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Jagatara-bumi: Una storia di lettere, esili e coraggio.

In questo approfondimento storico esploriamo la vicenda dei cristiani nascosti e degli esiliati a Giacarta nel XVII secolo che merita di emergere dalla coltre polverosa nella quale, lentamente e inesorabilmente, scivolano un po’ tutte le cose del passato.

Ci separano quasi quattrocento anni da quei fatti ma, converrete con me, i sentimenti che li animano sono sempre attuali perché propri dell’essere umano. Poco importano, dunque, l’epoca o la zona geografica.

Prima di aprirvi le porte verso questa toccante vicenda, tuttavia, occorre contestualizzare il periodo storico in cui essa si dipana.

Primo periodo Edo

Illustrazione su pergamena della stazione commerciale olandese a Dejima (isola situata nel porto di Nagasaki). Artista sconosciuto. L’opera risale al XIX secolo circa. Nagasaki, Giappone. N. D.151-1905. © Victoria and Albert Museum, Londra.

La nostra storia si svolge intorno al 1630. Il Giappone, in quel periodo, aveva raggiunto l’unificazione da circa tre decenni. Tuttavia, il Paese era ancora immerso in una fase di assestamento e transizione verso la stabilità dopo le lunghe guerre tra daimyō (signori feudali), del periodo precedente denominato non casualmente 戦国時代 Sengoku-jidai, ovvero il periodo degli Stati belligeranti.
Insomma, benché questi processi richiedano tempo, cominciava a profilarsi finalmente un periodo di relativa tranquillità e ordine dopo così tanta sofferenza.
Era infatti iniziata la Pax Tokugawa, un lungo periodo di circa due secoli e mezzo nonché ultimo governo feudale del Paese che sancì la fine del Vecchio Giappone. Era un po’ come se, presagendo che la propria fine non si sarebbe fatta attendere a lungo, si volesse uscire di scena con garbo e dignità prima di consegnare il Paese a nuovi impulsi, nuovi volti, nuove idee. Forse non si sarebbe potuto fare altrimenti: il nuovo premeva per avanzar espingendo bruscamente da un lato tutto ciò che era stato.

L’arrivo dei portoghesi in Giappone

L’arrivo dei portoghesi in Giappone. Artista sconosciuto.

Una delle questioni più spinose del periodo, e che avrebbe caratterizzato il clima nel quale si sviluppò la vicenda protagonista, è proprio il complesso rapporto tra giapponesi ed europei per la cui comprensione occorre andare ulteriormente a ritroso nel tempo.

I primi europei ad approdare in Giappone furono i portoghesi, nel 1543. Qualcuno sostiene che ci fossero già stati tentativi precedenti a quella data ma il 1543 è ufficialmente riconosciuto come l’anno in cui i portoghesi attraccarono nel porto di 種子島 Tanegashima, un’isola nella zona meridionale del Kyūshū, segnando così il primo ingresso di europei su suolo nipponico.

Questi primi portoghesi giunsero in Giappone arrivando dalla Cina meridionale e per questa ragione vennero soprannominati 南蛮 nanban ossia i barbari del sud, un termine originariamente usato dai cinesi (i quali, ricordiamolo, definivano il proprio Paese come il Regno di Mezzo) nei confronti delle popolazioni del Sud-est asiatico.

In seguito, il termine nanban fu utilizzato per etichettare non solo i forestieri ma anche oggetti di artigianato e tessuti realizzati in foggia occidentale o con uno stile insolito ed esotico.

Illustrazione del pollo Nanban. Fonte.

Questa stessa parola si trova anche in riferimento a determinati piatti con possibili legami portoghesi; a tal proposito, mi viene in mente il celebre チキン南蛮 chikin-nanban, ovvero il pollo Nanban, un famoso piatto di pollo fritto accompagnato da una salsa agrodolce e salsa tartara. Il piatto avrebbe origini decisamente più recenti, infatti pare sia stato inventato intorno agli anni Cinquanta del Novecento, ma il suo collegamento coi portoghesi è dovuto alla compresenza di frittura e aceto che suggella il legame coi portoghesi del tempo i quali, tra le varie pratiche, importarono la tecnica del 南蛮漬け nanban-zuke: carni (o pesci) fritti e poi marinati in una salsa agrodolce. Insomma, come lo chiamano sia gli spagnoli sia i portoghesi, il celebre escabeche. Uno stretto parente, dunque, del nostro piemontesissimo carpione!

In merito alle influenze portoghesi sulla cucina giapponese non si può non citare la celebre tenpura di cui vi ho raccontato qualcosa proprio qui.

Lasciamo da parte, per ora, queste gastro-divagazioni e ritorniamo a questioni più ampie.

Commercio, armi e religione

L’arrivo di un bastimento portoghese in Giappone. Dipinto con inchiostro e oro su paravento a sei pannelli. L’opera risale intorno al 1620-1640 circa. Proprietà dell’Asian Art Museum, The Avery Brundage Collection.

Questi barbari del sud, nel tempo, avrebbero introdotto i giapponesi ad un nuovo flusso commerciale, alle armi da fuoco ma anche ad un nuova dottrina che presto sarebbe stata considerata come sovversiva e pericolosa: il cristianesimo.

種子島鉄砲 Tanegashima-teppō: l’archibugio sviluppato dagli armaioli giapponesi sul modello portoghese. Fonte immagine.

Sul piano religioso, infatti, solo sei anni dopo l’arrivo di quei primi portoghesi a Tanegashima (il nome della località venne in seguito utilizzato per denominare la variante giapponese dell’archibugio), il neonato ordine dei Gesuiti iniziò ad inviare dei missionari tra cui lo spagnolo Francesco Saverio, considerato santo dalla chiesa cattolica in seguito alla proclamazione del 1622 ad opera di Papa Gregorio XV, e molti altri predicatori che, per poter condurre al meglio la propria attività di evangelizzazione, spesso si fermavano lì per qualche anno.

Francesco Saverio, in un’illustrazione giapponese contemporanea. Fonte. L’immagine riporta la trascrizione in katakana del nome spagnolo del missionario: Furanshisuko Zabieru (Francisco Javier).

Questi primi missionari mostrarono un particolare entusiasmo nei confronti del Giappone perché lì trovarono in un primo tempo un ambiente accogliente, popolato da persone generose e di mentalità aperta anche se, è giusto precisarlo, all’inizio ci fu una certa diffidenza da parte dei giapponesi. Dopotutto, la barriera linguistica, le diverse abitudini e le notevoli differenze nelle fattezze fisiche dei nuovi arrivati erano aspetti difficili da ignorare.
I giapponesi, così abituati all’etichetta e alle formalità, rimasero esterrefatti davanti ai modi di fare di questi sconosciuti. Alcune cronache del tempo raccontano dell’abitudine dei portoghesi di mangiare con le mani, della loro sconcertante inettitudine con le bacchette e della loro tendenza ad esprimere apertamente le proprie emozioni.
Analogamente, cronache portoghesi dell’epoca riportano un notevole senso di stupore per la scoperta di una civiltà regolata da un complesso apparato di norme sociali e dotata di un sistema di scrittura straordinariamente sofisticato.

Insomma, i primi erano perlopiù scandalizzati mentre i secondi sembravano del tutto… affascinati!

Diffusione del cristianesimo

Superate queste diffidenze iniziali, i rapporti bilaterali presto si consolidarono grazie soprattutto al commercio, allo scambio di nuove conoscenze e alla curiosità reciproca. Sul piano commerciale, i portoghesi seppero sfruttare le tensioni tra Cina e Giappone in veste di intermediari negli scambi tra i due Paesi utilizzando la Via della Seta marittima.

Prima i commercianti e poi i religiosi lasciarono un’indelebile impronta nel tessuto sociale giapponese, nel bene e nel male.

All’inizio i giapponesi accolsero la predicazione cristiana con interesse e senza particolari timori. Dopotutto, questa nuova dottrina pareva loro una variante delle tante sette religiose buddiste ampiamente diffuse ed attive su tutto il territorio. Successivamente il cristianesimo venne addirittura rivisto in una sorta di chiave strategica ovvero come un modo per dar contro – spiritualmente e politicamente – alla crescente influenza dei monaci buddisti (Reischauer).

L’opera di proselitismo diede risultati piuttosto considerevoli: pare, infatti, che i convertiti giapponesi al cristianesimo fossero intorno ai trecentomila, all’inizio del XVII secolo. Questi nuovi cristiani provenienti da vari strati della popolazione: dalla classe contadina a quella dei guerrieri. Molti daimyō del Kyūshū, ad esempio, accettarono la nuova religione per convinzione oppure per ottenere particolari vantaggi nei rapporti commerciali con gli occidentali.

Prima amore e poi…odio

Il daimyō 豊臣秀吉 Toyotomi Hideyoshi, in un’illustrazione. Fonte.

La fase da luna di miele tra i giapponesi e il cristianesimo subì una prima e brusca frenata nel 1587 quando 豊臣秀吉 Toyotomi Hideyoshi, il daimyō più potente dell’epoca, cominciò a guardare con sospetto questa nuova religione straniera che sembrava più uno strumento politico con cui acquisire consensi e potere che non una semplice ed innocua alternativa alle sette buddiste. Se lo sentiva: c’era dell’altro, qualcosa di calcolato e astuto in tutta questa predicazione scaltramente sempre più capillare. Si convinse, dunque, dell’urgenza di intervenire.

L’atteggiamento guardingo del daimyō, tuttavia, non scaturì dal nulla o da un suo capriccioso preconcetto anti-cattolico. La sua fu una reazione di esasperazione maturata nel tempo e provocata soprattutto dai continui scontri tra i missionari gesuiti e i monaci buddisti: tra questi due gruppi svanì l’obiettivo di un costruttivo dialogo interreligioso e al suo posto emerse una prolungata ed aspra diatriba.
Al centro di questa polemica affiorava l’atteggiamento sprezzante dei missionari che biasimavano pesantemente i monaci per varie ragioni. Innanzitutto, i monaci rappresentavano ovviamente un ostacolo agli sforzi di evangelizzazione. Inoltre, essi seguivano pratiche che i missionari ritenevano indiscutibilmente deplorevoli. Non entrerò nel dettaglio di queste controversie ma vorrei ricordare ad esempio l’idolatria (es. venerazione di statue), l’adesione ad un sistema di superstizioni, l’uso di talismani o l’abitudine di alcuni monaci di vivere nel lusso.

