Per la parte introduttiva a queste mie pagine dedicate a Pearl S. Buck e il suo Giappone, cliccate qui.

Pearl S. Buck nel suo studio della casa in 520 Dublin Road, Perkasie, Pennsylvania. Foto di proprietà di Yousuf Karsch.

Attingere dal vissuto altrui, che sia attraverso un libro oppure un’amichevole chiacchierata, è un’esperienza che definirei caleidoscopica. Lo è perché l’ascolto attento di questi racconti è paragonabile al momento in cui l’occhio curioso si avvicina allo spioncino del caleidoscopio e viene dolcemente accompagnato in un mondo nuovo.

Poter, quindi, degustare il ricchissimo vissuto di Pearl S. Buck è essa stessa un’esperienza. Lei non è più qui per poterci raccontare direttamente la sua vita ma mi auto-assegno questa responsabilità. Almeno per quel che riguarda il suo singolare rapporto col Giappone.

Dove eravamo rimasti?

Poco dopo aver finalmente conosciuto Pearl S. Buck attraverso varie sue opere, quell’anno tornai in Italia. Mancavo da diversi anni e l’idea di un ritorno, anche se solo di poche settimane, mi elettrizzava fino a togliermi il sonno. Ero consapevole di essere cambiata profondamente. Ritornavo con una lingua in più che nel frattempo si era sovrapposta prepotentemente sulla mia. E con tutte le ramificazioni che questo comporta.

Tornavo con addosso l’odore di America, come mi diceva sempre mia madre.

Ritornavo, però, anche senza l’innocenza con cui ero partita e con una copiosa spolverata di disincanto in più tra i capelli.

Non mi soffermerò a descrivere quell’esperienza che, forse, appartiene ad un altro capitolo. Qualcosa però accennai nei miei Pensieri fluviali che potete leggere qui.

Quel memorabile, seppur breve, ritorno in Italia fu caratterizzato da una preziosa parentesi.

Interludio lagunare

Se sapessi disegnare avrei illustrato così quel giorno. Fonte immagine.

Nelle settimane prima di partire per l’Italia feci un qualcosa d’insolito. Osai con quella buona sfrontatezza che forse bisognerebbe sfoderare più spesso per evitare piccoli tormentosi rimpianti. Ora vi spiego. Nel mio ostinato studio del cinese, sorretto dalle letture aurorali di Pearl S. Buck, mi accompagnava questo libro:

Un testo fondamentale per chiunque si avvicini con serietà allo studio del cinese. L’autrice è Magda Abbiati, professore ordinario di lingua e letteratura cinese all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Ebbene, scrissi alla professoressa Abbiati. Così, dal nulla. E le raccontai per filo e per segno la mia pervicace avventura autodidattica del cinese. Probabilmente il mio messaggio deve esserle sembrato simile al racconto a perdifiato di una bambina emozionata che si mangia le parole.

Non conoscevo la professoressa, se non solo di nome grazie a questo suo libro che in quel periodo era un punto di riferimento importantissimo.

E altrettanto sfacciatamente le chiesi di poterci incontrare. Non la conoscevo eppure già provavo per lei una profonda ammirazione; dopotutto era riuscita a domare una lingua così complessa come il cinese fino ad averne pieno controllo. Quasi non mi sembrava vero e desideravo poterle stringere la mano in segno di rispetto.

Pensavo a Pearl S. Buck. E pensavo a come questa professoressa, in qualche modo, fosse riuscita a conquistare quel sapere complesso. Figure da cui si resta ammaliati per il loro ricco sapere.
Come anche nel caso di una persona d’eccezione che ho scoperto di recente: la formidabile Tina Kanagaratnam dell’agenzia di relazioni pubbliche AsiaMedia nonché – che coincidenza – esperta appassionata di Pearl S. Buck.

La professoressa mi rispose con eccezionale gentilezza, accettando d’incontrarmi.

Un aereo da San Diego mi portò in Italia, a Torino. E da Torino partii alla volta di Venezia.

Non conoscevo Venezia ma me ne innamorai non appena scesi a Santa Lucia. Un’emozione che culminò la sera seguente quando, in una qualche forma di sindrome di Stendhal, non riuscii a trattenere le lacrime in piazza San Marco.

