ex marito rispettò le sue volontà e acconsentì affinché l’affido passasse a sua suocera.

Misuzu morì a poca distanza dal suo ventisettesimo compleanno.

Il mio amatissimo みすゞさんぽ Misuzu-sanpo

Le passeggiate di Misuzu

Il giorno prima di lasciare il Giappone, incontrai Akiko in una caffetteria rumorosa e dove le luci sembravano troppo invadenti. O forse erano i miei occhi che, affaticati dalle lacrime già versate, non tolleravano più alcun affronto.

Fu quel giorno che Akiko mi portò questo libro in dono: みすゞさんぽ Misuzu-sanpo (Le passeggiate di Misuzu), una delle raccolte di poesie di Kaneko Misuzu.

Non conoscevo ancora questa straordinaria poetessa né il suo messaggio. Mi stupirono le illustrazioni che accompagnano ogni singola poesia: animali e semplici oggetti di vita quotidiana, tutti realizzati in plastilina. Tutti elementi che erano parte della quotidianità di Misuzu e che di conseguenza popolavano le sue poesie. Gatti, lombrichi, passerotti, gabbiani, sardine, sgabelli, rose, sapone da bucato, castagne, palline di seta e altri piccoli giochini.
Qualcosa di quelle immagini e di quei componimenti puliti mi trasmetteva un senso di innocente malinconia. E senza saperlo, avrei poi scoperto che è proprio quella l’essenza della poetica di Misuzu.

Un animo innocente che nella sua breve vita colma di dolore seppe aggrapparsi alle piccole cose intorno a sé per ritrovare in esse conforto e ristoro.

Kaneko Misuzu e le sue opere finirono in un dimenticatoio letterario dove vi rimasero per lunghissimo tempo. Fino al 1982, per l’esattezza, quando riaffiorò una sua poesia diventata poi famosissima: 私と小鳥と鈴と (watashi to kotori to suzu to – Io, gli uccellini e le campane). La poesia è a pagina 70 di Misuzu-sanpo.

Lo studioso Luca Cenisi riporta sul suo sito tutta la poesia nella versione originale giapponese di cui fornisce una traslitterazione in caratteri latini più una bellissima traduzione in italiano. Ecco QUI.

La mia passeggiata con Misuzu

L’ultimo giorno di questo travagliato e sconvolgente 2021 sono andata a fare una passeggiata in solitaria lungo il Po. Ho camminato lentamente assaporando ogni istante. Mi sono lasciata cullare dal suono delle mie scarpe che calpestavano spessi strati di foglie secche. Con lo sguardo ho accarezzato la superficie iridescente del fiume su cui si specchiava un sole paglierino. Mi sono fermata ad osservare la fauna che popola le rive del vecchio fiume e mi è sembrato d’intravedere un’armonia tra gli animali che vorrei ci fosse anche tra gli esseri umani.

Sono passata vicino ad una storica colonia felina che da decenni è presente ai bordi del fiume. E ho aspettato, anche questa volta, di vedere uno dei gatti che lì abitano. E ne ho visto uno: un grosso gatto nero che, seduto, sembrava contemplare il moto calmo di quelle acque.

Intorno a me tante persone a spasso, ognuna immersa in un’imperscrutabile bolla di pensieri. Pensieri in movimento e tutti inanellati in forme complesse come le linee iridate sulla superficie cangiante di una bolla di sapone.

Nel mio cappotto blu con in testa il mio sgualcito ma amato berretto nero, passeggiavo respirando quell’aria fluviale che mi accompagna dal giorno in cui venni al mondo qui nella mia straordinaria Torino. E tra le mani, la raccolta di poesie di Kaneko Misuzu. Volevo che le sue parole mi facessero compagnia in quella mia solitaria passeggiata tra gli spogli alberi di ginkgo e le mie lacrime di malinconia e stanchezza.

マリさんぽ Mari-sanpo. La mia passeggiata.

Arrivata alla Passerella Chiaves, un piccolo ponte pedonale che collega la “mia” riva a quella già ai piedi della signorile precollina, mi sono fermata ad osservare il dipinto vero davanti ai miei occhi: il lungo e antico Po dolcemente indorato da quei raggi deboli ma caparbi e sullo sfondo i primi accenni di collina ammantata nei suoi colori distintamente torinesi.

Quante volte sono passata lì fermandomi sempre ad ammirare quel delicato scorcio di città. Ho percorso quel piccolo ponte con tante gradazioni di sentimento nel cuore: dalla felicità esultante alla tristezza più amara. Ma ogni volta l’effetto quasi ipnotico del Po che imperturbabilmente lambisce le sue rive catturava i miei occhi.

Dalla Passerella ho scattato una foto guardando il cielo e pensando a Misuzu. E su quella foto ho copiato una sua poesia di cui vi riporto la versione traslitterata in caratteri latini e la mia traduzione in italiano.

Il colore del cielo

Poesia di Kaneko Misuzu con il Po e la precollina torinese sullo sfondo.

Sora no iro

Umi wa, umi wa, naze aoi

sore wa osora ga utsuru kara

sora no kumotteiru toki wa

umi mo kumottemieru mono

yuuyake, yuuyake, naze akai

sore wa yuuhi ga akai kara

dakedo ohiru no ohisama wa,

aokanai noni, naze aoi

sora wa, sora wa, naze aoi.

(traduzione mia)

Il colore del cielo

Il mare, il mare, perché è blu?

Perché il cielo vi si specchia

Quando il cielo è nuvoloso

anche il mare lo è

il tramonto, il tramonto, perché è rosso?

Perché lo è il sole del crepuscolo

Ma il sole del mezzodì

non è blu

Perché è blu?

Il cielo, il cielo, perché è blu?

Non cessate mai di farvi domande perché è in esse il propulsore alla vita, il combustibile che saprà far ardere la fiammella della curiosità e del sapere. E tutte le domande sono lecite. Ora più che mai.

Ramen-biyori

Ramen-biyori ラーメン日和: giorno ideale da ramen.

Questo il titolo del mio scritto di oggi.

E quando penso alla parola biyori il mio pensiero vola sempre alla mia cara amica Sakura che me la insegnò. In uno dei nostri tanti pomeriggi insieme in cui ci scoprimmo legate da una sorellanza tanto inaspettata quanto fortissima.

Per noi ogni giorno insieme era un biyori per fare qualcosa: andare a caccia di cose antiche ai mercatini dei santuari, assaggiare una nuova soba da qualche parte, perdersi per le strade verdi che costeggiano il fiume Sagami.

Mi manca. Mi manca da morire.

Novembre

Per me novembre è una porta d’ingresso smaltata di un colore sospeso tra il grigio della foschia torinese e il blu d’oltremare di un mare che sogniamo segretamente.
E’ il varco verso i rigori dell’inverno e la severità dei suoi colori.

E in un giorno freddo di novembre ho sentito che era un giorno ideale – un biyori appunto – per un cibo dell’anima: il ramen.

Adattamenti

Nei miei anni di Giappone ho assaggiato tutto l’assaggiabile e i ramen costituivano un mio appuntamento fisso settimanale. Avevo, naturalmente, i miei ramen-ya favoriti: con nostalgia penso allo Yokohama-ya di Sagamihara, all’amato Tategami-ya, nel mio quartiere, con il jazz in sottofondo e le scodelle laccate nere e rosse. Il mio amatissimo Seigetsu, a due passi da casa. E tanti altri. Alcuni scoperti per caso, girovagando tra il Kanagawa, Tokyo e Saitama.

Tra gli innumerevoli ramen-ya che costellano tutto il Giappone, a tutte le latitudini, ne ricordo uno gestito da due fratelli, nei pressi della grande stazione ferroviaria di Sagami-Ono.