I giapponesi erano perfettamente al corrente, ad esempio, di come gli spagnoli avessero introdotto il cristianesimo nelle Filippine a mo’ di cavallo di Troia con cui si assicurarono poderose conquiste politiche. Temevano, dunque, che se non avessero agito per tempo, anche a loro sarebbe toccata una sorte simile.

Toyotomi Hideyoshi quindi assunse una posizione netta e incontrovertibile contro questa nuova religione, vietando ufficialmente il cristianesimo e condannando a morte ventisei cristiani, diciassette dei quali erano convertiti. Scelse crudelmente – e certamente non a caso – la modalità di esecuzione: la crocifissione.

Qualche anno più tardi il daimyō Ieyasu Tokugawa cercò di allentare un po’ le tensioni assumendo un atteggiamento più clemente verso i cattolici ma, in seguito a crescenti disordini, tra il 1606 e il 1612 la situazione degenerò irreparabilmente. Risalgono, infatti, a questo periodo gli editti più rigorosi che spianarono la via a vere e proprie persecuzioni.
Da quel momento, zero tolleranza: i missionari vennero sistematicamente cacciati e i convertiti obbligati all’abiura o al martirio.

Tutti coloro sospettati di essere cattolici venivano condotti davanti ad una miniatura in ferro che riportava il crocifisso oppure un’immagine della Madonna. Al presunto fedele veniva ordinato di calpestare l’immagine e rinnegare così la fede cattolica.
L’alternativa era la pena di morte. Le miniature usate a questo scopo si chiamavano 踏み絵 fumi-e (immagini da calpestare).

Va ricordato però che questi accanimenti, di cui il più grave sarà la rivolta di Shimabara del 1637, non riuscirono nell’intento sperato, ossia nell’estirpazione assoluta dei cattolici. In risposta a queste oppressioni, fiorirono gruppi di convertiti che professavano il cattolicesimo di nascosto. Questi fedeli costretti a praticare la propria religione in clandestinità venivano chiamati col nome di 隠れキリシタン Kakure Kirishitan (cristiani nascosti).
Questo culto nascosto dei Kakure Kirishitan diede in seguito vita ad un fenomeno assai curioso di commistione tra i precetti del cristianesimo e quelli del buddismo, dando origine ad una sorta di ibrido dottrinale che ricorda il sincretismo cristiano-pagano dell’epoca romana.

La pena del fumi-e. Fonte immagine.

Il cristianesimo fu ufficialmente messo al bando e il governo dello shōgun ordinò l’espulsione dal Giappone di tutti i portoghesi e spagnoli, commercianti o religiosi che fossero, dichiarando l’intenzione di voler mantenere rapporti solo ed esclusivamente con inglesi e olandesi. Con quest’ultimi, in particolare, i giapponesi svilupperanno un affascinante rapporto molto complesso.

La fase del Sakoku e il rapporto con inglesi ed olandesi

Sakoku: un Giappone blindato. Fonte immagine.

La proibizione della predicazione cristiana, la cacciata di spagnoli e portoghesi e la chiusura quasi totale ai contatti verso l’esterno condussero il Giappone in una fase isolazionista chiamata 鎖国 Sakoku (Paese incatenato, chiuso a chiave) che sarebbe durata fino all’inizio della seconda metà dell’Ottocento con l’arrivo delle famigerate 黒船 kurofune, ossia le navi nere del Commodoro Matthew Perry, ufficiale di marina statunitense che fu strumentale nella riapertura del Giappone all’Occidente.

Il Sakoku non solo limitò drasticamente gli scambi commerciali con altri Paesi ma, nel tentativo risoluto di impedire qualsiasi nuovo contatto con il cristianesimo, ai giapponesi fu vietato recarsi all’estero e nessun giapponese all’estero poteva fare ritorno in patria. Con le punizioni non si scherzava. Le pene per i trasgressori di queste leggi era sempre e solo una: la morte.

Per disincentivare qualsiasi tentativo di fuga, era inoltre proibita la costruzione di navi in grado di affrontare viaggi oltreoceano.
Il drastico limite agli scambi commerciali, di cui si faceva menzione poc’anzi, permetteva l’accesso ad una sola zona: il porto di Nagasaki, in particolare l’isola artificiale di Dejima e la cittadina di Hirado. Qui erano ammessi scambi, molto selezionati e controllatissimi, solo con olandesi e inglesi.

Se si volesse trasporre ai giorni nostri questa forma così radicale di isolazionismo, per quanto i contesti e le ideologie soggiacenti siano diversi, si dovrebbe prendere in esame la Corea del Nord, Paese che ancora adesso segue un modello di Sakoku contemporaneo attraverso la stretta osservanza dei principi della dottrina Juche che impone limiti per noi quasi impensabili.

William Adams, conosciuto anche col suo nome giapponese 三浦按針 Miura Anjin.

Gli inglesi, nella figura del navigatore William Adams diventato poi consulente personale del daimyō Tokugawa Ieyasu, convinsero ulteriormente le autorità giapponesi a non fidarsi del modus operandi dei portoghesi e degli spagnoli i quali, come si è visto, si servivano della religione per prendere il controllo di un territorio.
Inglesi e olandesi furono accolti come partner commerciali perché, sebbene di fede cristiana, erano protestanti e senza il benché minimo interesse nell’opera di evangelizzazione. Questo fatto rassicurò non poco le autorità giapponesi che, infatti, li premiarono con questo accesso privilegiato a Nagasaki, chiedendo inoltre fedeltà al daimyō.

Nel 1623 gli inglesi decisero però volontariamente di ritirarsi dal Giappone lasciando il campo libero agli olandesi i quali restarono gli unici (oltre qualche sporadica visita da parte di commercianti cinesi) a gestire l’avamposto di Dejima e Hirado attraverso la propria sede della VOC – la Compagnia Olandese delle Indie Orientali.

Questa esclusività riservata agli olandesi permise il fiorire di uno scambio di merci preziose (seta, argento, ceramiche, microscopi e armi) ma anche uno scambio di conoscenze che avrebbero influito notevolmente sulla lingua giapponese e sui saperi di vari ambiti (medico, giuridico ecc.). Il giapponese custodisce ancora molte parole di origine olandese: penso ad esempio a ランドセル randoseru (dall’olandese ransel) ovvero zainetto e レトルト (dall’olandese retort) ossia una busta sterilizzata usata come contenitore per piatti precotti.
Nel periodo Edo infatti si sviluppò un campo di studi chiamato 蘭学 rangaku, ovvero l’insieme di conoscenze tecnico-medico-scientifiche occidentali acquisite grazie ai contatti con gli olandesi durante il Sakoku.

Un manuale di rangaku ad opera di 杉田玄白 Sugita Genpaku (di cui vedete il ritratto a sinistra), medico e studioso nonché fondatore di questo particolarissimo campo di ricerca. Sugita conosceva molto bene, naturalmente, la lingua olandese. Fonte immagine.

La presenza olandese rimase stabile a Dejima in maniera ininterrotta per tutto il periodo Edo, fino alla Restaurazione Meiji in cui semplicemente aprirono nuove sedi dei propri uffici anche a Yokohama.

L’influenza della cultura, lingua e saperi olandesi sul Giappone è stata immensa ed importantissima.

Le due immagini sono tratte da un libro della mia collezione, intitolato 「江戸の料理 e 食生活」Edo no ryōri to shoku-seikatsu. Cucina e abitudini alimentari del periodo Edo.

Torniamo a noi…

Questa lunga premessa era necessaria per preparare il terreno della nostra narrazione. Senza questo preambolo non riusciremmo a cogliere appieno l’atmosfera e le dinamiche che hanno caratterizzato la vicenda che sto per raccontarvi.

Tra le proibizioni previste dal Sakoku ve n’era una particolarmente perniciosa: le unioni miste tra stranieri e giapponesi erano assolutamente vietate e quelle già esistenti – soprattutto se in presenza di figli – erano obbligatoriamente sottoposte a procedimenti di espulsione.
Quindi non importava che uno dei genitori (generalmente la madre) e i figli fossero nati in Giappone: se in questi figli scorreva sangue misto allora l’esilio era inevitabile. Non ne parliamo se poi, oltre il patrimonio genetico non favorevole, ci fossero anche convinzioni religiose sgradite alle autorità! Una ragione in più per allontanare queste presenze indesiderate.

Con l’inasprimento delle politiche del Sakoku, iniziò parallelamente la crudele disgregazione di famiglie che si ritrovarono spezzate senza possibilità alcuna di appello.

Esilio a Jagatara

Ma qual era il luogo dell’esilio? Dove venivano mandate queste famiglie?

In questa cartina si può avere un’idea della distanza tra i due Paesi arcipelago. Giacarta è ubicata sulla costa nord-occidentale dell’isola di Java.

A Batavia, il nome che gli olandesi avevano assegnato alla città di Giacarta in Indonesia. Il vecchio nome giapponese della città però è Jagatara perché proveniva dal toponimo in lingua portoghese, Jacatra. Per evitare confusione, tuttavia, utilizzerò il toponimo olandese Batavia per indicare la città e Jagatara per riferirmi alle lettere.

Jagatara-bumi ジャガタラ文 – che è il titolo di questo articolo e di questa storia – significa Lettere di Giacarta perché a testimonianza di queste tristi e dolorose pagine della storia giapponese esistono ancora alcuni esemplari di sofferti carteggi tra gli esiliati a Giacarta e i loro parenti in Giappone.

Jagatara Oharu: un’esule italo-giapponese

Statua raffigurante il volto di Jagatara Oharu, nella piazza del porto di Hirado (Nagasaki). Fonte immagine.

Tra le tante e drammatiche storie di queste famiglie dilaniate dal dolore della separazione imposta, spicca la storia di Jagatara Oharu.

Il suo vero nome era Jeronima Haru Marino (prese poi il cognome Simonsen sposando un funzionario olandese della VOC, anch’egli in esilio a Batavia) ed era nata a Nagasaki intorno al 1625 (l’anno di nascita non si sa con certezza). D’ora in poi mi riferirò a lei usando il nome con cui è conosciuta: Oharu.