Alloggiai a Palazzo Sant’Angelo, sul Canal Grande. Quello stesso giorno avevo l’appuntamento con la professoressa Abbiati.

L’incontro

Portai con me il quaderno militare con la copertina in tessuto verde. Sì, proprio quello sulle cui pagine avevo iniziato – da sola e con tratto tremante – a tracciare i primi caratteri con una semplice matita. Con un orgoglio striato di imbarazzo, desideravo mostrarle quelle pagine arricciate ai bordi, cariche di inchiostro e grafite. Pagine che avevano pazientemente accolto i miei tratti molto incerti ma ostinati.

Incontrai la professoressa. Prendemmo un gelato e passeggiammo lentamente per un po’. Mi disse che mi avrebbe portata a scoprire qualcosa della Venezia nascosta, quella che la città gelosamente custodiva dietro un prezioso sipario ornato. E così fu.

In quegli istanti, non so proprio perché, ma nella mia mente riaffiorarono alcune scene del film Anima persa di Dino Risi, con Vittorio Gassman e Catherine Deneuve. Probabilmente perché di quel film, oltre la trama psicologica complessa, mi colpirono in particolare le ambientazioni in una Venezia ombrosa e decadente di cui avrei desiderato sentire l’odore e ammirare i colori cupi.

Camminammo a passo lento per un lasso di tempo che non saprei quantificare. Forse erano due ore o mezza giornata. Non lo so. Non saprei nemmeno ritrovare buona parte delle calli che percorsi con la professoressa, assieme alle sue spiegazioni colte e intriganti. Tra i luoghi visitati, ricordo solo che mi portò al sestiere di Cannaregio, al ghetto ebraico della città.

Non c’era quasi nessun altro oltre noi. E pensare che a pochi metri di distanza, invece, si udiva l’infervorato vociare dei turisti di cui, in quel momento, non mi sentivo parte. Per un breve attimo fu come essere in una delle piazze metafisiche di De Chirico: uniche presenze viventi in mezzo ad un silenzio abitato solo da palazzi, statue e le loro ombre.

Sulla panchina

Ci sedemmo su una panchina di pietra rivolta verso la laguna e rimanemmo per un po’ in quel silenzio greve che affiora tra estranei. Dopotutto, non ci conoscevamo. Chiusi gli occhi, inspirai, presi coraggio e le mostrai il mio quaderno.

Lei lo sfogliò con cura, apprezzando il mio lavoro ed esprimendo stupore per tutto questo mio caparbio entusiasmo. Ricordo che, con amorevole fare didattico, mi chiese di riscrivere il carattere di scodella perché come lo tracciavo io non era ben equilibrato. Un carattere di cui non avrei avuto molta simpatia nemmeno in giapponese ma che avrei sempre cercato di scrivere con attenzione…perché la professoressa mi aveva detto di fare così.

Mi aiutò poi a ripassare i fonemi del cinese, soffermandosi su quelli più ostici.

I nostri occhi lasciarono le pagine del mio quaderno e si posarono sulla laguna. Ci fu altro silenzio che la professoressa interruppe dicendomi che sarebbe stato possibile fare un giro in gondola senza spendere tanto come fanno di solito i turisti. Incredula, accettai la proposta e cominciai a fantasticare di una specie di gondola segreta.

Il mio quaderno verde era esattamente così, un classico log book della Marina Militare americana.

Prima però emerse un altro momento di silenzio. Questa volta fui io ad interromperlo sentendo la bizzarra necessità di raccontarle qualcosa di me. Un coraggio propulso dalla fugacità del momento. In fondo, eravamo estranee e le mie confidenze sarebbero rimaste con lei.

In quell’istante mi sentii perfettamente a mio agio e allora le raccontai alcune cose della mia esperienza americana. Sì, la mia vita poteva sembrare idilliaca dall’esterno ma era, dopotutto, una vita come tante. Con i suoi spigoli e i suoi molti momenti di buio. La professoressa mi ascoltò in un silenzio di comprensione sincera accogliendo la condivisione estemporanea di quei miei frammenti di tenebre.

Che momento singolare, se ci ripenso.

Un garbato arrivederci

Ci alzammo e ci dirigemmo verso lo stazio e salimmo su una gondola semplice, grigia. Era lei! Deliziosamente disadorna e autentica. Mi disse che avremmo attraversato la laguna come dei veri veneziani!