La sua specialità era il ramen di manzo: una vera presa di posizione gastronomica importante poiché il ramen, tradizionalmente, è a base di carne di maiale.

Mi sono voluta, dunque, ispirare a quell’esperienza per varie ragioni: non sono vegetariana ma mangio pochissima carne ormai e da anni solo ed esclusivamente manzo, pollo, tacchino. Inoltre, credo di essere riuscita a ricreare un ramen molto buono con ingredienti ed un procedimento semplici.

Vediamo insieme come preparare una scodella fumante di ramen che, concedetemi di peccare un po’ di presunzione, è piuttosto eccellente!

Ricetta e note varie

Ci servono ingredienti per il brodo che, come sapete, è l’anima del ramen. Inoltre, abbiamo bisogno delle ajitsuke-tamago 味付けたまご ossia le uova marinate. Sono facoltative e potete sostituirle con altre gustose guarnizioni ma, a mio parere, concorrono al risultato finale che è semplicemente sorprendente.
Ovviamente servono anche degli spaghettini ramen. Prendeteli da un negozio di alimentari asiatici. Io ho optato per due varietà diverse sperimentandole entrambe:

Spaghettini stile cinese, all’uovo

Ingredienti per il brodo

Pezzo di carne di manzo (tipo scamone) 600g
4 spicchi d’aglio
4 cipollotti verdi
3 cm di zenzero, affettato finemente
1 cucchiaino di peperoncino piccante macinato
3 chiodi di garofano
qualche grano di pepe nero
qualche grano di pepe di Jamaica (facoltativo)
60ml di salsa di soia
un fungo shiitake
1 cucchiaio di zucchero
1 cucchiaio di dado in polvere (vegetale o di manzo)
olio vegetale q.b.
sale e pepe q.b.
2 litri d’acqua

Per le spezie e gli aromi del brodo: sbucciare gli spicchi d’aglio, affettare lo zenzero finemente. Per il cipollotto, separare la parte bianca da quella verde e tritare un po’ di quest’ultima da usare come guarnizione.

In una pentola a pressione versare un cucchiaio d’olio vegetale e mettere a rosolare la carne assicurandosi che prenda colore su tutti i lati. Dopodiché aggiungere i due litri d’acqua e tutti gli ingredienti elencati in ricetta: salsa di soia, aglio, cipollotto (parte bianca), zenzero, peperoncino, pepe nero, pepe di Jamaica, chiodi di garofano, fungo shiitake, zucchero, dado vegetale o di manzo.

Chiudere il coperchio, lasciare cuocere a fiamma alta e portare il tutto in pressione. Quando inizia il sibilo, abbassare la fiamma al minimo e lasciar cuocere per circa un’ora.

Ajitsuke-tamago o uova marinate

La preparazione delle ajitsuke-tamago è molto semplice, più di quanto immaginiate. Esistono molte versioni ma quella che vi propongo io è gradevole e ha un sapore indiscutibilmente giapponese grazie alla presenza del mentsuyu. Il mentsuyu è un condimento che potete preparare in pochi istanti. Ecco qui come:

Per le ajitsuke-tamago servono:
4 uova
100ml di mentsuyu (v. ricetta sopra)
50ml d’acqua

Preparazione delle uova marinate

Far bollire dell’acqua in un pentolino dopodiché immergervi delicatamente le uova, una alla volta. Far cuocere per 7 minuti esatti d’orologio. A questo punto, trasferire le uova in un contenitore d’acqua fredda e lasciarle raffreddare. Se necessario, cambiare l’acqua due o tre volte fino a quando le uova non si saranno completamente raffreddare.
Con attenzione, sbucciarle e metterle in un sacchetto in cui verserete i 100ml di mentsuyu e 50ml d’acqua.
Chiudere il sacchetto e lasciar riposare per almeno un’oretta e mezza.

Le ajitsuke-tamago a riposo
Irresistibili ajitsuke-tamago

Tocchi finali

Quando il brodo e la carne saranno quasi pronti, far bollire gli spaghettini facendo riferimento alla confezione per i tempi di cottura.
Nel frattempo, filtrare il brodo e affettare la carne a fette non troppo sottili. Tagliare le uova a metà.
Scolare gli spaghettini e porzionarli nelle scodelle da ramen. Versarci sopra il brodo, guarnire con carne, ajitsuke-tamago, cipollotto. Più qualsiasi altra cosa vi suggerisca la fantasia.

I miei ramen fumanti…in un ramen-biyori!

Ed ecco qui la versione preparata con gli spaghettini da yakisoba che, a mio avviso, si sono rivelati molto azzeccati. Qui ho aggiunto anche un foglietto di alga nori.

E sulle note della struggente Maki Asakawa nella sua 「それはスポットライトではない」(Sore wa supotto-raito dewanai), torno tra le mie scartoffie a scrivere. Fantastico di un incontro immaginario di carattere letterario e di cui, forse, vi parlerò la prossima volta.

Iroiro

Salsa di soia giapponese…a Torino!

Iroiro 色々 è il titolo che ho scelto per questo mio articolo di fine ottobre: un delicato aggettivo che in giapponese indica un assortimento, una varietà di cose, una specie di zibaldone.
Di natura iroiro, infatti, sarà questo mio scritto poiché conterrà una miscela di pensieri e notizie.

Questo mio iroiro coincide con il sōkō 霜降 che, secondo l’antico calendario solare di origine cinese, è il periodo tra il 23 ottobre e il 6 novembre. Il termine significa, all’incirca, caduta della brina ed è il momento in cui l’autunno comincia ad avvicinarsi alla sua fine per cedere il passo ai rigori dell’inverno.
In effetti, l’arrivo del sōkō è inconfondibile. Lo si percepisce quando primi sbuffi di aria gelida cercano di sfidare le finestre per intrufolarsi in casa di soppiatto.

Evocativa immagine cinese di Jin Ji, dedicata a sōkō. In onore dell’antica origine cinese del calendario agricolo ereditato anche dai giapponesi.

In questi giorni di sōkō, in un vecchio negozio di alimentari di Torino, ho trovato una magnifica sorpresa: una salsa di soia biologica proveniente dal Giappone. La marca è Clearspring, un’azienda londinese specializzata nell’importazione a marchio proprio di prodotti giapponesi di altissima qualità. In precedenza avevo già scritto qualcosa di questa azienda, soprattutto qui quando vi parlai del tofu.

Se c’è un ingrediente il cui sapore sa riportare davanti ai miei occhi il mio Giappone è proprio la salsa di soia. Molte delle salse di soia in commercio da noi, pur avendo marchi giapponesi come Kikkoman, sono in realtà prodotte in Olanda. Insomma, riuscire ad avere l’ingrediente originale ogni tanto è un piccolo lusso che ogni tanto cerco di concedermi.

Lettere per la pace in Vietnam

Il mio iroiro continua.
Sulle note dell’evocativa San Francisco di Scott McKenzie, ripenso ad una preziosa esperienza che ho fatto quest’estate.
La console onoraria del Vietnam qui a Torino, la professoressa Sandra Scagliotti, a inizi estate mi aveva affidato l’editing di una straordinaria raccolta: Lettere per la pace in Vietnam.

Un vero tributo alla pace!

L’estate torinese quest’anno è stata più rovente del solito. E non solo per il clima, naturalmente. Ho dunque affrontato i lunghi pomeriggi torridi dedicandomi a questa raccolta di appelli accorati che Ho Chi Minh scriveva con una sincerità disarmante a varie figure nel mondo. Parole che ancora adesso riverberano la sua buona fede.
In più occasioni, mi sono ritrovata con occhi pieni di lacrime e un’ammirazione per un uomo che riusciva addirittura a trovare parole di conforto per le madri di quegli stessi soldati francesi che martoriavano la sua gente.
A distanza di più di cinquant’anni dalla sua morte, splende ancora il suo sogno di pace.