Il padre di Oharu era un marinaio genovese di nome Niccolò Marino che lavorava su una nave mercantile portoghese. Ad un certo punto, però, per ragioni non molto chiare, pare che si allontanò dai portoghesi scegliendo di lavorare a stretto contatto con inglesi e olandesi.
Egli, approdato in Giappone, si era innamorato della figlia di un mercante di Nagasaki che conosciamo soltanto col suo nome cristiano di Maria da cui ebbe due figlie: Oharu e la più grande, Oman (il cui nome era Madarena o Maddalena).
La famiglia Marino risiedeva a オランダ坂 Oranda-zaka (lett. collina olandese), una bellissima strada in pendenza, situata nel quartiere di Higashi-yamate, nella città di Nagasaki.

Un’illustrazione molto evocativa di Oranda-zaka. Il disegno è opera di C)Yotaro Tujimoto/ARTBANK. Fonte.

Purtroppo però Niccolò si ammalò gravemente e morì quando la piccola Oharu aveva solo nove anni.

Dopo la morte del marito, Maria e i suoi figli dovettero trasferirsi nella casa di suo fratello Shichibei che viveva nel quartiere di 酒屋町 Sakaya-machi, a Nagasaki.
Purtroppo qui però accadde un primo fatto doloroso. Oharu aveva dei bellissimi capelli rossicci, una testimonianza genetica delle sue origini europee. A causa del crescente clima di ostilità verso gli stranieri e i figli di coppie miste, Shichibei espresse una certa preoccupazione nell’ospitare questa nipote in particolare che aveva fattezze innegabilmente occidentali. Fu quindi deciso di mandarla a vivere a casa di un parente molto influente e con importanti agganci governativi. Questa soluzione avrebbe consentito alla bambina di vivere un po’ più protetta in questo clima decisamente difficile. Oharu si trovò bene a casa di questo parente che aveva due figli più o meno della sua stessa età e con cui legò immediatamente.

Uno dei due figli, Heikichi, divenne una sorta di fratello maggiore per Oharu difendendola dal bullismo da parte di altri bambini del quartiere e insegnandole a leggere e scrivere.

Le ostilità si intensificano: la rivolta di Shimabara

La rivolta di Shimabara del 1637. Opera di Takato Yamamoto. Fonte immagine.

La sanguinosa rivolta di Shimabara del 1637-1638 rappresenta il punto di massima gravità nei rapporti ormai compromessi tra le comunità cristiane e le autorità giapponesi. Questo fu l’evento che mise definitivamente la parola fine alla tormentata esperienza del cristianesimo in Giappone. Più di ventimila contadini di fede cristiana, esasperati dalle continue persecuzioni e da una tassazione progressivamente sempre più insopportabile, tentarono una ribellione scegliendo come quartier generale un vecchio castello di Shimabara, sull’isola di Kyūshū. La ribellione però fu prontamente repressa con l’uccisione di tutti coloro che erano insorti.

Dopo la rivolta, le comunità cristiane non scomparvero ma continuarono a praticare la propria religione di nascosto. V. i Kakure Kirishitan di cui ho già scritto in questo articolo.

島原城 Shimabara-jō. Il castello di Shimabara. Fonte immagine.

Ai tempi della rivolta di Shimabara, Oharu aveva circa dodici anni. Era chiaro che ormai la situazione fosse drammatica. Le punizioni inflitte ai convertiti e le espulsioni degli stranieri (oltre ai giapponesi sposati con occidentali) procedevano ad una velocità sconcertante, a tal punto che Riemon – il parente presso cui Oharu era ospite – disse alla bambina che si sarebbe dovuta preparare a lasciare il Giappone. Ormai era evidente che nemmeno gli importanti agganci del parente avrebbero più potuto proteggerla dai rastrellamenti in corso.
Provo ad immaginare lo spavento e la tristezza nel cuore di questa bambina che non aveva alcuna colpa se non quella di essere per metà italiana. Dalle cronache però sappiamo che Oharu accettò docilmente la situazione trovando conforto nella sua fede religiosa.

La partenza: l’addio al Giappone

La stazione commerciale olandese di Hirado, nonché sede della VOC, da cui partì Oharu. Fonte immagine.

Il momento tanto temuto arrivò nell’ottobre del 1639, più precisamente il 15 del mese. Oharu si preparò a partire assieme a sua madre, a sua sorella Oman e al figlio di questa che si chiamava Mankichi. Al gruppo si unirono anche tre famiglie di origine straniera. Vennero mandati a Hirado, alla sede del trading post (la stazione commerciale) olandese dove attesero per due settimane l’arrivo di ulteriori istruzioni.

Tipica imbarcazione olandese del periodo

Dopo le due settimane trascorse nell’angoscia a Hirado, Oharu e gli altri salirono a bordo della Breda, una nave olandese che li avrebbe portati in esilio.

La stazione commerciale olandese di Hirado. Da qui Oharu vide per l’ultima volta il mare giapponese e sentì i profumi della sua terra. Frammenti della sua ultima vita giapponese. Fonte immagine.

La nave Breda, dopo aver fatto una sosta intermedia all’isola di Formosa (il nome che i portoghesi diedero all’odierna Taiwan), ormeggiò nel porto di Batavia il 1 gennaio 1640, dopo due mesi di viaggio.

Non si sa esattamente quanti siano stati in totale gli espulsi esiliati a Batavia ma da una dichiarazione del Governatore Generale di Batavia del giorno 8 gennaio 1640 pare fossero circa quattrocento (Shiraishi).

La vita a Batavia

Nonostante le tristi circostanze che caratterizzarono questo trasferimento non voluto, l’accoglienza verso i giapponesi a Batavia fu molto calorosa.

Oharu, sua sorella Oman e le altre donne di cui si hanno notizie piuttosto frammentate, riuscirono a stabilirsi in una vita piuttosto agiata. Oman si risposò con un commerciante giapponese molto ricco che viveva a Batavia e nella loro casa andarono a vivere anche Oharu e la madre Maria.

Oman, purtroppo, si ammalò e morì circa un anno dopo il matrimonio.

Il 29 novembre 1646 Oharu si sposò con Simon Simonsen, un impiegato della VOC, la compagnia olandese delle Indie occidentali, che era nato a Hirado e si trovava tra gli esiliati a Batavia. Simon seppe sfruttare le sue capacità ed esperienza maturata alla sede della VOC di Hirado e fece una gran carriera diventando capo delle dogane olandesi, a Batavia. Questo consentì ai coniugi Simonsen di vivere una vita molto agiata, probabilmente molto di più di quanto non lo sarebbe stata se fossero rimasti a Nagasaki. Chissà.

Anche Simon, purtroppo, morì molto giovane all’età di 46 anni. Oharu, invece, visse fino a 67 anni lasciando una ricca eredità ai suoi figli e anche ai suoi domestici.

Presso la stazione commerciale olandese di Hirado c’è un museo dedicato a Oharu e agli esiliati a Batavia. Tra gli oggetti esposti vi è un dipinto che raffigura una donna giapponese di nome Cornelia, esiliata a Batavia poco tempo prima di Oharu. Da questo dipinto possiamo vedere lo stile di vita agiato di Cornelia dagli abiti che indossa e dal fatto che avesse anche la servitù (raffigurata alla sua sinistra, in un angolo più scuro del dipinto).

Cornelia è la donna che indossa la gonna rossiccia, a destra di quell’uomo dalle fattezze olandesi nonché suo marito. Fonte immagine.

Jagatara-bumi: le lettere

Una bellissima bambola che raffigura la nostra Oharu dai capelli rossi, con in mano un pennello e una delle sue lettere. Fonte immagine.

Di questa triste vicenda colma di ingiustizie, restano dei frammenti di lettere. Gli esiliati a Batavia, soprattutto le donne giapponesi, cercarono in tutti i modi di comunicare con i loro familiari. Proviamo ad immedesimarci nell’angoscia di chi, strappato forzatamente dalla propria terra, si ritrova in un luogo lontano senza la possibilità mai più né di dare proprie notizie né di far ritorno a casa. Ricordiamo infatti che agli esiliati, anche se giapponesi, era proibito far ritorno in patria e nessun giapponese poteva lasciare il proprio Paese, nemmeno per un breve periodo. La pena prevista per chi trasgrediva era la più severa: la morte.

Le donne giapponesi esiliate a Batavia, tra cui Oharu e altre, tentarono nel tempo di inviare loro notizie attraverso delle lettere che consegnavano ai capitani delle navi mercantili dirette a Nagasaki. Le lettere non erano consentite quindi bisognava sperare nella complicità di qualche membro dell’equipaggio e nella bontà eventualmente di chi le avrebbe trovate, una volta giunti a destinazione.
Con la stessa difficoltà qualche volta arrivavano anche le risposte dal Giappone. Nei casi più fortunati, le lettere riuscivano anche ad essere accompagnate da doni e oggetti vari che si desiderava arrivassero ai propri cari, a Nagasaki o a Batavia che fosse.

Una delle lettere presumibilmente di Oharu, indirizzata ai suoi cari a Nagasaki.

I viaggi, inoltre, non erano frequenti e spesso a causa del maltempo le navi naufragavano perdendo tutto: merci, lettere e spesso anche la vita di chi compiva queste rischiose traversate.

Una delle lettere di Oharu, tra le pochissime arrivate a noi, è la seguente:

“Ottobre, un tramonto in cui soffia il vento di fine anno, il cielo e il mio cuore sono entrambi desolati. In questa sera in cui l’autunno finisce con il suono della pioggia autunnale, il giorno in cui lascio il mio villaggio è l’ultimo. La terra che ho raggiunto dopo un lungo viaggio è lontana, E solo le parole delle lettere inviate in ritardo possono trasmettere il mio amore, anche se non riescono a raccontarlo del tutto. Sebbene il Giappone sia lontano, notte dopo notte lo vedo nei miei sogni.”

Oharu morì a 67 anni, senza mai più poter rivedere il suo amato Paese.

Tra le pochissime Jagatara-bumi rimaste vorrei anche ricordare quella di una donna giapponese di nome Koshoro. Di lei non sappiamo nulla, se non appunto il nome con cui ha firmato la lettera. La particolarità della lettera di Koshoro è l’astuzia con cui decise di realizzarla.

Questa donna di nome Koshoro scrisse una lettera su una fukusa (una specie di bustina) patchwork in un tessuto che si chiama chintz, una particolare stoffa di cotone decorata e nota in giapponese come 更紗 Sarasa.