Che emozione scivolare silenziosamente su quelle acque ondeggianti, circondata da così tanta bellezza.

Scendemmo in un luogo inghiottito dalla memoria. Ringraziai di cuore la gentile professoressa per il suo tempo e la sua generosità e – un po’ a malincuore – la salutai.

Un garbato arrivederci che invigorì ancora di più il mio desiderio di continuare a studiare, indipendentemente dalla strada su cui questi studi mi avrebbero condotta.

Pearl S. Buck: un infinito non condensabile

Foto di Clara Sipprell. National Portrait Gallery, Smithsonian Institution; donata da Phyllis Fenner. 

Tornai alla mia vita negli Stati Uniti, alla mia routine di sempre. Alla mia semplice vita californiana: al mio lavoro, ai miei libri, ai miei studi, alle mie letture di Pearl S. Buck.

Pearl Comfort Sydenstricker – questo era il suo nome per esteso – nacque il 26 giugno 1892, venticinquesimo anno Meiji, a Hillsboro, nel West Virginia. Il cognome Buck, che tra l’altro lei detestava, era del suo primo marito, John Lossing Buck con cui convolò a nozze nel 1917.
I suoi genitori, il reverendo Absalom Sydenstricker e Caroline Stulting, erano missionari presbiteriani di stanza in Cina. In quel periodo i genitori avevano quasi concluso il loro periodo di licenza quando, dopo la nascita di Pearl, ripartirono alla volta della Cina dove ripresero il proprio lavoro missionario.

I genitori di Pearl Buck: Caroline Stulting e il reverendo Absalom Sydenstricker.

Pearl e la sua famiglia vissero nella città di Zhenjiang, nel punto in cui il maestoso eppur mansueto Fiume Azzurro incontra il Gran Canale della Cina.

Vecchia veduta della città di Chinkiang (Zhenjiang nella traslitterazione moderna), sul punto di congiunzione tra il Fiume Azzurro e il Gran Canale.

Fin da piccola, Pearl visse tra i cinesi e non nei quartieri privilegiati degli stranieri. Giocava con bambini del posto ed era seguita da una balia cinese. Al mattino sua madre le impartiva lezioni in inglese mentre al pomeriggio la didattica era interamente affidata al Maestro Kung che l’accompagnava nello studio della lingua cinese e dei classici confuciani. La sera, invece, il padre le leggeva dei brani tratti dalla Bibbia.

La sua lingua madre era il cinese e non l’inglese. E per tutta la vita avrebbe sempre trovato più naturale esprimersi in cinese sebbene il suo inglese, naturalmente, fosse impeccabile e impreziosito da una cadenza particolarmente ricercata ed elegante.

Amava definirsi culturally bifocal sebbene, come ci ricorda il suo biografo Peter Conn (1996), fin da giovanissima si sentisse un pesce fuor d’acqua in entrambi i Paesi nonché un’estranea tra persone diverse da lei. Sempre Conn osserva come Pearl, a differenza di quasi tutti i suoi contemporanei americani, crebbe in una Cina che per lei era il suo unico mondo. La sua realtà naturale. Per lei era proprio l’America ad essere una sorta di El Dorado, di terra quasi mitica su cui favoleggiare diffusamente e non il contrario.

All’età di diciassette anni tornò per la prima volta negli Stati Uniti da quando era nata, per frequentare il Randolph-Macon College a Lynchburg, in Virginia. Completati gli studi al college, Pearl fece ritorno in Cina dove sposò John Lossing Buck, professore americano di agraria.
Pearl e suo marito vissero nel nord della Cina per diversi anni durante i quali lei, da buona e fine osservatrice qual era, iniziò a scrutare più da vicino le famiglie contadine del tempo. Ne osservava attentamente lo stile di vita, le abitudini, il linguaggio. Dentro di lei, ne sono certa, già stavano prendendo forma storie e personaggi che avrebbero popolato i suoi tanti, tantissimi romanzi di grande successo. Quelli furono gli anni che avrebbero contribuito alla formazione di un humus creativo da cui sarebbe germogliata la sua opera maestra: The Good Earth (La buona terra), del 1931. Con quest’opera vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1938 “per le sue intense ed epiche descrizioni della vita contadina in Cina” dei primi del XX secolo. Pearl fu la prima donna americana a ricevere l’agognato riconoscimento.