Sono quindi molto orgogliosa di poter presentarvi questa raccolta alla cui realizzazione ho contribuito anch’io, seppur solo in fase di editing.

Riporto la descrizione riportata sul retro del volume:

“Il Presidente Ho Chi Minh (19 maggio 1890 – 2 settembre 1969), padre della nazione vietnamita, ha dedicato tutta la sua vita alla causa rivoluzionaria, nella convinzione che la questione della liberazione nazionale non riguardasse solo il Viet Nam, ma l’umanità nel suo complesso. Ho Chi Minh. Lettere per la pace in Vietnam raccoglie le missive che, negli anni 1945-1969, il leader indirizzò a vari capi di Stato, politici, militari, prigionieri, immigrati, giovani, donne (madri e mogli di combattenti); accoglie altresì messaggi e istanze rivolte alle autorità internazionali dell’epoca coinvolte negli Accordi di Ginevra per porre fine alla “sporca guerra” e restituire la pace al Viet Nam.

Potete acquistare il libro cliccando qui.

Un messaggio di pace in un momento buio.

Libri…dal destino!

Ancora adesso, a distanza di anni, avverto la mancanza della più bella libreria asiatica che abbia mai impreziosito la mia Torino: Mangetsu, in Via San Francesco da Paola. Un vero tributo all’Oriente, alla sua storia millenaria, alla sua ricchezza letteraria, al suo magnifico bouquet linguistico. Una vera dichiarazione d’amore a quella parte di mondo verso cui spesso volgiamo occhi sognanti e anche un po’ idealizzanti.

Ricordo ancora il giorno in cui, dopo aver appreso la notizia dell’imminente chiusura, andai un’ultima volta a salutare la libreria. Percorsi e ripercorsi la saletta centrale e mi persi nella montagna di libri ammonticchiati al centro, già etichettati con uno sconto d’addio. Ritornai anche nello stretto corridoio che collegava il locale principale alla stanza dei tantissimi libri in giapponese. Ogni volta che visitavo quello stanzino sognavo di poterci restare per ore, magari comodamente seduta su una poltrona tramite cui rifugiarmi nel mondo dell’immaginazione.

Sarebbero passati anni da quel giorno quando, attraverso imperscrutabili inanellamenti di serendipità, strascichi di quella libreria mi avrebbero raggiunta!

Mi ci vorrebbero pagine per raccontarvi le vicissitudini che mi avrebbero condotta ai tanti agognati libri di Mangetsu che, a mia insaputa, giacevano in un luogo, in mia attesa!

Vi mostro per ora uno dei volumi preziosissimi che, quel pomeriggio di metà settembre, mi aspettavano in un polveroso magazzino di Torino ovest.
Fuori l’aria si tingeva già delle prime gelide pennellate color blu di San Patrizio. Con quegli agognati libri gelosamente contenuti nella mia sporta di tela, assieme agli amici Rita ed Enrico ho poi assaporato un confortante caffè in un bar a poca distanza. Seduti a un tavolino esterno, quasi all’angolo tra due vie, quell’aria ormai fredda sapeva inequivocabilmente di autunno.

詳説日本史 Shousetsu nihonshi. Storia dettagliata del Giappone.

Un libro (nello specifico si tratta di un testo per le scuole superiori) molto dettagliato di storia giapponese che guida il lettore dall’antichità fino ai giorni nostri. Giorni nostri che in realtà corrispondono agli anni Novanta del secolo scorso, periodo di pubblicazione del libro. Edito dalla Yamakawa Shuppansha, con sede ad Uchikanda, Tokyo.

Ritornerò con altre serendipità libresche, con altre saggezze del vecchio himekuri e tutto ciò che l’ispirazione mi detterà.

Shoyu

Mizudashi e pura ispirazione notturna

Un malinconico scorcio della mia città, Torino.

Ricordo un periodo in cui si usava inviare cartoline dai luoghi visitati. Ecco, considerate questo struggente scorcio torinese come una cartolina d’antan trasmessa, però, attraverso la rete.

E’ notte fonda in questo preciso istante. Ottobre è giunto a noi con i suoi già gelidi svolazzi e i suoi cinerei cieli che sembrano offrire uno sguardo sull’infinito.

Torino è addormentata, avvolta nella sua caratteristica coltre di inizio autunno adornata dalle prime pennellate color fumo. Nell’aria la fragranza delle prime pioggerelle della stagione ovvero quelle che i giapponesi – nel loro straordinario lessico delle stagioni – chiamano 秋雨 akisame.

E’ notte fonda, dicevo. Pensieri si avvicendano vorticosamente in un convulso valzer che non accenna a finire. E grazie a un’accurata selezione musicale di Red Ronnie, ho riascoltato dopo tanto tempo la grazia acustica di un grande poeta della musica di alcuni decenni fa: Rod Stewart.
Ascolto il lirismo struggente dei suoi versi intessuto con la soavità di quella musica e…i miei occhi iniziano a riempirsi di lacrime. E non riesco a smettere di piangere.

L’inconfondibile voce roca di Rod mi riporta ai miei primi anni statunitensi quando vivevo a Dallas, più precisamente in quel sobborgo isolato e dolorosamente avvilente agli occhi della Marianna diciannovenne che ero: Glenn Heights.

Rod Stewart accompagnava quei giorni lunghissimi in quel luogo in cui, un giorno, promisi a me stessa di non tornare mai più. E sebbene ancora oggi avverta la pugnalata lancinante della nostalgia per la mia America – quell’America che ho chiamato casa per molti anni – non tornerei a Glenn Heights per nulla al mondo.

Scie di poesia urbana in Lungo Po Cadorna, a Torino.

Squarcia lo scorrere di questa giovinezza.

Così scrive un anonimo poeta urbano sulla balaustra di pietra sul Lungo Po Cadorna.

Veritiera e lacerante constatazione.

Quante volte ho percorso il Lungo Po della mia amata città, instancabilmente sia a monte sia a valle, godendo della caratteristica fragranza che l’antico Eridano emana amalgamandosi con l’aria taurinense.

E squarcia davvero lo scorrere della giovinezza. E’ proprio sul Lungo Po Cadorna che io mi rivedo bambina, in una lontanissima e torrida estate di tanti tanti anni fa. Forse l’estate del 1985. Ero con mia mamma, all’epoca giovanissima ragazza madre, lasciata sola a fronteggiare le immani difficoltà dell’essere madre e padre contemporaneamente. Sedute sulle sedie bianche di una chiosco, ricordo la mia vivacità e lo scambio di battute scherzose tra mia mamma e un giovane ragazzo magrebino.

Era sera. I parapetti di pietra erano illuminati dai lampioni del lungofiume, dalle luci bianche del chiosco e dall’illuminazione della vicina Corso San Maurizio. Dallo scuro manto fluviale si innalzava l’afa della giornata accompagnata dall’odore verde e algoso che il buio Eridano ha per sempre impresso nel mio cuore non lasciandolo più.

Ricordo la mia mamma sorridente in un raro momento di spensieratezza di quegli anni per lei così dolorosi. Ricordo quel giovane ragazzo seduto in un tavolo vicino, da solo. Chissà cosa diede vita a quella momentanea simpatia. Un divertente scambio di battute, alcune a voce ma altre scritte su un pezzo di carta in un francese improvvisato e che io da piccola divertita messaggera portavo al ragazzo da parte di mia mamma e viceversa.

Ce ne andammo dopo il gelato. Un saluto e il piacevole scambio finì. E noi tornammo a casa, allontanandoci – ma mai troppo – da Eridano e dalle sue sponde.

E non avrei di certo immaginato che, molti anni e giramondare dopo, sarei venuta ad abitare proprio a pochi passi da quella stessa balaustra e dunque dall’indomito Eridano che non ha mai smesso di aspettarmi.