La Jagatara-bumi di Koshoro è indirizzata ad una persona di nome Uba-sama di cui non si conosce l’identità. Ecco le parole di Koshoro:

“
Oh Giappone, oh Giappone
Dopo averti lasciato per capriccio,
sei diventata una patria alla quale non potrò mai tornare,
non riesco a trovare pace.
Piango fino a farmi gonfiare gli occhi, senza sapere se sia un sogno o realtà.
Con nostalgia per la mia patria, ti mando un pacchetto di tè.

Oh Giappone, oh Giappone“

Dettaglio della lettera / involucro di Koshoro.

Ed è nella fukusa stessa che Koshoro mise il pacchetto di tè.

In conclusione

Ho voluto riportare alla luce la storia, quantomeno quel poco che si sa, della sofferenza di queste famiglie e in particolare di queste donne. Nel fare queste ricerche ho pensato molto al loro senso di solitudine, dolore e dispiacere per questo esilio così duro e senza sconti. Ho pensato a ripensato alla struggente malinconia che indubbiamente le coglieva soprattutto la sera, osservando il mare oppure la luna e ricordando i volti dei loro cari che non avrebbero mai più rivisto.
L’amarezza di una punizione che nemmeno gli agi di Batavia seppe mai del tutto mandar via.

A loro è dedicato questo mio semplice scritto.

Questo articolo è frutto delle mie ricerche quindi del mio intelletto. Non è un testo scritto con le intelligenze artificiali.

Bibliografia

Children of the Occupation. UNSW Press, 2012.
Leupp, Gary P. Interracial Intimacy in Japan : Western Men and Japanese Women, 1543-1900. London ; New York, Continuum, 2003.
Reischauer, Edwin O. Storia Del Giappone. 1974.
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“平戸紀行” Hirado.nmy.jp, 2026, hirado.nmy.jp/?eid=783268. Accessed 9 Feb. 2026.
白石広子. じゃがたらお春・更紗の時代. 14 Mar. 2025.
原田信男. 江戸の料理と食生活. 1 June 2004

Genmai-gohan e il mal di Edo

Un alimento che più di ogni altro è legato a doppio filo con la storia del Giappone è senza dubbio il riso. Ad esso ho dedicato molti scritti negli anni, sia semplici ricette sia approfondimenti di carattere più storico-culturale.

お米 okome, ovvero riso crudo. Per il riso cotto la parola cambia: ご飯 gohan. In entrambi i casi, tuttavia, ritroviamo il cosiddetto fenomeno del 美化語 bikago che si manifesta attraverso elementi utili per abbellire la lingua. In queste due parole, ad esempio, il bikago è dato dalla presenza dei prefissi ornamentali お per le parole con lettura kun e ご per quelle con lettura on. Entrambe le parole possono essere staccate dal prefisso ma questo le priverebbe di un certo garbo che, invece, è assai importante.

Il riso è pressoché sempre al centro della tavola giapponese quindi è difficile fare una selezione dei miei articoli ad esso dedicati. Tuttavia, tra i più recenti, vorrei ricordare quello del 豆ご飯 Mame-gohan. Oppure il mio articolo inerente all’okayu お粥, l’amata zuppa di riso nonché rimedio contro svariati malesseri. Tra gli scritti risalenti ad alcuni anni fa, invece, la ricetta per preparare il ご飯 Gohan, il riso bianco classico, cotto al vapore per assorbimento. Non dimenticherei nemmeno quello in cui racconto del mio incontro con un 升 masu qui nel cuore di Torino. Non possono esimersi dall’appello nemmeno gliおにぎり onigiri: Onigiri di Bok Choy e Onigiri di coste. E neppure quella mia sorta di ode ai miei amatissimi いなり寿司 Inari-zushi. E per un tocco di nostalgia canaglia, qualche rimando al mio vecchio blog ovvero la casa originale di Biancorosso Giappone: Un onigiri per l’anima e Otōfu-gohan e varie.

Durante gli inizi del periodo pandemico, inoltre, creai una rubrica intitolata Riso d’argento. Qualcuno di voi la ricorda? Ebbene, naturalmente anche lì il riso entrò in scena accompagnato però dall’orzo: 麦ご飯 Mugi-gohan.

La mia riscoperta del genmai

Fino ad alcuni anni fa era molto difficile riuscire a procurarsi del riso giapponese proveniente dal Giappone. Questo perché il Giappone ha sempre posto paletti abbastanza severi sull’esportazione di questo amato cereale, fissando quantitativi massimi annuali e solo per determinati Paesi.

Nel tempo però qualcosa è iniziato a cambiare. Tanto per cominciare, l’Italia è un Paese con una lunga e antica tradizione di risicoltura. Non a caso qui sono nate collaborazioni tra agronomi giapponesi e italiani che hanno dato il via a varietà di pregio per la cucina giapponese ma coltivate nel nostro Paese. Un fulgido esempio è Italpo, azienda pavese condotta dalla famiglia Morimoto che seleziona con rigore solo le varietà di riso nostrane più prossime a quelle giapponesi. Il loro riso si trova in commercio con il marchio お米さん Okomesan.

Nel tempo, inoltre, sono state sviluppate varietà di risi italiani nati da piantine giapponesi. Penso alla famosa varietà Yume Nishiki, un koshihikari coltivato in Lombardia. Il genmai, ovvero il riso giapponese integrale, che ho acquistato è proprio uno Yume Nishiki.

Ora è anche possibile procurarsi del riso proveniente direttamente dal Giappone. Ed è quello che sono riuscita a fare alcuni mesi fa quando, per puro caso, ho trovato il riso Wadachi, un pregiatissimo koshihikari proveniente dalla prefettura di Nīgata!

La mia riscoperta del genmai, tuttavia, mi ha rallegrata perché era da tempo che non lo mangiavo. E così ho pensato di raccontare qualche aneddoto a riguardo unitamente al procedimento per prepararlo correttamente.

Chicchi del passato

Quando pensiamo alla cucina giapponese tradizionale immaginiamo subito dei piatti molto belli esteticamente, accompagnati da una zuppa di miso e una scodella di riso bianco fumante posizionata tradizionalmente a sinistra, vicino al cuore.

Sebbene la coltivazione del riso sia arrivata in Giappone dalla Cina e dalla Corea nel lontano periodo Jōmon (dal 10.000 al 300 a.C.), il riso bianco è entrato a far parte dell’alimentazione quotidiana della gente comune a Edo (l’antico nome di Tokyo) solo a partire dalla metà del Settecento. Fino ad allora il riso bianco era riservato agli aristocratici e ai signori feudali di rango elevato poiché il processo di raffinazione era faticoso e costoso. Il resto della popolazione consumava prevalentemente riso integrale cioè un riso poco lavorato a cui veniva soltanto rimossa la fibrosa membrana esterna. Poiché si dice che il consumo di riso pro capite al tempo fosse circa tre volte quello attuale, per far quadrare i conti molte famiglie mischiavano l’amato cereale con del miglio oppure orzo.

Nel resto del Paese la gente comune continuava a consumare un riso integrale raffinato parzialmente al 30% chiamato 三分づき sanbuzuki. Esistevano (ed esistono tutt’oggi) però versioni con percentuali di lavorazione più alta, fino al 70%: il cosiddetto 七分づき shichibuzuki. Il riso bianco, chiamato anche 白米 hakumai, rappresenta quindi l’ultimo stadio di raffinatura.

Per quanto diffuso tra la popolazione, il riso bianco non era un alimento propriamente economico. Tutt’altro. Questo spiega il perché si tendesse a cuocerlo assieme ad altri cereali meno costosi.

Riso integrale al 100% e le versioni semilavorate erano comunque molto salutari, certamente di più rispetto al riso bianco.

Edo-wazurai: Mal di Edo

江戸わずらい Edo-wazurai. Graziosa vignetta di proprietà di questo blog.

Tre anni dopo la famosa battaglia di Sekigahara del 1600, vittoria che avrebbe dato inizio ufficialmente al periodo Edo, Tokugawa Ieyasu fece di Edo il quartier generale del nuovo shogunato da egli stesso capeggiato.

Da quel momento in poi lo shōgun e tutto il suo vasto entourage, comprese le famiglie, si sarebbero stabiliti a Edo in maniera permanente.

Trittico del 1898 che illustra il nuovo shōgun, Tokugawa Ieyasu. Davanti a lui, inginocchiati, un soldato e un uomo malconcio, forse un mendicante. Opera facente parte della serie Tokugawa jūgodaiki (I quindici shōgun del clan Tokugawa), dell’artista incisore Tsukioka Yoshitoshi.

I daimyō, ovvero i signori feudali che rendevano conto direttamente allo shōgun, dovevano fermarsi a Edo ogni anno per almeno sei mesi mentre, per i mesi restanti, dovevano tornare ad occuparsi dei territori ad essi assegnati e che potevano essere in qualsiasi parte del Giappone. I vassalli dei daimyō, invece, avevano l’obbligo di risiedere permanentemente a Edo.

Sebbene ci fossero obblighi ben precisi inerenti a chi dovesse necessariamente risiedere a Edo e per quanto tempo ogni anno, alti funzionari dello shogunato e lo shōgun stesso si spostavano periodicamente da Edo a Kyōto (la capitale imperiale dove risiedeva ancora l’imperatore) e viceversa. Per facilitare questi spostamenti, lo shogunato istituì una rete di cinque strade che collegavano, oltre le due città, anche Nikkō e Shirakawa. Lungo queste strade designate erano presenti locande, botteghe e servizi di ogni genere a disposizione dei viaggiatori.

La questione della rete stradale istituita dallo shogunato meriterebbe un approfondimento a parte che, se vi dovesse interessare, inserirò tra gli argomenti da sviluppare.

A proposito di strade, preferirei non perdermi nelle retrovie delle digressioni.

Cosa c’entra tutto questo col riso e soprattutto con questo presunto mal di Edo?

Era a Edo che lo shōgun, i daimyō, i samurai e tutto l’entourage di quel particolarissimo mondo consumavano prevalentemente riso bianco e, a partire dalla metà del Settecento, pian piano anche la gente comune. Come ho precisato poco più su, nel resto del Giappone si continuava a mangiare un riso integrale o semilavorato.

Il consumo giornaliero era elevato: ogni persona mangiava all’incirca il triplo della quantità di riso che un giapponese odierno consuma mediamente al giorno!