Prima ancora di The Good Earth, i frutti della sua prorompente capacità narrativa si manifestarono un anno prima, nel 1930, con East Wind: West Wind (Vento dell’est, vento dell’ovest), il suo primo romanzo.

I libri nelle edizioni che ho letto io.

A questi due romanzi seguì una moltitudine di opere: romanzi, biografie, saggi, brevi storie, antologie, articoli di giornale, storie per bambini e molto altro. E di tutto questo solo una piccola parte è stata tradotta in italiano. Scrisse addirittura un ricettario di cui racconterò qualcosa prossimamente, sempre all’interno di questo Speciale Pearl Buck.
Sorprendentemente, vi è un discreto numero di sue storie che non sono mai state pubblicate! Alcuni sostengono che complessivamente abbia prodotto all’incirca mille opere appartenenti ai generi appena citati.

Anni complicati

Nel 1921 Pearl diede alla luce la sua prima e unica figlia: Carol. La bambina nacque con un grave ritardo mentale, un fatto che avrebbe per sempre segnato la vita della scrittrice. Parte della sua alacrità nello scrivere, infatti, era dovuta ad un continuo senso di urgenza nel trovare i fondi adeguati con cui provvedere alle cure della piccola Carol.

Pearl e la piccola Caroline Grace, chiamata da tutti affettuosamente Carol.

Pochi anni più tardi la scrittrice, dopo una devastante diagnosi di tumore uterino, si sarebbe sottoposta ad un’isterectomia che le avrebbe per sempre negato la possibilità di avere altri figli.

Sempre nel 1921, Pearl perse sua madre. Il reverendo Seidenstricker, rimasto vedovo, si trasferì a casa della figlia. Questi tanti eventi sconvolgenti culminarono nel 1927 con il cosiddetto incidente di Nanchino.

Pearl risiedeva a Nanchino assieme alla sua famiglia già da alcuni anni.

L’incidente di Nanchino

Si trattò di una serie di fatti avvenuti nell’arco di una settimana, nel marzo del 1927 durante la presa di Nanchino da parte del KMT. Il KMT (Kuomintang) è lo storico partito nazionalista cinese di Taiwan. Inizialmente l’esercito del KMT riuscirono nel proprio intento senza incontrare particolari resistenze. Tuttavia, il 24 marzo esso iniziò a scontrarsi con forze straniere provenienti da Gran Bretagna, America e Giappone. Questa situazione di altissima tensione sfociò in un’azione di saccheggio perpetrata da parte dell’esercito nazionalista nei confronti delle case e attività dei residenti stranieri in città.

Distruzione, terrore e morti furono il disastroso bilancio di quella settimana infernale che sancì una grave rottura dei rapporti diplomatici tra le tre potenze e Taiwan. Gran Bretagna, America e Giappone pretesero ingenti risarcimenti per i propri cittadini nonché punizioni esemplari verso i responsabili dei saccheggi.

Pearl e i suoi famigliari scapparono trovando rifugio per un giorno presso la casa di alcuni amici cinesi. Furono tratti in salvo da una cannoniera americana che li scortò via fiume fino a Shanghai da cui, poi, salparono per il Giappone, più precisamente per la Prefettura di Nagasaki, a Unzen, dove si sarebbero rifugiati per un anno.

The People of Japan

Questo il titolo di un emozionante saggio che l’autrice pubblicò nel 1966. In esso Pearl descrive un Giappone viscerale, quello della sua esperienza, dei suoi ricordi. Ma anche un Giappone più remoto.

L’autrice, infatti, con quel tono confidenziale caratteristico dei suoi saggi, ci svela che il Giappone divenne parte del suo mondo e della storia della sua famiglia ancora prima di nascere. La prima terra asiatica in cui approdarono i suoi genitori, diretti verso la Cina nel 1880, fu proprio il Giappone. La nave fece tappa nelle tre città portuali di spicco: Yokohama, Kobe e Nagasaki.

Pearl sosteneva che questo loro primo giapponese assaggio d’Asia in un certo senso li avesse incantati con l’illusione che in Cina avrebbero trovato un qualcosa di simile. Nulla di più ingannevole.

Continua.

Pearl S. Buck: A Cultural Biography, by Peter Conn, Copyright (c) 1996 Cambridge University Press