Congerie di pensieri e…mizudashi

In questa vera congerie notturna di pensieri un po’ alla rinfusa e mescolati al magma sempre incandescente della nostalgia, ripenso a come solo poche settimane fa regnava ancora quell’afa che riesce a far sembrare l’estate un distante ricordo in bilico sul confine del sogno.

In una giornata di quel caldo distante ormai, ho preparato una semplice quanto benefica bevanda giapponese: il tè verde mizudashi.

Il mio tè verde mizudashi…in una calda giornata d’estate.

Il termine 水出し mizudashi si riferisce a un metodo d’infusione a freddo, applicabile al tè come anche al caffè.

Il procedimento è così semplice da non necessitare nemmeno di una spiegazione. Ci tengo però a condividere con voi il segreto per un delizioso tè verde giapponese mizudashi.

Occorrente:

1 litro d’acqua
10g di tè verde giapponese (consiglio il sencha)
1 bottiglia o contenitore
1 bustina vuota da tè

Dieci grammi di sencha giapponese e una bustina vuota

Naturalmente non sono obbligatorie le bustine. Potete tranquillamente versare le foglie di tè nell’acqua e filtrare la bevanda quando l’infusione sarà pronta.
In un negozio di corso San Martino, a Torino, un giorno ho trovato in maniera del tutto inaspettata proprio una confezione di queste bustine di provenienza giapponese:

Le ocha-pakku trovate inaspettatamente in Corso San Martino, a Torino.

Riempire una bottiglia o una caraffa con un litro d’acqua fresca e tuffarvi dentro i 10g di tè verde giapponese, con o senza bustina. A voi la scelta. Riporre il tutto in frigorifero per almeno un’ora e mezza dopodiché togliere la bustina oppure filtrare il tutto e…gustare!

Il tè verde giapponese preparato con il metodo del mizudashi è una deliziosa alternativa al tè caldo.

E’ ora di riposare

La vena poetico-musicale di questa mia congerie notturna si conclude sulle note commoventi di Paul Simon e la sua struggente American Tune.

Still, tomorrow’s going to be another working day
And I’m trying to get some rest
That’s all I’m trying to get some rest

Corso di giapponese base

Immagine di proprietà di Irasutoya イラストや

I tanti buoni propositi di aggiornare questo mio amato e fedele blog, rimpolpando il suo archivio con tanti nuovi contenuti ancora in cantiere, purtroppo sono sfociati in un momento di stallo.
Tuttavia, piano piano, alla fine torno sempre a scrivere.
Sembra un po’, dopotutto, il destino di Biancorosso Giappone.

A metà febbraio di questo 2021, dunque, eccomi qui.

Con un’emozionante notizia: è in partenza il mio corso online di giapponese base, con la scuola Academy International di Venaria!

A chi è rivolto?

E’ un corso base da me progettato e pensato appositamente per chi non ha mai studiato questa lingua ma sa di esserne attratto, qualunque sia la ragione. Quindi è un corso ideale per chi parte completamente da zero e vuole acquisire le prime basi di scrittura e di grammatica.

In cosa consiste?

Si tratta di un corso che ho già sperimentato, con successo, e che quindi già vanta edizioni passate. Quest’anno tuttavia, data l’attuale situazione dovuta alla pandemia, il corso è stato ripensato in veste interattiva e online e si svolgerà dunque interamente attraverso una piattaforma in cui ritroveremo la sensazione di aula e di socializzazione in ambito didattico.

Massima priorità verrà dato all’apprendimento dello hiragana, ovvero il primo dei due sillabari della lingua. Gli studenti quindi impareranno a leggerlo e a scriverlo correttamente ricevendo, al contempo, anche importanti indicazioni di carattere stilistico. In questo modo gli studenti saranno in grado, già in tempi brevi, di acquisire una prima autonomia nel leggere e scrivere.
Successivamente si inizieranno a gettare le prime basi della grammatica creando così una cornice in cui poter inserire primi vocaboli (e qualche primissimo kanji) ed espressioni di uso quotidiano. Il tutto sarà accompagnato da note culturali che serviranno a chiarire certi aspetti un po’ distanti.
A seconda poi del ritmo di classe, ci si dedicherà ad una prima esplorazione del katakana ovvero del secondo sillabario il cui studio più ravvicinato sarà eventualmente approfondito in seguito.

Un obiettivo a portata di tutti

In molti pensano all’impenetrabilità di una lingua come il giapponese credendola difficilissima se non addirittura impossibile. Naturalmente sono richiesti impegno e dedizione, oltre che a ore di studio individuale da sommare alle ore di lezione in aula (cosa che succede in qualunque corso, d’altronde) ma con un buon metodo si riuscirà a presentare la materia in maniera avvicinabile e a fornire gli strumenti per affrontarne lo studio nel tempo.

Dalla mia esperienza

Mi piace sempre pensare alla mia personale esperienza quando iniziai a studiare giapponese in Giappone, sotto la guida di Kanai-sensei, il mio professore nonché il miglior docente mai incontrato in tutta la mia carriera accademica. Fu proprio Kanai-sensei a insegnarmi ad amare il giapponese e a coglierne la sua straordinaria bellezza. Riuscì infatti a trasmettermi con logica e chiarezza le caratteristiche della sua struttura e dei suoi meccanismi.
Mi dedico al giapponese da molti anni ormai. Ho conseguito una laurea in Lingue, in un percorso orientalistico, (con tesi su In’ei Raisan di Tanizaki) e al momento sono iscritta a una laurea specialistica in traduzione, dal giapponese all’italiano.

Vi aspetto

Vi aspetto allora per iniziare insieme questo percorso di studio e di vita. Per qualunque informazione relativa a questo corso, potete contattare la scuola Academy International cliccando QUI.

Watoji: rilegatura giapponese a Torino

Ai tanti sprazzi di giapponesità che costellano veramente la mia quotidianità, spesso in maniera inaspettata e sorprendente, si è aggiunta qualche giorno fa un’incantevole opportunità: un corso di 和綴じ watoji, ossia la rilegatura giapponese.

Watoji

Quaderno giapponese realizzato da me al corso.

L’evento mi era stato segnalato dalla mia cara amica Laura di WEeKanDesign.it la quale – e lo annuncio ufficialmente e con un certo orgoglio – si occupa ora tra le tante cose anche della comunicazione per Biancorosso Giappone.

Grazie a Laura, dunque, sono venuta a conoscenza di un’interessante associazione a Torino che si chiama Sulla Parola, in Via Cibrario 28. Potete visitare il loro sito proprio qui.

In questo brillante luogo di condivisione della conoscenza, tutto però proposto in un’atmosfera avvicinabile e non d’élite, l’offerta dei corsi è molto attraente. Tra i corsi che Sulla Parola propone periodicamente ci sono dei laboratori di watoji, o rilegatura giapponese, come quello a cui ho avuto il privilegio di partecipare il 14 aprile su gradito invito della gentile signora Sabrina Bartolone che gestisce l’associazione.

Rilegatura giapponese

Locandina dell’evento sulla rilegatura giapponese.

Nonostante la mia solita e ormai prevedibile timidezza, ho voluto partecipare sapendo che avrei acquisito, da persone competenti e appassionate, una conoscenza preziosa.

Ed è stato proprio così.

Il corso

rilegatura giapponese

Il mio piano di lavoro

Il corso, condotto dalla preparatissima e paziente Inés Sánchez, aveva come obiettivo quello di trasmettere alcune nozioni generali sull’arte della legatoria del Sol Levante permettendo al contempo ad ogni partecipante di realizzare – con le proprie mani – un quaderno tradizionale giapponese.