Il mistero di kakke

Un prete buddista, al capezzale di un uomo appena spirato, recita le sue preghiere. Opera del 1880 circa. Autore sconosciuto.

Da parecchio tempo, una misteriosa malattia aveva iniziato a mietere moltissime vittime a Edo. Questo strano male colpiva, però, esclusivamente aristocratici, samurai, funzionari dello shogunato, marinai, ecc.
Nel 1877, l’imperatore Meiji assistette atterrito alla morte della sua amata zia, la principessa Kazu.
La donna fu l’ennesima di una lunghissima e preoccupante lista di vittime di una malattia chiamata kakke.

La kakke si manifestava attraverso importanti gonfiori alle gambe, difficoltà nell’eloquio, vomito, convulsioni. In moltissimi casi il quadro degenerava in breve tempo e il paziente moriva. Anche l’imperatore stesso ne aveva sofferto ma, in qualche modo, era riuscito a riprendersi e da allora si era impegnato a contribuire economicamente alla ricerca di una cura.

Casualmente, però, era capitato che alcuni che avevano manifestato i primi sintomi di kakke, allontanandosi da Edo iniziassero a rimettersi in salute superando, così, del tutto la temuta malattia!

Ecco perché vanno presto chiamata 江戸わずらい Edo-wazurai, cioè mal o afflizione di Edo! Bastava allontanarsi dalla capitale per ritrovare nuovamente il benessere!

Alla ricerca di una soluzione

Dottori e studiosi di vario genere cercarono di trovare la chiave di questo lugubre mistero. Alcuni diedero la colpa all’eccessiva umidità di Edo, altri al terreno e altri ancora a non ben specificate energie.

La situazione divenne talmente preoccupante che urgeva trovare al più presto una risposta. Si sarebbe dovuto attendere fino quasi alla fine del XIX secolo perché un medico, Takaki Kanehiro, osservando la diffusione rapidissima della misteriosa malattia tra marinai e alti funzionari della marina militare, iniziasse a collegare i puntini che avrebbero fornito la chiave d’interpretazione di questo lunghissimo e spietato mistero.

Il dott. Takaki capì che la kakke non era altro che il beriberi e di cui era responsabile un alimento del tutto insospettabile: il riso bianco.

Il consumo decisamente eccessivo di riso bianco costituiva una presenza invadente e deleteria in un’alimentazione quasi sempre sbilanciata: troppo riso accompagnato da troppe poche verdure e troppo poco pesce. Il riso bianco, in quanto alimento con un alto grado di raffinazione, se consumato in quantità eccessive e non controbilanciato da altro, a lungo andare provoca una grave carenza di vitamina B1. Ed è proprio questa carenza che provoca l’insorgenza del beriberi.

La gente comune, sia in città che nelle campagne, veniva risparmiata grazie al riso integrale, alla soba oppure alla necessità di miscelare il riso bianco con altro per far fronte ai costi elevati: si stima, infatti, che un kg di riso bianco a Edo costasse circa 1000 yen (poco più di 6 euro). Insomma, carissimo!
E i malati che riuscivano ad allontanarsi da Edo, automaticamente riprendevano a mangiare riso integrale e quindi a colmare la pericolosa carenza vitaminica.

Salvato in corner…da una vongola!

Tokugawa Yoshimune

Tokugawa Yoshimune, ottavo shōgun dello shogunato Tokugawa, si ammalò anch’egli di kakke, o meglio di beriberi. Pare che riuscì a convivere con la malattia per qualche tempo, anche se con comprensibile fatica, fino a quando il suo cuoco personale non gli propose di accompagnare il riso con delle vongole in una salsa a base di miso e aceto. Le vongole sono ricche di vitamina B1!
In poco tempo, lo shōgun si riprese e superò la malattia.
Sarebbe interessante indagare sulla figura di questo chef-guaritore il cui sapere, molto probabilmente, andava ben oltre le ricette di cucina!

Arriviamo al genmai-gohan

Alla luce di quanto visto, credo che il riso integrale giapponese (genmai) meriti, quantomeno in un’ottica di retrospettiva storica, qualche riconoscimento!

Nel Giappone moderno il riso integrale non è più molto diffuso. Più del 70% della popolazione consuma riso bianco mentre il resto integra con genmai e altre miscele di riso e orzo, miglio ecc. L’alimentazione giapponese attuale non è più sproporzionata come in passato, soprattutto se si considera che, come già sottolineato, il consumo quotidiano di riso è diminuito notevolmente.
Tuttavia, non si possono negare i benefici del riso integrale o semilavorato ma, per il momento, essi evidentemente non sono ancora allettanti a sufficienza alla maggioranza, al di fuori di una stretta cerchia salutista.

Curiosando nella mia amata libreria giapponese personale, soprattutto tra i ricettari, ho notato come la maggior parte di essi – addirittura anche quelli con un taglio più attento alla salute – non contempli il genmai come alternativa. L’unico è questo ricettario di obentō, prezioso dono della mia amica Akiko. S’intitola 「粗食のすすめお弁当レシピ」Soshoku no susume obentō reshipi. Ricette consigliate per bentō semplici. Soshoku è un termine che fa riferimento ad un’alimentazione semplice, a base di materie prime naturali e poco lavorate.

Personalmente trovo il genmai-gohan molto gustoso e gradevole come consistenza: ha un sapore più deciso, con lievi note di noci. I chicchi risultano un po’ più sodi ma proprio per questo deliziosi.

Vediamo insieme come prepararlo correttamente, attraverso il metodo dell’assorbimento, usando semplicemente una pentola con coperchio.

Non occorre la cuociriso elettrica.

Preparazione

L’occorrente per due scodelle abbonanti di genmai-gohan: 150g di riso integrale giapponese a chicco corto e 266ml d’acqua, una pentola con coperchio e un cucchiaio di legno.
Lavaggio e ammollo

Per prima cosa, lavare bene ma delicatamente il riso. Saranno sufficienti tre o quattro risciacqui. Dopodiché, versare il riso, sciacquato e scolato, nella pentola che utilizzerete per la cottura e versate l’acqua già misurata cioè i 266ml.

PASSAGGIO FONDAMENTALE: il genmai richiede necessariamente un ammollo piuttosto lungo. Può bastare un’ora anche se alcuni ne consigliano anche tre o quattro. Per questo Yume Nishiki un’ora di ammollo è bastata. Mi raccomando, non saltate l’ammollo perché il genmai, a differenza del riso bianco, è più spesso.

Trascorsa l’ora o più di ammollo, accendere il fuoco a fiamma alta e togliere il coperchio. Portare ad ebollizione dopodiché mescolare col cucchiaio di legno, rimettere il coperchio e abbassare al minimo la fiamma. Lasciar cuocere in questo modo, senza mai aprire il coperchio, per 25-30 minuti.

Momento dell’ebollizione

Trascorsi i 25-30 minuti di cottura, spegnere il fuoco e lasciar riposare per circa 10 minuti.

A questo punto, il riso si presenterà come nella foto in alto:

Con un cucchiaio di legno, smuovere delicatamente il genmai-gohan facendo attenzione a non romperne i chicchi. Servire subito.

Ho servito il mio delizioso genmai-gohan con una semplice umeboshi, creando così l’unione di due alimenti estremamente benefici per il nostro organismo. In questo modo, posso continuare a sognare la mia amata Edo … senza afflizioni!

Aggiungo ancora una curiosità: nel negozio in cui ho acquistato questo genmai, il Kawaii Oriental Food Store di Via Madama Cristina 11 a Torino, ho anche trovato un gustoso furikake che ben si accompagna a questo meraviglioso riso.

Un noto tipo di furikake: un gomashio (o gomasio) chiamato 五穀ごま塩 Gokoku-gomashio.
Gokoku significa cinque cereali. Sono i cinque alimenti della salute, secondo un’antica tradizione cinese dove spesso il cinque è solo un numero che simboleggia l’abbondanza e la prosperità.
In questo gomashio troviamo: avena, orzo, due varietà di miglio e la quinoa.

Bibliografia
“Dai Nihon saiken shishō zenzu” (Shōtō, Sanjin, 1830) at Japanese Maps of the Tokugawa Era
How Killer Rice Crippled Tokyo and the Japanese Navy
Tokugawa Yoshimune
Xilografia della veglia funebre

Datemaki

Due piatti osechi che avevo preparato lo scorso anno: datemaki e kōhaku namasu

C’è una parte della cucina giapponese chiamata おせち料理 osechi-ryōri a proposito di cui ho scritto tanto negli anni. L’osechi-ryōri è il repertorio dei piatti che si preparano per i festeggiamenti del Capodanno. Delizie speciali che si portano in tavola solo in occasione di questa ricorrenza.
Ogni piatto, accuratamente presentato, simboleggia qualcosa che si spera di ottenere nel nuovo anno.

I piatti dell’osechi vengono solitamente presentati in bellissimi contenitori (chiamati 重箱 juubako) laccati a più piani. Ogni piano, tradizionalmente, ospita determinati osechi quindi la disposizione non è casuale.

Un classico osechi presentato nel juubako. Illustrazione di イラストや

Nel Giappone contemporaneo ormai gli osechi non si preparano quasi più in casa, ad eccezione di qualche piatto semplice. E’ consuetudine, ormai, ordinarli da ristoranti, gastronomie o negozi di alimentari. Questo perché la preparazione è piuttosto laboriosa e alcuni ingredienti sono esclusivi dell’osechi quindi richiedono particolare attenzione anche nei tempi.

Quando abitavo in Giappone, però, ho voluto una volta tentare l’impresa di preparare un intero osechi casalingo. Qui potete trovare il mio racconto con le foto.

Un piatto osechi facile

Dopo quell’unica esperienza di osechi casalingo preparato quasi interamente da zero, non mi sono più cimentata in imprese simili. Da quando sono tornata in Italia, poi, mi limito a preparare solo uno o due piatti di osechi. Uno di questi, il datemaki, è facilissimo e anche piuttosto scenografico.
Naturalmente, potete gustare gli osechi quando volete e non solo a Capodanno.
Anche se, quando si parla di osechi, non riesco a non pensare alla mia cara amica Sakura che incredibilmente li detesta tutti e che quindi immagino che faccia farebbe se le proponessi di mangiarli anche in un altro momento dell’anno!

Vediamo insieme il procedimento per preparare uno dei miei piatti osechi preferito: il 伊達巻 datemaki.

