
La coltre fatata
Satsuki.
五月 il quinto mese
皐月 il mese dell’azalea
Questo è uno degli antichi nomi giapponesi del mese di maggio.
Scrivo di Torino perchè, oltre ad essere la mia città di nascita, è la città in cui mi ritrovo ora.
Torino, come tutte le città natali, ha quel qualcosa di rincuorante e di scorante al tempo stesso.
Tornare a casa è ritrovarsi e rivivere, ma al contempo è anche lasciarsi alle spalle l’avventura, rimettere i piedi a terra e la testa a posto.
A me Torino ha sempre fatto questo effetto.
Con un aereo che atterra all’aeroporto di Caselle oppure un treno che, chilometro dopo chilometro su pesanti binari, ritorna a Torino buttandosi fra le braccia della stazione di Porta Nuova, beh… la sensazione è sempre quella.
L’emozione e il sollievo di essere di nuovo a casa misti a un’incontenibile nostalgia per quel che è stato.
C’è quel momento in cui si vorrebbe far dietro-front e correre di nuovo via.
Eppure no. La balsamica sensazione di ritorno a casa ci attira verso sè con la forza di un magnete, ma qualcosa dentro il proprio cuore inguaribilmente viaggiatore non si placa e forse mai si placherà.
Torino in questi giorni è avvolta in una morbida nuvola di polline, una dolce e carezzevole copertina di mille fiocchi volanti che si perdono nell’infinità dell’aria, scivolando sulle superfici di fiumi e pozzanghere, posandosi per terra e lasciandosi intrappolare dai fili d’erba.
Passeggiando non distante da casa mia, con il sole del tardo pomeriggio che fiero illuminava a sprazzi intensi triangoli di asfalto e strisce di vegetazione, mi sono ritrovata accovacciata ad osservare questa soffice carezza bianca, anche se burlona e dispettosa col naso di molti, mentre con grande grazia ricopriva giardini, cigli della strada e ovunque vi fosse un pò d’acqua.
Sembrava una coltre fatata.
Più di un anno fa, passeggiando in solitaria da queste parti, mi capitò di scorgere in lontananza un 鳥居 torii. O almeno, così mi era sembrato.
Ne avevo immediatamente riconosciuto in lontananza la sagoma e il colore.
Talmente impresso nella mia mente fu quel ricordo che dimenticai però dove avessi visto il torii in questione, tanto che girai a lungo tempo dopo nel tentativo di ritrovarlo… invano.
E oggi pomeriggio, mentre ero a spasso e inseguivo la coltre fatata, ecco che da lontano ho rivisto quel torii.
Allora non ricordavo male! Allora non avevo avuto una visione nippo-mistica?!
No. Era un torii vero. Anzi, erano due!
Incredula, mi ci sono avvicinata. Mi è bastato voltarmi per vedere, a poca distanza, il palazzo dove abito.
Sono rimasta ferma, con dipinta sul mio volto (ne sono certa) un’espressione tra il contento e l’inebetito.
In quel momento però – è comico lo so – ho pensato sì al Giappone naturalmente, ma il primo pensiero è andato al grande torii che accoglie chiunque entri nella base militare navale di Atsugi, in Giappone appunto.
Quella era la mia vita prima. Ho avuto il privilegio di vivere il Giappone a trecentosessanta gradi e con in più la mia presenza attiva all’interno della comunità militare, soprattutto quella navale, sia statunitense che nipponica.
Quel torii grande a pochi passi dall’entrata della base era stato messo lì per stupire i nuovi occhi occidentali che, di quel posto, avevano il loro primo assaggio di Sol Levante.
Era messo lì per affascinare e non si preoccupava minimamente di essere decontestualizzato. Era lì per compiere una missione: era un biglietto da visita tanto ammirevole inizialmente quanto scialbo col tempo.
Un po’ come lo erano i kimono appesi scioccamente alle pareti del Navy Lodge, l’albergo che ospita i militari e le famiglie.
Ricordo ancora la risata di Sakura quando, vedendo quel torii in mezzo alla rotonda, mi chiese cosa ci facesse un cancello sacro shintoista proprio in quel punto.
Le dissi che era lì per bellezza, per figura, per fare. E in effetti era così.
Lei mi guardò con occhi stupiti. Come poteva un torii essere usato per bellezza?
Nello shintoismo, il torii indica la presenza di un santuario. Anzi, simboleggia il punto di transizione tra la vita terrena e profana e il mondo divino.
Con alle spalle il mondo terreno, al di là di un torii dunque troviamo solitamente un santuario, un luogo considerato sacro da chi pratica il buddismo e lo shintoismo.
Ma nella rotonda principale di 厚木基地 Atsugi-kichi, al di là di quel lucidissimo torii laccato di rosso, c’è una strada che di sacro ha poco o nulla. È una strada che si addentra nel cuore della base e conduce a posti che di spirituale – temo – hanno molto poco.
Capii subito, quindi, lo sguardo stupito e la risata non così sommessa di Saku-chan.
Il torii di oggi pomeriggio fece riaffiorare alla mente questo ricordo perchè in fondo svolge la stessa funzione decontestualizzata del collega nella rotonda di Atsugi-kichi.
Anche se…anche se forse un briciolo di sacralità probabilmente tenta di proteggerla. I torii torinesi sono, infatti, davanti all’ingresso di una famosa scuola di arti marziali.
Mi è capitato, di recente, di vedere le scene di apertura del film Emperor, diretto da Peter Webber, con nel cast Matthew Fox e Tommy Lee Jones, l’amatissimo dai giapponesi e di rivedere, proprio in quelle scene, i luoghi a me famigliari del Giappone e di Atsugi-kichi, un luogo – quest’ultimo – un po’ sospeso fra due mondi. È un Giappone non Giappone.
Ho avuto un tuffo al cuore e nella mia mente sono ritornati milioni di ricordi e di pensieri, travolgendomi con la forza bruta di uno tsunami.