In questo ambiente luminoso, rilassato, tranquillo e con i raggi di sole di un sabato torinese che illuminavano tutta la via, abbiamo ascoltato l’appassionante spiegazione di Inés che ci ha condotte attraverso varie epoche storiche dell’Asia e aspetti intriganti dei materiali protagonisti.

Profumi di storia

Siamo passate dall’invenzione della carta in Cina nel remotissimo secondo secolo a.C. (ben mille anni prima della sua introduzione in Europa!) ad un rapido excursus sui materiali. E nel frattempo la mia mente ripensava ai vari stadi evolutivi che la legatoria ha attraversato in Giappone arrivando poi a conoscere stili e forme più standard nel mio amato Periodo Edo (1603-1868).

Washi

Un testo in spagnolo dedicato alla 和紙 washi, la carta giapponese.

Proprio nel Periodo Edo, infatti, la stampa e l’industria editoriale sbocciarono in seguito alla pace finalmente ritrovata attraverso la riunificazione politica e quindi all’emergere di una nuova classe, quella dei 町人 chonin ossia dei mercanti. Questa ritrovata – e sudata – stabilità sociale ed economica portarono ad un innalzamento dei tassi di alfabetizzazione e di conseguenza al fiorire di un interesse letterario che non fosse solo appannaggio esclusivo delle classi nobili. E’ in questo periodo che la letteratura giapponese conobbe il suo avvio alla diffusione popolare.

Conoscenze preziose per tutti

Uno degli aspetti più intriganti di questo corso è la sua avvicinabilità, ovvero il suo essere alla portata veramente di chiunque. Non sono richieste doti manuali particolari e nemmeno competenze specifiche e di nicchia. Chiunque può imparare la tecnica della rilegatura giapponese semplice utilizzando materiali comuni e che – volendo – possono tranquillamente essere di recupero.

Essenzialmente ciò che serve sono carta (non necessariamente giapponese ma andrà bene anche della carta da regalo ad esempio), cartoncino, ago e filo, forbici, fogli bianchi, un piccolo trapano per il fai-da-te oppure degli spilloni resistenti per fare i fori sul dorso.

L’ardua scelta della carta giapponese

Ci è stato chiesto di scegliere tra due decori di carta giapponese e che avrebbero costituito la copertina del nostro quaderno artigianale.

carta giapponese

Magnifici fogli di carta giapponese

Non è mai facile scegliere, a mio avviso, la carta giapponese perché è sempre così evocativa e ricca di dettagli da avvertire ora una sintonia con uno e ora con un altro.

Tra le due scelte proposte, tuttavia, mi sono orientata verso la carta con pennellate turchesi da cui spiccavano i ciliegi in fiore e alcuni elementi che mi hanno ricordato l’arrivo imminente dell’estate.

Passo dopo passo, tra una pennellata di colla e una misurata coi righelli, era giunto il momento di avvicinarci alla parte forse più impegnativa ma anche quella più emozionante di tutto il progetto: la cucitura.

La cucitura

Per l’occasione la maestra Inés aveva portato delle spolette di bellissimo filo colorato. Era nostro il compito di selezionare, in base alla propria sensibilità estetica e gusto, il colore che meglio si abbinasse al decoro della carta prescelto.

Io ho virato verso il rosso, la versione tangibile di quel fil rouge che continua a tenermi legata – attraverso mille insospettabili sorprese – al mio caro Giappone.

Cucitura watoji

Cucitura sul dorso del quaderno.

Nella rilegatura giapponese esistono vari stili di cucitura del dorso, alcuni dei quali erano visibili grazie a dei campioni che Inés ha realizzato a scopo dimostrativo.

cuciture

Campioni dimostrativi di cuciture per rilegatura giapponese

Lo stile di cucitura che abbiamo appreso e utilizzato quel giorno è quello chiamato  麻の葉綴じAsanoha-toji che significa rilegatura a foglia di canapa perché il motivo geometrico che si ottiene dovrebbe ricordare le foglie di questa pianta. Tra l’altro l’asanoha è uno dei decori più famosi dell’artigianato tessile giapponese tradizionale.

Cucitura watoji

Particolare della cucitura Asanoha-toji

Punto dopo punto, con le pazienti indicazioni di Inés e col mio filo rosso che scorreva deciso su e giù per i fori, siamo riuscite a terminare i nostri quaderni.

Che gioia soprattutto perché temevo non sarei mai riuscita ad ottenere un buon risultato.

watoji

Elegante particolare dei nostri quaderni giapponesi

Quaderno giapponese

Quaderno giapponese in esposizione al corso

Quaderno

Quaderno giapponese in esposizione al corso

Il valore della conoscenza trasmessa

Non è certamente un caso fortuito che ci si trovi a proprio agio e in armonia con le persone che, come noi, apprezzano il valore della conoscenza perché ne riconoscono il senso e il sacrificio compiuto per ottenerla.

Per me questa è stata un’esperienza molto arricchente che mi ha permesso di conoscere un luogo sano di aggregazione e di prendere parte alla ricerca di un sapere prezioso.

Un sapere, quello della rilegatura, intrecciato a un’arte che – come mi diceva con voce comprensibilmente malinconica Inés – sta lentamente svanendo inghiottito dalla corsa al tutto e subito e a poco prezzo.

Il valore del poter acquisire qualche frammento di un sapere antico in grado forse di farci rallentare, di farci riprendere fiato e di tornare ad apprezzare le piccole cose, è inestimabile.

Fosse anche solo il passare le dita delicatamente sopra un filo rosso pazientemente intrecciato mentre dalla finestra filtra un raggio di sole pomeridiano.

Ringrazio di cuore Sabrina Bartolone dell’Associazione Sulla Parola e la maestra Inés per questo inestimabile regalo.

Confidenze da dietro un uchiwa

Un uchiwa o ventaglio tradizionale giapponese

Il mio fedele uchiwa che profuma ancora di Kanagawa

Settembre ha un che di militaresco. Richiama tutti, o quasi, all’ordine forzando l’attenzione sugli aspetti del quotidiano ritenuti inevitabili.

E` il mese della sfumata transizione tra gli arroventati toni dell’estate e quelli gradatamente più compassati dell’autunno.

E` la prima tappa verso la mia stagione preferita. E` un po’ come Nihonbashi che era il punto di partenza per chi, da Edo (questo l’antico nome di Tokyo), voleva percorrere il lungo Tokaido e raggiungere Kyoto.

Sono ancora circondata dalle scatole. Alcune grandi, alcune piccole. Ci sono anche sacchetti sempre troppo pieni.

Avverto la fragranza del ricordo sui miei vestiti e le mie cose perché è il profumo del vecchio blog, ovvero la mia vecchia residenza.

Ma qui tutto sa di nuovo. Le luci sembrano anche più brillanti e allegre.

Da dietro una pila di abiti è spuntato il mio うちわ uchiwa. Oh. Pochi istanti senza respiro.

Il mio uchiwa o ventaglio tradizionale.

L`uchiwa che profuma ancora di Giappone.

Questo tradizionale ventaglio era rimasto fino ad oggi avvolto in un foglio trasparente di cellophane.

Perché lo avevo scelto con così tanta cura. Nella vita ho sempre cercato di scegliere le mie cose con amore non distratto, ma quel giorno credo di aver accarezzato questo uchiwa con un lembo del mio essere.

Ricordo perfettamente quando e dove lo acquistai.

Erano gli ultimi e laceranti giorni nel mio Kanagawa. Le cicale avevano appena iniziato il loro struggente canto di vita e di morte; l’aria stava acquisendo l’effluvio dei matsuri e tutti i colori intorno a me sembravano intensificarsi in brillantezza.

I miei occhi, in quei giorni, vestivano un velo sottile di lacrime che solo Saku percepiva. Lo stesso che avvolgeva il mio cuore.

Combattevo contro quel nodo in gola che a tratti mi strangolava con la sua violenza.