Datemaki

Datemaki che ho preparato il 31 dicembre 2021.

Poiché tutti gli osechi rappresentano qualcosa di benaugurante e positivo per l’anno nuovo, anche il datemaki non fa eccezione. La sua forma, infatti, ricorda quella delle pergamene e per associazione di idee dunque dovrebbe rappresentare la conoscenza e l’erudizione. Nei tempi antichi, infatti, i giapponesi importavano abitualmente documenti, poesie, dipinti su pregiate carte arrotolate attraverso cui avveniva la trasmissione d’importanti saperi.
Includere qualche soffice fetta di datemaki nel proprio osechi, quindi, è un modo per sperare in nuovi saperi e in brillanti raggiungimenti accademici nel nuovo anno.

Illustrazione di un datemaki. Immagine di イラストや

Origini del nome

Il nome 伊達巻 datemaki avrebbe più origini, tutte riconducibili a varie teorie : l’aggettivo 伊達 date si riferisce a un qualcosa o qualcuno di elegante e sofisticato ma che potrebbe anche risultare sfacciato se vi è ostentazione. E’ un aggettivo adatto per descrivere qualcosa o qualcuno che salta all’occhio. Ebbene, il datemaki è una specie di omelette che salta all’occhio per il suo colore vivace e per la sua forma curiosa.
Alcuni farebbero risalire l’origine del termine ai 伊達者 datesha ovvero i dandy di un tempo, i giovanotti alla moda che appunto saltavano all’occhio per il proprio modo di abbigliarsi e di atteggiarsi. Ma 伊達巻 datemaki è anche il nome della cintura che si mette sotto l’obi nel kimono! Una cintura che va arrotolata su se stessa proprio come la nostra squisita omelette, insomma.

Il nostro ghiotto Date Masamune. Si narra inoltre che fosse anche un eccentrico rubacuori! Immagine di イラストや

Non poteva però mancare la teoria che profuma del mio amato periodo Edo. Si narra, infatti, di 伊達政宗 Date Masamune, un daimyō (signore feudale) vissuto tra il periodo Azuchi-Momoyama e il primo periodo Edo, durante l’epoca degli Stati belligeranti ossia di tanti piccoli feudi in lotta fra di loro.
Ebbene, pare che Date Masamune fosse molto goloso di un piatto del tempo che si chiamava 平卵焼き Hira-tamagoyaki, una sorta di frittata piatta a base di uova e surimi di cui ci fu poi una versione arrotolata nella stuoietta di bambù e rinominata inizialmente 伊達焼き dateyaki e poi 伊達巻: Date in onore del ghiotto daimyō e maki perché diventata involtino.

Datemaki o tamagoyaki?

A prima vista il datemaki potrebbe assomigliare al tamagoyaki, la famosa frittata giapponese avvolta, di cui trovate la ricetta QUI. Ma la somiglianza è solo apparente.

Il segreto sta naturalmente negli ingredienti. Tradizionalmente, il datemaki si prepara mescolando uova sbattute ad un ingrediente che si chiama はんぺん hanpen, una sorta di tortino bianco di pesce assimilabile alla famiglia del surimi. E’ questo abbinamento a creare la consistenza soffice caratteristica del delizioso datemaki.

Tuttavia, non riuscendo a trovare con facilità i panetti di hanpen, ho scoperto che esiste la possibilità di sostituirlo con del tofu! E il risultato è sorprendente.

Vediamo la ricetta e la preparazione.

Ricetta

Ingredienti per un datemaki

200g di tofu sgocciolato
2 uova
zucchero 30g (aumentate o diminuite in base ai vostri gusti. Il datemaki è piuttosto dolce!)
1 pizzico di sale
2 o 3 gocce di salsa di soia

Gli ingredienti per un buon datemaki
  1. Sgocciolare bene il tofu. Consiglio di avvolgerlo in un foglio di carta da cucina e di metterlo a scolare posizionandovi sopra un peso. In questo modo perderà molto del suo liquido. Sarà sufficiente aspettare un quarto d’ora, venti minuti.
  2. Nella coppa di un frullatore o di un mixer ad immersione versare il tofu sgocciolato a pezzi, le uova, il sale, lo zucchero e la salsa di soia. Mescolare il tutto fino ad ottenere un composto omogeneo, cremoso e soffice.
Passaggi per la preparazione del datemaki

3. Ungere una padella. Io ne ho usata una rettangolare da tamagoyaki ma non è indispensabile. Potete usare una padella qualunque purché antiaderente.
4. Versarvi il composto cercando di livellarlo in superficie. Coprire la padella con un foglio di carta alluminio e lasciar cuocere a fuoco medio-basso per circa un quarto d’ora.

Passaggi finali nella preparazione del datemaki.

5. Trascorso il quarto d’ora, alzando il foglio di carta alluminio noterete che il soffice composto sarà quasi cotto. Con molta attenzione, aiutandovi con una paletta, giratelo dall’altra parte e lasciatelo cuocere per altri 5 o 6 minuti, sempre coperto.
6. Trasferite la vostra omelette sopra una stuoietta di bambù (rivestita di un pezzo di pellicola per alimenti) e delicatamente iniziate ad arrotolarla senza usare forza eccessiva. Dovrete, però, al contempo cercare di arrotolare per bene affinché il datemaki aderisca su se stesso.
7. Chiudere la stuoietta fissandola con un elastico. Lasciare a riposo per un quarto d’ora o venti minuti dopodiché scartare e affettare delicatamente il datemaki.

Un gustoso datemaki pronto da affettare!
Dedicato a Date Masamune!

Alla prossima ricetta. いただきます。Itadakimasu.

Profumi di Edo

Fragrante colpo di fulmine

Un inaspettato invito a 江戸 Edo – la Vecchia Tokyo – mi attendeva in una via del centro di Torino. Un minuscolo varco temporale che i miei occhi, spalancandosi per lo stupore, hanno incrociato con emozione.
A passeggio per una trafficata via del centro cittadino di certo non mi aspettavo un richiamo a quel mondo antico sempre nei miei affetti. Eppure era lì.

Nella vetrina di una minuta bottega di oggetti provenienti da varie parti dell’immensa Asia, in un angolino quasi come se non osasse apparire, un biglietto: profumi di Edo, l’antica Tokyo.

Un’invisibile freccia m’indicava la direzione.

Un tuffo al cuore. Era un messaggio per me. L’invito era rivolto a me, ne ero certa!

Un’elegante confezione – che vedevo per la prima volta – ha saputo immediatamente mettere in moto la mia immaginazione.

Il pensiero di quella scatolina di quel viola chiamato – non a caso – 江戸紫 edo-murasaki – ha afferrato la mia mente e l’ha stretta in un tenace abbraccio .

Dovevo andare perché un’altra destinazione – questa volta nel presente – mi attendeva.

Ma sarei ritornata nell’arco di una manciata di ore.

江戸紫 edo-murasaki, il viola molto amato dai cittadini di Edo.

Fragranti fantasticherie

Nippon Kodo, lo storico produttore giapponese di incensi in attività da quattro secoli e mezzo, ha realizzato una linea di miscele preziosissime e con un obiettivo: regalare un viaggio olfattivo indietro nel tempo e ritornare così nel lontano periodo Edo.

Quali erano gli odori dell’epoca?

Con un semplice schiocco delle dita, se solo si potesse, tornerei indietro nel tempo e sceglierei le strade di Edo per curiosare tra le botteghe dei chōnin. Magari, chissà, riuscirei ad assaggiare uno dei piatti tipici dell’epoca, come il ねぎま鍋 negima-nabe (stufato di tonno e cipollotto cotto nelle pentole di coccio). Oppure del sashimi servito con l’aceto, secondo la moda del tempo, e non con la salsa di soia.
Mi perderei ad ammirare le botteghe di pregiati tessuti e di fermacapelli in 江戸鼈甲 edo-bekko, realizzati con carapaci di tartaruga. Sicuramente andrei ad osservare l’incanto degli oggetti di 江戸切子 edo-kiriko, creati in finissimo vetro magistralmente intagliato.
Udirei in lontananza le voci concitate dei cantastorie che, attraverso i burattini abilmente manovrati del Jōruri, narrano di antichissime leggende già remote ai cittadini di Edo.
Da qualche tempio giungerebbero alle mie narici fili d’incenso quali emissari di speranze. Dallo Yoshiwara, invece, risate, canti e forse roventi alterchi.
Dalla dimensione domestica probabilmente arriverebbero i cicalecci delle massaie impegnate nel faticoso lavaggio a mano dei panni da strofinare sulle 洗濯板 sentakuita, le assi di legno per il bucato. Dalle loro case emergerebbe il profumo del riso cotto al vapore nella 竃 kamado, la tradizionale stufa a legna; da quelle stesse abitazioni sgattaiolerebbe anche la fragranza delle melanzane alla griglia col miso e delle vongole stufate nel brodo.

In tutti questi luoghi percepirei la fragranza della quotidianità, dei giorni che si rincorrono uno dietro l’altro, del presente nella sua rasserenante inesorabilità.

Aloeswood

Viaggio nel tempo

L’aloeswood è la preziosa resina protagonista di questo straordinario incenso. Questa pregiata resina viene ricavata dagli alberi di Aquilaria del sudest asiatico e ha un ruolo centrale in moltissime miscele d’incenso giapponese.

Nippon Kodo spiega come la cultura di Edo fosse giocosa ed elegante e fosse il frutto dell’unione tra il raffinato e il comune, tra il grossolano e il signorile. La gente di Edo amava le quattro stagioni, la socialità e viveva con gioia la vita.
Questa serie di incensi è stata realizzata da artigiani esperti a Tokyo con l’obiettivo di ricreare e trasmettere l’atmosfera fragrante di Edo.

Un fine filo di fumo saprà trasportare chi lo percepisce nel mondo raffinato della vecchia Tokyo.

Invito a tornare a Edo

Un’elegantissima scatola di legno di paulownia custodisce sessanta bastoncini di puro incenso di aloeswood, colorati con colori naturali. Al suo interno anche un piccolo porta incenso di metallo la cui forma ci farà pensare alle mattonelle di pietra delle strade di Edo.

La confezione viola, che con garbo avvolge tutta la scatolina di legno, è adornata da un drago in rilievo, dagli eleganti caratteri bianchi 伽羅姫 kyara-hime che ci indicano la presenza della preziosissima resina, uno stemma e parole in oro.

La tonalità tenebrosa del drago sul viola già scuro e le parole in oro mi fanno immediatamente ripensare alle parole di Tanizaki nel suo In’ei raisan quando spiega come la lacca giapponese riveli la propria bellezza solo in una penombra lambita dal chiarore di una candela. Una luce diretta, o peggio ancora se artificiale, involgarirà il tutto facendo svanire il gioco di luci e ombre così vitale perché emerga l’essenza dell’oggetto.

Così ho acceso una candela e ho ammirato questi incensi, nonché porta d’ingresso verso Edo.

La strada verso Edo

Un austero drago sembra fare da guardiano immaginario alla porta del tempo

Il profumo dell’aloeswood si sprigiona immediatamente non appena apro la scatolina. Il suo aroma, inconfondibile, ha la capacità di riportarmi prima nella mia casa nel Kanagawa vicino al mobile dei miei incensi e poi di nuovo sulla strada per Edo…

Candela con fragranza di hinoki

Prelevo molto delicatamente uno dei bastoncini viola e lo avvicino alla fiamma che mi ha permesso di far affiorare la il drago scuro e le parole dorate.

Immediatamente ha inizio il sottile filo di fumo profumato che mi fa quasi vedere un’ornata sala da tè dove alcune donne giocano a 聞香 monkoo, l’antico gioco con cui si ascolta l’incenso per percepirne le caratteristiche più sfuggenti.

Il fragrante filo di fumo

Sono a Edo, nella sua penombra squarciata dal bagliore di una lanterna o dal suono malinconico di un koto.

Sbirciando all’interno della confezione in cartoncino…una sorpresa!

Mi avvicino ad una casetta e vedo due dame impegnate in una danza. Ma poi svaniscono nel buio di quella stanza che divora quell’illusione.

Vorrei che arrivasse a voi da questo schermo un po’ di questo magico profumo

Non serve schioccare le dita. E’ sufficiente chiudere gli occhi bruciando questo incenso per tornare a Edo.

E poi riaprirli per ritrovarsi di nuovo qui, in questi giorni di fine dicembre, in una Torino avvolta nel manto glaciale invernale.

Ooedokoh


Hiyayakko e memorie di Edo

Illustrazione di uno hiyayakko, condito con pasta di umeboshi e foglia di shiso. イラスト屋

Hiyayakko 冷奴 è la ricetta protagonista di oggi. Forse sarebbe meglio considerarla una ricetta non ricetta ma vi spiegherò meglio fra poco.
Nel frattempo mettetevi comodi perché ci lasceremo incantare da qualche scheggia di memoria di Edo.

Al tofu ho dedicato nel tempo molti scritti, sia nei miei anni nel Kanagawa sia qui. Come saprà chi mi segue da tempo, Biancorosso Giappone una volta era sulla piattaforma Blogspot (QUI trovate la vecchia sede!) ma poi qualche anno fa poté fregiarsi del proprio dominio a cui siete collegati al momento.

In entrambe le sedi virtuali di Biancorosso Giappone, dunque, troverete molti riferimenti a questo alimento di antica origine cinese segnalando così la mia predilezione per questo delizioso ingrediente.
Tempo fa, ad esempio, vi parlai dello Yudofu 湯豆腐 ossia il tofu bollito, ricetta che stagionalmente è in perfetta antitesi rispetto allo hiyayakko poiché il primo è una preparazione tipica dei mesi freddi mentre il secondo è elemento irrinunciabile della tavola giapponese estiva.
L’articolo summenzionato vi accompagnerà anche un po’ indietro nel tempo alla (ri)scoperta della storia del tofu e quindi ve ne consiglio la lettura.

Illustrazione dello 湯豆腐 yudofu. イラスト屋

CURIOSITA` LINGUISTICA

Illustrazione di una confezione di tofu. Di イラスト屋

La parola tofu in giapponese si scrive con questi due kanji o logogrammi di origine cinese: 豆腐
La forma utilizzata dei due caratteri e il loro accostamento riflettono esattamente l’attuale uso in cinese moderno dove il secondo carattere indica una sostanza che si rapprende, si solidifica. In giapponese, tuttavia, quello stesso carattere 腐 nel tempo ha assunto i poco appetitosi significati di marcescenza ed imputridimento.
Nonostante questo, si conserva la forma cinese.

Tuttavia, il giapponese resta una lingua molto attenta al garbo motivo per cui esiste una forma alternativa per indicare graficamente questo alimento: 豆富
La lettura rimane sempre la stessa, ossia tofu con un allungamento vocalico sulla “o”.
Questo abbinamento, generalmente prescelto dai ristoratori da indicare sui menù, ha valore fonetico ma anche visivo: il secondo carattere 富 infatti significa fortuna, ricchezza. Decisamente meglio di qualunque marciume! Incidentalmente, 富 è il primo logogramma del nome del celebre Monte Fuji: 富士.

Uno sguardo al passato

In Giappone il tofu rappresentava un alimento di gran lusso, riservato solo agli alti ranghi della società. Era già ampiamente conosciuto dai monaci buddisti che lo avevano perfettamente integrato nel ricchissimo e creativo repertorio della 精進料理 shōjin–ryōri ossia la cucina vegetariana dei templi. A tal proposito, vi rimando al mio articolo Delizie mistiche dedicato proprio alla mia esperienza gastronomica al tempio 光明 Koomyoo di Kamakura.

Il tofu dunque rimase un privilegio riservato alle tavole più prestigiose fino verso la metà del Seicento, più precisamente durante il comando dello shogun Tokugawa Iemitsu. Fino a quel momento – pensate – il tofu non era solo un lusso per pochi ma era addirittura proibito a chi non facesse parte dell’elitaria cerchia. Persino gli agricoltori di soia, pur coltivando l’amata pianta, avevano il divieto assoluto di consumarlo.
Col tempo, tuttavia, aumentarono i coltivatori di soia e le botteghe di tofu creando così le giuste condizioni per una diffusione a livello popolare di questo alimento destinato al successo.

Illustrazione di una tradizionale locanda di tofu. イラスト屋



Ai giorni nostri il tofu si declina, a grandi e semplicistiche linee, in due varietà: 木綿豆腐 il tipo momen, caratterizzato da grande compattezza e da un aspetto ruvido e rustico. La sua consistenza resistente lo rende adatto a preparazioni come la frittura o la bollitura, ad esempio. Appartengono a questa tipologia la quasi totalità dei tofu prodotti e commercializzati in Italia per un pubblico italiano.
La seconda varietà è la 絹ごし kinugoshi, una variante molto cremosa e simile ad un budino. Per la sua consistenza delicata si presta bene se consumato nella zuppa di miso oppure freddo. Questa variante si trova anche in Italia però non nella grande distribuzione; è necessario rivolgersi a negozi specializzati in alimentari orientali e/o naturali.

Tipica vaschetta di tofu giapponese, nella varietà momen.

Per buona parte del Periodo Edo (1603-1868) comunque la tipologia di tofu principalmente consumata era il momen. La variante kinugoshi, cremosa e vellutata, avrebbe avuto il suo momento di gloria più in là.
Pensate che a Tokyo esiste ancora un antichissimo ristorante che è riconosciuto come uno dei migliori produttori storici di tofu. Si trova vicino a Ueno ed è il leggendario 笹の雪 Sasanoyuki .
Il poetico nome fa riferimento alla neve che aggraziatamente si poggia sul bambù e fu assegnato alla locanda da un principe che trovò in questa delicata immagine il giusto paragone al tofu qui prodotto e servito.

Un caso editoriale: il Tōfu Hyakuchin 豆腐百珍

Copertina di una ristampa contemporanea del Tōfu Hyakuchin豆腐百珍. Fonte: Amazon Japan.

Con il diffondersi del tofu anche tra la gente comune ben presto emerse la natura da veri buongustai che, a mio avviso, caratterizza i giapponesi. Con buona pace di qualunque seccante forma di italocentrismo gastronomico.
Uno dei segnali di questo fenomeno fu, a mio parere, il fortunatissimo caso editoriale del Tōfu Hyakuchin, un formidabile ricettario composto – come indica il titolo stesso – da ben cento ricette a base di tofu.
Fu pubblicato nel 1782 ed è opera di un certo 醒狂道人何必醇 Seikyōdōjin Kahitsujun che, inaspettatamente, non era uno chef ma uno studioso e – si vocifera -uno scultore di sigilli. Il ricettario fu accolto con enorme successo, un qualcosa di straordinario testimoniato dal fatto che l’opera ha avuto dei seguiti è ancora in stampa ai giorni nostri.

L’opera, fra l’altro, deve molto del proprio successo allo spirito innovativo che lo caratterizza. Lo studioso era riuscito a proporre alla gente comune ricette nuove che si distaccassero dai soliti due o tre modi con cui il tofu veniva preparato (generalmente freddo, nelle zuppe o in stile 田楽 dengaku).

Negli anni successivi seguirono addirittura ricettari in un format analogo, dedicati ogni volta ad un ingrediente specifico. Grande successo ebbe, ad esempio, la raccolta delle cento ricette a base di uova.

Un delizioso refrigerio: hiyayakko

Tra le cento famosissime ricette proposte nel Tōfu Hyakuchin ce n’è una un po’ particolare: 冷奴 hiyayakko.
Particolare perché l’autore la presenta come una ricetta talmente famosa, e aggiungo semplice, da non necessitare di alcuna spiegazione.

Varianti assortite di hiyayakko. イラスト屋

Lo hiyayakko è semplicemente un blocchetto di tofu fresco, possibilmente di varietà kinugoshi, servito freddo e condito con alcuni ingredienti quali lo zenzero grattugiato, il wasabi, il cipollotto verde, la pasta di umeboshi, lo shiso, ecc. e poi insaporito da una generosa dose di salsa di soia. Non ci sono limiti alle versioni possibili. Allo hiyayakko si può dare un’impronta tradizionale giapponese oppure sapori in stile cinese o – perché no – occidentali ricorrendo a pomodorini, erbe di Provenza, basilico fresco ecc.

E’ un elemento irrinunciabile dell’estate perché, grazie alla sua semplicità estrema di preparazione e alla sua freschezza naturale, rappresenta il rimedio ideale nelle giornate di insopportabile afa.