E quell’uchiwa aveva qualcosa. Forse io, inconsciamente (o consciamente, chissà) presagivo il ciclone che avrebbe sconvolto la mia esistenza fino al midollo e ho voluto preservare il ricordo di quegli anni giapponesi luccicanti attraverso un semplice involucro in cellophane.

Da dietro di esso, oggi, vi parlo. Perché sì, io vi scrivo, ma in realtà voi che leggete “udite” la mia voce.

Ho liberato l’uchiwa da quella gabbia trasparente che non serve più.

In questi ultimi giorni d’estate e in queste ultime scie di calore io mi faccio aria con la sua aggraziata ala tenendolo delicatamente per il suo pregiato manico di legno laccato.

E da dietro i suoi favoleggianti arabeschi inconfondibilmente nipponici io vi parlo.

Uchiwa o ventaglio tradizionale.

Il ventaglio del ricordo e della confidenza.

Oggi pomeriggio ero su un autobus diretta verso il mio quartiere di nascita e che si chiama Barriera di Milano.

Barriera è un quartiere operaio, uno dei più popolati e popolari di Torino.

Come mio solito, seduta sull’autobus, la mia mente componeva e scriveva parole invisibili che probabilmente mai troveranno la propria forma in inchiostro o in pixel.

E pensavo a come ogni persona sia, in fondo, depositaria di storie che aspettano di essere raccontate.

Ricordi di Giappone.

Ricordi di Yokohama e China Pete`s.

Come i tesori negli scrigni, anche le storie nelle persone possono essere difficili o impossibili da raggiungere.

A volte gli scrigni sono in luoghi remoti e altre volte sono intrappolati negli abissi, forse fusi in un quasi eterno abbraccio con soffocanti alghe o pesanti catenacci di una vecchia nave affondata chissà quanto tempo fa.

E talvolta le storie nelle persone, proprio come quegli scrigni inaccessibili, possono essere intrappolate dal soffocante abbraccio di un orgoglio o frantumati da una quotidianità che si ripete eliminando il desiderio di condivisione.

Il pensiero poi si è arrestato. Dovevo scendere e i miei occhi sono stati attratti dal rigoglioso fogliame dei tanti alberi che caratterizzano quella zona.

Alcune ore dopo ero nuovamente nei pressi della fermata dov’ero scesa. A pochi metri da lì, uno degli ospedali più importanti della mia amorevole città: l`ospedale Giovanni Bosco, inaugurato nel 1961 dall’allora Capo di Stato Giovanni Gronchi. Pensate.

Era già buio. Appese alle mie spalle, due pesanti sporte della spesa. Il peso mi disturbava relativamente perché, come solito, la mia mente era svagata e persa in invisibili componimenti.

Sono svagata sì, ma non totalmente. Con la coda dell’occhio avevo notato, nella penombra, una donna seduta sulla panchina di metallo della fermata dell’autobus.

Gli anni di Giappone mi hanno insegnato, talvolta con le cattive maniere, a non incrociare lo sguardo degli altri ma a guardare sempre un pochino altrove. Anche e soprattutto in conversazione.

E quell’abitudine mi è rimasta, mettendomi a volte in situazioni imbarazzanti perché evitare lo sguardo qui è sempre percepito come un atteggiamento sfuggente di chi nasconde qualcosa.

Quindi ho evitato di incrociare il suo sguardo. Ma la vedevo. Perifericamente, ma la vedevo.

Era silente, ma sembrava scossa da qualcosa.

Sempre nei miei pensieri, io vagavo lasciandomi avvolgere dal profumo della sera, di quei lussureggianti alberi di Barriera e dalla fragranza di carne alla brace che arrivava a me seguendo chissà quale irrintracciabile dedalo di vie.

La donna della penombra, dopo essere rimasta immobile per tutta la durata della mia riflessione in piedi e con le pesanti sporte alle spalle, si è alzata lentamente e mi si è avvicinata e, cercando il mio sguardo, mi ha chiesto notizie dell’autobus ritardatario.

Sorridendo – perché io sorrido davvero sempre – le ho dato gli orari che GTT mi aveva inviato via SMS.

Questa donna, vedendola meglio ora che si era allontanata dalla penombra, aveva un che di spontaneamente signorile. Piccoli gioielli indossati con garbo, morbidi capelli raccolti in un semplice chignon impreziosito da un piccolissimo fermaglio di perle.

E quegli occhi. Azzurri. Un azzurro limpido come il mare di Sardegna.

Ma erano occhi tristi e che avevano chiaramente pianto.

La signora mi parlò del disagio degli autobus ritardatari. Del fastidio provato nell’attendere alla fermata di sera. Delle giornate che si accorciano. Dell’afa che si trascina testardamente.

E poi – come settembre che come un ponte collega l’estate alla stagione fredda – la sua conversazione si appigliò a un gancio che compresi all’istante.

Mi disse che l’afa dell’ospedale era insopportabile, acuita forse dall’evidente sofferenza che per definizione popola quel luogo.

E lì compresi che mi trovavo davanti un essere umano nel bisogno.

Nel bisogno di raccontare una storia.

Di dire qualcosa. Di avere qualcuno disposto ad ascoltare non solo meccanicamente, ma pronto ad accogliere quelle parole, quel racconto.

Dei tesori che, attraverso un inspiegabile intreccio di coincidenze, erano riusciti a liberarsi dalla morsa di possessive alghe che li tenevano imprigionati nell’abisso dell’anima.

Questa donna, per me senza nome e senza storia, aveva scelto Marianna a cui raccontare la sua storia e davanti cui scartare delicatamente il suo dolore.

L’innata raffinatezza dei suoi modi di fare, del suo Italiano, del suo tono di voce mi hanno fatto immaginare la sua estrazione sociale, probabilmente elevata.

In un’anonima sera di settembre, nella periferia torinese, mio luogo di nascita, ero li` con due pesanti borse della spesa e con davanti a me una donna che sanguinava di dolore, con un disperato bisogno di parlare.

La lasciai parlare, ascoltandola con calore umano. La sua sofferenza era reale. Avevo compreso il suo bisogno.

Parole di solitudine, le sue. Di preoccupazione per una figlia giovane e ricoverata, quel giorno, in psichiatria, dopo aver iniziato a rifiutare categoricamente di cibarsi.

Parole amare di un marito inflessibile come un generale e assente, ma solo affezionato al lavoro. Di amiche che prendono e non danno. Dell’affetto che lei, nella sua solitudine, rivolge ad una tartaruga.

Non c’erano superficialità, snobismo, finta frustrazione di chi si lamenta per noia.

In quegli occhi, in quelle parole disperate ho colto i frammenti di un dolore umano.

Lei ogni tanto mi ringraziava perché l`ascoltavo. Mi diceva che il mio volto le aveva fatto capire che ero una persona buona e con cui avrebbe potuto parlare. Poco importava se eravamo due perfette sconosciute. In certi casi la solidarietà umana non ha bisogno di formalità, bon ton o etichette.

Intanto l’autobus era arrivato e vi siamo salite insieme. Più mi parlava e più vedevo dipingersi sul suo dignitoso viso un sorriso lieve.

Iniziò a ringraziarmi profusamente per averle permesso di parlare, di dire, di raccontare, di rinfrancarsi un po’ lo spirito e ritrovare di nuovo il sorriso.

 “Hai anche un bel nome, Marianna. Sei forse un angelo”.

Mi ha detto scendendo dall’autobus.

Ma io non sono un angelo. Sono solo una persona che ha compreso.

Ci siamo strette la mano, abbracciate e poi lei è sparita nel buio, salutandomi ancora una volta e dicendomi della sua speranza di incontrarmi di nuovo un giorno.

Angela, il suo nome.

 

Quel che possono i cuori…

Handala

Handala

Un paio di giorni fa sono ritornata nel quartiere dove sono nata e cresciuta.