La parola yakko indica un blocchetto di tofu freddo mentre hiya significa fresco. Tuttavia, il termine yakko un tempo indicava i domestici al servizio presso le famiglie samuraiche. Erano dei servitori che avevano come compito la cura dei giardini e della manutenzione in generale ma anche quello di accompagnare il proprio signore nei suoi viaggi e nei suoi spostamenti.

L’etimologia ha spesso indagato sul collegamento tra queste figure, il tofu e soprattutto lo hiyayakko.

Come spesso accade con le cose vecchie e mezze sbiadite dal tempo, anche qui non abbiamo notizie certe. Tra le tante teorie in circolazione, però, una delle più accreditate individua il nesso tra il caratteristico stemma che adornava le giacchette degli yakko e un modo di dire diffusosi tra la gente del popolo: 奴に切る yakkoni kiru ossia tagliare alla yakko, in riferimento di solito al taglio di un ingrediente.
Tagliare alla yakko significava dare all’ingrediente una forma quadrata, cubettare, quasi ad imitare il particolare stemma delle giacchette chiamato 釘抜き kuginuki (letteralmente, levachiodi).

Lo stemma kuginuki riportato sulle giacchette degli yakko. Fonte: Kamon Myoji

Gli yakko non esistono più ma ne possiamo ancora vedere qualche traccia negli aquiloni tradizionali. Ne esiste un tipo, ad esempio, dedicato proprio agli yakko e che non a caso si chiama 奴凧 yakkodako.

Illustrazione di uno yakkodako. Come vedete, è riportato lo stemma a quadretto. Notare anche come lo yakko portasse una spada, prezioso privilegio che gli era concesso dal suo signore solo in certi momenti della giornata. イラスト屋

Finalmente la ricetta…non ricetta.

Per questa ricetta non ricetta potete usare la varietà di tofu che preferite o che riuscite più agevolmente a trovare.
Qui a Torino riesco a trovare del kinugoshi giapponese generalmente di questi due marchi:

E’ importante che il tofu scelto sia freddo. Nel Periodo Edo i blocchetti di tofu venivano messi a rinfrescare nelle acque di un pozzo ma noi chiaramente ci accontenteremo del frigorifero domestico.

Il tofu andrebbe poi tagliato a cubi ma non succede alcunché se doveste optare per un parallelepipedo. Vi discostereste dalla teoria etimologica ma nessuno se la prenderebbe.

Ingredienti che ho usato io, in base a ciò che avevo:

Panetto di tofu da tagliare
Erba cipollina
Zenzero fresco grattugiato q.b.
Katsuobushi o tonnetto essiccato q.b.
Salsa di soia q.b.

Potete sostituire e aggiungere ingredienti a piacimento.

Posizionare un ingrediente per volta sul blocchetto di tofu e, per ultimo, cospargere con una dose non troppo parsimoniosa di salsa di soia di qualità.

Servire subito.




Watoji: rilegatura giapponese a Torino

Ai tanti sprazzi di giapponesità che costellano veramente la mia quotidianità, spesso in maniera inaspettata e sorprendente, si è aggiunta qualche giorno fa un’incantevole opportunità: un corso di 和綴じ watoji, ossia la rilegatura giapponese.

Watoji

Quaderno giapponese realizzato da me al corso.

L’evento mi era stato segnalato dalla mia cara amica Laura di WEeKanDesign.it la quale – e lo annuncio ufficialmente e con un certo orgoglio – si occupa ora tra le tante cose anche della comunicazione per Biancorosso Giappone.

Grazie a Laura, dunque, sono venuta a conoscenza di un’interessante associazione a Torino che si chiama Sulla Parola, in Via Cibrario 28. Potete visitare il loro sito proprio qui.

In questo brillante luogo di condivisione della conoscenza, tutto però proposto in un’atmosfera avvicinabile e non d’élite, l’offerta dei corsi è molto attraente. Tra i corsi che Sulla Parola propone periodicamente ci sono dei laboratori di watoji, o rilegatura giapponese, come quello a cui ho avuto il privilegio di partecipare il 14 aprile su gradito invito della gentile signora Sabrina Bartolone che gestisce l’associazione.

Rilegatura giapponese

Locandina dell’evento sulla rilegatura giapponese.

Nonostante la mia solita e ormai prevedibile timidezza, ho voluto partecipare sapendo che avrei acquisito, da persone competenti e appassionate, una conoscenza preziosa.

Ed è stato proprio così.

Il corso

rilegatura giapponese

Il mio piano di lavoro

Il corso, condotto dalla preparatissima e paziente Inés Sánchez, aveva come obiettivo quello di trasmettere alcune nozioni generali sull’arte della legatoria del Sol Levante permettendo al contempo ad ogni partecipante di realizzare – con le proprie mani – un quaderno tradizionale giapponese.

In questo ambiente luminoso, rilassato, tranquillo e con i raggi di sole di un sabato torinese che illuminavano tutta la via, abbiamo ascoltato l’appassionante spiegazione di Inés che ci ha condotte attraverso varie epoche storiche dell’Asia e aspetti intriganti dei materiali protagonisti.

Profumi di storia

Siamo passate dall’invenzione della carta in Cina nel remotissimo secondo secolo a.C. (ben mille anni prima della sua introduzione in Europa!) ad un rapido excursus sui materiali. E nel frattempo la mia mente ripensava ai vari stadi evolutivi che la legatoria ha attraversato in Giappone arrivando poi a conoscere stili e forme più standard nel mio amato Periodo Edo (1603-1868).

Washi

Un testo in spagnolo dedicato alla 和紙 washi, la carta giapponese.

Proprio nel Periodo Edo, infatti, la stampa e l’industria editoriale sbocciarono in seguito alla pace finalmente ritrovata attraverso la riunificazione politica e quindi all’emergere di una nuova classe, quella dei 町人 chonin ossia dei mercanti. Questa ritrovata – e sudata – stabilità sociale ed economica portarono ad un innalzamento dei tassi di alfabetizzazione e di conseguenza al fiorire di un interesse letterario che non fosse solo appannaggio esclusivo delle classi nobili. E’ in questo periodo che la letteratura giapponese conobbe il suo avvio alla diffusione popolare.

Conoscenze preziose per tutti

Uno degli aspetti più intriganti di questo corso è la sua avvicinabilità, ovvero il suo essere alla portata veramente di chiunque. Non sono richieste doti manuali particolari e nemmeno competenze specifiche e di nicchia. Chiunque può imparare la tecnica della rilegatura giapponese semplice utilizzando materiali comuni e che – volendo – possono tranquillamente essere di recupero.

Essenzialmente ciò che serve sono carta (non necessariamente giapponese ma andrà bene anche della carta da regalo ad esempio), cartoncino, ago e filo, forbici, fogli bianchi, un piccolo trapano per il fai-da-te oppure degli spilloni resistenti per fare i fori sul dorso.

L’ardua scelta della carta giapponese

Ci è stato chiesto di scegliere tra due decori di carta giapponese e che avrebbero costituito la copertina del nostro quaderno artigianale.

carta giapponese

Magnifici fogli di carta giapponese

Non è mai facile scegliere, a mio avviso, la carta giapponese perché è sempre così evocativa e ricca di dettagli da avvertire ora una sintonia con uno e ora con un altro.

Tra le due scelte proposte, tuttavia, mi sono orientata verso la carta con pennellate turchesi da cui spiccavano i ciliegi in fiore e alcuni elementi che mi hanno ricordato l’arrivo imminente dell’estate.

Passo dopo passo, tra una pennellata di colla e una misurata coi righelli, era giunto il momento di avvicinarci alla parte forse più impegnativa ma anche quella più emozionante di tutto il progetto: la cucitura.

La cucitura

Per l’occasione la maestra Inés aveva portato delle spolette di bellissimo filo colorato. Era nostro il compito di selezionare, in base alla propria sensibilità estetica e gusto, il colore che meglio si abbinasse al decoro della carta prescelto.

Io ho virato verso il rosso, la versione tangibile di quel fil rouge che continua a tenermi legata – attraverso mille insospettabili sorprese – al mio caro Giappone.

Cucitura watoji

Cucitura sul dorso del quaderno.

Nella rilegatura giapponese esistono vari stili di cucitura del dorso, alcuni dei quali erano visibili grazie a dei campioni che Inés ha realizzato a scopo dimostrativo.

cuciture

Campioni dimostrativi di cuciture per rilegatura giapponese

Lo stile di cucitura che abbiamo appreso e utilizzato quel giorno è quello chiamato  麻の葉綴じAsanoha-toji che significa rilegatura a foglia di canapa perché il motivo geometrico che si ottiene dovrebbe ricordare le foglie di questa pianta. Tra l’altro l’asanoha è uno dei decori più famosi dell’artigianato tessile giapponese tradizionale.

Cucitura watoji

Particolare della cucitura Asanoha-toji

Punto dopo punto, con le pazienti indicazioni di Inés e col mio filo rosso che scorreva deciso su e giù per i fori, siamo riuscite a terminare i nostri quaderni.

Che gioia soprattutto perché temevo non sarei mai riuscita ad ottenere un buon risultato.

watoji

Elegante particolare dei nostri quaderni giapponesi

Quaderno giapponese

Quaderno giapponese in esposizione al corso

Quaderno

Quaderno giapponese in esposizione al corso

Il valore della conoscenza trasmessa

Non è certamente un caso fortuito che ci si trovi a proprio agio e in armonia con le persone che, come noi, apprezzano il valore della conoscenza perché ne riconoscono il senso e il sacrificio compiuto per ottenerla.

Per me questa è stata un’esperienza molto arricchente che mi ha permesso di conoscere un luogo sano di aggregazione e di prendere parte alla ricerca di un sapere prezioso.

Un sapere, quello della rilegatura, intrecciato a un’arte che – come mi diceva con voce comprensibilmente malinconica Inés – sta lentamente svanendo inghiottito dalla corsa al tutto e subito e a poco prezzo.

Il valore del poter acquisire qualche frammento di un sapere antico in grado forse di farci rallentare, di farci riprendere fiato e di tornare ad apprezzare le piccole cose, è inestimabile.

Fosse anche solo il passare le dita delicatamente sopra un filo rosso pazientemente intrecciato mentre dalla finestra filtra un raggio di sole pomeridiano.

Ringrazio di cuore Sabrina Bartolone dell’Associazione Sulla Parola e la maestra Inés per questo inestimabile regalo.

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