Ci sono andata per una commissione che in realtà non era urgente e che soprattutto potevo sbrigare anche da un’altra parte.

Ma ho preferito invece sbrigarla lì perchè sapevo che avrei potuto così godermi una o due ore, in solitaria, per le vie tranquille di quell’angolo di città così intriso di ricordi. Belli o brutti che siano.

È un quartiere dove non c’è assolutamente nulla di speciale, nulla che potrebbe diventar fonte di vanto nei confronti di un forestiero, di un turista.

Non è un quartiere con quella scia affascinante fatta di arte, architettura e storia che solitamente impreziosisce molti quartieri di tante città italiane.

In questo angolo di Torino invece non c’è nulla di tutto questo. Wikipedia elenca, fra i pochissimi luoghi d’interesse e di rilievo storico della zona, una chiesa di deciso sapore ottocentesco, un parco, un giardino intitolato a Peppino Impastato, un oratorio e poco altro.

Questa è una zona di case, case e ancora case. Grossi condomini che agli inizi degli anni Sessanta rappresentavano, in mattoni e cemento, la poderosa forza lavoro di operai non solo FIAT ma di tanti altri stabilimenti e fabbriche che in quegli anni erano realmente la linfa vitale di Torino.

I giardini, i parchi, il tanto verde sono – a mio avviso – uno degli aspetti più belli di questo posto. Un verde abbondante e persin lussureggiante in certi punti. Un verde brillante e generoso che forse nei quartieri più sofisticati e antichi scarseggia fino ad essere inesistente.

E sebbene oramai non esista quasi più la Torino deserta dei mesi estivi dove la città, in seguito al puntuale esodo dei cittadini verso luoghi di villeggiatura, si svuotava fino ad assumere i toni e le sensazioni surreali di una solitudine come quella del prof. Borg ne “Il posto delle fragole” di Ingmar Bergman, si assiste lo stesso ad un alleggerimento delle vie.

Passeggiando per una di queste vie smeraldine e quasi solitarie, a passo volutamente lento e assaporato, con gli occhi cercavo tutti gli appigli della memoria, angoli a cui inevitabilmente sono legati dei ricordi.

Ricordi semplici, d’infanzia e adolescenza. Ricordi forse sciocchi e privi di senso, ma che sono comunque una parte insostituibile di ciò che sono io.

In una di queste vie verdi e illuminate dal sole instancabile del pomeriggio, una donna in dolce attesa aspetta un autobus in compagnia di sua figlia, un’allegra bambina che avrà avuto suppergiù otto o nove anni.

Mamma e figlia chiacchierano felicemente di cose varie.

La bambina, altalenandosi con fare giocoso e con lo sguardo rivolto all’insù, pone alla mamma questa domanda:

“Mamma, ma il cielo è dritto o a cerchio?”

Non ricordo quale fu la risposta della mamma, ma poco importa.

Ho proseguito la mia passeggiata, a passi lenti e assaporati, per le vie alberate e semi-deserte di un modesto quartiere di Torino dove non ci sono tracce di glamour o impronte di acclamati architetti di gloriose epoche che furono.

Tutti i bambini del mondo sono curiosi di quello che li circonda. I loro occhi tentano di interpretare ciò che vedono, dandosi forse spiegazioni che ad un adulto possono sembrare fantasiose o addirittura strampalate.

Ma alle volte, anzi troppo spesso ancora, ci sono bambini i cui occhi vedono da subito il lato peggiore e più scuro dell’essere umano. Sono occhi che vedono, loro malgrado, il personificarsi di violenze e orrori che nemmeno le parole più accorate potranno mai descrivervi completamente.

Forse avete riconosciuto Handala, in alto a sinistra, quel personaggio creato dall’artista e illustratore Naj-al-Ali e che rappresenta un bimbo palestinese proveniente da un campo profughi.

Handala viene sempre rappresentato così, mentre guarda avanti e volta le spalle a noi che guardiamo lui.

Handala si volterà solo e quando la Palestina sarà finalmente una terra libera.

Queste settimane di nuovi attacchi vigliacchi da parte dell’esercito israeliano sulla popolazione civile palestinese hanno portato molta preoccupazione e dolore nella mia vita.

Le tragedie nel mondo sono tante, più di quanto possiamo immaginare, ma credo profondamente che sia dovere di ogni essere umano provare solidarietà nei confronti di tutte le popolazioni oppresse, senza distinzione alcuna.

Il conflitto israelo-palestinese è una dolorosa vicenda che va avanti da decenni e decenni. Molti di noi ricordano vecchi telegiornali che già ne parlavano e in cui già si davano interpretazioni e possibili soluzioni.

Pur essendo una vicenda così complessa, le sue origini e la sua storia sono estremamente semplici e alla portata di chiunque voglia studiarle con una mente pulita, onesta e sincera.

Questo è uno di quei casi dove è possibile avere un quadro completo e preciso dei fatti, unitamente a un’opinione altrettanto chiara e solida, purchè ci si accosti alla questione con sincerità ed onestà.

Se desiderate chiarirvi le idee in merito, vi consiglio, anzi vi invito con il cuore in mano, a leggere QUI e a vedere QUESTO video.

La Palestina ora mi tocca molto da vicino perchè fa parte del mio quotidiano, della mia vita, della mia nuova vita. E non potrei dunque discostarmi mai dalle lacrime e dal sangue che quella terra versa da così tanto tempo ormai, davanti a intere nazioni che sembrano mantenere un’aria di totale impassibilità e addirittura indifferenza.

Cosa possiamo fare davanti al genocidio che Israele continua a compiere contro i palestinesi?

Che cosa possiamo fare noi da qui?!

Manifestazioni?
Lettere e petizioni infervorate su Facebook o altri siti?
Boicottaggi generali contro tutti i prodotti di manifattura e origine israeliana?

Non lo so. Non so nè se queste soluzioni servano nè a quanto possano servire.

Ma so per certo che un primo passo possiamo compierlo attraverso la nostra solidarietà generale, attraverso i nostri cuori.

Quel che possono i cuori forse può apparire come un’insignificante stilla nel mare, ma non lo è ed è certamente un primo passo in quel coro d’indignazione che tutti noi dobbiamo creare per far muro contro ogni forma di bieca vigliaccheria e orrore.

Quel che possono i cuori è opporre forte resistenza contro ogni individuo, sistema, Stato che ritiene accettabile lanciare bombe e gas nervini sulla popolazione civile, sia che ne sia il fautore diretto o un vile complice.

La mia speranza è che a tutti i bambini venga concessa l’innegabile libertà di poter alzare gli occhi e contemplare, con lo sguardo curioso ed innocente dei piccoli, il cielo per chiedersi se questo sia dritto oppure a cerchio.

E chissà, magari un giorno lo farà pure Handala mentre si volterà verso di noi mostrandoci il suo più bel sorriso.
#FreePalestine
#SaveGaza
#PrayForPalestine

Coltre fatata, un torii a Torino e un ricordo

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La coltre fatata

Satsuki.

五月 il quinto mese
皐月 il mese dell’azalea

Questo è uno degli antichi nomi giapponesi del mese di maggio.

Scrivo di Torino perchè, oltre ad essere la mia città di nascita, è la città in cui mi ritrovo ora.

Torino, come tutte le città natali, ha quel qualcosa di rincuorante e di scorante al tempo stesso.

Tornare a casa è ritrovarsi e rivivere, ma al contempo è anche lasciarsi alle spalle l’avventura, rimettere i piedi a terra e la testa a posto.

A me Torino ha sempre fatto questo effetto.

Con un aereo che atterra all’aeroporto di Caselle oppure un treno che, chilometro dopo chilometro su pesanti binari, ritorna a Torino buttandosi fra le braccia della stazione di Porta Nuova, beh… la sensazione è sempre quella.

L’emozione e il sollievo di essere di nuovo a casa misti a un’incontenibile nostalgia per quel che è stato.

C’è quel momento in cui si vorrebbe far dietro-front e correre di nuovo via.

Eppure no. La balsamica sensazione di ritorno a casa ci attira verso sè con la forza di un magnete, ma qualcosa dentro il proprio cuore inguaribilmente viaggiatore non si placa e forse mai si placherà.

Torino in questi giorni è avvolta in una morbida nuvola di polline, una dolce e carezzevole copertina di mille fiocchi volanti che si perdono nell’infinità dell’aria, scivolando sulle superfici di fiumi e pozzanghere, posandosi per terra e lasciandosi intrappolare dai fili d’erba.

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Passeggiando non distante da casa mia, con il sole del tardo pomeriggio che fiero illuminava a sprazzi intensi triangoli di asfalto e strisce di vegetazione, mi sono ritrovata accovacciata ad osservare questa soffice carezza bianca, anche se burlona e dispettosa col naso di molti, mentre con grande grazia ricopriva giardini, cigli della strada e ovunque vi fosse un pò d’acqua.

Sembrava una coltre fatata.

Più di un anno fa, passeggiando in solitaria da queste parti, mi capitò di scorgere in lontananza un 鳥居 torii. O almeno, così mi era sembrato.

Ne avevo immediatamente riconosciuto in lontananza la sagoma e il colore.

Talmente impresso nella mia mente fu quel ricordo che dimenticai però dove avessi visto il torii in questione, tanto che girai a lungo tempo dopo nel tentativo di ritrovarlo… invano.

E oggi pomeriggio, mentre ero a spasso e inseguivo la coltre fatata, ecco che da lontano ho rivisto quel torii.

Allora non ricordavo male! Allora non avevo avuto una visione nippo-mistica?!

No. Era un torii vero. Anzi, erano due!

Incredula, mi ci sono avvicinata. Mi è bastato voltarmi per vedere, a poca distanza, il palazzo dove abito.

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Sono rimasta ferma, con dipinta sul mio volto (ne sono certa) un’espressione tra il contento e l’inebetito.

In quel momento però – è comico lo so – ho pensato sì al Giappone naturalmente, ma il primo pensiero è andato al grande torii che accoglie chiunque entri nella base militare navale di Atsugi, in Giappone appunto.

Quella era la mia vita prima. Ho avuto il privilegio di vivere il Giappone a trecentosessanta gradi e con in più la mia presenza attiva all’interno della comunità militare, soprattutto quella navale, sia statunitense che nipponica.

Quel torii grande a pochi passi dall’entrata della base era stato messo lì per stupire i nuovi occhi occidentali che, di quel posto, avevano il loro primo assaggio di Sol Levante.

Era messo lì per affascinare e non si preoccupava minimamente di essere decontestualizzato. Era lì per compiere una missione: era un biglietto da visita tanto ammirevole inizialmente quanto scialbo col tempo.

Un po’ come lo erano i kimono appesi scioccamente alle pareti del Navy Lodge, l’albergo che ospita i militari e le famiglie.

Ricordo ancora la risata di Sakura quando, vedendo quel torii in mezzo alla rotonda, mi chiese cosa ci facesse un cancello sacro shintoista proprio in quel punto.

Le dissi che era lì per bellezza, per figura, per fare. E in effetti era così.

Lei mi guardò con occhi stupiti. Come poteva un torii essere usato per bellezza?

Nello shintoismo, il torii indica la presenza di un santuario. Anzi, simboleggia il punto di transizione tra la vita terrena e profana e il mondo divino.

Con alle spalle il mondo terreno, al di là di un torii dunque troviamo solitamente un santuario, un luogo considerato sacro da chi pratica il buddismo e lo shintoismo.

Ma nella rotonda principale di 厚木基地 Atsugi-kichi, al di là di quel lucidissimo torii laccato di rosso, c’è una strada che di sacro ha poco o nulla. È una strada che si addentra nel cuore della base e conduce a posti che di spirituale – temo – hanno molto poco.

Capii subito, quindi, lo sguardo stupito e la risata non così sommessa di Saku-chan.

Il torii di oggi pomeriggio fece riaffiorare alla mente questo ricordo perchè in fondo svolge la stessa funzione decontestualizzata del collega nella rotonda di Atsugi-kichi.

Anche se…anche se forse un briciolo di sacralità probabilmente tenta di proteggerla. I torii torinesi sono, infatti, davanti all’ingresso di una famosa scuola di arti marziali.

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Mi è capitato, di recente, di vedere le scene di apertura del film Emperor, diretto da Peter Webber, con nel cast Matthew Fox e Tommy Lee Jones, l’amatissimo dai giapponesi e di rivedere, proprio in quelle scene, i luoghi a me famigliari del Giappone e di Atsugi-kichi, un luogo – quest’ultimo – un po’ sospeso fra due mondi. È un Giappone non Giappone.

Ho avuto un tuffo al cuore e nella mia mente sono ritornati milioni di ricordi e di pensieri, travolgendomi con la forza bruta di uno tsunami.

Semplicità pomeridiane

Un sole pomeridiano magnifico illumina Torino da ore. Un bouquet radioso di raggi caldi impregnati del profumo della vita, del respiro, del battito di un cuore, di un sorriso sincero, di due occhi che – non potendo mentire – lasciano trasparire l’essenza dell’anima.

È rincuorante assistere all’allungarsi delle giornate e alla gioia di un sole che ti accompagna fino alle ore inoltrate del pomeriggio.

Un venticello tiepido e leggermente sfrontato giocherella con le tende verdi dei balconi; con la biancheria stesa che – divertita – sventola come bandiere; con i rami di alberi ormai adornati di stupendi fiori.

Vado fuori, chiudo gli occhi e respiro… e respirando catturo la fragranza della città al pomeriggio.

Tutto profuma di linfa che pulsa, di sangue che scorre nelle vene, di idee che si mescolano e si rimescolano, di nuove energie e propositi.

Se da una parte la routine quotidiana porta conforto, dall’altra ti sottrae la voglia di inventare facendo qualche strappo alla regola che scandisce le nostre giornate.

Si perde la mano nelle cose a cui si ripensa, di tanto in tanto, con una certa nostalgia.

Era da tempo che desideravo rispolverare il mio rito pomeridiano del 抹茶 matcha e quale momento migliore se non questo sereno e profumatissimo pomeriggio quasi primaverile torinese?

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Ho tirato fuori, dunque, la mia tazza da 野立て nodate, il mio 茶筅chasen, il mio 茶杓 chashaku, un どら焼き dorayaki come dolcino e – naturalmente – il mio 抹茶 matcha.

Chissà se ricordate questo mio post qui?

Per una persona, bastano un chashaku e mezzo di tè matcha versato direttamente nella tazza.

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Si mette a bollire l’acqua e quando è pronta la si versa in un’altra tazza (per smorzarne un po’ il calore che potrebbe essere eccessivo), dopodiché la si può versare nella tazza da matcha.

Fatto questo, si inumidisce con acqua tiepida il chasen e si è pronti per mescolare accuratamente avendo l’accortezza di eseguire un movimento a forma di M e concludere con un movimento come se si dovesse tracciare, con le setole del chasen, l’hiragana の.

Mi sono accorta di aver perso un pochino la mano, ma la riacquisterò. Basterà solo non far passare altro tempo.

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Il matcha ha il sapore della natura, del fogliame, del fresco e del vero. Dona energia come il caffè, ma senza la tremarella da caffeina.

Ho ritrovato molta serenità in questa semplice preparazione e nel privilegio di poter sorseggiare questo buon tè dalla mia amata tazza coi bordi dipinti di cielo.

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